Vai al contenuto

Maggio 2023

🇮🇹 1. Estratti dal Commento all’Adhyāsa Bhāṣya Sugama

    Svāmī Prakāśānandendra Sarasvatī Mahārāja

    1. Estratti dal Commento all’Adhyāsa Bhāṣya Sugama

    Che cos’è l’adhyāsa? Per rispondere Śrī Satchidānandendra Svāmījī inizia con una obiezione sollevata da un Pūrvapakṣin1. Questo Pūrvapakṣin, è però particolare; infatti la sua posizione è riscontrabile solo tra gli advaitin che cercano di spiegare l’adhyāsa in modo diverso. Inizia così: “Jñānasya viṣaya pakṣa patitvāt”. “Jñāna richiede necessariamente un oggetto”. In generale si può dire che conoscenza sta per pensiero, concezione, idea o nozione; ora, qualsiasi pensiero, idea, nozione o modificazione mentale (manovṛtti) richiede un oggetto esterno. Questo è ciò che sostiene: ogni volta che si ha un pensiero, deve esserci un oggetto corrispondente a quel pensiero. Senza un oggetto, nessun pensiero può avere luogo. Questo è il suo punto di vista, che è in parte vero e che si avvicina all’Advaita, ma che in alcuni punti è imperfetto. Per questa ragione si può considerare il Pūrvapakṣin come interno all’Advaita. La sua posizione ci aiuta a cogliere una differenza molto sottile.

    “Jñānasya viṣaya pakṣa patitvāt”. Questa prima frase è di difficile interpretazione. Jñānam in sanscrito è una parola comune che può significare qualsiasi corretta comprensione, ma anche fraintendimento oppure dubbio. Quindi, si tratta di un termine molto generico. In italiano, invece, conoscenza indica solo la conoscenza corretta, la conoscenza che corrisponde fedelmente all’oggetto. Quindi, per voi conoscenza è ben diversa dall’errore. Invece, in sanscrito, conoscenza può essere falsa (mithyā jñānam), corretta (samyag jñānam) o incerta (saṃśaya jñānam): noi usiamo la parola jñānam in tutte e tre le accezioni. Anche l’incomprensione è un tipo di conoscenza; anche il dubbio è un tipo di conoscenza, come anche la conoscenza corretta, fedele ai fatti, è un tipo di conoscenza. Quindi, jñānam è una parola applicabile a tutte queste diverse comprensioni. Si deve, perciò, tener d’acconto che si sta discutendo su una parola sanscrita e che le persone coinvolte nella discussione sono indiani.

    Iniziamo con un breve commento della frase del Pūrvapakṣin “Jñānasya viṣaya pakṣa patitvāt”, non dimenticando che, per il siddhānta,la conoscenza corretta, samyag jñānam è sempre fedele al fatto che ne è l’oggetto. Tuttavia, nel caso di un fraintendimento, di un dubbio o di una incomprensione, questa conoscenza non richiede un oggetto, perché fraintendere significa esattamente comprendere il fatto per ciò che non è. Si tratta, quindi, d’una conoscenza a cui non corrisponde un oggetto. La realtà è una, la differenza sta solo nella sua comprensione. Prendiamo l’esempio della corda. La corda è un oggetto reale e quando la si fraintende, quando la si prende per un serpente, cosa succede? Il serpente non c’è; soltanto si sta pensando che sia un serpente. Ma in realtà il serpente non c’è. Quindi, quando c’è un fraintendimento, non c’è un oggetto corrispondente al proprio fraintendimento. L’oggetto corrispondente è la corda, non il serpente. Il serpente è soltanto la vostra comprensione. In verità, ciò che corrisponde al serpente è solo la corda, non c’è alcun serpente. Questo è il punto di vista del Vedānta.

    Pertanto, questo pūrvapakṣa può essere mosso solo in una discussione tra vedāntin: è un advaitin pūrvapakṣa. I non advaitin sono totalmente esclusi da questa particolare discussione. Quando si ha una conoscenza della corda, ciò che corrisponde alla conoscenza della corda è l’oggetto corda. Ma quando si scambia la corda per un serpente, ciò che corrisponde alla conoscenza del serpente non è un oggetto serpente: la conoscenza del serpente è conoscenza errata, è un fraintendimento. Non è una conoscenza errata del serpente, perché non c’è alcun serpente. La conoscenza del serpente è conoscenza errata della corda. La corda è il fatto. Riguardo alla corda, si ha la conoscenza (nella forma) di un serpente, motivo per il quale si dice che sia errata. Allo stesso modo qui, ora, nel Vedānta, applichiamo immediatamente lo stesso ragionamento all’Ātman.

    Consideriamo il Brahman. Riguardo al Brahman si ha quella conoscenza che è la conoscenza del mondo (jagat) – e non una conoscenza ad Esso appropriata; si conosce Brahman come jagat, si prende Brahman per jagat. Perciò, avere una conoscenza di jagat non significa che ci sia un jagat di cui si ha conoscenza. Non è nemmeno che ci siano due cose. La forma assunta dalla conoscenza, ciò è jagat. Jagat è solo una forma di conoscenza, non una forma di oggetto. La conoscenza di jagat o la conoscenza sotto forma di jagat è solo una conoscenza senza il corrispondente oggetto-jagat, perché in realtà il corrispondente oggetto2-fatto è solo Brahman, esattamente come la corda dell’esempio. La verità è Brahman. Quando si cerca di capire il Brahman e non si riesce a capirlo a causa di qualche problema, allora lo si fraintende. La forma del fraintendimento è jagat. Jagat non è un oggetto (un presunto falso oggetto-mondo), è solo la forma dell’incomprensione del Brahman. Jagat è solo una forma di fraintendimento del fatto, che è Brahman. Quindi, Brahman è il fatto di cui si ha una comprensione errata, che si presenta sotto forma di jagat. La forma del jagat è quindi il Brahman frainteso. Perciò, il fraintendimento non ha un oggetto corrispondente. L’oggetto corrispondente è la Realtà (Satyam), non l’errore (mithyā).

    Tutta questa argomentazione è quella di un Siddhāntin. Ora veniamo al Pūrvapakṣin. Il suo pūrvapakṣa manifesta una comprensione errata: “ogni conoscenza richiede un oggetto corrispondente”. Ciò significa che se si ha un fraintendimento, esiste un oggetto sbagliato corrispondente. In sanscrito suonerebbe come se a mithyā jñānam (conoscenza erronea) corrispondesse un reale mithyā vastu (reale oggetto falso). Ma non si è mai sentito parlare di un mithyā vastu, di uno falso reale. Chi ha mai visto un mithyā-serpente? Mithyā è solo un qui pro quo; la forma del qui pro quo – cioè della comprensione erronea – è un serpente. Non esiste un mithyā-serpente che sia un padārtha3. Ma il pūrvapakṣin, sulla base del “Jñānasya viṣaya pakṣa patitvāt”, afferma che necessariamente esiste un mithyā padārtha che corrisponde al mithyā jñānam del serpente. Tra gli advaitin ci sono alcuni che affermano così: “Jñānam richiede necessariamente un oggetto”. Se un oggetto non d’argento, come una conchiglia di madreperla, sembra essere d’argento, allora che la sua conoscenza sia l’argento e che l’oggetto sia una conchiglia è una pura contraddizione. Quindi, poiché per la conoscenza sarebbe indispensabile un oggetto corrispondente, essa non può esistere senza il suo oggetto. Non è forse così? È un controsenso (vaiparitya), questo si chiama errore. Una conchiglia che non è d’argento, ma di madreperla, appare come argento. Appare significa che la si considera4 d’argento, la si prende per argento, la si conosce come argento. È una cosa molto strana quando la si conosce come fosse d’argento: l’oggetto è la conchiglia ma la comprensione che si ha di essa è l’argento. Ora applichiamo questa argomentazione al Brahman. L’oggetto è Brahman, ma la sua comprensione è jagat. Quindi, io comprendo Brahman come jagat. Ciò significa che jagat è solo una forma di comprensione, una forma di conoscenza, non ha natura di oggetto. È una forma di conoscenza di Brahman, che è la Realtà. Brahman è l’oggetto reale e la forma di comprensione che si ha è jagat. Non è contraddittorio? Contraddizione qui sta per (essere l’) opposto. Opposto significa che è una comprensione sbagliata. La forma di comprensione di Brahman è jagat. L’oggetto reale, quello che c’è davvero, è Brahman. Ciò che esiste veramente è Brahman, cioè la Pura Coscienza non duale (advitīya Caitanyam), ma ciò per cui io la “prendo” è la dualità soggetto-oggetto, vale a dire che io sono un conoscitore e sto conoscendo il mondo – cioè che io sia un individuo circondato dal mondo, connesso al mondo. “Sono un individuo e sono connesso al mondo”: questa è la forma di comprensione del jagat ed in cui il jagat stesso consiste. Una forma di comprensione che non riguarda il jagat: è una comprensione in forma di jagat, non del jagat, ma del solo Brahman. Riguardo a Brahman, la forma di comprensione è jagat. Ora, si suppone che la forma di comprensione sia generalmente in funzione dell’oggetto. Questo è simile alla conoscenza che abbiamo dell’argento, a una conoscenza sotto forma di argento, che riguarda un oggetto che non è argento. Allo stesso modo abbiamo una conoscenza sotto forma di jagat. Jagat, ossia tutta questa intera avasthā comprendente soggetto e oggetto, è una forma di conoscenza che riguarda che cosa? Riguarda Brahman che è Suṣupti svarūpam, libero dalla dualità soggetto-oggetto, che è nient’altro che Coscienza.

    Questa argomentazione è difficile e deve essere seguita con attenzione, perché anche se è spiegata con parole semplici, non è di facile comprensione. È facile solo dopo averla capita. La contraddizione sta nel fatto che una conchiglia non d’argento appare come argento. L’oggetto è una conchiglia di madreperla e la comprensione che si ha di essa è l’argento. La cosa è una, la sua conoscenza è un’altra. Cosa si deve fare per risolvere questa discrepanza? Beninteso, è il Pūrvapakṣin che la chiama discrepanza (vaiparitya) e la ritiene un problema: l’oggetto è una conchiglia di madreperla e la sua conoscenza è che è d’argento. Come può esserci una conoscenza dell’argento riguardante un oggetto che non è d’argento? E perché? Si può rispondere che questo è ciò che accade in ogni malinteso. Quando si fraintende, l’oggetto è uno e la sua comprensione è diversa. È il risultato di una conoscenza errata. Ma il Pūrvapakṣin ribadisce che non è così, perché “ogni conoscenza deve avere un oggetto corrispondente”. Perciò, se si tratta di una conoscenza errata, deve esserci un oggetto errato corrispondente. Se si tratta di una conoscenza sbagliata, deve esserci un oggetto “falso” corrispondente. Di converso, quando si dice la verità, essa deve corrispondere a un oggetto vero, a un evento vero. [Svāmījī alza una penna.] Se dico che questa è una penna, è un’affermazione vera. Quindi l’affermazione ha un oggetto corrispondente. Ma se dico che è un libro, cosa dico? Questa bugia ha necessariamente un oggetto corrispondente sbagliato; questa è un’argomentazione molto strana che è stata inventata da alcuni advaitin. Svāmī Satchidānandendra Mahārājajī, sulla base dei testi di Bhagavatpāda, critica questo punto: si tratta d’un errore. Il Pūrvapakṣin afferma che è un problema: ma è un problema soltanto perché si è dato la regola per la quale ogni conoscenza, vera o falsa, giusta o sbagliata che sia, richiede per forza un oggetto corrispondente; e senza oggetto, nessuna conoscenza può sorgere. L’errore è nella premessa (samūladhāra) da cui parte. Quando si dice: “Perbacco, ho visto per errore l’argento a posto della conchiglia”, cosa e come lo si deve intendere? Secondo il Pūrvapakṣin ogni mithyā jñānam richiede un corrispondente mithyā padārtha (passando al sanscrito, il Vedānta diventa più facile da capire). Perciò, avendo avuto visione di un qualche argento, bisogna accettare la presenza di un argento di tipo mithyā. Per la mia comprensione (nella forma) dell’argento dev’esserci un oggetto falso corrispondente, ma com’è possibile? Di che argento si tratta? Si risponde che il mithyā-argento è diverso dal vero argento conosciuto al mondo da tutti (mithyā rajatam laukika paramārtha rajata vilakṣaṇam). Il vero argento è diverso da quello falso. Hanno creato un altro argento. Ma dove mai lo si riscontra? Nessuno lo sa, ma ci dicono che dobbiamo accettarlo per forza perché a ogni conoscenza, vera o falsa, deve necessariamente corrispondere un oggetto, vero o falso. Sotto illusione (brāhma), durante l’illusione dell’argento, quando si scambia la conchiglia per argento, quando si ha un mithyā jñānam, c’è un mithyā padārtha; l’argento illusorio (mithyā rajatam) è presente in quanto oggetto-argento falso (mithyā padārtha rajatam). È diverso, anomalo (vilakṣaṇam). A differenza dell’argento conosciuto nel mondo, questo argento è qualcosa di nuovo (abhinavam eva rajata jñāna lambhanam). Abhinavam significa che non è mai esistito prima, è totalmente nuovo. Viene creato ex novo. Similmente, accade nell’esempio della corda e del serpente: quando confondo la corda per un serpente, mentre sto percependo, durante quel bhrāma si dice che c’è un serpente-oggetto che corrisponde alla mia conoscenza del serpente. Questo oggetto-serpente è un mithyā-serpente. Infatti, in base alla conoscenza del mithyā-serpente, esisterebbe un serpente falso quale oggetto della conoscenza (mithyā sarpa padārtha). Che cos’è questo mithyā sarpa? È un mithyā sarpa padārtha che è diverso da un vero serpente, da quel serpente che esiste nel mondo. È diverso dal vero serpente. Ma, allora, dove lo si trova? Secondo la logica del Pūrvapakṣin questo mithyā sarpa sarebbe stato creato improvvisamente proprio durante l’errore. Allo stesso modo, anche durante la percezione errata della conchiglia presa per argento, ci sarebbe un falso argento; infatti in base alla conoscenza dell’argento falso (mithyā rajata jñānam), esisterebbe un falso argento quale oggetto corrispondente della conoscenza (mithyā rajata padārtha). È come se il Pūrvapakṣin dicesse: “Non l’abbiamo mai visto, ma mentre si fraintende, e solo durante l’errore, è presente. È appena nato. Quando fraintendi, immediatamente per te nasce un nuovo serpente”. Supponiamo che si scambi una persona per un’altra: durante tale fraintendimento, in quel momento, viene forse creata un’altra persona? Chi mai direbbe una cosa simile? Lo dice il Pūrvapakṣin: “In quel momento appare la creazione d’un indescrivibile argento (tat kāle samutpadyate anirvacanīya rajata utpatti)”. Quando si ha una conoscenza errata, insieme ad essa sorgerebbe, dunque, un oggetto errato in modo concomitante (athavā); concomitante significa immediatamente insieme ad essa, fianco a fianco, simultaneamente, o parallelamente. Satchidānandendra Svāmījī, conformemente al Vedānta di Śaṃkara, ammette l’esistenza d’una conoscenza sbagliata, ma non accetta che ci sia un corrispondente oggetto falso (mithyā padārtha). Mithyā è sempre e solo jñānam, mentre non può esistere alcun mithyā padārtha. Una cosa del genere non esiste, è solo una falsa creazione (mithyā prakriyā) della mente, una speculazione astratta (pakṣābhāsa) che, invece di spiegare, confonde ancora di più le cose. Non soltanto non esiste in nessun testo, né se ne trova traccia in Śaṃkara né in Satchidānandendra Svāmījī; non soltanto è contro ogni logica, ma non si trova nemmeno nell’anubhava di nessuno.

    Ma perché la conoscenza sbagliata dovrebbe sempre essere accompagnata da un oggetto sbagliato? Secondo l’opinione (pakṣa) del Pūrvapakṣin, senza falso oggetto, non può aver luogo la conoscenza errata. Noi vedāntin diciamo che il mithyā jñānam è un mithyā jñānam da solo, non ha bisogno di mithyā padārtha. C’è semplicemente solo il vero oggetto di conoscenza di cui si ha un mithyā jñānam. Per ritornare all’esempio del serpente e della corda, questo falso serpente che è creato nel momento in cui se ne ha la falsa conoscenza, per essere creato, richiede un materiale. Come viene creato? Chi lo ha creato? Chi ne è il produttore? Scopritelo: ci deve essere un produttore, ci deve essere una materia prima. Il pūrvapakṣin, per spiegare tutto ciò, come si comporta? Invece di comprendere l’errore che sta nel presupposto, egli continua e si inoltra sempre più nella propria speculazione teorica. Ora, una volta accettato che c’è un serpente falso che viene creato temporaneamente in quanto oggetto corrispondente alla falsa conoscenza, anche per un tal genere di creazione è necessario un materiale. Senza causa materiale (upādāna kāraṇa) la creazione temporanea di quello strano serpente, che sebbene percepito solo durante l’incomprensione e non all’esterno, non nel mondo, non può esserci; nulla può essere creato senza una causa materiale. Per il falso argento e per il falso serpente è necessaria una corrispondente falsa causa materiale. Questa deve essere una sostanza positivamente esistente (bhāvarūpam). Non può essere una semplice negazione, non è una semplice assenza, deve essere qualcosa di positivo. Per il Pūrvapakṣin, è falsa (mithyā), ma è, ciò nonostante, una sostanza positiva (bhāvarūpam). Lo si deve accettare. Vedete, egli sta logicamente postulando che dovete accettarlo. Deve esserci perché è logicamente necessario. È necessario per la logica. Non lo sta indicando al vostro anubhava. Prima presuppone che qualsiasi jñānam (anche quello sbagliato) richieda necessariamente un oggetto, e poi va avanti con la logica: quando si è in preda alla falsa conoscenza si produce istantaneamente un falso serpente temporaneo. Per questa produzione è necessaria una causa materiale. Questa falsa causa materiale è chiamata ignoranza (ajñānam). Tutto ciò è una pura astrazione teorica, una vuota speculazione, un viaggio mentale.

    Come conclusione di questo procedimento logico, l’ajñānam non è semplicemente comprensione erronea o assenza di comprensione, come da noi sostenuto: per il Pūrvapakṣin, ajñānam è una materia speciale e particolare, prodotta miracolosamente. È come se ajñānam fosse prodotto in cielo in un laboratorio che nessuno può visitare, se non chi ha un permesso speciale. Lì c’è la materia prima speciale che produce il falso serpente o il falso argento o qualsiasi altro falso oggetto. Il Pūrvapakṣin ammette che i falsi oggetti appaiono quando si è in preda alla falsa conoscenza, ma sostiene che questo ajñānam è una sostanza. Ma dove si trova questo ajñānam necessario a creare un falso serpente o un falso argento non appena si è sottoposti all’incomprensione? Vediamo: c’è una corda, o, come dicono tecnicamente, “la coscienza delimitata dalla corda” (rajju avacchinna caitanyam); su essa appare il serpente illusorio o falso e dunque è in quella coscienza limitata che giace la causa materiale che si trasforma in serpente. Allo stesso modo, in ogni oggetto c’è la coscienza limitata dall’oggetto (viṣaya avacchinna caitanyam), come la coscienza limitata della madreperla (śuktikā avacchinna caitanyam) ecc. Nessuna scuola di filosofia del mondo orientale né di quello occidentale ha mai sostenuto una teoria simile. È l’idea più unica che rara di certi advaitin che, con ragionamenti capziosi e una logica viziata, hanno trasformato il Vedānta in qualcosa di molto complicato, più affine alle correnti più sofistiche del tarka śāstra. Poiché la risposta del Siddhāntin sarà molto interessante per capire il vero Advaita, dovrete sopportare se mi dilungo a illustrare le follie del Pūrvapakṣin. Dunque, śuktikā avacchinna caitanyam, la coscienza delimitata dalla madreperla, in essa ristà l’avidyā sostanziale, questa ignoranza-radice (mūlāvidyā) che è ignoranza positiva (bhāva avidyā), la quale a sua volta produce il falso argento (mithyā rajatam) avente natura di oggetto.

    Si devono, perciò, stabilire tre punti di questo ragionamento: il primo è che ogni jñānam richiede un oggetto corrispondente; e se il jñānam è sbagliato necessariamente l’oggetto corrispondente deve essere un mithyā-oggetto. Quando abbiamo la falsa conoscenza del serpente, abbiamo bisogno di un falso oggetto-serpente. Il secondo punto è che il falso oggetto-serpente sorge immediatamente quando si ha la falsa conoscenza del serpente. Assieme alla falsa conoscenza nasce immediatamente e contemporaneamente un falso oggetto-serpente. Il terzo punto è che una volta accettato il sorgere di un falso oggetto-serpente, è necessario un materiale per produrlo; questo materiale è chiamato ignoranza (ajñānam). Una volta accettati i tre punti come postulati, il Pūrvapakṣin spiega qual è il processo che porta la falsa causa materiale a diventare un falso serpente. Come si produce? La spiegazione somiglia a un racconto che ascoltavo durante la mia infanzia: un mago fachiro musulmano aveva rapito la moglie di un Re. La Regina aveva un figlio che, cresciuto, andò in cerca della madre per liberarla e uccidere il mago. Ma la vita del mago era nascosta in un pappagallo che abitava in una grotta al di là dei sette oceani. Per uccidere il fachiro, il giovane principe doveva percorrere il lungo itinerario irto di difficoltà e di pericoli prima di trovare il pappagallo.

    Mūlāvidyā è così. Il mondo reale è qui, ma la mūlāvidyā è lì in qualche luogo misterioso, nascosta in un pappagallo: per arrivarci bisogna traversare sette oceani.

    Come fa questa ignoranza materiale, il bhāva rūpa ajñānam, a trasformarsi in serpente o in argento? A questo fine, ci viene illustrata una prakriyā, che qui significa processo di produzione del mithyā padārtha. Di fatto, gli stessi mūlāvidyāvādin ne sono i produttori: all’inizio hanno preparato una materia prima per poi produrre adhyāsa. Abbiamo detto che prakriyā significa processo, il che presuppone un krama, un ordine, una sequenza con cui è prodotto questo falso oggetto. La sequenza è così descritta: nella vostra mente c’è una modificazione (antaḥkaraṇa vṛtti) capace di viaggiare all’esterno. Quando guardate il mondo esterno, la coscienza che è nella vostra mente, arriva agli occhi, alla finestra degli occhi, attraverso i quali salta fuori e viaggia fino alla corda, lì dove la corda è stesa. Un vero feuilleton! Questa conoscenza, che si trova nell’antaḥkaraṇa come vṛtti esce dagli occhi e va a toccare la corda. Non solo la tocca, ma la pervade. Pervadendo la corda, ottiene la conoscenza della corda. Ma, come avviene davvero la percezione?

