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Settembre 2022

16. La luce della Realtà

    Svāmī Prakāśānandendra Sarasvatī Mahārāja

    16. La luce della Realtà

    D. Variazioni nella Coscienza

    109. La Pura Coscienza non s’oppone alle tre conoscenze

    Obiezione: tu dici che la Coscienza di Ātman è l’essenza di tutte le conoscenze che ci sono nel mondo. Ma questo punto di vista non è contrario alla tua affermazione sui tre livelli di coscienza?

    Risposta: questa obiezione era già stata posta nel § 103. Non c’è alcuna contraddizione, perché gli stati di veglia e di sogno non sono essenzialmente differenti da Ātman. Solo Ātman è gli stati, tutte le conoscenze, gli oggetti, gli strumenti negli stati, e il pensiero che gli stati siano molti. Quindi possiamo dire che è solo la Pura Coscienza che appare come tre livelli di coscienza. Che l’Ātman-Coscienza sia veramente reale, che la coscienza degli stati sia empirica e che le illusioni siano apparenti, tutte queste divisioni nella Pura Coscienza sono fatte dal punto di vista della veglia. Di fatto, ogni cosa è solo Pura Coscienza. Si veda il § 64, dove si è discusso sulla stessa divisione riferendosi all’esistenza.

    110. La logica della veglia non può contraddire l’unicità della Pura Coscienza

    Obiezione: come si può dire che l’unica coscienza rimanga sempre Pura Coscienza e che allo stesso tempo assuma le forme della coscienza di veglia e di sogno? Questi due tipi di coscienza sono totalmente differenti uno dall’altro. Inoltre, la coscienza del sonno profondo è omogenea senza alcuna variazione, senza nascita o fine, molteplicità, differenza, relazione di qualità e qualificato, relazione di chi elimina e della cosa eliminata. Nella coscienza di veglia e di sogno, tutte queste sono presenti. La coscienza di veglia continua a cambiare; il suo grado di sviluppo è differente in ogni persona e in ogni comunità. Come può l’unica e medesima coscienza avere in sé tante forme?

    Risposta: ci si deve rifare ai §§ 65-66. La precedente obiezione non ha alcun senso se si osserva dal punto di vista comprensivo dell’intuizione. La Pura Esistenza sembra assumere varie forme. Tuttavia è già stato detto nel § 107, che questa assunzione non segue la relazione di causa-effetto. Le diverse forme di veglia, di sogno e le diverse conoscenze in esse sono solo apparenti(vivarta) e non reali trasformazioni della Pura Coscienza: essa è sempre libera da ogni difetto.

    Anche i seguenti mantra upaniṣadici confermano solo l’apparenza e non la trasformazione.

    È solo la mente che appare come occhio (con cui si vede), come orecchio (con cui si sente), come naso (con cui si odora), come parola (con cui si parla), come lingua (con cui si gusta) (AiU III.1.1).

    Le varie conoscenze che appaiono alla mente (o pensiero) come associazioni limitanti sono: sajñānam, conoscenza dell’oggetto; ajñānam, senso dell’ego indipendente; vijñānam, scienze, arti ecc.; prajñānam, intelligenza; medhā, buona memoria; dṛṣṭi, percezione; dhṛti, fermezza, risoluzione; mati, pensiero; manīṣa, libertà di pensiero; jūti, esperienza della sofferenza; smṛti, ricordo; saṅkalpa, discriminazione; kratu, determinazione; asu, pensiero attivo di vita; kāma, desiderio; vaśa, desiderio di copulare; tutti questi sono solo i vari nomi della Pura Coscienza (AiU III.1.2).

    Brahmā, Indra, Prajāpati, gli Dèi, i cinque elementi, le creature mobili e immobili […], sono tutti solo Pura Coscienza (AiU III.1.3).

    Nonostante appaia in quanto associazioni limitanti in forma di corpo, sensi, mente, intelletto, ego ecc. essa rimane sempre e solo una e indivisibile; perfino la divisione delle associazioni limitanti (upadhi) e ciò che è limitato dall’associazione (upahita), sono tutte solo Pura Coscienza. Ogni cosa è soltanto Pura Coscienza indivisibile, indifferenziata, senza oggetto, e null’altro.

    E. La divisione fra vera conoscenza e falsa conoscenza

    111. Inconsistenza delle obiezioni fatte alla Pura Coscienza dalla veglia

    Obiezione: se ogni cosa è solo Coscienza, come avviene la divisione tra esistenza e coscienza?

    Obiezione: si conduce l’indagine accettando la divisione del Sākṣin conoscente e dello stato conosciuto. Come avviene questa divisione? Come la coscienza di due stati dissimili, quali la veglia e il sogno, si divide dalla Pura Coscienza?

    Obiezione: sebbene tu abbia affermato la non differenza fra la coscienza di veglia e quella di sogno, perché la coscienza della veglia appare reale e quella del sogno mera illusione?

    Obiezione: perché le conoscenze di sostanza, attributi ecc. appaiono differenti nella veglia? E perché alcune appaiono corrette e altre sbagliate?

    Obiezione: la conoscenza della veglia rivela che il mondo è ordinato, mentre il sogno è più immaginazione che ordine. Come si può spiegare questo che è frutto di esperienza?

    Risposta: per quanto riguarda l’esistenza, si è già risposto nei §§ 68-69. Riproponiamo ancora alcune spiegazioni. La Pura Coscienza non è né una né molteplice, perché non è passibile di enumerazione. Quindi dal suo punto di vista né gli stati né le conoscenze negli stati appaiono differenti da essa, essendo tutti errori. Il nostro punto di vista della veglia è responsabile di tale divisione erronea.

    112. La mente della veglia non può determinare la natura delle conoscenze della veglia

    C’è un’altra ragione a sostegno dell’indivisibilità della Pura Coscienza che non è sottoposta ad alcuna divisione o molteplicità come appare dal punto di vista della veglia. Se si chiedesse alla mente quale sia la natura delle molteplici conoscenze visibili nella veglia, essa, incapace di rispondere, rimarrebbe in silenzio. Se si cercasse di accertare la natura della divisione della conoscenza tra io e ‘il resto’, come anche la divisione tra sostanza, qualità ecc., la mente della veglia si dichiarerebbe impotente (§ 69). Se non c’è alcuna divisione negli oggetti, non ci può essere alcuna divisione neanche nella loro conoscenza. Anche se ci riferiamo alla conoscenza come ‘la conoscenza di un libro’, ‘la conoscenza di una pietra’, ‘la conoscenza di una tavola o di un albero’ e così via, la differenza qui è dovuta solo alla diversità degli oggetti libro, pietra, ecc., e non è intrinseca alla conoscenza stessa. Oggetti a parte, non c’è nulla che distingua una conoscenza da un’altra. Perfino per immaginare una distinzione nella conoscenza, è richiesta solo la conoscenza. Quindi la distinzione immaginata non può appartenere alla conoscenza, ma a qualcosa di alieno a essa. La molteplicità o le divisioni sono dovute solo alla pluralità degli oggetti e non sono intrinseche alla conoscenza stessa. Passando alla fase successiva, se nemmeno la natura degli oggetti può essere definita, come possiamo determinare la divisione, differenza o molteplicità degli oggetti?

    Obiezione: è azzardato dire che non si possa accertare la natura degli oggetti, perché se una persona non può definirli correttamente, un’altra potrebbe farlo. Solo perché si trovano alcuni difetti nelle definizioni di alcuni, non possiamo concludere che gli oggetti non abbiano affatto definizione.

    Risposta: ciò è sbagliato perché l’incapacità di definire gli oggetti della veglia, non è dovuta alla incapacità di alcuni investigatori. È proprio la natura delle cose che non si presta a definizione. Le definizioni fatte dalla logica della mente di veglia non possono avere carattere definitivo. C’è un’altra esperienza per dimostrare che la conoscenza non ha in sé alcuna divisione. Infatti è possibile dividere un oggetto in varie parti e studiarle, ma la conoscenza non può essere divisa in tal modo. L’oggetto da osservare può essere una particella atomica, ma la conoscenza o coscienza che lo conosce deve essere totale e completa. Quando la coscienza si sposta da una parte a un’altra dell’oggetto mentre lo conosce, deve muoversi come un tutto e non può lasciare una parte di sé a conoscere una parte dell’oggetto e andare a un’altra parte dell’oggetto con una sua altra parte.

    Si crede che gli aṣṭāvadani e i śatāvadhani1 prestino attenzione a molte cose differenti allo stesso tempo e le capiscano correttamente: ma anche in questo caso è solo la loro attenzione che si muove rapidamente da un argomento a un altro, e non che essi prestino attenzione a tutti simultaneamente. Ciò può essere compreso da chiunque, in base alla propria esperienza. Questa è una prova evidente per affermare che la coscienza è indivisibile.

    113. Tutte le divisioni che appaiono nella coscienza sono illusorie

    È vero che le conoscenze nella veglia sembrano molte e varie, ma ciò è una conclusione fatta dalla mente della veglia, perché essa chiama qualsiasi conoscenza, corretta o sbagliata, solo ‘conoscenza’. Per esempio la conoscenza erronea del serpente e la conoscenza della corda, per la mente entrambe sono solo conoscenza. È nella natura della mente pensare che sia conoscenza corretta quella che è vista al momento presente. In tutti questi casi la comprensione-conoscenza rimane la stessa e cambia solo ciò che è capito. Quando una precedente conoscenza è corretta da una successiva, la mente afferma di aver conosciuto prima una certa cosa in un certo modo e poi di conoscerla com’è realmente. I mīmāṃsaka affermano che la conoscenza rimane stabile e immutabile nel suo aspetto conoscitivo e che l’errore consiste solo nel modo in cui è stato capito. Questo è in linea con la nostra esperienza. Perciò la conoscenza nella sua natura è solo coscienza-conoscenza: non può mai essere illusoria. Solo il modo di capire cambia. Per esempio, quando la conoscenza del serpente è corretta dalla conoscenza della corda, sorgerà in noi l’idea che il serpente non esisteva affatto mentre la si considerava un serpente; e non che ‘io non ho avuto alcuna conoscenza del serpente’. La forma di annullare la precedente conoscenza è la seguente: ‘Io lo consideravo un serpente, ma di fatto è sempre stato solo una corda’. Da ciò si deduce chiaramente che la natura della conoscenza non cambia neppure quando ciò che è conosciuto è sbagliato. Così, quando capiamo che ciò che è capito, cioè il nome e la forma, è solo apparenza illusoria, diventa chiaro che la purezza della Coscienza non è mai toccata dalle cose che conosce. Perciò non si può respingere la conclusione che la coscienza è una e indivisibile.

    Obiezione (rif. § 111): in che modo la veglia e il sogno tra loro contraddittori sorgono dalla Pura Coscienza?

    Risposta: la precedente spiegazione ha già risposto a questa domanda, perché anche gli stati sono apparenze illusorie e la Coscienza non subisce alcuna divisione a causa di esse rimanendo sempre Pura Coscienza. Proprio come uno stato non contamina un altro stato, così anche nessuno stato contamina la Pura Coscienza, come il riflesso non contamina lo specchio.

    F. La Coscienza della veglia e del sogno è la medesima

    114. Necessità di esaminare le somiglianze tra la coscienza di veglia e di sogno

    Obiezione: se la conoscenza è una e indivisibile, perché questa stessa conoscenza appare reale nella veglia e illusoria nel sogno? Se la veglia e il sogno sono simili in tutti gli aspetti, perché la conoscenza del sogno, invece di essere come quella della veglia, appare come una immaginazione? (v. §§ 71-81).

    Risposta: in quei paragrafi si discuteva sull’esistenza degli stati, e quell’argomentazione può essere ora applicata anche alla conoscenza. Rileggendo quella discussione, diventerà chiaro che alla mente della veglia la Pura Coscienza appare divisa in veglia e sogno, e quindi le somiglianze tra i due stati risulteranno convincenti. Quindi, dal punto di vista della Pura Coscienza, gli stati sono solo uno, senza alcuna divisione.

    115. L’errore di considerare vera la conoscenza della veglia e falsa quella del sogno

    Domanda del Vedāntin (a chi sostiene che la conoscenza del sogno è falsa): hai detto che l’errore è dovuto alle impressioni di qualcosa sperimentato prima. Se fosse così, qual è la precedente esperienza le cui impressioni hanno causato l’errore?

    Risposta: sono le impressioni della veglia che producono il sogno.

    Vedāntin: ciò non è esatto. Abbiamo già discusso questo nei §§ 73-75. Diamo ora alcune altre ragioni. Prima viene l’esperienza e poi l’impressione2 nella mente.

    Le impressioni [errate], quando sono richiamate [dalla memoria], producono una illusione, che poi la conoscenza corretta annulla. La completa concatenazione di eventi generalmente avviene nella stessa serie temporale sia della veglia sia del sogno. L’intera concatenazione deve avvenire nella stessa mente, dove anche c’è la memoria dell’esperienza dell’errore. Per esempio, confondendo un cristallo d’allume con una caramella di zucchero mangiata prima, un ragazzo potrebbe mangiare l’allume, pensando sia una caramella di zucchero. Tuttavia, la tua spiegazione del sogno come prodotto dall’esperienza di veglia non è corretta, perché questa regola generale non si applica al sogno; anzitutto perché nel sogno non abbiamo il ricordo della veglia come quello della caramella di zucchero e dell’allume (§ 117). In secondo luogo, perché l’esperienza del precedente stato di veglia, il successivo stato di sogno e la susseguente veglia che si pensa cancelli il sogno, tutti questi non avvengono nella stessa serie temporale. Guardando gli oggetti del sogno noi non diciamo che sono come gli oggetti della veglia; quindi il sogno non può essere considerato una errata interpretazione di un supporto (sādhiṣṭhāna bhrānti) [della veglia]. Proprio come c’è una conchiglia che fa da supporto all’errore dell’argento e una corda per il serpente, al contrario non c’è alcun reale oggetto [della veglia] come supporto per l’errore del sogno.

    Obiezione: non è forse vero che in sogno abbiamo conoscenza come se vedessimo le stesse persone e oggetti della veglia?

    Vedāntin: è vero che noi li consideriamo come fossero gli stessi della veglia; di fatto, però, non c’è alcuna relazione tra gli oggetti della veglia e quelli del sogno. Poiché non ci sono spazio e tempo comuni alla comparsa di questi due stati, non c’è alcuna possibilità che l’uno diventi sostrato dell’altro. Tutte le conoscenze erronee che avvengono nella veglia hanno necessariamente dei supporti. Senza supporto, la mera impressione dell’esperienza precedente non può apparire come un oggetto solo per errore o semplicemente a causa di una comprensione sbagliata. Se la mente della veglia non può neppure creare un filo d’erba, è assurdo pensare che le impressioni della veglia possano creare l’intero mondo illusorio del sogno.

    Domanda: ciò significa, dunque, che il sogno non può mai essere considerato una erronea comprensione di un sostrato a causa delle impressioni della veglia. D’accordo.

    Dovremmo chiamarlo un niradhiṣṭhāna bhrānti una erronea concezione priva di sostrato, simile all’esperienza dell’allucinazione causata dal delirio o qualcosa di simile?

