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4. Filosofia

    Filosofia

    Nella Grecia arcaica, chiunque non fosse soddisfatto dei risultati limitati della pratica essoterica, poteva rivolgersi a un santuario per ricercare l’iniziazione ai Misteri.
    In quella sede il mistagogo preparava ritualmente l’aspirante all’iniziazione, prescrivendogli purificazioni, digiuni e altre ritualità preliminari. Dopo l’iniziazione che si svolgeva nell’arco di diversi giorni, il neofita riceveva il mantra della divinità a cui era stato consacrato. Dopo di ciò si procedeva alla sua istruzione dottrinale. Gli iniziati hanno mantenuto un rigoroso segreto per secoli, perciò poco si sa di questi insegnamenti. La dottrina era divisa in due tappe: la Fisica 1 cioè la cosmologia e Metafisica, il cui significato etimologico rimanda a ciò che sta “oltre la Fisica”2. Chi cresceva in conoscenza e virtù raggiungeva la saggezza, la sophìa (σοφία), diventando un sophòs (σοφός, in sskrt. un vidvas)3. Chi desiderava raggiungere la saggezza, ma non era ancora iniziato, era definito filosofo (φιλόσοφος, leggi philòsophos): in realtà la filosofia (Φιλοσοφία, leggi Philosophìa) significa amare, desiderare (φιλεῖν, leggi philèin) la saggezza (σοφία, leggi sophìa). Durante il VI secolo a.C. Pitagora si lamentava già del fatto che i veri saggi stavano scomparendo e che rimanevano solo i filosofi.
    Questo grande sophos è stato il primo a definire i filosofi nel senso moderno del termine, vale a dire amanti della speculazione teorica, libresca e mentale. Nessuno voleva più subire le rinunce e le austerità necessarie per diventare un sophòs. Quindi filosofia assume il significato di teoria individualmente elaborata da un filosofo che esprime le sue idee personali, le sue ipotesi e le sue speculazioni come spiegazione della sua visione del mondo, dell’uomo e dei loro destini. Essendo le sue teorie solo pensieri individuali, ogni filosofo rifiuta invariabilmente le speculazioni dei suoi predecessori. Con la sola eccezione della scuola pitagorica, che conservò la sua paramparā (attraverso la trasmissione della scuola Neoplatonica) fino al V secolo d.C., le altre scuole filosofiche greco-romane s’erano ridotte a mere istituzioni accademiche, senza alcuna guruśiṣyaparamparā, dīkṣā, rituale ecc. Quindi è un errore dichiarare che i vidvas, i guru, i paṇḍita, i jñāni dell’induismo siano dei filosofi e le loro dottrine delle filosofie.

    Devadatta Kīrtideva Aśvamitra

    1. Nel pensiero scientifico moderno la fisica è solo una parte della cosmologia. La responsabilità di questa limitazione ricade su Aristotele, che ridusse la dimensione fisica al solo mondo sub-lunare.[↩]
    2. Nei Misteri Eleusini c’erano due livelli di iniziazione: i “piccoli misteri” e i “Grandi Misteri”. Probabilmente agli albori della civiltà greca i “piccoli misteri” corrispondevano alla Fisica (karmakāṇḍa) e i “Grandi Misteri” alla metafisica (jñānakāṇḍa). Tuttavia, sulla base di documenti scritti, possiamo affermare che in epoca storica entrambi i livelli erano diventati solo ritualistici. Questo è un segnale della perdita delle dottrine più elevate nell’antica Grecia.[↩]
    3. Conoscitore, sapiente, saggio, depositario della vidyā o scienza tradizionale che nel Vedānta è sinonimo di conoscenza, jñāna [N.d.T.].[↩]