    Ogni corrente, come ogni pensatore, ha elaborato la sua teoria, che non convince gli altri. Continuano a spiegare teorie su teorie. I naiyāyika hanno una teoria, i sāṃkhya hanno una teoria, i mādhva hanno un’altra teoria, i mūlāvidyāvādin hanno questa loro teoria. Tutti hanno le loro teorie. Ma come avviene davvero il processo della percezione? Satchidānandendra Svāmījī, seguendo l’esempio di Śaṃkara non ha mai toccato questo argomento. L’Advaita dice che è impossibile da spiegare. Come non si può spiegare in qual modo si percepisce l’oggetto esterno nel sogno, così non si può nella veglia. Se si legge il Paramārtha Cintāmaṇi5, Svāmījī parla della percezione come di un processo che nessuno può spiegare, dato che è un problema mal impostato. Se ne discute solo dopo aver percepito, ma prima di percepire non si può dire come avviene la percezione. Si ha una percezione e questo è quanto. In ogni caso, quello che prima abbiamo esposto è spiegazione del Pūrvapakṣin e ne lasciamo a lui la responsabilità. Cerchiamo però di capire cosa vuol dire. Questo jñānam va a coprire la corda. Cosa succede allora? Sulla corda è posato un velo (āvaraṇa) di ajñānam che la copre. C’è un velo di ignoranza per la corda e per qualsiasi oggetto che si percepisca. È il burqa di questi strani advaitin. Il jñānam va a togliere quel burqa d’ignoranza e, allora, riesce a individuare la corda. Ora, la Coscienza in cosa è presente? La Coscienza è onnipresente (sarvavyāpaka); quindi, secondo il Pūrvapakṣin, la coscienza sta in tre luoghi: è nel conoscitore (pramāta), nell’oggetto conosciuto (prameya), cioè nella corda, e nella conoscenza-percezione (jñānam-pramā). Pertanto, questa Coscienza, che è il Sé supremo di natura cosciente (Paramātman Caitanyarūpa), quando è in me appare come pramāta. Quando la Coscienza è nella corda appare come prameya; ora si capisce meglio perché, come si è anticipato, la Coscienza sia, secondo questa teoria, limitata all’oggetto (rajju avacchinna caitanyam). In definitiva caitanyam come prameya, è in forma di corda, e l’altro caitanyam è in forma di persona vedente (manuśyanalli pramātṛ avacchinna caitanyam, prameya avacchinna caitanyam). Quando questi due caitanyam si uniscono, sorge la coscienza limitata all’atto di conoscere (pramā avacchinna caitanyam). Allora avviene la conoscenza-percezione. Ciò accade quotidianamente quando si vede. Non prendetela per siddhānta: questo è solo pūrvapakṣa. Ricapitolando questo fittizio processo di produzione e di percezione, è come se la modificazione dell’antaḥkaraṇa viaggiasse verso l’esterno attraverso gli occhi fino a pervadere la corda. Quando c’è l’āvaraṇa, l’ajñānam che ricopre la corda è distrutto da questa conoscenza. La conoscenza distrugge l’ignoranza che copre la corda; quel burqa che copre la corda si brucia e, allora, si vede la corda. Ma, a volte, cosa succede? Succede che l’ajñānam non si bruci e, allora, non si vedrà perfettamente la corda. Non si vede correttamente la corda quando la luce della mente attraversa gli occhi e viaggia lontano, sempre più lontano, per andare vicino, vicino, vicino, fino al punto più vicino alla corda, ma non riesce a coprire completamente la corda. Quando non riesce a coprire la corda, cosa succede? Si avvicina e basta. L’ajñānam, cioè la mūlāvidyā o l’ignoranza sostanziale che copre la corda invece di essere rimossa, rimane e si trasforma in un serpente. Quel rivestimento di avidyā che esiste nella coscienza circoscritta, limitata alla conchiglia di madreperla (śuktikā avacchinna caitanyam), o limitata alla corda (rajju avacchinna caitanyam), quell’ajñānam materiale che giace lì si trasforma in argento o in serpente. Questa nostra antaḥkaraṇa vṛtti, avrebbe dovuto percepire direttamente la corda o la conchiglia, ma purtroppo non è stata in grado di percepirle perché c’è una mūlāvidyā che si trasforma in serpente o in argento. Per questa ragione, invece di vedere la corda, si finisce per vedere il serpente; invece di vedere la conchiglia, si vede l’argento, l’argento in cui l’avidyā che copre la conchiglia si è trasformata. Tuttavia c’è anche un’altra cosa da tenere in considerazione. L’avidyā non solo giace sulla corda e copre la corda quando si trasforma in serpente, ma, allo stesso tempo, ancor prima che nell’ antaḥkaraṇa, c’è una mūlāvidyā nel mio Sākṣin (mūlāvidyā mithyā vastu pratibhāsa artham Sākṣi Caitanyastha avidyā). Mūlāvidyā si trova in due posti: nel Sākṣin e sulla corda. Quindi la stessa mūlāvidyā che risiede nel mio Sākṣin si trasforma in falsa conoscenza (mithyā jñānam) nel mio antaḥkaraṇa, mentre quella mūlāvidyā che giace sulla corda – che è rajju avacchinna caitanyam – si trasforma in un mithyā-serpente corrispondente al mio mithyā jñānam. Queste due cose accadono simultaneamente: la mithyā-conoscenza del serpente e l’oggetto-mithyā-serpente sorgono entrambi contemporaneamente. Che bel fumettone!

    Certi advaitin hanno creato tutto ciò. Se pensate che sia solo difficile da capire e che con un Guru di mūlāvidyā sareste in grado di comprendere questi ragionamenti, allora fate molti riti e accumulate molti meriti (puṇya). Prima o poi nascerete come brāhmaṇa e poi come saṃskṛta paṇḍita e, infine avrete un Guru di mūlāvidyā che vi insegnerà tutte queste belle cose. Non saprete mai dell’esistenza di Svāmī Satchidānandendra Mahārāja e del suo insegnamento, né delle spiegazioni di Prakāśānandendra Svāmījī. Guardate come hanno spiegato magnificamente l’adhyāsa, che noi non sappiamo spiegare.

    Dunque da mūlāvidyā nascono due cose. Una è il falso oggetto-serpente e l’altra la falsa conoscenza del serpente. Mūlāvidyā si trova in due parti. Una è sull’oggetto, l’altra è nell’antaḥkaraṇa e, in fondo all’antahkarana, nel Sākṣin, ed entrambe hanno una grande capacità di contatto. Hanno una connessione wireless. Pertanto, questa mūlāvidyā o tūlāvidyā producono simultaneamente la falsa conoscenza del serpente e il falso oggetto del serpente. Allora si è nell’equivoco, si è nell’adhyāsa.

    Anche su mithyā c’è una storia interessante da imparare. Che cos’è mithyā? Si chiama mithyā perché questo oggetto mithyā-serpente e la mithyā-conoscenza del serpente, non sono fedeli alla corda. La corda è davvero lì, ma voi la vedete in forma diversa dalla corda. Per questo si chiama mithyā. Si tratta, quindi, di mithyā padārtha e mithyā jñānam. Da una parte non potete dire che questi due siano non-esistenti, perché vedete il serpente. Quando si è in preda all’errore, li si vede; tuttavia, d’altra parte, non si può dire che siano reali perché, una volta riconosciuta la corda, vengono distrutti. Una volta che sorge il jñānam, una volta che si porta la luce, quel serpente viene distrutto. Ogni volta che si ha una falsa conoscenza nasce un nuovo serpente. Poi, una volta vista la corda, il serpente mithyā jñānam e il serpente mithyā padārtha vengono entrambi distrutti. Perciò il serpente non c’è, è asat. Quando è distrutto è asat; quando lo si percepisce è sat: quindi, non si può dire né che sia sat né che sia asat. Perciò è sadasadbhyam anirvacanīya: è indefinibile, inspiegabile, né esistente né inesistente. Non si può dire né che esiste né che non esiste. È a metà esistente e non esistente. È in parte esistente, in parte non esistente. Questo lo si definisce anirvacanīya. Se esistesse davvero, non scomparirebbe dopo il jñānam, non potrebbe essere distrutto. Se fosse inesistente, non lo si percepirebbe, e invece lo si sta percependo. Pertanto, questa mūlāvidyā e la sua trasformazione (pariṇāma) in serpente sono entrambi anirvacanīya. Mithyā jñānam e mithyā padārtha sono anirvacanīya. Pertanto, quell’avidyā o mūlāvidyā, si trasforma in serpente e si trasforma in conoscenza del serpente.

    Qual è la risposta degli advaitin? Il Siddhāntin risponderà che tutto questo è una speculazione, che è inesistente, che crea solo confusione. Semplicemente si fraintende. Durante il fraintendimento, si pensa che ci sia un oggetto. Il fraintendimento è come quello vedete in sogno; il sogno è solo un pensiero, ma mentre lo sperimentate sembra un oggetto. Non è così? Il sogno sembra un oggetto mentre lo si sta vivendo, ma una volta svegli, si capisce che è solo un pensiero e che non c’è alcun oggetto. Allo stesso modo, l’adhyāsa è solo qualcosa che ha la forma di un pensiero erroneo (mithyā pratyaya rūpa). Adhyāsa mithyā jñānam. Non c’è falso oggetto. Mithyā padārtha è totalmente inesistente, è pura immaginazione (kalpitam), inutilmente kalpitam. È una cosa confusa. Non esiste nell’esperienza di nessuno. Si tratta di un pur artificio per confondere le persone.

    Ora, come si corregge l’adhyāsa? Il nostro modo di capire sta semplicemente in due frasi: l’ignoranza è solo un pensiero sbagliato, un punto di vista sbagliato. La correzione consiste solo nell’assumere un punto di vista corretto. Non esiste alcun errore. Per loro adhyāsa è un processo, una produzione, un oggetto, un materiale che lo produce. Allora come fa la conoscenza a rimuoverlo? Il Siddhāntin risponderà che tutto questo non è necessario: troppa confusione, troppa speculazione che non è in linea con l’anubhava, che non è logica e che non si trova in nessun Bhāṣya. Ribattono che, anche se non si trova negli Śaṃkara Bhāṣya, la si trova presso i sotto commentari (vyākhyāna) dei post śaṃkariani. Ci fermiamo qui e di questo discuteremo nei prossimi upadeśa.

    1. Pūrvapakṣin è colui che solleva una obiezione (pūrvapakṣa, lett. prima osservazione) divergente dalla dottrina dell’Advaita Vedānta, spesso tradotto con “oppositore del Vedānta”; nel caso esposto da Svāmījī, come si vedrà, non si tratta propriamente di un oppositore o di un rivale, quanto piuttosto di un vedāntin che esprime un punto di vista errato (nel caso specifico l’Autore si riferisce a quei post śaṃkariani che hanno inventato la dottrina della mūlāvidyā). Siddhāntin è colui che risponde al Pūrvapakṣin, esponendo la corretta dottrina (siddhānta) vedāntica [N.d.C.].[↩]
    2. Si deve precisare che il Brahman-Ātman non è mai oggettivabile. Solamente a scopo di insegnamento nella fase metodica dell’adhyāropa può essere consentito di indicare al principiante advaitin l’Assoluto quale oggetto da conoscere. È esclusivamente in questo senso e al fine di confutare gli errori dei mūlāvidyāvādin che qui l’Autore si è permesso d’usarlo [N.d.C.].[↩]
    3. Oggetto descrivibile a parole [N.d.C.].[↩]
    4. Sia detto qui per inciso, per sottrarre ulteriori incomprensioni il termine “manifestazione”, in contesto vedantico, va inteso come “apparenza”, e a sua volta l’apparenza in questione non va ontologizzata quasi fosse un genere particolare di creazione – una sorta di creazione mithyā – bensì è solo conoscenza erronea: appare significa che è “presa per” qualcos’altro che non è [N.d.C.].[↩]
    5. Śrī Svāmī Satchidānandendra Sarasvatī, Paramārtha Cintāmaṇi, Holenarasipura, Adhyātma Prakāśa Kāryālaya, 1966.[↩]

    🇬🇧 1. Extracts from the Commentary on the Adhyāsa Bhāṣya Sugama

      Svāmī Prakāśānandendra Sarasvatī Mahārāja

      1. Extracts from the Commentary on the Adhyāsa Bhāṣya Sugama

      I hope those of you who understand English must be listening to Prabhuddānanda Swamiji’s talks. His talks are excellent. He is very listening to him is Nididhyasana. Directly he touches and once you listen to his talks you can never listen to anybody’s talks including mine. Mine talks are nothing compared to him. His just one sentence is more than Vedanta. Each sentence is amazingly great because his Manana, his Anubhava Drishti is excellent. So, everybody, those who really want Vedanta and Vedanta Anubhava as you hear, you must hear Prabhuddananda. Luckily, he is giving live talks. If you listen to any one book, one book is enough. That’s all. All other books come into that. One book if you listen to him, maybe few months, three or six months. Now it looks that he is going to give. And you listen to him, they are excellent talks.

      Let us proceed. This in the second chapter: what is Adhyasa? Adhyasa lakshana bhashyam. We discussed that. Now, at the end Swamiji takes up a Purvapakshi. This Purvapakshi is among the Advaitins only: somebody who explains Adhyasa differently. Now Ekiyavarnanam Adhyasasya. Twelfth Khanda, Swamiji says. So, Tatra Atra Kechid Varnayanti. Some people explain this Adhyasa differently like this. Jnanasya Vishaya Paksha Patitvat. See they start like this. Any Jnana, a knowledge, knowledge means a thought. Knowledge means a thought, a conception, a notion let us say. A notion, an idea. Any idea, a notion of the mind, a vrtti, a mano vrtti requires an external object. So, Jnanasya Vishaya Paksha Patitvat. So, the Jnana, Jnana Vishaya Paksha Pati. Vishaya Paksha Pati means Jnana necessarily requires an object. This is their thinking. Jnanasya Vishaya Paksha Patitvat that means whenever you have a thought, there should be a corresponding object to that thought. Without an object no thought can take place. This is their view. The Purvapaksha itself will take one to two classes. Then another two to three classes Siddhanti explains.

      Siddhanti refutes how this idea is wrong. But if the Purvapaksha goes so long, people get confused. So, I feel personally as we are touching the Purvapaksha, each idea at the beginning stage alone we will try to show the contrast with Siddhanta. We tell the Siddhanta right here alone. We don’t wait until all the Purvapaksha is completed then Siddhanti answers. We don’t wait until the complete Purvapaksha is over because people get confused. People may think that Purvapaksha itself is Vedanta. Therefore, just at each stage alone we immediately contrast with Siddhanta. Therefore, Jnanasya visaya paksha patitvat. Purvapaksha here means a different view among the Advaitins which is partly true, which comes closer to Advaita but in certain minute point it falls short of perfection. Therefore, we call them Purvapaksha within Advaita. And this helps us to see the subtle difference, very very minute subtle difference you will be able to see.

      Now they say Jnanasya visaya paksha patitvat. This first sentence is difficult. Jnanam in Sanskrit, the word Jnanam is a common word. It can mean any misunderstanding, it can mean right understanding, it can mean doubt. So, Jnanam is a very general term. Whereas in English, knowledge means only correct knowledge, a knowledge true to the object. So, the error is one and the knowledge is different. But in Sanskrit, knowledge is a mithya-jnanam, samyag-jnanam, samshaya-jnanam: see how we use the word jnanam common to all these three. Misunderstanding also is a kind of knowledge, doubt also is a kind of knowledge and a correct knowledge also, true to the fact also is a kind of knowledge. So, the Jnanam is a common word for all these things. Therefore, keeping this Sanskrit word in view, he is asking. We are discussing in Sanskrit and the people who are discussing are only Indians.

      So, Jnanasya visaya paksha patitvat, any jnana requires always an object. This itself is a controversial. So, just a little we say Vedanta and again, essentially it is a purvapaksha talking, but in between we make a small comment on behalf of siddhanti. So, that it becomes clear, you don’t get confused. So, two things are there. One is wrong knowledge, another is a right knowledge. Right means correct knowledge, true to the fact. So, when there is a correct knowledge, samyag-jnanam, samyag-jnanam is always true to a fact. Samyag-jnanam is true to the fact, but when you have a misunderstanding, when you have a doubt or a misunderstanding, misunderstanding doesn’t require an object, because the very misunderstanding itself means understanding a fact differently. The different is only an understanding, the reality is one. Like, take the example of rope. Rope is a real object and when you misunderstand it, when you understand it for a snake, when you mistake for a snake, what happens? The snake without being there, you think that it is a snake. The snake is not really there. So, under misunderstanding, when you have a misunderstanding there, there is no corresponding object to your misunderstanding. The corresponding object is rope, but not the snake. Your understanding is snake. So, corresponding to the snake, what is there is only rope, you don’t have a snake there. This is the Vedantin.

      Therefore, this purvapaksha is among the Vedantins, Advaitins purvapaksha. Therefore, this discussion is between Advaitins alone. Non-Advaitins are totally outside us, at least in this particular discussion. So, all non-Advaitins are outside. So, this discussion is among the Advaitins alone. When you have a knowledge of rope, corresponding to the rope-knowledge, there is a rope-object. But when you mistake it for a snake, corresponding to the snake-knowledge – snake-knowledge means wrong knowledg, it is a misunderstanding -, corresponding to a misunderstanding of snake or a wrong knowledge of snake, there is no snake. Because the knowledge, the snake-knowledge, that is a misunderstanding, has no corresponding snake-object, but it is that the snake-knowledge is about the rope. Rope is the fact. About the rope you have a snake-knowledge. Similarly, here, now immediately we apply to Vedanta, directly Atma. We have a Brahman here. We have the Brahman here. Regarding the Brahman you have a Jagat-knowledge, knowledge of Jagat. So, we have a knowledge of the Jagat doesn’t mean there is a Jagat and you have a knowledge about it, there are two things, etc., not like that. Knowledge in the form of Jagat. Jagat is only a form of knowledge, not in the form of object. Jagat-knowledge or the knowledge in the form of the Jagat is only a knowledge without the corresponding object-Jagat, because the corresponding is only Brahman, that is the truth, like rope. Truth is Brahman, when you try to understand the Brahman, unable to understand due to some problem, you misunderstand it. The form of misunderstanding is Jagat. Jagat is not an object, object-Jagat, it is the form of misunderstanding about Brahman. Jagat is only a misunderstanding, a form of misunderstanding about the fact which is Brahman. So, Brahman is the fact and you have an understanding about Brahman, a wrong understanding about Brahman, that is in the form of Jagat. So, the form of the Jagat is a misunderstanding about Brahman. So, a misunderstanding doesn’t have corresponding object. Corresponding object is Satyam, not Mithya.

      This is a Siddhanti. Now coming to the Purapaksha. Purapaksha starts, he has got a wrong understanding that Jnanasya Vishaya Paksha Patitvat. Every Jnana requires, Vishaya Paksha Pati means Jnana requires a corresponding object. That means if you have a misunderstanding, he says, there is a corresponding mis-object. I think you can’t use such a word in English. Mithya, in Sanskrit we can put it: corresponding to the mithya-jnanam, there is a mithya-vastu. We have never heard what is this mithya-vastu. Have you ever seen a mithya-snake? Mithya is only a misunderstanding. The form of misunderstanding is a snake. There is no mithya-snake as a padartha. Mithya-snake as a padartha doesn’t exist. But he says, corresponding to the mithyajnanam of the snake, a mithya padartha is required. This is, among the Vidya Advaitins alone, there are some people make like this.

      Jnanasya Vishaya Paksha Pati Pvat, Arjatasya Chata Rajatavad Avabhasane, Suktiralambanam Rajatam Avabhasate Iti Vaiyaparitya Pate Arjatasya Rajatavad Avabhasane. So, since an object is indispensable, a corresponding object is indispensable for a knowledge, it cannot exist without its object. Andhra Aajnana Ki Adhanaguna Vagi Vishaya Iruveko. If a non-silver such as sea-shell appears to be silver, then it is only a contradiction that the object is sea-shell and its knowledge is silver. Isn’t it? It is a Vaiparitya, this is called a mistake. A rajata, a non-silver like sea-shell, Rajatavad Avabhasane, a sea-shell appears as silver. Appears means you take it. You take it as silver, you understand it as silver. What the sea-shell? When you understand sea-shell as a silver, Rajatavad Avabhasane, Shukthiralambanam Rajatam. It’s a very strange thing. Alambanam Shukthi and Rajatam to Avabhasate. Alambanam means the object is sea-shell but its understanding is silver. It is a Vaiparityam. It is a contradiction, isn’t it? Object is sea-shell and understanding is a silver. Now apply to the Brahman. Object is Brahman but its understanding is Jagat. So, I understand Brahman as Jagat. It means that Jagat is only a form of understanding, a form of knowledge, not a form of object. It is a form of knowledge about Brahman which is the reality. Brahman is the real object and the form of understanding you have is a Jagat. Now isn’t it contradiction? Contradiction means opposite. Opposite means it is a wrong understanding. The form of understanding about Brahman is Jagat. The real object, what really is lying there, is Brahman. What really exists is Brahman, that is a pure consciousness, Advaitiam Chaitanyam, but what I take it to be is the subject and object duality, i.e. that I am a knower and I am knowing the world, that I am an individual surrounded by the world, connected to the world. I am an individual and connected to the world: this is the form of understanding of Jagat. Form of understanding not about the Jagat: it is an understanding in the form of Jagat, not about the Jagat, because it is about Brahman alone. About Brahman, the form of understanding is Jagat. Now, the form of understanding is generally supposed to be according to the object. The silver, if an understanding of silver, the knowledge of silver is supposed to be according to the object. But here we have a knowledge of silver, knowledge in the form of silver, regarding an object which is not silver. Similarly, we have a knowledge in the form of the Jagat – Jagat means subject, object, all this. The whole avastha, the whole accharavastha is a form of knowledge regarding whom? Regarding Brahman who is Sushupti svarupam, who is free from subject-object duality, who is directly the consciousness.

      This topic is a little very tough topic, you have to patiently listen, because the subject is like that we have selected such a book and the book language looks very simple but the idea is very tough. Tough in the sense once you get it, you get it. It is easy. But you have to have a concentrated listening. Arachatasya cha rajatava dhava bhasane shuktir alambanam. When a non-rajata seashell appears as silver, the contradiction is here. One is the object is a sea-shell and its understanding is silver. There is, what you say, discrepancy. Vaiparitya patte hai. Here is a discrepancy. Thing is one, its knowledge, the knowledge about it, is different. It is vaiparitya patte hai, there is a discrepancy. Mithyaiva rajatama bhaviti vivaharanasarena. Mithya rajatam laukika paramartha rajata vilakshanam abhinavameva. Rajata jnanalambanam tatkaale samutpadyate iti kalpaniyam. Since there is a discrepancy, to solve this discrepancy, what should you do? See, he calls it a discrepancy. He calls it a problem. See, the purvapaksha is telling. The thing is seashell and knowledge about the seashell is silver. How can there be a knowledge of silver regarding a thing which is non-silver? Why? In every misunderstanding this is what happens, you may say. You may say this is what happens. In any misunderstanding thing is one, its understanding is different. This is what misunderstanding is, you may say. He replies no. Purvapaksha says, advaita purvapaksha. Every knowledge must have a corresponding object. Hey, we have never heard it. Yes, we are telling you. You listen to us. This is our siddhanta: every knowledge requires a corresponding object. But it is a misunderstanding, you may say. Yes, if it is a wrong understanding, there must be a wrong-object corresponding to it. For wrong knowledge, there must be a wrong object corresponding to it.