    Vedāntin: no, non si può perché negli stati di allucinazione, causati del delirio et similia, l’allucinazione è rapportata al mondo della veglia che ne costituisce il sostrato; ma il sognatore non conosce nessun altro stato di veglia se non il suo sogno. Dato che il sogno non ha alcuna precedente reale esperienza il cui ricordo sia necessario come sostrato per qualsiasi errore, non è per nulla corretto considerare il sogno un’idea sbagliata.

    116. Il sogno non è reso falso dalla conoscenza della veglia

    Obiezione: non appena ci svegliamo sorge l’idea che era solo un sogno e con questa idea il sogno viene cancellato. Quello che si cancella è chiaramente considerato un’idea sbagliata. Nella veglia l’errata conoscenza dell’argento è annullata dalla conoscenza che la sua vera natura è la madreperla della conchiglia. A questo punto l’argento è detto un’idea illusoria, come il sogno. Tuttavia la conoscenza che l’argento era una illusione della veglia non è paragonabile alla conoscenza dell’illusione del sogno. Da questa contrapposizione, perché dovremmo dichiarare falso il sogno?

    Risposta: anche in questa obiezione si presenta il summenzionato difetto.

    1. S’è già detto che colui che annulla e la cosa annullata dovrebbero appartenere alla stessa serie temporale. Le conoscenze della veglia e del sogno non avvengono nella stessa serie. Le diverse serie temporali non hanno alcun tempo in comune.
    2. Anche se la conoscenza della veglia annullasse la conoscenza del sogno, come potrebbe essere d’aiuto?

    Obiezione: se il sogno è annullato esso diventa illusorio o conoscenza erronea. Questa è la sua utilità.

    Vedāntin: non puoi dire ciò, perché questo annullamento non ci aiuta a capire se la così detta conoscenza della veglia che annulla sia essa stessa illusoria o meno. È veglia o sogno? Vediamo in dettaglio.

    1. Il sogno appare veglia quando lo si sperimenta (§ 80). Lì, consideriamo che la conoscenza di quel sogno ha annullato le conoscenze del sogno precedente. In quel momento non lo prendiamo come sogno e neppure prevediamo che sarà cancellato da una prossima veglia. C’è sempre certezza che lo stato che si sta sperimentando è veglia. Come può il sogno, cancellato in quanto errato, aiutarci a determinare qualcosa come reale? L’idea di essere andato in sogno dalla veglia non accade mai a nessuno, perché ogni stato, quando è sperimentato, appare veglia e qualsiasi conoscenza avvenga appare vera. Quindi, in questo senso, non si può determinare che la veglia sia uno stato speciale.
    2. C’è un’altra esperienza a sostegno di questo punto. Talvolta si sperimenta un sogno nel sogno. Lì, ciò che appare come sogno è annullato e quello che appare come veglia pare essere quello che lo annulla. Tuttavia, sia quello che annulla sia ciò che è annullato sono solo sogni, quindi entrambe le conoscenze hanno lo stesso valore.

    Talvolta facciamo una serie di sogni nel sogno. Consideriamo veglia ognuno di questi sogni finché li sperimentiamo, mentre il sogno interno a ognuno lo consideriamo falso. Consideriamo sicuramente veglia uno di quei sogni e pensiamo di essere veramente svegli in quel frattempo; quindi questo sogno non è mai riconosciuto falso. La ferma conoscenza di veglia, mentre si sperimenta un sogno, è in qualche modo diversa dalla veglia che si sperimenta nella situazione attuale? Niente affatto.

    Quando si discute sulla differenza tra la veglia e il sogno, si afferma che nessun sogno, essendo illusorio, può ambire a essere uno stato equivalente alla veglia, che è ciò che lo cancella.

    1. Quindi la convinzione che la conoscenza della veglia e quella del sogno siano diverse è dovuta solo al pregiudizio della veglia: non ci sono due livelli di conoscenza, una reale conoscenza di veglia e una illusoria conoscenza di sogno.

    Sebbene la logica della veglia affermi che ciò che è cancellato è sogno e perciò è un’illusione, questo non ostacola la conclusione fatta dal punto di vista intuitivo del Sākṣin, per cui la Coscienza è una senza alcuna divisione di conoscenza corretta e conoscenza erronea.

    117. Il ricordo della veglia in sogno è sogno: anche la conoscenza del sogno in sogno è sogno

    S’è detto precedentemente che nel sogno non abbiamo ricordo del mondo della veglia. Non si può portare alcun esempio contrario a questo fatto, perché in quel tempo il sogno appare solo in quanto veglia. Ma non appena una persona capisce il sogno come sogno, il sognatore cessa di essere un sognatore e si ritrova in veglia. Non c’è una regola per svegliarsi dalla certezza del sogno, c’è solo una esperienza ordinaria (sāmānyā anubhava) per cui, non appena uno capisce che il sogno è un sogno, si sveglia.

    Obiezione: talvolta sorge il dubbio se stiamo sognando o siamo svegli, perché in certe occasioni abbiamo la sensazione di stare sognando, di non essere svegli e che la veglia sia differente. Mi chiedo come un tale sogno possa avvenire.

    Risposta: sì, può accadere in casi particolari, non spesso. Per esempio, c’era a Delhi un certo Dr. Rāmanārāyaṇa che aveva fatto approfonditi studi sulle sue esperienze di sogno. Usava l’autosuggestione e l’autoipnosi per vedere se era possibile, durante il sogno, rendersi conto di star sognando. Una volta vide in sogno una stanza della sua casa con il mobilio e i familiari, tutte repliche esatte della sua veglia. Tutte le persone che trovò lì appartenevano alla veglia, ma nessuno sembrava rendersi conto di essere in un sogno. Cercò di convincerli che erano tutti parte del suo sogno, quindi solo immaginati da lui. Nessuno accettò questa argomentazione e risero. Suo figlio lo derise come fosse matto, accusandolo di non riconoscere i suoi famigliari poiché affermava che era tutto un sogno. In veglia cercò di convincere chi gli stava intorno, che lo stato presente era solo un sogno dal punto di vista pāramārtika. Ma non ci riuscì nemmeno in quel caso.

    Il Dr. Rāmanārāyaṇa dallo studio sul sogno è arrivato a queste conclusioni:

    • Quando andiamo in sogno, se il mondo della veglia non esistesse separatamente, non potremmo avere un’esperienza di essere in sogno e che esso sia diverso dalla veglia. Sebbene tali sogni siano rari, possono accadere. Su questa base, perché non accettiamo che ci sia un mondo sottile di sogno, realmente esistente?
    • Di solito non accade che ritorniamo nello stesso sogno; tuttavia, nelle summenzionate circostanze si trovano persone che visitano lo stesso sogno ripetutamente. Per queste ragioni, perché non dovremmo concludere che il sogno e la veglia sono due mondi separati e indi-pendentemente esistenti?
    • Talvolta i sognatori parlano a gente della veglia nei loro sogni e rispondono in modo corretto alle loro domande. Come potrebbe accadere questo se il sogno non esistesse parallelamente alla veglia? È molto importante rispondere a questa domanda, perché, se i due stati esistono indipendentemente e parallelamente l’uno accanto l’altro, è inutile parlare della verità di uno come incluso nell’altro. In ogni stato sarebbe inclusa la verità dell’altro. Questo contraddice all’idea che il mondo del sogno non esista da nessuna parte durante l’esperienza della veglia.

    Risposta al Dr. Rāmanārāyaṇa: il solo modo per uscire da questo problema è ricordare il § 27 in cui si stabiliva che il mondo della veglia è confinato allo stato di veglia e il mondo del sogno al sogno. Affermare che i due stati siano di tipo differente e che possano esistere simultaneamente non ha alcun senso, perché non c’è alcuna base per affermare che, oltre ai tempi dei due stati, ci sia un tempo comune a essi. Se è così, non ha alcun senso considerare che esistano due stati paralleli allo stesso tempo. Nemmeno il ricordo della veglia nel sogno ha alcun senso, perché questo ricordo non è possibile senza presumere un tempo e una mente comuni per i due stati, essendo contro l’esperienza di ciascuno. Anche la credenza che il sogno sia ricordato in veglia è solo un’idea erronea che discutiamo nel § 118.

    Obiezione: lo studio del Dr. Rāmanārāyaṇa ha provato che c’era una memoria di veglia nel sogno e una cognizione di trovarsi in sogno. Come si spiega quest’esperienza?

    Risposta: come ogni conoscenza della veglia appartiene solo allo stato di veglia, così anche ogni conoscenza del sogno appartiene solo al sogno. Esamineremo la questione in questa luce: se in sogno possiamo avere il dubbio che possa essere un sogno, perché anche nella veglia non dovremmo avere il dubbio che anche questo potrebbe essere un sogno? Di fatto alcuni la pensano in questo modo. L’insorgere di tale dubbio è comune a entrambi gli stati e ciò non ci aiuta a chiarire qual è la veglia e qual è il sogno. Nel caso descritto, conoscenza, memoria, gioia e dolore, determinazione e immaginazione, avvenendo tutti in sogno, devono rimanere in sogno e non c’è alcuna prova del loro passaggio alla veglia. Perciò il ricordo della veglia nel sogno del Dr. Rāmanārāyaṇa è solo il suo sogno, perché egli ha avuto il sogno di ricordare la veglia ed egli sognò ‘questo è un sogno’. Il suo ricordo della veglia non era realmente dello stato di veglia né il suo pensiero del sogno era realmente una constatazione di esso in quanto sogno, perché dal punto di vista dell’esperienza universale non c’è alcuna base per dire che la mente della veglia sia nel sogno.

    1. Cultori dell’arte mnemonica dell’avadhāna. In apparenza essi sono capaci di richiamare alla mente contemporaneamente diversi ricordi ed esprimerli in stretta sequenza. Aṣṭāvadhāni e i Śatāvadhāni sono in grado di controllare rispettivamente otto o sette ricordi insieme [N.d.C.].[↩]
    2. A seconda dei casi l’impressione può essere giusta o sbagliata. Per esempio se guardo una corda e vedo la corda, l’impressione che si registra nella mente è corretta. Ma se invece vedo un serpente, l’impressione della mente sarà errata [N.d.C.].[↩]

    5. Commento alla Māṇḍūkya Upaniṣad e alle Kārikā di Gauḍapāda

      Svāmī Prabhuddhānanda Sarasvatī Mahārāja

      5. Commento alla Māṇḍūkya Upaniṣad e alle Kārikā di Gauḍapāda

      Agama Prakaraṇa

      Mantra 1-3

      Senza conoscere un alfabeto non si può costruire un linguaggio; la grammatica viene in seconda battuta in quanto l’alfabeto, con la sua pronunzia corretta, è la cosa fondamentale. Nemmeno del Vedānta si può fruire senza che siano chiari i suoi fondamenti. Si può fruire di qualcosa solo quando la si può capire perché allora a essa si sarà interessati. Quando si riconosce la logica delle cose, allora inizia la fruizione. Nel Vedānta tale sequenza è più pratipatti krama, una sequenza intellettuale, piuttosto che una sequenza temporale (kāla krama); e la sequenza intellettuale rende molto chiaro il pensiero. Per esempio, senza i genitori non c’è figlio, cioè prima ci sono i genitori e poi il figlio: questa sequenza è kāla krama, sequenza temporale. Pratipatti krama significa che senza una causa non c’è effetto, senza un’azione non c’è risultato. Ma se si pensa solo in termini di prima e dopo, “prima c’è il karma e poi c’è il risultato”, questo è kāla krama. Nel Vedānta non c’è kāla krama, nell’apparizione non c’è kāla krama, ma solo pratipatti krama. Cioè, presupponendo il soggetto c’è l’apparizione dell’oggetto; presupporre la propria coscienza presente nella percezione dell’intero universo, presupporre la propria coscienza presente nella percezione del corpo e nella percezione dell’universo, questo krama è pratipatti, e non kāla. Il kāla krama è la successione temporale come avviene nella storia. Invece il Vedānta insegna il pratipatti krama dell’intera creazione. Cioè afferma che senza presupporre la presenza dell’origine, non ci può essere alcuna creazione; questo è un fondamento indiscutibile. Quando si capisce che non c’è kāla krama, allora molte domande svaniscono dalla mente e non si pensa più in termini di tempo. Lo stesso tempo appare nella Realtà che è libera dal tempo. Capire che il tempo è il senza tempo, questo è pratipatti krama.

      La Māṇḍūkya non è facile da capire e da fruire senza conoscere questi fondamenti. Bisogna pensare con il linguaggio dello śāstra. L’essere cosciente si ritrova con la percezione della corporeità come anche con la percezione dell’universo e dei tre stati. La parola ‘percezione’ può significare anche ‘esperienza’, perciò la vita, il corpo e l’universo sono percezioni. Il corpo pare essere un oggetto di percezione e così anche l’universo, ma il Vedānta spiega che il corpo e l’universo sono solo percezioni e non oggetti di percezione e che sono una erronea percezione sulla Realtà, sull’illimitato Brahman, che è la propria natura. Così, nella visione del Vedānta l’universo è una percezione della propria natura da correggere. In parole povere, la percezione ha un’origine che è la propria natura. Gli esseri umani sono molto mediocri, perciò la śruti spiega l’universo come una creazione in Brahman, che è la propria natura. Se l’universo è descritto come percezione, allora è chiamato adhyāsa sulla Realtà, se è descritto come sṛṣṭi è māyā sṛṣṭi. Si deve sempre ricordare che l’universo è sempre una percezione spiegata dalla śruti in quanto sṛṣṭi, creazione. Proprio come l’erronea percezione non comporta alcun cambiamento nel fatto, così la creazione non comporta alcun cambiamento nell’origine.

      Il metodo che la śruti adotta per spiegare la creazione e per indicare la sua origine, è chiamato prakriyā. Nella śruti ci sono sṛṣṭi prakriyā, avasthātraya prakriyā, samanya-viśeṣa prakriyā, abhidhānam abhidheyam prakriyā. Tutte le prakriyā usano il comune metodo chiamato adhyāropāpavāda nyāya. Indicare l’origine in relazione all’universo è adhyāropa apavāda dṛṣṭi e indicare l’origine come libera da quella relazione è apavāda dṛṣṭi o svarūpa dṛṣṭi.

      Se sei un genitore in relazione al figlio, questo è adhyāropāpavāda dṛṣṭi; in relazione alla sposa sei lo sposo; questa è adhyāropāpavāda dṛṣṭi. Ciò significa che l’intero stato di veglia lo vivi solo nell’adhyāropāpavāda dṛṣṭi. Non c’è una svarūpa dṛṣṭi. Nel sonno profondo sei libero da tutte le relazioni, e quello è svarūpa. Nello stato di veglia, se ti rivolgi allo svarūpa, chiamato svarūpa dṛṣṭi, significa che prendi in considerazione il svarūpa. Quando si è in relazione con qualcosa, quello è chiamato adhyāropa dṛṣṭi, e quando si è liberi da quella relazione, quello è la svarūpa dṛṣṭi. Non c’è un terzo punto di vista: ci sono solo adhyāropa e apavāda. Quello che è reale in comparazione al mio corpo, ai miei pensieri, al mio saṃsāra, che è in relazione a tutto questo, quello che è la Realtà è l’origine non duale. Ma la relazione esiste solo in quanto errore. E non qualifica la Realtà, perciò la Realtà, dal punto di vista della Realtà, è solo quella chiamata apavāda o svarūpa dṛṣṭi. Dunque, tutte le prakriyā seguono un’unica prakriyā detta adhyāropa apavāda nyāya, che significa indicare l’origine in relazione all’universo come adhyāropa dṛṣṭi, e la stessa origine, libera da quella relazione, è apavāda o svarūpa dṛṣṭi.

