24 Luglio, 2017

10. La Civiltà greca: il lato luminoso (II)

La Civiltà greca: il lato luminoso (II)

Quello che corrisponde al “lato luminoso” della civiltà greca è il risultato di evidenti raddrizzamenti dovuti all’influenza iperborea su questa società di origine atlantidea. Gli antichi storici greci raccontano infatti di varie e misteriose visite compiute in Grecia da emissari iperborei provenienti dal nord. Occorre però considerare questa rettifica sotto due prospettive. La prima riguarda la società greca e la sua religione esteriore, vale a dire l’essoterismo. La seconda concerne l’aspetto iniziatico rappresentato dai Misteri, ovvero l’esoterismo. Ricordiamo al lettore che questa dicotomia di cui parliamo è caratteristica non solo della Grecia arcaica, ma anche di tutte le altre civiltà, religioni e nazioni apparse in Europa durante tutto il corso di questa Età del Ferro.

Essoterismo: Aristotele (384-322 a.C.), il famoso filosofo ellenico, ci dice che i greci concepivano tre tipi di regime politico: monarchia, aristocrazia e democrazia.
La Monarchia era il più antico regime politico e già ai suoi tempi le città greche erano amministrate esclusivamente da governi aristocratici o democratici. Il filosofo formulò la teoria per cui i regimi politici col tempo potessero degenerare; così la monarchia, lo Stato governato da un unico Re (Βασιλεύς, leggi basilèus), poteva trasformarsi in una tirannia, un regime guidato da un despota al di fuori di qualsiasi controllo e sottomissione alla legge. Come bilanciamento a questo tipo di degenerazione, si sarebbe potuto costituire un regime aristocratico, composto da nobili, gli aristocratici appunto, che nella lingua greca significa “uomini migliori” (ἄριστοι, leggi àristoi). Ma anche l’Aristocrazia avrebbe potuto successivamente degenerare e convertirsi in oligarchia, il governo di pochi individui che tiranneggia sulla maggioranza delle persone. In questo caso con una ribellione il popolo (δῆμος, leggi démos) avrebbe potuto conquistare il governo della città, dando vita così al regime della Democrazia. A sua volta però, anche questa forma di governo avrebbe potuto degenerare in demagogia (manipolazione di persone) allorquando un capo regolarmente eletto, fosse riuscito a farsi adorare dal popolo, divenendo una sorta di dittatore.
Non ci sono dati certi sulle monarchie dell’antica Grecia, perché all’epoca in cui si iniziò a produrre documenti scritti, le monarchie erano quasi del tutto scomparse. Le uniche notizie si hanno dalla mitologia e dalla poesia epica. Il Re aveva un potere assoluto ed era circondato da uomini saggi (σoφοí, leggi sophòi) e da veggenti (μάντεις, leggi mànteis), consiglieri di rango sacerdotale che officiavano le ritualità sacrificali. Queste funzioni scomparvero nel periodo storico. In Grecia infatti, sotto i regimi aristocratici e democratici, non esisteva più una vera casta sacerdotale. Il sacerdozio era aperto a qualsiasi persona, uomo o donna appartenente a qualsiasi classe sociale. Di solito gli uomini servivano nei templi degli Dei e le donne nei templi delle Dee. I sacrifici consistevano in oblazioni di latte, miele, acqua, olio d’oliva o in offerte delle primizie dell’agricoltura. Fu mantenuto anche il sacrificio del toro, dell’ariete o della capra e le vittime venivano immolate all’apertura di ogni festa religiosa o pubblica. Per tale ragione la carne veniva mangiata solennemente dal donatore e dai capi della comunità, mentre le parti non commestibili, le ossa, il grasso, i tendini, le corna, gli zoccoli e altro, venivano offerte agli Dei sul fuoco dell’altare. Sappiamo comunque che questi crudeli sacrifici erano di origine atlantidea, poiché erano stati istituiti da Prometeo, il fratello di Atlante.
Se la casta sacerdotale col tempo scomparve, le altre classi sociali si mantennero. La casta aristocratica dei guerrieri, chiamata cavalieri (ἱππείς, leggi hippéis), era la più alta, anche se con lievi differenze d’importanza a seconda delle leggi delle varie città-stato. Poi c’erano i mercanti (οἵ ἐκ τῆς ἀγορᾶς, leggi hòi ek tes agoràs, quelli “della Piazza del Mercato”), suddivisi in diverse categorie a seconda della loro ricchezza. Nobili e mercanti erano cittadini a pieno titolo e godevano di tutti i diritti civili e religiosi. Gli stranieri e gli schiavi al contrario non avevano alcun diritto sia sotto i regimi aristocratici sia in quelli democratici.
I Templi erano dedicati agli Dei celesti, agli Dei ctoni (quelli sotterranei) o agli Antenati. Nel periodo classico (VI-IV secolo a.C.) comparvero anche templi dedicati agli eroi dell’Età del Bronzo, in particolare al semidio Eracle; i semidei erano la progenie di un Dio o una Dea e un essere umano.
Ogni città fu consacrata in particolare a un Dio, il cui tempio si trovava nella piazza centrale. Gli altri templi della città erano considerati meno importanti, anche se dedicati a divinità più potenti dello stesso Dio Protettore (πολιάς, leggi polìas, cioè nagaradaivata). Inoltre, nelle città potevano esserci templi dedicati alla stessa Divinità, ma considerata sotto aspetti diversi e con attributi differenti, come succede ancora oggi in India. Tutti i giovani che si sentivano attratti dal servizio in un tempio, indipendentemente dal loro rango familiare, lo frequentavano e assistendo i sacerdoti e imparando i rituali locali, venivano infine consacrati sacerdoti. I templi più prestigiosi erano quelli che ospitavano un Oracolo. Il sacerdote o la sacerdotessa principali di tali templi, in certe occasioni erano posseduti (āviṣṭa) dal Dio e quindi erano un medium in grado di rispondere alle domande della gente. Solo in quei pochi, ma influenti templi oracolari, fu conservata la casta sacerdotale greca: infatti i sacerdoti di ciascun oracolo, discendevano tutti da un unico antenato primordiale. Il più antico di quei Templi era l’oracolo di Zeus a Dodona, nell’Epiro (oggi in Albania), di origine pelasgica (cioè atlantidea). Tutti gli altri, più recenti, erano principalmente oracoli del dio iperboreo Apollo, a Tebe, in Licia e a Delfi; abbiamo già menzionato in precedenza quest’ultimo, senza dubbio il più famoso in assoluto. Per qualsiasi questione di ordine superiore veniva consultato il Dio: si decidevano così la pace o la guerra, la fondazione di una nuova città o il cambiamento delle leggi. Nel suo libro Il tramonto degli oracoli (De defectu oraculorum), il sacerdote greco Plutarco (46-125 d.C.) narra che nel primo secolo d.C., l’equipaggio di una nave che andava dall’Egitto a Roma, udì una voce potente provenire dal mare, che annunciava:

