30 Dicembre, 2019

45. Dante: la Vita Nova – II

Dante: la Vita Nova – II

Poiché nessuno era stato in grado di spiegargli la sua situazione spirituale, Dante, a questo punto, s’interrogò sul significato dei suoi stati d’animo così alternanti e contraddittori. Con una indagine introspettiva, lucidamente riuscì a descrivere la continua successione di attrazione e repulsione per Beatrice-Santa Sapienza. Amore in continuazione lo spingeva con un ardente desiderio a incontrare la sua Donna. Questo avveniva sia tramite una visione interiore, sia quando incontrava di persona Beatrice (il maestro attorniato dal satsāṅga). Non appena ne aveva la visione (sskrt. darśana), i soffi predisposti alla vista (sskrt. cakṣus) venivano potenziati ed era come se uscissero dai loro organi naturali (sskrt. netra golaka); gli altri soffi e potenze dell’anima, invece, soffrivano come se stessero per morire. E Amore, allora, gli imponeva di allontanarsi dalla visione per mantenersi in vita. Dopo aver inviato queste riflessioni sotto forma di tre sonetti al maestro, Dante si rese conto che, come effetto di quel chiarimento, egli riusciva ormai a dominare queste sensazioni contrastanti. Aveva già superato quell’ostacolo e ora era in grado di concepire un dominio spirituale più alto.
Convocato a una Corte d’Amore, i Fedeli presenti gli chiesero di spiegare meglio il suo stato interiore, incoraggiandolo ad abbandonare reticenze e pudore. Il fiume di sapienza che lo riempiva di grazie lo ispirò ed egli volle scrivere sull’intima unione tra il suo intelletto e l’Intelletto Attivo, Beatrice. Così rivolse la canzone “Donne che avete intelletto d’Amore” non a qualsiasi Fedele d’Amore, “ma solamente a coloro che sono gentili e che non sono pure femmine”; solamente ai più qualificati tra loro. L’amore tra il Poeta e la sua Donna era tanto dolce, che ormai parlandone sarebbe stato in grado di fare innamorare la gente. Tradotto dal linguaggio segreto, Dante affermava così di aver raggiunto il grado spirituale di maestro (sskrt. gurutva). Sebbene la sua conoscenza di lei fosse molto più profonda, d’ora innanzi avrebbe parlato di Beatrice in una forma facile, in modo da essere compreso dagli altri iniziati. Beatrice-Santa Sapienza, attraverso Dante era scesa dal cielo in terra per elargire il miracolo dell’influenza spirituale (sskrt. anugraha). I Fedeli d’Amore avrebbero dovuto profittare di questa grazia divina finché fosse stato possibile. Dante infatti accenna che in seguito Beatrice sarebbe stata richiamata in cielo per ben più alta missione. In questo modo preannuncia il futuro superamento della sua esperienza magistrale per svolgere una funzione più universale.
I trovatori della Corte d’Amore gli risposero con la canzone “Ben aggia l’amoroso e gentil core”; in essa non solamente era assolto da ogni sospetto e riconosciuto come maestro, ma appare tutto l’entusiastico riconoscimento per l’elevatezza delle esperienze interiori di Dante. Poi, con alcuni sonetti indirizzati ai Fedeli d’Amore il nuovo maestro li esortava a far sì che le loro donne (intelletti) seguissero l’esempio di Beatrice. Allo stesso tempo il Poeta indirizzò il sonetto “Amore e il cor gentile sono una cosa” al suo migliore amico, Guido de’ Cavalcanti, spiegandogli come ora Amore avesse preso totale possesso del suo cuore. È una dichiarazione umile ma ferma di aver superato in realizzazione il suo maestro. E Cavalcanti, da quel momento cominciò a eclissarsi, lasciando il comando della Fede Santa al suo migliore discepolo. Non fu un distacco consenziente: Guido rimase amareggiato e s’allontanò per sempre dalla sua famiglia spirituale. L’abbandono di chi era stato fino allora il loro maestro fu lamentato come la morte “del padre di Beatrice” per la tristezza che provocò agli iniziati fiorentini.