      La Māṇḍūkya Upaniṣad segue abhidhānam abhidheyam prakriyā. Abhidhānam significa descrizione con una o più parole. Abhidheyam significa qualsiasi cosa descrivibile a parole. Ogni dettaglio della creazione è abhidheyam perché ha jāti [categoria d’appartenenza], guṇa [qualità o proprietà], kriyā [azione] e sambandha [relazione]. Può averne una di queste o più di una o tutte e quattro. Anche se ne ha una sola è comunque sempre descrivibile. In questo modo l’intera creazione è abhidheyam. Brahman, in quanto origine dell’universo, è descrivibile a parole, perché ha sambandha con l’universo, in quanto sua origine. Descrivere Brahman come origine dell’universo in relazione a esso è adhyāropa dṛṣṭi. Ciò significa che solo basandosi sull’adhyāropa dṛṣṭi, Brahman è abhidheyam e Oṃkāra diventa abhidhānam. Oṃkāra è il nome per il Brahman. Fra l’abhidhānam e l’abhidheyam c’è una relazione infrangibile; uno non può esistere senza l’altro. Proprio come gli occhi sono sempre correlati alla vista, gli orecchi al suono, il jīva al jagat, così abhidhānam è in relazione ad abhidheyam. Oṃkāra è Brahman come origine e sono correlati in questa correlazione chiamata gauṇa ekatvam [unità qualificata]: è un unico dominio inseparabile. Il punto di vista del Vedānta è che l’abhidhānam Oṃkāra e l’abhidheyam Brahman, hanno una unicità reale, intendendo che la correlazione è solo un errore, non è reale. Questa reale unicità è chiamata mukhya ekatvam [unità più alta]. Il Vedānta dice che Oṃ è Brahman, il nome è il nominato, il nominato è il nome; perciò il nome perde la sua nominazione e il nominato la sua nominabilità; entrambi hanno una realtà comune chiamata nirviśeṣam; quel nirviśeṣam non ha nessuna della quattro relazioni e per questo è nirviśeṣam.

      I primi due mantra indicano che fra Oṃ e l’origine, il Brahman,c’è mukhya ekatvam, dicendo nel primo mantra che “Tutto è Oṃ” e nel secondo che “Tutto è Brahman”. Quindi c’è una unicità che è nirviśeṣam.

      Se c’è una reale unicità tra Oṃ e Brahman, allora c’è una reale unicità fra il nome o descrizione e ogni parte della creazione. Ciò significa che l’intera creazione, con la sua descrizione, è fatta di nirviśeṣam. È il nirviśeṣam che è insegnato come origine dall’adhyāropa dṛṣṭi e come nirviśeṣam dalla svarūpam dṛṣṭi. Così l’intera vita non è un dominio di correlazioni, ma un dominio di nirviśeṣam che sembra un dominio di relazioni, ma che di fatto è nirviśeṣam. L’abhidhānam abhidheyam prakriyā spiega l’universo come abhidheyam e indica anche il Brahman-origine come abhidheyam dal punto di vista dell’adhyāropa; e per svarūpa dṛṣṭi sia la creazione sia l’origine sono nirviśeṣam,in cui creazione, materia, nome, e forma e tutto ciò che è abhidheyam è reso falso e il conoscitore sta come nirviśeṣam libero dal pensiero.

      Mantra 3

      1. Jāgarita sthāna bahiṣprajñaḥ saptāṅga ekonavimśati mukhaḥ sthūla bhuk Vaiśvānaraḥ prathamḥ pādaḥ ǀ

        Il primo pāda è Vaiśvānara il cui campo è lo stato di veglia (jāgarita sthāna), in cui la Coscienza è rivolta agli oggetti esterni. Possiede sette membra e diciannove bocche e fruisce degli oggetti grossolani.

      Il terzo mantra afferma che l’esperienza dimostra che la propria esistenza è l’illimitato Brahman. La parola Brahman non è propriamente un nome: Brahman significa ‘illimitato’. Nemmeno Ātman è un nome; significa il soggetto, il pratyagātman, il Sé interiore. In suṣupti, l’uomo è nirviśeṣam e, non appena apre gli occhi, proprio da lì inizia la sua percezione del corpo e dell’universo; questa esperienza è la prova che la percezione avviene nel nirviśeṣam. Ciò significa che la sostanza per il saviśeṣam è il nirviśeṣam e il nirviśeṣam in quanto sostanza, è chiamato l’origine; ma è solo insegnato come l’origine (kāraṇam), pur rimanendo nirviśeṣam. Perciò il terzo mantra afferma che Ātman è Brahman. Che l’Ātman sia Brahman è evidente nella propria esperienza, ma non vi si presta attenzione. Il Vedānta indica al jīva solo questa prova, in modo che possa riconoscere il suo nirviśeṣatvam. Questo nirviśeṣam-Ātman ha quattro pāda: jāgrat, il primo pāda, svapna, il secondo, suṣupti, come origine dei due è il terzo e suṣupti in quanto non duale è il Quarto. La stessa suṣupti, nel secondo caso, è intesa non più in quanto terzo stato, perché non c’è memoria degli altri due. Il sonno profondo non è sperimentato come terzo stato; quando ci si basa sull’esperienza, esso è il Quarto. Se, invece, lo si definisce uno stato di oscurità, allora appare come terzo. Se lo si definisce ‘lo stato dell’origine’ è il terzo. Ma non è sperimentato né come oscurità né come origine: è sperimentato come non duale e, in quanto tale, è nirviśeṣam, il Caturtham.

      1. Tripurā Rahasya

        1. Tripurā Rahasya

        Il Mistero della Dea Tripurā
        Jñāna kāṇḍa

        Traduzione e note a cura di Maitreyī

        Śrī Vidyā è la via iniziatica śākta più intellettuale fra tutte le correnti tantriche; facendo parte integrante dell’indagine conoscitiva (jñāna vicāra), assieme all’Advaita Vedānta è nota anche come Brahma Vidyā. Come si è già reso noto su questo Sito, si tratta di una scienza che è stata assunta presso tutti gli Śaṃkara Pīṭham e insegnata dai Jagadguru e dai guru indipendenti che da questi sono stati autorizzati e istituiti per formare delle paramparā parallele. Diffusissima nell’India meridionale, è stata riportata al nord da Śrī Śrī Svāmī Hariharānanda Sarasvatī “Karapātrījī” Mahārāja. Come è stato qui ripetutamente menzionato, Śrī Vidyā è una via composta di tre livelli. Il primo livello, che viene seguito dai dīkṣita subito dopo l’iniziazione, è quella dei doveri rituali o pūja dharma, spesso definito anche come pratica della adorazione. Si tratta del compimento di riti di offerte (āhuti) a simulacri della Dea Lalitā, detta anche Tripurāsundarī, e di sacrifici (yajña), accompagnato dalla pronuncia di bīja mantra, officiati dal Guru o dallo specialista di riti (purohita) della singola famiglia iniziatica (kula). I rituali di questo livello sono sacrifici vedici compiuti in forme tantriche. Ogni singolo discepolo, poi, è tenuto alla recitazione (jāpa) solitaria del mantra: all’inizio il Gaṇapati, per dissolvere gli ostacoli all’entrata dello śaktipāta nelle nāḍī appena aperte dalla dīkṣā e, in seguito, altri mantra a scopo di aprire i cakra a partire da quello del cuore. Le prime esperienze positive fanno del dīkṣita un sādhaka, ovvero un iniziato che sta ottenendo i risultati della pratica del metodo. Il secondo livello è dedicato all’intensificazione della recitazione di vari mantra (mantra dharma) che s’aggiungono sempre più complessi e con maggior numero di sillabe (akṣara), fino a quello più carico di potenza di sedici sillabe (ṣoḍaśī mantra), che corrisponde all’apertura del loto della sommità della testa (Brahmarandhra). Questa fase è caratterizzata da una particolare attitudine esoterica segnata dalla segretezza delle istruzioni impartite dal Guru direttamente al discepolo. Quest’ultimo, in questa fase, si dedica alla meditazione distaccata dall’ottenimento di meriti o virtù ed è ora definito upāsaka (meditante). Con il ṣoḍaśī mantra l’upāsaka si rende indipendente dal maestro, attinge la conoscenza direttamente dalla propria Coscienza, la Dea stessa, il maestro interiore. Questa seconda fase comporta la purificazione della mente (śuddhadhī) e la possibilità di accedere al terzo livello. Quest’ultimo è il Vedānta, la via della pura conoscenza. Le opzioni, in questo caso sono principalmente due: o si prosegue ricevendo l’insegnamento da un Guru di Śrī Vidyā che ha raggiunto la realizzazione finale, oppure si opta per seguire l’insegnamento di un maestro di Advaitavāda. Nel primo caso l’iniziato continuerà il suo viveka mantenendo un linguaggio tantrico, seppure applicato al metodo dell’adhyāropāpavāda e non all’aspetto devozionale e rituale dei due livelli propedeutici. Oppure, la seconda opzione sarà quella di diventare discepolo di un Guru dell’Advaita śaṃkariano. Il risultato sarà comunque identico, in quanto quelle due vie sono tali solo in apparenza essendo per natura non duali. Questo è valido nella prospettiva per cui, dallo stato di ignoranza, si procede dal basso verso l’alto a tappe fino alla purificazione mentale per poi assumere il metodo conoscitivo della Sākṣat prakriyā. Considerando, invece, quanto si è detto fin qui dall’alto verso il basso, per il Vedānta di entrambe le opzioni i due primi livelli di Śrī Vidyā rappresentano il karma yoga che conduce alla via della conoscenza come un percorso unico. Per questa ragione Śrī Vidyā è diventato l’avvio privilegiato al Vedānta non duale, presso tutti i Śaṃkara Pīṭham e i numerosi Maṭha della medesima tradizione conoscitiva.

        Su questo Sito è stata pubblicata, a cura della nostra collaboratrice Durgā Devī, la Bhāvana Upaniṣad,apparsa anche in forma cartacea per i tipi di Ekatos. Quel testo, utilissimo per conoscere i fondamenti di Śrī Vidyā, tratta in dettaglio i primi due livelli di questa via gnostica. Ora ci accingiamo a pubblicare il Tripurā Rahasya, che invece tratta del passaggio dal mantra dharma al jñāna kāṇḍa. Il contenuto di questo libro descrive il superamento della fase rituale (karma kāṇḍa) e il passaggio al livello vedāntico di Śrī Vidyā, e, per questa ragione, gli upāsaka lo considerano, a buon diritto, una vera e propria Upaniṣad. Tripurā Rahasya è stata pubblicata alcune volte in lingue occidentali: i traduttori e curatori di tali versioni hanno interpretato il testo alla luce della loro categoria d’appartenenza. In generale, i traduttori indiani dal sanscrito all’inglese hanno usato un approccio al testo più diretto e, quindi, più genuino, sebbene poco ‘filologico’ e meno ‘scientifico’; le loro interpretazioni della dottrina contenuta variano tra i due estremi di considerarla un testo di Advaita śaṃkariano -supposizione, tutto sommato, non del tutto errata- fino a una esposizione di un metodo di Yoga tantrico. I sanscritisti e indologi occidentali, invece, del tutto spaesati a causa della loro totale mancanza di conoscenze riguardanti Śrī Vidyā, hanno visto nel Tripurā Rahasya una trasposizione ‘popolare'1 dell’Advaita Vedānta, infarcita di interpolazioni provenienti da correnti tantriche e sāṃkhya le più disparate, con la preponderante e immancabile influenza dello ‘Śivaismo del Kashmir’. Questa loro ossessione fa sì che ritrovino in ogni dove l’influenza dottrinale della corrente ormai estinta del Trika con cui spiegano qualsiasi fenomeno tantrico che non conoscono; Nel caso di Tripurā Rahasya, la supposta influenza dello ‘Śivaismo del Kashmir’ non solo denuncia la loro ignoranza di Śrī Vidyā, ma anche dello stesso Trika. Infatti, come il lettore potrà verificare, il testo che pubblichiamo espone il coerente superamento della fase ritualistica di Śrī Vidyā per poter accedere poi al suo percorso di conoscenza2. È davvero una grazia divina che l’aspetto riservato di questa via iniziatica così diffusa in India sia ancora fuori della portata desacralizzante degli studi accademici.

        In origine, il Tripurā Rahasya era composto da tre parti: il māhātmya kāṇḍa, contenente prevalentemente le narrazioni mitologiche focalizzate sulla figura della Dea e dei personaggi mitici che ne hanno trasmesso l’insegnamento3. La seconda parte, chiamato jñāna kāṇḍa, è il testo qui riprodotto, prevalentemente dedicato all’esposizione della dottrina advitīya. La terza parte, andata perduta, era il caryā kāṇḍa, in cui si descrivevano i rituali del primo e secondo livello. Secondo la tradizione vivente, il Paraśurāma Kalpasūtra sarebbe un testo che riassume il caryā kāṇḍa del Tripurā Rahasya, perciò questa perdita non è del tutto irreparabile4.

        La struttura del jñāna kāṇḍa segue i parametri della narrativa tradizionale. Un racconto più ampio contiene al suo interno un certo numero di racconti che sono occasione per l’esposizione della dottrina conoscitiva e che sono di sprone per l’abbandono del dominio illusorio dell’azione, fosse anche quella rituale5. L’insegnamento di Haritāyana a Nārada, che consiste in pochi versi di apertura e di chiusura dell’intera opera, ha solo lo scopo di connettere il jñāna kāṇḍa al māhātmya, in cui si trattava dell’incontro tra quel Guru e il suo celebre discepolo. È così poco rilevante, che il lettore, preso dalle diverse narrazioni, si dimentica di questo incipit, che gli ritorna alla memoria solamente alla conclusione del libro. Il vero racconto cornice è rappresentato dai dialoghi tra Paraśurāma e il suo divino Guru Dattātreya. Per istruire il discepolo, Datta gli insegna la dottrina sotto forma di alcune storie che presentano due personaggi complementari, l’uno che svolge la funzione di maestro e l’altro di discepolo. I racconti culminano sempre in un insegnamento che induce il discepolo, dopo la purificazione della mente, ad abbandonare la pratica del metodo attivo per dedicarsi alla contemplazione pura. Il primo racconto narra la storia del principe Hemacūḍa e della sua sposa Hemalekhā; la seconda storia narra dello strano viaggio del principe Mahāsena nel mondo racchiuso in una roccia. Il terzo racconto consiste negli insegnamenti del re Janaka ad Aṣṭāvakra, mentre il quarto è la spiegazione della conoscenza che la Dea Lalitā impartì agli altri Dei. Il quinto e ultimo episodio espone gli insegnamenti che il principe Hemāṅgada diede a un brāhmaṇa condannato per le sue colpe a vivere come un orco cannibale. Per ribadire l’importanza della scelta metafisica rispetto alla pratica rituale, ogni narrazione ricomincia proprio dall’inizio, dalla pūja e dal mantra, per poi, dopo la purificazione mentale, celebrare il trionfo della conoscenza sul dominio dell’ignoranza e del saṃsāra. Sia la lettura leggera e il suo effetto profondo!

