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Commento a Bhagavad Gītā II.23-25

    Śrī Śrī Svāmī Prakāśānandendra Sarasvatī Mahārājajī

    Commento a Bhagavad Gītā II.23-251

    La Bhagavad Gītā, a proposito dell’Ātman, afferma che:

    Le lame non lo tagliano, il fuoco non lo brucia, l’acqua non lo scioglie, il vento non lo dissecca e lo polverizza (śoṣayati).
    Non può essere tagliato, non può essere bruciato, non può essere sciolto né disseccato perché è eterno, onnipervadente, immutabile, immobile, sempre uguale.
    Esso è non manifestato (avyakta), perciò è detto inconcepibile e immutabile.
    Se conosci ciò non devi preoccuparti del corpo.2

    Ātman in alcuni contesti, come quello appena citato, è detto avyakta. Si deve però comprendere con precisione in che senso il termine avyakta possa essere applicato all’Ātman, perché le dottrine differenti dall’Advaita Vedānta lo usano sempre in una forma correlata al suo contrario, vyakta3.
    Generalmente vyākta vuol dire manifesto o visibile, e avyakta, di converso, non manifestato e invisibile alla mente e ai sensi. Avyakta è, per esempio, lo stato non manifestato del mondo, com’è durante il pralaya. Le parole hanno un significato intrinseco o etimologico (yogi) e un altro convenzionale o d’uso comune (rūḍhi). Avyakta può essere usato in entrambi i sensi. Per esempio quando si afferma che il mondo è del tutto non manifestato (prapañca sarvāvyakta), s’intende che esso non è visibile ai sensi né percepito dalla mente. Sempre riferendosi al mondo o ai singoli oggetti del mondo, se ne può dare anche un significato più ristretto; avyakta allora significa che non è percepibile agli indriya anche se, invece, è manifesto alla mente. Per esempio un’emozione non è visibile alla vista, tatto ecc., ma è manifesta alla mente. Allora si dice che un’emozione, un’idea, una volizione non sono percepibili dai sensi (indriyagocara), ma sono presenti alla mente (manogocara). Avyakta ha un senso generale, perciò può essere applicato non soltanto a un oggetto, ma anche a una situazione, come nell’esempio seguente: “nella vecchiaia, la giovinezza non c’è più (avyakta)”, poiché vecchiaia e giovinezza sono delle situazioni e non degli oggetti. Ma in generale si applica la qualità di avyakta al mondo.
    Nei rari casi in cui si dice Paramātman è avyakta, come in alcuni passaggi della Bhagavad Gītā, il significato del termine deve essere inteso in modo del tutto diverso. Ossia, in questo caso, avyakta non significa che è in una fase di invisibilità o di non manifestazione, da cui può diventare visibile o manifestato in una fase successiva. Paramātman in quanto avyakta significa sempre “ciò che è assolutamente inarrivabile al pensiero”4.
    Invece, quando si è in stato di sonno profondo, il mondo della veglia è prapañca avyakta, vale a dire non è percepito direttamente dai sensi e della mente. Tuttavia si rimane pur sempre a livello del mondo, perché si tratta ancora soltanto dell’assenza del mondo, cioè dello stato di veglia, come è dimostrato qui di seguito. Quando si dice che in suṣupti il mondo non è presente (avyakta)5, si deve precisare che questo è soltanto un modo in cui si considera il sonno profondo. Il sonno profondo, infatti, può essere visto a due livelli: nel primo di lui si pensa come se fosse uno stato, nel secondo lo si conosce come la vera natura del Sé (Ātma svarūpa). Ossia, quando lo si pensa come stato, allora è uno stato (suṣupti avasthā); ma quando lo si sta sperimentando, non è uno stato, è l’Ātman-Testimone. Al primo livello, quando ci si trova in veglia e si pensa al sonno profondo facendo le debite comparazioni con l’attuale esperienza della veglia, allora lo si considera come “quello stato in cui, quando lo si sperimentava, non c’era nulla, il mondo e gli esseri non c’erano, c’era silenzio, c’era tenebra”. Ma quello non è il sonno profondo. È ciò che pensa del sonno profondo colui che veglia. Si tratta dunque di un pensiero, di una idea o di una rappresentazione che la mente di veglia immagina per raffigurarsi suṣupti, al fine di poterne parlare. Allora si tratta soltanto di un pensiero che riguarda il sonno, allo stesso modo in cui ci si può fare un’idea di cosa siano gli stati di veglia o di sogno. Perciò il pensiero del sonno profondo come uno stato di coscienza, analogamente a quello che si possa pensare del sogno e della veglia, è disponibile alla testimonianza del Sākṣin. Nello stato di veglia si può formulare il pensiero per descrivere lo stato di sonno profondo come non manifestato (avyakta), perché da svegli non si ha di esso alcuna percezione né concezione. Ciò nonostante questo pensiero del prapañca avyakta continua a far parte della veglia. È diverso dagli altri pensieri che si hanno sul mondo come visibile, perché indica un’assenza, ma è pur sempre a livello del jāgrat avasthā. Perciò, sia il pensiero del mondo della veglia sia il pensiero della sua assenza sono soggetti alla testimonianza del Sākṣin. Ciò significa che entrambi questi pensieri non appartengono al Sākṣin. “Non appartengono” vuol dire che, essendo parte della mente che li ha elaborati, non sono parte del Sākṣin, ma possono essere testimoniati dal Sākṣin come appartenenti alla veglia.

    Il primo pāda [di Ātman] è Vaiśvānara, che è in stato di veglia (jāgarita sthāna), di cui testimonia gli oggetti esterni […]6

    Al contrario Paramātman  avyakta non può essere in alcun modo concepito dal pensiero. Nel caso dell’Assoluto, con avyakta tutti i pensieri sono negati e rimani solo Tu [come Sé]. Vale a dire che questo avyakta non è alla portata di alcun pensiero, perché tutti i pensieri sono negati.

    Per capire meglio si possono nuovamente raffrontare i due livelli in cui si usa il termine avyakta. L’avyakta del prapañca può essere visto in contrasto con il vyākta della veglia; è l’assenza della veglia come la immagina una persona sveglia che cerca di spiegarsi la propria esperienza di sonno profondo. Ed essendosi svegliato, considera il sonno profondo come uno stato che precede il risveglio. Perciò è in una relazione temporale con la veglia perché “prima”, mentre si stava dormendo, non era manifestato e dopo essersi svegliati, si manifesta come mondo. Perciò questo non manifestato si manifesta come mondo7.

    Invece Paramātman  avyakta non può esser messo in relazione con il mondo. Non c’è una forma manifestata e una non manifestata dell’assoluto. Noi, in questo caso riguardante l’Assoluto, usiamo avyakta per dire che non è concepibile da alcun mezzo di conoscenza aprameya come oggetto. Significa che allorché scompaiono tutti i pensieri rimani Tu. Perciò si usa il termine avyakta sia riferito a Paramātman  sia per poter immaginare lo stato precedente l’apparizione del mondo, ma con due significati differenti. Riferito al mondo è un’assenza del mondo che presuppone che il mondo verrà fuori. Paramātman è invece assoluto. Non è prodotto né è causa di nulla. Non è sottoposto ad alcuna relazione comparativa né di somiglianza né di contrasto. Paramātman  è non-relativo (nirapekṣa), privo di relazione. È avyakta nel senso che è aprameya [non è oggetto dell’indagine conoscitiva che si compie tramite i pramāṇa]. Paramātman è sarvakaraṇa aviṣayatva, al di là di ogni percezione, sarvasiddha esistenza totale, svayamsiddha, auto-esistente, mentre l’avyakta del mondo deve essere visto sempre in relazione con il mondo. Cioè il pensiero del mondo c’è in quanto il prapañca risulta assente e, comunque, continua a essere in relazione con il mondo proprio perché se ne nega la presenza8. Quando si parla del Paramātman, avyakta non è né in contrasto né in paragone con nulla. È semplicemente impensabile: è inconcepibile (acinta) perché aprameya, in quanto la funzione dell’intelletto segue certi schemi o si specifica, per esempio, nei termini di reciproci rapporti come precedente o seguente, vicino o lontano, cioè in relazioni che possono essere temporali o spaziali. Certuni pretendono di poterlo descrivere come dravya, sostanza, o qualità, guṇa, o attraverso l’azione, kriyā, o tramite qualsiasi altra sua relazione (saṃbandha) con alcunché. L’autista, il postino, l’ingegnere: così si usa identificare una persona per il suo mestiere; oppure lo si distingue per il luogo di nascita o perché ha preceduto o è succeduto a una persona nota o come parte di un gruppo sociale o per l’appartenenza a una specie. Tutte queste sono identificazioni. La mente può pensare in questi modi, ma cosa si può dire di Ātman? Che è una sostanza? No. È allora caratterizzato da un particolare attributo o funzione o relazione? Avyakta può essere messo in relazione con il mondo, perché è il pensiero del mondo non manifestato, ma come si può mai mettere in relazione Paramātman con qualcos’altro, sotto quale rapporto lo si può capire? Perciò non ci si può rappresentare Brahman in alcun modo. Qualsiasi cosa la mente pensi, quello non è Brahman. Per comprendere l’Assoluto si devono negare tutti questi modi e strumenti: ciò che rimane è Brahman.