      It is something like when you speak the truth, there must be a true object, true event. But if you are telling lie, there must be a lie object, that means a false object. This is what they are talking. It is surprising. This is what purvapaksha says. So, when you speak truth, for your true statement, for your statement, there is a corresponding object. When I say this is a pen, it is a true statement. So, the statement has a corresponding object. Now, when I say this is a book, what do I say? So, for that lie, you require a corresponding wrong-object. Do you have a wrong-object? For wrong knowledge, for a wrong statement, do you have a wrong object? This is a very strange philosophy. Among certain advaitins, they create it. Swamiji attacks that. Attacks means criticizes this point. This is the mistake, they make it.

      So here he says, there is a discrepancy. The form of knowledge is one, the object is a seashell, the form of knowledge is silver. There is no rapport, there is no correspondence. Therefore, what happens? To solve this problem, he says it is a problem. Why problem? Because he made a rule for himself. Every knowledge, whether good or bad or right or wrong, every knowledge requires a corresponding object. Without object, no knowledge can rise at all. But if it is a wrong knowledge, yes, there must be a wrong object. This is the premise he starts with. Premise means sammuladhara. This is the premise he starts with.

      Jnanasya visaya paksha patitvata. That’s why I told. He starts with that way. And this is what Vedanta siddhanta, Satchidananda Swamiji or Shankara don’t accept it. Rajatavada avabhasane, shuktir alambanam rajatam tu avabhasate iti vaiparityapate. This is a discrepancy or a contradiction. To solve this contradictory problem, what should we do? Mithyaiva rajatam abhaat. You say: I saw a false rajatam, false silver. I saw a falsely silver. When you say: oh my god, I misunderstood. I saw a silver wrongly. I saw a silver falsely. So according to your statement, he says, the purvapaksha says, you must accept mithya-rajatam. You must accept a presence of a silver. What silver? For my misunderstanding, there is a wrong-silver, wrong-object silver. In English it is difficult. If you say in Sanskrit, it becomes easy. Because they say, mithya-padartha and mithya-jnanam. It becomes easy if you use Sanskrit words. Shall I continue in Sanskrit words? Mithya jnanam requires mithya padartha. Mithya jnanam requires a corresponding mithya padartha. Instead of struggling hard through English, go by Sanskrit, it becomes easiest. Vedanta becomes easiest through Sanskrit. So mithya-rajatam: for the mithya jnanam, corresponding mithya padartha is required. How is that? laukika paramartha rajata vilakshanam. This silver, this mithya-silver is unlike, different from the real silver in the world, real worldly silver. Unlike the real worldly silver, the worldly silver is different from this silver under misunderstanding.

      Now they created another silver. Where is it? Nobody knows. But now they say we must accept it. So mithya rajatam laukika paramartha rajata vilakshanam. It is different from the worldly silver which we commonly see, we all see. But under the illusion, under the mistake, during bhrama, during bhrama of silver, when you mistake it for silver, when you have a mithya jnanam, mithya-silver- jnanam, there is a say, a mithya-padartha-silver, a mithya-rajatam is present, mithya-padartha-rajatam. Vilakshanam it is. Unlike this worldly silver, abhinavam eva rajata jnanalambanam. Abhinavam means it is something new. Abhinavam means which never existed before, it is a totally new. A modern is created. Avalambanam tat kaale samutpadyate iti kalpaniyam. I change the example, I think it becomes easy for you to understand. When I mistake the rope for a snake, during my understanding, during that bhrama, when I take it to be snake, they say, corresponding to my knowledge of snake, there is an object snake. This object-snake is a mithya-snake. For according to mithya-snake-jnanam, there is a mithya-sarpa-padartha. What is this mithya-sarpa? Yes, there is a mithya sarpa padartha, it is different from the real sarpa, real snake, the worldly snake. It is different from real snake. Then where is it? He says, it is newly created during your mistake. This mithya-sarpa is newly created just during your misunderstanding. Similarly silver also, during your wrong perception, during your misunderstanding of seashell into silver, according to mithya rajata jnanam, there is a mithya rajata padartha corresponding to it. And he says, we have never seen it, but when you are misunderstanding, during the misunderstanding alone it is present. It is freshly created. As you misunderstand, immediately a new snake is born with you. When you misunderstand, suppose you misunderstand one person to be another person, during that misunderstanding another person gets created right then. Who said it? This is what they say. Purvapakshi says it.

      Tat kaale samutpadyate anirvachaniya rajato tpatti. Those who have heard Vedanta already know it. This is the term they use it. Anirvachaniya rajato ‘tpatti. That will come later. Go to the next point. Naca upadanam vinakinchit samutpattumalam. Now two points we learnt. One is every knowledge requires corresponding object. Even if it is a misunderstanding, you require a wrong object. For wrong knowledge you require a corresponding wrong object. One. Now that when you have a wrong knowledge, as the wrong knowledge arises along with it concurrently, athava concomitantly, concurrent means immediately along with it, side by side, simultaneously, or parallelly, whatever you say, as the knowledge, wrong knowledge arises there is a wrong object simultaneously gets born. Vedanta says, Shankara and Satchidanand Swamiji, there is a wrong knowledge: there is no corresponding wrong object, there is no mithya-padartha. Mithya is always jnanam. There cannot be mithya padartha. Remember, mithya padartha, such a thing never exists. It is only a false, false prakriya. It is only speculation. It confuses more. Such a thing never exists. Mithya jnanam is a mithya jnanam, there is no mithya padartha. This is a pure speculation of some of the Vedantins. Neither Shankara says, Satchidanand Swamiji says, nor anybody’s anubhava says. In anubhava, nobody finds it in anubhava.

      They say, for a wrong knowledge, there is a concurrent wrong object. And where is that? He says, it is newly born. As you have a wrong understanding, instantly it is born along with it. These two points are. Then the third point comes. Once you accept that there is a wrong object along with wrong knowledge, why? Because wrong knowledge always has to be with wrong-object: without wrong object, wrong knowledge cannot take place. See, mithya padartha villad iddare mithya jnanahuttalla. Without mithya padartha, mithya jnanam cannot take place; that is their paksha. But we say, mithya jnanam is a mithya jnanam alone, it doesn’t need mithya padartha. There is only real padartha and there is a mithya jnanam about it. That’s all it means simply, straight. This is Swamiji and Shankara and we say. They say, purvapaksha says, that there is a mithya padartha. Once you accept that there is a tentatively snake is born, a false snake tentatively and newly born, freshly created. The false snake tentatively created, instantly as you misunderstand, along with misunderstanding a snake is created, along with your misunderstanding-snake, instantly newly created and this snake is different from the normal worldly snake. There is one more thing. See, it is different from the normal worldly snake.

      Now, this snake once it is created, then it requires a material. How is it created? Who created it? Which manufacturer? Find out. There must be a company to create it. There must be a manufacturer. There must be a raw material. Now everything you have to explain. Ah, how do they go? See the purvapaksha, how he goes. Now once you accept that there is a tentatively false snake that is created, according to, corresponding to false knowledge, then once the false snake jumps up as you misunderstand, freshly, temporarily, tentatively created, for that tentative creation you require a material. Nacha upadanam vinakinchit samudpattumalam. Without upadana, a material, that tentative creation of a special snake, only perceived during misunderstanding, cannot rise. It is perceived only during misunderstanding, not outside, not in the worldly sense. It is not a worldly snake. Only that during misunderstanding alone you see that vinakinchit samudpattumalam. Therefore, no snake, nothing can be created without a material cause. There must be material. Ato mithya rajato ‘padana bhutam. For this false silver, for this false snake, I require a false material cause. That is called bhavarupam, something positive substance. It is not a simple negation, it is not a simple absence. It is not simple absence, something positive. Something bhavarupam, kincin mithya bhutameva. It is bhavarupam, it is positive substance, yet it is mithya. It is a mithya, but bhavarupam. It is a false, but it is a positive substance. Bhavarupam itcha. Angi karyam, you must accept it. See, he is logically positing you must accept it. It must be there. Why? It is necessitated logically. It is necessitated by the logic. He is not showing where it is in your anubhava. He is not showing in your anubhava. He says it is necessitated by your argument. You have taken a stand and your stand necessitates assumption of something. First you assume something and that assumption logically necessitates assumption of another. So, this is how they go on. Tadeva ajnana mithya uchyate asma. Accept that material cause, a false material cause for the production of a false snake, tentative produced, instantly produced. When you are under misunderstanding, a false snake is instantly, temporarily produced. For that instant, temporary production you need a material cause. Tadeva ajnana mithya uchyate. That false material cause is called ajnanam.

      Now, the ajnanam is not a simple misunderstanding or not-knowing, according to them. We say ajnanam means a simple misunderstanding or just not-knowing. They say ajnanam is not that: it is something special material, a fine special material, manufactured specially in the sky. There is a laboratory in the sky which nobody can go. And they won’t be available to anybody. Only if you have a special permission you can go there. You will see in the sky there is a laboratory. It has got a special raw material available. The special raw material which produces the false snake or false silver or anything false, any false object that is called ajnanam. Oh my God! We have never heard ajnanam is like this. Yes, ajnanam is a substance. Tadeva ajnanam ithyachyate asmabhihi. We call this as an ajnanam. Purvapakshi says this is ajnanam. Taccha ajnanam shukti rajata pratibhasastale shuktyavacchanna chaitanya ashritam.

      Now next point is: where is this ajnanam? Okay, you have speculated it. But where is this ajnanam? He says that material, a false material is required to be able to create a false snake or false silver, immediately when you are under misunderstanding. So that false material cause is called ajnanam by them. Nobody accepts: no school of philosophy in eastern and western world, nobody accepts. This is a specially, some section of Advaitins created it. Now where does it exist? There is a rope. Rope ken helthare rajju. Rajju in Sanskrit. Rope avachchinna chaitanyam, the consciousness which is circumscribed by the rope, in that consciousness this material cause remains, and that transforms into snake. Similarly, in every object there is object consciousness, like the shuktika-chaitanyam, shuktikavacchina chaitanyam. You may say, oh it is very difficult, but all Vedanta is like this alone. They made it into highly complicated thing, very difficult to understand. Therefore, Swamiji says Vedanta has entered into the school of tarka. In fact, between (their) Vedanta and tarka there is no difference: they made Vedanta into a dialectical, into another tarka shastra. Therefore, I am going slowly, otherwise you may get confused, because this is how the topic it is. Once you come to Siddhanta, it becomes very interesting. So, you have to bear with it, this purapakshya. Shuktikavacchina chaitanyam: there is a consciousness which is limited by the seashell. And in that seashell-consciousness this moolavidya, this bhavavidya, this material avidya remains there, and that produces this mithya-rajatam. Mithya-rajatam-padartha, mithya silver it produces. Taccha jnanam shukti rajata pasi pratibhasastale shuktyavacchina chaitanya ashritam. Iyam hi pratyaksha prakriya sankshaya patah.

      Now we have established three points. One is every jnanam requires corresponding object. And for the mithya jnanam you require a mithya object. When we are seeing a mithya snake we require a mithya knowledge snake. See, when we have a false knowledge of snake we require a false object snake. False snake knowledge you require a false snake object. Now where is it? The false snake object rises instantly as you get false snake knowledge. Instantly there is a false snake object, simultaneously along with it it is born. Now second point this is. Now, third point is that once you accept the rising of a false snake object, you require a material to produce it; that material is called ajnanam. This is the third point. Once you accept the three points, now they tell you what is the process that the false material cause produces into a false snake. How does it produce?

      This looks like very interesting story. Mayalapakkiru pranamu. Ramachilkala unnadi in telugu there was a story we used to hear in our childhood. There was a mayalapakkiru, a magician pakir. A muslim fakir was there. That fellow had a magic. And he would kidnap Balanagamma. He would kidnap the heroin, the queen, the princess of the king. There were seven princess, seven rajakumaras and that rajakumari he turns her into a dog and kidnaps her. And that fellow had a power. And then that princess, the mother who was kidnapped has a small boy. That boy comes to know that this fellow has kidnapped his mother. He grows up and he finds out his life. Where is his life? You know that? That mayalapakkiru, the magician fakir had his life in a parrot. His life is in a parrot. The parrot lives in a tree. And the tree is a banyan tree. And that tree lives in far away after seven oceans. When you cross the seven sea, Saptasamudras, seven samudras, there is a tree, in the cave of the tree this parrot lives there. His life is in that parrot. Mulavidya is like this alone. Mayalapakkiru pranamu Ramachalukalo vunnadi. In telugu we say. Therefore, this mulavidya is like this alone. Jagat is here but mulavidya is somewhere there sitting in the parrot. And that parrot is in seven samudras across. Across seven samudras.

      Now, how does this material ajnanam, the bhavarupa ajnanam, substantial ajnanam transforms into snake, transforms into silver? Now he gives us a prakriya. Prakriya means a process of production of mithya-padartha. How does the mithya-padartha get produced? What process? The manufacturer should know the manufacturing company. These mulavidyavadins are manufacturing company. They made a raw material and produced adhyasa. I already told you: this is called adhyasa, they make a manufacturing of adhyasa. Now pratyaksha prakriya sankshepata. What is the process of production? Prakriya means process. Process means a procedure, a krama, that is, in what order, in what sequence this false padartha gets produced. Now, antah karana vritti visayate shangatva visayakaram bhajate.

      Listen now. Antahkarana vritti: there is a vritti in your mind and it travels outside. Have you ever seen? When you are looking like this through your eyes, your knowledge, your consciousness which is sitting in your eyes goes out of the window of your eyes. This is a very good story. I think it’s a very good kadambari. Mulavidyavadins create a very good kadambari. I think you can produce a film on it. Advaita film. Mulavidya film. Anyway, I am telling you mulavidya harikatha only. You listen to this mulavidya harikatha. Therefore, the consciousness is in your mind and that mind-thought comes to the eyes, gate of the eyes; through the eyes it jumps out of your eyes and travels until the rope, where the rope is lying there. Goes and touches the rope, okay? Be careful. It may touch you. Be careful and sit by the distance and watch what is happening. Therefore, antah karana vritti visayate shangatva visayakaram bhajate. It is there in the Sanskrit ghrantas. Swamiji is not imagining it. It is there in their books. If you study, if you are a Sanskrit scholar, you will study only these harikathas. Gatva visayakaram bhajate. It goes there and visayakara, it assumes the object of a rope. Then what happens? Tadanu tat sa chidabhasena visayavaranam apakriyate. This knowledge, which is in your antahkarana as a vritti, goes out of the eyes and travels to the object where it is lying there. Suppose the rope is lying there, it goes and touches the rope. Not only touches it, it pervades the rope. As it pervades the rope, you get the knowledge of a rope.

      This is the process of perception. How does perception take place? Philosophers are struggling hard to explain how does perception, pratyaksha jnanamu hege untaaguttadhe. Pratyaksha jnanamu yala kalugutundi? Idakki process enu? People have been struggling hard to explain. People have come up with their own theories but nobody is convinced about it, nobody is convinced of all these theories. They keep on explaining theories after theories. Nayayikas have got one theory, sankhyas have got one theory, probably madhvas have another theory, among the Advaitins, mulavidyavadins have another theory. All of them have their own theories. How does the process of perception take place?

      Regarding Shankara and Satchitanand Swamiji never touch that. They say it is impossible to explain. Like in dream, how do you come to know the external object? You read Paramartha Chintamani1, Swamiji discusses there, perception as a process nobody can understand. Because it is a contradiction. Only after perceiving you talk of it. But before perceiving you can’t tell how does the perception take place. You have a perception, this is what you can say. But anyway, it is their explanation, we leave it to them. And let us try to understand whatever they say. Tatsthitachidabhasena vishajavaranam apakriyate. So, this Jnanam goes and covers the rope. Then what happens? On the rope there is an avarana. Avarana means there is a veil. There is a veil covering up. There is a veil of ajnana which covers up. There is a burka of rope. For every object there is a burka. This is advaitins burka. There is a burka which covers every object. And this Jnanam goes and removes that burka and comes to spot the rope.

      Vishayadestbastya chaitanyasya pramatru chaitanyasya ca abhedat vishaya pratyakeata samupajayate. Now the consciousness is present where? Where is the consciousness? Consciousness is all pervasive. Sarvavyapaka consciousness is in three places. Now there is a pramata. Pramata is the knower. Prameya is the rope. Prama is the Jnanam. Therefore, this consciousness which is chaitanyarupa paramatma, when he is in me, that consciousness is appearing as a pramata. When the consciousness is appearing as a rope – because the consciousness is, what you call it, rajju-avacchina-chaitanyam – one is the rajju avacchina chaitanyam, chaitanyam in the form of rope, as the basis of rope; the other is chaitanyam as the form of the seer, that is the person. Manushyanalli pramatr-avacchina-chaitanyam, prameya-avacchina-chaitanyam. When these two chaitanyam come together, there is a prama-avacchina-chaitanyam that is born, then the knowledge takes place. This is what is happening every day when you are seeing. This is their explanation. Don’t take it as siddhanta. This is purvapaksha. There is as pratyaksa jnanam takes place.

      Here, when the knowledge in your antahkarana travels outside through your eyes, goes and pervades the rope. So, when there is avarana, the ajnanam which covers the rope gets destroyed: this knowledge goes and burns it out. What? The ajnanam which is covering the rope, the burka which covers the rope, gets burnt out and then you come to see the rope. Sometimes what happens? That ajnanam doesn’t get burned, then you won’t see the rope perfectly. When you don’t see the rope correctly, when the light in your mind travels through your eyes and goes near, near, near, further, further, to the nearest point of the rope, but it fails to cover the rope completely, when it fails to cover the rope, what happens? Just it goes near it. At that time what happens? The ajnanam, that is mulavidya or positive avidya which is covering the rope, instead of being removed it still remains and transforms into a snake. That avidya covering which is existing in the shuktika-avacchina-caitanyam, in the consciousness circumscribed, limited to the seashell or limited to the rope, there that ajnanam, material ajnanam lying there, transforms into snake. Rajata-rupena-parinamate, it transforms into silver or the snake and sits there. This vritti, our antahkarana vritti, should have directly perceived the rope or should have perceived the seashell, but unfortunately it is unable to perceive the seashell or unable to perceive the rope directly, because there is a mulavidya and that mulavidya transforms into a snake; you end up seeing the snake. Instead of seeing the rope, you end up seeing the snake. Instead of seeing the seashell, you start seeing the silver, the silver which is transformed by the avidya which is covering up the seashell.

      This is one more thing. The avidya which is lying on the rope, which is covering the rope, when it transforms into snake, at the same time, mithya-vastu-pratibhasa-artham sakshi-caitanyastha-avidya. I have an antahkarana; before antahkarana, in my sakshi there is a mulavidya. Mulavidya two places: it is in sakshi and it is on rope. The same mulavidya is on rope and also it is in sakshi. So, the same mulavidya which is lying in my sakshi transforms into mithyajnanam in my antahkarana. It transforms into mithyajnanam, false knowledge, in my antahkarana, and that mulavidya which is lying on the rope transforms into a mithya-snake corrisponding to the mithyajnanam. Therefore, these two things happen simultaneously. There the mithya-snake is born, here in the mind a mithya-understanding is born: mithya-snake-knowledge and mithya-snake-object, both of them simultaneously arise. What a beautiful kadambari.

      Advaitins have created beautiful kadambari. You may feel it is difficult to understand. Then you do lot of punya…You will get a mulavidya guru and then you will be able to understand. You do lot of punya. Mundina janma you will be born as a brahmana and as a samskrita panditam, and then you will get a mulavidya guru and you will never come here to listen Svamiji’upadesha. You will never know that Satchitanand Swamiji exists. Then you will learn, he will teach you all these things. You won’t get it from Satchitanand Swamiji, this kind of thinghs you won’t get it. There you will get it. You have to do lot of punya to be able to understand this, otherwise no moksha. You won’t get moksha, you have to learn all these things. They say all these things. Now, that avidya which is covering the rope transforms into a false snake object. Similarly, mulavidya which is in your sakshi, transforms into a false knowledge of snake. False-snake-knowledge, false-snake-object: both of them simultaneously rise and they get connected to each other; then alone you will see the snake. This is how the bhrama takes place, adhyasa takes place. See how beautifully they have explained adhyasa which Satchitanand Swamiji cannot explain, and Prakashanand Swamiji out of question he cannot.

      Now the two things are born. One is the false-snake, false snake object, and false snake knowledge. False snake object and false snake knowledge both are born out of mulavidya. Mulavidya is in two sides. One is on the object, another is in your antahkarana, bottom of antahkarana, in the sakshi. It is in your sakshi, it is there on the object, both of them have got a very knack of contacting. They have got a wireless connection. Therefore, this mulavidya, tula-avidya, mulavidya, anyway, both of them simultaneously produce. So, these two, false snake knowledge and false snake object, simultaneously arise. Then you are in the misunderstanding, you are in adhyasa. This is called avidya and it is called mithya.

      But, why do you call mithya? Mithya also there is an interesting story you have to learn. What is mithya? It is called mithya because this mithya snake, mithya snake object and mithya snake knowledge, both of them are not true to the rope. The rope is really lying there. You are seeing different from rope. Therefore, it is called mithya. So, therefore, it is mithya padartha and mithya jnanam. See, this mithya snake, mithya padartha snake and mithya jnanam snake, these two you cannot say they don’t exist because you are seeing them. When you are under misunderstanding, you see them and you can’t say at the same time they are real because once you know the rope, they get destroyed. Once the jnanam arises, once you bring the light, that snake gets destroyed. You don’t know that. Whenever you have a misunderstanding, a new snake arises. Each time you misunderstand, each time new snake arises. And then, once you see the rope, that mithya jnanam snake and mithya padartha snake, both of them get destroyed. Therefore, it is not there, asat. When it is destroyed, it is asat; when you are perceiving it is sat: therefore, you can say neither it is sat nor asat. Therefore, it is sadasadbhyam anirvacaniyam: it is indefinable, inexplicable as neither existing nor non-existing. You can say neither it is there nor you can say it is non-existing. It is existing, non-existing in between. It is partly existing, partly non-existing. Therefore, it is anirvacaniya, partly existing, partly non-existing. You can say neither existing nor non-existing. This is called anirvacaniya. …. If it were really there, it would not go away after jnanam, it can’t be destroyed. If it is non-existent, you would not perceive it, but you are perceiving it. Therefore, this mulavidya and its transformation into snake, both of them are anirvacaniya. Mithyajnanam is anirvacaniya and mithya padartha also is anirvacaniya.

      Therefore, that avidya, mulavidya, parinama, it transforms into the snake and it transforms into your snake-knowledge. This is one step. As I told you, it will take another class. It’s not enough. We’ll discuss tomorrow or next class. This is adhyasa production, we have learnt it now. According to these people, mithya production, you have learnt. Then what is the reply of Advaitins? Siddhanti will reply that all this is a speculation, non-existent, confusing alone. Simply you misunderstand, there is a misunderstanding. During misunderstanding, you think there is an object. See, during misunderstanding, like when you are seeing in dream, dream is only a thought, but while experiencing it looks like an object. Isn’t it? Dream looks like an object while experiencing, but once you wake up, you understand it is only a thought, there is no object. Similarly, here, adhyasa is only a mithya-pratyaya-rupaha. Adhyaso mithyajnanam. There is no mithya padartha. Mithya padartha is totally non-existent, it is purely kalpitam, unnecessarily kalpitam. It is a confusing thing. It exists in nobody’s experience. It is purely their own manufacturing to confuse people. Because they are confused and they want to confuse you also. Therefore, this is how the adhyasa production takes place.

