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Novembre 2023

1. Coscienza di Essere

    Śrī Śrī Satcidānandendra Sarasvatī Svāmījī

    1. Coscienza di Essere

    a cura di Petrus Simonet de Maisonneuve

    1. Insegnamenti di Aruṇa a suo figlio Śvetaketu1

    Śvetaketu era il nipote di Aruṇa2. Suo padre gli disse: “O Śvetaketu, mettiti a servizio d’un maestro e impara la dottrina vedica. Come è ben noto, nessun membro del nostro casato è un brāhmaṇa soltanto per appartenenza familiare, ma anche perché ha studiato i Veda.” (ChU VI.1.1)

    Considerazioni sugli aneddoti vedāntici.

    1. Bādarāyaṇa compose i Vedānta Sūtra [o Brahma Sūtra (BS)] nel periodo in cui era diventato assolutamente necessario determinare l’esatto scopo delle Upaniṣad. In primo luogo dovette lottare contro la dottrina atea dei sāṃkhya, che avevano costruito un sistema diveniristico [vivartavāda] pressoché inconfutabile, basato su deduzioni speculative e su una psicologia analitica con cui interpretavano tutte le Upaniṣad a loro favore. Dovette, inoltre, combattere contro gli altrettanto atei pūrva mīmāṃsaka, che pur appartenendo alla sua stessa tradizione vedica, desideravano far coincidere tutti gli insegnamenti upaniṣadici con il darśana di Jaimini. Tale sistema non ammetteva nessun altro principio senziente all’infuori del jīva individuale in quanto esecutore di sacrifici capaci di condurre allo svarga o al cielo più alto.

    La dottrina di Bādarāyaṇa.

    2. Dobbiamo ora determinare il significato di alcuni racconti che sono disseminati nelle Upaniṣad. Quale potrebbe essere il motivo che ha spinto i ṛṣi a impartire certi insegnamenti per mezzo di racconti? I mīmāṃsaka, essendo dei ritualisti, sostenevano che questi racconti dovevano essere recitati durante l’esecuzione di certi sacrifici, in quanto la loro recitazione era stata raccomandata dai Veda. Questa idea dei mīmāṃsaka porta a gravi conseguenze; infatti, se i racconti fossero solo parte di qualche rituale, ciò starebbe a dimostrare che i testi vedici non hanno lo scopo primario di insegnare la natura della Realtà, come la intendono i vedāntin, ma, come i mantra vedici, servirebbero solo all’esecuzione di rituali. Bādārayaṇa, contro questa tesi, afferma:

    Non può essere così perché ciò sarebbe limitativo. (BS III.4.)

    L’ingiunzione che inizia con “pāriplavam ākakṣit”3 indica solo qualche racconto particolare come quello che inizia con “Il re Manu Vaivasvata ecc.”. Tale limitazione non può, però, essere estesa a tutte le narrazioni vediche. “Perciò, di regola si trova che c’è continuità di pensiero [tra il racconto] e l’insegnamento che segue”4; per esempio, la narrazione di Yājñavalkya e Maitreyī ha lo scopo di mostrare l’importanza della scienza della visione dell’Ātman [Adhyātma yoga], elogiando la conoscenza, al fine di stimolare interesse per essa.

    3. Coerentemente con questa argomentazione, si legge che Uddālaka Āruṇi stava discutendo con suo figlio Śvetaketu sulla necessità di rivolgersi a un Guru per essere iniziato all’insegnamento vedico. Essendo esperto nella dottrina vedāntica, egli stesso avrebbe potuto concedere l’iniziazione, invece preferì chiedere a suo figlio di prestare servizio [sevā] come brahmacārin presso qualche altro Guru, probabilmente perché stava partendo per un viaggio.

    4. L’osservazione del padre “nessun membro del nostro casato è un brāhmaṇa soltanto per appartenenza familiare” senza aver studiato i Veda (brahmabandhuriva), dimostra che Uddālaka era connesso a una lunga tradizione di precedenti maestri che non avevano mai mancato di acquisire la conoscenza vedica [jñāna kāṇḍa]. Sedici anni era il limite massimo di età per ricevere l’iniziazione e, come rivela il passo successivo, “Śvetaketu aveva già dodici anni”.

    Confronto tra conoscenza profana e saggezza spirituale

    Studiò sotto la guida del suo Guru per dodici anni e, dopo aver acquisito competenza in tutti i Veda, tornò a casa che aveva ventiquattro anni. Era molto presuntuoso e maleducato e pensava di essere molto dotto. (ChU VI.1.2)

    Suo padre gli disse:

    “Śvetaketu, mio caro figliolo, ora che sei presuntuoso e maleducato, ritenendoti molto dotto, sei stato istruito su quell’Entità che richiede un insegnamento specifico per mezzo di cui si ascolta anche ciò che non è possibile ascoltare, si riflette anche su ciò su cui non è possibile riflettere e si conosce anche ciò che non è possibile conoscere?”5. “O venerato signore, come sarebbe questo insegnamento speciale?”

    “Mio caro, quando si conosce una sola zolla di argilla, allora si conosce tutto ciò che è fatto di argilla e [si capisce] che l’effetto è solo un nome, essendo solo un gioco di parole [vācārambhaṇam].”