    *
    *      *

    Perché noi vedāntin portiamo in continuazione l’esempio della corda e del serpente? Perché tra corda e serpente non c’è alcuna relazione. Non si può affermare che il serpente sia prima, dopo, a destra, sotto, a fianco o dentro la corda. Non è nemmeno una sua parte né un suo stato precedente, né è causa o effetto della corda. Gli sciocchi ci accusano di parlare solo di illusione, con la quale negheremmo tutto il mondo, cosicché per noi la vita non avrebbe più senso. Ma moha, l’illusione, è per noi un termine tecnico che non toglie alcun senso alla vita. La gente ordinaria sbaglia perché considera le cose solo dal punto di vista della loro utiltà; ma l’acqua del miraggio non può avere alcuna utilità. È come quell’assetato che, vedendo abbondante acqua nel miraggio, rifiuta il sorso d’acqua che gli è offerto. Poi si accorge che l’acqua del miraggio non esiste e si sente ingannato. La gente confonde l’illusione percepita dalla vista con il pensiero irriflessivo di sentirsi ingannata. Perciò, allo stesso modo, i profani suppongono che noi sosteniamo che il mondo è illusorio come se si trattasse d’un imbroglio. Ma noi vedāntin intendiamo invece affermare che il mondo esiste solamente per la sua vera natura, il suo svarūpa. Cioè che quello che appare non è quello che è. Il mondo non è ciò che appare. Ma qual è lo stato dell’apparenza? Come si può relazionare l’apparenza del mondo con la sua natura reale? Riconoscendo che l’apparenza non ha alcuna relazione con il suo svarūpa diventa evidente che è illusoria. In qualsiasi modo la mente possa pensare, la corda e il serpente non hanno alcuna relazione tra loro. Ma il serpente si continua a vedere fino a quando si considera che abbia una possibile relazione con la corda. La percezione del serpente, invece, è una percezione errata della corda. Noi non diciamo che il serpente “non esiste”, non siamo come i buddhisti che affermano che non esiste nulla. Noi sosteniamo che quello che appare non è quello che è: esiste come corda, non esiste come serpente. Si percepisce la corda con la vista, ma la mente la interpreta erroneamente come un serpente. Quello che si vede è vero: ma come lo si vede è errato. Quello che si vede è una corda, ma si lo pensa come fosse un serpente. Chi guarda il mondo vede il vero. Costui sta vedendo solo il Brahman, ma lo sta concependo differentemente, come apparenza. Noi maestri di Vedānta stiamo correggendo questa differenza, mostrando che, al di là dell’apparenza, c’è una reale esistenza del mondo. Il mondo esiste, ma come Paramātman. Il mondo non esiste nel modo in cui appare. L’apparenza non ha esistenza, ma quello che appare ha esistenza. Questa discriminazione aiuta a trascendere l’apparenza limitata, permette di vedere la sua natura originale. L’illusorietà del mondo è un metodo (prakriyā) d’insegnamento, è un aiuto per la contemplazione (nididhyāsana), in modo da rimuovere le relazioni create dalla mente: tempo, spazio, causa, effetto ecc. Non si pensi a nessuna relazione. Si deve prendere il serpente come un tutto. Quando lo si vede come un tutto, allora si vede la corda.
    Se tu prendi solo una parte del mondo, il fuoco o l’acqua, continuerai a muoverti tramite le relazioni di questa parte con il resto. Riferendoci con un esempio al corpo di un uomo, sarebbe come cercare di capire l’intera persona considerando solo una mano. Invece tu devi prendere l’intera persona come uno. Perciò prendi l’intera avasthā come uno. Se si prende l’avasthā come un tutto, includendovi anche colui che pensa, l’ego, allora si conosce la verità del mondo. Stai guardando in modo sbagliato e perciò sei incapace di vedere la verità. Tu rimani come un ego, un jīva, che cerca di guardare il mondo continuando a dividere il mondo in conoscitore (jñātā) e conosciuto (jñeya). Ti poni come conoscitore e dividi il mondo in due: tu e il resto. Se prendi l’avasthā come un tutto includendo anche il jñātā, l’ego, allora conosci il mondo intero. Invece stai guardando in modo sbagliato. Qual è l’errore? Quello di rimanere individuo. Così tutte le relazioni fanno sì che la mente sia attaccata, invischiata in esse. Invece devi abbandonare tutte le relazioni della mente, senza guardare il mondo come una parte diversa da te, distinguendo in esso le altre parti. Non devi guardare le parti, ma solo un unico oggetto, il mondo. Tuttavia ancora continui a rimanere un soggetto che vede un oggetto: c’è ancora questa relazione, e non sei ancora arrivato alla verità. Devi, quindi, includere anche il conoscitore, l’aham con tutte le sue modificazioni (vṛtti), unificando in te tutti i pensieri. E solo allora riconosci che questo è illusione (māyā), questo è falsa conoscenza (mithyā). Sei solito collocarti in un punto e guardare il resto. In questo modo non puoi trascendere il serpente e riconoscere la corda. Non vai alla radice dell’apparenza e, invece di cercare di conoscere la sua natura reale, rimani a contemplare il serpente. Vedi solo una parte e ne immagini altre. Rimani prigioniero della relazione; invece devi aver un modo diverso di vedere il serpente tutto assieme, senza perderti nei dettagli apparenti: testa, corpo scaglioso, coda. Prendi il serpente come un tutto e va al limite. Qual è il suo limite? Il limite è la corda [conclude Svāmījī ridendo]! Quando arrivi al limite della terra vai nello spazio.