        Maitreyī

        Oṃ Tat Sat

        I Capitolo

        Saluto a Oṃ, Brahman indifferenziato6, essenza di Beatitudine, Coscienza assoluta risplendente come unico specchio in cui si riflette il meraviglioso universo.

        Harithāyana disse: «O Nārada, hai udito con attenzione il mahātmya di Śrī Tripurā che insegna la via per l’Assoluto7. Parlerò ora della conoscenza che è unica perché, ascoltandola, ci si può liberare permanentemente dalla sofferenza. Dopo un approfondito studio, essa è una sintesi essenziale della sapienza vedica vaiṣṇava, śaiva, śākta e pāśupata. Nessun altro insegnamento colpirà tanto la mente come questo sulla saggezza che anticamente l’illustre maestro Dattātreya insegnò a Parśurāma. L’insegnamento era frutto della sua intuizione (upalabdhi) basata sulla logica (upapatti) e illustrato da numerosi racconti. Chi non apprende la verità dopo averla udita sia considerato pazzo, da classificare fra gli oggetti insenzienti e maledetto dagli Dei; lo stesso Śiva non saprebbe come fargli ottenere la conoscenza.

        Ora ti esporrò la sezione della conoscenza (Jñāna Kāṇḍa). Ascolta! Le vite dei saggi sono le più sacre, cosicché anche tu Nārada hai voluto apprenderla da me, perché il servizio ai saggi permette di ricevere la loro eterna influenza spirituale, proprio come il senso dell’odorato permette di godere del profumo del muschio.»

        Ascoltando il māhātmya della Dea dalle labbra di Dattātreya, il virtuoso Parśurāma, figlio di Jamadagni, benevolo verso tutti, rimase in silenzio, immerso nella devozione (bhakti). Quando poi la mente gli si pacificò, i suoi occhi brillarono rapiti e i peli del suo corpo gli si rizzarono come se la sua gioia non potesse essere trattenuta, ma che fuoriuscisse da ogni poro. Allora si prostrò ai piedi del suo maestro Datta. Alzatosi, essendo pieno di śraddhā, con voce soffocata dall’emozione disse: «Sono fortunato, sono benedetto dalla tua grazia, o Signore! Quella effusione di grazia chiamata Śiva, qui presente sotto forma del mio Guru, mi è davvero fausta. Ottenuta tanta benedizione, perfino il Signore della creazione sembra solo un filo d’erba. Non è forse vero che perfino il Dio della morte si dissolve nel Sé, allorché il proprio maestro si compiace a elargirla? Quell’Essere supremo sotto forma del mio maestro mi è veramente favorevole per ragioni che ignoro. Quando è ottenuta la grazia del Guru, si è ottenuto tutto. Mi hai amabilmente introdotto alla gloria di Tripurā. Ora desidero ferventemente adorare la sua maestà suprema. Gentilmente, o maestro, dimmi cosa si deve fare.»

        A questa richiesta il Guru Datta, soddisfatto delle qualifiche di Parśurāma, il cui zelo e devozione per l’adorazione di Tripurā erano così intensi, debitamente lo iniziò al metodo della sua adorazione. Dopo l’iniziazione al sacerrimo metodo che conduce direttamente alla realizzazione, Paraśurāma apprese di seguito dai preziosi insegnamenti del Guru, tutte le singole tecniche metodiche, i mantra, gli yantra e i vari tipi di meditazioni (tantra), come l’ape raccoglie il miele da fiore in fiore. Il cuore di Bhārgava fu ricolmo di gioia. Allora, con il permesso del suo santo maestro, dopo essersi abbeverato alla sacra fonte di sapienza, compì con venerazione la circoambulazione rituale (pradakṣinā) attorno al Guru, per poi ritirarsi sul monte Mahendra.

        Essendosi allestito un romitaggio puro e confortevole, si dedicò per dodici anni all’adorazione di Tripurā. Contemplò incessantemente l’immagine della divina madre Tripurā, compiendo allo stesso tempo i suoi riti quotidiani e i rituali speciali connessi con la pūjā e alla ripetizione dei mantra8. Così, dodici anni passarono in un baleno. Un giorno, mentre il figlio di Jamadagni sedeva a proprio agio, cominciò a riflettere: «Non ho capito nulla di ciò che Saṃvarta9 m’aveva detto quando, tanto tempo fa, lo incontrai lungo il cammino. Ho anche dimenticato quello che chiesi al mio Guru. Da lui sentii il mahātmya di Tripurā, ma non mi è chiaro ciò che Saṃvarta rispose alla mia domanda sulla creazione. A questo proposito menzionò la storia di Kaṭakṛt (Narasiṃha), ma non la concluse, rendendosi conto che non ero ancora maturo per quello. Ancora non capisco nulla su come funziona il mondo: da dove proviene in tutta la sua grandezza? Dove va? Come esiste? Io penso che sia transeunte. Tuttavia, gli avvenimenti mondani sembrano permanenti; come si spiega ciò? Tali avvenimenti, piuttosto, dovrebbero essere effimeri. Quanto è strano ciò! Chi si sforza a seguire le relazioni mondane è come un cieco guidato da un cieco! Il mio caso è esemplare; infatti non ricordo neppure ciò che è successo nella mia infanzia. Ero diverso nella mia giovinezza, ancora diverso nella mia maturità e ora ancor di più; così la mia vita è in continuo cambiamento. Quali frutti siano maturati come risultato di questi cambiamenti, non mi è chiaro. Il fine è in armonia con lo strumento adottato dagli individui a seconda del loro temperamento, in luoghi e tempi diversi. Cos’hanno ottenuto in tale modo? Sono felici? L’unico risultato considerato certo è quello che le persone ottuse perseguono. Non posso tuttavia pensare che sia così, vedendo che, anche dopo aver raggiunto tale fine, si ripetono altri tentativi. Perché dopo aver raggiunta una meta, poi se ne cerca un’altra? Perciò quello che l’uomo sempre persegue dovrebbe essere considerato il suo scopo: il raggiungimento del piacere o la riduzione della sofferenza. Poiché tale sforzo perdura, la meta non può essere nessuno dei due. La necessità di agire per ottenere la felicità è la massima miseria. Fintanto che essa continua, come può esserci piacere o rimozione della sofferenza? Tale piacere è come quello dell’unguento lenitivo spalmato ai piedi quando l’intero corpo è ustionato o come l’abbraccio della propria amata mentre si giace mortalmente trafitti al cuore da una freccia, o come una dolce melodia di musica suonata per allietare chi soffre di consunzione per la tisi! Solo quelli che non hanno bisogno di azione sono felici; sono perfettamente beati e soddisfatti di loro stessi e provano felicità attraverso tutti i pori. Godere di momenti piacevoli fra altri dolorosi sarebbe come dire che chi si sta contorcendosi per atroci dolori addominali, può gioire dell’inebriante profumo dei fiori. Com’è sciocca la gente che, presa da innumerevoli obblighi, cerca tali momenti di piacere in questo mondo! Che dire della sapienza degli uomini che non discriminano? Essi si propongono di raggiungere la felicità dopo aver superato interminabili ostacoli con sforzo! Un mendicante di strada cerca la felicità come anche il più potente imperatore. Ognuno di questi, avendo raggiunto il suo scopo, si sente felice e si considera beato quando ha raggiunto il suo scopo della vita. Anch’io li ho imitati senza accorgermene, come un cieco che segue un cieco. Basta con questa follia! Ritornerò subito dal mio maestro che è oceano di misericordia. Imparando da lui ciò che deve essere conosciuto attraverserò il fiume dei dubbi usando la zattera dei suoi insegnamenti.»

        Avendo presa questa decisione, il virtuoso Paraśurāma, scese dal monte in cerca del suo maestro. Raggiunto rapidamente il monte Gandhamādana trovò il Guru seduto in padmāsana come il sole che illumina il mondo intero. Si prosternò davanti al seggio del maestro e, tenendo i piedi del Guru con le sue mani, li portò alla sua testa. Al saluto di Paraśurāma, Dattātreya gli diede la sua benedizione, col volto raggiante d’amore, pregandolo di alzarsi: «Figlio mio, alzati. Vedo che sei tornato dopo lungo tempo. Dimmi come stai e se sei in buona salute.» All’invito del maestro, egli si alzò, e gli si sedette davanti. A mani giunte, Paraśurāma gli parlò con gioia. «Śrī Guru, oceano di misericordia, chi è intriso dal nettare della tua benevolenza possa non essere mai afflitto da sofferenza, anche se il destino ha decretato così. Come possono le brucianti pene della malattia toccare chi dimora nella rinfrescante coppa lunare della tua benevolenza simile al nettare? Io mi sento felice nel corpo e nella mente, rinfrescato dalla tua benevolenza. Nulla mi affligge se non il desiderio di rimanere in contatto costante con i tuoi santi piedi. La vista dei tuoi santi piedi mi ha reso perfettamente felice, ma ho ancora alcuni dubbi che rimangono nella mia mente. Con il tuo permesso desidero esporteli.» Udendo le parole di Paraśurāma, Dattātreya, oceano di benevolenza, fu compiaciuto e disse: «O Bhārgava, chiedi senza indugio ciò che tanto desideri sapere e quello a cui hai pensato a lungo. Sono compiaciuto della tua devozione e risponderò alle tue domande con piacere.»

