6 Novembre, 2017

15. L’Odissea

L’Odissea

Il secondo Poema di Omero, l’Odissea (Ὀδύσσεια, leggi Odỳsseia), racconta i viaggi per mare di Ulisse (Ὀδυσσεύς, leggi Odyssèus), l’eroe greco che dopo la distruzione di Troia cercò di far ritorno al suo regno, l’isola di Itaca.
Da un punto di vista profano e superficiale, il Poema è generalmente considerato come un semplice racconto di avventure. Tuttavia, l’Odissea racconta anche in forma simbolica e talvolta enigmatica, il difficile e faticoso viaggio interiore di Ulisse volto a ristabilire la purezza mentale che aveva l’umanità alle origini.
Odisseo lasciò Itaca per prendere parte alla Guerra di Troia e alla fine di dieci anni di combattimenti, dopo la distruzione di quella città, partì da quei lidi con le sue dodici navi per far ritorno a casa. Quando l’isola era già stata avvistata, i venti però lo spinsero lontano in direzione dell’Oceano Atlantico e così per dieci anni Ulisse andò alla deriva sul mare vivendo avventure inimmaginabili, oltre qualsiasi normale esperienza umana, come comprova il suo viaggio al regno dei morti che è costellato da tutta una serie di eventi favolosi.
Durante le sue numerose disavventure, l’astuto (πολύμητις, leggi polỳmetis) eroe greco ricevette sempre la protezione di Atena, la Dea della conoscenza e dell’arte (ἒντεχνος σόφία, leggi entèkhnos sofìa), mentre Poseidone, il dio del mare, gli fu sempre ostile. Le avventure di Ulisse e dei suoi guerrieri sono sempre affascinanti perché suscettibili di numerose interpretazioni simboliche.
Tra queste, un’altra molto famosa è quella del suo sbarco sull’isola dei Ciclopi, dove l’eroe rischiò di essere divorato con tutti i suoi compagni da Polifemo, figlio di Poseidone. Grazie alla sua proverbiale astuzia Odisseo riuscì a salvare se stesso e la maggior parte dei compagni accecando il Ciclope; ma in questo modo attirò l’ira del Dio.
Scampato al Ciclope, approdò all’isola dei Lestrigoni, giganti mangiatori di uomini, dove perse undici navi con tutti gli equipaggi. In seguito, arrivò all’isola di Eea, dimora di Circe, un’incantatrice che con la magia trasformava gli uomini in animali. La strega però si innamorò di Ulisse e così i suoi guerrieri, che erano stati trasformati in maiali, riacquistarono la loro forma umana. È dopo aver lasciato Circe che Ulisse raggiunse il Regno dei Morti dove ricevette istruzioni su come poter fare ritorno a casa. Passò quindi vicino a una spiaggia dove sentì le canzoni pericolosamente incantevoli delle Sirene.
Quando raggiunsero l’Isola del Sole, i greci vi sbarcarono affamati e così uccisero e si nutrirono delle sacre vacche del Dio (del Sole). Zeus, irato per il sacrilegio compiuto, scatenò una tempesta e affondò la nave. Tutti morirono tranne Odisseo che raggiunse l’isola di Ogigia, “dov’è l’ombelico del mare”, come dice Omero: per sette lunghi anni, l’eroe fu ivi trattenuto in dolce prigionia dalla ninfa Calipso(Καλυψώ, leggi Kalypsò).
Alla fine, gli Dei decisero che il Fato doveva compiersi e acconsentirono che l’eroe finalmente potesse raggiungere la sua destinazione: Calipso accettò la decisione a malincuore e obbedì alla volontà di Zeus permettendo a Odisseo di salpare su una zattera. Contravvenendo alla volontà del Re degli Dei, Poseidone scatenò una nuova tempesta contro Ulisse che fece nuovamente naufragio. Anche questa volta sopravvisse e approdò all’isola dei Feaci (Φαίακες, leggi Fàiakes) che lo aiutarono a tornare a casa. L’isola dei Feaci era chiamata Skheria (Σχερία, leggi Skherìa, “Perenne”, equivalente del sanscrito Sanātana), una terra felice dove la natura produceva sempre fiori e frutti: in realtà Skheria appare come una variante dei Campi Elisi. Dodici Re governavano quest’isola e un tredicesimo regnava su tutti. Veleggiando sulla cresta delle onde con una nave feacia (simile a un vimāna), Odisseo finalmente sbarcò a Itaca, ma non conoscendo la situazione in cui si trovava il suo regno, preferì rimanere in incognito.
Il porcaro Eumeo lo ospitò nella sua umile casa e gli rivelò che, seppure fossero trascorsi vent’anni dalla partenza del marito, la fedeltà di Penelope nei suoi confronti era rimasta sempre inalterata, malgrado fosse costantemente molestata dai pretendenti (Proci) che la volevano costringere a nuove nozze con uno di loro. I Proci erano giovani principi, prepotenti e arroganti che volevano impossessarsi dell’isola sposandone la Regina; nel frattempo vivevano nel palazzo reale di Odisseo dilapidando le sue ricchezze.
Durante una competizione con l’arco, Odisseo manifestò la sua vera identità e massacrò tutti i pretendenti: il palazzo fu finalmente liberato ed egli si riunì a Penelope. Così fu restaurato l’ordine che deve governare l’esistenza umana.