Dante poi, nel corso di una malattia durata nove giorni, mentre era assistito da alcune Dame, ebbe una dolorosa visione della propria morte, cui seguiva immediatamente anche quella di Beatrice. La visione, poi, diventò sempre più dolce: egli vide la sua Donna giacere morta e poi salire al cielo trasportata da una nuvola d’angeli, che cantavano “Gloria nel più alto dei cieli”. E qui subentrò nel suo cuore la certezza che questa visione gli avrebbe assicurato la pace interiore. Dal citato brano della Vita Nova appare evidente che si era trattato d’una visione profetica: la morte indicava un prossimo salto di qualità nella sua esperienza iniziatica; e la morte di Beatrice era la sua stessa morte che permetteva l’innalzamento della sua anima al più alto dei cieli, sorgente di ogni pace. Dopo pochi giorni Dante ebbe una nuova visione: egli vide Amore che prendeva gioiosamente possesso del suo cuore. Il Dio gli indicava due nobili Dame che parevano avvicinarsi. Quella che procedeva davanti era Primavera, chiamata anche Giovanna. Di seguito veniva Beatrice. Primavera era la Donna di Guido; questa visione significava che Dante aveva superato il maestro. Egli così fu entusiasticamente riconosciuto dai Fedeli d’Amore come il nuovo capo.
Nonostante Dante avesse proposto una conduzione a tre della loro famiglia iniziatica, Guido cortesemente rifiutò, adducendo il motivo di aver assunto il magistero di un’altra organizzazione esoterica. Rimasto solo alla guida del gruppo fiorentino, Dante vi infuse una così grande potenza e sapienza spirituale che ben presto altre “Donne” (organizzazioni iniziatiche sorelle, probabilmente dell’ambito templare) si rivolsero a lui come Gran Maestro. In questo periodo d’intenso insegnamento avvenne la “morte di Beatrice”. Dante preferì non trattare di questo argomento adducendo, tra le altre ragioni, che non desiderava farsi “laudatore di me medesimo”. È evidente, dunque, che la “morte di Beatrice” fu in realtà l’apoteosi della realizzazione interiore del Poeta; egli non ne volle parlare anche perché tale sua realizzazione trascendeva totalmente le possibilità di comprensione dei Fedeli d’Amore. Per meglio spiegare questo concetto, ci riferiremo nuovamente alla miniatura di Francesco da Barberino riprodotta e spiegata nel capitolo 43° di questa serie. Beatrice, l’anima del Poeta, aveva lasciato la terra su cui fino allora era vissuta assieme a Dante, nella forma dell’androgino “moglier-marito”, per salire in cielo sul bianco cavallo di Amore.
Sebbene di difficile comprensione, tuttavia gli iniziati delle diverse organizzazioni riconobbero che il Poeta aveva raggiunto una inarrivabile elevatezza spirituale. Non c’è alcun dubbio che in quel momento Dante fu riconosciuto come Imperator, ossia come il capo spirituale delle vie iniziatiche della cristianità latina. Questa straordinaria esperienza di “morire in vita” avvenne nel 1291, in concomitanza con un avvenimento storico che mise in grave pericolo l’Ordine del Tempio. Egli decise dunque di informare con una lettera i Principi della Terra di questa sua nuova dignità e dei tempi difficili che correvano. Come sempre, Dante citava la prima lamentazione di Geremia per alludere al pericolo di distruzione del Tempio. In quello stesso anno, infatti, i musulmani conquistarono San Giovanni d’Acri, massacrando tutti i templari che difendevano la città. Con questa sconfitta la Palestina fu perduta per sempre alla cristianità e, allo stesso tempo, crollò il mito dell’invincibilità di quei monaci-cavalieri. La nuova responsabilità di Dante coincise, dunque, con una contingenza storica particolarmente grave. Egli inviò agli iniziati la canzone “Gli occhi dolenti per pietà del core”; con essa il nuovo Gran Maestro invitava tutti a piangere, vale a dire a simulare, a nascondersi. E al medesimo tempo li esortava a sospirare, ad approfondire la loro conoscenza e a rafforzare la pratica delle virtù. Ad aiutarlo in tale compito si rese disponibile l’amico Cino da Pistoia, l’unico Fedele d’Amore che avesse da sempre riconosciuto Beatrice come la “Donna” più perfetta. Dante, per questa ragione, lo chiamava “fratello di Beatrice” e gli riconosceva una realtà interiore a lui molto prossima.