    4. Philosophy

      Philosophy

      In Archaic Greece anyone who was not satisfied of the narrow aims and means of religious exoterism, had to applay to a sanctuary of some Mysteries to be initiated. There, the mystagogue ritually prepared the aspirant to initiation, prescribing him purifications, fasts and other preliminary rituals. After initiation, lasting several days, the neophyte received the mantra of the deity to which he had been addressed. After that he received doctrinal instructions. Having the initiates maintained strict secrecy for centuries, little is known about these teachings. The doctrine was divided in two stages, Physic1 – i.e. cosmology – and Metaphysic, whose meaning is “beyond the Physic”2. Who was growing in knowledge and virtue reached wisdom, sophìa (σοφία), becoming a sophòs (σοφός), a vidvas. Who desired to reach wisdom but was not yet initiated, was defined philosopher (φιλόσοφος, read philòsophos): actually philosophy (Φιλοσοφία, read Philosophìa) means to love, to desire (φιλεῖν, read philèin) wisdom (σοφία, read sophìa).
      Unfortunately, during the 6th century B.C. Pythagoras was yet complaining that real wise men were disappearing, and that only philosophers remained. This great sophòs has been the first to define the philosophers in the modern sense of term. That is to say lovers of theoretical, bookish, mental speculation. No one wanted anymore to undergo the renunciations and austerities to become a sophòs.
      Therefore philosophy means an individual theory elaborated by a philosopher, expressing his personal ideas, hypothesis and speculations as explanations of his own view of world, man, and their destinies. Being only individual thoughts, every philosopher invariably refutes his predecessor’s theories.
      With the exception of Pythagorean school, which preserved its paramparā (through the Neoplatonics stream) until the 5th century A. D., the other Greek-Roman philosophical schools were reduced to mere academic institutions, without any guruśiṣyaparamparā, dīkṣā, rituals etc.
      Therefore it is wrong to declare that the hindū vidvas, gurus, paṇḍitas, jñānis, are philosophers and their doctrines philosophies.

      Devadatta Kīrtideva Aśvamitra

      1. In modern scientific thought Physics is only a part of cosmology. This is due to Aristotle, who reduced the physical dimension just to the sub-lunar world.[↩]
      2. In the Eleusinian Mysteries there were two levels of initiation: “little mysteries” and “Great Mysteries”. Probably at the dawn of Greek civilization “little mysteries” corresponded to Physics (karmakāṇḍa), and “Great Mysteries” to Metaphysycs (jñānakāṇḍa). However, on the base of written documents, we can affirm that in historical times both levels had become only ritualistic. This is a signal of the loss of the highest doctrines in ancient Greece.[↩]

      2. B) Io non sono la mente né l’ego

        Io non sono la mente né l’ego

        All’inizio si pensa: «Io [aham] sono grasso, io sono di carnagione chiara, io sono giovane, io vedo, io odo». Poi, quando si discrimina, si diventa coscienti della diversità del corpo e dei sensi dall’“Io”, e allora si dice: «il mio [mama] corpo, il mio occhio, il mio udito». Corpo e sensi diventano, dunque, oggetti della nostra coscienza-conoscenza ed, esattamente come si è detto prima, sono riconosciuti come transitori. Perciò diventa evidente che noi non siamo né il corpo né i sensi. Così quando si pensa: “la mia mente”, questa mente, che per la nostra coscienza è un oggetto distinto, deve per forza essere separata e distinta dall’“Io”. Infatti, “Io” conosco con la mente usandola come uno strumento, ma non è che sia la mente in quanto tale che conosce. L’esempio summenzionato del telescopio può valere anche in questo contesto. Come il telescopio, che è indiscutibilmente un oggetto grossolano e non senziente, diventa un valido mezzo (pramāṇa) per osservare e conoscere gli oggetti minuscoli nello spazio, così anche la mente è uno strumento di conoscenza. I sensi sono strumenti esterni (bahiḥkāraṇa), vale a dire mezzi atti a percepire e conoscere gli oggetti nel mondo esterno; la mente  (manas), invece, è lo strumento interno (antaḥkāraṇa), cioè il mezzo di conoscenza situato nel corpo a livello psichico. Comunque sia, lo strumento (kāraṇa) è solo un mezzo grossolano1 e non senziente. L’“Io” che usa la mente come uno strumento, è in verità l’essere cosciente. Inoltre, la mente è ondivaga e mutevole. Possiamo conoscere un oggetto con la mente solo se la mente non è distratta e quando è collegata ai sensi. Per questa ragione spesso, anche quando udiamo un suono o vediamo un oggetto diciamo: «Cos’hai detto? Non ho sentito chiaramente. Sembra che qualcuno sia venuto e sia andato via. Non ho fatto caso». In certe occasioni la causa, per cui la mente non ha registrato o colto con la dovuta attenzione un suono o una forma, è dovuta al fatto che stava vagando altrove. Da ciò si deduce che la mente mutevole è diversa dall’“Io” stabile che sa conoscere i cambiamenti della mente.