Nel Poema, Penelope è sempre descritta come prudente, la più saggia delle donne e rappresenta quella mai dimenticata Conoscenza, celata nel cuore di Ulisse.

Il ritorno a casa, quindi, sancisce il raggiungimento della purificazione interiore di Ulisse e la restaurazione dell’Età dell’Oro a Itaca; il che ricorda il regno ideale di Rāma quando fece ritorno ad Ayodhyā.

Tuttavia, una profezia aveva annunciato che Ulisse avrebbe dovuto ripartire per un ultimo viaggio portando un remo sulle spalle: la sua peregrinazione si sarebbe conclusa solo quando, in una terra lontana, un uomo, non riconoscendo il remo; avesse affermato che Odisseo stava portando sulla spalla un bastone per battere il grano. Questa predizione corrisponde all’annuncio del conseguimento di un grado di realizzazione superiore. Infatti, il bastone da spulatura simboleggia la separazione dell’eroe da tutti i limiti, gli ostacoli e da ogni legame transitorio.

Da questo passaggio dell’Odissea si evince che in tempi molto remoti c’erano due diversi percorsi iniziatici: Piccoli Misteri e Grandi Misteri e, ai tempi di Omero, chi ascoltava la poesia epica, ne comprendeva il significato. Ma non molto tempo dopo, questa conoscenza fu privata del suo significato originale, perdendo così la sua dimensione metafisica. Malgrado tutto però, sebbene l’Odissea sia molto più simbolica e iniziatica dell’Iliade, anche in questo Poema non c’è una sezione specificamente sapienziale.