Il grande Dio Pan è morto!”.

Questa notizia si diffuse rapidamente in tutto l’Impero Romano. Da quel momento tutti gli Oracoli degli Dei greci gradualmente scomparvero, come se quella voce avesse annunciato la conclusione ciclica della Tradizione Ellenica.
I riti avevano lo scopo di ottenere risultati immediati in questo mondo o di garantire il raggiungimento di una condizione piacevole dopo la morte. L’attaccamento alla vita degli antichi greci era tale, che consideravano il destino postumo come qualcosa di triste. Ritenevano, infatti, che le anime dei morti soffrissero sempre, rimpiangendo il dolce ricordo della vita terrena. Solo chi aveva avuto un’iniziazione (dīkṣā), poteva ambire al raggiungimento di una condizione di beatitudine. Questo argomento lo affronteremo nel paragrafo successivo dedicato all’esoterismo.
Di grande importanza erano i miti, tramandati da cantori-poeti (ἀοιδός, leggi aoidòs, sskrt. mahākavi) durante le feste o rappresentati come drammi nei teatri. Il mito svolse un ruolo importante nell’insegnamento etico e civico, tuttavia il suo significato simbolico rimase fuori dalla portata della maggioranza delle persone. Solo nell’ambiente esoterico era possibile trovare le chiavi per comprendere questi miti e di conseguenza accedere ai gradi di realizzazione della via iniziatica (sādhanā). Ma anche questo argomento verrà trattato nei prossimi capitoli.

D. K. Aśvamitra

10. The Greek Civilization: The bright side (II)

The Greek Civilization: The bright side (II)

The “bright side” of Greek civilization is the result of positive adjusts due to the Hyperborean influence on Greek society of Atlantean origin. Ancient Greek historians, in fact, tell the several mysterious visits to Greece by Hyperborean emissaries coming from the North. However, this correction has to be considered from two angles. The first point of view concerns Greek society and its exterior religion, that is to say, Exoterism. The second one is the initiatic side represented by the Mysteries: Esoterism. We remind the reader that this dichotomy we are speaking of, is characteristic not only of archaic Greece, but also of all the other civilizations, religions and nations that appeared in Europe during the Iron Age.

