23 Settembre, 2018

29. Il Diluvio e l'Arca

Il Diluvio e l’Arca

Le popolazioni barbare che fuggivano davanti alla spinta degli unni provenienti da Oriente, cercarono rifugio presso le province romane più occidentali. In questo modo l’Impero Romano d’Oriente soffrì molto meno delle invasioni da parte dei popoli anglosassoni. Per l’Impero Romano d’Occidente le invasioni barbariche rappresentarono un vero diluvio universale, un pralaya, che concluse il glorioso ciclo storico del dominio romano, durato per più di dodici secoli. Le invasioni furono rovinose: la splendida civiltà latina fu stroncata, le città devastate e date alle fiamme, la popolazione sterminata, le case, i templi, le chiese, i palazzi saccheggiati. Le strade romane passarono sotto il controllo di bande di razziatori.​Resistettero a questo scempio soltanto alcune isole di pace che, come delle arche, riuscirono a traghettare l’antica civiltà romana attraverso le tribolate acque del diluvio barbarico. La prima categoria di isole di pace furono i monasteri. I monaci cattolici ortodossi, che usavano vivere isolati come eremiti o in piccoli cenobi, si organizzarono per concentrarsi a vivere in grosse comunità, al riparo di robuste mura. Di fatto i monasteri divennero delle vere e proprie fortezze, capaci di resistere alle orde barbariche. Ogni monaco viveva nella sua cella seguendo l’ascesi che gli era propria. Con l’andar del tempo i monaci si diedero una regola per stabilire le norme comuni per poter convivere pacificamente.​
In questo modo si spartirono dei compiti sia nell’ambito delle attività manuali sia in quelle intellettuali. I monasteri divennero così le sedi di scuole d’iniziazione monastica, che da questo periodo assunse il nome di Esicasmo. I monaci si dedicarono anche a raccogliere, per quanto fosse possibile in tempi così pericolosi, i manoscritti dell’antico sapere, salvandoli dalle distruzioni e devastazioni dei barbari, moltiplicandone le copie. Si può perciò affermare che i monasteri trasmisero per alcuni secoli la sapienza iniziatica sacerdotale (brahmavidyā) e le conoscenze dell’antica sapienza precristiana.​
Un’altra “arca” che servì a superare il pralaya barbarico furono le villæ, le fattorie dei patrizi romani che si erano rifugiati nelle campagne di loro proprietà per evitare i saccheggi a cui erano sottoposte le città. Le villæ erano grandi palazzi fortificati che in seguito, man mano che il pericolo delle invasioni aumentava, si trasformarono in vere e proprie fortezze, castra, e castelli, castella. Durante l’Impero, i patrizi romani, che disponevano di ville fortificate, potevano essere capi di stato maggiore (principes officiorum militiæ) di un generale in capo (dux) o perfino dello stesso Imperator, oppure essere degli alti ufficiali (comites, compagni) che accompagnavano il capo dell’esercito in quanto membri dello stato maggiore capitanato dal princeps. Infine potevano essere vicecomites, cioè coloro che potevano sostituire il comes in sua assenza. In questo modo le villæ patriziali romane, che resistettero alle orde barbariche, erano i possedimenti di principi, conti e visconti.
Nella villa il patrizio manteneva le militiæ formate soprattutto da cavalieri (equites). Per mantenere il possedimento (latifundium) i signori (domini) di gradi diversi accoglievano tra le loro mura ogni tipo di artigiani, mercanti e contadini. In questo modo si trasmisero ai secoli successivi le iniziazioni di mestiere (collegia fabrorum, sskr. śreṇi), nonché le tecniche e le arti. Quanto ai milites equites, cioè i cavalieri, essi perpetuarono l’iniziazione delle classi guerriere (sskr. vīra mārga) e le arti marziali, tattiche e strategiche dell’Impero Romano. Fu all’interno delle villæ che si mantenne e si trasmise il titolo di Imperator, non più come capo dello Stato, ma come maestro (sskr. guru) delle vie iniziatiche guerriere (magister militum, sskr. rājaguru).​