    “Mio caro, quando si conosce una sola pepita d’oro, allora si conosce tutto ciò che è fatto d’oro e [si capisce] che l’effetto è solo un nome, essendo solo un gioco di parole.”

    “Mio caro, quando si conosce una sola forbice d’acciaio, allora si conosce tutto ciò che è fatto d’acciaio e [si capisce] che l’effetto è solo un nome, essendo solo un gioco di parole. Questo è l’insegnamento specifico su quell’Entità” (ChU VI.1.3-6)

    5. Lo studio di Śvetaketu ai piedi del suo Guru può essere paragonato a quello dei corsi scolastici e universitari di uno studente moderno, che si è specializzato in molte materie e ne è uscito a pieni voti. Uno studente di questo tipo avrebbe naturalmente un’alta considerazione di sé allorché torna a casa, fiero del successo ottenuto con diplomi e riconoscimenti accademici. Śvetaketu è naturalmente orgoglioso di aver coperto tutti i rami dell’apprendimento vedico in dodici anni. La descrizione di questo atteggiamento del ragazzo ha lo scopo di evidenziare che la sua conoscenza è puramente teorica e di dimostrare la nullità di quest’ultima a paragone della saggezza totalizzante di chi possiede la conoscenza della Realtà.

    6. La domanda “Dato che sembri essere così orgoglioso di ciò che hai appreso, hai interrogato il tuo maestro su questo prezioso insegnamento?” non deve essere interpretata nel senso che sarebbe giusto essere orgogliosi solo se si è acquisita la conoscenza in quel particolare ramo della saggezza. Infatti, l’unica caratteristica distintiva di una persona che ha la conoscenza di Brahman è l’umiltà. Il padre vuole solo dire: “C’è da sapere molto di più di quanto tu abbia immaginato durante il tuo studio teorico”. Così la curiosità del giovane viene risvegliata ed egli desidera sapere come possa esistere qualcosa di così meraviglioso per cui, semplicemente conoscendo un’unica cosa, si possa capire la realtà di tutto il resto.

    Il principio di relazione causale

    7. Uddālaka rivela ora ciò che nasconde in cuor suo. La conoscenza di cui sta parlando non riguarda alcuna cosa prodigiosa come la pietra filosofale, ma solo la causa metafisica che sta alla base di tutti i fenomeni. Per introdurre il figlio a questa causa ultima, comincia a esporre la teoria vedāntica della causalità con esempi empirici, in modo da permettere a Śvetaketu di rendersi conto che i cosiddetti effetti delle cause materiali in realtà non esistono a prescindere dalle loro presunte cause.

    8. Questo è il senso del racconto introduttivo, in accordo con l’argomento dell’intero sesto capitolo. La teoria vedāntica della causalità è che tutto l’universo è un effetto di Brahman, ossia della Realtà che è la causa materiale. Che questa teoria non sia il risultato di una mera speculazione lo si vede esaminando da vicino la relazione tra le cause empiriche e i loro cosiddetti effetti. Nessuno può contestare che giare, vasi, brocche e gli altri recipienti di argilla non siano altro che argilla, se non per il fatto che hanno un nome, una forma, una dimensione e un uso che se ne fa nella vita ordinaria. Il materiale è solo l’argilla. Allo stesso modo, gli ornamenti d’oro non sono altro che oro e gli strumenti di ferro e acciaio non sono altro che ferro e acciaio. L’osservazione ci porta a questa conclusione ovunque si tratti di cause materiali. In base a questo fatto, Uddālaka afferma che è del tutto ragionevole ritenere che il Brahman sia l’unica sostanza soggiacente al mondo fenomenico, nonostante la varietà di nomi e di cose che vediamo. Di questo si parlerà più avanti.

    Premessa: non c’è alcuna ingiunzione sugli strumenti di conoscenza

    C’è un altro punto delle parole di Uddālaka su cui dobbiamo soffermarci. Si osserverà che egli dice che con lo śravaṇa di questo insegnamento si sarà anche ascoltato tutto il resto, che con la riflessione su di esso si sarà fatto manana anche su tutto il resto, e che con la sua conoscenza (nididhyāsana), tutto il resto diventa conosciuto. Questi strumenti [śravaṇa, manana e nididhyāsana] per conoscere l’Ātman sono enumerati anche nel Maitreyī Brāhmaṇa della Bṛhadāraṇyaka Upaniṣad:

    Quando si è visto l’Ātman, quando si è ascoltato [l’insegnamento su di esso], quando si è riflettuto [su di esso] e quando lo si è conosciuto, mia cara, tutto questo (idam) diventa conosciuto. (BU IV.5.6)

    Questa affermazione è ripetutamente proposta come enunciato generale nell’insegnamento vedāntico. Alcuni vedāntin post-śaṃkariani hanno sostenuto che nelle Upaniṣad l’audizione e la riflessione come strumenti di auto conoscenza sono ingiunzioni, ma è sufficiente rifarsi alle narrazioni introduttive per capire che non è così. In questo caso particolare è del tutto chiaro che Uddālaka sta semplicemente dicendo a suo figlio che quando si è conosciuto l’Ātman tutto il resto diventa conosciuto, solo al fine di suscitare la curiosità di Śvetaketu. Non c’è alcuna ingiunzione vedica che spinga il giovane a intraprendere l’indagine. Vedremo che, alla fine di questo dialogo, rimangono solo una serie di dubbi sollevati da Śvetaketu circa la natura della Realtà, che Uddālaka chiarisce mediante esempi appropriati. Non c’è nemmeno il minimo accenno ad alcuna ingiunzione sull’audizione, sulla riflessione, ecc., in tutto ciò che si riferisce a questo argomento.

