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45. Dante: la Vita Nova – II

    Dante: la Vita Nova – II

    Poiché nessuno era stato in grado di spiegargli la sua situazione spirituale1, Dante, a questo punto, s’interrogò sul significato dei suoi stati d’animo così alternanti e contraddittori. Con una indagine introspettiva, lucidamente riuscì a descrivere la continua successione di attrazione e repulsione per Beatrice-Santa Sapienza. Amore in continuazione lo spingeva con un ardente desiderio a incontrare la sua Donna. Questo avveniva sia tramite una visione interiore, sia quando incontrava di persona Beatrice (il maestro attorniato dal satsāṅga). Non appena ne aveva la visione (sskrt. darśana), i soffi predisposti alla vista (sskrt. cakṣus) venivano potenziati ed era come se uscissero dai loro organi naturali (sskrt. netra golaka); gli altri soffi e potenze dell’anima, invece, soffrivano come se stessero per morire. E Amore, allora, gli imponeva di allontanarsi dalla visione per mantenersi in vita2. Dopo aver inviato queste riflessioni sotto forma di tre sonetti al maestro, Dante si rese conto che, come effetto di quel chiarimento, egli riusciva ormai a dominare queste sensazioni contrastanti. Aveva già superato quell’ostacolo e ora era in grado di concepire un dominio spirituale più alto.
    Convocato a una Corte d’Amore, i Fedeli presenti gli chiesero di spiegare meglio il suo stato interiore, incoraggiandolo ad abbandonare reticenze e pudore. Il fiume di sapienza che lo riempiva di grazie lo ispirò ed egli volle scrivere sull’intima unione tra il suo intelletto e l’Intelletto Attivo, Beatrice. Così rivolse la canzone “Donne che avete intelletto d’Amore” non a qualsiasi Fedele d’Amore, “ma solamente a coloro che sono gentili e che non sono pure femmine3”; solamente ai più qualificati tra loro. L’amore tra il Poeta e la sua Donna era tanto dolce, che ormai parlandone sarebbe stato in grado di fare innamorare la gente. Tradotto dal linguaggio segreto, Dante affermava così di aver raggiunto il grado spirituale di maestro (sskrt. gurutva). Sebbene la sua conoscenza di lei fosse molto più profonda, d’ora innanzi avrebbe parlato di Beatrice in una forma facile, in modo da essere compreso dagli altri iniziati. Beatrice-Santa Sapienza, attraverso Dante era scesa dal cielo in terra per elargire il miracolo dell’influenza spirituale (sskrt. anugraha)4. I Fedeli d’Amore avrebbero dovuto profittare di questa grazia divina finché fosse stato possibile. Dante infatti accenna che in seguito Beatrice sarebbe stata richiamata in cielo per ben più alta missione. In questo modo preannuncia il futuro superamento della sua esperienza magistrale per svolgere una funzione più universale.
    I trovatori della Corte d’Amore gli risposero con la canzone “Ben aggia l’amoroso e gentil core”; in essa non solamente era assolto da ogni sospetto e riconosciuto come maestro, ma appare tutto l’entusiastico riconoscimento per l’elevatezza delle esperienze interiori di Dante. Poi, con alcuni sonetti indirizzati ai Fedeli d’Amore il nuovo maestro li esortava a far sì che le loro donne (intelletti) seguissero l’esempio di Beatrice. Allo stesso tempo il Poeta indirizzò il sonetto “Amore e il cor gentile sono una cosa” al suo migliore amico, Guido de’ Cavalcanti, spiegandogli come ora Amore avesse preso totale possesso del suo cuore. È una dichiarazione umile ma ferma di aver superato in realizzazione il suo maestro. E Cavalcanti, da quel momento cominciò a eclissarsi, lasciando il comando della Fede Santa al suo migliore discepolo. Non fu un distacco consenziente: Guido rimase amareggiato e s’allontanò per sempre dalla sua famiglia spirituale. L’abbandono di chi era stato fino allora il loro maestro fu lamentato come la morte “del padre di Beatrice” per la tristezza che provocò agli iniziati fiorentini.
    Dante poi, nel corso di una malattia durata nove giorni, mentre era assistito da alcune Dame, ebbe una dolorosa visione della propria morte, cui seguiva immediatamente anche quella di Beatrice. La visione, poi, diventò sempre più dolce5: egli vide la sua Donna giacere morta e poi salire al cielo trasportata da una nuvola d’angeli, che cantavano “Gloria nel più alto dei cieli”6. E qui subentrò nel suo cuore la certezza che questa visione gli avrebbe assicurato la pace interiore. Dal citato brano della Vita Nova appare evidente che si era trattato d’una visione profetica: la morte indicava un prossimo salto di qualità nella sua esperienza iniziatica; e la morte di Beatrice era la sua stessa morte che permetteva l’innalzamento della sua anima7 al più alto dei cieli, sorgente di ogni pace. Dopo pochi giorni Dante ebbe una nuova visione: egli vide Amore che prendeva gioiosamente possesso del suo cuore. Il Dio gli indicava due nobili Dame che parevano avvicinarsi. Quella che procedeva davanti era Primavera, chiamata anche Giovanna8. Di seguito veniva Beatrice. Primavera era la Donna di Guido; questa visione significava che Dante aveva superato il maestro9. Egli così fu entusiasticamente riconosciuto dai Fedeli d’Amore come il nuovo capo.
    Nonostante Dante avesse proposto una conduzione a tre della loro famiglia iniziatica10, Guido cortesemente rifiutò, adducendo il motivo di aver assunto il magistero di un’altra organizzazione esoterica11. Rimasto solo alla guida del gruppo fiorentino, Dante vi infuse una così grande potenza e sapienza spirituale che ben presto altre “Donne” (organizzazioni iniziatiche sorelle, probabilmente dell’ambito templare) si rivolsero a lui come Gran Maestro12. In questo periodo d’intenso insegnamento avvenne la “morte di Beatrice”. Dante preferì non trattare di questo argomento adducendo, tra le altre ragioni, che non desiderava farsi “laudatore di me medesimo”. È evidente, dunque, che la “morte di Beatrice” fu in realtà l’apoteosi della realizzazione interiore del Poeta; egli non ne volle parlare anche perché tale sua realizzazione trascendeva totalmente le possibilità di comprensione dei Fedeli d’Amore. Per meglio spiegare questo concetto, ci riferiremo nuovamente alla miniatura di Francesco da Barberino riprodotta e spiegata nel capitolo 43° di questa serie. Beatrice, l’anima del Poeta, aveva lasciato la terra su cui fino allora era vissuta assieme a Dante, nella forma dell’androgino “moglier-marito”, per salire in cielo sul bianco cavallo di Amore13.
    Sebbene di difficile comprensione, tuttavia gli iniziati delle diverse organizzazioni riconobbero che il Poeta aveva raggiunto una inarrivabile elevatezza spirituale. Non c’è alcun dubbio che in quel momento Dante fu riconosciuto come Imperator, ossia come il capo spirituale delle vie iniziatiche della cristianità latina. Questa straordinaria esperienza di “morire in vita” avvenne nel 1291, in concomitanza con un avvenimento storico che mise in grave pericolo l’Ordine del Tempio. Egli decise dunque di informare con una lettera14 i Principi della Terra di questa sua nuova dignità e dei tempi difficili che correvano. Come sempre, Dante citava la prima lamentazione di Geremia15 per alludere al pericolo di distruzione del Tempio. In quello stesso anno, infatti, i musulmani conquistarono San Giovanni d’Acri, massacrando tutti i templari che difendevano la città. Con questa sconfitta la Palestina fu perduta per sempre alla cristianità e, allo stesso tempo, crollò il mito dell’invincibilità di quei monaci-cavalieri16. La nuova responsabilità di Dante coincise, dunque, con una contingenza storica particolarmente grave. Egli inviò agli iniziati la canzone “Gli occhi dolenti per pietà del core”; con essa il nuovo Gran Maestro invitava tutti a piangere, vale a dire a simulare, a nascondersi. E al medesimo tempo li esortava a sospirare, ad approfondire la loro conoscenza e a rafforzare la pratica delle virtù. Ad aiutarlo in tale compito si rese disponibile l’amico Cino da Pistoia, l’unico Fedele d’Amore che avesse da sempre riconosciuto Beatrice come la “Donna” più perfetta. Dante, per questa ragione, lo chiamava “fratello di Beatrice” e gli riconosceva una realtà interiore a lui molto prossima.
    Un dì il Poeta stava disegnando, tutto concentrato, l’immagine di Beatrice assunta in cielo. La forma che gli era riuscita spontaneamente era quella d’un angelo. S’accorse che qualcuno lo stava osservando. Erano degli uomini, non “gentili”, né “donne”, che però egli doveva onorare. Si trattava chiaramente di un controllo da parte dell’Inquisizione; ma poiché l’immagine tracciata corrispondeva ai canoni dell’iconografia religiosa degli angeli, quegli uomini non poterono eccepire nulla. Fu così che egli decise di assumere una nuova apparenza esteriore: accettò l’amore di una nobile donna, giovane e molto bella. Nel Convivio17 la descrisse come la bellissima e onestissima figlia dell’Imperatore dell’Universo18, che Pitagora aveva chiamato Filosofia19. Egli aveva già percorsa interamente la via iniziatica della sapienza (gr. σοφία, leggi sofìa) pitagorica. Assumeva ora la Filosofia esteriore quale strumento per argomentare, tralasciando in parte l’uso del trobar clus20. Ecco, dunque, perché Dante appare ancor oggi perfettamente in linea con la teologia di San Tommaso e con la filosofia di Aristotele, pur avendo trasceso spiritualmente entrambe quelle prospettive essoteriche. Amore, dunque chiese a Dante di abbassare il livello delle sue esposizioni dottrinali per non farsi notare dalle spie del Re di Francia e dell’inquisizione. E il Poeta s’adeguò controvoglia. L’arte della retorica filosofica gli dava soddisfazione, ma allo stesso tempo se ne rammaricava per l’uso di uno strumento così esteriore. Prima di essere del tutto preso dalla tentazione filosofica, Dante richiamò alla mente la visione di Beatrice. In questo modo bruscamente respinse gli allettamenti del filosofare: i suoi pensieri recuperarono il vero senso sapienziale che, tramite i sospiri21, emetteva dal cuore.
    La Vita Nova prosegue con un sonetto enigmatico soltanto in apparenza. Dante si rivolge a dei pellegrini “pensosi” che attraversano Firenze dirigendosi a Roma. Egli sottolinea che si recano colà per vedere la Veronica, senza accennare affatto al desiderio di ottenere la visione (sskrt. darśana) del papa in una udienza collettiva. Quest’ultimo era generalmente lo scopo dei romei, come si definivano coloro che si recavano in pellegrinaggio a Roma. Invece i pellegrini (non romei!), a cui si rivolge il Poeta, vogliono vedere la Veronica (dal latino vera icona), il vero volto di Cristo22. Si riconoscono in quei “pellegrini pensosi” i cavalieri templari sconfitti di ritorno dalla Palestina, desiderosi di ritrovare la vera immagine di Cristo, dopo aver perduto il suo Santo Sepolcro. Dante si rivolse loro per chiedere di sostare a Firenze. Da lì, infatti, Beatrice, la sapienza del Poeta, era salita al più alto dei cieli. Se avessero voluto condividere il suo pianto, quei pellegrini avrebbero potuto riconoscere nel cuore di Dante il vero volto del Salvatore. I pellegrini gli mandarono due rappresentanti a chiedergli d’illustrasse la sua vera realtà interiore, in modo da decidere se proseguire per Roma o fermarsi presso di lui.
    A questa richiesta di chiarimento, Dante rispose con l’ultimo sonetto dell’opera; in esso affermava che la conoscenza (il sospiro) dimorante nel suo cuore era andata al di là del cielo più alto. Una nuova consapevolezza lo aveva spinto oltre quel limite. Lì ebbe la visione di una “Donna” auto-luminosa, che era incapace di descrivere con le facoltà della mente (sskrt. antaḥkaraṇa). Tuttavia, la mente, nelle sue limitate capacità, manteneva la sensazione che quella luce gentile gli ricordasse Beatrice; questo fu quanto riuscì a recepire. Questa la risposta ai due pellegrini. Ma, appena terminata la confessione sull’incapacità della mente umana di “ricordare” ciò che aveva conosciuto direttamente, Dante dichiarava d’avere la “mirabile visione” del mistero divino. Con “mirabile visione” Dante non intendeva una nuova esperienza spirituale, ma il progetto di narrare le sue conoscenze nella Divina Commedia. Cosicché egli concluse la Vita Nova assumendo l’impegno di impiegare il resto della sua vita terrena a spiegare ciò che non fu mai detto prima. Vale a dire che la sua anima, nella gloria di Beatrice, aveva l’eterna visione diretta di Colui che è sempre benedetto. Questo epilogo, dunque, prelude la Divina Commedia.