I capi delle tribù barbare che assunsero il controllo dell’Italia rimasero sempre affascinati dall’antica gloria di Roma, la “Città Eterna”. Non osarono mai usurpare il titolo imperiale, rispettarono le istituzioni romane, come il Consolato e il Senato, anche se esse erano ormai prive di un vero potere, e si dichiararono vassalli dell’Imperatore d’Oriente. Al massimo, ambirono a essere riconosciuti come pari dei patrizi. Così Odoacre fu riconosciuto patrizio romano dal Senato e, quando si auto nominò Re d’Italia, il Senato romano gli convalidò il titolo. Tuttavia, questo Re degli Eruli alla fine cercò di espandere il suo dominio nei territori dell’Impero d’Oriente. L’Imperatore di Costantinopoli allora gli mandò contro Teodorico, generale barbaro al servizio dell’Impero e Re degli Ostrogoti. Teodorico uccise Odoacre e si impadronì dell’Italia in nome dell’Imperatore d’Oriente. Anche Teodorico fu poi riconosciuto patrizio dal Senato di Roma.​
I Re barbari d’Italia cercarono di inserirsi nella tradizione imperiale: assunsero maestri spirituali e maestri guerrieri romani. Ma sia Odoacre sia Teodorico alla fine entrarono in conflitto con la civiltà latina. Essi erano seguaci della Chiesa eretica ariana e, per quanto all’inizio del loro regno andassero d’accordo con il Papa e gli altri vescovi cattolici, con l’andar del tempo divennero sempre più ostili.
Re Teodorico, per esempio, arrivò a far uccidere il proprio maestro spirituale, il Senatore e Console romano Severino Boezio, e a far morire in prigione due papi. Anche il patrizio Cassiodoro, che fu maestro militare di Teodorico, suo ministro e consigliere, ebbe rapporti tesi con il Re fin quando non riuscì a convincerlo a migliorare le relazioni con la Chiesa cattolica e con il Senato di Roma. Alla morte di Teodorico, Cassiodoro restò consigliere dei suoi due successori. Molto anziano si fece monaco e fondò nel sud d’Italia il monastero di Vivarium, non lontano da dove aveva insegnato Pitagora undici secoli prima, dove morì a novantacinque anni. Nel periodo in cui l’anziano Teodorico perseguitava la popolazione romana e la Chiesa di Roma, vi fu un intervento armato dell’Impero d’Oriente per liberare dai barbari i territori dell’antico Impero d’Occidente. L’Imperatore Giustiniano inviò il generale (magister militum) Belisario in Africa settentrionale, Spagna e Italia. Le spedizioni bizantine ebbero uno straordinario successo: L’Africa settentrionale fu sottratta ai Vandali e la Spagna meridionale ai Visigoti. Inoltre la campagna d’Italia riportò sotto il controllo imperiale gran parte del regno degli Ostrogoti. Le guerre che Bisanzio dovette sostenere contro la Persia al suo confine orientale resero però effimera questa riconquista.
Alla metà del VI secolo, i Longobardi, espulsi dai Balcani dalle armate bizantine, invasero l’Italia, rovesciando il regno degli Ostrogoti. Barbari particolarmente rozzi e violenti, subirono l’influenza e il fascino di Roma più di qualsiasi altra tribù di invasori. Dopo un inizio rovinoso, i Longobardi presto si convertirono dall’arianesimo al cattolicesimo, assunsero la lingua latina e rielaborarono e ripristinarono le leggi romane. Furono anche i primi a creare un’arte romano-barbarica. Il Re longobardo d’Italia che risiedeva nel Nord, donò alcuni castelli al papa permettendo così alla Chiesa di costituirsi un suo potere temporale; cominciò così a crearsi uno stato indipendente, di cui il Vaticano è l’ultimo rimasuglio.​
Per giustificare la fondazione di uno stato pontificio, nel nono secolo gli scribi papali falsificarono diversi documenti, tra i quali il più importante è la cosiddetta Donazione di Costantino. L’Imperatore Costantino, secondo questi documenti, avrebbe riconosciuto il papa come capo di tutti i Patriarcati, Vescovadi e del clero d’Oriente e d’Occidente. Gli avrebbe concesso anche un territorio come germe iniziale di un futuro stato. Avrebbe anche riconosciuto la superiorità dell’autorità papale su quella imperiale. Questi documenti, indiscutibilmente falsi, furono il pretesto per tutte le pretese di supremazia papale su tutte le Chiese cristiane, sull’Impero e sui Regni cristiani, che di fatto si perpetua fino al giorno d’oggi.
La situazione del papato, della gerarchia cattolica e dei sacerdoti durante i secoli delle invasioni barbariche fu di grande corruzione e all’insegna della quasi totale ignoranza rituale e dottrinale. In particolare i preti trascuravano spaventosamente i loro doveri, profittavano dei benefici e delle donazioni che ricevevano dai fedeli per condurre una vita viziosa. Vescovi e papi si dedicavano alla politica più sfacciata e ingannevole per aumentare il loro potere e le loro ricchezze.​
Fu questa situazione degenerata che indusse S. Benedetto da Norcia a proibire l’entrata dei preti nei monasteri.