    “Sicuramente il mio venerato Maestro non conosceva ciò; se lo avesse saputo, perché non avrebbe dovuto insegnarmelo? Quindi, venerabile signore, abbiate la compiacenza di parlarmene.” “Va bene, mio caro figliolo, lo farò.” (ChU VI.1.7)

    1. Tratto da: The Science of Being, Holenarasipura, Adhyātma Prakāsha Karyālaya, 2004, pp. 41-48.[↩]
    2. Ovvero nipote del Sole aurorale e figlio di Uddālaka Āruṇi.[↩]
    3. “Si deve recitare il pāriplava”. Il pāriplava è la recitazione di un racconto di tema eroico tratto dagli Itihāsa e dai Purāṇa, che va ripetuta trentasei volte durante l’anno in cui un Sovrano compie il rito solenne del sacrificio del cavallo [N.d.C.].[↩]
    4. “Tathā caikavākyatopabandhāt” (BS III.4.24).[↩]
    5. Si riconosce dall’impostazione della frase che si tratta del metodo vedāntico di śravaṇa, manana e nididhyāsana [N.d.C.].[↩]

    🇬🇧 2. On the Gods and the World

      Salutius

      2. On the Gods and the World

      Edited by Paolo Bagnato

      IV. The species of myth

      1. There are different kinds of myths: theological, physical, psychic, material and mixed.
      Theological myths are those that do not concern the bodily form, but contemplate the essences of the Gods, such as the myth of Kronos who swallows his children1: since the God is intellect and every intellect turns towards itself, the myth refers to the essence of the God2.

      2. The myths that describe the activities of the Gods in the World, may be considered as physical: for example, some people before now have regarded Kronos (Κρόνος) as the time Chronos (Χρόνος), and, since they call the divisions of time “sons of the Whole”, they say that the children are devoured by their father.

      3. The psychic type of the myth concerns the activities of the soul itself, because the thoughts of our souls, though they move towards other objects, nevertheless they certainly persist inside those who generated them3.

      4. Material is the lowest type of myth, mostly used by the Egyptians, because of their ignorance4, they considered the material bodies to be gods and called the earth Isis, the humidity Osiris, the heat Typhon, or the water Kronos, the fruits Adonis, the wine Dionysus5. It is wise to say that these things are sacred to the Gods, as well as plants, stones and animals6, but it is foolish to call them Gods; except in a metaphorical sense, like for instance when we call Elios, the Sun, both the sphere of the sun and the ray that comes from that sphere7.

      5. The mixed type of myths is found in many and different ways, for example when it is told that in the banquet of the Gods, Eris, the Discord, threw the golden apple, and the Goddesses, fighting for it, were sent by Zeus to Paris to be judged. Paris said that Aphrodite8 was beautiful and gave her the apple. 6. Here the banquet certainly represents the hypercosmic9 powers of the Gods, this is why they are all together; the golden apple represents the World, which being generated by opposites, is rightly said to be thrown by Eris, Discord. Since different Gods bestow different gifts upon the World, they seem to contend for the apple; the soul – that is what Paris is – that lives according to the senses, since it sees only beauty in the world and not the other powers, establishes that the apple belongs to Aphrodite.

      7. Theological myths suit philosophers, physical and psychic myths suit poets, mixed myths suit initiation since every initiation aims at uniting us with the World and the Gods.

      8. If it is necessary to take another myth, it is said that the Mother of the Gods10, having seen Attis lying by the river Gallus, fell in love with him and put the cap adorned with stars on his head, and kept him with her for the remaining time; but he fell in love with a Nymph11, and wishing to live with her, he abandoned the Mother of Gods. Because of this, the Mother of the Gods made Attis go mad, cut off his genital organs and left them with the Nymph, and had him back to live with her.

      9. Therefore, the Mother of the Gods is the Goddess who generates life, and for this reason she is called Mother; Attis is the creator of all that is is born and becomes corrupted, and for this reason he is said to have been found near the river Gallus; for the river Gallus refers to the circle of the galaxy, or Milky Way, from which comes the body subject to passions12. Since the primary Gods perfect the secondary, the Mother falls in love with Attis and gives him the celestial powers symbolized by the cap.

      10. However Attis falls in love with the Nymph: the Nymphs preside over the generation, in fact everything that is generated flows13; but since it was necessary to stop the generation, so that from the worse could not be generated the worst, the demiurge that produces these things, i.e. Attis, throws away the generative powers into the realm of becoming and he is reunited again with the Gods. These events never happened, but they always are: the intellect seizes them all together, while the speech expresses one particular thing at a time14.