    Maria Chiara de’ Fenzi

    1. Gli altri Fedeli d’Amore e lo stesso maestro dimostrarono poca comprensione, deridendo il Poeta per i suoi improvvisi samādhi.[↩]
    2. Questa esperienza è ben nota nella via della Bhakti come la sofferenza dell’”unione e della separazione” (sskrt. saṃyoga-viyoga).[↩]
    3. Infatti quelle “Donne” erano tutti, in realtà, dei cavalieri.[↩]
    4. L’intelletto attivo e quello possibile (Mahan Ātman universale e la buddhi individuale) si erano così uniti in matrimonio spirituale, come è affermato nel Convivio (II.2.2). Beatrice e Dante ormai s’erano integrati nell’androgino primordiale “moglier-marito” di Francesco da Barberino, nello stato d’identificazione che è l’unico Amore dimorante nel cuore.[↩]
    5. Dolcissima morte, la definisce il Poeta, in netta antitesi con Morte Villana procurata dalle condanne dell’Inquisizione.[↩]
    6. Alla morte seguì dunque una rinascita interiore. Gli angeli avevano cantato “Osannah nel più alto dei cieli” quando nacque il Cristo. Questo è il primo segnale che Dante si sarebbe identificato con Gesù Messia, o che avrebbe raggiunto il medesimo stato realizzativo. A tale allusione seguiranno a breve altre conferme.[↩]
    7. L’imminente pacificazione dell’anima (śānta Ātman) era ormai possibile in quanto Dante aveva trasceso l’alterità della sua buddhi individuale e Mahan Ātman-Beatrice.[↩]
    8. Amore spiega che Primavera significava “che era venuta prima”; si chiamava Giovanna perché come Giovanni Battista, aveva annunciato l’avvento del Salvatore. Beatrice che veniva di seguito, invece è dichiarata identica ad Amore. Il Dio, dunque, tramite Beatrice, dichiarava così l’avvenuta identificazione con Dante. È un’altra conferma che Dante rappresentava un secondo Cristo. In questo modo immaginifico il Poeta confermava d’aver universalizzato il suo grado di maestro.[↩]
    9. Nel successivo capitolo XXV, Dante afferma che Amore, in realtà, è un accidente che nasconde una sostanza reale. Tale sostanza è stata tramandata nei secoli da una catena ininterrotta di maestri che ha origini troiane. Tra essi cita Virgilio, Lucano, Orazio, Ovidio, fino ad arrivare ai rimatori in lingua d’oc, a Cavalcanti e, infine a lui stesso. Così egli si proclama come il nuovo maestro.[↩]
    10. Proposta espressa nel sonetto “Guido i’ vorrei che tu e Lapo ed io”.[↩]
    11. Molto si è dibattuto in merito. Di fatto questa organizzazione iniziatica chiamata Mandetta o “la donna di Tolosa”, doveva avere delle caratteristiche identiche a quelle della Corte d’Amore fiorentina, cosa che esclude l’ipotesi ricorrente che si trattasse di una setta catara. Rossetti interpreta il nome di Mandetta come se Guido avesse avuto il “mandato” di salvare quella famiglia iniziatica tolosana da pericoli interni ed esterni.[↩]
    12. Ciò è dichiarato apertamente nei due splendidi sonetti “Tanto gentile e tanto onesta pare la donna mia quand’ella altrui saluta” e “Vede perfettamente onne salute chi la mia donna tra le donne vede”.[↩]
    13. Il racconto di questa esperienza sarà esposto nel Paradiso, la terza cantica della Divina Commedia.[↩]
    14. La lettera che iniziava con “Quomodo sedet sola civitas”, la prima geremiade della Bibbia, è andata perduta. Non deve stupire se il rappresentante di una antichissima famiglia patrizia romana potesse comunicare alla pari con i potenti della terra; e Dante ripeterà una simile esortazione e ammonimento all’Imperatore, ai Re e ai Cardinali con due lettere nel 1314 in occasione della soppressione del Tempio. Tuttavia, questa prima lettera doveva essere rivolta ai Principi che fossero anche cavalieri iniziati; altrimenti, per quale motivo Dante avrebbe dovuto avvertirli della sua nuova eccelsa realizzazione e di aver raggiunto così il vertice della gerarchia iniziatica imperiale?[↩]
    15. Alcuni studiosi sostengono che queste citazioni dell’Antico Testamento provassero una influenza ebraico-qabbalistica esercitatasi su Dante, dimenticando che per i cristiani l’intera Bibbia è testo sacro. Questa pretesa è in linea con l’idea recentissima che la civiltà occidentale abbia sedicenti origini giudaico-cristiane. La verità è che prima di Marx, Freud ed Einstein le comunità ebraiche erano arroccate nei loro ghetti, con nulli o pochi scambi culturali con l’ambiente esterno, da loro considerato “impuro”. La loro influenza cominciò a esercitarsi nascostamente, come vedremo, soltanto a partire dal Rinascimento, per poi dilagare nel XIX secolo. Dante, in linea con le posizioni cristiane tradizionali che riconoscevano le responsabilità dei giudei per la condanna capitale di Gesù, di essi scriveva esortando così i cristiani: “Uomini siate, e non pecore matte, sì che ‘l giudeo di voi tra voi non rida” (Paradiso,V.80). E, non a caso, denomina Giudecca (ghetto) il più profondo degli inferni. Chi sostiene una lettura giudaizzante dell’opera di Dante è Sandra Debenedetti Stow, Dante e la mistica ebraica, Firenze, La Giuntina, 2004, seguita a ruota da Gian Maria Molli, La Rinascita di Dante, Roma, Arkeios, 2010. Quest’ultimo autore s’appoggia anche sull’“autorità” di occultisti quali Max Heindel, Rudolf Steiner, Dion Fortune ecc., a dimostrazione della poca sua capacità di discriminazione. Di tutt’altro peso sono invece gli studi di Giorgio Battistoni (per. es.: Immanuello Romano, L’Inferno e il Paradiso, G. Battistoni (a cura di), Firenze, La Giuntina, 2000). Si tratta di lavori interessanti, scritti con grande serietà e rigore. Tuttavia questo dantista non si è reso conto di documentare che fu Immanuello Romano a essersi ispirato all’opera di Dante e non viceversa, contraddicendo così la tesi delle influenze ebraiche sulla Divina Commedia che si era prefissato di dimostrare.[↩]
    16. Si riprenderà l’esposizione storica di quel momento critico nel prossimo capitolo dedicato all’Ordine del Tempio.[↩]
    17. Convivio, II.15.[↩]
    18. Si tratta di Amore. Si noti il titolo d’Imperatore, che allude alla funzione iniziatica di Dante, ormai identificato ad Amore.[↩]
    19. Filosofia significa semplicemente “desiderio di sapienza”. Perciò appare un’inutile distrazione per colui che si è già identificato a sofìa.[↩]
    20. D’altra parte Guittone d’Arezzo e Bonagiunta Orbacciani, che in giovinezza erano stati Fedeli d’Amore, avevano rivelato pubblicamente l’esistenza del linguaggio segreto dei trovatori. Perciò le frasi incomprensibili per chi non conoscesse il gergo erano diventate motivo di sospetto da parte di curiosi e avversari. L’abbandono definitivo del trobar clus avverrà nella Divina Commedia.[↩]
    21. Ricordiamo al lettore che nel linguaggio segreto i sospiri rappresentano le virtù e le conoscenze dimoranti nel cuore.[↩]
    22. Veronica è un velo su cui si era impresso miracolosamente il volto di Gesù Cristo, ancora attualmente conservata nella Basilica di San Pietro a Roma.[↩]

    45. Vita Nova, Dante’s “New Life” – II

      Vita Nova, Dante’s “New Life” – II

      Since no one had been able to explain his spiritual situation1, Dante began pondering over the meaning of his swings of mood, so erratic and contradictory. With an introspective investigation, he lucidly described his persistently alternating shifts of attraction and repulsion for Beatrice-Holy Wisdom. With a burning desire, Love constantly drove him to meet his Dame. This happened through an inner vision and by meeting Beatrice in person (i.e. the teacher surrounded by the satsāṅga). As soon as the vision appeared (sskrt. darśana), the spirits responsible for the sight (sskrt. cakṣus) were strengthened, almost as if they were coming out of their natural organs (sskrt. netra golaka). The other exhalations and powers of the soul, on the contrary, suffered as if they were about to die. Love, then, forced him to move away from the vision to keep him alive2. After sending to his master these reflections in the form of three sonnets, Dante realized that, as a result of that clarification, he could then dominate these contrasting sensations. He had already overcome that obstacle and was now able to conceive a higher spiritual domain.
      Being summoned before a Court of Love, the Faithfuls requested him to better explain his inner state, encouraging him to abandon reticence and modesty. The river of wisdom that filled him with such grace inspired him to write about the intimate union between his own intellect and the Active Intellect, Beatrice. Thus, he addressed the sonnet “Donne ch’avete intelletto d’Amore (Ladies that have intelligence in Love”) not to any Faithful of Love, “but only to those who are gentle and who are not simple females”; that is only to the most qualified among them. The love between the Poet and his Dame was so sweet that, by talking about it, he would have been able to make people fall in love. According to the secret language, Dante thus affirmed that he had reached the spiritual grade of master (sskrt. gurutva). Although his knowledge of her was much deeper, henceforth he would have spoken of Beatrice in a simpler form, so as to be understood by the other initiates. Through Dante, Beatrice-Holy Wisdom had descended from heaven to earth to bestow the miracle of the spiritual influence (sskrt. anugraha)3. The Faithfuls of Love should have take advantage of this divine grace until possible. In fact, according to Dante, Beatrice would later be called back to heaven for a much higher mission, anticipating in this way the overcoming of his magisterial experience to carry out a more universal role.
      The troubadours of the Court of Love answered him with the canzone “Ben aggia l’amoroso e dolce core” (“Be blessed your loving and noble heart”); in this way not only was he absolved of every suspicion and recognized as a teacher, but also emerged their enthusiastic recognition for his great inner experiences. Through other sonnets addressed to the Faithfuls of Love, the new master urged them to let their women (intellects) follow the example of Beatrice. Meanwhile, the Poet addressed the sonnet “Amore e’l cor gentil sono una cosa” (“Love and the gentle heart are one thing”) to his best friend, Guido de’ Cavalcanti, expressing how Love had taken total possession of his heart. It is a humble yet firm statement on the surpassing his own master. From that moment on Cavalcanti began to withdraw himself from the scene, leaving the command of the Holy Faith to his best disciple. It was not a consentient parting. Guido was embittered and left his spiritual family forever. For the sadness caused to the Florentine initiates, the abandoning of their old master was lamented as the “death of Beatrice’s father”.
      Having fallen ill for nine days, Dante had an agonizing vision of his own death, immediately followed also by that of Beatrice. Thereupon, his vision became more and more sweet4. He saw his Dame lying dead and then ascending to the heavens carried by a cloud of angels singing “Glory in the highest heaven”5. The certainty that this vision would assure him inner peace took over in his heart. The quotation from the Vita Nova testifies to the prophetic nature of his vision. Death indicated a coming qualitative leap in his initiatic experience. The death of Beatrice was indeed his own death, which allowed the ascension of his soul6 to the highest of the heavens, source of every peace. After a few days Dante had a new vision. He saw Love joyfully taking possession of his heart. This God pointed to two noble Ladies who seemed to be approaching. The first one was Primavera (Spring), also called Giovanna (Joan)7, followed by Beatrice. Primavera was the Dame of Guido. The meaning of the vision was that Dante had indeed surpassed his master. Therefore, he received the enthusiastic recognition of the Faithfuls of Love.
      Although Dante had proposed a triumvirate for the conduction of their initiatic family8, Guido politely refused on the grounds that he had already assumed the gurutva of another esoteric organization9. Left alone at the helm of the Florentine group, Dante infused it with such great power and spiritual wisdom that soon other “Women” (sister initiatic organizations, probably from the Templar circle) turned to him as their Grand Master10. In this period of intense teaching came the “death of Beatrice”. Dante preferred not to comment this subject, citing, among other reasons, that he did not wish to become “a praiser of myself”. It is evident, therefore, that the “death of Beatrice” was in reality the apotheosis of the Poet’s interior realization. Furthermore, he deemed such effort unnecessary as his realization had transcended in every way the level of understanding of the other Faithfuls of Love. With the purpose of better explaining this concept, we will refer again to the miniature by Francesco da Barberino presented and explained in chapter 43 of this series. Beatrice, the soul of the Poet, had left the earth where she had lived until then with Dante in the form of the androgynous “wife-husband”, to ascend to the sky riding on the white horse of Love11.
      Although difficult to understand, the initiates of the various organizations recognized that the Poet had achieved an incomparable spiritual eminence. No doubt that at that moment Dante was recognized as Imperator, spiritual leader of the Latin Christianity initiatic paths. This extraordinary experience of “dying in life” occurred in 1291, coinciding with a historical event that put the Order of the Temple in grave danger. Therefore he decided to inform the Princes of the Earth with a letter about his new dignity and on the difficult coming times. As always, Dante quoted Jeremiah’s first Lamentation12 to allude to the danger of destruction of the Temple. In that same year, in fact, the Muslims conquered St. John of Acre, massacring all the Templars who defended the city. With this defeat, the Holy Land was lost forever and, at the same time, the myth of the invincibility of those knight-monks collapsed13. Dante’s new responsibility, therefore, coincided with a particularly serious historical contingency. He sent the canzone “Gli occhi dolenti per pietà del core” (“The eyes which mourn the sorrow of the heart”) to the initiates, with which the new Grand Master invited everyone to “cry”, that is to say to simulate, to hide. And at the same time, he exhorted them to “sigh”, to deepen their knowledge and to strengthen the practice of virtues. His friend Cino da Pistoia, the only Faithful of Love who always recognized Beatrice as the most perfect Dame, declared himself available to assist in this task. For this reason, Dante called him “Beatrice’s brother” recognizing in him an inner reality very close to his own.
      One day the Poet was concentrated drawing the image of Beatrice assumed into the sky. The form that he had spontaneously depicted was that of an angel. He then noticed that someone was watching him. These men were neither “gentle” nor “dames”, but he had to honour them nonetheless. It was clearly a control by the Inquisition. However, since his sketch corresponded to the canons of the religious iconography of the angels, they could not allege anything. For this reason, he decided to take on a new outward appearance, accepting the love of a young noblewoman, and very beautiful Lady. In the Convivio14 he described her as the beautiful and very honest daughter of the Emperor of the Universe15, called Philosophy by Pythagoras16. In fact, he had already completed the entire initiatic path of Pythagorean wisdom (gr. Σοφία, read sofìa), and thus he assumed the exterior philosophy as a tool for arguing, partially giving up the use of the trobar clus17. This is the reason why Dante still appears today perfectly in line with the theology of St. Thomas and with the philosophy of Aristotle, despite having spiritually transcended both these exoteric perspectives. Therefore, Love requested Dante to lower the level of his doctrinal expositions so as not to be noticed by the spies of the King of France and the Inquisition. And the Poet adapted himself unwillingly. The art of philosophical rhetoric gave him satisfaction, but at the same time he regretted the use of such an external instrument. Before being completely influenced by the philosophical temptation, Dante recalled the vision of Beatrice. In this way he abruptly rejected the allurements of philosophizing and his thoughts recovered the true sapiential sense that, through the spirits, oozed from his heart18.
      The Vita Nova continues with a sonnet enigmatic only in appearance. Dante turns to some “pensive” pilgrims who travel through Florence heading for Rome. He emphasizes that they were going there to see the Veronica, without mentioning any interest at all in obtaining the vision (sskrt. darśana) of the pope in a collective audience. The latter was generally the purpose of the Romeos, as were called those who went on pilgrimage to Rome. Instead those “pensive pilgrims” (not Romeos!) were going to see only the Veronica (from the Latin vera icona, true icon), the true face of Christ19. In them we recognize the defeated Knights Templar on their return from the Holy Land, eager to find the true image of Christ after having lost his Holy Sepulchre. Dante turned to them asking to stop in Florence. From there, in fact, Beatrice, the wisdom of the Poet, had risen to the highest of the heavens. If they agreed to share his tears, those pilgrims could have recognized in the heart of Dante the true face of the Savior. The pilgrims sent two representatives who requested him to illustrate his true inner height, in order to decide whether to or stop there or continue to Rome.
      To this request for clarification Dante replied with the last sonnet of his work. Here he affirms that the knowledge (the spirit) dwelling in his heart had gone beyond the highest sky. A new awareness had pushed him beyond that limit. There, he had the vision of a self-luminous Dame, that he was unable to describe with the faculties of the mind (sskrt. antaḥkaraṇa). However, the mind, in its limited capacity, maintained the feeling that the gentle light reminded him of Beatrice. This was all he could perceive, and this was the answer to the two pilgrims. However, as soon as he concluded his confession on the inadequacy of the human mind to “remember” what he had known directly, Dante declared that he had the “wonderful vision” of the divine mystery. With “wonderful vision” Dante did not mean a new spiritual experience, but the project of narrating his knowledge in the Divine Comedy. So, he concluded the Vita Nova by assuming the commitment to spend the rest of his earthly life explaining what had never been said before; that is to say that his soul, in the glory of Beatrice, had the eternal direct vision of the One who is always blessed. This epilogue, therefore, is the prelude to the Divine Comedy.