Un dì il Poeta stava disegnando, tutto concentrato, l’immagine di Beatrice assunta in cielo. La forma che gli era riuscita spontaneamente era quella d’un angelo. S’accorse che qualcuno lo stava osservando. Erano degli uomini, non “gentili”, né “donne”, che però egli doveva onorare. Si trattava chiaramente di un controllo da parte dell’Inquisizione; ma poiché l’immagine tracciata corrispondeva ai canoni dell’iconografia religiosa degli angeli, quegli uomini non poterono eccepire nulla. Fu così che egli decise di assumere una nuova apparenza esteriore: accettò l’amore di una nobile donna, giovane e molto bella. Nel Convivio la descrisse come la bellissima e onestissima figlia dell’Imperatore dell’Universo, che Pitagora aveva chiamato Filosofia. Egli aveva già percorsa interamente la via iniziatica della sapienza (gr. σοφία, leggi sofìa) pitagorica. Assumeva ora la Filosofia esteriore quale strumento per argomentare, tralasciando in parte l’uso del trobar clus. Ecco, dunque, perché Dante appare ancor oggi perfettamente in linea con la teologia di San Tommaso e con la filosofia di Aristotele, pur avendo trasceso spiritualmente entrambe quelle prospettive essoteriche. Amore, dunque chiese a Dante di abbassare il livello delle sue esposizioni dottrinali per non farsi notare dalle spie del Re di Francia e dell’inquisizione. E il Poeta s’adeguò controvoglia. L’arte della retorica filosofica gli dava soddisfazione, ma allo stesso tempo se ne rammaricava per l’uso di uno strumento così esteriore. Prima di essere del tutto preso dalla tentazione filosofica, Dante richiamò alla mente la visione di Beatrice. In questo modo bruscamente respinse gli allettamenti del filosofare: i suoi pensieri recuperarono il vero senso sapienziale che, tramite i sospiri, emetteva dal cuore.
La Vita Nova prosegue con un sonetto enigmatico soltanto in apparenza. Dante si rivolge a dei pellegrini “pensosi” che attraversano Firenze dirigendosi a Roma. Egli sottolinea che si recano colà per vedere la Veronica, senza accennare affatto al desiderio di ottenere la visione (sskrt. darśana) del papa in una udienza collettiva. Quest’ultimo era generalmente lo scopo dei romei, come si definivano coloro che si recavano in pellegrinaggio a Roma. Invece i pellegrini (non romei!), a cui si rivolge il Poeta, vogliono vedere la Veronica (dal latino vera icona), il vero volto di Cristo. Si riconoscono in quei “pellegrini pensosi” i cavalieri templari sconfitti di ritorno dalla Palestina, desiderosi di ritrovare la vera immagine di Cristo, dopo aver perduto il suo Santo Sepolcro. Dante si rivolse loro per chiedere di sostare a Firenze. Da lì, infatti, Beatrice, la sapienza del Poeta, era salita al più alto dei cieli. Se avessero voluto condividere il suo pianto, quei pellegrini avrebbero potuto riconoscere nel cuore di Dante il vero volto del Salvatore. I pellegrini gli mandarono due rappresentanti a chiedergli d’illustrasse la sua vera realtà interiore, in modo da decidere se proseguire per Roma o fermarsi presso di lui.