      11. Since the myth is similar to the World, it is to imitate the World – how could we dispose or put ourselves in order15 in a better way? – we celebrate a feast in this way16: at first, since, just like Attis, we fell from heaven17 and stay together with the Nymph, we are humiliated and we have to abstain from grain and any other heavy and impure food, which are both hostile to the soul; then comes the cutting of the tree and the fast because we also eliminate any further process of generation after these things, the feeding on milk symbolizes the ascent18; finally there are rejoicing and garlands as if we ascended and returned to the Gods.

      12. The proper time in which these sacred rites are performed proves all this: these ceremonies take place during spring and the equinox, when things that are born cease to be produced and the day becomes longer than the night, which is associated with the ascent of the souls. In fact, it is during the opposite equinox that the abduction of Kore19 is narrated, meaning the descent of souls to Earth20. May the Gods and the souls of those who wrote the myths be propitious to us who talked about them.

      1. Salutius refers to the myth, told by Hesiod (Theogony, in Greek Θεογονία, 453 ff.), in which the God Kronos swallowed his own children because he was afraid of being dethroned, fact that eventually happened by the hand of Zeus. The reign of Kronos is described by Hesiod (Works and Days, in Greek Ἔργα καὶ Ἡμέραι, 106-126) as a golden age (corresponding to the satya yuga of Hinduism).[↩]
      2. The correspondence of Cronus with the intellect is also attested by Plotinus: “Kronos (Κόρου καὶ νοῦ), God who is satiety(κόρος) and intelligence (νοῦς)” (Enneads V.1.4), and is confirmed with the Latin name of the God, Satur-nus: satur in fact means sated and nus intellect. The philosopher explains that Kronos contains everything that is immortal and for this reason he is unchanging and does not need anything, being full of all things “at rest” and all together at once, not in temporal succession. Later Plotinus refers to the same myth used by Salutius and says that Kronos “is full of the beings that he produced and, as if he swallowed them, he keeps them within himself to not let them fall into matter” (Enneads V.1.7).[↩]
      3. Just as Kronos begets his sons and then he swallows them, bringing back into himself what he produced, so the soul, though it projects outside of itself its own thoughts, always keep them in itself.[↩]
      4. This part is surprising considering the general attitude of strong admiration by the platonic philosophers and Julian in particular towards the Egyptian tradition. For example, Plutarch states that Pythagoras, Plato, Thales, and other Greek wises went to Egypt to be initiated and to learn from the priests. A possible explanation of this negative judgment may lie in the hypothesis of a degeneration of Egyptian religion or a will of the author to distinguish the Greek tradition, which he is defending here, from the Egyptian tradition particularly attacked by Christians. It should be noted, however, that the attitude of the Greeks towards the Egyptians was often ambivalent.[↩]
      5. Plutarch in his On Isis and Osiris (Greek Περὶ Ἴσιδος καὶ Ὀσίριδος, Latin De Iside et Osiride) identifies the Egyptian God Osiris with the Greek God Dionysus.[↩]
      6. The Gods, according to theurgy, imprint in the world symbols (σύμβολα) or signs (συνθήματα) that participate in the divine essence thanks to a theurgic connection or sympathy (συμπάϑεια): the causes are found in the effects and the effects are found in the causes (see Proclus, Elements of Theology 18), everything is in everything. For example, Proclus, in his treatise on priestly art (Greek Περὶ τῆς καθ’ Ἕλληνας ἱερατικῆς τέχνης, English On hieratic art according to the Greeks), tells us that the sunflower and the rooster crowing at dawn are solar or heliacal entities. In fact, according to the philosopher, they address to the Sun real prayers: by listening to the sounds that the sunflower generates in friction with the air while it moves, the hymn that the plant offers to the Sun can be heard. The lotus opens and closes its petals just as men do with their lips during prayers. Everything turns to its cause and, in its own way, raises hymns and prayers. Some of these signs or impressions, i.e. plants, stones, etc., were also used in rituals to allow the theurgist to “ascend” to the divinity connected to these.[↩]
      7. For example, when we say “I have the sun in my eyes,” it means that our eyes have been hit by a ray.[↩]
      8. Greek goddess associated with beauty and prosperity, similar to Lakṣmī.[↩]
      9. I.e. beyond the world.[↩]
      10. Cybele whose vehicles (vāhana) are the lions, just as Durgā. In Rome she was known as Magna Mater, i.e. Great Mother (Mahā Mātā). Julian’s speech entitled “To the Mother of the Gods” (Greek Εἰς τὴν Μητέρα τῶν Θεών) is clearly similar to what Salutius presented here.[↩]
      11. Nymphs are similar to the apsarās.[↩]