Petrus Simonet de Maisonneuve

29. The Flood and the Ark

The Flood and the Ark

The barbarian populations, fleeing before the push of the Huns proceeding from the East, sought refuge in the westernmost Roman provinces. In this way the Eastern Roman Empire suffered much less the invasions by the Anglo-Saxon peoples. For the Western Roman Empire, the barbarian invasions represented a universal flood, a real pralaya that ended the glorious historical cycle of Roman rule, which lasted for more than twelve centuries. The invasions were catastrophic: the splendid Latin civilization was struck to the ground, the cities were devastated and burned, the population exterminated, the houses, the temples, the churches, the palaces, looted. The Roman roads passed under the control of marauding raiders.​
Only a few islands of peace resisted this slaughter. Like arks, they managed to ferry the ancient Roman civilization through the troubled waters of the barbaric flood. The first category of peace islands were the monasteries. The orthodox-catholic monks, who until then conducted a solitary life as hermits or in small cœnobia, began to gather and live in larger communities, protected by strong walls. In fact, the monasteries became real fortresses, capable of resisting the barbarian hordes. Every monk lived in his cell following his ascetic rule of life. With the passage of time, the monks, in order to coexist peacefully, adopted a set of norms to establish the common rule.​ In this way the monks shared tasks both in the manual and in the intellectual activities. Thus, the monasteries became the centres of the monastic initiation schools, which from this period assumed the name of Hesychasm. As far as was possible in such dangerous times, the monks also dedicated themselves to collecting the manuscripts of ancient knowledge, saving them from the destructive raids of the barbarians, and multiply their copies by the artistic hands of the amanuensis monks. Therefore, it can be said that for several centuries the monasteries transmitted the priestly initiatory wisdom (brahmavidyā) and the knowledge of ancient pre-Christian wisdom.​
Another “ark” that served as mean to survive the barbaric pralaya were the villæ (villas), the sumptuous farming estates of the Roman patricians who had taken refuge in the countryside fleeing before the pillage of the cities. The villæ were large fortified palaces which later, as the danger of the invaders rose, turned into real fortresses, castra, and castles, castella. During the Empire, the Roman patricians who had fortified villas were usually Army chiefs of staff (principes officiorum militiæ) at the order of a general in chief (dux, i.e. duke) or even of the very Imperator. In addition to these, also senior officers (comites, literally comrades, counts) – who accompanied the general as members of Army chief staff led by the princeps – and the vicecomites (i.e. viscounts) – those who could replace the comes (i.e. count) in his absence – could have possessed such structures. That was how the villæ of the Roman patricians, properties of princes, counts and viscounts resisted the barbarian hordes.​
In the villa the patrician kept the militiæ formed mainly by knights (equites). To maintain the functionality of their possessions (latifundium) the lord (dominus) welcomed within their walls every type of craftsmen, merchants and peasants. In this way, the transmission of the craftsmen initiations (collegia fabrorum, sskr. śreṇi) were also preserved for centuries, along with their techniques and arts. As for the milites or equites (i.e. the knights), they perpetuated the initiation of the warrior classes (sskr. vīra mārga) as well as the martial, tactical and strategic arts of the Roman Empire. It was inside the villæ that the title of Imperator was retained and transmitted, not as head of state, but as master (sskr. guru) of the martial initiatory ways (magister militum, sskr. rājagurutva).​
The leaders of the barbarian tribes who took control of Italy always remained fascinated by the ancient glory of Rome, the “Eternal City”. They never dared to usurp the Imperial title. They respected the Roman institutions, such as the Consulate and the Senate, even if they were now devoid of any real power. Moreover,  they declared themselves vassals of the Emperor of the Eastern Empire, at least formally. At most, they aspired to be recognized as equals of the patricians. And so it was that Odoacer was recognized as a Roman patrician by the Senate, and when he proclaimed himself King of Italy, the Roman Senate validated his title. However, the ruler of the Heruli eventually sought to expand his dominion in the territories of the Eastern Empire. Therefore, the Emperor of Constantinople ordered Theodoric, barbarian King of the Ostrogoths and general at the orders of the Empire, to march against him. Theodoric defeated and killed King Odoacer and took possession of Italy in the name of the Emperor. Eventually, also Theodoric was recognized as a patrician by the Senate of Rome.​