Exoterism: Aristotle (384-322 BC), the famous Hellenic philosopher, tells us that the Greeks  conceived three kinds of political regime: Monarchy, Aristocracy and Democracy. The Monarchy was the oldest political regime, while at his time Greek cities were administered exclusively by aristocratic or democratic governments. Greek thought that political regimes could, over time, degenerate. Thus Monarchy, the rule of a single King (Βασιλεύς, read basilèus), could turn in to Tyranny, a regime controlled by a despot outside any control of laws. As a reaction against that degeneration, it could be formed an aristocratic regime, composed by noblemen, the aristocrats, that Greek language means the “best men” (ἄριστοι, read àristoi). But even Aristocracy could later degenerate into Oligarchy, the government of a few individuals, which is a Tyranny of a small number of people. Even in this case a rebellion could lead the people (δῆμος, read démos) to the Government of the city, thus forming a democratic regime. In its turn Democracy too could degenerate into Demagogy (lit. people manipulation) when a duly elected leader, by succeeding to be worshiped by the people, becomes a dictator.
There are no certain data about the Monarchies of ancient Greece, because when written documents began to be produced, Monarchies were almost disappeared. The only news are from mythology and epic poems. The King had all the power and was surrounded by wise men (σoφοί, read sophòi) and seers (μάντεις, read mànteis), counsellors playing priestly and sacrificial functions.
These figures disappeared in the historical period. In Greece, in fact, under aristocratic and democratic regimes, there was no longer a priestly order. The priesthood was open to any person, man or woman belonging to every social class. Usually men served in the temples of Gods while women in the temples of Goddesses. The sacrifices consisted in oblations of milk, honey, water, olive oil, or in offerings of the first fruits of agriculture. Also the bull, ram, or goat animal sacrifice was kept, and the victims were killed at the opening of all religious or statal festivals. Then, meat was solemnly eaten by the donor and community leaders, while the inedible parts, bones, fat, tendons, horns, hooves, and so on were offered to the Gods in the altar fire. However, we know that these cruel sacrifices were of Atlantean origin, since they had been instituted by Prometheus, Atlas’ brother.
If the priestly caste had disappeared in the mist of time, the other social classes were preserved. The aristocratic warrior caste, called the horsemen (ἱππείς, read hippéis) or knight’ class, was the highest, even if with slight differences among the city-states. Then there were the merchants (οἵ ἐκ τῆς ἀγορᾶς, read hòi ek tes agoràs, those “of the Market Square”), divided into subcategories depending on their wealth. Nobles and merchants were citizens of the city and had all civil and religious rights. Foreigners and slaves, on the other hand, had no right in both aristocratic and democratic regimes.
The temples were dedicated to the heavenly Gods, to the chthonic (underground’s) Gods, or to the Ancestors. In the classical period (6th-4th centuries B.C.) also appeared temples dedicated to the Bronze Age heroes, especially to the Demigod Heracles. Demigods were the offspring of a God or Goddess and a human being. Every city was consecrated to a God whose temple stood in the central square. Other temples in the city were considered less important, even if dedicated to divinities more powerful then the Protector God (πολιάς, read polìas, i.e. nagaradaivata). Moreover, in the cities there could have been temples dedicated to the same Deity, represented in different shapes and with different attributes, as it still happens in India today. All young men who felt attracted to serve in a temple, regardless their family background, attended it, assisting the priests, learning local rituals, and finally they were consecrated priests.
The most prestigious temples, however, were those hosting an Oracle. The main priest or priestess on certain occasions, were possessed (āviṣṭa) by the God and then they were able to answer the questions of the people. Only in those few, but influential, oracular Temples Greek priestly caste was maintained. In fact, the priests’ guild of each Oracle descended from a single primordial ancestor.
The oldest among those Temples was the Oracle of Zeus in Dodona, Epirus (today in Albania), of Pelasgic origin (i.e. Atlantean). All the others, more recent, were mainly oracles of the Hyperborean God Apollo, in Thebes, in Lycia, and finally in Delphi, the most famous among them, already previously mentioned. For any major problem the God was consulted: in this way peace or war, the foundation of a new city or the change of laws, were decided. In his book The fall of Oracles (De defectu oraculorum), the Greek priest Plutarch (46-125 AD) narrates that in the first century AD, the crew of a ship sailing from Egypt to Rome, heard a powerful voice coming from the sea announcing: “The Great God Pan is dead!” This news quickly spread throughout the Roman Empire. From that moment all Oracles of the Greek gods disappeared, as if that voice had announced the cyclical conclusion of the Hellenic Tradition.
The rites were meant to obtain immediate results in this world, or to reach a pleasant condition after death. The attachment to life of ancient Greeks was such that they regarded posthumous destiny as something sad. According to them the souls of the dead were always in pain, regretting the sweet memory of life on earth. Only those who had an initiation (dīkṣā), could long to reach some more blessed condition. In the next paragraph devoted to esoterism.
Of great importance were the myths sung by the poets-singers (ἀοιδός, read aoidòs, i.e. mahākavi) during the festivities or represented as dramas in theaters. Myth played an important role in ethical and civic teaching. However, its symbolic meaning remained out of reach of the masses. Only in the initiatic environment it was possible to find the keys to understand those myths accordingly to the degrees of realization of the sādhanā. We will also discuss this in the next chapters.