Durgādevī

15. The Odyssey

The Odyssey

The second Poem of Homer, the Odyssey (Ὀδύσσεια, read Odǘsseia), relates the sea travels of Odysseus (Ὀδυσσεύς, read Odüssèus), the Greek hero returning to his Kingdom, the island of Ithaca, after the destruction of Troy.
From a profane and superficial point of view, the Poem is generally considered as a simple account of adventures. However, the Odyssey also tells in a symbolic and sometimes enigmatic form the difficult and tiring inner journey of Odysseus in order to restore the mental purity of the original humanity.
Odysseus left Ithaca to take part in the Troy War. After ten years of war, he departed from the Trojan shore with his twelve ships to return back home. When the island was already in sight, winds pushed him far off in the direction of the Atlantic Ocean. For ten years Odysseus drifted on the sea out of any normal human experience. His journey to the reign of the dead is described in a succession of fabulous events.
Throughout his numerous misadventures, the astute (πολύμητις, read polǘmetis) Greek hero always received the protection of Athena, the Goddess of knowledge and art (ἒντεχνος σόφία, read entèkhnos sofìa). On the contrary, Poseidon, the God of the sea, always remained hostile to him. The adventures of Odysseus and his warriors are fascinating and susceptible to symbolic interpretations. Among them it is famous his landing on the island of the Cyclops where the hero risked being devoured with all his comrades by Polyphemus, son of Poseidon. Thanks to his proverbial artfulness Odysseus managed to save himself and most of companions by blinding the Cyclopes, but in this way he attracted the wrath of the God.​
Then he arrived to the island of the Laestrygonians, man-eating giants, where he lost eleven ships with their crew. Later he landed on the island of Eeas, abode of Circe, an enchantress who turned men into animals by magic. The sorceress, however, fell in love with Odysseus and so his warriors, who had been turned into pigs, regained their human form. After leaving Circe, Odysseus descended to the Realm of the Dead where he received clues on how to return home. He then passed near a shore where he heard the dangerously charming songs of the Sirens. Hungry, the Greeks reached the island of the Sun, where they killed and fed on the sacred cows to the God. Zeus, angry for the sacrilege casted a storm upon the crew and sank the ship. All died except Odysseus.​
The castaway then reached the island of Ogigia, “where is the navel of the sea”, as Homer says. There, for seven long years, the hero was kept in sweet imprisonment by the nymph Calypso (Καλυψώ, read Kalüpsò).​
Finally the Gods decided that Fate could no longer wait: it was determined that the hero would eventually reach his destination. It was, therefore, necessary to intervene. Calypso reluctantly obeyed Zeus’s will and allowed the hero to set sail on a raft. However Poseidon sent a storm against the will of the King of the Gods, and Odysseus shipwrecked once again. However he survived it and landed on the island of the Phaeacian people, (Φαίακες, read Fàiakes), who helped him to return home. The Phaeacian island was called Skheria (Σχερία, read Skherìa, the perennial one, sskr. sanātana), a happy land where nature always produced flowers and fruits, which in fact was the very Elysian Fields. Twelve Kings ruled the island, and a thirteenth one reined over all of them. Flying over the waves with a Phaeacian ship (similar to a vimāna) Odysseus finally landed at Ithaca, but, not knowing the situation of his kingdom, he preferred to remain incognito.​
The swineherd Eumaeus hosted him in his humble home and revealed that, even after twenty years of absence, the fidelity of Penelope to her husband had always remained untouched. She was constantly harassed by suitors (Proci), who were forcing her to marry one of them. The Proci were young, overbearing and arrogant princes who wanted to take over the island by marrying the Queen. In the meantime, they were living in the Odysseus’ Royal Palace, dilapidating his wealth. During a competition with the bow, Odysseus massacred all the suitors. The Palace was finally set free and he reunited with Penelope. The order was restored according to the laws that should govern human existence.
In the Poem, Penelope is always described as wise, the wisest of women. She represents the Knowledge located in the heart of Odysseus, who has never forgotten her.
The return to home marks the achievement of the inner purification of Odysseus and the restoration of the Golden Age in Ithaca. This resembles the ideal kingdom of Rāma when he returned to Ayodhyā.​
However, a prophecy predicted that Odysseus had to depart again for one last journey carrying an oar on his shoulders. His peregrination would have been completed only when, in a faraway land, a man, not recognizing the oar, affirmed that he had on his shoulder was not an oar but a winnowing stick for wheat. In this way, a further degree of realization was prophesied to him. In fact, the winnowing stick symbolizes the separation of the hero from all the limits and obstacles: so any transient tie should be cut.
From this passage of the Odyssey we can argue that in very remote times there were two different initiatic paths: Small Mysteries and Great Mysteries. In Homeric times those listening to epic poetry would understand such meaning. But in the immediate aftermath, that knowledge was deprived of its original meaning finally losing its metaphysical dimension. However, even if the Odyssey is much more symbolic and initiatic than the Iliad, here too any truly sapiential section remains absent.

Durgādevī