    Perciò mithyā è falsa conoscenza e non ignoranza assoluta9, perché esaminandola ti permette di correggere la visione e di rettificarla in vera conoscenza. L’illusione nel Vedānta è una tecnica realizzativa, è solo un metodo di insegnamento. Non si deve darne una interpretazione avulsa dal contesto metodico, come fanno quei detrattori ignoranti che affermano che per Śaṃkara tutta la vita mondana sarebbe un inganno. Allora tutto, il mondo, le relazioni familiari e sociali, per noi sarebbero un inganno? Non considerare così l’illusione: usala per assumere la rinuncia, il vairāgya. Noi advaitin usiamo il mithyā-mondo in questo senso. Quando parliamo della vita mondana, del karma ecc., non parliamo d’illusione nel senso volgare: con la parola māyā, come si trova nelle Upaniṣad e nei Purāṇa, intendiamo che abbiamo troppi attaccamenti mondani. Perciò si usa la māyā per far capire che gli attaccamenti non danno una vera felicità: solo in questo senso gli attaccamenti sono ingannevoli. Quelli che usano māyā in questo modo sono i dvaitin e i viśiṣṭādvaitin; questi dicono infatti che il mondo profano è falso e illusorio, mentre sostengono che la sādhanā, la meditazione, la bhakti per il Signore, i Veda, il samādhi, il rapporto guru-śiśya sono reali. Invece noi prendiamo la māyā in modo diverso. Noi non diciamo che le cose mondane siano assolutamente ingannevoli, non usiamo māyā in questo senso mondano, per cui alcune cose della vita sono utili e altre sono illusorie. Quando sei parte dell’avasthā, quando sei all’interno dello stato, il mondo non è māyā. Ma quando riesci a contemplare lo stato nel suo insieme, come un tutt’uno che include anche l’aham, allora è māyā. Se vivi nel mondo come un individuo, ne vivi la realtà e ne puoi esserne parzialmente o totalmente illuso. Nel senso che allora puoi essere illuso dagli impulsi dell’attrazione e repulsione (rāga e dveśa), ma è il moha che ti inganna. In realtà è quando vedi lo stato nella sua integralità, quando ego e mondo appaiono come un unicum, che hai coscienza che è māyā, è avidyā, è adhyāsa. Questo è il significato che attribuiamo all’esempio del serpente e della corda al fine di far capire che non si deve vedere il tutto attraverso una parte. Perché se agisci attraverso la mente tutto si riduce a relazioni, spazio, tempo, soggetto-oggetto, causa-effetto. Con questo non uscirai dal mondo e non potrai vedere Brahman. Perciò gli advaitin dicono “guarda il mondo come un tutto”. Alcuni permangono nell’errore di guardare il mondo come un unico oggetto, rimanendo però un soggetto. Devi perciò includere l’ego come parte del mondo; questo te lo può insegnare solo il guru. Un guru diede ai suoi discepoli delle banane e disse di andare a mangiarle in posti diversi dove non ci fosse nessuno. Un discepolo si chiuse in una stanza, un altro andò nella foresta, uno sulla cima d’un monte. Il primo tornò dicendo che nella stanza era solo. Il secondo e il terzo dichiararono che nella foresta e sulla montagna non c’era nessuno. Ma un discepolo ritornò dicendo: “Non sono mai riuscito a trovare un posto dove non ci fosse nessuno”. Il guru chiese: “Come mai?” “Perché ovunque andassi c’ero sempre io”. Il guru allora riconobbe in lui l’unico che aveva capito. Escludere se stessi dal mondo sulla cui realtà si indaga è l’errore; come quello dello scienziato e del filosofo. Finché il guru non te lo fa notare non ci arrivi, dato che il pensiero dell’io interferisce di continuo in quanto tu ti poni come conoscitore che conosce tutto il resto. Ma anche questo pensiero dell’aham è parte del mondo, del jāgrat prapañca. Il pensiero dell’aham è parte del mondo perché nel sonno profondo non c’è: c’è solo nella veglia. L’esempio del serpente e della corda è un bellissimo esempio. Gli ignoranti si tengono a distanza dal serpente, al pensiero che ti morde, che ti spaventi, ecc. Cioè guardano le qualità del serpente, non osservano l’insieme dell’oggetto che stanno guardando. Oppure pensano che mithyā significhi che non ha alcuna utilità, come l’acqua del miraggio che non disseta, come il mango di plastica che non puoi mangiare, come la fotografia della tigre che non ti spaventa. Allora si limitano a considerare l’inutilità-illusione come un inganno. Chi accusa il Vedānta di negare tutto con la māyā, non ne capisce il vero significato. Quando noi diciamo che il serpente è mithyā, si deve intenderlo come “che appare come non è realmente”. Il mondo è reale come corda, vale a dire come Brahman; quando, invece, diciamo che il mondo è mithyā come il serpente, intendiamo l’apparenza che si sovrappone alla sua vera natura e nasconde il Brahman. Essi pensano che c’è la corda e che c’è il serpente come due cose diverse, perché la mente umana ragiona sempre in forma duale. Il serpente non è un’altra entità, è soltanto un modo di apparire di una unica realtà. Del serpente si possono dire due cose: che esiste e che appare. Esiste come corda e appare come serpente. Come esistenza è reale, ma come apparenza è falso. Questo lo puoi imparare in modo esatto solo da un guru. Anche il mondo può essere visto come esiste e come appare. È come l’aeroplano che visto volare lontano appare piccolo, mentre invece visto da vicino, è grande. Perciò, in questo caso, la piccolezza dell’aereo è mithyā, perché è apparenza. Non sono due aerei, uno grande e uno piccolo: sono due modi di vedere lo stesso aereo. Esiste come qualcosa e appare come qualcos’altro. L’apparenza è forse un’altra entità? Non sono due cose e noi diciamo che il mondo come esistenza è Brahman e come apparenza è mondo. Questo per l’Advaita Vedānta è l’illusione o mithyā. Quando il soggetto si pone come agente (kartā) e lo vuole usare, l’oggetto delude il soggetto. Cioè c’è una persona che “usa” e un oggetto “usato”. Se l’oggetto che stai usando non corrisponde, allora ti senti ingannato, ma è il soggetto che lo considera ingannevole. Cioè l’oggetto è utile o inutile in relazione al kartā. È utile o inutile a chi? Alla persona che è parte del mondo. Allo stesso modo per il jīva del sogno, che è parte del mondo del sogno, il mondo del sogno è utile a lui. Quando ti svegli dici forse che quel mondo ti è utile o inutile? Quando ti svegli quel mondo non esiste affatto, perciò non c’è il problema di utilità o inutilità. È utile soltanto alla persona che lo vuole usare. Quando ti svegli, tu sei il Sākṣin del sogno; e il Sākṣin né vuole né usa. Se una persona vuole e desidera qualcosa, allora si sente ingannata se non la raggiunge. Ma se tu hai abbandonato il jīva e sei il Sākṣin, il Sākṣin non ne ha bisogno, per cui non c’è il problema dell’utilità. Se ho fame e mi danno un mango di plastica, mi sento ingannato, ma se non ho fame, no; infatti, in quel caso, la persona affamata non esiste. Quando il kartā-bhoktā è parte della veglia e vuole usare il mondo, se non ci riesce si sente ingannato. Immergi in te stesso sia la persona sia il mondo della veglia; allora tu sei la coscienza della veglia. Il Sākṣin non è kartā-bhoktā. Non ha bisogna del mondo. Non lo usa né non lo usa. Potresti allora dire che il mondo è mithyā? Non esiste altro che Io, il Sé. Mithyā è un gradino dell’insegnamento. Il mondo sono Io stesso, non esiste null’altro se non Io. Mithyā è un gradino per insegnarti che sei inseparabile dal Sākṣin, che non esisti che Tu. Quando capisci il Sākṣin anche il mondo sei tu. Il mondo è satyam come Brahman. Mithyā è solo prakriyā (un metodo), uno stadio intermedio, per capire Brahman. Senza capire questo, i profani discutono se il mondo è utile o no alla persona, partendo sempre dal punto di vista del jīva. E allora, parte risulta utile e parte inutile. Qualcosa che ti favorisce e qualcosa che ti ostacola; e reputi che quest’ultima parte ti stia ingannando. Ma non puoi affermare che si tratti di tutto il mondo nella sua interezza. Essi dicono perché siamo qui e lo stiamo usando. Perciò, come kartā-bhoktā guardano il mondo diviso in parti, come appare all’interno dello stato. Noi vedāntin, invece, valutiamo il mondo dal punto di vista del Sākṣin, che guarda tutta l’avashtā nella sua integralità. Il livello è dunque differente. Quindi si deve considerare da che punto di vista ci si pone quando parliamo di mithyā. Quando noi parliamo di mithyā, gli altri si pongono a un altro livello, perciò la loro comprensione del nostro punto di vista non può che essere sbagliato. Per esempio se io dico: “Questa è la mia sinistra”, tu che sei di fronte a me ribatti: “No, questa è la destra”. Se tu guardassi dal mio punto di vista saresti d’accordo con me. Devi capire ciò che dice il Vedānta assumendo il suo punto di vista. Errore è il punto di vista che tu assumi nella disputa con un vedāntin. Tutti i dualisti dell’induismo e delle altre religioni, del cristianesimo e dell’islam, prendono un punto di vista sbagliato, come pure gli atei. Tu non sei in errore, è il punto di vista che assumi che è sbagliato. Se io prendessi il punto di vista di un ateo, parlerei come lui. Perciò è l’ajñāna, il pensiero che è l’errore. Se rimani in quel pensiero sbagli, ma se nei esci diventi illuminato. In definitiva è il pensiero che ti condiziona. È un errore anche pensare che il pensiero sia permanente, mentre a livello mondano non c’è nulla di permanente. Nel sonno non hai nessun pensiero, nessun punto di vista. Questa è la prova che nessun pensiero è assoluto, nessun pensiero è reale. Perché è uno stato della mente. La mente cambia. I pensieri li puoi avere, abbandonare e poi riprendere. Non sono stabili. Allora in questo caso, perfino la mente è più reale del pensiero che va e viene. Allora qual è la causa del pensiero? È la mente, una coscienza limitata. Il Sākṣin, considerato come se fosse limitato, è la mente. Se tu abbandoni tutti questi pensieri, allora sei il Sākṣin. Per cui non ci sono il bene e il male assoluti; sono solo punti di vista. L’incomprensione tra dvaitin e advaitin si risolve solo quando non si considera il serpente attraverso relazioni. Perché relazioni vuol dire mente. Lo scopo dell’esempio del serpente è di farti abbandonare tutte queste relazioni. Quando hai eliminato le relazioni, anche la mente è eliminata. Cioè tu stai guardando tutta la mente unificata. Se ne fai un unicum, allora sei il Sākṣin e la mente scompare. Abbandonare il serpente è proprio abbandonare la mente. Cioè il jīva, l’aham-buddhi. Questa è la risposta diretta del Vedānta. L’Advaita è semplice perché consiste nell’intuizione (anubhava). Nella visione dvaita devi credere nei molti postulati illogici della filosofia, nei dogmi teologici. Non puoi porre domande, devi solo credere. Invece l’Advaita è diretto, puro e naturale. Devi solo guardare il fatto così com’è. È semplice, ma di certo non facile, perché gli individui provano attaccamento per le cose sbagliate. Ci sono due angolature con cui si può osservare il jīva. Una è quella in cui lo si riconosce nel suo stato naturale, l’altra è quella condizionata dalle speculazioni dalla teologia, della filosofia, della scienza e dell’ideologia. Lo stato naturale del jīva non è condizionato da alcun orpello mentale, com’è quello d’un bambino. Tutti i jīva hanno una spontanea inclinazione ai rāga-dveṣa dovuta alla nascita umana e ai saṃskāra risalenti al karma prodotto in esistenze precedenti. Questa inclinazione si sviluppa e si aggrava a causa delle elaborazioni mentali prodotte dall’adesione a teologie, filosofie ecc., che si sovrappongono a questo ego più naturale. Queste sono create dalla mente dall’individuo, perciò alle debolezze naturali come rāga-dveṣa, si aggiungono quelle artificiali. Noi advaitin non siamo contrari alle debolezze naturali, anzi, cerchiamo di aiutare a capirle per uscirne. Ma l’adesione a una teologia, una ideologia o a un pensiero politico, comporta anche la fanatica difesa di quelle idee e ciò diventa pericoloso. Il jīva nel suo stato naturale è disponibile all’ascolto, pur con le sue debolezze e frustrazioni. Ma queste creazioni speculative chiudono e ottundono la mente. Gli individui, allora, diventano come demoni (rākṣasa). Noi possiamo capire l’egoismo spontaneo dell’uomo, ma non quello causato e aggravato dal dogma o dall’ideologia. Se hai una malattia, noi abbiamo la medicina da darti; ma se tu non la vuoi prendere, quello è il problema. Dio non rivela la verità solo a un uomo, a un profeta, a un emissario. Dio rivela a tutti i cuori. Quando io insegno, questa per te è una scoperta, è una rivelazione. Lo śāstra e il guru te la indicano. E se tu non la cogli, allora te la mostrano da un altro punto di vista. Quando la cogli, quella è una rivelazione. Pazientemente, senza pregiudizio, presti la giusta attenzione e allora si rivela. Ogni jñāna è una rivelazione. Non stai costruendo nella tua mente il Vedānta con un pensiero, un’idea, una teoria; devi solo guardare, osservare, e allora scatta qualcosa in te. Lo scopri, lo risvegli, e il risveglio è una rivelazione. Invece i concetti costruiti tramite la logica, la teologia e la filosofia sono costruzioni fatte dal pensiero. Ci sono due possibili azioni della mente (mānasa kriyā): la prima è la teorizzazione di un concetto, cioè una struttura che la mente si costruisce nel tempo, con sforzo e con il supporto di oggetti esterni; l’altra è solo l’osservare, il guardare e capire (nididhyāsana). Dunque nella mente ci sono due aspetti: una è la capacità di fare relazioni, l’altro è la Coscienza. Quella che si relaziona è la mente, la Coscienza è il Sākṣin. Quest’ultimo è il pensiero vedāntico. Questa è l’indagine sulla Realtà (tattva vicāra).

    ​

    Oṃ śānti śānti śānti

    1. Traduzione, revisione e note di Devadatta Kīrtideva Aśvamitra.[↩]
    2. BhG II.23-25. Il verbo śuṣ significa seccare fino a trasformare in polvere. Questo śloka 23 allude al corpo umano, che può essere ferito da un’arma, bruciato, lasciato marcire nell’acqua o disseccato dal vento. Ciò conferma che “Io [l’Ātman] non sono il corpo, ecc [Nāham dehoaḥ].” Svāmī Satcidānandendra Sarasvatī Mahārāja, “Commento a “Le Cinque Gemme dell’Advaita” di Śrī Śaṃkarācārya” (Advaita Pañcaratnam), a cura di Maitreyī, https://www.vedavyasamandala.com/prefazione-e-introduzione.[↩]
    3. Questo è soprattutto il caso del Sāṃkhya darśana che definisce avyakta la Prakṛti non manifestata, e vyākta la Prakṛti quand’è manifestata nelle sue produzioni (Vikṛti).[↩]
    4. BhG II.25.[↩]
    5. Possiamo aggiungere che il mondo della veglia è del tutto assente durante il sonno profondo, in quanto esso non è né percepito dagli indriya né concepito dalla mente. In armonia con quanto è sopra affermato, nello stato di sogno, invece, il mondo della veglia è avyakta ai sensi, ma non alla mente. Infatti in sogno è possibile immaginare con la mente (svāpna manas) il mondo della veglia come se fosse un manogocara.[↩]
    6. Ovvero “ha coscienza degli oggetti esterni” (bahiṣprajñaḥ) MU III. Come vedremo subito di seguito, questa testimonianza comprende sia la presenza sia l’assenza degli oggetti.[↩]
    7. I sostenitori della dottrina errata della mūlāvidya avvallano l’idea che nel sonno profondo è presente il mondo della veglia in una forma potenziale o latente e considerano che questa condizione del prapañca sia esprimibile con “avyakta”. Essi perciò considerano suṣupti avasthā come uno “stato causale” (kāraṇa avasthā) o “corpo causale” (kāraṇa śarīra). Il Vedānta di Śaṃkara, invece, nega la realtà della relazione causa-effetto.[↩]
    8. Questa è un’applicazione al livello del Vedānta vicāra del pramāṇa logico (nyāyasambaddha) conosciuto come anupalabdhi che constata l’assenza di un oggetto. L’accertamento dell’assenza di un oggetto è dipendente dal pensiero di quell’oggetto. Per esempio, se qualcuno entra in una stanza vuota per verificare se lì c’è un serpente, potrà vedere che il serpente è assente: ossia si formerà l’idea dell’assenza del serpente. Ma se costui entra nella medesima stanza senza essere influenzato in precedenza dal pensiero del serpente, il soggetto potrà solo vedere che si tratta di una stanza vuota. Questa verifica (pramā) dell’assenza o della presenza d’un oggetto è comunque attuata tramite la percezione sensoriale (pratyakṣa pramāṇa), quindi in stato di veglia.[↩]
    9. Svāmījī allude qui alla teoria erronea della mūlāvidyā, che sostiene l’eternità dell’ignoranza e della māyā.[↩]