      Maria Chiara de’ Fenzi

      1. The other Faithfuls of Love, including their master, showed little understanding, and mocked the Poet for his sudden samādhis.[↩]
      2. This experience is well known in the way of Bhakti as the pain of “union and separation” (sskrt. saṃyoga-viyoga).[↩]
      3. The active and the possible intellects (Mahan Ātman and the individual buddhi) were thus united in spiritual marriage, as stated in the Convivio (II.2.2). Beatrice and Dante had since been integrated into the primordial androgynous, the “wife-husband” of Francesco da Barberino, that is the identification with Love, the only dweller of the heart.[↩]
      4. The Poet refers to it as the sweetest death, in clear antithesis with the “Rude Death” sentences issued by the Inquisition.[↩]
      5. Thus, an inner rebirth followed this death. Similarly, the angels had sung “Hosanna in the highest heaven” when the Christ was born. This was the first sign indicating that Dante was in the process of identifying himself with Jesus the Messiah, or that he would have achieved the same level of realization. This allusion would soon be followed by other confirmations.[↩]
      6. The imminent pacification of his soul (śānta Ātman) was now possible since Dante had transcended the alterity of his individual buddhi and Mahan Ātman-Beatrice.[↩]
      7. Love explains that Primavera (in Italian “prima verrà”) means “she who came first”; and her name was Joan because, like John the Baptist, she had announced the advent of the Saviour. On the other hand, Beatrice, who follows Joan, is declared identical to Love. Thus, the God declared the His identification with Dante through Beatrice. It is another confirmation that Dante represented a second Christ. In this imaginative way the Poet confirmed that he had universalized his magisterium.[↩]
      8. A proposal expressed in the sonnet “Guido, i’ vorrei che tu e Lapo ed io” (“Guido, I wish that Lapo you and I”).[↩]
      9. Much has been discussed on this matter. In fact, this initiatic organization called Mandetta or “the Dame from Toulouse”, must have had characteristics identical to those of the Florentine Court of Love, which excludes the recurring hypothesis that it was a Cathar sect. Rossetti interprets the name of Mandetta as if Guido had received the “mandate” to save that initiatic family of Toulouse from internal and external threats.[↩]
      10. This is openly stated in the two splendid sonnets “Tanto gentile e tanto onesta pare la donna mia quand’ella altrui saluta” (“My lady looks so gentle and so pure when yielding salutation by the way”) and “Vede perfettamente onne salute chi la mia donna tra le donne vede” (“He sees an affluence of joy ideal who sees my lady, in the midst of other ladies”).[↩]
      11. The account of this experience will be included in the Paradise, the third canticle of the Divine Comedy.[↩]
      12. Some scholars claim that these quotations from the Old Testament testify a Jewish-Qabalistic influence exercised on Dante, forgetting that for Christians the whole Bible is a sacred text. This claim is in line with the very recent idea that Western civilization allegedly has Jewish-Christian origins. The truth is that before Marx, Freud and Einstein the Jewish communities were entrenched in their ghettos, with little or no cultural exchange with the external environment that they considered “impure”. Their influence began to be exercised secretly, as we shall see, only since the Renaissance, and finally spread in the 19th century. Dante, in line with the Christian traditional positions recognizing the responsibilities of the Jews for the capital condemnation of Jesus, exhorting the Christians wrote of them: “Men be, and not like sheep gone mad, so that the Jew who lives among you not deride you” (Paradise V.80). And, not surprisingly, he calls Judecca (ghetto) the deepest of the hells. Who sustains a Judaizing reading of Dante’s work is Sandra Debenedetti Stow, Dante e la mistica ebraica, Firenze, La Giuntina, 2004, closely followed by Gian Maria Molli, La Rinascita di Dante, Roma, Arkeios, 2010. The latter also relies on the “authority” of occultists such as Max Heindel, Rudolf Steiner, Dion Fortune etc., demonstrating his lack of discrimination. The studies of Giorgio Battistoni (for example, Immanuello Romano, L’Inferno e Paradiso, G. Battistoni, (ed. by), Florence, La Giuntina, 2000) are of a completely different weight. His works are interesting, written with great thoroughness and rigor. However, this scholar forgot to report that it was Immanuello Romano who drew his inspiration from Dante and not vice versa, thus contradicting the thesis on the alleged Jewish influences on the Divine Comedy that he set out to disprove.[↩]
      13. The historical exposition of that critical moment will be covered in a forthcoming chapter dedicated to the Order of the Temple.[↩]
      14. Convivio II.15.[↩]
      15. That is Love. Note the title of ‘Emperor, which alludes to the initiatic function of Dante (Imperator), by then identified with Love.[↩]
      16. Philosophy simply means “desire for wisdom”; a useless distraction for one who has already identified himself with sofìa.[↩]
      17. In fact, Guittone d’Arezzo and Bonagiunta degli Orbacciani, both Faithfuls of Love in their youth, had publicly revealed the existence of the secret language of the troubadours. Thus, expressions incomprehensible for those unfamiliar with this jargon had become a source of suspicion for meddlers and adversaries. The definitive abandonment of the trobar clus will take place in the Divine Comedy.[↩]
      18. We remind the reader that, in the secret language, spirits or breaths represent the virtues and the knowledge dwelling in the heart.[↩]
      19. Veronica is a veil on which the face of Jesus Christ was miraculously imprinted, still presently preserved in St. Peter’s Basilica in Rome.[↩]

      7. L’autentica dottrina di Śaṃkara sull’avidyā

        Svāmī Satcidānandendra Sarasvatī

        7. L’autentica dottrina di Śaṃkara sull’avidyā

        Avidyā Śaṃkara Siddhānta

        CONCLUSIONE

        Questo trattato (siddhānta) non ha affrontato un siffatto argomento per semplice amore di discussione. Tale dottrina (advaita siddhānta) potrà essere colta, per grazia (prasāda) di Īśvara, solo da chi avesse acquisito una mente purificata (citta śuddhi) come effetto di azioni meritorie compiute in nascite precedenti, oppure da chi in questa vita abbia assiduamente praticato il karma yoga e la meditazione, giungendo a contemplare devotamente Parameśvara. Non abbiamo scritto questo trattato per ottenere l’approvazione di studiosi attratti dalla vana speculazione o che desiderano fama, denaro e altre futilità di questo mondo; lo abbiamo fatto soltanto per offrire un appoggio a coloro che cercano la conoscenza spirituale del Vedānta. Ciò che ci ha mosso è stato il desiderio di spiegare in modo conciso il metodo (prakriyā) del Vedānta ai cercatori astika; con questa denominazione intendiamo coloro che riconoscono la verità degli śāstra e aspirano alla più alta meta dell’esistenza umana (kṛtārtha), la Brahma vidyā, insegnata in modo tradizionale dalla venerata catena di maestri quali Gauḍapāda, Śaṃkara e Sūreśvara, che hanno perpetuato la conoscenza tramandata dai grandi saggi primordiali. Solo il lettore che affronterà il presente testo in quest’ottica ne trarrà completo beneficio.
        L’essenza del siddhānta di Śaṃkara è che Brahman, non duale e dell’essenza di Satyam, Jñānam e Ānandam, è l’Assoluto. Oltre a Esso non esistono né i jīva né il mondo grossolano (jaḍa prapañca) di dualità. L’individualità (jīvatva) e la grossolanità (jaḍatva) gli sono sovrapposti (adhyasta), perciò l’uomo comune crede d’essere un individuo (jīva) agente (kartṛ) e fruitore (bhoktṛ); pensa d’essere in relazione con śarīra, indriya, prāṇa, manas, buddhi, ahaṃkāra e che, sperimentando gli oggetti esterni come il suono (śābda), il tatto (sparśa) ecc., ne ricava piacere (sukha) e dolore (duḥkha). Non si può affermare con esattezza da quando e perché l’uomo abbia questa credenza. Tuttavia, essa esiste in ognuno senza eccezioni nello stato di non discriminazione; soltanto da questo derivano i concetti empirici di “io” e “mio”. I vedāntin chiamano adhyāsa o avidyā questa falsa conoscenza che esiste da tempo immemorabile. Esaminando la realtà com’è, sorge la conoscenza intuitiva che quel Brahman advitīya, che non è né agente né fruitore, “sono proprio io”. Questa reale conoscenza intuitiva è chiamata vidyā. Dato che le relazioni empiriche si compiono sempre invariabilmente nel dominio di avidyā, le domande “Di chi è avidyā? Che scopo ha? Qual è il suo effetto? Come scompare?” sono tutte poste solamente nell’ottica dell’ignoranza.
        Tuttavia, se si osserva intuitivamente e con attenzione, non si trovano affatto né gli effetti dell’avidyā insita nei jīva né la sua distruzione da parte di qualcos’altro1. Quando insorge il mokṣa non si può affermare né che l’avidyā esisteva né che esisteva il legame con cui limitava il nostro Sé e nemmeno che è scomparsa. Non conoscendo la dottrina per cui “tutte le azioni empiriche sono compiute a causa di avidyā” alcuni si sono chiesti “da quale causa è sorta avidyā?” e hanno immaginato per avidyā una causa-radice che hanno chiamato mūlāvidyā. Compiono questo errore perché hanno scordato la natura di avidyā. Poiché tutta la realtà empirica è derivata unicamente da avidyā, non c’è bisogno di spiegare di nuovo che anche la relazione conoscenza-ignoranza (vidyā-avidyā vyavahāra) ha la sua unica causa in avidyā. Per il concetto di causalità è necessario il tempo, perché l’entità, che sempre precede l’effetto dell’azione, è chiamato causa (kāraṇa). Ma, poiché anche il tempo è frutto di avidyā, com’è possibile che la causa, effetto del tempo, possa esistere prima di avidyā? L’affermazione che avidyā preceda, ossia venga prima, e che perciò possa essere una causa, è simile alla buffa storiella per cui “Il nipote ha servito il dolce in occasione del pranzo di battesimo2] di suo nonno”.
        Aggiungiamo di seguito alcune domande basate sull’insegnamento di Śaṃkara, che poniamo ai alle quali non saprebbero come rispondere, al solo scopo di indurli a riflettere.