      12. The term Milky Way comes from Greek mythology because it was formed by milk drops from the breast of Goddess Hera while she was nursing Hercules. According to the doctrine of the Mysteries (Aristides Quintilianus, On Music; Macrobius, Commentary on the Dream of Scipio I,10; Porphyry, The Cave of the Nymphs 28; Corpus Hermeticum I, 14-15 where the teaching is expressed through the myth of Narcissus) the soul, which first resided in the heavenly regions without any contact with the body, is attracted by a desire for earthly life and comes into the circle of generation and becoming (saṃsāra; “the circle that gives breathlessness and pain” from which it is necessary to fly away, as it is said in the orphic tablets) and descends to the Earth passing through the celestial spheres and covers itself with many “tunics” (χιτών, similar to the kośas of Hinduism; see Porphyry, On the abstinence from animals I,31,3; Porphyry, On the Cave of the Nymphs 14; Proclus, Elements of theology 209; Plato, Gorgias 523c), down to the last one made of flesh. Since milk is what souls “feed on” while passing through the spheres to fall into generation, this is also the food that is given to new-borns (Macrobius, Commentary on the Dream of Scipio I, 12,1). The soul, stripped of its tunics, can ascend the spheres of the galaxy and return to the heavenly abode. Thus milk, as will be more evident later, in the Mysteries, probably had a double value: one linked to the generation and another one linked to the ascent to the Heavens. In fact, it is by drinking the milk of Hera that the demigod Hercules can obtain immortality. “From man, I became a God: a lamb, I fell into milk” Orph. Fragm., 32 f Kern.[↩]
      13. I.e. changes. Nymphs are linked to water, therefore, just as the water of a river flows continuously and is never the same as it was in the previous moment, so everything that is generated undergoes change. This is a reference to the πάντα ῥεῖ (panta rei, i.e. everything flows) attributed to Heraclitus and his fragment 91 DK.[↩]
      14. The truths expressed by the myths did not happen in a particular historical moment since they are eternally true. However, because of the limitations of the human language it is necessary to describe them as if they happened in succession: we must talk first about one thing and then about another.[↩]
      15. The Greek word κόσμος means “world” or “universe” but also “order”.[↩]
      16. These are procedures connected to the ritual celebration of the Mysteries related to the Mother of the Gods.[↩]
      17. “The human souls, seeing their own images reflected as in the mirror of Dionysus, fell here from above, without separating themselves from their Principle and the Intellect“, Plotinus, Enneads IV, 3, 12. According to Orphic mythology, the God Dionysus, as a child, was dismembered by the Titans (forces fighting against the Gods, asuras) while he was looking in a mirror. This means falling from unity to diversity.[↩]
      18. As explained in note 12, milk is also linked to the soul rising from the earthly abode to the heaven. The word can also be translated as “rebirth” or “regeneration” but clearly in this case it means a “Celestial birth” and not metempsychosis.[↩]
      19. This is another name, preferred by Platonists, for Persephone Goddess and queen of the underworld, whose vicissitudes were the main theme of the Mysteries of Eleusis. See also From Cosmos to Chaos – 11. The Greek Civilization: the bright side (III)[↩]
      20. The spring equinox occurs between the winter solstice and the summer solstice, that is to say, the six months when the Sun moves towards north, and the days lengthen. This period is known in Sanskrit as uttarāyaṇa which, according to Bhagavad Gītā VIII.24, is when one leaves the body following the devayāna (the way of the Gods) to reach Brahman (saguṇa) and not to return to Earth. The autumn equinox occurs between summer solstice and winter solstice. This period is called dakṣiṇāyana in Sanskrit, when the Sun moves towards south. In these six months, according to Bhagavad Gītā VIII.25, one abandons the body to reach the light of the Moon, following the pitṛyāṇa (the way of the Fathers), and then returns again to Earth. The same doctrine is found in De Antro Nympharum (English On the Cave of the Nymphs) by Porphyry. It is important not to get confused, because the terms referring to the “northern” (βόρειος) and “southern” (νότιος) ways seem inverted compared to the hindū tradition since in the Greek text the first corresponds to the way of descent of the souls and the second corresponds to the way of ascent of the souls. Actually, in Porphyry these terms refer, just as the winds, to the origin of the way and not to the direction, which it is obviously the opposite. Plutarch in De facie in orbe Lunæ (English On the face in the Moon, in particular the paragraph 29) explains that the souls of those who return stay on the side of the Moon facing the Earth, where Kore reigns, while those who don’t return stay for a period on the side of the Moon facing the Heavens, called Elysian Fields, and then continue on their way. See also Gian Giuseppe Filippi, Il post mortem dei sādhaka secondo la dottrina di Śaṃkarācārya, Milano, Ekatos, 2019;[↩]

      🇮🇹 2. Sugli Dei e il mondo

        Salustio

        2. Sugli Dei e il mondo

        a cura di Paolo Bagnato

        IV. Le forme del mito

        1. Esistono diversi tipi di miti: teologici, fisici, psichici, materiali e misti.
        I miti teologici sono quelli che non trattano di alcun corpo, ma contemplano le essenze stesse degli Dei, come quello di Crono che inghiotte i figli1: poiché il Dio è intelletto e ogni intelligenza si rivolge verso se stessa, il mito allude all’essenza del Dio2.

        2. Sono fisici i miti che descrivono le attività degli Dei nel Mondo: ad esempio alcuni, già altre volte, hanno ritenuto che Crono (Κρόνος) fosse il tempo (Chronos, Χρόνος), e, dato che chiamano “figli del Tutto” le parti del tempo, dicono che i figli sono divorati dal padre.