The barbarian Kings of Italy constantly tried to fit into the Imperial tradition by securing the services of Roman spiritual masters and warrior masters. However, Odoacer and Theodoric eventually came into conflict with the Latin civilization. They were both followers of the heretical Arian Church and, although at the beginning of their reign they got along with the Pope and the other Catholic bishops, with the passage of time they became more and more hostile.​
King Theodoric, for example, went so far as to kill his own spiritual master, the Roman senator and consul Severinus Bœthius, and two Popes after imprisoning them. Even the patrician senator Cassiodorus, who was the military master of Theodoric, his minister and advisor, had tense relations with the King until he was able to convince him to improve relations with the Catholic Church and with the Senate of Rome. At the death of Theodoric, Cassiodorus remained as councelor of his two successors. When very old, he became a monk and founded the monastery of Vivarium in Southern Italy where he died at the age of ninety-five, not far from where Pythagoras had taught eleven centuries before. During the time when the elderly Theodoric persecuted the Roman population and the Church of Rome, the Eastern Empire launched an armed intervention to free the territories of the ancient Western Empire from the barbarians. The Emperor Justinian sent his general (magister militum) Belisarius to Northern Africa, Spain and Italy. The Byzantine expeditions were an extraordinary success: North Africa was subtracted from the Vandals and Southern Spain from the Visigoths. Furthermore, the Italian campaign brought back a large part of the Ostrogoths’ Kingdom under Imperial control. However, the conflict that Byzantium had to endure against Persia on its eastern border made this reconquest ephemeral.
In the mid-sixth century, the Lombards (or Longobards), expelled from the Balkans by the Byzantine armies, invaded Italy, overthrowing the Ostrogoth Kingdom. A barbarian people particularly infamous for their ferocity and savagery, they suffered the influence and fascination of Rome more than any other tribe of invaders. After a ruinous beginning, the Longobards soon converted from Arianism to Catholicism, assumed the Latin language as their own and reworked and restored the Roman laws. They were also the first to create a Roman-barbarian style of art. The Lombard King of Italy, who resided in the North, made a donation of several castles to the Pope, thus allowing the Church to establish its temporal power. As a result, an independent state began to take shape, of which the Vatican is the last remnant.
To justify the foundation of the papal State, in the 9th century the Pope’s scribes forged several documents, among which the most important is the so-called “Donation of Constantine”. According to these documents, the Emperor Constantine had recognized the Pope as head of all the Patriarchates, of the Bishoprics and of the clergy of the East and the West. The Pope would have also been granted a territory as the initial seed of the future papal Dominion. In addition, Constantine would have recognized the superiority of the papal authority over the imperial one. These documents, unquestionably false, were the pretext for all claims of papal supremacy on all Christian Churches, on the Christian Empire, Kingdoms and Princedoms, which in fact has perpetuated until today.
The situation of the Papacy, of the Catholic hierarchy and of the priests during the centuries of the barbarian invasions was marked by the greatest level corruption and the almost complete ignorance of ritual and doctrinal matters. In particular, the priests hideously neglected their duties, taking advantage of the benefits and donations they received from faithful believers and leading a vicious life.​
Bishops and popes devoted themselves to the most shameless and deceptive policy only to increase their power and wealth. It was this degenerate situation that induced St. Benedict of Nursia to forbid the entry of priests into the monasteries.

Petrus Simonet de Maisonneuve