      Now how do you correct adhyasa? Our way of understanding is simply two sentences I say, misunderstanding is only a wrong thought, wrong standpoint of looking. Correction is only taking a right standpoint and it gets corrected. There is no misunderstanding at all. Now for them adhyasa is a process, a production, an object. Adhyasa is an object, adhyasa is a production. Now, a process is there for a production and there is a material which produces it. Then how does the jnanam remove it? That we shall see in the next class. How does it remove that adhyasa? How does it remove that material cause mulavidya? I think I have repeated sufficiently. We’ll go directly to that. Now they explain how do you remove adhyasa, that’s all. This much is a purvapaksha. Then siddhanti answers that all this is unnecessary: too much of confusion, too much of speculation which is not in keeping with anubhava, which doesn’t require, which is not logical and you don’t find it in bhashya also. They also say it is not found in bhashya but it is found in vyakhyanakaras. We’ll stop with it and we’ll discuss in the next class.

      1. Śrī Svāmī Satchidānandendra Sarasvatī, Paramārtha Cintāmaṇi, Holenarasipura, Adhyātma Prakāśa Kāryālaya, 1966.[↩]

      12. Commento alla Māṇḍūkya Upaniṣad e alle Kārikā di Gauḍapāda

        Svāmī Prabhuddhānanda Sarasvatī Mahārāja

        12. Commento alla Māṇḍūkya Upaniṣad e alle Kārikā di Gauḍapāda

        Agama Prakaraṇa

        Kārikā I.2

        Quindi suṣupti deve essere osservata due volte, sia dal punto di vista dell’avidyā sia dal punto di vista degli Śāstra sia dal punto di vista del svarūpa. Si tratta dell’avidyā dṛṣṭi e dell’adhyāropa dṛṣṭi, che fanno parte dell’insegnamento e, infine, della svarūpa dṛṣṭi, che è l’intuizione della Realtà. Queste sono le tre dṛṣṭi che riguardano suṣupti e tutte e tre vanno comprese osservandole per due volte: il primo punto di vista è il pensiero universalmente condiviso, avidyā dṛṣṭi, che significa come l’uomo pensa; pensa che non ci sia nulla in suṣupti: “non conoscevo nulla”. Anche quando si dice “ho dormito tranquillo” lo si interpreta solo come assenza di duḥkham e non come presenza di sukham. Per questo, interpretare suṣupti in termini di assenza di tutto si chiama āvidyaka dṛṣṭi, che è la visione universalmente condivisa. Osservando suṣupti come assenza di tutto, si pensa che il corpo non ci sia e che quando il corpo non c’è “anch’io non ci sono”; quindi lo si considera come uno stato di assenza di tutto, assenza della propria esistenza. In questo modo ciò che è chiamato visione universale nasce dall’ignoranza. Si osserva suṣupti come quando ci si sveglia da suṣupti dicendo “non era niente”; si interpreta suṣupti in termini di assenza di tutto, compresa la propria esistenza. L’uomo pensa che quando il corpo non c’è la sua propria esistenza non c’è, che quando la mente non c’è la sua esistenza non c’è. L’uomo pensa a se stesso come a una forma, e quando la forma non c’è pensa “non vedo la mia esistenza” e, quando i pensieri non ci sono, allora “io non sono esistente”. Questo è il modo in cui l’uomo interpreta suṣupti nello stato di veglia. Questa è chiamata visione universale, questa si chiama visione avidyaka. Lo Śāstra afferma che questo non è vero. Lo Śāstra dice di osservare suṣupti più da vicino, di usare il ragionamento, la riflessione: se è uno stato di esperienza, allora non è uno stato di inferenza, non è uno stato di credenza, non è uno stato di accettazione cieca. È uno stato di esperienza perché colui che sperimenta l’assenza di tutto è il Testimone dell’assenza. L’unica prova di tutto è quella che sperimenti, è la tua conoscenza, che può essere una conoscenza che implica pensiero oppure una conoscenza che non implica pensiero. Anche l’assenza di pensiero è conoscenza: è conoscenza che non comporta pensiero. Perciò suṣupti non è l’assenza di tutto, compresa la tua esistenza, è la tua esistenza libera da tutto; suṣupti dice che è la tua presenza libera da tutto.

        La seconda volta che si osserva suṣupti, la comprensione immediata è che si tratta di uno stato di presenza libero da tutto. Questa è una parte dell’insegnamento e la śruti dice che la presenza di se stessi è l’origine di tutto, è il kāraṇa; anche questo fa parte dell’insegnamento. Afferma che “è uno stato non manifesto” (avyākṛta o adṛṣṭa avasthā), il che anche fa parte dell’insegnamento, e dice che cos’è il svarūpa che sta per arrivare con il settimo mantra. Ecco perché c’è un solo mantra dell’Upaniṣad dedicato a descrivere la veglia, c’è un solo mantra per lo stato di sogno, mentre per lo stato di sonno profondo ci sono due mantra. Il quinto e il sesto mantra sono dedicati a osservare suṣupti in due maniere. La prima è “non conoscevo nulla”, la visione universale che non c’è nulla, compresa la mia esistenza. La śruti sostiene che non è vero, che devi usare il tuo ragionamento. Se anche la tua esistenza è assente, allora come fai a testimoniare l’assenza di tutto? Chi è che testimonia l’assenza di tutto? Quindi, colui che testimonia l’assenza di tutto è la tua esperienza, vale a dire che la tua presenza è lì libera da tutto. Quando chiudi gli occhi non vedi nulla, questa è la tua esperienza. Tu testimoni con la tua esperienza che non vedi nulla. La percezione è testimoniata dall’esperienza: ciò che percepisci testimonia con la tua percezione che “sì, c’è un oggetto, lo vedo, è la mia conoscenza. L’albero è verde, io lo testimonio: è la mia conoscenza”. Quindi, ciò che testimonia la presenza delle cose è conoscenza e ciò che testimonia l’assenza di qualcosa è anch’esso conoscenza. Conoscenza significa la tua presenza, la presenza di colui che conosce. Il ricordo di ciò, nello stato di veglia, è un’altra cosa, ma solo ciò che è sperimentato può essere ricordato, il ricordo1 non è frutto di deduzione (anumāna). Se vedi solo un certo effetto e non ne vedi la causa, poiché conosci la relazione tra causa ed effetto, dici che l’effetto deve avere una causa: questo si chiama deduzione. Se vedo il fumo e non vedo il fuoco, ne deduco che ci deve essere del fuoco nei dipressi: questa si chiama deduzione. Ma dello stato di sonno profondo non si traggono deduzioni, lo si ricorda: e il ricordo è diverso dalla deduzione. Non facciamo congetture sul sonno profondo. Se ricordi lo stato di sogno e lo stato di sonno profondo, ricordi anche lo stato di veglia, la stessa casa, gli stessi oggetti. Quindi il sonno profondo non è uno stato di inferenza, di presunzione o di credenza accade in certi tipi di teologie; nessuno ci obbliga a pensare che esista uno stato di sonno profondo. L’uomo dice: “Non ricordo nulla, quindi non accetto lo stato di sonno profondo”. Invece è libertà dagli oggetti. Come si fanno a ricordare gli oggetti? Libertà dagli oggetti non è il ricordo degli oggetti, perché lì gli oggetti non ci sono. Gli oggetti del sogno si possono ricordare: di suṣupti non si ricorda la libertà dagli oggetti, si ricorda la libertà. Prima di nascere era tutto buio: non è deduzione, è ricordo. Infatti è ricordata anche la precedente eterna assenza di questa incorporazione. “Prima che nascesse questa vita, c’era questo corpo?” “No.” “Ne sei sicuro?” “Sì.” “Come fai a saperlo?” “È la mia esperienza”. Si chiama assenza precedente(prāgabhāva), ed è anche un ricordo. Questo tavolo non c’era cinque anni fa; è un’illazione o un ricordo? È un ricordo. Allo stesso modo, prima di questa vita c’era un’oscurità totale; l’uomo esprime la sua totale oscurità dicendo “non ricordo nulla”. Che non ricordi nulla è un ricordo, non è che ricordi che c’era una cosa “ma non la ricordo”. Non puoi dire “c’era una cosa”. Il momento in cui l’affermi “c’era una cosa” è un ricordo. Prima di questa vita non c’era nulla; Non hai visto questa vita, non ti è mancata questa vita. “Non c’era nulla” è un ricordo, quindi l’assenza precedente di questa vita è un ricordo. Dunque, il sonno profondo è un ricordo. Se non lo si è sperimentato non se ne può avere il ricordo. Sperimentare non significa che c’è per forza una divisione tra chi sperimenta e ciò che è sperimentato. L’esperienza dell’assenza di un oggetto non avviene attraverso un altro pensiero: è semplicemente Essere senza l’oggetto, è una presenza non duale del tuo Essere. Prima di questa vita c’è Essere senza pensiero. Nello stato di veglia lo chiami “è la mia esperienza”. Crei la divisione tra chi sperimenta e cosa è sperimentato; ma se fai maggiore attenzione al tuo ricordo di sperimentare l’assenza, è Essere senza qualcosa: per esempio Essere senza la veglia. Nello stato di veglia essere senza il sogno è altrimenti definito come esperienza della mia assenza dal sogno. L’essere umano, che non ha confidenza con gli Śastra, pensa solo in termini di relazioni. Cerca di interpretare persino il “lì non c’era niente” di suṣupti come una relazione tra sperimentatore e sperimentato. Invece la relazione tra sperimentatore e sperimentato non c’è, c’è solo l’Essere che diciamo “libero da tutto”, ma che, per esperienza è solo Essere: è l’Essere non-duale.

        Perciò lo stato di sonno profondo deve essere considerato due volte: la prima è la visione avidyaka, l’altra è la visione śāstrika, che fa parte dell’insegnamento Śāstra. La terza sarà lo svarūpa, che arriverà con il settimo mantra, cioè la terza volta che lo si considera. Viene insegnato come kāraṇam, come origine del non manifesto, ma per esperienza è nirviśeṣam. Lo svarūpa non può essere indicato con termini qualificativi; una cosa è il termine qualificativo, altra cosa è il termine correttivo. Poteste ricordare queste due frasi: quando diciamo “quell’albero è verde” o “quest’uomo è alto”, si tratta di termini qualificativi, di termini descrittivi. Supponiamo che ci sia un cristallo incolore e che qualcuno lo veda come un cristallo rosso perché gli è addossato un fiore rosso; quando dico “il cristallo non è rosso, è incolore”, si tratta di un’affermazione in termini correttivi. L’incolore non può essere indicato se non come privo di colori, quindi non si può usare un’affermazione qualificativa per descrivere l’incolore. Così il nirviśeṣam non può essere descritto in termini qualificativi; è privo di tempo, di spazio, di corpo, di pensiero, di saṃsāra, di dolore-piacere dei sensi, di nascita, di morte, di tutto ciò che l’uomo vede, d’ogni dettaglio; di tutti i dettagli che l’uomo sperimenta nello stato di veglia e di sogno, dettagli fisici, biologici e psichici da cui l’uomo è libero. Suṣupti deve essere considerata tre volte: una è l’avidyaka dṛṣṭi; la seconda è l’insegnamento, come viene insegnata, cosa ne pensa la śruti; infine la terza, quello che dice l’esperienza. La mia esperienza personale dice che è uno stato di libertà da tutto. Lo Śāstra dice che il nirviśeṣam, in relazione all’universo, è chiamato origine, che è insegnato come origine. Anche i sāṃkhya dicono che l’Ātman è nirviśeṣam, ma il loro Ātman nirviśeṣam esclude l’universo; ma se esclude tutto, allora diventa saviśeṣam, dato che c’è qualcosa di parallelo a esso, dato che ha una relazione, in quanto qualsiasi cosa parallela è una relazione. Altro significa relazione. Quando i sāṃkhya dicono che l’Ātman (Puruṣa) è nirviśeṣam, ma da lui escludono la materia (Prakṛti), la coscienza è nirviśeṣam a esclusione della materia. Si tratta di una definizione errata di nirviśeṣam; nirviśeṣam è ciò che non ha nulla di parallelo ad esso; non deve esserci nulla altro da esso. Il Vedānta dice che l’Ātman è nirviśeṣam, e che è allo stesso tempo l’origine di tutto rimanendo sempre nirviśeṣam. Come l’acqua è allo stesso tempo origine dell’onda e libera d’ogni altra cosa parallela; anche la corda è origine del serpente che vedi al suo posto ed è, allo stesso tempo, libera d’ogni altra cosa parallela. Perciò suṣupti deve essere osservata a partire dall’avidyaka dṛṣṭi, per poi proseguire con la seconda śāstra dṛṣṭi e con la terza dṛṣṭi, l’anubhava. La stessa śāstra dṛṣṭi, una volta compresa, è svarūpa. La dṛṣṭi adhyāropa, quando è compresa, è svarūpam; l’origine, quando è capita, è nirviśeṣam. Quando dici all’onda “tu sei acqua”, ed essa lo capisce, è nirviśeṣam.

        Per lo stato di veglia c’è un mantra, per lo stato di sogno c’è un mantra, per lo stato di sonno profondo ci sono, dunque, due mantra più un terzo. Il quinto mantra è avidyaka dṛṣṭi: nel quinto mantra, fino alle parole ‘tat suṣupta’, è avidyaka dṛṣṭi. Dobbiamo aggiungere qualche altra considerazione: il pensiero che “non c’è nulla, quindi anch’io non ci sono” e i due versi di śāstra dṛṣṭi “suṣupta sthāna ekī bhūtaḥ prajñānaghana evānanda bhuk”, che descrivono suṣupti come se tutto rimanesse non manifesto, appartengono all’adhyāropa dṛṣṭi. Il sesto mantra parla sempre di suṣupti, ma qui la śruti, pur considerando che è nirviśeṣam, la tratta come origine dell’universo, come Īśvara: suṣupti come origine di jāgrat e di svapna, come mantenimento di jāgrat e di svapna, come loro dissoluzione, è Īśvara. Il settimo mantra parlerà dello svarūpam, della vera natura del tuo essere che è nirviśeṣam. È preso per errore come fosse individuale, viene insegnato come origine, ma è nirviśeṣam. La realtà che si identifica con il corpo di veglia e vede gli oggetti di veglia è chiamata bahiṣprājña, come se ci fosse qualcosa di esterno; è un senso di esteriorità. La realtà che porta con sé un senso di esteriorità è nel dominio di avidyā: questo senso di esteriorità lo rende bahiṣprājña. È come quando tu vedi il serpente lì, anche se la percezione del serpente è dentro di te. Tu che vedi il serpente sei l’origine della percezione del serpente, ma tu lo vedi come esterno a te; questo fa di te bahiṣprājña per il senso di esteriorità nei confronti del serpente. Pensi che il serpente sia un oggetto e che sia esterno a te. Pensare a qualcosa esterno a te, è chiamato bahiṣprājñatvam. Quindi, il senso di esteriorità non è una credenza, è l’esperienza di tutti. Tuttavia, la Realtà è essere uno e, in quella “realtà”, il senso di esteriorità è illogico; se l’acqua pensa che l’onda sia a lei esterna, è in errore. Chi è dunque davvero? È l’onnipervadente Viṣṇu; la parola “Viṣṇu”, la parola “Brahmā”, la parola “Śiva” non si riferiscono all’individualità, ma alla loro natura di essere illimitati. Brahmā, l’origine, non è un altro individuo: è l’origine. Viṣṇu significa onnipervadente; Śiva significa il punto di dissoluzione. La stessa realtà è Brahmā, Viṣṇu, Śiva, ed è una cosa molto bella della letteratura vedica. La stessa verità può essere chiamata anche Gaṇeśa, perché è solo la verità che può liberarmi da tutti gli ostacoli. Ogni Devatā non è altro che la verità presentata come risposta. “Io adoro Gaṇeśa, io adoro la Devī, io adoro questo, io adoro quello”. Tutto ciò significa che la verità è la risposta a tutto. Tu che guardi con senso di esteriorità non sei altro che l’onnipervadente. È come se lo spazio all’interno della sala pensasse che le pareti siano esterne a lui: questo si chiama senso di esteriorità che, invero, non è esterno, ma interno. Non è interno come un contenuto separato da esso, non è come i vermi nell’intestino, o i batteri nello stomaco, questi vermi e batteri sono paralleli a me; sono in me, ma non sono me. Invece, la percezione del serpente non è fuori di me, è dentro di me; o meglio, non è nemmeno in me: è me.

        Il vegliante è chiamato viśva: è un individuo sveglio con un senso di esteriorità rispetto alle cose, ma fondamentalmente per natura è Vibhū [onnipervadente]. È il Signore stesso, l’Essere illimitato che si presenta come un individuo; l’individuo sveglio con un senso di individualità rispetto alle cose è chiamato bahiṣprājña. Poi c’è lo stato di sogno, e come sognatore sei detto cosciente dell’interno (antaḥprājña). Questo è di nuovo il punto di vista della veglia, perché guardi il sogno come fosse qualcosa che hai visto dentro di te. Hai visto tutto dentro di te; ma quando ti trovavi all’interno del sogno, anche lì c’era un senso di esteriorità. Stando in veglia puoi capire che, invece, era tutto dentro di te e, quindi, il tuo punto di vista da sveglio sul sogno è che lì sei antaḥprājña e che lì sei chiamato Taijasa. Perché il sognatore è chiamato Taijasa? Perché tutto ciò che vedeva erano solo percezioni come fossero oggetti; vedeva come oggetto proprio il ‘tejas’, il suo stesso pensiero. Quando vai a dormire, allora la tua intera individualità diventa non manifesta come coscienza omogenea senza distinzioni (ghanaprajñā) nel tuo stesso Sé e, al mattino, ritorna manifesta (vyākṛta). Quindi, la tua visione da sveglio dello stato di sonno profondo, com’è insegnata dagli Śāstra, è che “Io sono ghanaprajñā”. Ossia, dove c’è prajñā senza alcuna divisione, tutto diventa indistinguibile: non c’è divisione nello stato di sonno profondo. Quando tutto diventa non manifesto non c’è divisione, come l’albero di Banyan, che ha tanti rami, tronchi e radici aeree, quando è non manifesto, racchiuso nel suo seme, appare senza alcuna divisione. Tutte le suddivisioni che si trovano in un albero adulto si trovano anche nel seme, in quanto stato non manifesto di tutte le divisioni. Interpretare la verità come detentrice della non manifestazione di tutte le divisioni è chiamato ghanaprajñā e il suo nome è Prājña. Prājña è inteso come “generalmente ignorante” (prāyeṇa ajña) dal punto di vista dell’avidyā dṛṣṭi; invece, dal punto di vista dello śāstra, Prājña è origine del mondo (jagat kāraṇam), e da quello dello svarūpa dṛṣṭi, Prājña è nirviśeṣam. Prājña, dunque, significa che dal punto di vista dell’ignoranza, anche il pensiero ignorante è Coscienza. Universalmente si pensa che sia uno stato di ignoranza, ma lo Śāstra considera il sonno profondo come Prājña, cioè una condizione dell’Essere cosciente; è uno stato di chi lo sperimenta, è uno stato d’Essere come origine di tutto. Ciò che si chiama Prājña, è uno che è sperimentato come fossero tre: come sperimentatore dello stato di veglia è uno; lo stesso che sperimenta lo stato di veglia sperimenta anche lo stato di sogno; e lo stesso Essere che sperimenta gli stati di veglia di sogno sperimenta anche il sonno profondo. Tuttavia, una cosa che tu sperimenti nella veglia, nel sonno profondo non c’è, quindi non c’è nulla a cui tu possa rinunciare: non ci sono oggetti a cui rinunciare, c’è solo la presenza del tuo Essere. La veglia e il sogno appaiono e scompaiono in suṣupti, ma suṣupti non appare né scompare. Suṣupti è libertà dall’apparizione-apparenza della veglia, libertà dall’apparizione-apparenza del sogno, libertà dall’apparizione-apparenza del pensiero; quindi se suṣupti non appare e non scompare, come fanno la veglia e il sogno che appaiono e scompaiono in suṣupti, quest’ultima non è una parte della creazione, è il punto di dissoluzione della creazione, è l’origine della creazione. È come il silenzio che è origine del suono e dove il suono si dissolve: perciò il silenzio stesso non è parte della creazione, mentre il suono lo è. Quindi, non dire “tutti e tre gli stati appaiono e scompaiono”: solo i due stati di veglia e sogno appaiono e scompaiono. Il sonno profondo è interpretato come uno dei tre stati soltanto dal punto di vista della veglia; ma non è sperimentato come uno dei tre stati, è sperimentato solo come non-duale, unico e privo di stato (anavasthā). Perciò la stessa Realtà appare come l’universo del vegliante e del risvegliato, che sembra esterna, ma non è esterna, è interna. Ciò che vedi come esterno lo vedi in te stesso, questo è l’insegnamento degli Śāstra; stai vedendo l’oggetto dentro di te, è fatto della tua esistenza. Così, come all’interno del sogno pensi che gli oggetti ti siano esterni, dopo il risveglio capisci che gli oggetti del sogno non sono esterni a te, sono dentro di te. All’inizio si dice: “sono visti dentro di te e tu sei la loro sostanza; l’essere cosciente è la sostanza per ogni pensiero. Ti trovi con un pensiero che è fatto di te stesso. Allo stesso modo in cui ti trovi nella veglia che è fatta del tuo essere, ti trovi nel sogno che è anch’esso fatto del tuo essere”. È proprio nello stato di sonno profondo che, senza alcun intervallo di tempo, appare la veglia. Quindi tra il sonno profondo e la veglia c’è una relazione origine-creazione: è evidente, è l’intuizione della Realtà (anubhava siddham); la relazione origine-creazione tra suṣupti e jāgrat è evidente. Se ti svegli proprio nel silenzio, significa che il tuo intero stato di veglia è fatto di silenzio. Non puoi lasciare il silenzio, non è possibile; come l’onda non può lasciare l’acqua e può apparire solo all’interno dell’acqua. Nessuna creazione può lasciare la sua origine, nessuna dissoluzione può avvenire al di fuori della sua origine; quindi non vediamo alcun divario tra il sonno e la veglia. I divari sono un prodotto del pensiero all’interno della veglia, ma tra sonno e veglia non c’è alcun divario. In tutta evidenza il tuo pensiero inizia nell’Essere libero dal pensiero. Suṣupti non è una parte della creazione; suṣupti, com’è insegnato dalla śruti in quanto origine della veglia e del sogno, non è una parte della creazione e che sia l’origine della veglia e del sogno è dimostrato dalla nostra stessa esperienza: questo è il primo punto. Il secondo punto è che la nostra stessa esperienza del sogno dimostra che vedi tutto dentro di te e che il senso di esteriorità è un errore e che in realtà lo vedi dentro di te. Proprio poiché riesci a vedere il sogno dentro di te, la śruti dice che anche la veglia è vista dentro di te. Quindi, osservando molto da vicino i tre stati come cambiano, se c’è un divario temporale, se c’è un divario spaziale, capisci che la veglia e il sogno appaiono e scompaiono nell’assoluto, in suṣupti, nel tuo proprio Essere evidente. Proprio perché l’uomo non presta attenzione a ciò che è evidente, la śruti interviene per farti notare ciò che è evidente, che è la tua stessa esperienza. Quindi, cerca di guardare la tua esistenza non come un individuo limitato, ma da Vibhū quale sei. Così, il vegliante è chiamato bahiṣprājña, il sognatore è chiamato Taijasa, dormiente è chiamato Prājña, che sono tutte descrizioni individuali. Il viśva è anche Vaiśvānara: se ti vedi limitato alla tua forma, sei chiamato viśva, se ti vedi come completo, sei Vaiśvānara; se ti guardi come limitato al corpo del sogno, sei chiamato Taijasa, se ti guardi come completo dell’intero stato di sogno, sei Hiraṇyagarbha. Non è possibile confinare la tua esistenza, non è possibile limitare il silenzio: ogni rumore nasce nel silenzio, si dissolve nel silenzio. Ogni rumore mentale nasce anch’esso nel silenzio e si dissolve nel silenzio; non è confinato, la nostra esistenza non può essere confinata, per natura siamo completi, universali, tutto ricade nella nostra esistenza. La nostra esistenza è kṛtsna, completa; l’Essere cosciente è totale per natura; una volta che parliamo di natura reale non può essere altrimenti. Poiché la nostra natura è quella di essere completa, onnicomprensiva e non qualificata da alcunché. Il senso di confinamento nella forma è avidyaka, è ignoranza, è un errore. Perché c’è? Perché non ti osservi correttamente, dai per scontata la forma, continui a vivere e poi muori con l’errore; vivi con l’errore, nasci con l’errore, cresci con l’errore e muori con l’errore. La śruti insegna che il tuo senso di confinamento è falso perché non vedi correttamente la tua esistenza. Pertanto, come confinato nella forma di veglia sei viśva, come comprensivo dell’intero stato di veglia sei Vaiśvānara, Virāṭ. Come confinato nella forma del sogno sei Taijasa, come completo dell’intero stato di sogno sei Hiraṇyagarbha. Come confinato a un senso di ignoranza sei chiamato Prājña: ossia, come ignorante dello stato di sonno profondo sei Prājña; ma la Coscienza non è davvero confinata nell’ignoranza, perché comprende anche l’oscurità (tamas) e come comprensiva dell’origine di tutto è chiamata Īśvara. Così abbiamo tre stati considerati dal punto di vista del singolo individuo (vyaṣṭi) e dal punto di vista universale (samaṣṭi).