        II Capitolo

        Seguendo l’invito, Paraśurāma dopo aver salutato nuovamente il figlio di Atri, chiese con umiltà: «Signore, rispettato e venerato maestro, onnisciente oceano di misericordia, sappi che una volta, per buone ragioni, fui preso da furore contro i guerrieri della casta regale. Ventun volte a grandi passi ho percorso la regione sterminandoli, compresi gli infanti e quelli ancora nel grembo materno, formando un lago con il loro sangue. Saziati da tale offerta, i miei antenati gioirono della mia devozione; tuttavia, mi ordinarono di fermare tale carneficina. La mia ira, alla fine, si spense. Udendo la fama di Rāma, avatāra di Hari in Ayodya, la mia ira si riaccese. Accecato dalla furia e orgoglioso della mia prodezza, lo sfidai. Fui sconfitto dal grande Signore e il mio orgoglio fu umiliato. Tuttavia, con la sua innata benevolenza, mi risparmiò perché ero un brāhmaṇa. Tornando mortificato per la sconfitta, mi resi conto della vanità delle vie del mondo. Inaspettatamente incontrai Saṃvarta, il signore degli avadhūta e lo riconobbi per la potenza che nascondeva come brace sotto la cenere. Ogni particella del suo corpo si riempì di euforia e io ebbi un senso di refrigerio alla sua sola vicinanza. Gli chiesi di parlarmi del suo stato. La sua risposta fu chiara sull’essenza del dolce nettare della vita eterna. Non potei continuare la conversazione e mi sentii come una mendicante davanti a una regina. Tuttavia, lo pregai ed egli mi indirizzò a te. Seguendo queste indicazioni ho preso rifugio ai tuoi santi piedi, proprio come il cieco che dipende completamente dai suoi cari. Non mi è affatto chiaro ciò che mi disse Saṃvarta. Ho ben studiato il mahātmya di Tripurā, che è indubbiamente un incentivo alla sua devozione. Ella s’è incarnata in te, e dimora sempre nel mio cuore. Ma che cosa ho guadagnato dopo tutto? Signore, benevolmente spiegami ciò che Saṃvarta mi disse allora. È certo che io non posso realizzare la meta finché io non la conosco. Qualunque cosa faccia senza conoscerla pare un gioco da bambini. Precedentemente omaggiavo gli Dei, Indra incluso, con sacrifici, doni e offerte di cibo. Poi udii Saṃvarta dire che i frutti di tutte queste azioni sono solo mondani. Non do più alcuna importanza a queste azioni che portano a risultati limitati. La sofferenza non è assenza di felicità, ma felicità limitata. Perché quando la felicità si esaurisce, la sofferenza riemerge. Questo non è solo il misero risultato dell’azione, ma ce n’è uno ancora peggiore, la paura della morte, che non può essere mitigata per quante azioni si compiano. Le pratiche devozionali a Tripurā che mi hai ingiunto mi sembrano solo. dei concetti mentali simili a giochi da bambini. Le pratiche possono essere in accordo con le tue istruzioni o diverse. Inoltre, possono essere compiute con metodi iniziatici o con rituali esteriori, dato che gli śāstra differiscono su questo. Anche le meditazioni differiscono secondo i gusti individuali e i diversi temperamenti. Come può essere? La devozione è tanto imperfetta quanto il karma. Come possono i concetti mentali di devozione, che sono vyāvahārika, produrre il risultato immutabile della suprema Realtà? Inoltre, le pratiche sono continue e sembra non esserci fine a questi doveri obbligatori. Ho visto che il Signore Saṃvarta è del tutto felice, essendo completamente libero da ogni obbligo all’azione e ai suoi risultati limitati. Sembra deridere le cose del mondo, per procedere indifferente sulla via della non-paura, come un maestoso elefante che si rinfresca in acqua fresca quando, intorno, la foresta è in fiamme. Lo trovo assolutamente libero da ogni senso di obbligo e, allo stesso tempo, perfettamente beato nella sua realizzazione dell’Essere eterno. Come ha raggiunto quello stato e che cosa ha cercato d’insegnarmi? Benignamente, spiegami questi punti, in modo che possa riscattarmi dalle fauci del mostro del karma.» Pregando così, si prosternò e toccò i piedi del maestro. Vedendo Paraśurāma fare così, quello capì che era ora pronto per la realizzazione. Śrī Datta, la cui essenza è amore, disse gentilmente: «O Bhārgava, sei fortunato ad avere una tale mente! Proprio come un uomo che sta affogando nell’oceano e improvvisamente trova una barca che lo raccoglie, così le tue azioni virtuose del passato ti hanno offerto ora questa opportunità per la realizzazione. Quella Dea Tripurā, che è presente nello spazio del cuore e che quindi conosce intimamente ognuno, rapidamente riscatta i suoi devoti dalle fauci della morte, dopo aver manifestato se stessa nei loro cuori. Fintanto che un uomo, impaurito dall’incubo del karma, non lo placa, non potrà trovare pace. Come può essere felice colui che è morso dalla vipera del karma? Alcuni sono impazziti, come se del veleno fosse entrato nel loro sangue e li stesse torturando crudelmente. Altri sono storditi dal veleno del karma e sono incapaci di discriminare tra dharma e adharma. Sbagliando, sono sempre presi dall’azione, essendone illusi. Questa è la grave condizione dell’umanità, intossicata dal veleno del karma. Gli uomini sono da tempo immemorabile inghiottiti nel terrifico oceano velenoso, come quei viaggiatori nei monti Vindhya che, nella foresta in preda alla fame, scambiarono i frutti della pianta viṣa muṣti (nux vomica), per deliziose arance e nella loro fame vorace, li mangiarono senza notarne il gusto amaro, soffrendo poi i tormenti causati dal veleno. Avendo all’inizio preso i frutti velenosi per commestibili, ed essendo la loro mente offuscata dal veleno, cercavano sollievo dalla sofferenza. Nella loro agonia, presero e mangiarono i frutti spinosi della datura, prendendoli per frutti del jambu. Così impazzirono, persero la strada e alcuni, diventati ciechi caddero in burroni; altri ebbero le membra ferite dalle spine; altri persero l’uso delle mani e di altre parti del corpo; altri litigarono tra loro, assalendosi con pietre e randelli, finché, esausti, alla fine raggiunsero una certa città. Arrivati a una porta che era già notte, furono impediti a entrare dalle guardie. Inconsapevoli del tempo e luogo e incapaci di valutare le circostanze, assalirono le guardie e furono picchiati e respinti. Alcuni caddero in stagni e furono preda dei coccodrilli, altri caddero in pozzi e annegarono. Alcuni, più morti che vivi, furono catturati e chiusi in prigione. Tale è il destino di coloro che illusi dalla ricerca della felicità, sono presi nelle trappole del karma, per cui li attende solo la distruzione. Sei fortunato, o Bhārgava, d’aver superato questo stato di follia. L’indagine (vicāra) è l’inizio e il primo passo verso la ricompensa suprema dell’indescrivibile beatitudine. Come si può ottenere certezza senza una corretta indagine? La mancanza di giudizio è morte certa; tuttavia, molti cadono nelle sue grinfie. Per il successo è richiesta una corretta indagine, fino a quando non si giunga alla meta. La mancanza di indagine è la permanente debolezza dei daitya e yātudhāna (asura e rākṣasa). La corretta indagine è la caratteristica dei Deva, e quindi essi sono sempre felici. A causa della loro indagine, essi possono contare sempre su Viṣṇu e perciò, inevitabilmente, vincono i loro nemici. L’indagine è il seme che può germogliare e fiorire come il gigantesco albero della felicità. Colui che indaga (vicārin) emerge sempre sugli altri. Brahmā e Viṣṇu sono adorati a causa del vicāra. Il grande Signore Śiva è onnisciente per la stessa ragione. Rāma, sebbene fosse il più intelligente degli uomini, andò in disgrazia per mancanza di indagine quando tentò di catturare il cervo d’oro; poi, con scelta oculata, attraversò l’oceano fino a Lankā, l’isola patria dei rākṣasa e la conquistò. Avrai senz’altro udito come Brahmā, una volta, essendosi inorgoglito, agì come un folle e di conseguenza subì la pena di perdere una delle sue cinque teste. Senza pensarci, Mahādeva esaudì un desiderio di un asura e fu immediatamente obbligato a fuggire, temendo di essere ridotto in cenere. In un’occasione Hari, dopo aver ucciso la moglie di Bhṛgu, fu vittima di una terribile maledizione per cui patì indicibili sofferenze. Similmente, altri Deva, asura, rākṣasa, uomini e animali dovettero patire per la loro mancanza di indagine. O Bhārgava, al contrario, grandi e valorosi sono gli eroi che sono sempre dediti al vicāra. Eterno omaggio a loro! Gli uomini comuni, essendo stoltamente coinvolti nell’azione, sono sempre onnubilati; se, d’altra parte, pensassero e agissero di conseguenza, sarebbero liberi da ogni sofferenza. Il mondo è stato nella spirale dell’ignoranza da tempo immemorabile; come può esserci discernimento finché perdura l’ignoranza? Può la dolce rugiada essere raccolta nei deserti sabbiosi sempre bruciati dal caldo? Similmente, può il rinfrescante tocco della discriminazione (viveka) essere cercato nella infuocata corrente dell’ignoranza? La discriminazione può però essere raggiunta con metodi appropriati, tra cui il più efficace e migliore è la suprema grazia della Dea che risiede nel cuore di ognuno. Chi ha mai raggiunto un buon fine senza quella grazia? L’indagine è il sole che caccia via la densa oscurità dell’ignavia. È generata dalla devota adorazione della Dea. Quando la Devī suprema si compiace dell’adorazione del devoto, essa si trasforma in lui nel vicāra e brilla come il sole splendente nella sua mente. Perciò quella Tripurā, la suprema potenza, l’Essere di tutti gli esseri, la beata, la più alta, la Coscienza unica di Śiva, che dimora come il Sé dei sé, dovrebbe essere adorata, esattamente com’è insegnato dal guru. Ciò che viene prima di tale adorazione è la devozione e lo zelo degno di lode. Il suo fondamento è l’apprendimento del māhātmya. Perciò, o Rāma, ti è stato rivelato per prima cosa il māhātmya; l’hai udito e ora sei maturo. Il vicāra è la sola via per ottenere il sommo Bene. Ero davvero in ansia per te; c’era un’ottima ragione per tale ansietà. Perché fino a quando la mente del discepolo non si volge al vicāra distogliendosi dalla malattia dell’ignoranza, si è in ansia come per un paziente in delirio, finché non si vedono segni di miglioramento. Quando il vicāra si radica, si raggiunge in questa vita il sommo Bene. Fintanto che il vicāra è assente dall’essere umano, cioè dalla forma più desiderabile di nascita, l’albero della vita è sterile, perciò è inutile. Il solo frutto utile della vita è il vicāra. L’uomo senza discriminazione è come una rana nel pozzo; proprio come la rana nel pozzo non conosce nulla del bene e del male e così muore nella sua ignoranza in quello stesso pozzo, allo stesso modo gli uomini inutilmente nati nel Brahmāṇḍa, non conoscono il bene e il male riguardo se stessi e nascono solo per morire nell’ignoranza. Confondendo la rinuncia con la sofferenza (duḥkha) e i piaceri del mondo con la felicità (sukha), l’uomo soffre nel ciclo delle nascite e morti in preda a invincibile ignoranza. Anche se afflitto da sofferenza, non cessa d’indulgere in ciò che la provoca, come la ricchezza, ecc. Come un asino insegue un’asina anche se preso da lei a calci centinaia di volte, così fa l’uomo con il mondo. Ma tu, o Rāma, diventando capace di discriminare, hai superato la sofferenza.»

        III Capitolo

        Avendo Paraśurāma ascoltato le parole di Dattātreya con grande attenzione, continuò a porre le sue domande con grande umiltà: «O Signore, è esattamente ciò che il mio guru, mi aveva detto. In verità l’uomo andrà sempre verso la perdizione con la sua ignoranza. La sua Liberazione sta solo nel vicāra. Le cause remote e prossime della Liberazione da te menzionate sono state esposte nel māhātmya. Ho un grande dubbio a questo proposito: come avviene e qual è la sua causa? Potrebbe essere naturale (come il coraggio per un eroe)? E allora perché non è condivisa da tutti? Perché non l’ho ancora raggiunta? Inoltre, ci sono altri che sono più turbati e più infelici di me. Perché non hanno praticato questo metodo? Benevolmente dimmelo!» Avendo ascoltato, Datta, oceano di misericordia, rispose: «Ascolta o Rāma. Ti dirò ora qual è il primo passo verso la Liberazione. La prima cosa da fare per superare tutte le miserie e le infelicità è la frequentazione dei saggi. La frequentazione dei saggi è detta condurre al sommo bene. Il tuo contatto con Saṃvarta ti ha portato a questo grado di illuminazione che precede la Liberazione. Quando li si avvicina, i saggi insegnano il sommo bene. Qualcuno ha forse ottenuto qualcosa di grande senza contatto con i saggi? Ad ogni modo quella compagnia è determinante per lo sviluppo futuro dell’individuo. L’uomo, senza alcun dubbio, matura i frutti grazie alla loro frequentazione. Ti racconterò una storia per illustrarti tutto questo: C’era una volta un Re dei Daśārṇa di nome Muktācūḍa. Egli aveva due figli: Hemācūḍa e Manicūḍa. Erano avvenenti, gentili e ben istruiti. Un certo giorno guidarono una battuta di caccia che radunava molti uomini e guerrieri, nella densa foresta delle montagne Sahya, infestata da tigri, da leoni e da altre fiere. Erano armati di archi e frecce. Lì colpirono molti cervi, leoni, orsi, bisonti, lupi, ecc., uccidendoli abilmente con i loro archi. Mentre stavano cacciando altre prede, cominciò a infuriare una tempesta di sabbia e sassi. Una densa nube di polvere oscurò il cielo che divenne scuro come la notte, tanto che non si potevano più distinguere rocce, alberi e uomini. La montagna era avvolta nell’oscurità cosicché non si distinguevano colline e valli. Il corteo si disperse tempestato dalla sabbia e dai ciottoli scagliati dalla tromba d’aria. Alcuni si ripararono sotto rocce, altri in caverne e altri ancora sotto alberi. I due principi si allontanarono a cavallo. Hemācūḍa, infine, raggiunse l’eremitaggio di un asceta, costruito in un bel palmizio di banani e di palme da dattero. Lì vide una bella fanciulla, il cui corpo splendeva come oro e brillava come fiamma. Il principe fu ammagliato alla vista di quella fanciulla che sembrava la Dea della fortuna e si rivolse a lei così: “Chi sei, o bella Signora, che vivi senza timore in una così solitaria e paurosa foresta? Perché sei qui? Sei qui da sola?” Interrogata in questo modo, la bella e immacolata fanciulla rispose: “Sii benvenuto o principe. Per favore, siedi. L’ospitalità è un sacro dovere delle persone pie. Vedo che sei stato coinvolto e colpito dalla tempesta. Lega il tuo cavallo a questa palma. Siediti e riposa e poi potrai ascoltarmi in tutta calma.” Gli diede da mangiare frutta e succhi da bere. Dopo averlo ristorato, gli rivolse ancora dolci parole che uscivano come nettare dalle sue labbra. “O principe, vi è un asceta ben noto chiamato Vyāghrapāda, ardente devoto di Śiva, che con le sue ascesi ha superato tutti i mondi e che è venerato perfino dai più grandi santi per la sua incomparabile saggezza riguardo a questo e agli altri mondi. Io sono la sua figlia adottiva. Il mio nome è Hemalekhā. C’era una volta una vidyādharī10 di nome Vidyutprabhā che era bellissima. Un giorno venne qui per bagnarsi in questo fiume Veṇā; contemporaneamente era arrivato qui anche Suśeṇa, Re di Vaṅga. Egli vide la celestiale bellezza che stava bagnandosi; era la più bella del mondo, flessuosa e dal bel seno. S’innamorò di lei, subito ricambiato. Dopo aver consumato il loro amore, il Re ritornò a casa lasciandola incinta. Spaventata dalla vergogna, tentò di abortire. Tuttavia, io nacqui viva da quel grembo. Quando Vyāghrapāda venne alla riva per le sue abluzioni serali, essendo compassionevole verso tutte le creature, mi raccolse per allevarmi con cura materna. Colui che offre la giusta protezione, lo si chiama padre. Perciò io sono sua figlia in virtù di questa sua decisione e sono a lui devota. Non ho di certo alcuna paura in alcun posto della terra, grazie alla sua grandezza. Né Dei né asura possono entrare in questo eremitaggio con cattive intenzioni; se lo facessero provocherebbero la loro rovina. Ti ho raccontato la mia storia. Soffermati qui un momento, o principe. Quel Signore, il mio padre adottivo, sarà qui presto. Porgigli il saluto e ascoltalo con umiltà; ogni tuo desiderio sarà esaudito e poi potrai andartene.” Avendola ascoltata ed essendosi innamorato di lei, egli tacque per paura di offenderla; tuttavia, era angosciato. Vedendo il principe colto d’amore, la saggia fanciulla gli disse: “Bravo, o principe, sii calmo; mio padre sta per venire. Potrai dirgli tutto.” Mentre stava dicendo ciò, il grande saggio Vyāghrapāda arrivò, portando un cesto di fiori raccolti nella foresta per la pūjā. Alla vista dell’asceta, il principe s’alzò e, prosternandosi, disse il suo nome e poi si assise dove gli veniva indicato. Il saggio notò che era in preda all’amore e valutando la situazione con i suoi poteri, pensò cosa sarebbe stato meglio fare in quella circostanza. Finì col concedere Hemalekhā in sposa al principe. Il principe, pieno di gioia, ritornò con lei alla sua capitale. Anche Muktācūḍa, suo padre, fu molto compiaciuto e organizzò festeggiamenti in tutto il regno. Dopo il rito di matrimonio, la coppia di innamorati passò una felice luna di miele nel palazzo e in alloggi nella foresta. Ma il principe notò che Hemalekhā non pareva altrettanto innamorata e, pensando di non essere corrisposto le chiese: “Mia cara, perché non sei premurosa con me come io lo sono con te? Tu, la più bella di tutte le fanciulle, come mai non desideri i piaceri di cui gioire? Questi piaceri non sono di tuo gusto? Mi sembri indifferente. Come posso essere felice se non risveglio il tuo interesse? Anche quando ti sono vicino la tua mente sembra altrove, e quando ti parlo, pare che tu non mi senta. Quando ti stringo in un lungo abbraccio, sembra che tu non noti la mia presenza e mi chiedi da quanto tempo sarei arrivato. Nessun preparativo organizzato con amore sembra interessarti e non ne prendi parte. Quando mi allontano resti ad occhi chiusi e così continui anche quando mi avvicino a te. Come posso provare piacere se sei come una statua, indifferente a tutti i godimenti? Ciò che non ti piace non può piacere nemmeno a me. Cerco sempre di compiacerti come un kumuda11 che guarda la luna. Perché ti comporti così? Tu mi sei più cara della mia stessa vita. Parlami, così la mia mente troverà sollievo.”