    29. Il Diluvio e l'Arca

      Il Diluvio e l’Arca

      Le popolazioni barbare che fuggivano davanti alla spinta degli unni provenienti da Oriente, cercarono rifugio presso le province romane più occidentali. In questo modo l’Impero Romano d’Oriente1 soffrì molto meno delle invasioni da parte dei popoli anglosassoni. Per l’Impero Romano d’Occidente le invasioni barbariche rappresentarono un vero diluvio universale, un pralaya, che concluse il glorioso ciclo storico del dominio romano, durato per più di dodici secoli. Le invasioni furono rovinose: la splendida civiltà latina fu stroncata, le città devastate e date alle fiamme, la popolazione sterminata, le case, i templi, le chiese, i palazzi saccheggiati. Le strade romane passarono sotto il controllo di bande di razziatori.​Resistettero a questo scempio soltanto alcune isole di pace che, come delle arche, riuscirono a traghettare l’antica civiltà romana attraverso le tribolate acque del diluvio barbarico. La prima categoria di isole di pace furono i monasteri. I monaci cattolici ortodossi2, che usavano vivere isolati come eremiti o in piccoli cenobi, si organizzarono per concentrarsi a vivere in grosse comunità, al riparo di robuste mura. Di fatto i monasteri divennero delle vere e proprie fortezze, capaci di resistere alle orde barbariche. Ogni monaco viveva nella sua cella seguendo l’ascesi che gli era propria. Con l’andar del tempo i monaci si diedero una regola per stabilire le norme comuni per poter convivere pacificamente.​
      In questo modo si spartirono dei compiti sia nell’ambito delle attività manuali sia in quelle intellettuali. I monasteri divennero così le sedi di scuole d’iniziazione monastica, che da questo periodo assunse il nome di Esicasmo3. I monaci si dedicarono anche a raccogliere, per quanto fosse possibile in tempi così pericolosi, i manoscritti dell’antico sapere, salvandoli dalle distruzioni e devastazioni dei barbari, moltiplicandone le copie. Si può perciò affermare che i monasteri trasmisero per alcuni secoli la sapienza iniziatica sacerdotale (brahmavidyā) e le conoscenze dell’antica sapienza precristiana.​
      Un’altra “arca” che servì a superare il pralaya barbarico furono le villæ4, le fattorie dei patrizi romani che si erano rifugiati nelle campagne di loro proprietà per evitare i saccheggi a cui erano sottoposte le città. Le villæ erano grandi palazzi fortificati che in seguito, man mano che il pericolo delle invasioni aumentava, si trasformarono in vere e proprie fortezze, castra, e castelli, castella5. Durante l’Impero, i patrizi romani, che disponevano di ville fortificate, potevano essere capi di stato maggiore (principes officiorum militiæ) di un generale in capo (dux) o perfino dello stesso Imperator, oppure essere degli alti ufficiali (comites, compagni) che accompagnavano il capo dell’esercito in quanto membri dello stato maggiore capitanato dal princeps. Infine potevano essere vicecomites, cioè coloro che potevano sostituire il comes in sua assenza. In questo modo le villæ patriziali romane, che resistettero alle orde barbariche, erano i possedimenti di principi, conti e visconti6.
      Nella villa il patrizio manteneva le militiæ formate soprattutto da cavalieri (equites). Per mantenere il possedimento (latifundium) i signori (domini) di gradi diversi accoglievano tra le loro mura ogni tipo di artigiani, mercanti e contadini. In questo modo si trasmisero ai secoli successivi le iniziazioni di mestiere (collegia fabrorum, sskr. śreṇi), nonché le tecniche e le arti. Quanto ai milites o equites, cioè i cavalieri, essi perpetuarono l’iniziazione delle classi guerriere (sskr. vīra mārga) e le arti marziali, tattiche e strategiche dell’Impero Romano. Fu all’interno delle villæ che si mantenne e si trasmise il titolo di Imperator, non più come capo dello Stato, ma come maestro (sskr. guru) delle vie iniziatiche guerriere (magister militum, sskr. rājaguru)7.​
      I capi delle tribù barbare che assunsero il controllo dell’Italia rimasero sempre affascinati dall’antica gloria di Roma, la “Città Eterna”. Non osarono mai usurpare il titolo imperiale, rispettarono le istituzioni romane, come il Consolato e il Senato, anche se esse erano ormai prive di un vero potere, e si dichiararono vassalli dell’Imperatore d’Oriente. Al massimo, ambirono a essere riconosciuti come pari dei patrizi. Così Odoacre fu riconosciuto patrizio romano dal Senato e, quando si auto nominò Re d’Italia, il Senato romano gli convalidò il titolo. Tuttavia, questo Re degli Eruli alla fine cercò di espandere il suo dominio nei territori dell’Impero d’Oriente. L’Imperatore di Costantinopoli allora gli mandò contro Teodorico, generale barbaro al servizio dell’Impero e Re degli Ostrogoti. Teodorico uccise Odoacre e si impadronì dell’Italia in nome dell’Imperatore d’Oriente. Anche Teodorico fu poi riconosciuto patrizio dal Senato di Roma.​
      I Re barbari d’Italia cercarono di inserirsi nella tradizione imperiale: assunsero maestri spirituali e maestri guerrieri romani. Ma sia Odoacre sia Teodorico alla fine entrarono in conflitto con la civiltà latina. Essi erano seguaci della Chiesa eretica ariana e, per quanto all’inizio del loro regno andassero d’accordo con il Papa e gli altri vescovi cattolici, con l’andar del tempo divennero sempre più ostili.
      Re Teodorico, per esempio, arrivò a far uccidere il proprio maestro spirituale, il Senatore e Console romano Severino Boezio, e a far morire in prigione due papi. Anche il patrizio Cassiodoro, che fu maestro militare8 di Teodorico, suo ministro e consigliere, ebbe rapporti tesi con il Re fin quando non riuscì a convincerlo a migliorare le relazioni con la Chiesa cattolica e con il Senato di Roma. Alla morte di Teodorico, Cassiodoro restò consigliere dei suoi due successori. Molto anziano si fece monaco e fondò nel sud d’Italia il monastero di Vivarium, non lontano da dove aveva insegnato Pitagora undici secoli prima, dove morì a novantacinque anni9. Nel periodo in cui l’anziano Teodorico perseguitava la popolazione romana e la Chiesa di Roma, vi fu un intervento armato dell’Impero d’Oriente per liberare dai barbari i territori dell’antico Impero d’Occidente10. L’Imperatore Giustiniano inviò il generale (magister militum) Belisario in Africa settentrionale, Spagna e Italia. Le spedizioni bizantine ebbero uno straordinario successo: L’Africa settentrionale fu sottratta ai Vandali e la Spagna meridionale ai Visigoti. Inoltre la campagna d’Italia riportò sotto il controllo imperiale gran parte del regno degli Ostrogoti. Le guerre che Bisanzio dovette sostenere contro la Persia al suo confine orientale resero però effimera questa riconquista.
      Alla metà del VI secolo, i Longobardi, espulsi dai Balcani dalle armate bizantine, invasero l’Italia11, rovesciando il regno degli Ostrogoti. Barbari particolarmente rozzi e violenti, subirono l’influenza e il fascino di Roma più di qualsiasi altra tribù di invasori. Dopo un inizio rovinoso, i Longobardi presto si convertirono dall’arianesimo al cattolicesimo, assunsero la lingua latina e rielaborarono e ripristinarono le leggi romane. Furono anche i primi a creare un’arte romano-barbarica. Il Re longobardo d’Italia che risiedeva nel Nord, donò alcuni castelli al papa permettendo così alla Chiesa di costituirsi un suo potere temporale; cominciò così a crearsi uno stato indipendente, di cui il Vaticano è l’ultimo rimasuglio.​
      Per giustificare la fondazione di uno stato pontificio, nel nono secolo gli scribi papali falsificarono diversi documenti, tra i quali il più importante è la cosiddetta Donazione di Costantino. L’Imperatore Costantino, secondo questi documenti, avrebbe riconosciuto il papa come capo di tutti i Patriarcati, Vescovadi e del clero d’Oriente e d’Occidente. Gli avrebbe concesso anche un territorio come germe iniziale di un futuro stato. Avrebbe anche riconosciuto la superiorità dell’autorità papale su quella imperiale. Questi documenti, indiscutibilmente falsi, furono il pretesto per tutte le pretese di supremazia papale su tutte le Chiese cristiane, sull’Impero e sui Regni cristiani, che di fatto si perpetua fino al giorno d’oggi.
      La situazione del papato, della gerarchia cattolica e dei sacerdoti durante i secoli delle invasioni barbariche fu di grande corruzione e all’insegna della quasi totale ignoranza rituale e dottrinale12. In particolare i preti trascuravano spaventosamente i loro doveri, profittavano dei benefici e delle donazioni che ricevevano dai fedeli per condurre una vita viziosa. Vescovi e papi si dedicavano alla politica più sfacciata e ingannevole per aumentare il loro potere e le loro ricchezze.​
      Fu questa situazione degenerata che indusse S. Benedetto da Norcia a proibire l’entrata dei preti nei monasteri.

      Petrus Simonet de Maisonneuve

      1. L’Impero d’Oriente aveva come capitale Bisanzio, che l’Imperatore Costantino I rinominò Costantinopoli (l’attuale città turca di Istanbul). Con il collasso dell’Impero d’Occidente, l’Impero Romano d’Oriente s’allontanò lentamente dalle sue origini latine, fino ad adottare il greco come lingua ufficiale. La stessa capitale, Costantinopoli, nel corso dei secoli, riprese l’antico nome di Bisanzio. L’Impero Bizantino sopravvisse ancora per un millennio quando, nel 1453, cadde sotto il dominio dei Turchi Ottomani.[↩]
      2. Fu all’epoca dell’Imperatore Teodosio che la Chiesa cristiana assunse il titolo di “cattolica e ortodossa” ossia “universale e dalla retta dottrina”. In seguito, con la separazione della Chiesa latina da quella greca, la prima predilesse il titolo di “cattolica”, senza rinunciare a ritenersi “ortodossa”; al contrario la Chiesa greca preferì il titolo di “ortodossa”, senza rinunciare a ritenersi “universale”[↩]
      3. Dal greco ἡσυχία (esykhìa), la via della pace spirituale (sskr. śānta sādhana).[↩]
      4. Con il passare dei secoli le villæ diedero riparo a un maggior numero di rifugiati, diventando delle piccole città.[↩]
      5. Castellum è un diminutivo di castrum[↩]
      6.  L’autentica origine del feudalesimo derivò dalla struttura gerarchica e iniziatica dell’esercito romano. L’invenzione illuminista, per cui la nascita del sistema feudale era da attribuire ai regni barbarici, ha avuto l’unico scopo di rappresentarlo come un regime incivile in paragone con le civilissime forme di governo borghesi come, per esempio, quella del Terrore, frutto della rivoluzione francese.[↩]
      7. Non ci si deve stupire se nei libri di storia non si trova cenno all’opera di trasmissione tradizionale delle villæ, mentre, invece, si parla profusamente dei monasteri. Ciò è imputabile alla propaganda anti imperiale della Chiesa di Roma, poi ripresa e aggravata dalle ideologie borghesi e proletarie.[↩]
      8. Ebbe la carica di comes sacrarum largitionum (conte delle elargizioni sacre), che teneva i rapporti con le sopravvissute organizzazioni cavalleresche latine.[↩]
      9. Sia Severino Boezio sia Cassiodoro, pur essendo entrambi cattolici, continuarono a trasmettere l’iniziazione pitagorica romana. Inoltre, Severino Boezio era stato in gioventù ad Alessandria d’Egitto dove era stato anche iniziato alla scuola neoplatonica. Tutti e due questi maestri hanno lasciato importanti opere, come il De consolatione philosophiæ (Iniziazione alla filosofia; in un prossimo capitolo si spiegherà l’uso del termine consolatio o consolamentum per iniziazione) di Boezio, e il De Anima (Sull’Anima) di Cassiodoro.[↩]
      10. Sull’Impero d’Oriente e sulla religione cristiana ortodossa sarà dedicato un capitolo specifico più avanti.[↩]
      11. Tuttavia, in molte parti dell’Italia rimase, fin tutto l’ottavo secolo, una presenza bizantina che i longobardi non riuscirono mai a debellare. La Repubblica di Venezia rimase in seguito come una presenza della civiltà bizantina in Occidente ancora per diversi secoli.[↩]
      12. Vi furono, naturalmente, delle lodevoli eccezioni, come il monaco S. Benedetto da Norcia, il papa S. Gregorio Magno, l’eremita S. Calogero di Sicilia e altri.[↩]