        Vyaṣṭi è viśva e samaṣṭi è Vaiśvānara; vyaṣṭi è Taijasa e samaṣṭi è Hiraṇyagarbha; vyaṣṭi è Prājña e samaṣṭi è Īśvara. In questo modo lo stesso Vibhū appare come Vaiśvānara, Hiraṇyagarbha e Īśvara. L’ordine di (krama) apparizione è il seguente: come origine è Īśvara, che appare in quanto Hiraṇyagarbha, per poi apparire ulteriormente qualeVirāṭ. Invece, l’ordine di riassorbimento è Virāṭ che si dissolve in Hiraṇyagarbha, Hiraṇyagarbha in Īśvara, Īśvara in nirviśeṣam. È nirviśeṣam che appare come Īśvara, Hiraṇyagarbha e Virāṭ. È nirviśeṣam che ha l’aspetto del vegliante, del sognatore e del dormiente. È lo stesso nirviśeṣam che, pur avendo l’aspetto del vegliante, del sognatore e del dormiente, continua a rimanere nirviśeṣam.

        Tra tutti gli organi di senso, i jñānendriya sono considerati superiori ai karmendriya. Il senso della vista, dell’udito, del gusto, del tatto, dell’olfatto, questi cinque jñānendriya sono intesi come decisamente più sottili dei karmendriya. Tra i cinque jñānendriya, la vista è considerata la più importante (netṛ), l’organo di senso principale. Gli occhi rappresentano tutti gli organi di senso e gli occhi rappresentano l’intero stato corporeo. Si suppone che l’occhio destro sia più forte di quello sinistro. L’occhio destro, dunque, sta per entrambi gli occhi; gli occhi stanno per tutti i sensi e tutti i sensi stanno per tutte le facoltà, l’intero stato incorporato. Colui che si identifica con tutte le facoltà, con l’intero corpo è chiamato viśva. A chi vede le cose all’interno del suo pensiero, il suo stesso pensiero sembra una cosa; ciò è detto in un modo che può essere molto fuorviante, perché significa che vede i pensieri come oggetti. Non vede tutto nel suo pensiero, vede i suoi pensieri come oggetti: questo è chiamato stato di sogno. Egli vede le proprie percezioni, i propri pensieri come oggetti e colui che vede le proprie percezioni come oggetti, che vede i propri pensieri come oggetti, è chiamato sognatore (svapnadarśaka). “Svāmījī, ma all’interno dello stato di sogno c’è anche un senso di esteriorità”, mi dirai. Sì, ma si giudica lo stato di sogno più correttamente dalla veglia; infatti l’errore è sempre giudicato correttamente a posteriori, nella visione retrospettiva. L’errore che è percepito nel dominio dell’errore, non appare come errore2. Nello stato di veglia diciamo che il sogno non è altro che vedere le cose nel proprio ego: si chiudono gli occhi e si vedono le cose dentro di sé. C’è un senso di esteriorità, ma in realtà non c’è alcuna esteriorità, non c’era nulla di esterno a te, tutto era visto dentro di te e, in quanto vedente dei propri pensieri come oggetti, sei chiamato Taijasa. Lo stesso essere cosciente è presente come origine del non manifesto; tutto diventa non manifestato, la veglia diventa non manifestata, il sogno diventa non manifestato e il punto in cui tutto diventa non manifesto è chiamato Prājña. Anche il senso di qualcosa di esterno è non manifesto: quando tutto diventa non manifestato c’è solo Prājña. Lo stesso essere cosciente appare in tre modi: il vegliante, il sognatore e il dormiente. Secondo il profano il sonno è “non conoscevo nulla”. Secondo gli Śāstra è la libertà da tutto.

        1. È ben noto che per il Vedānta il ricordo (smṛti, smaraṇa) è l’esperienza passata rievocato dalla memoria (citta, smaraṇaśakti), che è una funzione della mente individuale (antaḥkaraṇa). È un termine sempre usato con la cautela di precisare che tale esperienza passata richiamata dalla mente deve essere stata sperimentata nello stesso stato in cui ci si ritrova presentemente. Perciò, in veglia, la mente della veglia può ricordare solo eventi accaduti nel suo passato di veglia. Per questa ragione si ribadisce che il ricordo del sogno che si ha in veglia, in realtà non è un ricordo, perché l’esperienza di sogno è stata sperimentata dalla mente del sognatore. Ciò che la mente del vegliante, confusamente e per pochi istanti, crede di ricordare, è invece una intuizione sulla testimonianza del Sākṣin, il quale è presente simultaneamente in tutti e tre gli stati. O, più precisamente, la testimonianza dell’apparizione delle tre avasthā nel Testimone. Ciò che Svāmījī spiega nelle prossime righe come “ricordo” riguarda, dunque, non la memoria individuale, ma l’esperienza del Testimone [N.d.C.].[↩]
        2. Come il serpente: finché si è in errore esso appare reale. Quando si conosce la corda si supera il dominio dell’errore e il serpente è riconosciuto come un’immaginazione sbagliata [N.d.C.].[↩]

        14. Avasthātraya Mīmāṃsā

          Devadatta Kīrtideva Aśvamitra

          14. Avasthātraya Mīmāṃsā

          Versione commentata del Māṇḍūkya Upaniṣad Gauḍapāda Kārikā Śaṃkara Bhāṣya

          Māṇḍūkya Upaniṣad – Advaita Prakaraṇa

          Gauḍapāda, Kārikā III.31

          Tutto ciò che c’è di mobile o immobile è percepito dalla mente, e quindi tutto ciò non è altro che mente; infatti; quando la mente cessa di essere la mente, la dualità non è più percepita.

          Gauḍapāda Kārikā, Śaṃkara Bhāṣya, III.31

          Si deduce, dunque, che questa dualità che viene percepita dalla mente come un tutt’uno non è altro che mente, la quale è essa stessa immaginata sul Sé. La dualità, infatti, dura finché c’è la mente e scompare con la scomparsa della mente. Infatti, come il serpente illusorio scompare nella corda non viene percepito, così accade quando la mente cessa di essere mente, cioè quando l’attività della mente cessa con la pratica della discriminazione e del distacco, oppure quando la mente viene assorbita nello stato di sonno profondo. Questa inesistenza della mente dimostra la non realtà della dualità. Questo è l’insegnamento.

          Come fa la mente a cessare di essere tale? Ecco la risposta.

          [Quello che l’individuo chiama mondo, universo o creato, ciò che gli appare davanti a sé come un tutto composto da innumerevoli parti, è percepito dalla mente (antaḥkaraṇa), che si fa vista, udito, ecc. Ma, come si è visto in un precedente commento (MUGKŚBh III.24), la mente si suddivide nei cinque sensi per avere una percezione analitica di quel tutto. Ciò è pura apparenza, in quanto ciò che si crede di percepire in modo dettagliato all’esterno (bahiṣprājña) è in realtà concepito, ovvero immaginato, dalla mente. Perciò il mondo e le sue parti, gli oggetti da cui è composto, altro non sono che modificazioni mentali (citta vṛtti): è la mente stessa, quale agente di differenziazione, immaginata e sovrapposta all’Ātman. Quando la mente purificata è condotta a pacificazione, vale a dire alla soluzione delle antinomie e all’unità non duale, allora la sua attività di differenziazione s’arresta, scompare assieme alla sua apparenza di mente; la non mente affiora, dunque, come Ātman su cui la mente si era sovrapposta occultandone la natura assoluta. Quand’è che cessa l’attività della mente? In due differenti esperienze. La prima avviene portando a termine l’uso del metodo d’indagine vedāntica (Vedānta vicāra) della discriminazione (viveka, “neti neti”). La discriminazione è sì un’attività mentale (mānasa kriyā), tuttavia essa porta a dissoluzione (laya) le immaginazioni create dalla mente (kalpita saṃvṛti, vikalpa o manasarga) e non ne crea di nuove. La cancellazione della falsa apparenza del serpente non crea la falsa apparizione della corda; la corda, infatti è reale e non è una seconda proiezione mentale di una falsa apparenza1. Viveka non agisce in forma analitica, bensì prendendo come un tutto ciascuno degli involucri (kośa) che sembrano avvolgere l’Ātman2. Alla fine, discriminando il Sé (Ātman)dal non-sé (anātman)per ogni kośa, il cercatore dissolve l’anātman e diventa così il rinunciante (nivṛtta) di tutti i desideri e dei risultati che il desiderio induce a produrre. Così sperimenta lo stato di non mente (amanastā). La seconda esperienza è quella condivisa da tutti gli esseri dotati di coscienza durante il sonno profondo; si tratta dunque di un’esperienza universalmente (sārvatrika anubhava) provata anche se non viene compresa per quello che realmente è. Tuttavia la cessazione della mente, ciò che è chiamato non mente, realizzata pienamente dall’illuminato o esperita inconsapevolmente dall’ignorante, è comunque la prova diretta della non realtà della dualità.]

          Gauḍapāda, Kārikā III.32

          Quando, seguendo le istruzioni delle scritture e del maestro, la mente cessa di pensare come conseguenza della realizzazione della Realtà del Sé, allora la mente raggiunge lo stato di non-mente. Dunque, non esistendo alcun oggetto da percepire, non percepisce.

          Gauḍapāda Kārikā, Śaṃkara Bhāṣya, III.32

          Solo l’Ātman è la Realtà, come l’argilla della śruti che dice: “Tutte le modificazioni sono solo nomi che hanno come base la parola. Solo l’argilla è reale” (ChU VI.1.4). La conoscenza della Realtà dell’Atman avviene grazie all’insegnamento delle Scritture da parte di un maestro. Quando la mente ha raggiunto questa conoscenza non pensa, perché non c’è più alcun oggetto a cui pensare. La mente senza oggetti, allora, è come il fuoco quando non ha combustibile da bruciare. Il senso è che quando la mente non pensa più, cessa di essere mente; cioè la mente, in mancanza di oggetti da conoscere, diventa libera da ogni cogitazione.

          Se tutta questa dualità è falsa, come si realizza la verità del proprio Sé? La risposta è come segue:

          [L’Ātman soltanto è la realtà del mondo e degli oggetti che lo compongono. Il mondo e i suoi molteplici oggetti sono reali in quanto Ātman, al contrario in quanto mondo e oggetti, non sono reali. La realtà del serpente immaginato è la corda; al contrario, in quanto serpente non è reale. L’Ātman, dunque, è il sostrato reale su cui si sovrappone la falsa percezione del mondo. Mondo non è altro che un nome che nasconde la Realtà assoluta. Che il mondo composito sia solo un nome si viene a conoscere grazie all’insegnamento orale diretto del maestro di Vedānta al śiṣya, come è narrato nella Chāndogya Upaniṣad. A conclusione del suo periodo di studentato (brahmacarya āśrama) il giovane Śvetaketu ritornava alla casa paterna baldanzoso del suo sapere acquisito. Suo padre Āruṇi, per umiliare la sua presunzione, allora gli chiese: “«Mio caro Śvetaketu, poiché ora sei tanto presuntuoso, immodesto e orgoglioso di essere una persona dotta, hai ricevuto quell’insegnamento grazie al quale l’inaudito diventa udito, l’impensato diventa pensato, il non conosciuto diventa conosciuto?». Il figlio chiese: «Venerato Signore, com’è questo insegnamento?» «O mio caro, quando si conosce una massa d’argilla, tutte le cose fatte d’argilla diventano conosciute. Tutte quelle trasformazioni si basano su una parola, che è solo il nome. Solo l’argilla in quanto tale è reale».” (ChU IV.1.2-4). L’uomo volgare è illuso sulla realtà delle apparenze dal pensiero dell’utilità (artha) delle cose. La brocca gli è utile (arthakṛta) per contenere l’acqua, la giara per conservare il burro chiarificato, il mattone per costruire, la lucerna per illuminare. Ma se la stessa persona si scrolla di dosso il condizionamento mentale del loro utilizzo, tutto non è altro che argilla. Prova ne è che la tigre, come qualsiasi altro animale libero dal condizionamento utilitaristico, in quegli oggetti riconosce soltanto l’argilla. Altra prova è che una pedana è chiamata letto se è usata per dormirci sopra; ma se è usata per sedersi, allora è un sedile; e se è utilizzato per scrivere, standone seduti davanti, allora è un tavolo. Ogni utilizzo di quella pedana assume un nome diverso, ma il mobile rimane sempre lo stesso. Quando si è raggiunta questa conoscenza, i singoli oggetti appaiono essere soltanto nomi diversi di un unico sostrato, come i nomi impiegati per definire gli utensili fatti solo di argilla. Quando la mente non vede più gli oggetti apparenti, ma conosce il loro solo sostrato, essa non ha più oggetti da pensare. La mente senza oggetti, allora, è come il fuoco privo di combustibile: si spegne (nirvā). Con tale spegnimento (nirvāṇa) la mente non è più mente e, libera dal pensiero (acitta), si riconosce come Pura Coscienza (Cit, Śuddha Caitanya). La Kārikā afferma che non esistendo alcun oggetto da percepire, la mente non percepisce.Percepire (pratīkṣ) allude all’uso del pratyakṣa pramāṇa, ovvero all’indagine su altro da sé quale oggetto esterno. Tale verbo, per analogia, è però usato spesso anche per indicare l’indagine su un pensiero quale oggetto interno altro da sé. In questo caso, tuttavia, più che di una percezione, si tratta di una concezione, intellezione o cogitazione; ed è proprio da idee concepite per cogitazione che la non mente diventa libera.]

          Gauḍapāda, Kārikā III.33

          La conoscenza, libera da ogni immaginazione, è non nata e non differente dal conoscibile. La conoscenza che ha in vista il Brahman è immutabile e senza nascita. Il non nato è conosciuto dalla conoscenza non nata.

          Gauḍapāda Kārikā, Śaṃkara Bhāṣya, III.33

          Se tutta questa dualità è illusoria, come si può realizzare la conoscenza del Sé? I conoscitori del Brahman descrivono la conoscenza, libera da ogni immaginazione, come non nata ovvero non diversa ciò che conosce, il Brahman, la Realtà ultima. Questo è sostenuto da passi scritturali come: “La conoscenza non è mai assente dal conoscitore (Atman), come il calore dal fuoco” (BU IV.3.30), “Brahman è Conoscenza e Beatitudine” (BU III.9,28.7), “Brahman è Realtà, Conoscenza e infinito” (TU II.1.1), ecc. La conoscenza di Brahman è un attributo proprio di quella conoscenza che riguarda il Brahman e non è differente dallo stesso Brahman, come il calore non è differente dal fuoco. La natura del Sé è conosciuta dallo stesso non nato, ossia dallo stesso Sé per mezzo della conoscenza che è la stessa natura dell’Ātman. Il Brahman, che è della natura di un’unica massa omogenea di coscienza eterna, non dipende da un altro strumento di conoscenza per la sua illuminazione proprio come avviene per il sole che, essendo della natura costante di luce non ha bisogno di alcun altro mezzo per illuminarsi.

          È già stato detto che la mente, libera dall’immaginazione, grazie alla conoscenza della Realtà, che è l’Ātman, diventa pacificata per mancanza di oggetti esterni, come il fuoco non alimentato dal combustibile. Si può dire che questa mente è sotto controllo. È stato inoltre affermato che, quando la mente cessa di essere mente, scompare anche la dualità.

          [La conoscenza di altro da Sé è illusoria in quanto “altro da Sé” è non esistente. Per questa ragione la tripuṭi, conoscente (jñātṛ), conosciuto (jñeya) e il loro rapporto di relazione, la conoscenza (jñāpti) in quanto azione di conoscere, è immaginaria, illusoria. Il vero conoscitore (jñāni) del Brahman è libero da ogni immaginazione: conosce l’Ātman per mezzo dello stesso Ātman e non attraverso la mente che è parte del dominio dell’ignoranza. Conoscitore e conoscenza sono la stessa natura reale del Sé come il calore è la stessa natura reale del fuoco. Per questa ragione la conoscenza priva di un oggetto altro da Sé (prajñāna) è preferibilmente definita Coscienza (Caitanya, Cit). Perciò il Brahman, che è della natura di un’unica massa omogenea di coscienza eterna (prajñānaghana), non abbisogna di uno strumento di conoscenza altro da Sé, come il sole per conoscersi non ha necessità di qualcosa che lo illumini. Quando, grazie alla conoscenza della Realtà, la mente non produce più pensieri, idee, intellezioni, concetti e percezioni, libera dalla frenesia dell’immaginazione, diventa pacificata (śānta) e non attiva (śayāna) in mancanza di oggetti esterni e interni. La mente si spegne (nirvā) come il fuoco privo di combustibile, diventa non mente. Si può anche dire che la mente è sotto controllo (śama). Ma non è sotto controllo nel senso che è costretta a non produrre temporaneamente flussi di pensieri, almeno finché è sotto sforzo di esercizi mentali, come avviene con lo yama del pātañjala yoga: con śama s’intende che la mente (antaḥkaraṇa) non è più conosciuta come serpente, ma nella sua reale natura di corda. La sovrapposizione della mente sulla Coscienza scompare come se non fosse mai apparsa, essendo la dualità riconosciuta definitivamente falsa.]

          Gauḍapāda, Kārikā III.34

          È necessario osservare il comportamento della mente che è sotto controllo, quando, cioè, è libera da ogni immaginazione ed è dotata di discriminazione. Il comportamento della mente nel sonno profondo è differente e non è come quella della mente sotto controllo.

          Gauḍapāda Kārikā, Śaṃkara Bhāṣya, III.34

          Gli yogin dovrebbero osservare in modo particolare il comportamento della mente che è sotto controllo, che è libera da ogni immaginazione e che è in possesso di discriminazione.

          Obiezione: In assenza di ogni coscienza specifica, la mente sotto controllo si comporta esattamente come la mente in sonno profondo. Perciò, essendo l’assenza di ogni conoscenza specifica la medesima, che cosa c’è da osservare in modo particolare?

          Risposta: A questa obiezione rispondiamo così: la vostra obiezione non è valida. Infatti, il comportamento della mente nel sonno profondo, sopraffatta dalle tenebre dell’illusione causata dall’ignoranza, e ancora piena di molte inclinazioni latenti che sono i semi di numerose future attività indesiderabili, è ben diverso dal comportamento della mente ben controllata e libera da quell’ignoranza che produce attività che danno origine a numerose afflizioni. Questo è ben diverso dal comportamento di una mente sotto controllo, poiché l’ignoranza, seme delle azioni da evitare, è stata bruciata dal fuoco della conoscenza del Sé. Perciò da quella mente è stata rimossa ogni inclinazione che porta a tutte le sofferenze. Quindi il comportamento di quest’ultimo tipo di mente è molto diverso da quello della mente in sonno profondo e per questo dovrebbe essere osservato. Questo è il senso. Ora è spiegata la differenza tra il comportamento (della mente di un dormiente e quello di un jñãni).

          [Sia il jñāni che ha sotto controllo la mente, che l’ha resa non mente, inattiva e non producente oggetti illusori, sia l’ajñāni in sonno profondo, in samādhi e nel pralaya, sono rintegrati nella loro natura essenziale di Ātman. Tuttavia le due situazioni sono molto diverse. Per evitare l’errore di pensare che le esperienze del jñāni e dell’ajñāni,in“assenza di ogni conoscenza specifica” siano le stesse, i pātañjala yogin dovrebbero soffermarsi a “osservare il comportamento della mente che è sotto controllo, quando, cioè, è libera da ogni immaginazione ed è dotata di discriminazione”. Infatti la mente dell’ignorante, sia egli iniziato o no (sādhaka-asādhaka), non è libera dall’ignoranza; perciò, è ancora piena di inclinazioni latenti (saṃkalpa, vāsanā) che stimolano il sorgere di desideri (kāma) che inducono ad agire (kṛ) per fruire (bhuj) dei risultati (karma phala). I saṃkalpa sono dunque i semi delle future attività indesiderabili, meritorie o biasimevoli, che danno origine alla schiavitù del saṃsāra. Tramite i loro sforzi psicosomatici i pātañjala yogin possono bloccare temporaneamente la concatenazione causale compresa tra le pulsioni di saṃkalpa e gli effetti fruibili (phala bhoga); ma non possono eliminare l’ignoranza da cui tutta la sequenza vyāvahārika si sviluppa. Perciò la sospensione delle attività ha termine al risveglio, all’uscita dal samādhi e al termine del pralaya. Come ben si sa, l’azione, per quanto sacra, non ha il potere di annullare l’ignoranza, perché l’azione è un effetto dell’ignoranza e, come tale non le si oppone. La conoscenza, invece, è opposta all’ignoranza e, come tale, è l’unica in grado di rimuoverla definitivamente. I semi dell’azione (karmabīja), perciò, sono bruciati dal jñāna e non possono germinare. Perciò il comportamento della non mente è del tutto differente da quello della mente momentaneamente disattivata da sforzi di concentrazione yogica. A maggior ragione è anche differente dal comportamento della mente del profano.]