        Obiezione: Ammettiamo pure quello che è stato detto sopra. Nei pensieri quotidiani come “io conobbi, io vidi, io udii ecc.” si presuppone una conoscenza da parte dell’“Io”. In ognuna di queste azioni conoscitive c’è l’“Io”. Questo “Io” è la nostra natura essenziale o no? Se quell’“Io” è proprio la nostra natura essenziale, allora la credenza dell’uomo comune che afferma: «Io sono nel corpo, io conosco con la mente, io agisco per mezzo del corpo e dei sensi, il corpo esiste in una regione del mondo», è forse la corretta conoscenza? Se è così, come si può considerare sbagliato il pensiero dell’uomo comune? E allora come si può sostenere che: «Io sono Parameśvara, il Signore e Creatore eternamente puro e libero»?

        Risposta: Quando usiamo l’io per le nostre azioni quotidiane, quell’io che è associato con ognuna di esse non è la reale essenza del nostro essere. È solo lo strumento interno (antaḥkāraṇa) della mente menzionato prima, che appare in noi in questa forma. I vedāntin chiamano mente (manas) quella modificazione dell’organo interno (antaḥkāraṇa) che compie l’azione di conoscere gli oggetti tramite i sensi. Invece la modificazione dell’organo interno che assume la forma di agente (kartṛ) dell’azione conoscitiva, la chiamano ahaṃkāra. Eccetto questa distinzione per cui appare come agente (kartṛ) e strumento d’azione (kāraṇa), ahaṃkāra non è per nulla differente da manas. Infatti, entrambi sono modificazioni e mutazioni di antaḥkāraṇa. Perciò, proprio come la mente è distinta dal nostro “Io” [Ātman], vale a dire dalla nostra reale natura, allo stesso modo quest’ahaṃkāra che chiamiamo io individuale (aham) esiste separatamente dalla nostra essenziale e reale natura di pura coscienza (caitanya svarūpa).
        Per comprendere la verità che ahaṃkāra differisce dalla nostra natura essenziale, dobbiamo osservare molto attentamente certe condizioni. Nelle nostre azioni quotidiane la mente raramente è oggetto della nostra indagine; e altrettanto raramente s’indaga su questo ahaṃkāra. Sempre che non si faccia uno sforzo per prestarle attenzione, la nozione dell’“Io” non sorge in noi chiaramente perché siamo immersi e presi solo dagli oggetti grossolani esterni. L’ahaṃkāra diventa oggetto di conoscenza-coscienza soltanto per coloro che hanno deciso d’indagare sull’ultima assoluta Realtà separando l’“Io” da “questo” (idam). Per tutti gli altri questa nozione di aham come oggetto non è facilmente conoscibile; in maniera particolare ciò avviene quando si è in sonno profondo, perché lì non c’è alcuna traccia di questa nozione di “io”. Ciò nonostante nessuno può pensare che in sonno profondo la nostra natura essenziale (svarūpa) non esista. Perciò questa nozione di “io”, presente solo nella veglia e nel sogno, usato come strumento per le nostre azioni quotidiane in quei due stati (avasthā) di coscienza, in quanto ahaṃkāra appare distintamente separato dalla propria vera natura (svarūpa). Questa è la nostra conclusione finale.

        1. È evidente che qui “grossolano” non significa letteralmente composto dai cinque elementi, poiché la mente è di natura sottile. Ma in comparazione con l’“Io”, essa appare più grezza, pesante e inerte [N.d.T.].[↩]

        1. Ātmānātma viveka

          Ātmānātma viveka

          La ragione per cui la gente comune non raggiunge la conoscenza intuitiva, che è descritta come: «Noi siamo dell’essenza stessa di Paramātman, della natura stessa (svarūpa) di Śiva», è dovuta proprio all’assenza dell’ātmānātma viveka di cui s’è detto nell’introduzione1. Ātman significa il Sé e anātman indica quello che è non-Sé. Ci si potrà chiedere cos’è l’Ātman come propria essenza assoluta. E ancora: cos’è anātman, ossia tutte quelle cose e quei fenomeni distinti dal Sé? Si deve usare la discriminazione in modo intuitivo, cioè non solo usando l’intelletto (buddhi). Nel linguaggio vedāntico si chiama ātmānātma viveka la capacità di riconoscere la distinzione di natura essenziale fra essi. Poiché le persone in generale non possiedono questo viveka, credono invariabilmente che il corpo, i sensi e la mente siano il loro vero essere. A causa di questa idea, essi si formano la seguente convinzione: «Sono nato da tali genitori, in un dato tempo, in un certo luogo di una specifica regione della terra, parte di questo grande universo. Dopo aver ricevuto un’educazione, ho seguito una mia vocazione; mi sono sposato, ho moglie, figli e parenti e, come tutti gli altri, dopo esser vissuto per il numero di anni che mi sono stati concessi dall’Onnipotente, morirò.»
          La mente di tali persone sarà tormentata da questo dubbio: «Come posso raggiungere la certezza che io sono l’eternamente puro e libero Parameśvara? Com’è possibile che sia proprio quell’Īśvara stesso, io che vivo per pochi anni in un angolo di questo vasto universo manifestato da Parameśvara e che certamente morirò?» Quindi, per liberarsi da questa concezione erronea, il sincero mumukṣu e cercatore di alto livello, spinto dall’unica aspirazione di raggiungere mokṣa (Liberazione) qui e ora in questa vita, dovrà attuare il metodo di ātmānātma viveka com’è esposto nel primo verso.