        IV Capitolo

        Udendo le dolci parole del suo sposo che la teneva stretta al petto, la bella fanciulla, sorridendo graziosamente così gli parlò: “O principe, non è che io non ti ami, sto solo cercando di trovare qual è la più grande gioia della vita che non delude mai. La cerco sempre, ma finora non l’ho raggiunta. Potresti spiegarmela tu, in modo da aiutarmi?” Essendosi tranquillizzato, Hemācūḍa, ridendo, disse alla sposa: «Voi donne siete davvero strane! Non è forse vero che anche gli animali e gli insetti sanno cos’è buono e cattivo per loro? Altrimenti come potrebbero cercare le cose buone ed evitare le cattive? Ciò che è piacevole è chiaramente buono e ciò che è spiacevole è cattivo. Cos’è, o mia cara, che ti cruccia tanto? Non è una cosa sciocca?” Udendo l’amato parlare così, Hemalekhā riprese: “È vero che le donne sono sciocche e hanno poca capacità di giudizio. Perciò potresti insegnarmi la giusta discriminazione? Se me la insegnassi finirei di arrovellarmi e potrei condividere con te tutti i piaceri. Caro principe, hai trovato che la felicità e la sofferenza sono i risultati di ciò che piace e di ciò che dispiace. Lo stesso oggetto, poi, dà piacere o sofferenza a seconda delle circostanze. Qual è la conclusione della tua affermazione? Prendi come esempio il fuoco: i suoi risultati a seconda delle stagioni, dei luoghi e della sua stessa intensità, è gradevole nella stagione fredda e sgradevole in quella calda. Piacere e sofferenza, perciò, dipendono dalle stagioni, dall’altitudine e dalla latitudine. Inoltre, il fuoco è buono solo per alcuni e non per altri. Lo stesso ragionamento si può applicare al freddo, alle ricchezze, ai figli, alla moglie, al regno e così via. Vedi come tuo padre, il Re, è quotidianamente preoccupato, anche se è circondato da moglie, figli e ricchezze. Perché altri non soffrono allo stesso modo? Che cosa ci vorrebbe per renderlo felice? Certamente cerca la felicità e non sono tutte le sue ricchezze indirizzate a quel fine? Nessuno sembra possedere beni a sufficienza da essere felice. Qui sorge la domanda: non può un uomo, dunque, essere felice anche con mezzi limitati? Ti darò io la risposta. Non ci può essere felicità, o mio signore, se è contaminata da sofferenza. La sofferenza è di due tipi: esterna e interna. La prima pertiene al corpo ed è causata da muscoli, nervi ecc. La seconda appartiene alla mente ed è causata dal desiderio. La mente rivolta verso l’esterno è peggiore del dolore fisico e tutti ne sono vittime. Il desiderio è il seme dell’albero della sofferenza che non fallisce mai nei suoi frutti. Sopraffatti da ciò, Indra e i Deva, sebbene vivano in cieli di godimento (bhoga loka) e siano nutriti dal nettare, sono tuttavia ancora suoi schiavi e operano giorno e notte seguendo i suoi dettami. La tregua ottenuta dall’esaudimento di un desiderio prima che un altro ne prenda il posto, non è felicità, perché i semi della sofferenza sono ancora latenti. Questa tregua è provata anche dagli insetti, che certamente non sono da portare come esempio di perfetta felicità. Tuttavia, il loro godimento è migliore di quello degli uomini, perché i loro desideri sono meno complessi. Se la felicità si ottenesse con l’esaudimento d’un solo desiderio, chi non sarebbe felice in questo mondo? Se un uomo completamente ustionato in tutto il corpo può provare felicità cospargendosi d’unguenti, allora tutti dovrebbero essere felici. Un uomo è felice quando è abbracciato alla sua amata ed è infelice per lo stesso atto compiuto in altre circostanze. Il rapporto amoroso prima è faticoso e poi produce stanchezza come quella provata dagli animali da soma. Lo puoi considerare come un esempio di felicità? Se il piacere dell’amore consiste nella frizione tra i genitali, allora è uguale a quello provato tra cani. Sostieni forse che il godimento sia maggiore a causa della bellezza? La bellezza è solo un concetto mentale, com’è evidente dalle simili sensazioni degli amanti durante il sogno. Ti racconterò una storia come esempio. C’era una volta il bellissimo figlio d’un Re, più bello di Kāmadeva. Era sposato con una fanciulla altrettanto bella a cui era molto devoto. Ma ella s’innamorò d’un servo della casa reale che ingannò il giovane principe molto astutamente. Questo servo era solito versargli liquori in eccesso, cosicché il principe, ubriaco, perdeva i sensi. Una prostituta era incaricata a fargli compagnia. La principessa impudica e il servo potevano così continuare la loro tresca, mentre il principe, nella sua ebrezza era abbracciato all’altra donna. Tuttavia, egli pensava di essere il più felice degli uomini, avendo un portento di moglie così devota. Dopo qualche tempo, avvenne che il servo, nella fretta, lasciasse il liquore sulla tavola del principe, preso da altre faccende. Così il principe non bevve come di consueto. Preso dalla voluttà si ritirò nella camera da letto sontuosamente ammobiliata e godette con la prostituta senza riconoscerla nella foga della passione. A un certo punto notò che non era sua moglie e, confuso, chiese della sua amata sposa. La donna, tremante di paura, rimase in silenzio. Il principe, sospettando un inganno, fu preso dall’ira e, prendendola per i capelli, la minacciò con la spada. “Dimmi la verità o la tua vita non avrà più alcun valore.” Temendo d’essere uccisa, ella confessò tutta la verità e lo condusse all’alcova della principessa. Lì egli la trovò con il suo flessuoso corpo tra le braccia del brutto e ripugnante servo di pelle scura. Il principe rimase stordito a tale vista. Poi cominciò a riflettere così: “Stupido! Sia vergogna su di me che mi sono assuefatto al bere! Sia biasimo sugli sciocchi infatuati d’amore per le donne che sono leggere come uccelli che volano sugli alberi. Che stupido sono stato amandola più della mia propria vita! Le donne servono solo per il godimento degli sciocchi lascivi. Chi le ama è solo un asino selvatico. La buona fede delle donne è più fugace delle nuvole autunnali. Finora non avevo capito la donna che, infedele a me, era del tutto presa da un amore illecito per un selvaggio, fingendo d’essere innamorata di me, come fa una prostituta con uno sciocco lascivo. Nella mia ubriachezza non sospettavo di lei, pensando che lei fosse come la mia ombra. Vergogna! C’è forse qualcuno più stupido di me, ingannato da questa brutta prostituta al mio fianco, ingannato dalle sue profferte d’amore? Cosa mai trovava la mia donna in quel brutto disgustoso?” Allora il principe, preso dal disgusto, lasciò la società e si ritirò nella foresta.” Hemalekhā continuò il suo racconto dicendo: “Quindi, vedi o principe, che la bellezza è solo un concetto della mente. Che piacere trai dalla mia bellezza? Talvolta alcuni esagerano nel loro amore verso i propri cari, siano essi belli o brutti. Ti dirò cosa penso di ciò. La bella donna che appare come oggetto è solo il riflesso del sottile concetto nella mente del soggetto. La mente dipinge un’immagine della sua bellezza in conformità con le proprie idee. L’immagine dipinta ripetutamente, diventa sempre più definita finché appare come un oggetto solido. Un’attrazione sorge e rende schiava la mente con le costanti associazioni mentali. La mente, diventando inquieta, agita i sensi e cerca di esaudire il suo desiderio per l’oggetto; invece, la mente tranquilla non si eccita nemmeno alla vista della cosa più bella. La ragione dell’infatuazione (abhimāna) è l’immagine mentale continuamente ripetuta. I bambini e gli yogi che hanno controllo su di sé non si eccitano in questo modo, perché le loro menti non si soffermano su tali cose. Perciò chiunque trova piacere in qualcosa la cui la bellezza è soltanto una immagine mentale. Anche le donne brutte e ripugnanti sono viste come apsarās dai loro mariti. Se la mente concepisce qualcosa come ripugnante e sgradevole, non trova piacere in esso. Vergogna agli esseri umani che considerano le parti più ignobili del corpo come le più piacevoli! Ascolta o principe: l’idea della bellezza sta nel desiderio innato della mente. Se d’altra parte la bellezza è naturale come oggetto d’amore, perché non è riconosciuta anche dai bambini? Essi pur apprezzano le cose dolci da mangiare. La forma e l’aspetto dei popoli differiscono in paesi ed epoche diverse; i loro orecchi possono essere lunghi, le loro facce deformi, i denti larghi, il naso prominente, i corpi pelosi o glabri, i capelli rossi, neri o dorati, lisci o ricci, la loro carnagione chiara o scura, bronzea, gialla o grigia. Tutti provano lo stesso piacere, o principe! Anche i più saggi cercano il piacere nelle donne. Allo stesso modo, anche il corpo dell’uomo è ritenuto fonte di piacere per la donna. Ma, principe, pondera bene sull’argomento. Il corpo è formato di grasso e carne, irrorato di sangue, coperto di pelle, sostenuto da ossa, cosparso da peli, contenente feci e urine, generato dal seme e dall’ovulo e uscito dall’utero. Pensa a questo! Provando piacere in tali cose, l’uomo non è migliore dei vermi. O principe! Non è questo il corpo che desideri (indicando se stessa)? Considera con attenzione di cosa è fatto il tuo cibo con i differenti sapori, anche se tutti sanno che il cibo consumato è poi espulso dal corpo. Stando così le cose, dimmi ciò che è gradevole o sgradevole.” Sentendo questo Hemācūḍa provò disgusto per i piaceri terreni. Stupito dallo strano discorso che aveva udito, pensò a lungo a ciò che Hemalekhā gli aveva detto. Il suo disgusto per i piaceri mondani crebbe sempre più. Discutendo con la sua amata su tali argomenti, egli capì la verità. Allora, realizzando che la pura Coscienza, il Sé, è la stessa Tripurā, egli prese coscienza che il Sé sostiene tutto e fu liberato in vita. Così lo furono il fratello Maṇicūḍa e il padre Muktācūḍa, da lui guidati. Così fu per la regina e per i ministri, i dignitari e i cittadini del regno. Nessun abitante della città rimase ignorante e la città fu come quella di Brahmā, dimora della felicità e della pace. Era conosciuta come Viṣala e divenne rinomata in tutto il mondo tanto che perfino i pappagalli nelle gabbie ripetevano: “O uomini, meditate sul Sé, la Coscienza assoluta priva di oggetti! Non c’è null’altro da conoscere oltre alla pura Coscienza. È come uno specchio auto-luminoso che riflette gli oggetti. Quella stessa Coscienza è sia il Soggetto sia gli oggetti, il mobile e l’immobile; tutto brilla nella sua luce riflessa ed è auto-luminosa. Quindi, o uomini, respingete l’illusione! Quella Coscienza che è unica, illumina e pervade tutto.” Gli uomini saggi come Vāmadeva e altri, udendo queste sacre parole dei pappagalli e considerando perfino la saggezza degli uccelli, la denominarono la città della Conoscenza. Ancor oggi la città porta quel nome.”» Dattātreya continuò: «La compagnia dei saggi, o Rāma, è l’origine di tutto ciò che è buono. Per la vicinanza con Hemalekhā, tutti ottennero il jñāna. Sappi, dunque, che il satsaṅga è l’origine della realizzazione.»

        1. Sia benedetto il ‘popolo’ capace di pensieri tanto elevati. Solamente l’umanità del Satyayuga o i sudditi del regno di Śrī Rāma sarebbero tanto qualificati da poter esprimere la Realtà con pensieri così alati. Certamente i protervi intellettuali del mondo contemporaneo non sono in grado di cogliere nemmeno l’ombra di una dottrina tanto sottile![↩]
        2. Assuefatti ai loro criteri di critica profana, gli studiosi ufficiali non sono in grado di riconoscere le radici autentiche del Vedānta nella gnosi di Śrī Vidyā, ma vi vedono ‘imprestiti’ e ‘influenze’ dell’Advaita śaṃkariano come provenienti dall’esterno.[↩]
        3. La paramparā celeste che ha trasmesso agli uomini la conoscenza della Dea Tripurā è la seguente Śiva, Viṣṇu, Brahmā, Manu, Durvaśa, Saṃvarta, Dattātreya, Paraśurāma, Hāritāyana, Nārada e Agastya. A partire da quest’ultimo si sono suddivise tre trasmissioni del tutto storiche, note come hādimata kādimata e sādimata, tuttora esistenti, che presentano tra loro leggere differenze nella pratica del jāpa.[↩]
        4. Il Nityotsava nibandaḥ di Umānandanātha, discepolo del famoso Bhāskararāya, maestro di Śrī Vidyā, è un ulteriore documento che surroga l’assenza del caryā kāṇḍa.[↩]
        5. Con poca originalità, tutti i traduttori fanno ricorso alle immagini delle matriochka o delle scatole cinesi, per rendere l’idea della struttura del racconto tradizionale in tutti i climi e in tutte le epoche prima della nascita del romanzo moderno.[↩]
        6. Il Brahman indifferenziato, simboleggiato da Oṃ, pare differenziarsi in Sat, Cit e Ānanda, prendendo la forma di cristallina purezza di Parameśvarī che dispiega il variegato mondo fenomenico che in Lei si sviluppa in equilibrio. Il Brahman indifferenziato e il Brahman qualificato sono così intercambiabili. L’idea dello specchio e dell’immagine ivi riflessa implica la non separazione dell’oggetto dal soggetto.[↩]
        7. Tripurā significa letteralmente ‘Le tre città’. Esse sono i tre stati jāgrat, svapna e suṣupti avasthā, La Coscienza che fa loro da sostrato, rimanendo sempre inalterata, è metaforicamente chiamata la Signora (Īśvarī) che vi risiede con il nome di Śrī Tripurā. La forma al femminile di Īśvara intende mettere in evidenza l’amore materno della potenza generatrice. La via per l’Assoluto significa che l’attrazione per Tripurā purifica la mente e crea il desiderio per la cerca della Realtà. Da quel momento il discepolo è pronto a seguire un insegnamento di conoscenza.[↩]
        8. Pūjā e mantra sono le prime due fasi rituali della sādhanā di Śrī Vidyā. La terza fase, a cui Paraśurāma non era ancora pervenuto, è la conoscenza (jñāna), che egli ora chiede a Datta di insegnargli. Per questa ragione la presente parte del Tripurā Rahasya è intitolata Jñāna Kāṇḍa, “Sezione dedicata all’insegnamento della conoscenza”.[↩]
        9. Figlio di Aṅgiras, antico ṛṣi e precedente Guru di Paraśurāma; nel Māhātmya Kāṇḍa si narra come gli avesse già esposto l’insegnamento del Tripurā Rahasya.[↩]
        10. Una gandharvī, una fata.[↩]
        11. Un giglio acquatico che fiorisce solo di notte e che perciò è detto amante della luna.[↩]

        1. Avasthatraya Viveka

          Brahmajñākavi Śrī Deva Rao Kulakarni (Hombala)

          1. Avasthatraya Viveka

          A cura di Maitreyī

          Prefazione dell’Autore

          Ci sono molti metodi utilizzati nel Vedānta per realizzare la propria natura di Brahman non-duale. Anche se tutti questi metodi sono inclusi nel solo metodo generale, vale a dire l’adhyāropāpavāda prakriyā, la discriminazione della triplice esperienza di vita, chiamata avasthātraya viveka, è quello con cui gli aspiranti si riconoscono nella propria vera natura in modo diretto e immediato. Nell’introduzione in sanscrito alla sua Māṇḍūkya Rahasya Vivṛtiḥ, Śrī Śrī Satchidānandendra Sarasvatī Svāmījī l’ha definito come il dharma straordinario (asādhāraṇa dharma). Secondo Śaṃkara, ogni avasthā,nella sua interezza che comprende macrocosmo e microcosmo, dev’essere presa come una sovrapposizione sulla vera natura dell’Essere. La pratica di come prendere posizione nel proprio Essere, che è il sostrato della comparsa e della scomparsa dello stato duale, deve essere appresa solo attraverso gli insegnamenti dello Śāstra e del Guru. Se un aspirante ha imparato ciò, smetterà di identificarsi con la propria individualità e rimarrà direttamente come Turīya, cioè come il Brahman non duale. Questa è la peculiarità del metodo basato sulla triplice esperienza di vita.