        3. La tipologia psichica del mito consiste nel considerare le attività dell’anima stessa, perché anche i pensieri delle nostre anime, sebbene procedano verso gli altri, comunque persistono certamente in chi le ha generate3.

        4. Materiale e infima è la tipologia di mito utilizzata specialmente dagli Egizi a causa della loro ignoranza4, che hanno ritenuto divinità i corpi stessi e hanno chiamato la terra Iside, l’umidità Osiride, il calore Tifone, oppure l’acqua Crono, i frutti Adone, il vino Dioniso5. Dire che queste cose sono consacrate agli Dei, così come piante, pietre e animali6, è da uomini saggi, ma chiamarli Dei è da folli; se non in realtà, in senso metaforico, come noi che per consuetudine chiamiamo Elios, Sole sia la sfera del sole sia il raggio che viene da quella sfera7.

        5. La tipologia mista dei miti si trova in molti e diversi modi, ma sicuramente ad esempio quando si narra che nel banchetto degli Dei, Iris, la Discordia, gettò la mela d’oro, e le Dee, in lotta per questa, furono inviate da Zeus presso Paride per essere giudicate: egli decretò bella Afrodite8 e le donò la mela.

        6. Qui il banchetto rappresenta certamente le potenze ipercosmiche9 degli Dei, e per questo stanno insieme; la mela d’oro rappresenta il Mondo che, essendo generato dai contrari, si dice giustamente che viene gettato da Eris, la Discordia. Poiché diversi Dei fanno doni diversi al Mondo, questi sembrano competere per la mela; l’anima – ossia Paride – che vive secondo i sensi, dato che nel mondo considera solamente la bellezza e non altre potenze, stabilisce che la mela è di Afrodite.

        6. Tra i miti, quelli teologici si addicono ai filosofi, quelli fisici e psichici ai poeti, quelli misti alle iniziazioni, poiché anche ogni iniziazione ha lo scopo di unirci al Mondo e agli Dei.

        7. Se poi è necessario parlare anche di un altro mito, si narra che la Madre degli Dei10 avendo visto Attis giacere sul fiume Gallo se ne innamorò e prese il copricapo ornato di stelle e glielo mise, e lo teneva con sé per il tempo restante; ma lui si innamorò di una Ninfa11 e per stare con lei abbandonò la Madre degli Dei. Per questo motivo la Madre degli Dei rese folle Attis, che si recise i genitali e li abbandonò presso la Ninfa per tornare di nuovo a vivere insieme a lei. 8. Quindi, la Madre degli Dei è la Dea generatrice di vita, e per questo motivo è chiamata Madre; invece Attis è l’artefice di ciò che nasce e si corrompe, e per questo si dice che si trova presso il fiume Gallo; infatti il fiume Gallo fa allusione al cerchio della galassia, o Via Lattea, da dove viene il corpo soggetto alle passioni12. Poiché gli Dei primari perfezionano quelli posteriori, la Madre si innamora di Attis e gli dona le potenze celesti: questo infatti è simboleggiato dal berretto.

        9. Ma Attis si innamora della Ninfa: le Ninfe presiedono alla generazione, infatti tutto ciò che è generato scorre13; ma poiché era necessario arrestare la generazione affinché da ciò che è infimo non nascesse qualcosa di peggiore, il demiurgo che produce queste cose, cioè Attis, getta le potenze generatrici nel divenire e si unisce nuovamente agli Dei. Queste cose non avvennero mai, ma sono sempre: l’intelletto le coglie tutte insieme, mentre la parola espone prima una cosa e dopo un’altra14.

        10. Poiché il mito è affine al Mondo, imitando il Mondo – infatti in che modo potremmo disporci o ordinarci15 in maniera migliore? -, noi celebriamo una festa per mezzo di queste cose16: in primo luogo, poiché anche noi, come Attis, siamo caduti dal cielo17 e stiamo insieme alla Ninfa, siamo umiliati e ci teniamo lontani dal grano e da ogni altro cibo pesante e impuro, che infatti sono entrambe le cose nemiche dell’anima; in seguito ci sono il taglio dell’albero e il digiuno proprio a significare come anche noi escludiamo un ulteriore processo di generazione; dopo queste cose, il nutrimento di latte simboleggia la risalita18; infine ci sono gioia e ghirlande come se ascendessimo e ritornassimo verso gli Dei.

        11. Testimonia queste cose anche il tempo adatto a compiere i sacri riti: infatti queste cerimonie si svolgono durante la primavera e l’equinozio, quando cessano di nascere le cose che nascono e il giorno diventa più lungo della notte, cosa che è associata alla risalita delle anime. Infatti proprio durante l’equinozio opposto viene narrato il rapimento di Core19, con cui si intende la discesa delle anime sulla Terra20. Gli Dei e le anime di coloro che hanno scritto i miti possano essere propizi a noi che ne abbiamo parlato.