        Alcune domande da porre ai mūlāvidyāvādin

        1. Com’è che, nelle loro opere, Śaṃkara, Gauḍapāda o Sūreśvara non hanno mai speso nemmeno una parola su mūlāvidyā?
        2. Quando, per descrivere gli effetti di nomi e forme, quegli ācārya hanno usato termini come mūlaprakṛti, bīja, śakti, avyakta, avyākṛta e māyā, perché voi avete voluto forzarne il senso interpretandoli come se significassero mūlāvidyā?
        3. Nonostante quei maestri abbiano senza dubbio affermato che mūlaprakṛti ecc. è immaginata (kalpita) per colpa di avidyā, perché la chiamate mūlāvidyā, essendo quest’ultima del tutto differente dall’assenza di conoscenza (jñāna abhāva), dubbio (samśaya), falsa conoscenza (mithyā jñāna), e dalle loro conseguenti impressioni mentali (saṃskāra)? E, inoltre, come fate a dire che è la causa di tutte quelle?
        4. Sebbene Śaṃkara abbia detto chiaramente che, nel nostro vyavahāra [individuale], avidyā appare come l’attributo della mente (antaḥkaraṇa), perché affermate che essa esiste eternamente (anādi) nell’Ātman?
        5. Śaṃkara ha affermato che avidyā della natura di adhyāsa, è chiaramente percepibile da ciascuno essendo la responsabile delle volgari relazioni empiriche di “io” e “mio” (aham e mama). Perché dichiarate ai quattro venti l’esistenza d’un fenomeno chiamato mūlāvidyā che sarebbe la causa materiale (upādānakāraṇa) della sovrapposizione (adhyāsa), cosa che contraddice l’esperienza universale e il Bhāṣya?
        6. Se Śaṃkara ha ripetutamente detto che la relazione empirica di “io” e “mio” è dovuta alla falsa conoscenza (mithyā jñāna) e che in essa c’è una mescolanza di realtà e di non-realtà (satasat miśrībhāva), perché distorcete questa affermazione interpretandola così: “la sovrapposizione (adhyāsa) è prodotta da una causa materiale (upādānakāraṇa) chiamata mithyā jñāna”?
        7. Riguardo all’affermazione del Bhāṣya “i paṇḍita chiamano adhyāsa avidyā”, vi siete inventati questa interpretazione: “poiché adhyāsa è l’effetto di avidyā, i paṇḍita la chiamano avidyā”. In base a quale autorità ne falsate così il senso? Pare che alcuni di voi abbiano perfino affermato che: “i paṇḍita dicono che è avidyā, ma noi non diciamo così”. In tal caso anche la seguente affermazione “i paṇḍita affermano che la natura essenziale dell’esistenza soggiacente (vastu)3 è detta vidyā”, significherebbe che è solo un’opinione dei paṇḍita? Se questo fosse vero, allora ciò non equivarrebbe ad affermare irrispettosamente che Śaṃkara nel suo Adhyāsa Bhāṣya non ha mai menzionato vidyā e avidyā?
        8. Sebbene Śaṃkara abbia sottolineato che Brahma vidyā rimuove completamente avidyā, perché diffondete l’opinione contraria per cui anche per i jñāni continua a esistere un residuo di ignoranza (avidyāleśa)?
        9. Nei Bhāṣya si afferma che la convinzione della gente di avere un corpo è essa stessa mithyā jñāna; un jñāni che l’ha eliminata, anche se è in vita, è senza corpo (aśarīri). Allora perché alcuni di voi affermano che solo dopo la caduta del corpo avviene la mukti completa? Altri fra voi sostengono la ridicola teoria per cui: “quando insorge il jñāna l’ajñāna scompare completamente e in quel preciso momento il corpo cade morto.” Perché questo? Forse la conoscenza è una grave malattia?
        10. Anche se Śaṃkara ha ripetuto che “il cercatore ottiene la realizzazione del Brahman (sakṣatkāra) soltanto comprendendo il senso dei mahāvākya upaniṣadici tramite la conoscenza del significato delle parole (padārtha jñāna). Quindi non c’è necessità di alcun altro pramāṇa o di altra pratica metodica (sādhana) per conoscere ulteriormente il Brahman”. Allora perché, in contraddizione con questa affermazione, sostenete che per mezzo della pratica della ripetizione a memoria del mahāvākya (vākyābhyāsa) o con la pratica degli strumenti logici (vākyayukti abhyāsa) o con la meditazione (dhyāna) il cercatore deve ottenere la realizzazione nella transe priva di concetti mentali (nirvikalpa samādhi)?
        11. Quando Śaṃkara ha affermato che si crede che Brahman sia la causa del mondo a causa di avidyā, perché alcuni di voi dicono che: a) mūlāvidyā è la causa materiale (upādānakāraṇa) e, dal momento che Brahman è il suo sostrato, Brahman è detto essere la causa; b) Brahman è la causa associato alla potenza [śakti] di mūlāvidyā, ossia māyā; c) māyā e Brahman assieme sono la causa del mondo di dualità. Perché cercate di stabilite la teoria della causalità (kāraṇavāda) con queste diverse opinioni?
        12. Se mūlāvidyā fosse un’entità veramente esistente, perché non è capita dalla gente comune? E se l’avete provata per mezzo di certi pramāṇa, perché i vostri oppositori non l’accettano? Se affermate che essa è anche una evidenza osservabile (sākṣisiddha), perché ci sono tante argomentazioni pro e contro la sua esistenza? E perché nei Bhāṣya non si trova traccia dei pramāṇa che enumerate per avidyā?
        13. Dove si può trovare nei Bhāṣya o in qualsiasi argomentazione logica (yukti) un’affermazione a sostegno delle vostre tesi per cui: “mūlāvidyā non è né sat né asat, né sadasat; essa non è separata (bhinna) da Brahman né a esso non-separata (abhinna) né separata e non-separata (bhinnābhinna). Non è composta di parti (sāvayava) né priva di parti (niravayava) né è con e senza parti (ubhayātmaka) e [perciò] è indescrivibile 4 (anirvacanīya)”?
        14. Dove si trova un esempio per affermare che l’“indescrivibile” ignoranza (anirvacanīya avidyā) ha trasformato se stessa nel mondo? Quando Śaṃkara illustra l’esempio della conchiglia che appare come argento, errore (bhrānti) universalmente riconosciuto (lokasiddha) come tale, perché non l’ha spiegato in questo modo: “Nella conchiglia si produce un argento che è indescrivibile (anirvacanīya rajata)”? La gente come può accettare che si sia prodotto un argento anirvacanīya? Se nessuno può capirlo, allora come si può dire che è un esempio per spiegare la sovrapposizione (adhyāsa)? Nel nostro mondo, un esempio può essere considerato tale solo quando è accettato sia dalla gente comune sia da un osservatore esperto.
        15. Quando l’argento indescrivibile è rimosso dalla corretta conoscenza della conchiglia (śuktijñāna), che cosa accade ad avidyā? Se è rimossa, perché non può insorgere la realizzazione di Brahman (Brahmasākṣatkāra)? Se invece avidyā non è rimossa, come potrebbe essere un esempio per affermare che “avidyā è rimossa per mezzo della corretta conoscenza”?
        16. Qual è la fonte autorevole per cui immaginate che: “avidyā, che ha prodotto l’argento indescrivibile, è chiamata tūlāvidyā, che è differente da mūlāvidyā?” Se è diversa, quali validi mezzi ci sono per affermare che mūlāvidyā è rimossa da vidyā? Alcuni di voi dicono che tūlāvidyā è solo una parte (aṃśa) o una forma (akāra) o uno stato (avasthā) di mūlāvidyā. Qual è la valida prova (pramāṇa) per una tale affermazione? Dire dapprima che: “in mūlāvidyā non esiste alcuna parte (aṃśa), forma (akāra) o stato (avasthā), in quanto è anirvacanīya” e poi immaginare in essa aṃśa, akāra ecc., non è forse una contraddizione?
        17. Voi affermate che mūlāvidyā esiste invariabilmente nei tre stati di jāgrat, svapna e suṣupti. Se è così, queste avasthā non sono delle trasformazioni (pariṇāma) di mūlāvidyā? Sono esse separate o non separate (bhinna-abhinna) oppure anirvacanīya di mūlāvidyā? Ovvero, anche i tre stati sono qualcosa di incomprensibile?
        18. Se mūlāvidyā esiste nell’avasthātraya, allora perché non possiamo dire che essa è assoluta (paramārtha), proprio come l’Ātman? Se l’affermazione per cui: “essa non esiste nel nirvikalpa samādhi” fosse una prova a sostegno che mūlāvidyā è rimossa da vidyā, allora non ci sarebbe alcuna ragione per giustificare il risveglio del jñāni da quello stato di transe. Se la Liberazione (mukti) consiste nell’abbandonare lo stato di veglia per immergersi nella Realtà, allora dove potremmo mai trovare un Guru che ci possa istruire sull’esperienza di un mukta?
        19. Come si può ragionevolmente accettare la distruzione di mūlāvidyā, se dite che è eterna (anādi)? Se dite: “I naiyāyika accettano la distruzione della non-esistenza che precede (prāgabhāva) la nascita o la manifestazione che è eterna (anādi); allo stesso modo anche noi accettiamo la distruzione di avidyā che è anādi”. Ma se è eterna, essa non può essere inesistente (abhāva). b) Se perfino accettate, come fanno buddhisti e altri, la scomparsa (nivṛtti) di ciò che è eterno, che risposta dareste a quelli che sostengono la logica affermazione per cui ciò che è eterno non può essere eliminato, [argomentazione] valida anche contro i buddhisti? c) Se sostenete che: “falsa conoscenza (mithyā jñāna) e mūlāvidyā sono ignoranza (ajñāna), e quindi possono essere eliminate”, ciò vuol dire che, quindi, possono, essere distrutte da jñāna (poiché l’errore della conchiglia era veramente ajñāna). Se si accetta questo, chiamandole semplicemente con l’unico termine di ajñāna, l’ignoranza dovrà per forza essere rimossa da jñāna anche nell’esempio della conchiglia. Se accettate questo, allora quale pramāṇa avete usato per affermare che l’ignoranza può anche essere distrutta dalla conoscenza (jñāna nāśya)? La domanda principale rimane senza risposta. Se, inoltre, sostenete che usate come pramāṇa la śruti, quale risposta dareste agli oppositori che affermano che questo mondo della conchiglia ecc. è reale solo in virtù di questo śruti-pramāṇa [ovvero śābda-pramāṇa]? E se ancora dite che la loro interpretazione della śruti non è corretta, quale prova avreste per dimostrare che la vostra è invece corretta? Se si accettasse la vostra interpretazione come corretta, vorrebbe dire che la dottrina advaita, proprio come quella dvaita, dovrebbe essere riconosciuta solo in base alla fede. d) I seguaci di Madhva e quelli di Rāmānuja ritengono che il legame senza inizio dovuto all’ignoranza (anādi avidyābaṅdha) è distrutto solo da Parameśvara. I mādhva affermano che avidyā viene ai jīva solo per volontà di Īśvara. Di conseguenza, per i seguaci di queste due scuole che si basano sulla fede, l’avidyā può essere rimossa solo grazie al volere di Īśvara. Ma se volete determinare avidyā e la sua rimozione per mezzo della logica (yukti) e dell’intuizione (anubhava), come uscirete dal vostro stato di contraddizione, considerando che negate l’anubhava?
        20. Nella vostra dottrina sostenete che in suṣupti ogni cosa s’immerge solamente in mūlāvidyā. Qual è, allora, la causa per cui la veglia si ripresenta? Non esiste nessun’altra causa se non avidyā. Se dite che la causa è solo l’impressione latente (saṃskāra) delle azioni passate (pūrvakarma) che si è immersa in avidyā, qual è, infine, la causa della sua riattivazione? Se dite che è la sua stessa natura innata (svabhāva), perché non vi unite alle schiere dei svabhāvavādin5 che sostengono che: “la sola esistenza empirica (svabhāva) è causa del legame limitante (baṅdha) e della Liberazione (mokṣa)”? Se asserite che solo Īśvara è la causa, allora Egli è differente o non-differente da Ātman? Se vi dichiarate advaitin non potete affermare che è altro (bhinna) da Ātman. Perciò, se è non differente (abhinna), allora, essendo Ātman il denominatore comune per tutte e tre le avasthā, quale causa potete addurre per la distinzione tra gli stati (avasthābheda)?

        21. La vostra teoria per cui anche i jīvanmukta hanno una parte rimanente (leśa) di avidyā contraddice il vostro stesso insegnamento per cui avidyā non ha parti. Se anche avidyā può avere parti, ogni qualvolta un jīva diventa jīvanmukta, le parti di avidyā dovrebbero diminuire sempre più. Perché allora avviene che l’avidyā esistente da tempo immemorabile (anadi kāla) non si è consumata, nonostante che si siano liberati innumerevoli jīva? Oppure, perché almeno non è diminuita?
        22. Se fosse vero che anche per il jīvan mukta continua a esistere un residuo d’ignoranza (avidyāleśa) finché non venga a cadere il corpo, come si può credere all’insegnamento che: “solo per mezzo del jñāna l’avidyā è eliminata”? Se l’avidyā non è eliminata, ciò non contraddice l’affermazione che: “per mezzo del jñāna insorge mukti”?
        23. Jñāna significa conoscere la natura essenziale d’un essere, ma non può rimuovere o distruggere la sovrapposizione che ricopre quell’essere 6 Se fosse così, con la conoscenza che in un vaso c’è una luce, il vaso stesso che copre la luce dovrebbe essere distrutto. Se affermate che mūlāvidyā non è una copertura (āvaraṇa) reale, ma è una copertura “indescrivibile” (anirvacanīya) e che quindi può essere eliminata, allora dovete per forza ammettere che proprio come jñāna elimina la falsa conoscenza (mithyā jñāna), così può eliminare ugualmente mūlāvidyā. In questo caso, come sorge la consapevolezza che all’inizio si aveva una certa conoscenza erronea (mithyā jñāna) che ora è stata eliminata, così si dovrebbe anche avere coscienza che la precedente ignoranza indescrivibile (anirvacanīya ajñāna) è stata rimossa. Come può accadere questa rimozione? Poiché tale avvenimento non risulta, perché non ammettete che l’avidyā non esiste affatto?
        24. Dato che, secondo voi, nei tre stati esiste mūlāvidyā, quale avasthā si deve esaminare per conoscerla come irreale (asatya)? Anche accettando che coloro che esaminano una certa avasthā ottengano jñāna, in quale avasthā quei jñāni dovrebbero insegnare [ai discepoli] la Realtà (tattva)? Noi non potremmo andare nella loro avasthā, poiché nella nostra avasthā esiste avidyā. Perciò non potrebbero insegnarci che avidyā non esiste. Così ci sarebbe un insuperabile impedimento alla trasmissione dell’insegnamento sul Brahman (Brahma upadeśa). Come risolvete questo problema?
        25. Tutti accettano che si devono ascoltare gli insegnamenti sugli śāstra da parte del guru e che poi si deve fare manana e praticare nididhyāsana, gli unici mezzi spirituali per la conoscenza dell’Assoluto (Brahma jñāna). Poiché questi sono strumenti per rimuovere i saṃskāra della mente (antaḥkaraṇa), anche il jñāna dovrebbe necessariamente insorgere nel nostro antaḥkaraṇa. Ma, poiché affermate che: “mūlāvidyā, che è opposta al jñāna (jñāna virodhi), non è un attributo di antaḥkaraṇa”, come potrebbe allora jñāna rimuovere l’ajñāna?

        Giudizio su mūlāvidyā

        Chi ha letto il presente trattato è ora al corrente della teoria di . In sintesi, i post-śaṃkariani hanno sostenuto che:

        1. “nell’indivisibile Pura Coscienza (chinmātra) esiste un fenomeno chiamato mūlāvidyā, di cui chinmātra è oggetto.”
        2. “solo quella è la causa materiale (upādāna kāraṇa) il cui effetto è l’ignoranza (kāryāvidyā), conosciuta come sovrapposizione (adhyāsa) fra le nature di Ātman e anātman.”
        3. “le Upaniṣad insegnano soltanto a rimuovere questa [mūlāvidyā].”

        Negli ultimi anni ci siamo impegnati a dimostrare che questa teoria è contraria al siddhānta di Śaṃkara. L’essenza della nostra argomentazione è che la reciproca sovrapposizione tra Ātman e anātman è solo avidyā, causa del saṃsāra. Soltanto questo è l’insegnamento di Śaṃkara.
        Tra le obiezioni che ci sono state rivolte da vari autori, abbiamo preso in considerazione solo le più importanti come, per esempio, che:

        Śaṃkara ha usato la parola avidyā con due significati

        I nostri oppositori dicono che la parola avidyā, in verità, ha due significati. Tuttavia, Śaṃkara ha chiaramente affermato7 che non è ragionevole immaginare vari significati per una unica parola. L’oppositore sāṃkhya afferma, per esempio, che la parola jyoti ha due sensi8 e che, perciò, anche per la parola Ātman si potrebbero ipotizzare due significati. A costoro rispondiamo che se noi accettassimo che tutte le parole hanno due significati, allora, ogni volta dovremmo determinare se si tratta del senso principale (mukyārta) o di quello derivato (guṇārtha), a seconda dell’argomento in discussione (prakaraṇa) o dei termini con cui lo descrivono. Quindi, per loro sarebbe del tutto ragionevole concludere che anche Śaṃkara avesse usato nei suoi Bhāṣya la parola avidyā in senso principale [o primario]: nel caso lo avesse usato in un altro senso, dovrebbe essere per forza in senso derivato [o secondario]. Questa la norma che si sono dati i commentatori post-śaṃkariani, cosicché, quando scrivono il loro commento alla frase del Bhāṣya “i paṇḍita chiamano adhyāsa avidyā”, posso darne l’interpretazione che: “i paṇḍita l’hanno chiamata avidyā solo perché adhyāsa è effetto dell’ignoranza (avidyākārya)”. Invece, è opinione di tutti che la parola avidyā ha solo il senso primario di ignoranza. Questa è la conclusione da trarre.

        Qual è il significato primario del avidyā?

        Secondo i post-śaṃkariani (vyākyānkāra), mūlāvidyā è il vero significato primario della parola avidyā e, dato che per loro adhyāsa è il suo effetto, adhyāsa è chiamato avidyā in un senso secondario. Ora, il problema è stabilire qual è il senso principale con cui nei Bhāṣya si usa questa parola. A questa domanda la nostra risposta è che il suo senso primario è solo adhyāsa. Infatti Śaṃkara ha chiaramente stabilito che i saggi considerano avidyā l’adhyāsa con tutte le sue caratteristiche (lakṣana). Prima di questa frase, egli non ha solo affermato che

        Conoscere la vera natura della realtà (vastusvarūpa) come veramente è, è vidyā;9

        ma, in conclusione, ha anche detto:

        Tutte le Upaniṣad hanno lo scopo d’insegnare la non dualità del Sé (Ātmaikatva vidyā) in modo da poter rimuovere adhyāsa [ossia avidyā], causa di tutte le calamità mondane (anartha hetu). 10