A questa richiesta di chiarimento, Dante rispose con l’ultimo sonetto dell’opera; in esso affermava che la conoscenza (il sospiro) dimorante nel suo cuore era andata al di là del cielo più alto. Una nuova consapevolezza lo aveva spinto oltre quel limite. Lì ebbe la visione di una “Donna” auto-luminosa, che era incapace di descrivere con le facoltà della mente (sskrt. antaḥkaraṇa). Tuttavia, la mente, nelle sue limitate capacità, manteneva la sensazione che quella luce gentile gli ricordasse Beatrice; questo fu quanto riuscì a recepire. Questa la risposta ai due pellegrini. Ma, appena terminata la confessione sull’incapacità della mente umana di “ricordare” ciò che aveva conosciuto direttamente, Dante dichiarava d’avere la “mirabile visione” del mistero divino. Con “mirabile visione” Dante non intendeva una nuova esperienza spirituale, ma il progetto di narrare le sue conoscenze nella Divina Commedia. Cosicché egli concluse la Vita Nova assumendo l’impegno di impiegare il resto della sua vita terrena a spiegare ciò che non fu mai detto prima. Vale a dire che la sua anima, nella gloria di Beatrice, aveva l’eterna visione diretta di Colui che è sempre benedetto. Questo epilogo, dunque, prelude la Divina Commedia.

Maria Chiara de’ Fenzi

45. Vita Nova, Dante’s “New Life” – II

Vita Nova, Dante’s “New Life” – II

Since no one had been able to explain his spiritual situation, Dante began pondering over the meaning of his swings of mood, so erratic and contradictory. With an introspective investigation, he lucidly described his persistently alternating shifts of attraction and repulsion for Beatrice-Holy Wisdom. With a burning desire, Love constantly drove him to meet his Dame. This happened through an inner vision and by meeting Beatrice in person (i.e. the teacher surrounded by the satsāṅga). As soon as the vision appeared (sskrt. darśana), the spirits responsible for the sight (sskrt. cakṣus) were strengthened, almost as if they were coming out of their natural organs (sskrt. netra golaka). The other exhalations and powers of the soul, on the contrary, suffered as if they were about to die. Love, then, forced him to move away from the vision to keep him alive. After sending to his master these reflections in the form of three sonnets, Dante realized that, as a result of that clarification, he could then dominate these contrasting sensations. He had already overcome that obstacle and was now able to conceive a higher spiritual domain.
Being summoned before a Court of Love, the Faithfuls requested him to better explain his inner state, encouraging him to abandon reticence and modesty. The river of wisdom that filled him with such grace inspired him to write about the intimate union between his own intellect and the Active Intellect, Beatrice. Thus, he addressed the sonnet “Donne ch’avete intelletto d’Amore (Ladies that have intelligence in Love”) not to any Faithful of Love, “but only to those who are gentle and who are not simple females”; that is only to the most qualified among them. The love between the Poet and his Dame was so sweet that, by talking about it, he would have been able to make people fall in love. According to the secret language, Dante thus affirmed that he had reached the spiritual grade of master (sskrt. gurutva). Although his knowledge of her was much deeper, henceforth he would have spoken of Beatrice in a simpler form, so as to be understood by the other initiates. Through Dante, Beatrice-Holy Wisdom had descended from heaven to earth to bestow the miracle of the spiritual influence (sskrt. anugraha). The Faithfuls of Love should have take advantage of this divine grace until possible. In fact, according to Dante, Beatrice would later be called back to heaven for a much higher mission, anticipating in this way the overcoming of his magisterial experience to carry out a more universal role.