        1. Salustio qui e in seguito fa riferimento al mito, riportato da Esiodo (Teogonia, in greco Θεογονία, 453 sgg.), secondo cui il Dio Crono divorò i propri figli per paura di essere spodestato dal trono divino, cosa che poi avvenne per mano di Zeus. Il regno di Crono è descritto da Esiodo (Le opere e i giorni, in greco Ἔργα καὶ Ἡμέραι, 106-126) come età dell’oro (corrispondente al satya yuga dell’induismo).[↩]
        2. L’identificazione di Crono con l’intelletto è testimoniata anche da Plotino: “Crono (Κόρου καὶ νοῦ), Dio che è sazietà (κόρος) e intelligenza (νοῦς).” (Enneadi V.1.4), trova conferma nel nome latino del Dio cioè Satur-nus: satur significa infatti sazio e nus intelletto. Il filosofo continua spiegando che Crono contiene tutto ciò che è immortale e per questo non necessita di nulla ed è immutabile, essendo pieno di tutte le cose “in quiete” e tutte insieme, non in successione temporale. Poi Plotino fa riferimento allo stesso mito ripreso da Salustio e dice che Crono “è pieno degli esseri che ha generato e, come se li ingoiasse, li tiene in sé per non farli cadere nella materia” (Enneadi V.1.7).[↩]
        3. Come Crono genera i figli e poi li inghiotte, facendo tornare in sé stesso ciò che ha prodotto, così l’anima, pur proiettando verso l’esterno i suoi pensieri, li tiene sempre in sé.[↩]
        4. Considerando il generale atteggiamento di forte ammirazione dei filosofi platonici e di Giuliano in particolare nei confronti della tradizione egiziana, questo passaggio risulta sorprendente. Ad esempio Plutarco afferma che Pitagora, Platone, Talete e altri sapienti Greci andarono in Egitto per essere iniziati e imparare dai sacerdoti. Una possibile spiegazione di questo giudizio negativo può trovarsi ipotizzando una degenerazione della religione egiziana oppure una volontà dell’autore di voler distinguere la tradizione greca, che qui sta difendendo, da quella egizia particolarmente attaccata dai cristiani. Va comunque notato che l’atteggiamento dei Greci nei confronti degli Egizi fu spesso ambivalente.[↩]
        5. Plutarco nel suo Iside e Osiride (greco Περὶ Ἴσιδος καὶ Ὀσίριδος, latino De Iside et Osiride) identifica più volte il Dio egizio Osiride con il Dioniso della tradizione greca.[↩]
        6. Gli Dei, secondo la teurgia, imprimono nel mondo simboli (σύμβολα) o segni (συνθήματα) che partecipano dell’essenza divina grazie a una connessione teurgica, la simpatia (συμπάϑεια): le cause si trovano negli effetti e gli effetti si trovano nelle cause (si veda Proclo, Elementi di teologia 18), tutto è in tutto. Proclo ad esempio, nel suo trattato sull’arte sacerdotale (greco Περὶ τῆς καθ’ Ἕλληνας ἱερατικῆς τέχνης, italiano Sull’arte ieratica secondo i Greci), ci informa che il girasole e il gallo che canta all’alba, sono entità solari o eliache. Questi infatti, secondo il filosofo, rivolgono al Sole delle vere e proprie preghiere: ascoltando i suoni che il girasole genera nell’attrito con l’aria mentre si muove, si potrebbe sentire l’inno che la pianta offre al Sole. Anche il loto apre e chiude i suoi petali proprio come gli uomini fanno con le labbra durante le preghiere. Ogni cosa si rivolge alla propria causa e, secondo le proprie modalità, le eleva inni e preghiere. Alcuni di questi segni o impressioni, cioè piante, pietre, eccetera, erano anche utilizzati nei rituali per permettere al teurgo di “risalire” alla divinità a questi collegata.[↩]
        7. Ad esempio quando si dice “ho il sole negli occhi” in realtà s’intende che i nostri occhi sono stati colpiti da un raggio.[↩]
        8. Dea greca associata alla bellezza e alla prosperità, simile a Lakṣmī.[↩]
        9. Cioè oltre il mondo, sovramondane.[↩]
        10. Cibele, che, similmente a Durgā, ha i leoni come veicoli (vāhana). A Roma era conosciuta come Magna Mater, cioè Grande Madre (Mahā Mātā). Si può facilmente notare la vicinanza di quanto viene esposto da Salustio riguardo questo mito e il discorso di Giuliano intitolato appunto Alla Madre degli Dei (greco Εἰς τὴν Μητέρα τῶν Θεών).[↩]
        11. Le Ninfe sono figure simili alle apsarā.[↩]