        Infatti, l’Adhyāsa Bhāṣya, il breve capitolo introduttivo al Brahma Sūtra Bhāṣya, è stato scritto proprio per spiegare come avidyā debba essere rimossa dalla Brahma vidyā. In questo contesto, Śaṃkara ha proclamato chiaramente che avidyā è la stessa sovrapposizione (adhyāsa). Se esistesse una qualsiasi altra entità o sostanza che potesse essere distrutta da vidyā, chiamata avidyā in senso primario, in tal caso questo sarebbe stato il posto giusto in cui Śaṃkara avrebbe dovuto dichiararlo. Invece, non ne ha nemmeno fatto cenno. Quindi, il significato primario della parola avidyā è veramente adhyāsa. Gli argomenti principali delle Upaniṣad (śruti prakaraṇa) e dei Bhāṣya sono le fonti decisive per arrivare a questa conclusione. Non si trova da nessuna parte che Śaṃkara abbia usato avidyā con un altro significato. Un oppositore ha portato come esempio la frase “avidyā avyākṛtākhyā” dall’Īśavāsya Upaniṣad Bhāṣya11 (ĪUŚBh XII). Quel paragrafo, però, non è dedicato al tema di avidyā (avidyā prakaraṇa), ma della meditazione finalizzata a “distruggerla” (asambhūti upāsana). Perciò la parola avidyā, usata in quel contesto, essendo definita come avyākṛtākhya (non conoscibile perché avviluppata in se stessa), non si riferisce esattamente ad avidyā di cui Śaṃkara tratta nel BSŚBh; in quel caso “ignoranza” indica adhyāsa rūpāvidyā cioè qualcosa che partecipa alla forma della sovrapposizione, essendo solo quest’ultima direttamente in opposizione con vidyā. Quindi, confrontando i due diversi testi e sottolineando la prossimità attributiva del termine avyākṛta, si deduce che, nell’Īśavāsya Upaniṣad Bhāṣya, avyākṛtākhya avidyā è stata usata solamente in senso secondario. Così, da questa affermazione si può dedurre che la parola avyākṛta significa, in primis, nient’altro che avidyā. Se si paragona la precedente citazione dall’Īśavāsya Upaniṣad Bhāṣya alla frase “questa è chiamata avidyā”, appare evidente la differenza con l’affermazione: “dall’adhyāsa innata chiamata avidyā, sono nate tutte le relazioni mondane e anche quelle scritturali che comprendono i pramāṇa e i prameya”. Perciò, in assenza di qualsiasi altra parola che la qualifichi (nirupapada) [o limiti], è corretto concludere che adhyāsa è soltanto ciò che Śaṃkara chiama ignoranza in senso primario (mukhyāvidyā); la citazione dell’Īśavāsya Upaniṣad Bhāṣya concerne, dunque, l’ignoranza di un senso secondario, cioè l’ignoranza qualificata (guṇa avidyā), chiamata avyākṛta [non espressa, non percepibile, che non appare manifestamente]. Lo stato sottile del mondo, definito variamente come avviluppato [invisibile] (avyākṛta), non manifestato (avyakta), nome e forma (nāma–rūpa), seme causale (bīja), prakṛti ecc., inteso come fosse avidyā, non si trova in nessun altro posto dei Bhāṣya. Perciò è lecito pensare che avyākṛta significhi avidyā soltanto in senso secondario. Nel commento di Śaṃkara ai Brahma Sūtra si trova l’espressione “avidyā hyavyaktam” (ignoranza manifesta). In base a ciò, alcuni oppositori ritengono che voglia dire che “avyakta stessa è avidyā”. Ciò non è esatto perché questa affermazione appare nel corso di una discussione se nella frase della Kaṭha Upaniṣad ‘avyakta è più grande di mahat’, la parola avyakta si riferisca al Pradhāna [Prakṛti] del Sāṃkhya oppure no12. Questa frase, quindi, non ha lo scopo di definire il significato della parola avidyā, ma a descrivere il senso della parola avyakta. Avidyā significa solo adhyāsa. Anche la parola avyakta, qualora si trovi nelle śruti, ha questo unico significato13. Così insegna il siddhānta. Quindi, l’espressione [“avidyā hyavyaktam”] non porta alcun elemento a sostegno della teoria della mūlāvidyā.

        Qual è il significato secondario del avidyā?

        In verità, quell’espressione tratta in precedenza dall’Adhyāsa Bhāṣya è un’eccellente prova per risolvere il problema [del senso secondario di avidyā]. Il sūtra più importante a questo fine è:

        Avyakta non è Pradhāna [Prakṛti] perché dipende da quello [Īśvara], tuttavia è utile a qualche scopo.14

        Śaṃkara lo ha interpretato in due differenti modi. In entrambi, egli ha dato alla parola avyakta il suo senso primario, stabilendo che il significato secondario è ‘corpo’ (śarīra). In breve, per determinare il significato primario, Śaṃkara, ha scritto che i sāṃkhya, per intendere Pradhāna, hanno usato le parole avyakta e mahat, che significano rispettivamente indipendente (svatantra) e mahattattva, cioè della categoria di mahat; ma nella śruti queste due parole hanno diversi significati. Vale a dire: Mahan Ātman [o Mahātman] significa la Buddhi di Hiraṇyagarbha, l’intelletto universale; altrimenti significa quello del jīva [l’intelletto individuale]. Qui avyakta può dunque significare avyākṛta oppure avidyā: quando con l’espressione Mahan Ātman s’allude all’intelletto universale, la parola avyakta [non manifestato] dovrebbe essere interpretata come avyākṛta [non evidente, non sviluppato]. E quando con mahan ātman intendiamo l’intelletto del jīva individuale, allora la parola avyakta significa avidyā15. Così, secondo il Bhāṣya, la parola avyakta è stata usata con due significati, ossia avyākṛta e avidyā. È ora chiaro che nel contesto precedente l’avidyā, senza alcuna relazione con avyākṛta, è stato incautamente preso in senso primario. Inversamente, è anche chiaro che avyākṛta, è stato chiamato avidyā solo in senso secondario. In accordo con questa interpretazione, Śaṃkara nella sua prima spiegazione ha dichiarato che:

        la potenza seminale (bīja śakti), chiamata avyākṛta [cioè che appare come una qualità di avyakta] nella sua essenza è solamente (hi) ignoranza (avidyātmaka) poiché anch’essa può essere distrutta da vidyā.10​

        Nel Bhāṣya (I.4.3) non è possibile interpretare la parola avidyātmikā semplicemente come avidyā16. Questo perché, dato che la parola avyakta ha il solo senso secondario di avidyā, in entrambe le spiegazioni la parola avyakta verrebbe a essere interpretata come fosse solamente avidyā; quindi ci sarebbe da attribuire al Bhāṣya il difetto di ripetizione di una affermazione (punarukti). Avidyātmaka, dunque, significa semplicemente immaginata da avidyā (avidyā kalpita).

        La frase ‘per la ragione che bījaśakti [la potenza causale] è immaginazione dell’ignoranza (avidyā kalpita), è eliminata da vidyā’, spiega la precedente citazione. 10

        Ciò è chiarito dall’avverbio hi (solamente). Quindi, poiché avyākṛta è immaginata dall’ignoranza (avidyā kalpita), quell’aggettivo può, in questo senso, essere anche chiamato avidyā. Se si accetta questo, allora è confermato quanto abbiamo proposto in precedenza come opinione nostra, cioè che lì “avyākṛtākhya avidyā è stata usata solamente in senso secondario”.
        Ora sorge il problema se ad avidyātmaka possiamo dare il significato di avidyā kalpita. La risposta è solo la seguente:

        Nome e forma, che costituiscono la causa seminale dello sviluppo dell’intera esistenza fenomenica 17 e che sono proiettati dall’ignoranza, non sono differenti dal Signore [Īśvara] onnisciente né sono definibili come reali o non-reali, e sono menzionati nei Veda e nelle smṛti come la Śakti chiamata Māyā di Īśvara o come Prakṛti.18

        Bisognerebbe riferirsi a queste parole e capirne il significato. Il fatto che l’interpretazione di Śaṃkara della parola avyākṛta sia veramente avidyā kalpita diventa ora chiaro come il sole. Śaṃkara spiega questo senso anche con l’altro aggettivo avidyākṛta, per le seguenti ragioni: a) Questo senso sta a indicare che “dato che i nomi e le forme, come anche corpo e sensi (kārya e karaṇa) che sono gli effetti di questi nomi e forme, sono avidyātmaka (ossia avidyā kalpita, cioè proiettati dall’ignoranza), la distinzione tra jīva e Īśvara [Hiraṇyagarbha] in verità è una relazione empirica (vyavahārika) e non pāramārthika”; b) “Dato che Śaṃkara insegna che questa attribuzione (upādhi) è rimossa con la conoscenza, questo fenomeno di nomi e forme è avidyā kalpita, quindi è irreale, falso (mithyā) ed è cancellato da vidyā.” Questo insegnamento (siddhānta) procede dal significato di avidyā kalpita. Alcuni hanno posto la seguente domanda con un atteggiamento sfacciatamente arrogante: “Perché non dovremmo interpretare le parole ‘avidyā kalpita e avidyākṛta’ solo come avidyātmaka e, quindi, dare loro il significato per cui sono della natura essenziale dell’ignoranza (avidyā svarūpa)?” Eppure, non c’è nessuna prova per affermare che Śaṃkara abbia usato la parola avidyā kalpita in quel senso; infatti, anche in ambito letterario non si trova mai un simile uso. È normale chiamare una statua d’argento rajatātmaka o rajatakṛta (argenteo, fatto d’argento), ma chi mai chiama “argenteo” lo stesso argento? In alcuni passi Śaṃkara ha dato a Prakṛti l’attributo di avidyā lakṣana (caratteristica dell’ignoranza). Precedentemente abbiamo citato un passaggio18 in cui Śaṃkara ha chiaramente affermato che Prakṛti consiste davvero in nomi e forme immaginate o proiettate a causa dell’ignoranza (avidyā kalpita nāmarūpa). Essendo così, gli oppositori dovrebbero riflettere su quanto sia sbagliata l’idea che avidyā lakṣana significhi avidyā kalpita. In sanscrito, infatti, la parola lakṣana non ha esclusivamente il significato di natura essenziale (svarūpa), ma anche quello di una caratteristica che qualifica un oggetto (lakṣana artha dharma), come usa fare prevalentemente Jaimini nei suoi [Mīmāṃsā] Sūtra. Gauḍapāda usa allo stesso modo il termine lakṣana (caratteristica, qualità), seguito in questo da Śaṃkara nel suo commentario alle Māṇḍūkya Upaniṣad Gauḍapāda Kārikā. Inoltre, i Bhāṣya śaṃkariani abbondano degli epiteti avidyā lakṣana, avidyākṛta, avidyā kalpita, avidyāpratyupasthāpita. Nel Brahma Sūtra Bhāṣya c’è una frase che chiarisce come, a causa di avidyā,

        s’immagina erroneamente la māyā di nomi e forme.19

        I lettori dovrebbero capire e ricordare questo punto fermo. Tutti questi termini sono sempre invariabilmente usati da Śaṃkara come aggettivi qualificativi per i nomi e le forme. Se i nomi e le forme fossero essi stessi avidyā, allora non si dovrebbe trovare mai la parola avidyā usata come attributo per definire i fenomeni di nomi e forme! Invece, nemmeno un singolo epiteto, come nāmarūpakṛtāvidyā (nomi e forme prodotti dall’ignoranza) o nāmarūpakṛtādhyāsa (nomi e forme prodotti dalla sovrapposizione), è mai stato usato per adhyāsa. Se fosse vero che per Śaṃkara nāma rūpa fossero mūlāvidyā e fossero la radice-causa di adhyāsa, perché avrebbe ripetutamente affermato che i nomi e le forme sono immaginazioni provocate dall’ignoranza (avidyā kalpita)? I sostenitori di mūlāvidyā dovrebbero riflettere attentamente su questi fatti. Per la sovrapposizione (adhyāsa) il corpo e i sensi ecc. sono necessari. Perciò alcuni obiettano così: avyākṛta o mūlāvidyā, che sarebbe la causa di quei corpi e sensi, dovrebbe necessariamente precederli. Adhyāsa scompare solo per mezzo della discriminazione tra il Sé e i non-sé (ātma anātma viveka); ma, secondo loro, quando si definisce definitivamente che la natura del non sé è falsa (anātmamithyātva), come si potrebbe sostenere la dottrina della non dualità? Entrambe queste obiezioni sorgono nelle loro teste malate a causa dell’incapacità di capire la natura essenziale di adhyāsa com’è descritta da Śaṃkara, perché anche la discriminazione tra Ātman e anātman è un effetto di adhyāsa. Infatti, immaginare l’idea dell’io quale soggetto (pramātṛ) dell’Ātman preso come oggetto (prameya), è soltanto adhyāsa. Essendo così, si può affermare senza alcun dubbio che il viveka di Ātman e anātman è capace di render evidente la falsità dell’errore (adhyāsa bādhaka). L’intera gamma di relazioni sacre e mondane (vaidika e laukika vyahahāra) è veramente la magica fascinazione proiettata dall’illusionista chiamato adhyāsa! Anche la relazione delle categorie di causa-effetto è soltanto una relazione empirica, quindi anch’essa è sovrapposta (adhyāsta). Verifichiamo il significato sottilissimo compreso nelle affermazioni di Śaṃkara:

        I nomi e le forme, che sono immaginazioni causate dall’ignoranza (avidyā kalpita), acquisiscono una forma manifesta e una non manifesta (vyaktarūpa e avyaktarūpa); le loro forme e trasformazioni (parināmādi) appaiono come se avvenissero in Brahman.20

        Allora non ci sarà più alcun dubbio a riguardo. Adhyāsa non è un evento che avviene nel tempo; dobbiamo ricordare che anche il tempo è una produzione di adhyāsa. Allora si radica nella nostra mente il sottilissimo ed elevato insegnamento per cui “Solo l’Ātman è reale (satyam) e tutto l’anātman è irreale (anṛta); se li mescoliamo, ogni nostra conoscenza è anch’essa adhyāsa”.
        Questa è l’essenza di questo nostro studio: chiamare mūlāvidyā “seme causale del mondo della dualità (avyākṛta nāma rūpa)” può essere un’opinione accettabile. Infatti, essendo avyākṛta nāma rūpa la causa di tutto, è lecito definirlo “radice” (mūla); ma non si può accettare che essa non sia adhyāsa e nemmeno avidyā kalpita: ciò è contrario sia ai Bhāṣya sia alla logica (yukti). Perfino il Vivaraṇācārya, pur avendo sostenuto la teoria della mūlāvidyā, in un passo del Vivaraṇa ha ammesso che essa è stata immaginata nell’Ātman proprio come il colore nero è immaginato nello spazio vuoto. Se il giusto significato di questa frase pregnante fosse colto dai nostri oppositori, il nostro scopo potrebbe dirsi davvero raggiunto.