          Gauḍapāda, Kārikā III.35

          Infatti, nel sonno profondo la mente perde se stessa, mentre, se è sotto controllo, non si perde.
          Questa stessa mente diventa il Brahman senza paura, la cui luce totale è solo Coscienza.

          Gauḍapāda Kārikā, Śaṃkara Bhāṣya, III.35

          La mente nel sonno profondo, con le inclinazioni e i desideri che sono i semi di tutte le modificazioni mentali in quanto ignoranza, perde se stessa in una condizione di latenza indifferenziata caratterizzata dall’oscurità. Invece, la mente (del jñãni) disciplinata dalla discriminazione non è riassorbita, cioè non si riavvolge nello stato seminale di oscurità. Per questo motivo è logico che si distingua tra il comportamento della mente di chi è in sonno profondo e quello di un jñãni la cui mente è sotto controllo. Quando la mente si libera da tutte le idee duali di soggetto e oggetto, da ogni dualità creata dall’ignoranza diventa veramente una cosa sola con il Supremo Brahman non-duale. Perciò la mente diventa libera da ogni paura, perché non percepisce la dualità che è la causa della paura. Brahman è pace e assenza di paura e il jñãni che ha realizzato Brahman, non ha paura di nulla. Questo viene spiegato ulteriormente: jñana significa l’essenza della conoscenza, cioè la Coscienza che è la natura stessa dell’Atman. Brahman è ciò la cui luminosità è la conoscenza così descritta. In altre parole, Brahman è una omogenea massa di Coscienza. La parola “totale” nel testo implica che questa conoscenza di Brahman è onnipervadente e senza interruzioni come lo spazio (ākāśa).

          [La mente dell’ajñāni, quando sperimenta suṣupti, è riavvolta, riassorbita, come persa nelle tenebre (tamas) dell’ignoranza assieme a tutti gli innumerevoli oggetti che immagina e che sono i semi del risveglio quotidiano, del ritorno all’esperienza vyāvahārika dopo il samādhi, della rinascitain un mondo dopo il pralaya. La mente, o meglio, la non mente del jñāni, invece, è la stessa Coscienza assoluta del Sé non duale, perciò si stabilisce nel sonno profondo come conoscenza pura senza oggetti. “O Pārtha, quando un uomo si libera completamente di tutti i desideri della mente e sta soddisfatto nel solo Sé tramite il Sé, allora si dice che è un uomo dalla conoscenza [eternamente] stabile (sthita prajñaḥ). (BhG II.55) Per chi sta così fissato stabilmente nell’assoluto, suṣupti non è più l’avasthā del sonno profondo, ma la Realtà di Turīya. Quindi c’è una differenza abissale tra la condizione della mente di un qualsiasi dormiente e quella di un jñāni. La mente in sonno profondo è dunque in uno ‘stato’ di non dualità3. Lì non c’è paura (bhaya) perché “c’è paura solamente quando, oltre al Sé, c’è un secondo” (BU I.4.2). Ma “quale illusorietà e sofferenza può esistere per chi vede solo l’Uno? (ĪU 7) “Che la sua paura sia stata rimossa dalla conoscenza dell’Unità è proprio esatto, perché la paura proviene da una seconda entità, e la nozione di seconda entità è rimossa dalla conoscenza dell’unità: essa era non esistente.” (BUŚBh I.4.2). Perciò il Bhāṣyakāra ribadisce che l’essenza della conoscenza è la Coscienza autoluminosa. Il Brahmātman è Coscienza omogenea (prajñānaghana) perché priva di parti (anaṃśa), è luce totale (ālokam samantataḥ) perché in essa non esiste tenebra (tamas) ed è onnipervadente come l’ākāśa. In quanto onnipervadente, la Coscienza è ugualmente presente in tutte e tre le avasthā; per questa ragione il jñāni, che è il Caitanya stesso, rimane cosciente in quanto sonno profondo in tutti e tre gli stati.]

          Gauḍapāda, Kārikā III.36

          Brahman è non nato, libero dal sonno e dal sogno, senza nome e senza forma, sempre autoluminoso, onnipervadente e onnisciente. Non c’è mai alcuna azione rituale da compiere (per raggiungere Brahman).

          Gauḍapāda Kārikā, Śaṃkara Bhāṣya, III.36

          Il Brahman è all’interno e all’esterno ed è non è nato, poiché non c’è alcuna causa che lo faccia nascere. Infatti, abbiamo già detto che la nascita avviene solo a causa dell’ignoranza, come nel caso della corda che dà vita all’illusione del serpente. È senza nascita perché tutta l’ignoranza è distrutta dall’apprendimento della conoscenza della Realtà dell’Atman. Essendo non nato, è libero dal sonno (anidrā) in quanto l’Ātman, che per natura non è duale, è sempre libero dal sonno, la cui natura è quella della Māyā senza inizio proiettata dall’ignoranza. Quindi, colui che si è risvegliato nella sua propria reale natura non duale, vale a dire nel Sé, è libero dal sogno (asvapna); dato che i nomi e le forme che gli vengono attribuiti sono dovuti all’ignoranza della sua vera natura, essi vengono distrutti dalla conoscenza. È come l’annullamento dell’illusione del serpente visto nella corda. Perciò Brahman non può essere descritto con alcun nome, né può essere delimitato da alcuna forma. A sostegno di ciò, ci sono passaggi della śruti come “Da cui le parole tornano indietro”4, ecc. Inoltre, è sempre luminoso per la sua stessa natura di luce. Infatti, è libero dalle idee di manifestazione e non-manifestazione caratterizzate da conoscenza errata e da assenza di conoscenza. La conoscenza e l’ignoranza sono inseparabili come il giorno e la notte. L’oscurità è la caratteristica dell’assenza di conoscenza, causa della non-evidenza della vera natura dell’Ātman. Questa dualità [di conoscenza e ignoranza] è assente nell’Ātman. Inoltre, Ātman è sempre della natura della Coscienza e della luce, per cui è ragionevole parlare dell’Ātman come eternamente luminoso. È onnisciente, in quanto Ātman è tutto ciò che esiste ed è la Coscienza stessa. Per quanto riguarda il conoscitore di Brahman, non gli si può ingiungere alcuna azione rituale, come nel caso di quegli altri a cui, a causa della loro ignoranza, è imposta la pratica della meditazione sulla natura dell’Ātman. Il senso è che oltre alla rimozione dell’ignoranza, non si può prescrivere alcuna azione metodica per raggiungere la conoscenza di Brahman, poiché Brahman è sempre della natura della purezza, della conoscenza e della libertà. Ora è spiegato il motivo per cui Brahman viene descritto come privo di nome, ecc.

          [Lo ‘stato’ del jñāni è quello dell’Ātman che, pur rimanendo eternamente Cosciente (Prājña), immutabilmente identico a se stesso, vale a dire non nato, e non duale, è sia all’interno, in quanto Taijasa, sia all’esterno, in quanto Vaiśvānara. Interno ed esterno è quanto appare a chi vede il jñāni da fuori; chi è ancora sottoposto all’illusione dovuta all’ignoranza, lo vede nascere, modificarsi e morire. Ma nella realtà tutto ciò è immaginazione perché non c’è alcuna causa che possa farlo nascere quale effetto. Il Cosciente, il jñāni, è suṣupta per natura e, come tale, appare in quanto Vaiśvānara e Taijasa senza essere sottoposto a cambiamento, a nascita e morte. Questa è la ragione per cui il sonno profondo può apparire stato causale solo per ignoranza: suṣupta è il sostrato su cui appaiono i tre stati, come la corda è il sostrato (e non la causa) su cui appaiono il serpente, il rivolo d’acqua, la ghirlanda, alle menti degli ajñāni. Il Brahmātman, essendo non nato (aja), secondo il termine caro a Gauḍapāda o, come dice Śaṃkara, eterno (nitya), senza inizio (anadi) e senza fine (ananta), è pura Coscienza, perciò è sempre libero dall’onnubilazione del sonno (anidrā), dalla Māyā proiettata dall’ignoranza della mente. Tale onnubilazione appare alla mente come la tenebra (tamas) dell’assenza di conoscenza (jṅāna abhava) nella forma di suṣupti avasthā; oppure, proiettando la Māyā con una fantasia di nomi e forme, la mente immagina gli stati di sogno e di veglia, spettacolo (dṛśya) dovuto a falsa conoscenza (mithyā jṅāna). Si chiamano veglia lo stato attualmente presente e sogno quello rimosso. Proprio perché appaiono ambiguamente sat-asat in forma reciprocamente alternata, questi due stati segnati da nāma-rūpa, sono designati entrambi dal termine svapna, che qui sta per fantasmagoria5. Tenebra, nel senso di assenza di conoscenza, e nome-forma, quale conoscenza errata, appaiono solo nell’ignoranza (adhyāsa) e, poiché la conoscenza s’oppone e rimuove l’adhyāsa, colui che si risveglia (buddha) dall’ignoranza è da essa liberato per sempre. Da ciò si trae che il Brahman non può essere delimitato da forme né definito da alcun nome, né essere oggetto del pensiero. Per questo la śruti afferma: “Non si può descrivere il Brahman; le parole insieme ai pensieri [con cui lo si vuole descrivere], ne sono respinti. Se si conosce il Brahman come Beatitudine, allora non si è soggetti alla paura in alcun momento” (TU II.4.1); “Il conoscitore non ha paura di nulla dopo aver realizzato la Beatitudine di Brahman; non riuscendo a coglierlo, le parole e la mente sono respinte” (TU II.9.1). L’ignoranza è tenebra, perciò la natura del Brahman è autoluminosa. La sua luce mette in fuga le tenebre dell’idea, caratteristica della conoscenza errata, che esistano uno stato manifestato (vyakta) e uno non manifestato (avyakta): manifestato come veglia, in quanto pensata ‘reale’ (sat) e, sempre in veglia, non manifestato come il sogno, pensato, quindi, ‘non reale’ (asat). Ma mette in fuga anche l’idea, caratteristica dell’assenza di conoscenza, che esista uno stato esclusivamente non manifestato (avyakta), in cui tutti gli oggetti giacciono in un presunto stato causale (kāraṇa avasthā)come fossero avvolti, nel sonno profondo, da una potenziale oscurità di una notte priva di coscienza (acit). Conoscenza e ignoranza sono inseparabili, anche se antitetiche, come il giorno e la notte. Nondimeno, si deve distinguere quella che è conoscenza di qualcosa dalla conoscenza-Coscienza. Infatti solamente la conoscenza di qualcosa, ovvero la conoscenza mentale che indaga su un oggetto, è inseparabile dall’ignoranza6. Questo è applicabile anche al viveka, che è pur sempre un’azione mentale (manasa kriyā). Però, a differenza della jñapti, che è un’azione che produce conoscenza dettagliata di ciò su cui si indaga, il viveka dissolve (layati) l’apparente realtà che discrimina dall’Ātman reale. Perciò, non produce ulteriori oggetti di conoscenza, ma, al contrario, rimuove l’anātman. La dualitàdi conoscenza e ignoranzaè assente nell’Ātman, il quale è onnisciente perché è cosciente di tutto come Sé, unico esistente. Il conoscitore di Brahman è lo stesso Brahman immutabile, perciò al jñāni non può essere ingiunta alcuna azione rituale o mondana, in quanto egli stesso è immutabile. A coloro che si trovano nell’ignoranza, invece, è prescrivibile qualsiasi azione volta a purificare la mente, fino a meditare sull’Oṃkāra e sul Brahman stesso. Al sādhaka del Brahma jñāna, invece, si insegna soltanto a come liberarsi dall’ignoranza, perché tale liberazione (mokṣa, mukti) non è prodotto di alcuna azione. Si tratta di comprendere che la propria vera natura è l’esistenza eterna, pura, cosciente e libera (nitya, śuddha, buddha, mukta sambhava).]

          Gauḍapāda, Kārikā III.37

          Questo Ātman è al di là di ogni espressione a parole, al di là di ogni atto della mente; è tutto pace, eterna luce, libero dall’attività e dalla paura e raggiungibile con una attenta contemplazione (samādhi).

          Gauḍapāda Kārikā, Śaṃkara Bhāṣya, III.37

          La parola ‘abhilāpa’, che significa espressione, denota qui la facoltà della parola da cui tutti i suoni sono espressi. Brahman è al di là della parola. La facoltà della parola è usata in modo allusivo. Il senso è che l’Ātman è al di là di tutti i sensi rivolti all’esterno. Allo stesso modo, è al di là di tutte le attività interne alla mente. La parola ‘cintā’ (attenzione), nel testo, indica l’organo interno da cui tutte gli oggetti sono pensati, l’intelletto. Infatti, Brahman è privo di antaḥkaraṇa, come è affermato dalla śruti: “È veramente senza prāṇa e senza mente, è puro e al di là dell’akṣara superiore” (MuU II.1.2), del tutto libero da ogni oggetto. L’Ātman è assolutamente in pace, è luce eterna, in virtù di essere per natura la Coscienza che è il Sé. L’Ātman è indicato con la parola samādhi in quanto può essere sperimentato solo dall’intuizione che scaturisce dalla più attenta contemplazione; oppure, l’Ātman è chiamato samādhi perché è l’oggetto dell’attenzione contemplativa a cui il jīva rivolge la sua mente. È immutabile (acala), cioè al di là del cambiamento. Quindi, è privo di paura perché è libero da cambiamento.

          Brahman stesso è descritto come samādhi, acala (immobile), abhaya (privo di paura); perciò:

          [Qui Gauḍapāda si sofferma a ribadire i punti che ha trattato nelle ultime Kārikā. Vāk,il karmendriya della parola, è la facoltà di esprimere qualunque concetto mentale in forma di suono. Brahman è al di là della parola, perciò non può essere espresso da vāk. Per la verità non può nemmeno essere espresso da alcun karmendriya, perciò la Kārikā usa la parola come una sineddoche, ossia come una parte per esprimere il tutto; vale a dire che è usata per descrivere anche a tutti gli altri indriya rivolti agli apparenti oggetti del mondo esterno. Per la verità, Brahman è al di là della stessa mente che non soltanto si modifica negli altri dieci indriya per attuare e conoscere gli apparenti oggetti esterni, ma anche si muta in concetti, intellezioni, volizioni, valutazioni, ricordi, sensazioni, immaginazioni, tutti apparentemente interni alla mente. Perciò Ātman è inarrivabile alle azioni mentali nella loro totalità, compresa la più sottile di tutte le facoltà individuali, qual è la buddhi. È puro e libero da tutti i tattva prodotti dall’imperituro (akṣara)superiore, Pradhāna. Non può essere oggetto di indagine e di definizione né essere in relazione con alcun oggetto altro da Sé. È Coscienza autoluminosa, pace eterna che può essere sperimentata soltanto dall’intuizione (anubhava). Anzi, l’Atman è esso stesso la luce dell’intuizione e non la cosa intuita, poiché altrimenti diventerebbe un oggetto. In quanto intuizione, l’Ātman può essere denominato samādhi, come accade nel linguaggio della Bhagavad Gītā; oppure, sempre nella Gītā, può avere il secondo senso di nididhyāsana7, l’attenzione contemplativa che fa parte della prakriyā vedāntica.Perciò, secondo Śaṃkara, con nessuna delle due accezioni la Kārikā allude al samādhi o transe dello Yoga darśana, bensì con samādhi s’intende lo stesso Brahman immutabile, privo di mutamento e di paura.]

          Gauḍapāda, Kārikā III.38

          Nel Brahman che è libero da tutte le attività della mente non c’è né il pensiero di ottenere né quello di rinunciare a qualcosa. Stabilita nell’Ātman, la conoscenza raggiunge lo stato di non nascita e di identità, cioè di immutabilità.

          Gauḍapāda Kārikā, Śaṃkara Bhāṣya, III.38

          Poiché solo Brahman è stato descritto nel testo precedente come samādhi (cioè l’unico ‘oggetto’ d’attenzione contemplativa) e libero dall’attività e dalla paura, in quel Brahman non c’è nulla da accettare né a cui rinunciare. Infatti, acquisizione e rigetto sono possibili solo dove c’è cambiamento o possibilità di cambiamento. Ma entrambe le cose sono incompatibili con il Brahman, poiché non esiste nient’altro che possa causare un suo cambiamento giacché è privo di parti. Pertanto, il significato è che nel Brahman non c’è la possibilità di ottenere o di rinunciare ad alcunché. Il senso della Kārikā è questo: come può esserci ottenimento o rinuncia (nel Brahman) se, in assenza della mente, non è possibile alcun pensiero? Quando avviene la conoscenza della Realtà, che è il Sé, allora la conoscenza [del jñāni], in assenza di qualsiasi oggetto su cui poggiare, è stabile nell’Ātman, come il calore nel fuoco. Allora è libero da nascita (ajāti) e raggiunge lo stato di suprema non-dualità. Si conclude così, per mezzo del ragionamento e dell’autorità scritturale, ciò che è stato preannunciato dalle seguenti parole: “Perciò tratterò di Quello che è libero da limitazioni, che non ha nascita e che è uno privo di parti” (MUGK III.2). Tutto ciò che non è la conoscenza della Realtà, la quale è il Sé non nato e omogeneo, fa parte del dominio della sofferenza, come afferma anche la śruti: “O Gārgī, colui che si diparte da questo mondo senza conoscere quell’Uno imperituro, è davvero da commiserare” (BU III.8.10). Il significato di tutto ciò è che chi realizza questa conoscenza diventa un brāhmaṇa (conoscitore del Brahman) e raggiunge l’appagamento di tutti i desideri.

          [La mente è agente di separazione, limitazione e distinzione e, per questa ragione, essa stessa appare come un aggregato di parti tra loro diverse. Ogni limitazione comporta il desiderio di infinità, perciò la mente è la produttrice di desideri tesi a compensare le sue angustie e a evitare limitazioni ancor più coercitive. La mente, illusa dalle sue stesse caratteristiche, spinge il senso dell’io (aham) ad affermarsi e ad acquisire un sempre maggiore dominio per il senso del mio (mama) e, allo stesso tempo, a evitare ostacoli e restrizioni. Muovendosi nel campo delle relazioni (vyavahāra), la mente cerca di ovviare alla sua assenza di perfezione aumentando in ricchezza, salute, fama, potere, affermazione e rifuggendo da indigenza, malattia, irrilevanza, subalternità, insuccesso. L’Ātman è libero dalla mente e, pertanto, è libero anche da accettazione e respingimento di qualsiasi cosa altra da Sé, in quanto l’anātman è del tutto inesistente. Come potrebbe ciò che è totale (pūrṇa), non fatto di parti (anaṃśa) e non duale desiderare e respingere altro da Sé? Come potrebbe la non mente, che non ha pensieri, pensare a oggetti attraenti e repellenti? Per questa ragione il jñāni, che rimane stabilmente nella sua natura di Brahman come il calore sta nel fuoco,è sempre distaccato e indifferente nei confronti delle apparenze duali. Qui si conclude l’argomentazione preannunciata in MUGK (III.2) basata sul ragionamento logico (yukti), in perfetta armonia con quanto s’apprende dalla śruti. Chi ottiene questa conoscenza appresa dalle Upaniṣad e dalle parole del Guru (śravaṇa), comprovata attraverso il ragionamento (manana) e intuita ponendo attenzione per comprenderla (nididhyāsana) diventa un vero brāhmaṇa, un conoscitore di Brahman e Brahman egli stesso. Chi spreca la sua vita senza desiderio di conoscenza è davvero da commiserare.

          Gauḍapāda, Kārikā III.39

          Gli yogin hanno difficoltà a capire questo Yoga, che è detto ‘privo di qualsiasi contatto’. Gli yogin ne sono spaventati, perché vedono paura laddove in realtà non c’è paura.

          Gauḍapāda Kārikā, Śaṃkara Bhāṣya, III.39

          La natura della conoscenza della Realtà suprema è descritta nelle Upaniṣad come Yoga privo di contatto con alcunché; infatti, è libero da ogni contatto che implichi relazione. È difficile da capire per gli yogin che sono privi della conoscenza insegnata nel Vedānta. In altre parole, a loro è ingiunto che questa verità può essere capita solo per mezzo di sforzi per realizzare l’Ātman. Infatti, gli yogin si ritraggono davanti ad esso, che è libero da ogni paura, perché pensano che questo Yoga porti all’annientamento del loro sé. In altre parole, gli yogin, essendo privi di discriminazione, temendo la distruzione del proprio sé, hanno paura di questo che, in realtà, è abhaya. Ma colui che sa che la mente e i sensi sono immaginati come un serpente su una corda; che sa che non hanno alcuna esistenza reale se considerati a parte dalla loro reale natura di Brahman; che è identificato con Brahman, quel saggio raggiunge l’assenza di paura e realizza naturalmente la pace eterna chiamata Liberazione. Costui sa che il mokṣa non dipende da alcuna attività, come abbiamo dichiarato in precedenza con la frase “Non c’è mai alcuna azione rituale da compiere” (Kārikā III.36). Ma di quegli yogin che sono diversi [dal jñāni], che stanno ancora arrancando sulla via, che hanno una comprensione scarsa o mediocre, che pensano alla mente come a qualcosa di diverso dal Sé e che, allo stesso tempo, l’associamo ad esso, di costoro che non capiscono che il Sé è la Realtà, si parla nella Kārikā seguente:

          [Gli yogin che non conoscono il Vedānta non riescono a comprendere la conoscenza della Realtà suprema com’è insegnata dall’Adhyātma Yoga. Pensano che la conoscenzaultima possa essere raggiunta solamente dedicandosi ad azioni rituali, alla pronuncia di formule e alla meditazione con sforzo mentale di concentrazione. Davanti al distacco totale che consiste nel superamento della mente e nell’abbandono della credenza di ‘io sono così e così’ e ‘questo è mio’, si ritraggono spaventati perché, non distinguendo tra l’immaginazione della propria individualità e la propria natura reale, pensano che l’Adhyātma Yoga conduca all’annientamento del loro sé. Hanno l’assurda paura di realizzare il Senza-paura. Invece il jñāni,avendo compreso che mente e sensi sono soltanto false immaginazioni, ha realizzato che non esistono come realtà separate. Quel saggio, avendo realizzato la propria vera natura di Brahman, è senza paura ed è eternamente in pace, libero. Costui sa che mokṣa non è frutto di alcuna azione, com’era implicito nella Kārikā (III.36) che diceva: “Non c’è mai alcuna azione rituale da compiere”. Tutti gli altri yogin che si rifanno alla conoscenza non suprema (aparavidyā), si affaticano sulla loro via iniziatica (sādhanā) con discipline corporee, per il controllo dei prāņa e dei sensi, sforzandosi di reprimere la mente per impedire il continuo flusso di pensieri. Quegli yogin hanno scarse qualifiche per la conoscenza e pensano che la mente sia qualcosa di diverso dal Sé e, allo stesso tempo, che la mente debba essere connessa al Sé perché utile per raggiungerlo, senza capire che il Sé è l’unico Brahman non duale, Coscienza autoluminosa. Di costoro parla la prossima Kārikā.]