The troubadours of the Court of Love answered him with the canzone “Ben aggia l’amoroso e dolce core” (“Be blessed your loving and noble heart”); in this way not only was he absolved of every suspicion and recognized as a teacher, but also emerged their enthusiastic recognition for his great inner experiences. Through other sonnets addressed to the Faithfuls of Love, the new master urged them to let their women (intellects) follow the example of Beatrice. Meanwhile, the Poet addressed the sonnet “Amore e’l cor gentil sono una cosa” (“Love and the gentle heart are one thing”) to his best friend, Guido de’ Cavalcanti, expressing how Love had taken total possession of his heart. It is a humble yet firm statement on the surpassing his own master. From that moment on Cavalcanti began to withdraw himself from the scene, leaving the command of the Holy Faith to his best disciple. It was not a consentient parting. Guido was embittered and left his spiritual family forever. For the sadness caused to the Florentine initiates, the abandoning of their old master was lamented as the “death of Beatrice’s father”.
Having fallen ill for nine days, Dante had an agonizing vision of his own death, immediately followed also by that of Beatrice. Thereupon, his vision became more and more sweet. He saw his Dame lying dead and then ascending to the heavens carried by a cloud of angels singing “Glory in the highest heaven”. The certainty that this vision would assure him inner peace took over in his heart. The quotation from the Vita Nova testifies to the prophetic nature of his vision. Death indicated a coming qualitative leap in his initiatic experience. The death of Beatrice was indeed his own death, which allowed the ascension of his soul to the highest of the heavens, source of every peace. After a few days Dante had a new vision. He saw Love joyfully taking possession of his heart. This God pointed to two noble Ladies who seemed to be approaching. The first one was Primavera (Spring), also called Giovanna (Joan), followed by Beatrice. Primavera was the Dame of Guido. The meaning of the vision was that Dante had indeed surpassed his master. Therefore, he received the enthusiastic recognition of the Faithfuls of Love.
Although Dante had proposed a triumvirate for the conduction of their initiatic family, Guido politely refused on the grounds that he had already assumed the gurutva of another esoteric organization. Left alone at the helm of the Florentine group, Dante infused it with such great power and spiritual wisdom that soon other “Women” (sister initiatic organizations, probably from the Templar circle) turned to him as their Grand Master. In this period of intense teaching came the “death of Beatrice”. Dante preferred not to comment this subject, citing, among other reasons, that he did not wish to become “a praiser of myself”. It is evident, therefore, that the “death of Beatrice” was in reality the apotheosis of the Poet’s interior realization. Furthermore, he deemed such effort unnecessary as his realization had transcended in every way the level of understanding of the other Faithfuls of Love. With the purpose of better explaining this concept, we will refer again to the miniature by Francesco da Barberino presented and explained in chapter 43 of this series. Beatrice, the soul of the Poet, had left the earth where she had lived until then with Dante in the form of the androgynous “wife-husband”, to ascend to the sky riding on the white horse of Love.
Although difficult to understand, the initiates of the various organizations recognized that the Poet had achieved an incomparable spiritual eminence. No doubt that at that moment Dante was recognized as Imperator, spiritual leader of the Latin Christianity initiatic paths. This extraordinary experience of “dying in life” occurred in 1291, coinciding with a historical event that put the Order of the Temple in grave danger. Therefore he decided to inform the Princes of the Earth with a letter about his new dignity and on the difficult coming times. As always, Dante quoted Jeremiah’s first Lamentation to allude to the danger of destruction of the Temple. In that same year, in fact, the Muslims conquered St. John of Acre, massacring all the Templars who defended the city. With this defeat, the Holy Land was lost forever and, at the same time, the myth of the invincibility of those knight-monks collapsed. Dante’s new responsibility, therefore, coincided with a particularly serious historical contingency. He sent the canzone “Gli occhi dolenti per pietà del core” (“The eyes which mourn the sorrow of the heart”) to the initiates, with which the new Grand Master invited everyone to “cry”, that is to say to simulate, to hide. And at the same time, he exhorted them to “sigh”, to deepen their knowledge and to strengthen the practice of virtues. His friend Cino da Pistoia, the only Faithful of Love who always recognized Beatrice as the most perfect Dame, declared himself available to assist in this task. For this reason, Dante called him “Beatrice’s brother” recognizing in him an inner reality very close to his own.