        Oṃ Tat Sat

        1. Si distrugge soltanto una cosa reale, come il fuoco distrugge il combustibile trasformandolo in cenere. La conoscenza non distrugge l’ignoranza, perché l’ignoranza non è reale. Riconoscere la corda non distrugge il serpente, perché il serpente non esiste né è mai esistito [N.d.T.].[↩]
        2. Così nel testo [N.d.T.[↩]
        3. Il Brahman come sostrato della realtà illusoria [N.d.T.].[↩]
        4. Perciò è anche un errore affermare che Prakṛti non sia conoscibile a causa della sua natura caotica. Infatti ciò che non è conoscibile è semplicemente non reale [N.d.T.].[↩]
        5. Svabhāvavāda: naturalismo ilozoistico, ossia la dottrina dei materialisti (lokāyata o cārvāka) secondo cui l’universo è stato prodotto e sostenuto dall’azione naturale e necessaria delle sostanze per mezzo delle loro proprietà intrinseche [N.d.T.]. [↩]

        6. Con questa argomentazione si recupera ciò che all’inizio è discriminato come non reale per mezzo del neti neti, a ulteriore dimostrazione di quanto sia in errore chi afferma che l’Advaita śaṃkariano proclama l’irrealtà della manifestazione [N.d.T.].[↩]
        7. BSŚBh I.1.7.[↩]
        8. Luminosità e sfera celeste [N.d.T.].[↩]
        9. BSŚBh, Adhyāsa Bhāṣya.[↩]
        10. Ibid.[↩][↩][↩]
        11. ĪUŚBh XII.[↩]
        12. BSŚBh I.4.3[↩]
        13. D’altronde, avyakta è in uso nel Sāṃkhya per definire Prakṛti. Per questa ragione le Upaniṣad evitano quasi sempre di usare avyakta per riferirsi al Brahman come non-manifestato, poiché l’Assoluto non duale è al di là sia del manifestato sia del non-manifestato [N.d.T.].[↩]
        14. “Tadadhīnatvādarthavat” (Ibid.).[↩]
        15. La mente, perciò, è ignoranza perché, tramite i pensieri e le intellezioni, proietta l’illusione (māyā) del mondo [N.d.T.].[↩]
        16. “Vidyayā tasyā bījaśakterdāhāt, avidyātmikā hi bījaśaktiraviaktaśabdanideṅśyā” (Ibid.).[↩]
        17. Perciò l’idea che possa esistere una manifestazione al di là dalle forme dipende dall’errore della mūlāvidyā. In questo modo per sostenere tale teoria si deve far coincidere l’“informale” con suṣupti considerata erroneamente come uno dei tre stati, o come stato causale, contenitore di possibilità-potenzialità di manifestazione, o come il non-Supremo Brahman inteso illusoriamente quale Isvara creatore del mondo. Tutto ciò è una proiezione del pensiero individuale che ignora quello che suṣupti realmente è, vale a dire, Turīya.[↩]
        18. BSŚBh II.1.14.[↩][↩]
        19. “Avidyāpratyupasthāpita nāma rūpa māyā veśa varena” (BSŚBh II.2.2).[↩]
        20. BSŚBh II.1.27.[↩]

        44. Dante: la Vita Nova – I

          Dante: la Vita Nova – I

          Guido Guinizzelli fu il maestro (sskrt. guru) di un giovanissimo aristocratico fiorentino, Guido de’ Cavalcanti (1255-1300)1. Personalità spiccata, di grande intelligenza e sapienza, il Cavalcanti succedette a Guido Guinizzelli nel magistero (sskrt. gurutva). Attorno a lui si radunò un gruppo di giovani cavalieri trovatori2, tra cui Ser Durante di Alighiero degli Alisei3, più noto come Dante Alighieri (1265-1321). Quest’ultimo divenne in breve il più importante rimatore che, per la perfezione della sua poesia, l’universale sapienza e l’elevatezza della sua dottrina, può essere riconosciuto come il massimo esponente dell’iniziazione cristiana medievale. Tra i suoi scritti descriveremo le due opere più importanti per i nostri fini4: la Vita Nova, in cui Dante descrive le sue esperienze iniziatiche e il procedere delle sue realizzazioni interiori (sskrt. ādhyātmika anubhava); la Divina Commedia, vasto poema che descrive le corrispondenze tra il suo percorso interiore (sskrt. sādhaka anubhava), gli eventi mondani (sskrt. ādhibhautika vikāra) e la realtà divina (sskrt. ādhidaivika sattā). Dedichiamo questo articolo a un sunto della Vita Nova, cosicché i nostri lettori indiani possano riconoscere la somiglianza tra la via iniziatica della Fede Santa e quelle del tantrismo e della bhakti5.

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          Il libro così intitolato indica che si tratta del racconto degli avvenimenti che hanno portato Dante a esperienze interiori nel corso della sua via di realizzazione. La nuova vita, infatti, è quella che segue la rinascita iniziatica (dvijanman). Dante comincia la sua narrazione da quel momento affermando che la sua vita da non iniziato (sskrt. asādhaka) non è degna di ricordo. Nove anni6 dopo essere stato iniziato, ossia d’aver ricevuto la mercé, per la prima volta gli apparve7, vestita di rosso, la sua Donna, anch’ella novenne8, che era chiamata Beatrice da chi non sapeva il suo vero nome. Si tratta dell’ottenimento del primo grado di esperienza interiore da parte di Dante: a quella vista l’anima vitale che risiede nel cuore (sskrt. jīvātman) tremò dicendo: «Ecco un Dio più forte di me, venuto per dominarmi.» La mente e i sensi (antaḥkaraṇa) che stanno nel capo riconobbero: «È apparsa la vostra beatitudine.» Invece i soffi (prāṇa) che legano l’anima alle funzioni corporee lamentarono: «Ora saremo sotto controllo.» Da quel momento Amore dominò l’anima del Poeta facendo coincidere la sua volontà a quella di lui; e Amore lo spingeva di continuo a cercare in se stesso quella Donna angelica. Parrebbe che si trattasse di fuggevoli e continue esperienze interiori (sskrt. antaranubhava), prodotte dalla sua immagine sempre ripetutamente presente nel cuore di Dante, che lo spingeva verso Amore; ed egli seguiva questa attrazione verso Amore che Beatrice gli ispirava, sempre con il consiglio della ragione9.
          Dopo altri simbolici nove anni, Dante, percorrendo la via, ebbe una nuova apparizione di Beatrice avvolta in un abito bianco immacolato10. Per la prima volta ella rivolse a Dante il saluto (lingua d’Oc salut). Si trattava di una nuova e più elevata influenza spirituale (sskrt. anugraha) che, tramite la parola, carica l’iniziato (sskrt. sādhaka)11 di potenza, virtù e sapienza. In uno stato di tensione spirituale, Dante si ritirò a casa in solitudine. Durante quella notte in sogno egli ebbe una visione: vide Amore, gioioso e ardente come il sole, con in mano il cuore fiammeggiante del Poeta. In braccio teneva Beatrice sopita, tutta avvolta in un drappo sanguigno. Amore, svegliata la Donna, l’obbligava a divorare il cuore. Poi, piangendo12, sempre con Beatrice tra le braccia, salì in alto verso il cielo. La visione pare un sunto dell’intero percorso iniziatico di Dante a partire dalle prime esperienze da neofita (l’abito rosso di Beatrice), a cui s’aggiunge la previsione del suo raggiungimento del più alto dei cieli13. Sconvolto dal messaggio ricevuto in sogno, Dante scrisse un sonetto per chiedere spiegazione del suo significato ai più sapienti trovatori della sua cerchia (sskrt. kula) della Fede Santa. Eccetto il Cavalcanti, nessun altro Fedele d’Amore fu in grado di interpretare il sogno. Guido, il suo guru, riconobbe nel sogno di Dante la premonizione per il raggiungimento della più perfetta realizzazione da parte del suo straordinario discepolo; ma espresse questa opinione con incertezza, poiché neppure lui, il maestro, ne aveva avuta esperienza né poteva ambire a un livello spirituale così alto. A seguito di quella visione, Dante s’impegnò in una più severa ascesi volta a ottenere le benedizioni d’Amore. Agli occhi di tutti, smagriva di corpo e appariva distratto. A coloro14 che gli chiedevano di che male soffrisse, egli, giocando con le parole, affermava che erano le pene d’amore per una qualche dama di Firenze. Colse così l’occasione che una fanciulla lo fissasse mentre erano in chiesa a pregare, per sceglierla a schermo al fine di nascondere la verità. In questo modo la curiosità della gente fu appagata. Tuttavia, dopo pochi anni la “donna dello schermo” dovette partire e Dante non poté più stare in pace nascondendosi dietro quel presunto amore terreno. Si fingeva disperato per la lontananza della “donna dello schermo”, ma la beatitudine di cui godeva in cuor suo spesso emergeva in atteggiamenti di pura gioia. Queste contraddizioni aumentavano così il sospetto dei curiosi. Tale comportamento bizzarro poteva essere giustamente interpretato come una transe (sskrt. samādhi) indotta da metodi iniziatici. Il pericolo soprattutto era rappresentato dall’Inquisizione; questa istituzione amministrata dall’Ordine domenicano, confondeva15 di buona voglia le vie iniziatiche con le pseudo-religioni clandestine popolari, quali il catarismo e il valdesismo, allora presenti anche a Firenze. La necessità di nascondere agli estranei il suo stato d’intenso rapimento iniziatico coincideva effettivamente con un periodo di persecuzione nei confronti delle organizzazioni esoteriche. Dante ne diede l’allarme non solo ai trovatori della sua famiglia iniziatica, ma anche ad altre organizzazioni che erano derivazioni o rami dell’Ordine del Tempio16. Puntualmente, in quel frangente, l’Inquisizione, chiamata Morte Villana17, colpì. Un Fedele d’Amore, di cui Dante non fa il nome e che era stato spiritualmente molto vicino a Beatrice, fu condannato a morte. Il medesimo rappresentante d’Amore, Guido de’ Cavalcanti, pianse per il grave crimine. Piangere vuole anche dire ‘nascondersi’: si tratta di un segnale per tutti i trovatori. Dante, al fine di scampare alla persecuzione, fuggì dalla città alla ricerca della “donna dello schermo”. Lungo il cammino gli si accompagnò un personaggio vestito di stracci. Era Amore, anch’esso in fuga camuffato da pellegrino. Ma il cammino insieme diventò un percorso realizzativo. La grazia di Amore lo percorse e la fontana d’insegnamento diventò vasta come un fiume. Dante, in tutta evidenza, durante questo occultamento ottenne dei doni spirituali inaspettati. Amore, per proteggerlo, gli consigliò di assumere un’altra “donna dello schermo”: si trattava della religione esteriore18. Il nostro poeta rientrò al galoppo in città per assumere il nuovo travestimento che Amore gli aveva consigliato. A quanto pare si mise a frequentare un ambiente di frati francescani, perché è in quel periodo che afferì al Terz’ordine di S. Francesco19. Nonostante avesse assunto, con apparente entusiasmo, quella pesante copertura esteriore, Beatrice, l’Intelletto attivo (Mahan Ātman) continuava a dialogare intensamente con la sua buddhi, riempiendolo di grazie e di conoscenza. A questo punto della Vita Nova, la figura di Beatrice si sdoppia. Infatti la troviamo anche a rappresentare l’ambiente della Fede Santa, vale a dire la famiglia iniziatica degli altri Fedeli d’Amore; quegli stessi che non avevano compreso l’elevatezza degli ultimi stati interiori raggiunti da Dante. I trovatori, indignati dal suo comportamento, lo denunciarono di tradimento per aver rinunciato alla via iniziatica ed essere diventato un devoto profano della Chiesa esteriore. Gli fu, dunque, negata la partecipazione ai rituali (del saluto) dell’assemblea degli iniziati (sskrt. satsaṅga). Questo allontanamento indebolì il Poeta: infatti, assistendo a quei periodici riti di saluto, Amore lo pervadeva tutto ed egli ne traeva sempre nuova potenza. A seguito di questa esclusione, triste e solo, Dante s’appartò. Allora gli apparve Amore come un fanciullo vestito di candide vesti. Il Dio gli spiegò che la Fede Santa, probabilmente tramite la convocazione di una Corte d’Amore, aveva giudicato il suo comportamento noioso20. Egli ancora non poteva assumere a sua volontà qualsiasi comportamento esteriore, perché gli altri Fedeli d’Amore non l’avrebbero capito. Solamente chi, come Amore stesso, stava al centro del cerchio del divenire, poteva essere del tutto al di sopra delle forme. Tuttavia Dante era prossimo a quella stazione; perciò Amore gli suggerì di scrivere una ballata in sua difesa, in modo che Beatrice-Corte d’Amore (sskrt. satsaṅga) potesse essere messa al corrente della sua situazione spirituale. Così fece Dante, che scrisse al maestro della Fede Santa spiegandogli le ragioni del suo comportamento e riaffermandogli di essere sempre Fedele d’Amore in cuor suo. Dopo poco tempo Dante fu portato da un altro Fedele d’Amore ad assistere a un raduno in occasione di un matrimonio. Arrivato in quel luogo, egli si accorse dall’improvviso tremito del suo cuore e dall’agitazione di tutti gli altri soffi vitali, d’essere capitato in una riunione d’iniziati sconosciuti. Timoroso di essere stato portato con l’nganno davanti alla Corte d’Amore per essere condannato all’espulsione, Dante istintivamente simulò di esser lì per caso21. Ma subito vide in mezzo a essi Beatrice e altri membri della sua stessa famiglia iniziatica. Allora non riuscì a trattenere una sua subitanea trasfigurazione estasiata. Questi rapidi cambiamenti di comportamento furono visibili a tutti che presero a ridere di lui22, compresa Beatrice. Tornato a casa, Dante le inviò un sonetto, vale a dire al suo maestro e agli altri trovatori, cercando di spiegare quanto gli era avvenuto durante quella riunione. Vi affermava che alla semplice loro vista (sskrt. darśana) si era riempito di potenza come fosse stato presente a un rituale di satsaṅga. Amore lo aveva posseduto e gli aveva concesso quell’estasi irrituale. E per la prima volta Dante qui afferma che, ormai. per comprendere il suo stato interiore, sarebbe stato necessario che essi fossero stati Fedeli d’Amore al suo stesso livello di realizzazione.