          1. Questo, almeno nell’esempio così usato per insegnamento. Infatti, successivamente, è lecito porsi anche il quesito se la corda sia davvero reale. Ma, nel caso di cui stiamo trattando, la corda rappresenta l’Ātman, perciò deve essere considerata provvisoriamente reale.[↩]
          2. Il vivekin, infatti, non procede rimuovendo l’errore di identificarsi al corpo, distinguendosi dettagliatamente da ogni singolo osso, muscolo, organo, arto ecc.; bensì rimuove l’anātman usando il metodo dei pañcakośa. Senza questa applicazione metodica, infatti, a che cosa servirebbe mai la dottrina dei cinque involucri? “Io non sono lo śarīra, non sono gli indriya, non sono il manas, non sono l’aham, non sono i prāņa, non sono la buddhi. Io sono Quello che è lontano dalla moglie, dai figli, dal podere, dalla casa. In verità io sono lo śiva che è Testimone diretto, l’eterno e intimo Sé”. Vedi Svāmī Satchidānandendra Sarasvatī, Commento a “Le Cinque Gemme dell’Advaita” Advaita Pañcaratnam di Śrī Śaṃkarācārya, Milano Ekatos, 2020; anche su questo Sito: https://vedavyasamandala.com/testi/tradizione-hindu/vedanta/le-cinque-gemme-delladvaita/.[↩]
          3. L’intera argomentazione di Gauḍapāda e ripresa da Śaṃkara è sviluppata solo a scopo di insegnamento. “A scopo di insegnamento” è una formula usatissima nell’Advaita Vedānta per intendere che il Guru si pone al livello di comprensione del discepolo che ancora non ha accesso alla conoscenza: l’insegnamento, dunque, concede al punto di vista empirico (vyāvahārika dṛṣṭi) una sua certa provvisoria accettabilità, per poter spiegare alcuni aspetti dottrinali non immediatamente comprensibili. Si tratta di un modo di proporre temporaneamente un adhyāropa in attesa di risolvere di seguito l’intera argomentazione con un apavāda finale. Nel caso specifico, infatti, l’apavāda arriverà alla conclusione che la mente dell’ajñāni non ha affatto accesso a suṣupti, perciò non ha nemmeno un suo comportamento o una sua condizione in sonno profondo. Il ricordo “era tutto buio, lì non c’era nulla: né mondo né spazio né tempo né ego né altri esseri e oggetti”, infatti non è un ricordo ma un’immaginazione della mente della veglia che cerca così di descrivere un’esperienza che non ha mai fatto.[↩]
          4. “Non si può descrivere il Brahman [conpensieri e parole] e le parole insieme ai pensieri, ne sono respinti. Se si conosce il Brahman come Beatitudine, allora non si è soggetti alla paura in nessun momento” (TU II.4.1); “Il conoscitore non ha paura di nulla dopo aver realizzato la Beatitudine di Brahman; non riuscendo a coglierlo, le parole e la mente sono respinte indietro” (TU II.9.1).[↩]
          5. Cfr. la Kārikā I.14 e il relativo commento di Bhagavatpāda. Si deve ricordare che ciò che appare di natura esistente e non esistente è forzatamente una immaginazione della mente, perché tale descrizione, essendo viziata da insormontabile contraddizione (virodha), è non reale.[↩]
          6. Per l’esattezza, l’ignoranza assoluta è un’impossibilità, non è esistente, non è sostanziale, non ha una sua reale natura. Come si è già visto, avidyā-adhyāsa è assenza di conoscenza, conoscenza errata e dubbio.[↩]
          7. “Altrove nella Gītā, samādhi significa il Sé. L’intelletto si pacifica completamente quando, attraverso la discriminazione, si riconosce la vera natura del Sé. Quindi il Sé è chiamato samādhi. Dhi significa Sé. Se non si riconosce la vera natura del Sé, non c’è pacificazione della mente. Così nella strofa successiva la parola ‘samādhisthasya’, indica colui che si è già stabilito nella sua vera natura di Ātman. In una Kārikā di Gauḍapāda aggiunta alla Māṇḍūkya Upaniṣad (III.37), samādhi è interpretato da Śaṃkara in due modi. Il primo è il seguente: “[Il Sé] è assolutamente in pace, è luce eterna, in virtù di essere per natura la Coscienza che è il Sé; samādhiḥ, assorbimento divino, così è chiamato perché è realizzabile attraverso la visione che nasce dall’attenzione più profonda (samādhi)” (MUGKŚBh III.37). Il secondo è: “Oppure è chiamato samādhi, perché è l’’oggetto’ dell’attenzione” (MUGKŚBh ibid.). Śrī Deva Rao Kulakarnijī, Adhyātma Yoga, https://vedavyasamandala.com/3-adhyatma-yoga/.[↩]

          🇬🇧 Jīvanmukti as per Advaita Vedānta Śāstra

            Śrī Praśānt Neti

            Jīvanmukti as per Advaita Vedānta Śāstra

            1. On ‘jīvanmukti’

            What Vedānta (or Ācārya) refers to as adhyāsa or avidyā is only a label used for the sake of instruction while imparting the Non-dual (Advaita) message. Śaṃkarācārya never meant that an entity called avidyā/adhyāsa ever really exists.

            And this labelling is made taking into account the already *observable and existing* human behavior. That is why we do not explain avidyā/adhyāsa as anything other than (or beyond) the very natural human behavior based on the fundamental notions — ‘I am this’ and ‘this is mine.’ This is a very very important point to be always kept in mind, in my opinion.

            The most natural human behavior (both in laukika and vaidika vyavahāra) is what we call adhyāsa/avidyā. That much only.

            That means the idea ‘I am this,’ or a slightly refined idea that a pūrva mīmāṃsaka holds i.e. ‘I am in this’, is what is already established/observed.

            The idea of being a śarīri (notion of being embodied) is something we take for granted. Vedas do not teach us this idea that “you are embodied and you are bound.” However, it is a trait available naturally in all human beings. Hence, it is नैसर्गिकोयं लोकव्यवहारः, as Bhagavatpāda says in his Adhyāsa Bhāṣya. It is my own behavior and, to some extent, a behavior provisionally supported by certain portions of Veda also, that ‘I take myself to be a śarīri’ and think that ‘I am embodied and bound because of the limited upādhi (the body-mind).’

            In order to remove this notion (because this notion is the hetu (cause) for all anarthas (difficulties/miseries/sorrows) and also because everyone with the idea that “I am bound” wishes for and seeks “to be free”, it is but appropriate to present/accept mokṣa (Freedom or Liberation) as a puruṣārtha (a goal worthy enough to be pursued by the human beings).

            The paramaguru (Śrī Gauḍapāda Ācārya) points out:

            विकल्पो विनिवर्तेत कल्पितो यदि केनचित् ।
            उपदेशादयं वादो ज्ञाते द्वैतं न विद्यते ॥

            1.18, Gauḍapāda Kārikās on Māṇḍūkya Upaniṣad.

            Meaning: If anyone has ever imagined the manifold ideas (such for instance as the teacher, the taught, and the scripture), they might disappear. This explanation is for the purpose of teaching. Duality (implied in the explanation) ceases to exist when the Highest Truth is known. (Trans: Svāmī Nikhilānanda).

            I club the idea of mokṣa too into this category of ‘imagined concepts’ for the purpose of teaching. In other words, there is no real bandhana (bondage) to which a real mokṣopayam (a ‘way to get liberated’) is being taught here.

            The (mis)conception that we are “bandha,” (embodied/bound), arises in us because we do not “know” the Truth. The Śāstras reveal to us the Truth that we were never in bandhana. Bondage or being embodied is not our real nature, they teach us. We only assume we are in bondage without verification.

            Here again, in the statement above, the teaching gives a cause for bandhana when it says “because we do not ‘know’ the Truth.” It does not, however, automatically imply that because of not “knowing” the Truth, there comes into play a “real bandhana.”

            As I said, ‘bandhana or the idea of embodiment’ is what a man *finds himself to be in* by default (most naturally). We are simply pointing to that notion already taken for granted by a man by repeating the same label, i.e. bandhana, just to facilitate instruction.

            The fact is that everyone assumes ‘to be bound/limited’ by default without examining the nature of the bondage (bandhana). The scripture and the Ācārya goad us to examine our assumption. That’s what Vedānta is all about. Nothing more and nothing less.

            These fundamental facts have to be very attentively appreciated and understood. To repeat,

            • We, by default, falsely assume that we are embodied and bound and hence, limited;
            • In order to offset that false assumption, the teaching begins by assigning a ‘cause’ for the de facto assumption on our part. The ‘cause’ is said to be “not knowing the Truth”. This is done just for the purpose of teaching and one should not think that “not knowing the Truth” produces a real bondage!
            • The aim of both the scripture and the teacher is to nudge us to examine our unverified assumptions and discover for ourselves our True intrinsic nature.

            Now, with these clarifications in place, we can see what is mukti or mokṣa about.

            ‘Mukti’ (liberation) is simply giving up the wrong notion that ‘I am in bandhana / I am embodied,’ based on the śruti pramāṇa which vouchsafes the true nature of Ātmā (the essence or substrate of “I”). That giving up is based on śruti pramāṇa, which results immediately upon ascertainment of the meaning of the Upaniṣad sentences, as Śaṃkara says,

            वाक्यार्थज्ञानसमकाल एव तु पर्यवसितो भवति, केवलशब्दप्रकाशितार्थज्ञानमात्रनिष्ठाव्यतिरिक्ताभावात् ।

            Śaṃkara at 1.1.6, Muṇḍaka Upaniṣad.

            Meaning: [The Knowledge of the brahman] is accomplished simultaneously with the realization of the import of the text; for, there is nothing here except being centered in the Knowledge revealed by mere words. … (Trans: Sītārāma Śāstrī).

            And that giving up, when we closely look at, is giving up the wrong idea that ‘I am bound’. But it is not about a real mukti from a real bandhana. The nature of the Self (Ātman) is that It is never in bondage.

            And most importantly that nature of the Self as eternally free is same in all – Self is, after all, One, not many!

            Summing up, my conclusions are:

            1. In śuddha śāṃkara prakriyā, if we have to teach about mukti, jīvanmukti alone is mukti. Though we use the word videhamukti here and there, it is not primary — all instruction “completes” with jīvanmukti.
            2. The jīvanmukti we speak about is the intuition into real nature of Ātmā which is based on the ascertainment of the meaning of the Upaniṣad sentence that ‘Ātmā is ever aja (unborn), advaya (Non-dual).’ Therefore, irrespective of my so-called status of liberation, Ātmā stands in Its real nature ever liberated and my wrong notion of taking Ātmā to be bound never makes it really bound! Recall adhyāsa Bhāṣya vākya,

            तत्रैवं सति, यत्र यदध्यासः, तत्कृतेन दोषेण गुणेन वा अणुमात्रेणापि स न सम्बध्यते

            Adhyāsa Bhāṣya

            Meaning: This being so, whenever there is superimposition of one thing on another, the locus is not affected in any way either by the merits or demerits of the thing superimposed. (Trans: Svāmī Gambhīrānanda).

            1. There is no special status for jīvanmukta in this grand prakriyā, in the sense that Ātmā is not many and it is never in bondage to start with.

            2. Only ‘mukti’, No ‘mukta‘

            Does this all amount to showing disrespect or too quick an intellectual claim that “I am brahman and after all this guru is also my dream character?”

            The answer is that it will never be the case for a proper adhikāri.

            It is always like how Śrī Bhagavatpāda Śaṃkara expresses in a concluding salutation for Māṇḍūkya Kārikā:

            यत्प्रज्ञालोकभासा प्रतिहतिमगमत्स्वान्तमोहान्धकारो
            मज्जोन्मज्जच्च घोरे ह्यसकृदुपजनोदन्वति त्रासने मे ।
            यत्पादावाश्रितानां श्रुतिशमविनयप्राप्तिरग्न्या ह्यमोघा
            तत्पादौ पावनीयौ भवभयविनुदौ सर्वभावैर्नमस्ये ॥

            verse 3, Śaṃkara at the end of Māṇḍūkya Kārikā.

            Meaning: I make obeisance with my whole being to those holy feet—the dispellers of the fear of this chain of births and deaths — of my great teacher who, through the light of his illumined reason, destroyed the darkness of delusion enveloping my mind; who destroyed forever my (notions of) appearance and disappearance in this terrible ocean of innumerable births and deaths; and who makes all others also that take shelter at his feet, attain to the unfailing knowledge of Scriptures, peace and the state of perfect non-differentiation.

            Therefore, earnest seekers always remember that:

            ईश्वरो गुरुरात्मेति मूर्तिभेदविभागिने ।
            व्योमवद् व्याप्तदेहाय दक्षिणामूर्तये नमः ॥

            1.30, Mānasollāsa1.

            Meaning: Īśvara – Guru – Ātmān – (Underlying) these different forms of (apparent) separation, who pervades, like Space (i.e. Consciousness-space or cidākāśa), Salutations to that Dakṣiṇāmūrti.

            All in all, the status of jīvanmukti should never be a sign of prestige or high achievement. The respect a student holds for his teacher should never be based on the pride of being under the tutelage of a jīvanmukta teacher. It should only make the student humble but not filled with pride.

            Discussion:

            Question 1:  Who or what exactly the entity that can be christened “jīvanmukta”?

            In my comment, as you see, I have mentioned only about “mukti”. I have not put forward my understanding about “mukta”. In fact, I have used word “mukta” only once (in conclusion # 3, Part – 1/3) and that too in saying ‘there is no special status to ‘jīvanmukta’. Whereas I used the word mukti 11 times. Therefore, my comment was only about mukti but not about mukta.

            As I understood it, from the viewpoint where teaching and seeking are valid, mokṣa is puruṣārtha and jñāna is means to mokṣa inasmuch as jñāna itself is mokṣa. Therefore, my understanding is, there is jñāna but not jñāni. There is mukti but not mukta.

            It is always an onlooker who asks about jñāni and/or about mukta, similar to how Arjuna enquired asking:

            स्थितप्रज्ञस्य का भाषा समाधिस्थस्य केशव ।
            स्थितधीः किं पृभाषेत किमासीत व्रजेत किम् ॥

            2.54, BG.

            Meaning: What, Keśava, is the description of one of steady Knowledge, who is constant in contemplation? How does one of steady Knowledge speak, sit, and move?

            To such an enquiry, I agree there exists a teaching such as:

            प्रजहाति यदा कामान्सर्वान्पार्थ मनोगतान्… ।
            आत्मन्येवात्मना तुष्टः स्थितप्रज्ञस्तदोच्यते ॥

            2.55, BG.

            Meaning: When a man, satisfied in the Self alone by himself, completely casts off all the desires of the mind, then is he said to be one of steady Knowledge.

            But what is the main or primary teaching of Śāstra? i.e. Is it paramagati or about ‘one who attained paramagati’?

            As I understood it, the teaching is about paramagati but not about the holder of paramagati. There are indeed teachings about the ‘man of realization’ here and there. I think the purpose of such teaching is only to make the so-called seeker (i.e. one who considers himself to be a seeker) take up a sādhana, so that it helps the seeker to reduce the attachment to his misconceptions and thus indirectly aid in “bestowing” mokṣa (note bestowing in quotes).

            Bhagavatpāda says:

            सर्वत्रैव हि अध्यात्मशास्त्रे कृतार्थलक्षणानि यानि तान्येव साधनानि उपदिश्यन्ते, यत्नसाध्यत्वात् ।
            यानि यत्नसाध्यानि साधनानि लक्षणानि च भवन्ति तानि ।

            Śaṃkara at 2.55, BGB

            “For in all the scriptures without exception, dealing, with spirituality, whatever are the characteristics of the man of realization are themselves presented as the disciplines for an aspirant, because these (characteristics) are the result of effort. And those that are the disciplines requiring effort, they become the characteristics (of the man of realization).”

            That much only is the purpose of teaching related to the ‘man of realization.’ The purpose is not to promote a concept of jñāni and mukta in the sense that as if person/personality holds this jñāna and/or that jñāna resides in a specific body (and not in other bodies).

            This way taking jñāna to be personal and ask about jñāni is what an ignorant does and Śāstra takes advantage of that and prescribes sādhana. As I understood brahmajñāna is impersonal.

            Therefore, for the question “Who or what exactly the entity that can be christened “jīvanmukta”?”, my answer is:

            If this question is what an onlooker is asking, then Śāstra provisionally gives certain lakṣaṇas as indicative of mukti. But even while giving such lakṣaṇas, Śāstra’s ultimate message is always:

            न निरोधो न चोत्पत्तिर्न बद्धो न च साधकः ।
            न मुमुक्षुर्न वै मुक्त इत्येषा परमार्थता ॥

            2.32, GK.

            Meaning: There is no dissolution, no birth, none in bondage, none aspiring for wisdom, no seeker of liberation and none liberated. This is the Absolute Truth.

            When we pay attention to what is negated in this sloka, we find that all *concepts* stand negated.

            निरोधः(nirodhaḥ — dissolution / death);

            उत्पत्ति(Utpatti – birth);

            बद्धः (baddhaḥ — one in bondage); 

            साधकः (sādhakaḥ — one aspiring for wisdom);

            मुमुक्षुः (mumukṣuḥ — one seeking liberation); 

            मुक्तः(muktaḥ – one who is liberated);

            all the above words in the verse are mere *concepts* out of Ātmā-anātmā adhyāsa (out of identification with upādhi – body mind complex) and therefore, stand sublated.

            The significant point to be noted in the verse at 2.32, GK (which, incidentally, appears in four Upaniṣads), is that like everything else, मुक्तः(muktaḥ – one who is liberated) is also a concept and hence, gets rescinded. However, मुक्ति(mukti – Liberation) alone is not *denied*.

            We can infer from the above that there is no मुक्तः (muktaḥ), but there is only मुक्ति (mukti), which is Ātmā Itself, One without a second. In other words, there is no ज्ञानी (jñānī), and there is only ज्ञान (jñāna), which is none other than Ātmā Itself.

            In short, jīvanmukti is impersonal. So, also brahmajñāna is impersonal.

            Question 2: The Body-mind are insentient and they perish; they have no mukti.

            The ‘pratyagātmā’ is actually Ātmān which is equivalent to brahman and does not need mukti.

            The body-mind-pratyagātmā combo is just an illusion and hence no scope for an illusory entity to have mukti.

            Fine. Let it be so. “Having no mukti” does not contradict the ultimate message – Ātmā is never in bondage, hence, no siddhānta hāni.

            3. Imaginary ‘mokṣa’ for Imagined ‘bandha’

            Question 3: The body that (notionally) housed previously a seeker…

            Please Sir, body does not really house Consciousness. Not even the so-called limited consciousness. But it is Consciousness in which body appears just like any other object – and this is easily graspable even to the so-called limited consciousness, with a bit of subtle and impartial observation.

            Question 3 (Contd.): … who is now liberated, (the body) is just a part of the ‘world’ which only exists as an “appearance” in the perception of the ‘ignoramuses.’ That body is now ‘without’ anyone as a claimant of ‘ownership’ to it. …

            Let it be so. What is the problem if there is no claimant of ownership to a body?, I ask the ignoramuses.

            Well, is not the Śāstra saying that taking oneself to be owner of the body (in the sense ‘I am this’ and ‘this is mine’) ignorance?, I ask the ignoramuses.

            Also, is it that the ignoramuses are concerned about ‘no claimant of ownership’ because they are worried as to who/how can a body is kept / taken care of, if there is no claimant of ownership?

            There is no need for such a worry because Bhagavad-Gita tells us:

            प्रकृते: क्रियमाणानि गुणै: कर्माणि सर्वश: |
            अहङ्कारविमूढात्मा कर्ताहमिति मन्यते ||

            3.27, BG.

            Meaning: All activities are carried out by the three modes of material nature. But in ignorance, the ‘self,’ deluded by false identification with the body, thinks itself to be the doer.

            Thus, by reminding Gītācārya’s vākya, I would ask the ignoramuses to enquire first of all into the validity of their own claim about being the ‘owner of the body’. When their claim itself is not correct, why then worry about the modus operandi of the body of a so-called mukta?

            Question 4: The now freed pratyagātman from Its own imagination of limitation is imperceptible to the senses and mind; therefore, none can see it and call it a mukta…

            First of all, pratyagātman is thought to be bound, which is a wrong notion, because pratyagātman being brahman, was never really bound. Then what to say about its “now becoming free,” as if it is an event in time? – it is also a wrong notion only.

            Question 4 (Contd.): Thus, there is no entity that can be labeled a ‘jīvanmukta’.

            Let it be so, Sir! As I said before, we are least bothered about locating a mukta. We are only interested in mukti but not mukta and mukta’s whereabouts.

            Question 5: After the seeker has done śravaṇa, manana and nididhyāsana as needed, it is tantamount to say that the manifold (kṣetra) just continues on with all business as usual with just a notional change happening in the mind of the former seeker. ‘Jīvanmukti’ then gets trivialized to being a mere ‘conceptual’ exercise.

            This kind of value-seeking is what an ignorant man does. That is why to such an ignorant man, Śāstra gives certain lakṣaṇas about a man of realization as sādhanas. I think the lack of sādhana and hence, lack of cittaśuddhi is what made this ignorant man look for value in mokṣa. If the adhikāritvam (eligibility) is ripe enough, the worry about value-seeking out of jīvanmukti drops off – the Knowledge that ‘Ātmā is pūrṇam’ takes hold.

            On the other hand, if there is a value-seeking and thereby worrying about mukti becoming trivialized, the onlooker/seeker should stop worrying about mukti and focus on prescribed sādhana – because it shows that this ignorant man is lacking cittaśuddhi and seeking value in mukti. Moreover, it also shows that he takes mokṣa to be an event in time which is also wrong.

            I don’t think there is any better way to deal with this issue because, when the teaching is urging us to recognize the already pūrṇa Ātmā, what is this unnecessary worry about mukti being trivialized?

            Question 6: While a few seekers may be driven by the insatiable desire to “know” what is the Absolute really real Reality in the midst of ever changing ‘jagat,’ majority of seekers look for a Vedāntic solution for their body-mind related problems and suffering. They tested everything available at the body-mind-world level and failed to get a lasting solution to happiness in the time-space-phenomenal world.

            If the manifold were to continue on after liberation, the now-liberated-seeker will still be burdened with a body and has to continue to face its suffering, need for food etc. and the downstream enchilada that ensues.

            Will Advaita not become then a mere ‘coping mechanism’ using denial as a tool to say, ‘I am not this body nor mind?’

            There is no continuation of the manifold in that “state” and we say so on the strength of the Upaniṣad pramāṇa!