      29. The Flood and the Ark

        The Flood and the Ark

        The barbarian populations, fleeing before the push of the Huns proceeding from the East, sought refuge in the westernmost Roman provinces. In this way the Eastern Roman Empire1 suffered much less the invasions by the Anglo-Saxon peoples. For the Western Roman Empire, the barbarian invasions represented a universal flood, a real pralaya that ended the glorious historical cycle of Roman rule, which lasted for more than twelve centuries. The invasions were catastrophic: the splendid Latin civilization was struck to the ground, the cities were devastated and burned, the population exterminated, the houses, the temples, the churches, the palaces, looted. The Roman roads passed under the control of marauding raiders.​
        Only a few islands of peace resisted this slaughter. Like arks, they managed to ferry the ancient Roman civilization through the troubled waters of the barbaric flood. The first category of peace islands were the monasteries. The orthodox-catholic2 monks, who until then conducted a solitary life as hermits or in small cœnobia, began to gather and live in larger communities, protected by strong walls. In fact, the monasteries became real fortresses, capable of resisting the barbarian hordes. Every monk lived in his cell following his ascetic rule of life. With the passage of time, the monks, in order to coexist peacefully, adopted a set of norms to establish the common rule.​ In this way the monks shared tasks both in the manual and in the intellectual activities. Thus, the monasteries became the centres of the monastic initiation schools, which from this period assumed the name of Hesychasm3. As far as was possible in such dangerous times, the monks also dedicated themselves to collecting the manuscripts of ancient knowledge, saving them from the destructive raids of the barbarians, and multiply their copies by the artistic hands of the amanuensis monks. Therefore, it can be said that for several centuries the monasteries transmitted the priestly initiatory wisdom (brahmavidyā) and the knowledge of ancient pre-Christian wisdom.​
        Another “ark” that served as mean to survive the barbaric pralaya were the villæ4 (villas), the sumptuous farming estates of the Roman patricians who had taken refuge in the countryside fleeing before the pillage of the cities. The villæ were large fortified palaces which later, as the danger of the invaders rose, turned into real fortresses, castra, and castles, castella5. During the Empire, the Roman patricians who had fortified villas were usually Army chiefs of staff (principes officiorum militiæ) at the order of a general in chief (dux, i.e. duke) or even of the very Imperator. In addition to these, also senior officers (comites, literally comrades, counts) – who accompanied the general as members of Army chief staff led by the princeps – and the vicecomites (i.e. viscounts) – those who could replace the comes (i.e. count) in his absence – could have possessed such structures. That was how the villæ of the Roman patricians, properties of princes, counts and viscounts resisted the barbarian hordes6.​
        In the villa the patrician kept the militiæ formed mainly by knights (equites). To maintain the functionality of their possessions (latifundium) the lord (dominus) welcomed within their walls every type of craftsmen, merchants and peasants. In this way, the transmission of the craftsmen initiations (collegia fabrorum, sskr. śreṇi) were also preserved for centuries, along with their techniques and arts. As for the milites or equites (i.e. the knights), they perpetuated the initiation of the warrior classes (sskr. vīra mārga) as well as the martial, tactical and strategic arts of the Roman Empire. It was inside the villæ that the title of Imperator was retained and transmitted, not as head of state, but as master (sskr. guru) of the martial initiatory ways (magister militum, sskr. rājagurutva)7.​
        The leaders of the barbarian tribes who took control of Italy always remained fascinated by the ancient glory of Rome, the “Eternal City”. They never dared to usurp the Imperial title. They respected the Roman institutions, such as the Consulate and the Senate, even if they were now devoid of any real power. Moreover,  they declared themselves vassals of the Emperor of the Eastern Empire, at least formally. At most, they aspired to be recognized as equals of the patricians. And so it was that Odoacer was recognized as a Roman patrician by the Senate, and when he proclaimed himself King of Italy, the Roman Senate validated his title. However, the ruler of the Heruli eventually sought to expand his dominion in the territories of the Eastern Empire. Therefore, the Emperor of Constantinople ordered Theodoric, barbarian King of the Ostrogoths and general at the orders of the Empire, to march against him. Theodoric defeated and killed King Odoacer and took possession of Italy in the name of the Emperor. Eventually, also Theodoric was recognized as a patrician by the Senate of Rome.​
        The barbarian Kings of Italy constantly tried to fit into the Imperial tradition by securing the services of Roman spiritual masters and warrior masters. However, Odoacer and Theodoric eventually came into conflict with the Latin civilization. They were both followers of the heretical Arian Church and, although at the beginning of their reign they got along with the Pope and the other Catholic bishops, with the passage of time they became more and more hostile.​
        King Theodoric, for example, went so far as to kill his own spiritual master, the Roman senator and consul Severinus Bœthius, and two Popes after imprisoning them. Even the patrician senator Cassiodorus, who was the military master8 of Theodoric, his minister and advisor, had tense relations with the King until he was able to convince him to improve relations with the Catholic Church and with the Senate of Rome. At the death of Theodoric, Cassiodorus remained as councelor of his two successors. When very old, he became a monk and founded the monastery of Vivarium in Southern Italy where he died at the age of ninety-five, not far from where Pythagoras had taught eleven centuries before9. During the time when the elderly Theodoric persecuted the Roman population and the Church of Rome, the Eastern Empire launched an armed intervention to free the territories of the ancient Western Empire from the barbarians10. The Emperor Justinian sent his general (magister militum) Belisarius to Northern Africa, Spain and Italy. The Byzantine expeditions were an extraordinary success: North Africa was subtracted from the Vandals and Southern Spain from the Visigoths. Furthermore, the Italian campaign brought back a large part of the Ostrogoths’ Kingdom under Imperial control. However, the conflict that Byzantium had to endure against Persia on its eastern border made this reconquest ephemeral.
        In the mid-sixth century, the Lombards (or Longobards), expelled from the Balkans by the Byzantine armies, invaded Italy11, overthrowing the Ostrogoth Kingdom. A barbarian people particularly infamous for their ferocity and savagery, they suffered the influence and fascination of Rome more than any other tribe of invaders. After a ruinous beginning, the Longobards soon converted from Arianism to Catholicism, assumed the Latin language as their own and reworked and restored the Roman laws. They were also the first to create a Roman-barbarian style of art. The Lombard King of Italy, who resided in the North, made a donation of several castles to the Pope, thus allowing the Church to establish its temporal power. As a result, an independent state began to take shape, of which the Vatican is the last remnant.
        To justify the foundation of the papal State, in the 9th century the Pope’s scribes forged several documents, among which the most important is the so-called “Donation of Constantine”. According to these documents, the Emperor Constantine had recognized the Pope as head of all the Patriarchates, of the Bishoprics and of the clergy of the East and the West. The Pope would have also been granted a territory as the initial seed of the future papal Dominion. In addition, Constantine would have recognized the superiority of the papal authority over the imperial one. These documents, unquestionably false, were the pretext for all claims of papal supremacy on all Christian Churches, on the Christian Empire, Kingdoms and Princedoms, which in fact has perpetuated until today.
        The situation of the Papacy, of the Catholic hierarchy and of the priests during the centuries of the barbarian invasions was marked by the greatest level corruption and the almost complete ignorance12 of ritual and doctrinal matters. In particular, the priests hideously neglected their duties, taking advantage of the benefits and donations they received from faithful believers and leading a vicious life.​
        Bishops and popes devoted themselves to the most shameless and deceptive policy only to increase their power and wealth. It was this degenerate situation that induced St. Benedict of Nursia to forbid the entry of priests into the monasteries.

        Petrus Simonet de Maisonneuve

        1. The Eastern Empire had as its capital Byzantium, which the Emperor Constantine I renamed Constantinople (the present Turkish city of Istanbul). With the collapse of the Western Empire, the Eastern Roman Empire slowly moved away from its Latin origins, until it adopted Greek as its official language. The same capital, Constantinople, over the centuries, took back the ancient name of Byzantium. The Byzantine Empire still survived for a millennium when, in 1453, it fell under the dominion of the Ottoman Turks.[↩]
        2. At the time of the Emperor Theodosius (379-395) the Christian Church assumed the titles of “Catholic and Orthodox”, that is “universal and with right doctrine”. Later, with the separation of the Latin Church from the Greek one, the first preferred the title of “Catholic” without renouncing to consider itself “Orthodox”; on the contrary, the Greek Church redeemed the title of “Orthodox”, without renouncing to consider itself to be “Universal”.[↩]
        3. From the Greek ἡσυχία (read esykhìa), the path of spiritual peace (sskr. śānta sādhana).[↩]
        4. With the passing of the centuries the villæ gave shelter to a greater number of refugees, transforming into towns.[↩]
        5. Castellum is the diminutive of castrum, military base.[↩]
        6. The authentic origin of feudalism is to be found in the hierarchical and initiatic structure of the Roman Army. The fabrication divulged by the Enlightenment that attributed the birth of the feudal system to the barbaric kingdoms had the sole purpose of representing it as an uncivilized regime opposed to the most civilized forms of bourgeois government as, for example, that of the Terror, the result of the French Revolution.[↩]
        7. We should not be surprised if in the history books there is no mention of the traditional transmission of the villæ, whereas the themes on the monasteries are profusely treated. This is due to the anti-imperial propaganda operated initially by the Church of Rome, later recovered and exacerbated by bourgeois and proletarian ideologies.[↩]
        8. He held the office of comes sacrarum largitionum (Count of sacred donations), maintaining relations with the surviving Latin chivalric organizations.[↩]
        9. Both Severinus Bœthius and Cassiodorus, although both Catholics, continued to transmit the Roman Pythagorean initiation. Moreover, in his youth Severinus Bœthius studied at Alexandria of Egypt where he was initiated into the Neoplatonic school. Both these masters have left important works, such as De consolatione philosophiæ (Initiation to philosophy: in a future chapter we will explain the use of the Latin term consolatio or consolamentum for initiation) by Boethius, and De Anima (On the Soul) by Cassiodorus.[↩]
        10. A specific chapter will be dedicated to the Eastern Empire and the Orthodox Christian religion.[↩]
        11. However, the Byzantine presence remained in many parts of Italy throughout the 8th century, which the Longobards had never been able to eradicate. In fact, for several centuries the Republic of Venice remained as a representative of the presence of the Byzantine civilization in the italic peninsula.[↩]
        12. There were, of course, praiseworthy exceptions, such as the monk St. Benedict of Nursia, the Pope St. Gregory the Great, the hermit St. Calogerus of Sicily and others[↩]