          1. Io non sono il corpo, non sono i sensi, non sono la mente, non sono l’ego, non sono i prāṇa, non sono l’intelletto. Io sono quello che è lontano dalla moglie, dai figli, dal podere, dalla casa ecc. In verità io sono quello Śiva che è Testimone diretto, che è l’eterno e intimo Sé.

          Commento: Qui tutti gli anātman che la gente comune ha creduto essere l’“Io” sono stati rimossi e confutati uno a uno.

          A) Io non sono né il corpo né i sensi

          Alcuni hanno considerato il corpo e i sensi come se fossero il proprio Sé. Le cose grossolane che si vedono nel mondo esterno, come la pietra, la sabbia ecc., non sono senzienti né coscienti. Queste cose non si muovono da sé; in esse i segnali che provano l’esistenza della coscienza, come l’inspirazione, l’espirazione, la circolazione sanguigna, sono assenti e nemmeno possono vedere né udire. Per queste ragioni c’è una differenza tra le cose inanimate e gli esseri umani. Noi siamo cetana o esseri animati, mentre quelli sono jaḍavastu, cose grossolane e inanimate. Così si pensa comunemente. Altri hanno discriminato ulteriormente considerando che le cose sono entità prive di vita, mentre noi, esseri umani, siamo viventi. Le cose prive di vita subiscono certe trasformazioni e possono diventare parte di forme corporee dotate di sensi e di vita, perciò, considerati dal punto di vista della loro natura essenziale, il corpo, i sensi e anche le cose esteriori sono un’unica e medesima cosa. Comunque, noi esseri umani possediamo la capacità di conoscere le cose esterne e anche la facoltà di utilizzarle a nostro beneficio. Per questo chiamiamo gli oggetti esterni con i pronomi “questo” o “quello”, mentre chiamiamo l’aggregato di corpo e sensi “Io”2.
          Ma le due opinioni summenzionate non sono esatte. Se l’aggregato del corpo e dei sensi fosse la stessa entità o sostanza chiamata “Io”, allora in ciascuna delle parti o membra del corpo, come anche in ciascun senso, non dovrebbe esistere la consapevolezza o coscienza dell’“Io”? Ma noi tutti condividiamo l’esperienza che in ognuno degli organi, membra e sensi c’è una innata consapevolezza d’un solo “Io”. Infatti si dice “Io” cammino, “Io” annuso, “Io” vedo, “Io” tocco. Ma v’è anche un altro punto da considerare: il corpo ha molte parti, organi, e diversi sensi. Se ognuno di questi fosse l’entità chiamata “Io”, com’è che quell’entità, che possiede i diversi sensi, non ha coscienza di essere “molti” e, invece, si esprime sempre come un unico “Io”? Infatti, noi tutti abbiamo la profonda e innata nozione di questa entità chiamata “Io” come una e una sola. Qual è la ragione di ciò?

          Obiezione: Nel caso delle parti e organi del corpo, in quello dei sensi, o nella loro reciproca aggregazione, si può pensare che ognuno di questi sia l’entità chiamata “Io”?