One day the Poet was concentrated drawing the image of Beatrice assumed into the sky. The form that he had spontaneously depicted was that of an angel. He then noticed that someone was watching him. These men were neither “gentle” nor “dames”, but he had to honour them nonetheless. It was clearly a control by the Inquisition. However, since his sketch corresponded to the canons of the religious iconography of the angels, they could not allege anything. For this reason, he decided to take on a new outward appearance, accepting the love of a young noblewoman, and very beautiful Lady. In the Convivio he described her as the beautiful and very honest daughter of the Emperor of the Universe, called Philosophy by Pythagoras. In fact, he had already completed the entire initiatic path of Pythagorean wisdom (gr. Σοφία, read sofìa), and thus he assumed the exterior philosophy as a tool for arguing, partially giving up the use of the trobar clus. This is the reason why Dante still appears today perfectly in line with the theology of St. Thomas and with the philosophy of Aristotle, despite having spiritually transcended both these exoteric perspectives. Therefore, Love requested Dante to lower the level of his doctrinal expositions so as not to be noticed by the spies of the King of France and the Inquisition. And the Poet adapted himself unwillingly. The art of philosophical rhetoric gave him satisfaction, but at the same time he regretted the use of such an external instrument. Before being completely influenced by the philosophical temptation, Dante recalled the vision of Beatrice. In this way he abruptly rejected the allurements of philosophizing and his thoughts recovered the true sapiential sense that, through the spirits, oozed from his heart.
The Vita Nova continues with a sonnet enigmatic only in appearance. Dante turns to some “pensive” pilgrims who travel through Florence heading for Rome. He emphasizes that they were going there to see the Veronica, without mentioning any interest at all in obtaining the vision (sskrt. darśana) of the pope in a collective audience. The latter was generally the purpose of the Romeos, as were called those who went on pilgrimage to Rome. Instead those “pensive pilgrims” (not Romeos!) were going to see only the Veronica (from the Latin vera icona, true icon), the true face of Christ. In them we recognize the defeated Knights Templar on their return from the Holy Land, eager to find the true image of Christ after having lost his Holy Sepulchre. Dante turned to them asking to stop in Florence. From there, in fact, Beatrice, the wisdom of the Poet, had risen to the highest of the heavens. If they agreed to share his tears, those pilgrims could have recognized in the heart of Dante the true face of the Savior. The pilgrims sent two representatives who requested him to illustrate his true inner height, in order to decide whether to or stop there or continue to Rome.
To this request for clarification Dante replied with the last sonnet of his work. Here he affirms that the knowledge (the spirit) dwelling in his heart had gone beyond the highest sky. A new awareness had pushed him beyond that limit. There, he had the vision of a self-luminous Dame, that he was unable to describe with the faculties of the mind (sskrt. antaḥkaraṇa). However, the mind, in its limited capacity, maintained the feeling that the gentle light reminded him of Beatrice. This was all he could perceive, and this was the answer to the two pilgrims. However, as soon as he concluded his confession on the inadequacy of the human mind to “remember” what he had known directly, Dante declared that he had the “wonderful vision” of the divine mystery. With “wonderful vision” Dante did not mean a new spiritual experience, but the project of narrating his knowledge in the Divine Comedy. So, he concluded the Vita Nova by assuming the commitment to spend the rest of his earthly life explaining what had never been said before; that is to say that his soul, in the glory of Beatrice, had the eternal direct vision of the One who is always blessed. This epilogue, therefore, is the prelude to the Divine Comedy.

Maria Chiara de’ Fenzi