        28. L’Impero Romano e il Cristianesimo

          L’Impero Romano e il Cristianesimo

          Come è stato descritto nel capitolo XIX di questa serie, l’Impero Romano, come istituzione, fu una gerarchia iniziatica che si sovrappose alla Repubblica, senza alterare la struttura di quest’ultima. L’Imperatore era il capo supremo dell’esercito e, allo stesso tempo, era il Gran Maestro delle iniziazioni cavalleresche. Tuttavia solamente un patrizio poteva essere Imperatore e, come tale, egli era anche capo della gerarchia iniziatica sacerdotale e della gerarchia del sacerdozio esteriore. Il primo magistero corrispondeva a Rex Sacrorum, Re di ciò che è sacro, come per esempio i sacrifici1; la seconda carica era quella di Pontifex Maximus, capo delle gerarchie sacerdotali minori che comprendevano i sacerdoti dei templi (sskr. mahānta o semplici pūjārī e arcaka), gli àuguri e gli arùspici. Perciò l’Imperatore rappresentava tutto ciò che era sacro nella religione romana sia a livello esoterico sia a quello essoterico, incarnando la funzione sacerdotale-patrizia e quella guerriera-cavalleresca quale garanzia della regolarità della Republica. L’Imperatore era dunque divino (Divus), perché rappresentava tutto ciò che è sacro2.
          Il rifiuto dei giudei di rendere onore a Roma, compiendo le dovute offerte alle immagini dell’Imperatore, fu ritenuto dai Romani come una ribellione alla missione della Pax Romana. I giudei consideravano che l’unico Re da loro riconosciuto fosse il loro Dio Yehovah, rifiutando in modo esasperato qualsiasi riconoscimento all’autorità dominante3. I cristiani ereditarono dai giudei questo atteggiamento fanatico e perciò incorsero nella medesima malevolenza da parte dell’Impero. Quello che però i Romani non riuscivano ad accettare era il rifiuto dell’omaggio all’Imperatore da parte dei convertiti al cristianesimo. Infatti costoro, che prima portavano fiori e frutta davanti all’immagine dell’Imperatore e accendevano dell’incenso in suo onore, di repente rifiutavano di riconoscerne l’autorità. Questo era considerato un tradimento.
          Sta di fatto che mentre alcuni Imperatori concessero ai giudei l’astensione dall’omaggio imperiale in cambio di un versamento di una tassa4, non perdonarono mai l’atteggiamento dei cristiani convertiti, considerati come traditori e settari eversivi. Roma fu sempre tollerante nei confronti delle religioni dei paesi che aveva conquistato. La religione romana non conosceva il proselitismo e tanto meno il missionarismo5. Fu così che non ebbe le armi per poter difendersi dall’invadenza del proselitismo cristiano. Questo spiega perché periodicamente scoppiassero tumulti popolari contro i cristiani, che le autorità imperiali spesso facevano propri. Tuttavia la propaganda cristiana esagerò di molto la portata di questi avvenimenti6. Già in questa sede si è mostrato che all’epoca dell’Imperatore Nerone il processo contro giudei e cristiani per il grande incendio di Roma si concluse soltanto con la condanna di coloro che confessarono il reato. La seconda “persecuzione” avvenne durante l’Impero di Domiziano (81-96 d.C.). In realtà si trattò di un processo indetto contro alcuni senatori e un console per il tentativo di rovesciare l’Imperatore dal trono. Alle varie accuse politiche si aggiunse anche l’aggravante che gli accusati avessero assunto comportamenti giudaici e forse che fossero dei cripto-cristiani. Le altre “persecuzioni” in realtà dimostrarono la tradizionale tolleranza di Roma verso culti stranieri. Le accuse per fatti concreti dovevano essere suffragate da prove e fu vietata l’accettazione di denunce anonime. Ciò non toglie che in diverse province dell’Impero non si scatenassero dei moti popolari contro i cristiani con l’appoggio non dichiarato dei governatori locali. La vera grande persecuzione avvenne sotto l’Imperatore Diocleziano (284-305 d.C.).
          Ma bisogna comprenderne le ragioni con chiarezza. Diocleziano divenne Imperatore dopo una grave crisi istituzionale dell’Impero. In una cinquantina d’anni si succedettero al trono ventidue Imperatori, in lotta fra loro. L’immenso Impero in quel periodo fu amministrato da innumerevoli piccoli funzionari provinciali che, in mancanza di un forte potere centrale, profittarono per arricchirsi ai danni dei territori sottoposti alla loro autorità.
          Quando venne al potere l’uomo forte, cioè Diocleziano, costui si ritrovò un Impero allo sbando, in bancarotta, con funzionari corrotti, infidi e rapaci. Il suo unico sostegno poteva essere l’esercito che lo aveva acclamato Imperatore. Con pugno di ferro punì i funzionari statali profittatori, calmierò i prezzi che gli speculatori avevano fatto salire alle stelle. Per meglio amministrare l’immenso territorio, divise l’Impero in due parti rette da due Imperatori Augusti. A loro volta gli Augusti divisero la loro metà d’Impero in due ulteriori parti, condividendo la responsabilità di governo con due Imperatori Cesari. I due Augusti e i due Cesari furono chiamati Tetrarchi7.
          Tra le diverse azioni volte a rafforzare l’Impero, Diocleziano riprese anche le persecuzioni dei cristiani. Costoro continuavano a rifiutare l’omaggio all’Imperatore, in un momento in cui era necessaria una forte restaurazione della sua autorità. Inoltre quando l’Imperatore doveva fare affidamento solo sull’esercito, i cristiani si dichiaravano pacifisti e rifiutavano di portare le armi. Contro la struttura della Chiesa, considerata come uno Stato nello Stato, si scatenò l’ira di Diocleziano. Fu soprattutto il suo Cesare, Galerio, che decise di mettere fuori legge la gerarchia sacerdotale e il culto pubblico cristiani. In alcuni casi vi furono dei processi con condanne a morte, ma furono poco numerosi e, comunque, motivati da accuse di tradimento contro lo Stato.
          Bisogna anche aggiungere che la Chiesa prevalente, quella con sede a Roma, ma che godeva anche dell’appoggio delle Chiese delle maggiori città romane, Alessandria, Edessa, Antiochia ecc., in quei primi tre secoli s’era sempre di più allontanata dalle sue origini semitiche, assumendo spesso dottrine, rituali e simboli dalle altre religioni dell’Impero. Questo aveva reso il cristianesimo più accettabile alla sensibilità dei romani, e ormai molti patrizi e cavalieri, che rappresentavano l’élite sociale dell’Impero, si erano fatti battezzare. La crisi dell’Impero dell’epoca precedente a Diocleziano aveva anche rappresentato un momento di tracollo dell’antica religione romana. Gli oracoli si erano spenti e degli antichi santuari Misterici rimaneva in vita soltanto quello di Eleusi. L’originaria religione dei romani evidentemente non aveva saputo adattarsi ai tempi e nessuna personalità sacerdotale (paragonabile a quella funzione che in India è rappresentata da Veda Vyāsa) era apparsa a restaurare le antiche dottrine e rivivificare rituali e sacrifici. Sempre di più i romani si rivolgevano alle religioni e alle vie iniziatiche dei popoli che avevano dominato: la religione egizia con i Misteri Isiaci; i Misteri Caldaici; la religione del Sole Invitto e i Misteri Mithraici di origine persiana;​ la religione druidica, soprattutto nelle regioni settentrionali dell’Impero. In breve la religione romana, che si era volutamente identificata con lo Stato creando così l’Impero, non soddisfaceva più a livello intellettuale ed emozionale. La persecuzione di Diocleziano non portò alcun risultato utile: lo stesso Galerio nel 311 dichiarò il cristianesimo religio licita (religione lecita).
          Nel 313 il nuovo Imperatore Augusto d’Oriente, Costantino I, concedeva al cristianesimo la totale libertà di culto, alla pari con le altre religioni dell’Impero. Poiché, in quanto Imperatore, Costantino8 era anche il Pontefice Massimo, come tale si sovrappose gerarchicamente al vescovo di Roma e a tutti gli altri vescovi e patriarchi cristiani. Fu in quanto Pontefice Massimo che Costantino convocò il Concilio di Nicea, di cui si è trattato nel capitolo precedente, ottenendo l’obbedienza pubblica di tutti i vescovi, papa9 compreso.
          La cristianizzazione dell’Impero portò a una diminuzione di effettivi nell’esercito, poiché i cristiani malvolentieri si prestavano alla vita militare. Per surrogare a queste defezioni, Roma decise di assumere nelle proprie legioni i barbari che erano abitanti delle regioni di confine10. Fu un errore fatale. In questo modo Roma consegnò la sua sicurezza ai suoi peggiori nemici.
          Fu proprio sotto i deboli imperatori cristiani successori di Costantino che i barbari arrivarono a controllare l’esercito romano. L’unico tentativo di restaurazione avvenne con l’Imperatore Giuliano, detto l’Apostata (330-363). Battezzato da bambino, Giuliano abiurò il cristianesimo, assunse la religione romana, si fece iniziare ai Misteri Eleusini e a quelli Mithraici.
          Diventato Imperatore cominciò a epurare i cristiani dai gangli dello Stato e dell’esercito. Grande guerriero e profondo filosofo, Giuliano volle romanizzare i barbari impegnandoli in una serie di imprese vittoriose. In questo modo voleva conquistare la lealtà dei barbari che combattevano assieme a lui. Ma la sua avventura durò poco. Fu ucciso in Persia durante una battaglia, colpito alle spalle, si dice per mano di un cristiano11.
          L’Imperatore Graziano nel 375 rifiutò d’assumere il titolo di Pontefice Massimo. Questo titolo fu immediatamente usurpato dal papa S. Damaso, senza che avvenisse alcuna trasmissione regolare da parte imperiale. Damaso, che la Chiesa definisce “santo”, fu in realtà un individuo bramoso di potere, capace di scatenare qualunque violenza pur di affermare la sua autorità messa in discussione da molti vescovi e dalle loro Chiese. La verità è che, a seguito dell’editto di Costantino, la gerarchia esteriore della Chiesa rapidamente degenerò alla ricerca di ricchezze, privilegi e potere terreno. Questo causò, come conseguenza, una decadenza nella sapienza e nella trasmissione dei riti che raggiunse il suo massimo nel corso del VII secolo. La vera sapienza cristiana si limitò agli eremiti e alle isolate comunità monastiche12.
          L’Imperatore Teodosio (347-395) dichiarò il cristianesimo religione ufficiale dello Stato. Da quel momento furono proibiti l’accesso ai templi degli dei, i sacrifici, e le feste religiose romane. L’antica religione romana fu sprezzantemente definita pagana, dal latino pagus, ossia “rustica” (di campagna o di villaggio).
          Nei primi anni del ‘400 si assisté a un massiccio spostamento della popolazione asiatica degli Unni verso Occidente. Le popolazioni barbare germaniche si misero al riparo dilagando nei territori dell’Europa occidentale, scardinando le strutture amministrative e le difese dell’Impero Romano d’Occidente. Gli Unni arrivarono a minacciare l’Italia e la sua nuova capitale, Milano. L’esercito romano solo con l’aiuto delle orde barbariche, riuscì a respingerli fino al Danubio. La salvezza dell’Impero d’Occidente era dunque anche merito dei barbari. Perciò i barbari furono accolti come salvatori, mentre, in realtà, erano solo degli invasori. I capi dell’esercito romano furono spesso barbari ed è così che Odoacre, re degli Eruli e generale dell’Impero Romano, nel 476 depose l’ultimo Imperatore Romolo Augusto, assumendo il titolo di Re d’Italia13.
          Il tracollo del potere imperiale in Occidente permise così ai popoli barbari di impadronirsi di vasti territori abbandonati a loro stessi. Gli Angli e poi i Sassoni della Britannia, i Visigoti della Spagna, i Vandali della Sardegna e del nord Africa, i Franchi del nord della Gallia, i Burgundi del centro della Gallia, gli Svevi del Portogallo. L’ecumene Imperiale in Occidente era finita.