D. K. Aśvamitra

13. O) Io sono il Puro, Perfetto ed Eterno Non-duale

O) Io sono il Puro, Perfetto ed Eterno Non-duale

Da quanto si è trattato finora si possono stabilire due punti fermi: 1- Il nostro Ātman è puro e assoluto; 2- In Lui non esistono affatto né le impurità del mondo della trasmigrazione (saṃsāra), né le impurità del mondo duale, grossolano e insenziente.
Inoltre, non ci sono validi mezzi di conoscenza per affermare che: a) Egli è confinato o limitato dai tre stati di veglia, sogno e sonno profondo; b) La loro reciproca relazione dipende solo da Lui. Perché mentre questi stati di coscienza appaiono e scompaiono, l’Ātman sussiste com’è senza mutamenti o trasformazioni. Egli è pūrṇa, perfetto, colmo, completo; è sbagliato credere che egli esista in una peculiare parte del mondo e che, essendo preso nella rete del tempo e dello spazio, soffra tutte le miserie della vita. Dal punto di vista dell’esperienza intuitiva (pūrṇa anubhava) del Sākṣi caitanya non c’è alcun punto in cui Egli non esista. Poiché perfino il concetto di punto è concepito in questa Coscienza-Ātman, questo concetto di punto o porzione di spazio non ha nulla a che fare con ciò che Egli è. Allo stesso modo, Egli non è nemmeno limitato da alcuna misura di tempo, perché anche la condizione temporale Gli è attribuita erroneamente. Qualsiasi cosa limitata da tempo e spazio finisce la sua esistenza in un particolare momento del tempo, per distruzione o per disgregazione delle sue parti. Ma, dal momento che Ātman non può essere limitato da tempo e spazio, è eterno (nitya). Per tutte queste ragioni Egli è eka, uno, non duale; cioè non è un essere dotato di una individualità (jīvatva) o di corpo incosciente (jaḍavastu). Vale a dire non è un essere animato o inanimato, che possa essere considerato un’entità diversa da Lui. È già stato dimostrato che anche durante il periodo di tempo in cui jīva jaḍavastu appaiono, essi sono solo mere apparenze. Specialmente nel sonno profondo non c’è alcuna contaminazione né traccia di questi fenomeni. Proprio come il sognatore, che è stato Testimone del sogno, rimane allorché il sogno scompare, così quando anche l’apparenza dell’illusione se ne va, allora rimane solo la corda, in quanto essa era il sostrato su cui s’appoggiava l’illusione. Allo stesso modo nel sonno profondo, in cui non c’è nulla della veglia o dello stato di sogno, permane soltanto questo Ātman. Perciò solo l’Ātman è la natura essenziale di quei fenomeni. Ātman nella sua totalità, dunque, è l’Essere unico (eka), veramente non duale (advitīya).

P) Io sono Śiva

L’insegnamento “Io sono Śiva” è, perciò, l’ultima e assoluta verità e realtà. Come gli śāstra enunciano che Parameśvara è la causa della manifestazione, mantenimento e dissoluzione del mondo della dualità, allo stesso modo la nostra natura di Ātman è il sostrato e la causa da cui l’intero universo è manifestato, mantenuto e, infine, dissolto. Come s’afferma che solo Parameśvara è diventato tutto pervadendo ogni cosa, così anche il nostro Ātman svarūpa è diventato tutto. E, allo stesso modo in cui negli śāstra si legge che Parameśvara è in verità eterno (nitya), puro (śuddha), illuminato (buddha), libero per natura (mukta svabhāva), così anche il nostro Ātman è dichiarato nityaśuddhabuddhamukta svarūpa, dalla yukti, ovvero dal ragionamento basato sull’l’esperienza intuitiva universale (anubhava). Perciò, com’è scritto negli śāstra, l’Ātman di tutti noi è proprio Śiva.