          In questo trattato, nei primi tre capitoli si spiegano quattro diversi punti di vista sui tre stati di veglia, sogno e sonno profondo, in consonanza con le affermazioni della śruti e dei commentari di Śaṃkara. Per questo tipo di approccio ci siamo inizialmente ispirati alla Māṇḍūkya Rahasya Vivṛtiḥ del nostro venerato Gurudeva. Chiarendo questi argomenti, il discepolo si libererà di qualsiasi dubbio sulla natura delle avasthā e sulle relazioni che tra esse intercorrono. In questo modo, potrà riconoscersi nella sua reale natura di Sé, assolutamente libero dalla contaminazione con le avasthā. Per collocarsi nella Realtà ultima, le prime (ed errate) opinioni che si hanno sulle avasthā, sono usate come una scala per salire sul tetto d’una casa. Questa correzione di quanto l’uomo ordinario pensa sulle avasthā aiuterà gli aspiranti alla conoscenza a comprendere gli insegnamenti segreti che costellano le Upaniṣad in molti passaggi.

          A causa della mancanza di discriminazione si prende la Realtà, lo stesso Brahman non duale, per i tre stati. Veglia, sogno e sonno profondo non sono eventi che si succedono in un’unica serie temporale, altrimenti sarebbero vissuti come parti di un unico stato continuo. Ma nessuno li sperimenta come tali. Non esiste nemmeno una relazione di causa-effetto tra gli stati, essendo tra loro indipendenti. A rigore di termini, ciascuno dei tre stati è una manifestazione completa dell’Ātman ossia della Realtà, altrimenti non si può spiegare perché gli stati non siano sperimentati in giustapposizione fra loro, o perché non siano connessi tra loro da un tempo unico.

          Perciò dire che le avasthā si svolgono in ordine cronologico nello stesso tempo o che si trovano uno accanto all’altro nello spazio è un’assurdità. Le idee stesse di spazio e di tempo, sebbene sembrino infiniti, sono limitate a un particolare stato, sia esso di veglia o di sogno. Nel sonno profondo, invece, non esiste nemmeno alcun concetto di tempo o di spazio. Ma quando si traduce questa esperienza d’intuizione diretta nel linguaggio dell’intelletto della veglia, soltanto allora si afferma che “ci sono tre stati”. In termini rigorosi, la triplicità (tritva) è di per sé un’illusione. Sebbene questo sia il fatto, all’inizio, a scopo d’insegnamento, si accetta che gli stati siano in numero di tre e da lì si procede a esaminare le diverse opinioni su ogni stato. Questa è la fase adhyāropa delle avasthā. Alla fine, quando viene indicato il punto di vista assoluto e il discepolo si colloca in esso, allora è in grado di realizzare che non ci sono affatto avasthā di sorta: allora, egli rimane come Turīya, perché il Sé è sempre privo di qualsiasi avasthā. Le avasthā sono attributi proiettati sul Sé e quando si addiviene a questa comprensione, allora si realizza l’apavāda, ossia si cancella la precedente immaginazione dell’avasthātraya. Quindi, lo stesso metodo avasthātraya mīmāṃsā rientra nel metodo più ampio dell’adhāyaropāpavada, proprio come accade per altri metodi esposti nelle Upaniṣad. Nel quarto capitolo si discuterà sulla natura di Turīya e sul metodo per realizzarlo seguendo gli insegnamenti di Śaṃkarācārya come spiegati da Śrī Śrī Satchidānandendra Sarasvatī Svāmījī. Turiya non è un quarto stato, come alcuni credono, come fosse il samādhi, la transe o altro. Secondo il Brahma Sūtra Bhāṣya di Śaṃkara, Turīya, che è il sostrato di tutti e tre gli stati concepiti come realmente esistenti a causa dell’ignoranza, è detto essere Quarto, in relazione al numero illusorio di tre, solo ai fini dell’insegnamento. Śaṃkara lo descrive quale “māyā sāṃkhya Turīya”, ovvero “enumerato come Quarto a causa dell’ignoranza”, mentre, al contrario, è solo l’Ātman reale, come ci dicono espressamente le Upaniṣad. Egli è “neti netyātma”, della natura di neti neti. Poiché Turīya non è un’avasthā, la diffusa identificazione con il samādhi è del tutto infondata. Dimostreremo questo punto in modo approfondito nel quarto capitolo di questo trattato.

          All’inizio avevamo inviato queste argomentazioni in risposta ai quesiti del mio condiscepolo Śrī Manas Kumar Sanyal di Calcutta, un ardente vicārin del Vedānta śaṃkariano e un appassionato auditore (śrāvaka) degli insegnamenti di Śrī Śrī Satchidānandendra Sarasvatī Svāmījī. Invero, queste pagine non erano state scritte con l’intenzione di essere pubblicate sotto forma di libro, ma l’entusiasmo con cui sono state accolte ci ha indotti a farlo apparire dopo alcuni aggiustamenti.

          Le risposte alle domande di Śrī Sanyal sono state, poi, risistemate dal mio amico R.B.B. Gopinath di Bangalore, anch’egli ardente discepolo di Vedānta a cui va la mia riconoscenza. Il lettore che ha ascoltato l’interpretazione dell’avasthātraya prakriyā,com’è divulgata di questi tempi, in questo libro potrà trovare un approccio non abituale. Tuttavia, dobbiamo ribadire che gli insegnamenti qui contenuti sono in tutto e per tutto in accordo con gli insegnamenti di Śrī Śaṃkara come è stato ampiamente dimostrato da Śrī Śrī Satchidānandendra Sarasvatī Svāmījī. L’aspirante al Vedānta dovrà dunque essere grato a Śrī Manas Kumar Sanyal per avergli permesso d’aver accesso a questo metodo.

          Verrei meno al mio dovere se non apprezzassi l’attitudine generosa del curatore Śrī Manas Kumar Sanyal. Mi congratulo con lui per aver pienamente compreso l’argomento e di averlo riproposto fedelmente ai lettori. Prego il Signore e Śrī Sadguru Mahārāja di benedire lui e gli altri aspiranti alla realizzazione della Realtà.

          D.K.

          1. Unicità del metodo Avasthātraya Viveka

          “Il metodo vedāntico delle avasthā non richiede alcuna precedente preparazione, non implica fede in alcuna autorità e non s’avvale dell’aiuto di alcuna intuizione straordinaria. Si basa sul fondamento dell’esperienza umana e s’appoggia sul fatto che tutte e tre le avasthā, veglia, sogno e sonno profondo, debbano essere indagate per poter fare luce sulla Realtà Assoluta, Sostrato delle apparenze della vita. Come unico metodo, ci insegna a considerare ognuno dei tre stati come un’espressione completa della Realtà. Poi, raffrontando ciascuno di essi agli altri due, arriva al risultato supremo che il nostro Ātman, in quanto Coscienza-Testimone di tutti e tre gli stati, è davvero la Realtà ultima, libera dalla contaminazione dell’illusione delle avasthā sovrapposta dalla conoscenza empirica.”

          Śrī Śrī Svāmī Satchidānandendra Sarasvatī

          La vita dell’uomo, se considerata nella sua interezza, comprende i tre stati di veglia, di sogno e di sonno profondo. Se l’uomo vuole arrivare alla Verità, non può permettersi di avere una visione parziale della vita, dando la prevalenza al solo stato di veglia. L’intera serie delle esperienze umane è racchiusa solo in questi tre stati. “Non c’è nulla da conoscere al di fuori di questi tre stati, perché tutte le teorie delle altre scuole sono comprese in questi” (Māṇḍūkya Upaniṣad Gauḍapāda Kārikā Śaṃkara Bhāṣya, IV.88). Pertanto, solo tenendo conto di tutti e tre gli stati di coscienza si potrà avere una visione globale della vita. Il Vedānta, per arrivare alle sue conclusioni, prende in considerazione le esperienze umane di tutti e tre gli stati, cioè la veglia, il sogno e il sonno profondo, in modo che queste diventino inconfutabili e valide per tutti i tempi. Nessun’altra dottrina, ad eccezione del Vedānta, basa la sua ricerca sulla triplice esperienza di vita universalmente riconosciuta.

          Molti ritengono che l’esame degli oggetti debba essere effettuato solo attraverso i validi mezzi di conoscenza (pramāṇa), quali la percezione (pratyākṣa), l’inferenza (anumāna), gli insegnamenti da parte di una persona degna di fiducia (āptavākya) ecc. Tuttavia, Śaṃkara sostiene che qualsiasi indagine debba essere intrapresa sulla base dell’esperienza intuitiva (Sākṣi anubhava) che esiste in tutti e tre gli stati di coscienza, esperienza che è il anche sostrato degli stessi pramāṇa.

          Śrī Śrī Satchidānandendra Sarasvatī Svāmījī ha trattato di questa visione completa della vita spiegando il triplice metodo del Vedānta, l’avasthātraya prakriyā. A questo riguardo, il lettore può leggere l’introduzione sanscrita del libro di Śrī Svāmījī intitolato Māṇḍūkya Rahasya Vivṛtiḥ, dove spiega l’intera serie degli stati della vita. Il testo, basato sul commento di Śaṃkara alla Māṇḍūkya Upaniṣad, è diviso in due parti: Darśana Vṛtti Avasthā, ovvero gli stati di veglia e sogno, nei quali c’è qualcos’altro di percepibile) e Adarśana Vṛtti Avasthā, lo stato in cui non si vede nulla.

          Lo ‘stato’ di sonno profondo pare essere caratterizzato dall’assenza di conoscenza della Realtà, caratteristica simile a quella degli altri due stati nei quali si percepiscono la presenza e l’assenza degli oggetti (Māṇḍūkya Upaniṣad Śaṃkara Bhāṣya, 5).

          Qui Śaṃkara tratta entrambi, veglia e sogno, come sogno, poiché in essi si percepisce la Realtà erroneamente. Nelle altre Upaniṣad si adotta lo stesso metodo, come, per esempio, nella Kena Upaniṣad (I.4), dove sono chiamati ‘stato percepito’ e ‘stato non percepito’ (viditāvidita), e nella Bṛhadāraṇyaka (II.3.1) in cui sono definiti ‘stato materiale’ e ‘stato immateriale’ (mūrtāmūrta). La stessa cosa si riscontra nella Bhagavad Gītā, dove sono definiti quali ‘stato perituro’ e ‘stato imperituro’ (kṣarākṣara) (BhG XV.16), ‘presente’ e ‘non presente’ (satasat) (BhG XIII.12), ‘manifestato’ e ‘non manifestato’ (vyaktāvyakta) (BhG VIII.18) e, nel Brahma Sūtra Śaṃkara Bhāṣya, ‘visibile’ e ‘invisibile’ (vyākṛtāvyākṛta) (BSŚBh II.1.27).

          Nel Vedānta è importante osservare e valutare la realtà di questi due aspetti della vita, vale a dire l’intera vita in tutte le sue forme manifeste e non manifeste. Tutti i tipi di esperienza, quelli dell’uomo comune, come pure le esperienze straordinarie degli yogi, degli upāsaka e così via, sono tutti inclusi nello stato della percezione manifestata (vyakta darśana avasthā), ossia nello stato della modificazione percepibile (darśana vṛtti avasthā). E nel sonno profondo, dove, dal punto di vista dello stato di veglia, il mondo della dualità non appare, si dice che è comune a tutti, che lì il mondo della dualità rimane in forma seminale, il che significa che di tanto in tanto scompare, ecc. È un fatto innegabile che non esiste una terza categoria di esperienza e la seconda è chiamata avyākṛta (non visibile) o adarśana vṛtti avasthā (stato di pensiero privo di visione).

          In questo modo si ha la visione totale della vita. Questo tipo di osservazione della vita non si basa su alcuna esperienza individuale. Le esperienze individuali che si ottengono con sforzo, sono legate al tempo, allo spazio e alle relazioni causali; invece, il proprio Essere, che è il sostrato dei due stati di darśana e di adarśana vṛitti, è chiaramente al di là delle condizioni dualistiche di spazio, di tempo, ecc. Il Vedānta di Śaṃkara si fonda e si costruisce su questo solido terreno del proprio Essere, il Testimone della vita. Coloro che non hanno capito questo puro Essere sono in tutta evidenza incapaci di comprendere correttamente il cuore dell’insegnamento di Śaṃkara. Questo metodo della triplice esperienza intuitiva è sufficiente per permettere al vero cercatore di collocarsi in modo diretto e immediato nella sua vera ed essenziale natura di Essere, di Sé-Testimone.

          Vari aspetti delle avasthā

          La gente ordinaria non ha alcuna idea che si possono osservare le avasthā da quattro punti di vista diversi. A tale scopo, i vari aspetti dei tre stati sono descritti come segue:

          a) Stato di veglia:

          1. Dal punto di vista della fisica;
          2. Dal punto di vista della psicologia;
          3. Dal punto di vista delle varie forme religiose;
          4. Dal punto di vista vedāntico o del Testimone della vita.

          b) Stato di sogno:

          1. Dal punto di vista empirico;
          2. Dal punto di vista scritturale;
          3. Dal punto di vista del Testimone;
          4. Dal punto di vista del sogno stesso.

          c) Stato di sonno profondo:

          1. Dal punto di vista della stanchezza;
          2. Dal punto di vista della forma seminale del mondo e delle vāsanā;
          3. Dal punto di vista dell’ignoranza causale;
          4. Dal punto di vista dell’esperienza intuitiva del sonno profondo.

          Passiamo ora a discutere in dettaglio questi vari punti di vista.