          Gian Giuseppe Filippi

          1. Dal Re dipendevano i flamina (sskr. brāhmaṇa), detentori delle scienze sacrificali.[↩]
          2. Questa rappresentanza della sacralità era la garanzia della protezione degli Dei sullo Stato. Non è che l’Imperatore si ritenesse un Dio, come sostengono i polemisti cristiani: gli Imperatori sapevano benissimo di essere mortali, ma la protezione degli dei, che essi garantivano all’Impero, li indicava come “divini”. Sta di fatto che nel latino classico anche il santo cristiano era definito Divus. Solamente nel latino medievale prevalse il titolo di Sanctus. D’altra parte, poiché il titolo di “santo” è attribuito a chi dopo la morte ha raggiunto il cielo, non vuol dire che il titolo di “Santità” attribuito al Papa assicuri che costui otterrà la salvezza postuma. Come Dante affermò, l’Inferno ospita molti Papi defunti, anche se in vita furono appellati “Santità”.[↩]
          3. Per la verità essi riconoscevano qualsiasi Re, unto o no, purché fosse giudeo. Ciò dimostra che il rifiuto dell’omaggio all’Imperatore Romano era motivato da semplici ragioni razziali.[↩]
          4. Ciò non toglie che le autorità romane non intervenissero pesantemente contro i giudei in alcuni casi di mistificazione religiosa. Per esempio quando i giudei abitanti a Roma tentarono di diffondere il culto di Giove Sabazio (Juppiter Sabatius) per far dichiarare surretiziamente il sabato giorno di riposo in tutto l’Impero. O come quando i giudei fecero circolare false profezie di una pretesa “Sibilla giudaica”, sulla imminente fine dell’Impero Romano al fine di provocare insicurezza psicologica e instabilità politica.[↩]
          5. Il proselitismo corrisponde al convincimento di altri alla dottrina che si predica. Una volta dimostrata la superiorità di quella dottrina, l’altro accetta di diventare proselito o discepolo di chi lo ha convinto. Tradizionalmente, quando avveniva che un sovrano diventava un proselito, anche il suo popolo seguiva le sue scelte. Il missionarismo invece usa qualsiasi mezzo lecito o illecito per penetrare presso popolazioni diverse, distraendole dai loro culti tradizionali, corrompendone i comportamenti tramite l’aiuto economico, sanitario, educativo o insinuandosi nel contesto sociale e politico, apportando tensioni e divisioni per mezzo di formule di propaganda ricattatorie e coercitive.[↩]
          6. Nel 2011 Giovanni Paolo II consacrò il Colosseo ai martiri cristiani che ivi sarebbero stati dati in pasto ai leoni. Tuttavia non c’è alcuna testimonianza storica né da parte romana né da parte cristiana che possa essere portata a prova che il Colosseo fosse stato teatro di un qualsiasi martirio.[↩]
          7. Miracolosamente questa suddivisione funzionò e non fu mai causa di divisione dell’Impero.[↩]
          8. Se è vero che la madre di Costantino, S. Elena, era cristiana, la conversione di Costantino è sprovvista di ogni prova seria. Egli certamente era seguace della religione persiana del Sole Invitto e iniziato ai Misteri Mithriaci. La sua conversione è affermata soltanto da fonti cristiane apologetiche. È significativo che questi apologeti, come per esempio Lattanzio, narrano della conversione di Costantino, mentre sottaciono che egli, come Pontifex Maximus, fosse la massima autorità per tutte le religioni dell’Impero, riconosciuta tale anche da tutta la gerarchia cristiana.[↩]
          9. È da questo periodo che il vescovo di Roma assunse il titolo di papa, dal greco πάπας (pàpas), padre.[↩]
          10. Con barbari, i romani intendevano non più soltanto gli stranieri, ma le popolazioni che appartenevano a civiltà incolte, prive di religioni spirituali e costumi virtuosi. In massima parte i barbari erano rozzi guerrieri dediti al brigantaggio e alla violenza. Queste popolazioni appartenevano particolarmente al gruppo germanico. Tra essi gli Angli e i Sassoni, i Goti, gli Alemanni, i Franchi, i Vandali, i Burgundi, i Marcomanni, i Gepidi e gli Eruli. A questi vanno aggiunti gli Unni, popolazione centrasiatica di ceppo turco, che svolsero un ruolo scatenante della crisi dell’Impero Romano d’Occidente. A contatto con l’Impero cristiano, i barbari si convertirono alla Chiesa Ariana. Questo fu un ulteriore motivo di frizione con la Chiesa di Roma. Le popolazioni barbariche hanno sempre manifestato una inclinazione spontanea per l’eterodossia. Non a caso ancor oggi le più mutevoli forme di Protestantesimo fioriscono ovunque ci siano anglo-sassoni, germani e scandinavi.[↩]
          11. La leggenda cristiana ha santificato l’assassino dell’Imperatore Giuliano con il nome di San Mercurio.[↩]
          12. I monaci raramente erano anche sacerdoti. La divaricazione tra preti secolari degenerati e monaci autenticamente spirituali raggiunse l’apice quando molte regole monastiche (tra cui quella di S. Benedetto da Norcia) proibirono l’accesso dei preti ai monasteri.[↩]
          13. Romolo Augusto, fatalmente, portava il nome del primo Re e del primo Imperatore di Roma. Il prestigio e la sacralità dell’Impero di Roma, nonostante tutto, impedì a Odoacre di proclamarsi Imperatore. Egli mandò le insegne e i Lari della città di Roma a Costantinopoli, all’Imperatore d’Oriente. In questo modo l’Imperatore Zenone ritornò a essere, almeno teoricamente, l’unico sovrano dell’Impero d’Oriente e d’Occidente.[↩]