            Let the seeker hold on to śraddhā on śruti vākya and properly enquire into the reality of manifold (and its associated afflictions) by taking avasthātraya vicāra through a proper prakriyā. It becomes clear that both manifold and its afflictions are not real as neither of them are present in Deep sleep while you remain in your True nature as ever, asangaḥ.

            Therefore, all in all, the point is, for an imagined bandhana, let there be an imagined mokṣa. That is why adhyāsa and means of removing adhyāsa, both are within adhyāsa only and Ātmān/brahman remains ever free!

            Oṃ Tat Sat

            “Though I owe my allegiance to Truth itself but not to a teacher per se, to address the interest of the readers who may want to know more about my “allegiance / inclination,” I take this opportunity to say: ‘I am grateful to (a wide spectrum of) the teachings of Vedānta which I happened to come across by listening to teachers like Śrī Svāmī Tattvavidānanda Sarasvatījī of Ārṣa Vidyā Gurukulam on one hand and Brahmaśrī Yellamrāju Śrīnivāsa Rāojī on the other. I make obeisance with my whole being to the holy feet of Śrī Svāmī Satchidānandendra Sarasvatījī, of Holenarasipura, who through his books, corrected my misunderstandings and pointed me to the right method of Vedānta, which shines in all its uniqueness in the Prasthānatraya Bhāṣya of Sri Śaṃkara Bhagavatpāda.”

            1. The Mānasollāsa is a commentary (vārttika) by Śrī Sūreśvarācārya to the Śaṃkara’s hymn Dakṣiṇāmūrti Stotra. The total number of ślokas out of the ten verses of the original is 367 [Ed. note].[↩]

            🇮🇹 La jīvanmukti secondo l’Advaita Vedānta Śāstra

              Śrī Praśānt Neti

              La jīvanmukti secondo l’Advaita Vedānta Śāstra

              1. A proposito della jīvanmukti

              Ciò che il Vedānta e l’Ācārya indicano con avidyā o adhyāsa è solo un’etichetta usata a scopo didattico per trasmettere il messaggio non duale (advaita). Śaṃkarācārya non ha mai voluto dire che un’entità chiamata avidyā–adhyāsa esista per davvero.

              Questa etichettatura è fatta tenendo d’acconto il comportamento umano osservabile ed esistente. Ecco perché non spieghiamo avidyā–adhyāsa come qualcosa di diverso o al di là del comportamento naturale umano basato sulle nozioni fondamentali: “Io sono questo” e “Questo è mio”. Questo è un punto molto importante da tenere sempre presente.

              Il comportamento umano più naturale, sia nelle relazioni mondane sia in quelle sacre (laukika–vaidika vyavahāra), è nient’altro che quello che chiamiamo avidyā–adhyāsa. Ciò significa che l’idea “io sono questo”, o un’idea leggermente più raffinata, tipica d’un pūrva mīmāṃsaka, vale a dire “Io sono in questo”, è ciò che è già stabilito e osservato.

              L’idea di essere incorporato (śarīri), la nozione di essere in un corpo, è qualcosa che diamo per scontato. I Veda non ci insegnano di “essere incarnati e limitati”, ma questa è una convinzione naturale di tutti gli esseri umani. Perciò è una componente empirica mondana innata (naisargikoyam loka vyavahāraḥ), come Bhagavatpāda dice nel suo Adhyāsa Bhāṣya. È il nostro stesso comportamento, talvolta provvisoriamente sostenuto anche in alcuni passaggi del Veda, che ci fa considerare uno śarīri e, quindi, pensare: “sono incorporato e vincolato a causa dell’upādhi limitante corpo-mente”. Per eliminare questa convinzione (che è la causa (hetu) di tutte le difficoltà, miserie e sofferenze (anartha), per cui tutti coloro che pensano di “essere legati”, desiderano e cercano di “essere liberi”), è opportuno presentare la Libertà o Liberazione (mokṣa) come la meta più ambita dagli esseri umani (puruṣārtha).

              Il paramaguru, Śrī Gauḍapādācārya, sottolinea che:

              Se fosse mai esistito qualcuno a immaginare idee molteplici [quali, per esempio, quella del Guru, del discepolo e della Scrittura], queste potrebbero scomparire. Questa è una spiegazione a scopo di insegnamento. La dualità [implicita nella spiegazione] cessa di esistere quando si conosce la Verità suprema. (MUGK I.18)

              Anche l’idea di mokṣa rientra in questa categoria di “concetti immaginati” a scopo didattico. In altre parole, non c’è un vero bandhana (legame) per liberarsi del quale venga insegnato un reale strumento di Liberazione (mokṣa upāyam).

              L’errata concezione di essere incorporati-legati (bandha) nasce in noi perché non “conosciamo” la verità. Gli Śāstra ci rivelano la verità: non siamo mai stati in bandhana: ci insegnano che la schiavitù, ovvero l’essere incarnati, non è la nostra vera natura. Senza verificarlo, noi solo pensiamo di essere in schiavitù.

              L’insegnamento implicito nell’affermazione precedente indica una causa del bandhana quando afferma “perché non ‘conosciamo’ la verità”. Tuttavia, ciò non implica automaticamente che il fatto di non “conoscere” la verità comporti che il bandhana sia reale. Come abbiamo detto, bandhana, ossia l’idea di incorporazione, è ciò in cui un uomo “si trova” spontaneamente e in modo del tutto naturale. Stiamo semplicemente indicando quella convinzione del bandhana, data per scontata da chi ripete sempre la stessa idea, solo per facilitarne l’insegnamento.

              Il fatto è che tutti danno per scontato di “essere legati e limitati” senza esaminare la natura della schiavitù (bandhana). Le Scritture e l’Ācārya ci invitano a esaminare tale presupposto. Questo è il senso del Vedānta. Niente di più e niente di meno.

              Questi fatti fondamentali devono essere valutati e compresi con grande attenzione. Riassumendo:

              • Noi, spontaneamente, presumiamo falsamente di essere incarnati e vincolati e, quindi, in schiavitù;
              • Per ovviare a questa falsa idea, l’insegnamento inizia assegnando una “causa” a questa nostra presunzione. La “causa” consisterebbe nel “non conoscere la Verità”. Questo viene fatto solo a scopo di insegnamento e non si deve pensare che “non conoscere la Verità” produca una vera e propria schiavitù.
              • Lo scopo della Scrittura e del Guru è quello di spingerci a esaminare i nostri presupposti non verificati e a scoprire da soli la nostra vera natura intrinseca.

              Ora, dopo questi chiarimenti, possiamo esaminare in cosa consiste la mukti o mokṣa.

              Mukti, la Liberazione, è semplicemente l’abbandono dell’idea errata che “io sono in bandhana, io sono incorporato”, sulla base dello śruti pramāṇa che conferma la nostra vera natura di Ātmā, l’essenza o il sostrato dell’“io”. Questo abbandono si basa sullo śruti pramāṇa, che risulta immediatamente dopo aver accertato il significato delle frasi delle Upaniṣad; Śaṃkara afferma:

              [La conoscenza del Brahman] si realizza simultaneamente alla realizzazione del significato del testo; infatti, non c’è null’altro da fare se non essere concentrati sulla conoscenza espressa da semplici parole. (MuU I.1.6)

              E questa rinuncia, se guardiamo bene, è l’abbandono dell’idea sbagliata che “io sono legato”. Ma non si tratta di una vera mukti da una bandhana reale. La natura del Sé è tale che non è mai in schiavitù. E, soprattutto, la natura del Sé come eternamente libero è la stessa in tutti, il Sé essendo, dopo tutto, Uno e non molteplice

              Riassumendo, le mie conclusioni sono:

              1. Nel puro metodo śaṃkariano (śuddha Śaṃkara prakriyā), se dobbiamo insegnare la mukti, solo la jīvanmukti è mukti. Anche se qua e là si trova usata la parola videhamukti, questa non è usata in senso primario: tutti gli insegnamenti si “concludono” con la jīvanmukti.
              2. La jīvanmukti di cui parliamo è l’intuizione della vera natura dell’Ātmā che si basa sull’accertamento del significato della frase upaniṣadica per cui “l’Ātmā è sempre non nato (aja) e non duale (advaya)”. Pertanto, a prescindere dal cosiddetto stato di Liberazione, Ātmā è nella sua vera natura sempre libero e la nostra idea errata di considerare Ātmā vincolato non lo rende mai veramente vincolato. Si deve ricordare questa affermazione dell’Adhyāsa Bhāṣya:

              Stando così le cose, ogni volta che si sovrappone qualcosa a qualcos’altro, il sostrato non è influenzato in alcun modo dai meriti o dai demeriti della cosa sovrapposta.

              1. Non c’è uno status speciale per il jīvanmukta in questa grande prakriyā, nel senso che l’Ātmā non è molteplice e non è mai in alcuna schiavitù da cui partire.

              2. Solo mukti e non mukta

              Questo vuol forse dire che ci si comporta con mancanza di rispetto o con uno sfrontato orgoglio intellettuale del tipo: “Io sono Brahman e, dopo tutto, questo Guru è solo un personaggio di sogno”?

              La risposta è che non sarà mai così per un discepolo veramente qualificato (adhikāri). Il comportamento sarà sempre come quello che Śrī Śaṃkara Bhagavatpāda esprimeva nel saluto a conclusione della Māṇḍūkya Upaniṣad Gauḍapāda Kārikā, al terzo verso:

              Mi prosterno con tutto il mio essere a quei sacri piedi, che dissipano la paura di questa concatenazione di nascite e di morti, del mio grande Maestro che, attraverso la luce della sua mente illuminata, ha distrutto le tenebre dell’illusione che avvolgevano la mia mente; che ha distrutto per sempre le mie credenze sull’apparizione e scomparsa in questo terribile oceano di innumerevoli nascite e morti; e che fa sì che anche tutti gli altri che si rifugiano ai suoi piedi raggiungano l’indefettibile conoscenza delle Scritture, la pace e lo stato di perfetta non differenziazione.

              Pertanto, i cercatori sinceri ricordino sempre questi versi:

              Saluti a quel Dakṣiṇāmūrti che, sotto le diverse forme di Īśvara, del Guru, dell’Ātman solo apparentemente separate, sta onnipervadente, come la Coscienza simile allo spazio (cidākāśa). (Mānasollāsa I.301)

              Nel complesso, lo status di jīvanmukta non dovrebbe mai essere un segno di vanto per l’eccelsa realizzazione. Il rispetto che un discepolo nutre per il suo Guru non dovrebbe mai basarsi sull’orgoglio di essere sotto la tutela di un maestro jīvanmukta. Dovrebbe solo rendere il discepolo umile e non pieno di orgoglio.

              Discussione:

              I Questione: Esattamente chi o cosa può essere denominato jīvanmukta?

              Nel mio commento, come vedete, ho parlato solo di mukti. Non ho spinto la mia interpretazione fino a trattare del mukta. In effetti, ho usato la parola mukta solo una volta (al punto 1.3) per dire che “non c’è uno status speciale per il jīvanmukta”. Ho, invece, usato la parola mukti undici volte. Pertanto, il mio commento riguardava solo la mukti, non il mukta. A mia conoscenza, dal punto di vista in cui l’insegnamento e la cerca spirituale sono validi, mokṣa è puruṣārtha e jñāna è il mezzo per mokṣa, in quanto il jñāna stesso è mokṣa. Pertanto, nella mia comprensione c’è jñāna, ma non jñāni. C’è mukti, ma non c’è mukta. È sempre chi guarda dall’esterno che chiede informazioni sul jñāni o sul mukta, proprio come quando Arjuna chiedeva:

              Qual è, o Keśava, la descrizione di una persona dalla conoscenza stabile, che è costante nella contemplazione? Come parla, come si siede e si muove chi ha una conoscenza stabile? (BhG II.54)

              Concordo che a questa domanda, segua tale insegnamento:

              O Pārtha, quando un uomo si libera completamente di tutti i desideri della mente e sta soddisfatto nel solo Sé tramite il Sé, allora si dice che è un uomo dalla conoscenza stabile. (BhG II.55)

              Ma qual è l’insegnamento principale o primario dello Śāstra? Cioè, si tratta dello “stato supremo” (paramagati) o di qualcuno che ha raggiunto paramagati? Per come l’ho capito io, l’insegnamento riguarda la paramagati, non il detentore della paramagati. È vero che qua e là ci sono effettivamente insegnamenti sull’“uomo di realizzazione”. Penso che lo scopo di questi insegnamenti sia solo quello di far sì che il cosiddetto cercatore (ovvero colui che si considera tale) intraprenda un sādhana, per aiutarlo a ridurre l’attaccamento alle sue idee sbagliate e, quindi, indirettamente aiutarlo a “conferirgli” mokṣa (notare che “conferirgli” è tra virgolette).

              Bhagavatpāda così si esprime:

              Infatti, in tutte le scritture che trattano di spiritualità, senza eccezione, qualsiasi caratteristica dell’uomo di realizzazione è presentata come disciplina per il cercatore, perché queste (caratteristiche) sono il risultato di uno sforzo. E quelle che sono le discipline che richiedono uno sforzo, diventano le caratteristiche (per descrivere l’uomo di realizzazione). (BhGŚBh II.55)

              Solo questo è lo scopo dell’insegnamento sull’“uomo di realizzazione”. Lo scopo non è quello di promuovere un concetto di jñāni e di mukta come se fosse la persona a detenere questo jñāna; o come se jñāna risiedesse in un corpo specifico e non in altri corpi. In questo modo, considerare jñāna come personale e fare domande sul jñāni è ciò che fa un ignorante; lo Śāstra, invece, da ciò coglie l’occasione per prescrivere il sādhana. A mia conoscenza il brahmajñāna è impersonale. Pertanto, alla domanda “Esattamente chi o cosa può essere denominato jīvanmukta?”, la mia risposta è: “Se è questa la domanda che un osservatore si pone, allora lo Śāstra dà provvisoriamente alcune caratteristiche (lakṣaṇa) come indicative della mukti. Ma anche se dà questi lakṣaṇa, il messaggio finale dello Śāstra è sempre:

              Non c’è dissoluzione, né nascita, né schiavitù, né aspirazione alla conoscenza, né cerca della Liberazione, né Liberazione. Questa è la Verità assoluta. (MUGK II.32)

              Se si presta attenzione a ciò che viene negato in questo śloka, si scopre che vengono negati tutti i concetti mentali quali: nirodhaḥ, dissoluzione, morte; utpatti, [creazione,] nascita; baddhaḥ, essere limitati; sādhakaḥ, essere cercatori della conoscenza; mumukṣuḥ, essere desiderosi della Liberazione; muktaḥ, essere liberati. Tutte queste parole citate nel versetto sono meri concetti dovuti all’Ātmā-anātmā adhyāsa, dovuti all’identificazione con l’upādhi-aggregato corpo-mente e, pertanto, sono negate.

              Il punto significativo da notare nella Kārikā II.32 di Gauḍapāda (che, per inciso, compare anche in quattro Upaniṣad), è che, come ogni altra cosa, anche muktaḥ (colui che è liberato) è un concetto e quindi viene annullato. Tuttavia, solo mukti (Liberazione-Libertà) non viene annullata. Possiamo dedurre da quanto sopra che non esiste alcun muktaḥ, ma solo mukti, che è l’Ātmā stesso, Uno senza un secondo. In altre parole, non c’è jñāni, c’è solo jñāna, che non è altro che l’Ātmā stesso. In breve, la jīvanmukti è impersonale, come anche il brahmajñāna è impersonale.

              II Questione: Il corpo-mente è insenziente e perisce; non ha mukti. L’Ātmā individuale (pratyagātman) in realtà è l’Ātman equivalente al Brahman e non ha bisogno di mukti. La combinazione corpo-mente, il pratyagātman, è solo un’illusione e quindi non c’è possibilità per un’entità illusoria di avere mukti.

              È proprio così: “non avere mukti” non contraddice il messaggio finale: l’Ātman non è mai in schiavitù, quindi non c’è qui alcun errore dottrinale (siddhānta hāni).

              3. Mokṣa immaginario per bandha immaginato

              III Questione: Il corpo che in precedenza (teoricamente) ospitava un cercatore…

              (Interruzione) Per piacere, caro Signore, il corpo non ospita realmente la Coscienza! E nemmeno la cosiddetta coscienza limitata. Al contrario è la Coscienza che fa apparire il corpo come un qualsiasi altro oggetto; e questo è facilmente comprensibile, con un po’ di osservazione attenta e senza pregiudizi, perfino dalla cosiddetta coscienza limitata.

              III Questione (continuazione): … che ora è liberato, quel corpo è solo una parte del mondo che esiste solo come apparenza nella percezione degli “ignoranti”. Quel corpo è ora, dunque, “senza nessuno” che ne rivendichi la proprietà?

              Supponiamo che sia così. Chiedo agli ignoranti: “Qual è il problema se non c’è chi rivendica la proprietà di un corpo?”. Ebbene, lo Śāstra non dice forse che considerarsi proprietari del corpo (nel senso di “io sono questo” e “questo è mio”) è ignoranza? Inoltre, non è che gli ignoranti si preoccupano del fatto che “non c’è chi ne rivendica la proprietà” perché sono preoccupati di chi e come può mantenersi un corpo, se non c’è chi ne rivendica la proprietà? Non c’è bisogno di preoccuparsene, perché la Bhagavad Gītā dice:

              Tutte le attività sono svolte dai tre guṇa della Prakṛti. Ma nell’ignoranza, il “sé”, illuso dalla falsa identificazione con il corpo, pensa di essere l’agente. (BhG III.27)

              Pertanto, ricordando l’affermazione del Gītācārya, vorrei chiedere agli ignoranti di indagare innanzitutto sulla validità della loro stessa affermazione di essere il “proprietario del corpo”. Se la loro affermazione non è corretta, perché preoccuparsi del modus operandi del corpo di un cosiddetto mukta?

              IV Questione: Il pratyagātman, ora diventato libero dalla sua stessa immaginazione di essere limitato, è impercettibile ai sensi e alla mente; pertanto, nessuno può vederlo e chiamarlo mukta…

              (Interruzione) Anzitutto, voi pensate che pratyagātman sia limitato; ma questo è un concetto sbagliato, perché pratyagātman, essendo Brahman, non è mai stato veramente legato. Allora, che dire del vostro “ora diventato libero”, come se fosse un evento nel tempo? Anche questa è solo un’idea sbagliata.

              IV Questione (continuazione): … non esiste quindi un’entità che possa essere definita “jīvanmukta”.

              È proprio così, Signor mio! Come ho detto prima, non ci preoccupiamo affatto di localizzare un mukta. Ci interessa solo la mukti, ma non il mukta e la sua ubicazione.

              V Questione: Ciò equivale a dire che, dopo che il cercatore ha fatto śravaṇa, manana e nididhyāsana come richiesto, la molteplicità (kṣetra) continua a svolgere le sue attività come al solito, con un cambiamento solo fittizio nella mente di chi era cercatore. La jīvanmukti viene quindi banalizzata a mero esercizio concettuale.

              Questa ricerca dell’utilità è ciò che fa ignorante un uomo. Per questo motivo, a un uomo così ignorante, lo Śāstra indica alcuni lakṣaṇa di un realizzato per insegnare il sādhana. La mancanza di sādhana e, quindi, di purificazione mentale (cittaśuddhi), è ciò che ha spinto l’ignorante a cercare utilità del mokṣa. Se l’adhikāritvam (qualificazione, idoneità) è sufficientemente matura, la preoccupazione per cercare di valutare dal di fuori l’utilità della jīvanmukti viene a cadere ed emerge la conoscenza che Ātmā è completo (pūrṇam). D’altra parte, se c’è una ricerca di valutazione e quindi la preoccupazione che la mukti venga banalizzata, l’osservatore-cercatore dovrebbe smettere di preoccuparsi della mukti e concentrarsi sul sādhana prescritto: questo dimostra che l’uomo ignorante è privo di purificazione mentale (cittaśuddhi) per cui cerca qualcosa d’utile nella mukti. Inoltre, dimostra anche che considera mokṣa un evento nel tempo, il che è altrettanto sbagliato. Non credo ci sia un modo migliore di affrontare la questione perché, quando l’insegnamento ci esorta a riconoscere l’Ātmā in quanto pūrṇa, che cos’è questa inutile preoccupazione di banalizzare la mukti?

              VI Questione: Mentre alcuni cercatori possono essere guidati dall’insaziabile desiderio di “conoscere” qual è l’Assoluto, Realtà veramente reale nel mezzo del mondo (jagat) in continua evoluzione, la maggior parte dei cercatori cerca una soluzione vedāntica per i loro problemi e sofferenze legati al corpo-mente. Hanno sperimentato tutto ciò che era disponibile a livello di corpo-mente-mondo e non sono riusciti a ottenere una soluzione duratura per la felicità nel mondo tempo-spazio-fenomenico. Se la molteplicità dovesse continuare dopo la Liberazione, il cercatore ora liberato, sarà ancora gravato da un corpo e dovrà continuare ad affrontare la sua sofferenza, il bisogno di cibo ecc. e tutto il guazzabuglio che ne consegue. Usando la negazione come strumento per dire: “Io non sono questo corpo né questa mente”, l’Advaita non diventerà un semplice “meccanismo di difesa”?

              No, non c’è continuazione della molteplicità in quello status e lo diciamo sulla base dell’Upaniṣad pramāṇa! Lascia che il cercatore si aggrappi alla śraddhā per ciò che la śruti insegna e che indaghi correttamente sulla realtà del molteplice e delle afflizioni a esso associate, seguendo il giusto metodo (prakriyā) dell’avasthātraya vicāra. Diventerà chiaro che sia la molteplicità sia le sue afflizioni non sono reali poiché nessuna delle due è presente nel sonno profondo, mentre si rimane distaccati nella propria vera natura per sempre (āsaṅgaḥ). Quindi la conclusione è la seguente: poiché lo stato di limitazione (bandhana) è immaginario, anche la Liberazione da esso è immaginaria. Ecco perché adhyāsa e i mezzi per rimuovere adhyāsa, sono tutti solo all’interno di adhyāsa, mentre Ātman-Brahman rimane sempre libero!


              Anche se devo la mia fedeltà alla Verità stessa e non a un Maestro in particolare, ai lettori che potrebbero voler saperne di più sul mio collegamento, colgo l’occasione per dire: “Sono grato a un certo numero d’insegnanti di Vedānta che mi è capitato di incontrare, come Śrī Svāmī Tattvavidānanda Sarasvatījī dell’Ārṣa Vidyā Gurukulam da un lato e Brahmaśrī Yellamrāju Śrīnivāsa Rāojī dall’altro. Mi inchino con tutto il mio essere ai santi piedi di Śrī Svāmī Satchidānandendra Sarasvatījī, di Holenarasipura, che attraverso i suoi libri ha corretto le mie incomprensioni e mi ha indicato il giusto metodo del Vedānta, che risplende in tutta la sua unicità nel Prasthānatraya Bhāṣya di Śrī Śaṃkara Bhagavatpāda.

              P.N.

              Oṃ Tat Sat

              1. Il Mānasollāsa è un commento (vārttika) di Śrī Sūreśvarācārya all’inno Dakṣiṇāmūrti Stotra di Śaṃkara. Il numero totale di śloka sui dieci versi dell’originale è di 367 [N.d.C.].[↩]