          Maria Chiara de’ Fenzi

          1. Cavalcanti fu anche discepolo del fiorentino Ser Brunetto Latini, che si rifaceva più direttamente alla linea iniziatica (sskrt. paramparā) dei trovatori provenzali. Fu anche influenzato dai trovatori Ser Rustichello Filippi da Firenze (1235~1295), Ser Bonagiunta degli Orbicciani da Lucca (1220~1290) e da Guittone del Viva d’Arezzo (1230-1294). Quest’ultimo, però, nella seconda metà della sua vita, abbandonò la Fede Santa per entrare nell’ordine dei Frati Gaudenti. Si trattava d’un ordine religioso essoterico che si esprimeva allo stile trovadorico per rivolgere l’Amore verso la chiesa e il papato, in netta opposizione ai Fedeli d’Amore.[↩]
          2. Tra questi è bene menzionare Gianni degli Alfani, Lapo Gianni, Cino de’ Sigilbuldi da Pistoia, Dino Compagni, Francesco da Barberino, Dino Frescobaldi, Dante da Majano e altri. Come Guido e Dante, molti di questi appartenevano a famiglie d’origine patrizia romana.[↩]
          3. Gli Alisei discendevano dalla gens Anicia, Tra gli antenati di Dante vi furono gli Imperatori romani Petronio Massimo e Flavio Anicio Olibrio, Severino Boezio, San Benedetto da Norcia, papa Gregorio Magno (Carlo Padiglione, L’Arme di Dante Alighieri, Napoli, Nobile ed. 1865).[↩]
          4. Oltre al già menzionato Il Fiore, Dante scrisse: Detto d’Amore, breve rifacimento del Roman de la Rose; in volgare toscano le Rime, ossia la sua corrispondenza iniziatica rimata con diversi Fedeli d’Amore; il Convivio, trattato in volgare rimasto incompiuto, con cui Dante, imitando il Simposio di Platone, desiderava istruire la classe dirigente a governare. Il Convivio voleva essere un’applicazione essoterica dei principi della Fede Santa, che il poeta esprimeva seguendo le argomentazioni aristoteliche. In questo trattato Dante spiega che, allo stesso modo della Sacra Scrittura, anche i suoi scritti devono essere interpretati a quattro livelli: il senso letterale; il senso morale, ossia le istruzioni di comportamento e delle azioni iniziatiche (sskrt. prakriyā); il senso allegorico, vale a dire l’interpretazione simbolica; e infine quello anagogico, quello dottrinale. Nel De Vulgari Eloquentia, si spiega perché abbandonare il latino, lingua ormai essoterica ed ecclesiastica, e come deve essere il linguaggio volgare dei Fedeli d’Amore: illustre, ossia purificato dalla rozzezza popolare; aulico, ossia adatto a trattare di argomenti propri del potere imperiale; curiale, cioè idoneo a illustrare tematiche teologiche; e, infine, cardinale, vale a dire conveniente per descrivere le dottrine che sono il cardine della Realtà. Nel Monarchia, Dante espone la sua visione di come debba essere governato il mondo. L’Impero che risale a una tradizione romana e anche precedente. La Chiesa, che risale a Cristo e ai suoi antenati, i re Davide e Salomone. Imperatore e papa sono i due soli che illuminano la cristianità (qualcuno affermato erroneamente che l’uno è il sole e l’altro la luna). L’Imperatore governa per il bene dei viventi, il papa conduce le anime dei defunti ai cieli. L’uno e l’altro sono interdipendenti, ma si trovano da secoli in cattive condizioni: l’Impero deve recuperare il suo potere universale, il papato deve smettere con le sue bramosie di potere terreno. Due Egloge in latino, sullo stile di Virgilio, in cui Dante, con lo pseudonimo di Mopso, riprende il simbolismo poetico dell’epoca augustea, che già s’era risvegliata presso la corte dei merovingi e di Carlo Magno. La Questio de Aqua et terra, un trattato latino sulla struttura del nostro pianeta Terra, base per la concezione del trimundio nella Divina Commedia. Infine, le Epistole in latino, con cui Dante esorta l’Imperatore Arrigo VII, ammonisce e rimprovera i grandi feudatari italiani ch’egli frequentava, vescovi e cardinali, per riportare pace e giustizia nella cristianità, restaurando il potere imperiale e purificando la Chiesa dai vizi terreni.[↩]
          5. Volutamente prendiamo le distanze da ogni interpretazione profana dei dantisti accademici sia essa letteraria, filologica, ideologica o quant’altro. Costoro, come il cherubino con la spada fiammeggiante davanti alla porta dell’Eden, gli voltano le spalle all’unico scopo di tenere lontani coloro che vogliono entrarvi. Essi sono però all’opposto della natura sapienziale dei cherubini e la loro arma è l’ottusità. Già meglio vanno i rari commenti scritti da esoteristi. Tuttavia, sono limitati dalla loro conoscenza esclusivamente libresca o da aver partecipato a cerimonie prive d’efficacia iniziatica, il che impedisce di capire, tramite esperienze interiori analoghe, le realtà descritte nella Vita Nova. Un esempio ne è il libro di Marcello Vicchio, Dante l’iniziato, Arcireale-Roma, G.E. Bonanno, 2015. Molti nostri lettori indiani śākta, invece, sapranno riconoscere appieno l’interpretazione sunteggiata che segue.[↩]
          6. “Questa donna fu accompagnata dal numero nove, a dare intendere ch’ella era un nove, cioè un miracolo [‘azione divina nel mondo], la cui radice [quadrata] è solamente la mirabile trinidade” (VN, XXIX.10). Il numero nove è il simbolo di tutto ciò che attiene a Beatrice, colei che conduce alla beatitudine. La Donna di Dante, infatti, altro non è che l’Intelletto attivo, irraggiamento nel mondo manifestato della realtà divina. L’Intelletto attivo (sskrt. Mahan Ātman) è il principio che opera nel mondo sottile apportando le grazie delle tre persone della Trinità cristiana. Quest’ultima concezione, come è stato segnalato altrove su questo Sito, corrisponde molto da vicino al Sacciddānanda delle dottrine hindū. L’attività, che esprime la triplicità non agente della Trinità nel trimundio (sskrt. tribhuvana), è simboleggiata appunto dal numero nove (3×3), che è il vero nome di Beatrice. D’altra parte, in latino il nome di questa gentilissima è Beatr-IX, il nove (IX) che rende beati. L’intelletto individuale o possibile (sskrt. buddhi) è il ricettacolo delle influenze spirituali, delle conoscenze e delle virtù, con cui potrà, infine, unirsi all’intelletto universale o attivo, Mahan Ātman in quanto jīva ghana o Hiraṇyagarbha. Questo, tra le altre cose, spazza via l’idea tenace dei medievisti che vedono in ogni dove l’influenza di Avicenna e Averroé. Costoro, infatti, sostenevano l’assurda opinione per cui l’intelletto passivo (sskrt. buddhi) sarebbe stato un principio sopraindividuale presente nell’individuo. Sulla contrarietà a tale opinione in Dante v. Francesco Perez, La Beatrice svelata, Palermo, Flacconio ed., 2001 (I ed. 1865), pp. 127-142.[↩]
          7. A differenza di altre occasioni, in cui Dante incontrò per strada, in chiesa o altrove la Donna umana che gli era stata assegnata per rappresentare Beatrice, come voleva la tradizione cavalleresca, in questo caso si tratta di una vera apparizione, come lo stesso Poeta insiste a narrare.[↩]
          8. Anche Jacopo da Lentini aveva affermato: “Le merzè [le iniziazioni] siano strette [concesse raramente], che nulla parte siano dette, perché paiono gioie nove; in nulla parte siano trovate né dagli amadori chiamate infino che compie anni nove”. Nell’Ordine del Tempio erano necessari nove anni di apprendistato affinché uno scudiero potesse essere iniziato cavaliere. (L. Valli, Il linguaggio segreto di Dante e dei “Fedeli d’Amore”, Roma, Optima, 1928, p. 274). Non si devono però intendere sempre in senso letterale queste grandezze temporali basate sul simbolismo del numero nove: nove, nell’opera di Dante, rappresenta ‘il tempo appropriato, il tempo necessario’ (sskrt. ṛtukāla), il ‘tempo preparato dalla provvidenza o volontà divina’ (sskrt. daivakṛta). È evidente che i due “bimbi di nove anni” simboleggiano il grado di “fanciullo e fanciulla” di Francesco da Barberino, di cui si è parlato nel capitolo precedente, il 43° di questa serie.[↩]
          9. Dante non specifica mai quale metodo (sskrt. prakriyā) avesse usato. Questo costante richiamo dell’immagine di Beatrice alla mente parrebbe alludere a una tecnica di visualizzazione (sskrt. dṛṣṭi o darśana) interiore. Sappiamo, tuttavia, che Dante trattò anche dei nomi divini ‘I’ e ‘El’ usati tradizionalmente come dei veri e propri mantra.[↩]
          10. Nel simbolismo ermetico, di cui parleremo più avanti, la morte alla profanità era rappresentata dal colore nero, la rinascita iniziatica dal rosso e il bianco indicava la massima purezza. Cfr. con i colori dei tre guṇa dell’induismo. Il color bianco, sattva, è, come afferma Dante per l’occasione, il simbolo d’aver raggiunto il limite più alto della beatitudine.[↩]
          11. Potrebbe essersi trattato di un rituale di passaggio di grado con la concessione di una tecnica metodica più potente per gli iniziati che avevano già raggiunto dei livelli alti di realizzazione. Forse anche Lapo Gianni usufruì dello stesso rituale assieme a Dante (Valli, cit. p. 185)[↩]
          12. Nel parler cloz piangere significa simulare, agire in modo che altri non ne comprendano il senso.[↩]
          13. Si esaminerà più avanti il percorso dantesco verso il più alto dei cieli, un vero devayāna compiuto in vita, e la sua conclusione al di là di essi.[↩]
          14. Certamente costoro non erano soltanto i profani (sskrt. adīkṣita), ma anche gli altri cavalieri della Fede Santa che non avevano compreso lo stato di realizzazione di Dante.[↩]
          15. Confusione tipica dei profani di ieri e di oggi che non sanno né vogliono distinguere tra le false religioni, sette, eresie, congreghe stregonesche e ciò che trascende l’essoterismo religioso. Confondendo volutamente ciò che le è superiore con ciò che è inferiore, la religione esteriore tende volutamente a equivocare sui termini “esoterismo” e “gnosi” (sskrt. jñāna), facendoli passare per sinonimi di luciferismo, satanismo o peggio. Nel quinto sonetto de Il Fiore, Amore esorta il cavaliere in tale modo: “I’ son tu’ Deo ed ogn’altra credenza metti a parte né non creder né Luca né Matteo né Marco né Giovanni”. Invece del superamento delle scritture esteriori in favore di una conoscenza superiore, l’essoterismo pretende di vedervi un atto di ribellione.[↩]
          16. In un sonetto, Dante ricorda ai Fedeli d’Amore le parole del profeta Geremia che riguardano l’ordine divino di proteggere il Tempio di Gerusalemme. In questo caso egli allude all’Ordine del Tempio e a tutte le sue diramazioni. Tra esse la Fede Santa era in tutta evidenza la più importante per la trasmissione della sapienza. In molte parti dell’opera del Poeta, infatti, contemplare s’identifica al significato di cum Templo, a indicare, con un gioco di parole, che la contemplazione (sskrt. dhyāna) e Ordine del Tempio indicavano rispettivamente la conoscenza e l’organizzazione iniziatica che la custodiva. Sulla Fede Santa come ordine terziario dei Templari v. Robert L. John, Dante Templare, Milano, Hoepli, 1987.[↩]
          17. “Morte villana” è l’esatto opposto di “A-mor” gentile: indica la Chiesa plebea nemica della nobile immortalità.[↩]
          18. Cavalcanti, alludendo a questa emergenza storica che indusse Dante alla simulazione, afferma: “Religion guardar dal quarto lato/ ben provveder di porres’ in su’ grato. / È ‘l quinto che de’ l’omo avere in core”. L’importante è conservare la quintessenza nel proprio cuore![↩]
          19. Il Terz’ordine era riservato a laici che assumevano la regola di San Francesco rimanendo sposati e vivendo nelle loro abitazioni private. Intorno alla fine degli anni ’80 del XIII secolo a Firenze erano più influenti i domenicani, ma, poiché essi gestivano l’Inquisizione, fu più prudente per Dante scegliere il francescanesimo.[↩]
          20. La parola toscana medievale noia deriva dal provenzale ennoi e, tramite l’antico lombardo inodio, trae la sua origine dal latino in odio. Odio rappresenta con vivezza l’avversione contro Amor, proprio dell’essoterismo ecclesiastico di quell’epoca.[↩]
          21. Il testo dice che s’appoggiò a una pittura per nascondersi, ossia assunse una ostentata maschera d’indifferenza.[↩]
          22. Si riconosce facilmente i curiosi fenomeni di rapimento da samādhi. Questo ultimo termine è stato tradotto da Eliade con l’insensato neologismo di ‘enstasi’. In verità i vari tipi di samādhi rappresentano proprio uno spostamento artificiale della coscienza individuale fuori della sua condizione ordinaria. Perciò si tratta di stati estatici. Semmai, è proprio lo stato ordinario di coscienza di veglia che dovrebbe essere definito ‘enstasi’.[↩]

          44. Vita Nova, Dante’s "New Life" – I

            Vita Nova, Dante’s “New Life” – I

            Guido Guinizzelli was master (sskrt. guru) to a young Florentine aristocrat, Guido de’ Cavalcanti (1255-1300)1. Blessed with a strong personality, acute intelligence and wisdom, Cavalcanti succeeded Guido Guinizzelli in the magisterium (sskrt. gurutva). A group of young troubadours2 formed around him; among them there was Ser (Eng. Sir) Durante son of Alighiero degli Alisei3, better known as Dante Alighieri (1265-1321). The latter soon became the most important rhymer and due to the perfection of his poetry, universal wisdom and elevate doctrine, he has to be acknowledged as the greatest exponent of the medieval Christian initiation.
            For our purpose we will examine two of his most important works4: Vita Nova (the New Life), where Dante describes his initiatic experiences and the progress of his inner realizations (sskrt. ādhyātmika anubhava); and the Divine Comedy, a vast poem that describes the correlations among his inner path (sskrt. sādhaka anubhava), the worldly events (sskrt. ādhibhautika vikāra) and the divine reality (sskrt. ādhidaivika sattā). First, we will summarize the Vita Nova; in this way our Indian readers will be able to recognize the similarity between the initiatic path of the Holy Faith and those of Tantricism and Bhakti5.

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            The book’s title reveals that it is the narration of the events leading Dante to his inner experiences on the path to realization. The New Life, in fact, follows his initiatic rebirth (sskrt. dvijanman). Dante begins his narration from that moment; he actually stated that his life before initiation (sskrt. asādhaka bhava) was not worthy of remembrance. Nine years6 after his initiation, i.e. after having received the mercy, his also nine-years old Dame7 appeared for the first time to him8 in a red dress. She was called Beatrice by those who did not know her real name. This event announces Dante’s achievement of the first degree of inner experience. At that sight the vital soul residing in the heart (sskrt. jīvātman) trembled and said: «Here is a God stronger than me coming to dominate me». The mind and the senses (sskrt. antaḥkaraṇa) in his head recognized: «Your blessedness appeared». On the contrary, the breaths (sskrt. prāṇa) that bind the soul to the bodily functions complained: «Now we will be under control». From that moment Love dominated the soul of the Poet by making their two wills one and same; and Love was always urging him to look inside himself for that Angelic Woman. It was as these fleeting and repeatedly inner experiences (sskrt. antaranubhava) that pushed Dante towards Love, were induced by her image always present in his heart. And he followed this attraction towards Love inspired by Beatrice, always under the guidance of reason9.
            After another symbolic nine years, along his path, Dante had a new apparition of Beatrice, wrapped in an immaculate white dress10. For the first time Beatrice addressed her salute to Dante (Provençal salut; it. saluto). This symbolised the achievement of a higher spiritual influence (sskrt. anugraha); the salute in fact charges the initiate (sskrt. sādhaka)11 with new power, virtue and wisdom. In a state of spiritual tension, Dante retired at home in solitude. During the night he had a vision in dream: he saw Love, joyful and ardent as the very sun, with the flaming heart of the Poet in his hand. He was holding in his arms a sleeping Beatrice, wrapped in a blood coloured cloth. Once the woman woke up, Love forced her to devour Dante’s flaming heart. Then, while crying12 and still with Beatrice in his arms, he climbed up into the sky. The vision seems a summary of Dante’s entire initiatic journey. It starts with his first experiences as a neophyte (marked by the red dress of Beatrice), and it continues with the prediction of Dante’s reaching the highest of skies13. Shocked by the message received in dream, Dante wrote a sonnet to the wisest troubadours of his circle (sskrt. kula) asking them to explain its meaning.
            Only Cavalcanti was able to interpret his dream. Guido, his guru, recognized in Dante’s dream the premonition of the achievement of the most perfect realization by his extraordinary disciple. However, he expressed this opinion with incertitude, since even he, the master, had not experienced it and could not aspire to such a high spiritual level. After that vision, Dante engaged in a more severe asceticism to obtain Love’s blessings. In everyone’s eyes, he became thinner and looked distracted. To those who asked him what he was suffering from14, he answered by playing with words that it was heartache for some lady in Florence. One day while he was in a church preying, he saw a girl staring at him and he seized the opportunity to choose her as screen to hide the truth. In this way the curiosity of the people was satisfied. However, after a few years the “screen-woman” left Florence and Dante could no longer hide behind that alleged earthly love. He pretended to be desperate for the absence of his “screen-woman”, but the beatitude that he felt in his heart often emerged in attitudes of pure joy. These contradictions increased the suspicion of the curious. His bizarre behaviour could rightly be interpreted as a trance (sskrt. samādhi) induced by initiatic practices.
            The danger was above all represented by the Inquisition; this institution, administered by the Dominican Order, willingly confused15 the initiatic schools with some clandestine folk pseudo-religions, such as the Cathars and Waldesians present at that time in Florence. The need to hide his state of intense initiatic rapture from the outsiders, coincided in fact with a period of persecution of esoteric organizations. Dante alerted not only the troubadours of his initiatic family, but also other organizations that were derivations or branches of the knights of the Order of the Temple’s 16. As expected, the Inquisition, named “Rude Death”17, hit right at that moment. A Faithful of Love, that Dante does not name and who was spiritually very close to Beatrice, was sentenced to death. The same ‘representative’ of Love, Guido de’ Cavalcanti, was crying for the terrible crime. But in their jargon to cry also meant “to hide”: it was an alert to all troubadours. Dante, in order to escape persecution, fled the city in search of the “screen-woman”. In his narration, a character dressed in rags joined him in his escape. It was Love, also on the run and disguised as a pilgrim. And thus, the path they took together turned into a realization journey. The Grace of Love covers that path and the fountain of teachings became as vast as a river.  During this period of concealment Dante evidently obtained unexpected spiritual gifts. Love, in order to protect him, advised him to find another “screen-woman”: this was the exterior religion18.
            Our Poet rode back to the city to take on the new disguise that Love recommended during the apparition. He began to see a circle of Franciscan friars and in that period he became a member of the St. Francis Third Order19. Despite having assumed that burdensome external cover with seeming enthusiasm, Beatrice, the active Intellect (sskrt. Mahan Ātman) continued to dialogue intensely with his buddhi, filling him with graces and knowledge. At this point, in the Vita Nova, the meaning of “Beatrice” becomes double. She represents not only the Universal Intellect, but also the sampradāya of the Holy Faith, the initiatic family of the Faithful of Love, including those who had not understood the height of the last inner states reached by Dante. The troubadours, outraged by his sanctimonious behaviour, denounced him of treason for having renounced the initiatic path and for having become a profane devotee of the exterior Church. He was therefore denied participation in the rituals (of the salut) of the initiatic assembly (sskrt. satsaṅga). This interdiction weakened the Poet: in fact, when witnessing those periodic rites of salute, he was wholly pervaded by Love and each time he acquired new power from it. After this exclusion, Dante kept apart sad and lonely. Then Love appeared to him like a child dressed in white clothes. God explained to him that the Holy Faith, probably through the convocation of a Court of Love, had judged tedious (it. noioso20) his behaviour. He still could not assume any exterior conduct at his will, because the other Faithfuls of Love would not have understood it. Only those who, like Love himself, stood at the centre of the wheel of becoming (bhavacakra), could completely transcend the forms.
            However, being Dante close to that spiritual degree, Love suggested him to write a ballad defending himself, to permit the Beatrice-Court of Love (sskrt. satsaṅga) to be aware of his inner situation. Dante wrote to the master of the Holy Faith explaining the reasons of his behaviour, reaffirming that in his heart he was always a true Faithful of Love. Soon after, another knight took Dante to a gathering for a wedding. As soon as he arrived there, he understood from the sudden trembling of his heart and from the agitation of all the other vital breaths, that he was at a meeting of unknown initiates. Fearing he had been brought to a Court of Love to be officially expelled, Dante instinctively tried to hide his inner excitement21. Suddenly he saw Beatrice and other members of his own initiatic family. At that moment he became unable to retain his sudden, ecstatic transfiguration. These rapid behavioural changes were so visible that everyone started to laugh at him, including Beatrice22. Returned home, Dante sent a sonnet to Beatrice (his master) and to the other troubadours, trying to explain what had happened during that meeting. He declared that just by looking at them (sskrt. darśana) he felt filled by an uncontrollable power as if he was attending a ritual satsaṅga. Love had possessed him and granted him that overwhelming ecstasy. For the first time, in that instance, Dante stated that to really understand his inner state, his fellow Faithfuls of Love should have reached his same level of realization.