          28. The Roman Empire and Christianity

            The Roman Empire and Christianity

            As previously described in chapter XIX of this series, the Roman Empire, as an institution, was an initiatic hierarchy that overlapped the Republic, without altering the structure of the latter. The Emperor was the supreme head of the army and, at the same time, was the Grand Master of chivalric initiations. However, only a patrician could become Emperor and, as such, he was also the head of both the priestly initiatic hierarchy and the hierarchy of the exterior priesthood. The first magisterial power corresponded to Rex Sacrorum, King of the sacred, as for example the sacrificial affairs1; the second charge was that of Pontifex Maximus, head of the minor priesthood hierarchies that included the temple priests (sskr. mahānta or simple pūjārī and arcaka), the àugures and the harùspices. Therefore, the Emperor represented all that was sacred in Roman religion, both at the esoteric and the exoteric levels, embodying both the priestly-patrician function and the warrior-chivalric one as guarantee of the regularity of the Republic. The Emperor was therefore divine (Divus) because he represented all that is sacred2.
            The Jews’ refusal to honor Rome by making due offers to the images of the Emperor was considered by the Romans to be a rebellion against the mission of the Roman Peace (Pax Romana). The Jews considered that the only King recognized by them was their God Yehovah, rejecting in an exasperated way any recognition of the dominant authority3. The Christians inherited this fanatical attitude from the Jews and therefore incurred the same malevolence of the Empire. What the Romans could not accept was the refusal of the converts to Christianity to pay homage to the Emperor. In fact, they, who first brought flowers and fruit in front of the image of the Emperor and lit incense in his honour, suddenly refused to recognize its authority. This was considered a betrayal.
            Even though several Emperors granted to the Jews the abstention from the imperial homage in exchange for the payment of a tax4, they never forgave the converted Christians for their stance, considering them as traitors and subversive sectarians. Rome was always tolerant of the religions of the conquered lands. Roman religion never knew neither proselytism nor missionarism5, so much so that it did not have the weapons to defend against the invasion of Christian proselytism. This explains why periodic riots broke out against Christians, which the Imperial authorities made their own. However, Christian propaganda greatly exaggerated the scope of these events6. We have already clarified that at the time of Emperor Nero the trial against Jews and Christians for the great fire of Rome ended only with the condemnation of those who confessed the crime. The second “persecution” occurred during Domitian’s Empire (81-96 AD). In reality this was a trial against several Senators and a Consul for trying to overthrow the Emperor from the throne. In addition to the various political accusations there were also aggravating circumstances indicating that the accused had assumed Jewish behaviours and that perhaps they were Crypto-Christians. The other “persecutions” actually demonstrated the traditional tolerance of Rome towards foreign cults. The accusations for concrete offences had to be supported by evidence. Furthermore, anonymous complaints were not accepted. This does not mean that in many provinces of the Empire did not arise popular movements against Christians with the undeclared support of the local governors. The real great persecution came under the Emperor Diocletian (284-305 AD).
            However one must first understand the reasons behind it. Diocletian became Emperor after a serious institutional crisis of the Empire. In fifty years, twenty-two Emperors succeeded one another after fierce strife and bloodshed. The immense Empire at that time was administered by countless small provincial officials who, in the absence of a strong central power, took advantage of the situation to enrich themselves by indiscriminately exploiting the territories and the resources under their jurisdiction.
            When the strong man came to power, that is, Diocletian, he found himself in a disarrayed and bankrupt empire, in the hands of corrupt, treacherous and rapacious officials. The only support he had was from the army that had acclaimed him as Emperor. With an iron fist, he punished the profiteering civil officers, he set price ceilings wherever they had been skyrocketed by speculators. To better govern the immense territory, he divided the Empire into two parts ruled by two Augusti Emperors. In turn the Augusti divided their halves of the Empire into two further parts, sharing the responsibility of government with two Cæsares Emperors. The two Augusti and the two Cæsares were called Tetrarchs7.
            Among the various actions that Diocletian took to strengthen the Empire there was the resumption of the persecution of the Christians. They continued to refuse homage to the Emperor at a time when a strong restoration of his authority was needed. Moreover, when the Emperor could only rely on the army, those who were Christian declared themselves pacifists and refused to carry arms. The wrath of Diocletian was then unleashed against the structure of the Church, which was seen as a state within the state. It was especially his Caesar, Galerius, who decided to outlaw the priestly hierarchy and the Christian public worship. In some cases there were indeed trials that ended with death sentences, but they were few in number and, in any case, motivated by accusations of treason against the State.
            We must also add that in these first three centuries the prevailing Church, the one based in Rome, which also enjoyed the support of the Churches of the most important cities of the Empire, such as Alexandria, Edessa, Antioch, etc., had increasingly moved away from its Semitic origins, often integrating doctrines, rituals and symbols from other religions of the Empire. This had made Christianity more agreeable to the Roman palate, eventually resulting in the baptism of numerous patricians and knights who represented the social elite of the Empire. In addition, the crisis of the Empire of the period before Diocletian coincided with a moment of collapse of the ancient Roman religion. The oracles had gone out, and of the ancient Mysteric sanctuaries only Eleusis survived. The original religion of the Romans evidently had not been able to adapt to the times. No priestly personality (comparable to that function which is represented in India by Veda Vyāsa) had appeared to restore the ancient doctrines and to revive rituals and sacrifices. The Romans turned more and more to the religions and initiatic ways of the peoples they had dominated: the Egyptian religion with the Isis Mysteries; the Chaldean Mysteries; the cult of the Unconquered Sun (Invictus Sol) and the Mithraic Mysteries of Persian origin; the Druidic religion, especially in the northern regions of the Empire.
            In short, Roman religion, which had deliberately identified itself with the State with the purpose of creating the Empire, was no longer satisfactory at the intellectual and emotional levels. The persecution of Diocletian did not bring any useful results, and in 311 AD the very Galerius had no option but to declare Christianity religio licita (licit religion).
            In 313 AD the new Emperor Augustus, Constantine I, restored to Christianity the total freedom of worship, on a par with the other religions of the Empire. As Emperor of Rome, Constantine8 was also the Supreme Pontiff, and in this capacity he hierarchically placed himself above the bishop of Rome and all the other bishops and Christian patriarchs. It was as Pontifex Maximus that Constantine convened the Council of Nicaea, referred to in the previous chapter, obtaining the public obedience of all the bishops, including the pope9.
            The Christianization of the Empire led to a decrease in the number of soldiers in the army, as Christians unwillingly lent themselves to military life. To replace these defections, Rome decided to enlist in its legions the barbarians from the regions at the border of the Empire10. This was a fatal mistake. By doing so Rome left the security of the State in the hands of its worst enemies.
            It was precisely under the weak Christian Emperors successors of Constantine that the barbarians came to control the Roman army. The only attempt at restoration took place with the Emperor Julian, called the Apostate (330-363). Baptized as a child, Julian abjured Christianity, assumed the Roman religion and was initiated into the Eleusinian Mysteries and the Mithraic Mysteries.
            After becoming Emperor he began to purge the Christians from the heart of the State and the army. Great warrior and profound philosopher, Julian wanted to Romanize the barbarians by engaging them in a series of victorious enterprises. In this way he wanted to conquer the loyalty of the barbarians who fought with him. But his adventure did not last long. He was killed in Persia during a battle, struck from behind by a Christian, or so goes the story11.
            In 375 AD, the Emperor Gratian refused the title of Pontifex Maximus (Supreme Pontiff). This title was immediately usurped by Pope St. Damasus, without any regular transmission from the imperial side. Damasus, whom the Church calls “saint”, was in fact an individual eager for power, capable of unleashing any violence in order to affirm his authority, which was questioned by many bishops and by their Churches. The truth is that following the edict of Constantine, the exterior hierarchy of the Church quickly degenerated in the pursuit of wealth, privileges and earthly power. This resulted in a decline in the wisdom and transmission of the rites that reached its apogee during the 7th century. True Christian wisdom was limited to hermits and isolated monastic communities12.
            It was under the Emperor Theodosius (347-395) that Christianity was declared official religion of the State. From that moment, all access to the temples of the gods, sacrifices, and Roman religious feasts were forbidden. The ancient Roman religion was contemptuously called pagan, from the Latin word pagus or “rustic” (country or village).
            In the early 4th century there was a massive shift of the Asian population of the Huns to the West. The Germanic barbarian populations took refuge in the territories of west Europe, demolishing the administrative structures and defenses of the Western Roman Empire. The Huns came to threaten Italy and its new capital, Milan. The Roman army alone with the help of the barbarian hordes managed to drive the Huns back to the Danube. The welfare of the Western Empire was therefore preserved also thanks to the contribution of the barbarians who were welcomed as saviours, when in reality they were only another invader. Even leaders of the Roman army were often barbarians. And so it was that Odoacer, kKing of the Heruli and general of the Roman Empire, deposed in 476 AD the last Emperor Romulus Augustus, assuming the title of King of Italy13. Thus, the collapse of the Imperial power in the West allowed the barbarian peoples to seize vast abandoned territories: first the Angles and then the Saxons in Britain, the Visigoths in Spain, the Vandals in Sardinia and North Africa, the Franks in the north of Gaul, the Burgundians in the center of Gaul, the Swabians in Portugal. The Imperial ecumene in the West was over.

            ​Gian Giuseppe Filippi

            1. The flamina (sskr. brāhmaṇa), holders of the sacrificial sciences, depended on the King.[↩]
            2. This representation of the sacredness was the guarantee of the protection of the Gods on the State. It is untrue that the Emperor considered himself a God, as the Christian polemists claim. The Emperors knew very well they were mortal, but the protection of the Gods that they guaranteed to the Empire indicated them as “divine”. As a matter of fact, in classical Latin also the Christian saint was called divus. Only in medieval Latin the title of sanctus eventually prevailed over the former. On the other hand, since the title of “saint” is attributed to those who after death has reached heaven, it does not mean that the title of “Holiness” attributed to the Pope assures that he will obtain posthumous salvation. As in Dante’ Divine Comedy, Hell is home to many passed Popes, even if in life they were called “Holiness”.[↩]
            3. In truth, they recognized any King, whether he was anointed or not, as long as he was a Jew. This shows that their refusal to pay homage to the Roman Emperor was indeed motivated by simple racial reasons.[↩]
            4. This does not mean that Roman authorities did not intervene heavily against the Jews on several cases of religious mystification. For example, when the Jews of Rome tried to spread the cult of Jupiter Sabatius with the surreptitious purpose of having the Sabbath day declared as rest day all over the Empire. Or when the Jews circulated false prophecies of an alleged “Jewish Sybil” who predicted the imminent end of the Roman Empire only with the objective of provoking psychological insecurity and political instability.[↩]
            5. Proselytism corresponds to the conviction of one to the doctrine being preached by someone. Once the superiority of that doctrine is demonstrated, the former accept to become proselyte or disciple of the latter who has convinced him. Traditionally, when a sovereign happened to became a proselyte, his people too followed his choice. However, missionarism uses any legal or illegal means to penetrate different populations and to distract them from their traditional cults by corrupting their behavior through economic, health, educational assistance, or creeping into their social and political context, bringing tension and division by means of blackmail and coercive propaganda.[↩]
            6. In 2011, Pope John Paul II consecrated the Colosseum to the Christian martyrs who allegedly were given to the lions there. However, there is no historical testimony from either the Roman or the Christian side proving that the Colosseum was the scene of any martyrdom.[↩]
            7. Miraculously, this arrangement proved very successful and was never the cause of the disunity of the Empire.[↩]
            8. If it is true that the mother of Constantine, St. Helena, was a Christian, the conversion of Constantine is devoid of any serious evidence. He certainly was a follower of the Persian religion of Invictus Sol and initiated into the Mithriac Mysteries. His conversion is affirmed only by apologetic Christian sources. It is significant that these apologists, as for example Lattantius, narrate the conversion of Constantine while they remain silent about his function as Pontifex Maximus, which was the highest authority for all the religions of the Empire and recognized as such by the entire Christian hierarchy.[↩]
            9. It is from this period that the bishop of Rome assumed the title of Pope, from the Greek πάπας (pàpas), father.[↩]
            10. With the term barbarians, the Romans meant no longer only foreigners, but also populations that belonged to uncultivated civilizations, devoid of spiritual religions and virtuous customs. For the most part, the barbarians were crude warriors dedicated to brigandage and violence. These populations belonged particularly to the Germanic group. Among them the Angles and the Saxons, the Goths, the Alemanni, the Franks, the Vandals, the Burgundians, the Marcomanni, the Gepids and the Heruli. To these must be added the Huns, a Central Asian population of Turkish stock that played a significant role in the crisis of the Western Roman Empire. In contact with the new Christian Empire, the barbarians were converted to the Aryan Church. This was a further reason for friction with the Church of Rome. The barbarian populations had always manifested a spontaneous inclination for heterodoxy. It is not by chance that even today the most mutable forms of Protestantism flourish wherever there are Anglo-Saxons, Germans and Scandinavians.[↩]
            11. The Christian legend sanctified the murderer of the Emperor Julian with the name of “Saint Mercury”.[↩]
            12. Only rarely were the monks also priests. The divergence between degenerate secular priests and authentically spiritual monks reached its peak when numerous monastic rules (including that of St. Benedict of Nursia) prohibited the access of priests to monasteries.[↩]
            13. Romulus Augustus, fatally, bore the name of the first King and first Emperor of Rome. Despite everything, the prestige and sacredness of Roman Empire prevented Odoacer from proclaiming himself an Imperator. He then sent the insignia and the Lares (ancestors images) of the city of Rome to Constantinople, to the Emperor of the East. With this symbolic gesture, the Emperor Zeno returned to be, at least theoretically, the only ruler of both the Eastern and Western Empire[↩]