          2. Quattro aspetti dello Stato di Veglia

          A. Il punto di vista della fisica

          L’uomo comune presume che il mondo o universo esista e che anche il suo ‘io’ esista in questo mondo. Questo è il punto di partenza dell’indagine per comprendere la verità sul mondo esterno. A questo fine, ci si affida agli organi di senso, alla mente, ecc. Il processo della scienza materiale si basa su tre strumenti d’indagine per conoscere gli oggetti: l’esperimento, l’osservazione e la deduzione. In questo modo, la scienza moderna ha scoperto tante cose prodigiose, per esempio le macchine utili e altro. Usando tali strumenti per scoprire la realtà degli oggetti esterni, la scienza è ora giunta a pensare che elettroni, protoni neutroni, ecc., siano le unità di base di tutte le cose del mondo e quindi dell’intera creazione. Analogamente, l’indagine sugli esseri animati ha portato alla conclusione che il principio alla base degli esseri viventi siano le cellule, i geni, ecc. In questo modo, s’è dato forma a un nuovo tipo di scienza, la genetica. Alla domanda da dove abbiano origine il nucleo, gli elettroni, le cellule, i geni, ecc. gli scienziati non hanno una risposta e lo spiegano dicendo che esistono del tutto naturalmente. Quindi, affinché queste cose possano funzionare in modo naturale, è data come necessaria l’esistenza aprioristica di tempo e spazio. Se poi si chiede loro come siano nati il tempo e lo spazio, allora liquidano la faccenda dicendo che queste domande riguardano la metafisica. In altre parole, ammettono che queste domande sono al di là della loro sfera cognitiva. Questa è solo una scarna descrizione della scienza fisica che riguarda solo le cose esterne. Alcuni pensatori di metafisica ritengono che tutto l’universo sia regolato dal tempo, dallo spazio e dal fattore causale. Queste persone hanno quindi iniziato a riflettere sulla natura del tempo e dello spazio. Cos’è il tempo e cos’è lo spazio? In sintesi, paiono esserci tre opinioni al riguardo:

          1. Per ‘spazio’ si intende la distanza tra due cose e per ‘tempo’ il periodo che intercorre tra due eventi. Secondo questa opinione, l’esistenza di spazio e tempo è dimostrata dagli oggetti.
          2. Altri ritengono che la tesi precedente sia sbagliata perché per affermare 1, 2, 3, ecc., ci deve essere uno spazio o un tempo continui ed eterni. Per esempio, le cose che si trovano una accanto all’altra ossia che esistono nello spazio, possono essere enumerate come 1, 2, 3, ecc. In questa visione, le cose sono nello spazio, quindi l’esistenza dello spazio non è dimostrata dalle cose, bensì è lo spazio che è il sostrato per l’esistenza delle cose. Soltanto accettando questa premessa si è in grado di contare le cose come 1, 2, 3, ecc. Lo stesso principio è applicabile anche al fattore tempo: senza il sostrato del tempo, non potrà esserci alcun conteggio della serie degli eventi. Pertanto, la precedente affermazione non è corretta.
          3. Alcuni altri filosofi occidentali affermano che i concetti di tempo e spazio sono nozioni aprioristiche della mente, il che significa che ogni volta che la funzione della mente entra in azione, inevitabilmente inizia con le nozioni di tempo, spazio e causalità, ecc. La mente ritiene che i fattori tempo-spazio siano eterni. Quindi non possiamo conoscere ‘la cosa in sé’, il noumenon, cioè in che modo mondo e mente esistano indipendentemente da tempo e spazio. La conclusione che ne traggono è che questi ultimi sono solo concetti mentali. E c’è anche un ulteriore punto di vista che afferma che il tempo, lo spazio, la causalità e le cose esterne sono tutte collegate l’una all’altra relativamente. Non c’è nulla di assoluto in questo mondo. Questa è la teoria della relatività, con cui si può ipotizzare che, a parte questo mondo fenomenico totalmente relativo, ci potrebbe anche essere un noumenon, un principio assoluto come un Dio grande geometra. Questa è l’ipotesi finale di Einstein.

          Tuttavia, queste riflessioni ‘metafisiche’ non forniscono una spiegazione definitiva del mondo in rapporto a tempo, spazio e causalità.

          B. Il punto di vista della psicologia

          Gli psicologi hanno spostato il loro campo di indagine dal mondo esterno alla mente cognitiva. Studiano la natura della mente e la varietà dei pensieri, ecc., esaminando la mente delle altre persone e degli animali. Questo è lo studio della mente in quanto oggetto. Come la propria mente è evidente per intuizione diretta, la mente degli altri non lo è altrettanto, ma può essere solo oggetto di deduzione. Tramite inferenza, hanno classificato la psiche come natura della mente, psicologia infantile, psicologia animale, ecc. Fa parte di questa teoria ritenere che la coscienza sia la mente stessa. Per determinare la natura della mente devono anche accettare come reali i concetti di tempo, spazio e causalità. Anche se può essere utile alla nostra vita quotidiana per dare sollievo certi problemi, questo punto di vista non è in grado di determinare la vera natura del tempo, dello spazio, della causalità e del mondo.

          C. Il punto di vista delle varie forme religiose

          Il punto di vista religioso afferma che esiste un’anima, il jīva. Il jīva è quello che possiede e controlla il corpo, la mente e i sensi. L’anima è considerata del tutto diversa dal corpo grossolano: essendo dotata della facoltà d’agire, è il ricettacolo delle conseguenze delle sue azioni, buone o cattive che siano, in questo o in altri mondi. Tali credenze si basano sulle affermazioni contenute nelle differenti scritture come il Veda, i Purāṇa, il Grantha Sāhab1, la Bibbia, il Corano ecc. In paragone ai due punti di vista precedenti, si tratta di idee maggiormente basate sulla soggettività. Anche in questo caso si accetta l’esistenza di una pluralità di anime e di un Dio, ben distinto dal mondo e dalle anime in quanto creatore, sostenitore e distruttore di questo universo. Quando si dice che chi agisce deve raccogliere i frutti delle proprie azioni, si accettano automaticamente i concetti di tempo, spazio e causalità. Nemmeno da questo punto di vista è possibile giungere a una conclusione definitiva sulla reale natura del mondo, del tempo, dello spazio e della causalità.

          D. Il punto di vista del Vedānta o del Testimone della vita

          Nel Vedānta Śāstra si dice che l’intero universo è limitato allo stato di veglia. Per essere più esaustivi, il fenomeno2 dell’universo è diviso in tre modalità:

          1. Il mondo divino: il sole, la luna, i pianeti, i miliardi di stelle, ecc. e anche altri mondi, come i cieli, ecc. Questo insieme è chiamato ādhidaivika prapañca (mondo divino).
          2. Il mondo materiale: il mondo materiale è l’insieme dei cinque elementi, spazio (ākāśa), aria, fuoco, acqua e terra, e comprende tutti i corpi grossolani di tutte le creature, tutti gli oggetti e tutte le invenzioni della tecnologia, ecc. È chiamato ādhibhautika prapañca (mondo materiale).
          3. Il mondo interno al corpo: comprende il corpo, la forza vitale, le facoltà d’azione, le facoltà di senso, la mente, l’intelletto, i sentimenti di sofferenza e di godimento, il senso dell’‘io’ (cioè l’idea del proprio ego). È chiamato ādhyātmika prapañca (mondo interiore).

          Anche le idee di tempo infinito, di spazio e di causalità devono essere incluse nell’universo fenomenico. Secondo il Vedānta, l’intero universo, con tutta la sua molteplicità, insieme ai concetti di tempo, spazio e causa infiniti, è limitato al solo stato di veglia. Così Śrī Śaṃkara spiega la natura dell’universo nel suo Brahma Sūtra Bhāṣya (I.1.2): “… questo universo, che si manifesta per mezzo del nome e della forma, che è associato a diversi agenti ed esperienze, che è il piano d’appoggio per le azioni e per i loro risultati ben regolati da spazio, tempo e la causalità, mette a dura prova tutte le ipotesi sulla reale natura della sua creazione”.

          Ogni volta che appare lo stato di veglia, tutti i fenomeni sopra citati appaiono simultaneamente o contemporaneamente. Il Testimone della vita, cioè il Sé che è al di là della nozione dell’‘io’, è il sostrato della comparsa dello stato di veglia. L’aspirante alla conoscenza deve rendersi conto che “poiché sono il testimone dello stato di veglia (compresa la nozione di ‘io’), in me appare lo stato di veglia”. Lo stato di sogno è esattamente uguale: prima che accada il sogno, c’è il proprio Essere (il sonno profondo) e in quell’Essere appare l’intero stato di sogno assieme a tutti i fenomeni già descritti per lo stato di veglia: ovvero il mondo divino, il mondo materiale, il mondo interiore, i concetti di tempo, spazio, causalità, ecc. Anche il risveglio deve essere osservato alla stessa stregua. Quando l’aspirante l’osserva, in quel momento si colloca nella sua vera natura di Testimone della vita e perde l’errata identificazione con l’ego della veglia e con l’ego del sogno. Infatti, questo Essere non solo è il sostrato dello stato di veglia, ma non c’è altra origine per lo stato di veglia all’infuori di questo Essere. La conclusione che se ne trae è che l’Essere puro stesso appare sotto le vesti dello stato di veglia senza perdere la sua vera natura. Così, nel terzo mantra della Māṇḍūkya Upaniṣad, questa forma è descritta come Vaiśvānara pāda. In quel mantra l’Ātman è chiamato Vaiśvānara ed è descritto come dotato di sette arti (il mondo divino è la testa; il sole è l’occhio; l’aria è il prāṇa, il fuoco la bocca, lo spazio il torace, l’acqua la vescica e la terra i piedi) e di diciannove 19 bocche (i cinque organi di azione, i cinque organi di senso, le cinque energie vitali, le quattro forme di antaḥkaraṇa cioè manas, buddhi, citta e ahaṃkāra). Questo perché Vaiśvānara è il Testimone di tutto l’universo della veglia che comprende il conoscitore (pramātṛ), i mezzi di conoscenza (pramāṇa) e gli oggetti di conoscenza (prameya). Il Bhāṣyakāra solleva un’obiezione: il Sé, che è il più interno e al di là della nozione di ‘io’, cioè il sé individuale, come può essere coinvolto in tutte queste cose? Oppure gli appartengono? In tal caso il Sé sarebbe limitato a un corpo particolare. A questa obiezione lo stesso Śaṃkara risponde così nel suo commento:

          “Tutti i fenomeni duali dell’intero stato di veglia, compresi quelli del mondo divino, devono essere considerati come una limitazione aggiuntiva (upādhi) sovrapposta al Sé più profondo (e non al sé individuale con i soli upādhi del corpo e dei sensi). In questo modo si può eliminare o falsificare l’intero stato di veglia e realizzare la natura non duale del Sé, vedendo tutte le creature in lui e lui in tutte le creature. Questo tipo di natura non duale, descritta nelle Upaniṣad (p. es. Īśa Upaniṣad, 6) e nella Gītā (VI.29), può essere realizzato solo prendendo il Sé, cioè l’Ātman-Testimone, come se fosse condizionato dall’associazione con l’apparenza dell’intero stato di veglia. Allora soltanto s’arriva alla giusta visione della realizzazione non duale. È solo in base a questa supposizione che può essere identificato realmente come Brahman, poiché l’universo condizionante si dimostra essere solo un’apparenza. Altrimenti, se sosteniamo l’opinione per cui il Sé è suddiviso in ogni corpo, arriveremmo alle conclusioni della dottrina del Sāṃkhya di Kapila, che è un dualismo sofistico. E se così fosse, si contradirebbe l’Advaita, l’insegnamento unico della śruti” (MUŚBh 3).

          Da questo punto di vista, il Vedānta riconosce la reale natura dell’universo in quanto Brahman. Invece, quando non si conosce la vera natura di Brahman, si confonde Brahman con l’universo.

          Come realizzare la vera natura di Brahman

          Per realizzare la vera natura di Brahman si adottano cinque mezzi del Vedānta basati sul metodo di sovrapposizione e cancellazione.

          1. L’osservazione dello stato di veglia sovrapposto come un tutt’uno: i fattori sovrapposti (cioè il Vaiśvānara pāda, ecc.) vengono prima descritti in modo preciso e comprensivo, come è stato illustrato sopra.
          2. Considerare la vera natura del Sé al di là dell’ottica della veglia, privo dello stato di veglia e non toccato dallo stato di veglia, sul solido terreno dell’esperienza globale della vita universalmente condivisa, cioè, attraverso l’analisi discriminativa di ‘costanza e variabilità’, notando la continuità della persistenza dell’Ātman in tutti e tre gli stati come fattore costante (anvaya) e la natura avventizia ed effimera dello stato di veglia come non-Sé, in quanto fattore differenziante (vyatireka).
          3. Riflettere sul Sé quale sostrato dello stato di veglia: per lo stato di veglia non c’è altra fonte all’infuori di questa vera natura del Sé, cioè la stessa esistenza dello stato di veglia è mutuata dalla vera natura dell’Essere puro che è il Sé. Non esiste quindi un’esistenza indipendente dello stato di veglia rispetto al Sé. È evidente a tutti che il proprio Essere continua nello stato di sonno profondo privo di stato di veglia, dove non c’è esperienza dell’esistenza dello stato di veglia ma solo quella del proprio Essere in quanto tale. Quindi, lo stato di veglia è una mera apparenza, mentre il Sé è l’essenza e l’unica verità.
          4. Riflettere sul fatto che ogni volta che lo stato di veglia si verifica nel Sé, è completamente pervaso dal Sé, proprio come il Vināyaka (l’immagine di Gaṇeśa) che appare nell’argilla (cioè, che è fatto di argilla) è completamente pervaso dall’argilla. Chi vede questa onnipervasività del Sé, allora per costui la veglia è falsificata.
          5. Realizzare la meta finale, che è la ferma convinzione che la coscienza onnipervadente sia l’unica Realtà. A questo punto l’aspirante intuisce la natura non duale di Brahman come proprio Sé. Quando discrimina lo stato di veglia e il suo sostrato, cioè il Sé, e se ne trae la conclusione di cui sopra, ci si rende conto che anche se si era assunto il punto di vista che esistebbe sia il mondo sia il Sé, rimane solo il Sé non-duale. Nell’esempio del Vināyaka fatto d’argilla citato sopra, l’argilla e il Vināyaka non sono due entità separate: l’argilla stessa appare in forma di Vināyaka. Quindi, l’argilla è un’entità non duale anche se appare sotto forma di Vināyaka. Allo stesso modo, il Sé appare nella forma dello stato di veglia senza subire alcun cambiamento nella sua reale natura. Non c’è quindi una vera distinzione come se il Sé fosse uno e lo stato di veglia un secondo. Quindi il Sé è uno non duale.

          Tutte queste discriminazioni riguardano solo la nozione di ‘io’. Quando si sarà persa l’identificazione con la nozione di ‘io’ e ci si collocherà nella vera natura di Essere, allora non ci sarà alcun bisogno di una parola (abhidhānam) o del concetto (abhidheyam) di stato di veglia. A questo punto, si realizzerà la non-dualità del Sé. Vaiśvānaratva è attribuito al Sé a tale scopo: cioè il Vedānta, per eliminare la nozione di individualità, attribuisce Vaiśvānaratva al Sé. In seguito, evidenziando la natura non duale del Sé, si rimuove anche la precedente attribuzione di Vaiśvānaratva. A questo punto, Vaiśvānara stesso rimane come Turīya. Śaṃkara dice a questo proposito:

          “Quando ci si rende conto che l’intero stato di veglia risiede in me e che io sono il sostrato del mondo della veglia, allora si realizza la natura non duale del Sé e la cancellazione del mondo della veglia” (MUŚBh 3).

          Il punto di vista vedāntico sta dalla parte del soggetto e si basa sulla condivisione universale e sulla visione globale della vita. Per questa ragione ciò che si ottiene con questo metodo resta incrollabile. Tutte le altre scienze non hanno nemmeno il concetto del Testimone della vita nella sua interezza, che è il sostrato di tutto lo stato di veglia. Perciò questo quarto punto di vista per esaminare lo stato di veglia dal punto di vista dell’insegnamento vedāntico, è del tutto unico.


          1. Il testo sacro dei sikh[↩]
          2. Il termine è qui usato nel senso originario del greco φαίνομήνον, apparizione o apparenza[↩]