            Maria Chiara de’ Fenzi

            1. Cavalcanti was also disciple of the Florentine Ser Brunetto Latini, who referred directly to the initiatic line (sskrt. paramparā) of the Provençal troubadours. He was also influenced by the troubadour Ser Rustichello Filippi from Florence (1235 ~ 1295), Ser Bonagiunta degli Orbicciani from Lucca (1220 ~ 1290) and from Guittone del Viva d’Arezzo (1230-1294). The latter, however, in the second half of his life, abandoned the Holy Faith and entered the order of the Gaudenti Friars (frati gaudenti). This was an exoteric religious order that expressed itself in the Trovadoric style to turn Love towards the Church and the Papacy, in clear opposition to the Faithfuls of Love.[↩]
            2. Among these we can mention Gianni degli Alfani, Lapo Gianni, Cino de’ Sigilbuldi from Pistoia, Dino Compagni, Francesco da Barberino, Dino Frescobaldi, Dante da Majano and others. Like Guido and Dante, many of these had Roman patrician origin.[↩]
            3. The Alisei family descended from the gens Anicia; among the ancestors of Dante there were the Roman Emperors Petronius Maximus and Flavius Anicius Olibrius, Severinus Boethius, St. Benedict of Norcia, Pope Gregory the Great (Carlo Padiglione, L’Arme of Dante Alighieri, Napoli, Nobile ed., 1865).[↩]
            4. In addition to the already mentioned Il Fiore, Dante wrote: Detto d’Amore [Statement of Love], a short remake of the Roman de la Rose; using Tuscan vernacular he wrote the Rhymes, or rather his initiatic correspondence with different Faithfuls of Love; the Convivio [Banquet], inspired by Plato’s Symposium, an unfinished treatise in vernacular written by Dante with the purpose of instructing the ruling class on how to govern. The Convivio wanted to be an exoteric application of the principles of the Holy Faith, expressed following the Aristotelian arguments. In this treatise Dante explains that like the Sacred Scripture, his writings must also be interpreted on four levels: the literal sense; the moral sense, a sum of instructions on initiatic behaviour and actions (sskrt. karman); the allegorical sense, that is its symbolic interpretation; and finally, the anagogic, namely the doctrinal one. In De Vulgari Eloquentia, he explains the reasons why it was time to abandon the Latin language, by then an exoteric and ecclesiastical language, and to use instead the vernacular. He describes how the Faithfuls of Love language had to be: illustrious, purified from the coarseness of the daily common language; courtly, suitable for topics proper to the imperial power; curial, apt to illustrate theological themes; and, finally, cardinal, convenient to describe the doctrines that are the key of Reality. In the Monarchia, Dante presents how the world should be governed. He writes about the origins of the Empire that dates back to a Roman, and even earlier, tradition; about the Church, which dates back to Christ and his ancestors, kings David and Solomon. For Dante Emperor and Pope are the two suns that illuminate Christianity (someone mistakenly said that one is the sun and the other the moon). The Emperor rules for the sake of the living, the Pope leads the souls of the dead to the heavens. Both are interdependent, and both had been in a poor state for centuries: the Empire must recover its universal power, the papacy must stop with its cravings for earthly power. Two Eclogues in Latin, on Virgil’s style, in which Dante, with the pseudonym of Mopsus, takes up the poetic symbolism of the Augustan era, already in use at the Court of the Merovingians and Charlemagne. The Questio de Aqua et terra, a Latin treatise on the structure of our planet Earth, which was foundational for the three-world conception of the Divine Comedy. Finally, the Latin Epistles in which Dante calls on the Emperor Henry VII, admonishes and reproaches the great Italian feudal lords he was acquainted with, and scolds bishops and cardinals exhorting them to restore peace and justice in Christianity, by reviving the Imperial power and purifying the Church from earthly vices.[↩]
            5. We deliberately distance ourselves from any profane interpretation, be it literary, philological, historical or ideological, made by the academic scholars of Dante. Like the cherub with the flaming sword at the door of Eden, they turn their backs to it to keep away those who want to enter. But they have an opposite nature to the sapiential one of the cherubs and their weapon is only obtuseness. Even the rare comments written by esotericists are better. However, they are limited by their exclusively bookish knowledge or having participated in initiatic ceremonies devoid of any effectiveness, which prevents them from understanding the realities described in the Vita Nova, also because they never had those same experiences. An example is the book by Marcello Vicchio, Dante l’iniziato, Arcireale-Roma, G.E. Bonanno, 2015. Many of our śākta Indian readers, on the other hand, will be able to fully recognize the summed-up interpretation that follows.[↩]
            6. “This woman was accompanied by the number nine, in the sense that she was a nine, that is, a miracle [the divine action in the world], whose [square] root is only the admirable Trinity” (VN, XXIX.10).The number nine is the symbol of everything pertaining to Beatrice, the “Beatifying One”. In fact, Dante’s Dame is nothing but the Active Intellect, radiance of Divine Reality in the manifested world. The Active Intellect (sskrt. Mahan Ātman) is the principle that operates in the subtle world and that brings the graces of the three Persons of the Christian Trinity. This last conception, as it has been already pointed out in this Site, corresponds very closely to Sacciddānanda in the Hindū doctrines. What expresses the non-agent triplicity of the Trinity in the three-worlds (sskrt. tribhuvana), is symbolized by the number nine (3×3), which is actually the true name of Beatrice. In fact, in Latin the name of this most gentle Lady is Beatr-IX, the nine (IX) which beatifies. The individual or possible intellect (sskrt. buddhi) is the receptacle of spiritual influences, knowledge and virtues, and they are all useful to it when it will eventually be reunited with the universal or Active Intellect, Mahan Ātman as jīva ghana or Hiraṇyagarbha. This, inter alia, wipes out the tenacious idea of the medievalists who see everywhere the influence of Avicenna and Averroes. These Arab philosophers, in fact, supported the absurd opinion that the passive intellect (sskrt. buddhi) was a supra-individual principle present in the individuality. On the opposition of Dante to this opinion see Francesco Perez, La Beatrice svelata, Palermo, Flacconio ed., 2001 (I ed. 1865), pp. 127-142.[↩]
            7. Jacopo da Lentini had also stated: “The mercies [the initiations] must be reduced [rarely granted], they must not be spoken of anywhere, because they must appear as joys afresh; not even the Faithfuls of Love must find them before nine years have passed”. In the Order of the Temple it took nine years of apprenticeship for a squire to be initiated as knight. (L. Valli, Il Linguaggio segreto di Dante e dei “Fedeli d’Amore”, Rome, Optima, 1928, p. 274). However, these temporal quantities based on the symbolism of the number nine must not always be understood in a literal sense. Nine, in Dante’s thought represents ‘the appropriate time, the necessary time’ (sskrt. ṛtukāla), the ‘time prepared by Providence or Divine Will’ (sskrt. daivakṛta). It is evident that the two “nine-year-old children” represent the degree of “child and maiden” of Francesco da Barberino, which was discussed in the previous chapter, the 43rd of this series.[↩]
            8. Unlike other circumstances, in which Dante met on the street, in church or elsewhere the human woman who had been assigned to him to represent Beatrice, as required by the knightly tradition, in this case this is a true apparition, as the Poet himself insists to describe.[↩]
            9. Dante never specifies the method (sskrt. prakriyā) he had used. This constant evoke of the image of Beatrice to the mind would allude to an interior visualization technique (sskrt. dṛṣṭi or darśana). We know, however, that Dante also utilized the divine names ‘I’ and ‘El’, traditionally used as mantras.[↩]
            10. In the hermetic symbolism, which we will discuss later, death to profanity was represented by the black colour, the initiatic rebirth by red, while white indicated the higher purity. See the colours of the three guṇa of Hinduism. The white colour, the sāttvika one, is the symbol of having reached the highest limit of beatitude as also Dante states.[↩]
            11. It could have been a passing of grade ritual with the granting of a more powerful technique for initiates who had already reached high levels of realization. It is possible that also Lapo Gianni took part to the same ritual together with Dante (Valli, cit. p. 185)[↩]
            12. In the parler cloz to cry means to simulate, to act in such way that others do not understand the true meaning.[↩]
            13. We will later examine Dante’s journey towards the highest of the heavens and its conclusion once beyond them. It was a true devayāna accomplished in life.[↩]
            14. Certainly, these were not only the profane (sskrt. adīkṣita) or his adversaries, but also the other knights of the Holy Faith who had not understood the grade of Dante’s realization.[↩]
            15. Typical confusion of the profanes, both in the past and in the present times, who do not know, or want to distinguish between false religions, sects, heresies, witches’ covens and all that transcends religious exotericism. By deliberately confusing what is superior with what is inferior, the external religion purposely tends to misunderstand the terms “esotericism” and “gnosis” (sskrt. jñāna), passing them off as synonyms of luciferianism, satanism or worse. In the 5th sonnet of Il Fiore, Love thus exhorts the knight: “I am your God and every other belief set aside; do not believe neither Luke nor Matthew nor Mark nor John”. Instead of seeing the overcoming of the external scriptures in favour of a higher knowledge, exotericism claims to see it as an act of rebellion.[↩]
            16. In a sonnet, Dante reminds the Faithfuls of Love of the words of the prophet Jeremiah about God’s command to protect the Temple of Jerusalem. In this case he alludes to the Order of the Temple and all its branches. Among those, the Holy Faith was clearly the most important for the transmission of wisdom. In many parts of the Poet’s works, “to contemplate” means “cum Templo” (in Latin: with the Temple), to indicate, with wordplay, the identity between con-templation (sskrt. dhyāna) and Order of the Temple. This means that the initiatic knowledge and the organization which was keeping it were the one and same thing. On the Holy Faith as a tertiary order of the Templars see Robert L. John, Dante Templare, Milan, Hoepli, 1987.
              In a sonnet, Dante reminds the Faithfuls of Love of the words of the prophet Jeremiah about God’s command to protect the Temple of Jerusalem. In this case he alludes to the Order of the Temple and all its branches. Among those, the Holy Faith was clearly the most important for the transmission of wisdom. In many parts of the Poet’s works, “to contemplate” means “cum Templo” (in Latin: with the Temple), to indicate, with wordplay, the identity between con-templation (sskrt. dhyāna) and Order of the Temple. This means that the initiatic knowledge and the organization which was keeping it were the one and same thing. On the Holy Faith as a tertiary order of the Templars see Robert L. John, Dante Templare, Milan, Hoepli, 1987.[↩]
            17. “Rude Death” is the exact opposite of “Gentile A-mor” (Noble Love – In-mortality’): it indicates the plebeian Church which is the enemy of noble immortality.[↩]
            18. Cavalcanti, alluding to this historical emergency that led Dante to the simulation, states: “Let the Religion be kept to one side, making sure not to be disliked”. The important thing is to preserve the quintessence in your heart![↩]
            19. The Third Order was reserved for lay people who assumed the rule of St. Francis remaining married and living in their private homes. Around the end of the 1280s the Dominicans were more influential in Florence, but since they ran the Inquisition, it was more prudent for Dante to choose Franciscanism.[↩]
            20. The medieval Tuscan word noioso (tedious) derives from the Provençal ennoi and this, through the ancient Lombard inodio, takes its origin in the Latin form in odio (in hate). Hate vividly represents the aversion against Love (the God Amor), of the ecclesiastical exotericism of that period.[↩]
            21. The text says that he “leaned on a painting to hide”, which means that he assumed an ostentatious mask of indifference.[↩]
            22. The curious phenomenon of rapture is easily recognized as a samādhi. This saṃskṛta term has been translated by Eliade with the senseless neologism of “enstasy”. Indeed, the various kinds of samādhi represent precisely an artificial displacement of the individual consciousness out of its ordinary condition. Therefore, these are simply ecstatic states. It is precisely the ordinary state of waking consciousness that should rather be called “enstasy”.[↩]