        12. La Via Lattea è chiamata così perché secondo la mitologia greca si è formata dalle gocce di latte fuoriuscite dal seno della Dea Era mentre allattava Eracle. Secondo la dottrina misterica (Aristide Quintiliano, Sulla Musica; Macrobio, Commento al Sogno di Scipione I,10; Porfirio, L’Antro delle Ninfe 28; Corpus Hermeticum I, 14-15dove l’insegnamento è espresso tramite il mito di Narciso) l’anima, che dapprima dimorava nelle regioni celesti senza alcun contatto col corpo, viene attirata da un desiderio per la vita terrena ed entra nel circolo della generazione e del divenire (saṃsāra; “il cerchio che dà affanno e dolore” da cui bisogna volare via, come si legge nelle laminette orfiche) e discende sulla Terra passando attraverso le sfere celesti ricoprendosi di varie “tuniche” (χιτών, simili ai kośa dell’Induismo; si veda Porfirio, Sull’astinenza dagli animali I,31,3; Porifirio, L’Antro delle Ninfe 14; Proclo, Elementi di teologia 209; Platone, Gorgia 523c), fino a quella fatta di carne. Poiché il latte è ciò di cui si “nutrono” le anime attraversando le sfere per cadere nella generazione, questo è anche il cibo che si dà ai neonati (Macrobio, Commento al Sogno di Scipione I,12,1). L’anima, spogliandosi delle tuniche, può risalire le sfere della galassia e tornare alla dimora celeste. Così il latte, nei Misteri, come anche sarà più evidente in seguito, aveva probabilmente una doppia valenza: una legata alla generazione e un’altra legata alla risalita verso i Cieli. In effetti è proprio bevendo il latte di Era che il semidio Eracle può ottenere l’immortalità. “Da uomo son diventato Dio: agnello, caddi nel latte” Orph. Fragm., 32 f Kern.[↩]
        13. Cioè muta. Le Ninfe sono figure legate all’acqua, quindi, proprio come l’acqua di un fiume scorre continuamente e non è mai la stessa del momento precedente, così ogni cosa generata è soggetta al mutamento. Evidente riferimento al πάντα ῥεῖ (leggi panta rei, cioè tutto scorre) attribuito a Eraclito e al relativo frammento 91 DK.[↩]
        14. Le verità espresse dai miti non sono accadute in un dato momento storico ma sono eternamente attuali. A causa delle limitazioni insite nel linguaggio umano è però necessario descriverle come se accadessero in successione, prima una cosa in un determinato momento e in un momento successivo un’altra.[↩]
        15. Il termine greco κόσμος, che indica il mondo o in generale l’universo, significa “ordine”.[↩]
        16. Si tratta di procedure relative alla celebrazione rituale dei Misteri legati alla Madre.[↩]
        17. “Le anime umane, vedendo le proprie immagini riflesse come nello specchio di Dioniso, dall’alto si precipitarono qui, senza separarsi però dal loro Principio e dall’Intelletto”, Plotino, Enneadi IV, 3, 12. Secondo la mitologia orfica, il Dio Dioniso, da bambino, venne smembrato dai Titani (forze in lotta contro gli Dei, asura) mentre si specchiava. Questo sta a significare la caduta nel molteplice.[↩]
        18. Com’è spiegato nella precedente nota 12, il latte ha anche il significato della risalita dell’anima dalla dimora terrena a quella Celeste. Il termine può anche essere tradotto come “rinascita” o “rigenerazione” ma è evidente che in questo caso si intende una “nascita Celeste” e non la metempsicosi.[↩]
        19. Altro nome, preferito dai platonici, di Persefone, Dea e regina dell’oltretomba le cui vicende erano al centro dei Misteri di Eleusi. Per ulteriori informazioni si veda Dall’Ordine al caos – 11. LA CIVILTÀ GRECA: IL LATO LUMINOSO (III)[↩]
        20. L’equinozio di primavera si situa a metà tra il solstizio d’inverno e il solstizio d’estate, cioè i sei mesi in cui il Sole va verso nord e le giornate si allungano, periodo conosciuto in sanscrito come uttarāyaṇa che, come è segnalato in Bhagavad Gītā VIII.24, è il periodo in cui si abbandona il corpo percorrendo il devayāna (la via degli Dei) per raggiungere il Brahman (saguṇa) e non tornare sulla Terra. L’equinozio di autunno si situa invece tra il solstizio d’estate e quello d’inverno, periodo chiamato in sanscrito dakṣiṇāyana, in cui il Sole procede verso sud. In questi sei mesi, come riferisce Bhagavad Gītā VIII.25, si abbandona il corpo per raggiungere la luce della Luna, seguendo il pitṛyāṇa (la via dei Padri),per successivamente tornare di nuovo sulla Terra. La stessa dottrina la troviamo in Porfirio che ne parla specialmente nel De Antro Nympharum (italiano L’Antro delle Ninfe). Consultando quest’opera è importante non confondersi, in quanto i termini che si riferiscono alle vie “settentrionale” (βόρειος) e “meridionale” (νότιος) sembrano invertiti rispetto alla tradizione hindū perché nel testo greco corrispondono il primo alla via di discesa e il secondo alla via di risalita delle anime. In realtà in Porfirio questi termini fanno riferimento, come i venti, alla provenienza e non alla direzione che ovviamente è opposta. Plutarco nel De facie in orbe Lunæ (italiano Sul volto della Luna, in particolare il paragrafo 29) spiega che le anime di chi ritorna risiedono nella parte della Luna rivolta verso la Terra dove regna Core, chi non ritorna invece staziona per un periodo nella parte della Luna rivolta ai Cieli, chiamata Campi Elisi, e da lì poi prosegue. Si veda anche Gian Giuseppe Filippi: Il post mortem dei sādhaka secondo la dottrina di Śaṃkarācārya, Milano, Ekatos, 2019;[↩]