          Risposta: Nel corpo e nei sensi avvengono continui cambiamenti e mutazioni. Se fosse vero che le parti del corpo e i vari sensi fossero il nostro “Io” dovremmo pensare che tutti quei cambiamenti sono accaduti in me. Ma la realtà non è questa. Noi diciamo agli altri: «I miei occhi sono diventati deboli, le mie gambe zoppicano.» Se gli occhi e le gambe fossero veramente noi stessi, cioè se fossero identici all’“Io” allora quando diciamo: «I miei occhi…, le mie gambe» affermeremmo l’idea assurda che esista un “Io” attribuito a me stesso, un altro “io” attribuito agli occhi e un altro ancora alle gambe. A questo proposito possiamo portare un’altra esperienza condivisa da tutti: poiché con le nostre mani e piedi possiamo afferrare oggetti esterni o respingerli, è evidente che queste cose esterne sono differenti da noi. Allo stesso modo qualsiasi parte od organo del nostro corpo può essere rimosso, ma per questo non ci consideriamo rimossi noi stessi. Se il chirurgo amputa una parte dolorante dal nostro corpo, non consideriamo affatto che la parte che giace a terra è me stesso, poiché, una volta separata dal corpo, non c’è più identificazione con la parte amputata. Allo stesso modo il muco, lo sputo, la saliva, il sudore, i capelli, il vomito, le unghie, tutte queste parti del corpo possono essere staccate da esso o rimanervi unite. Quando esse giacciono per terra, ci fanno schifo e non ci s’identificherà mai più con esse come fossero una parte di noi stessi. La medesima argomentazione vale anche per i nostri sensi. Per essere più chiari, noi diciamo: «Il mio occhio, il mio orecchio, il mio naso». In questo medesimo modo si è soliti separare gli organi di senso da noi stessi e li consideriamo diversi. Vale a dire che gli organi di senso sono parti separabili dal mio corpo, non essendo il mio “Io” nella sua interezza. Infatti, si tratta solo di organi che appartengono a me. Se si vuole procedere oltre in un’indagine più approfondita, allora l’occhio, l’orecchio, il naso ecc., sono in realtà organi di sensazione e non i sensi in quanto tali. I sensi funzionano all’interno e per mezzo di questi organi di senso, chiamati in linguaggio vedāntico indriya golaka; ed esattamente come consideriamo gli organi di senso separati da noi, così anche distinguiamo da noi le facoltà sottili di conoscenza (jñānendriya) quali la vista, l’udito, l’odorato ecc. Vale a dire che tutti questi cinque sensi sono passibili d’essere oggetto della nostra coscienza. Per esempio, quando le facoltà di senso, che dimorano in questi organi corporei corrispondenti, si indeboliscono o s’arrestano, nessuno crede veramente che noi stessi subiamo o sperimentiamo il cambiamento. Si dice, infatti, che la vista s’appanna, l’udito s’indebolisce e non che l’“Io” s’appanna o s’indebolisce. Perciò si può definitivamente concludere che i sensi non sono l’“Io”.
          In ogni caso, la conclusione a cui s’arriva dopo tutte queste discriminazioni è che il corpo e i sensi sono molteplici, ma l’“Io” è solo uno. Inoltre, il corpo e i sensi subiscono cambiamenti e mutazioni, mentre l’“Io” è immutabile; il corpo e i sensi sono oggetti della conoscenza, mentre l’“Io” è il soggetto che li conosce. Perciò il corpo e i sensi sono proprio come la pietra, la sabbia e il pezzo di legno del mondo esterno. Sono cioè solo oggetti fisici o sostanze, poiché sono oggetti grossolani e non senzienti. “Io” non sono affatto uno di quelli. L’entità cosciente che conosce tutti quelli è veramente questo “Io”.
          A questo punto può sorgere un dubbio: se il corpo e i sensi non sono cose senzienti e coscienti, e se sono oggetti grossolani e non senzienti come la pietra ecc., allora che cos’è la capacità senziente che appare in loro? Conoscere gli oggetti, desiderarli e impadronirsene, oppure respingerli e tenersi lontano da loro, tutti questi sono segni che si manifestano in ciò che è senziente e cosciente. Questi segnali che sono riscontrabili proprio nel corpo e nei sensi, e che non si trovano né si avvertono nella pietra ecc., da dove, dunque, provengono?
          Una possibile soluzione (samādhāna) a questo dubbio è che i segni, che indicano una certa coscienza o sensibilità in verità in essi non esistono. Una locomotiva corre, un magnete attrae un pezzo di ferro, una lente ingrandisce un oggetto minuscolo; ma in ragione di queste loro proprietà c’è forse qualcuno che possa pensare che quegli oggetti grossolani siano coscienti o senzienti? Ammettiamo pure che ci sia in loro una certa quantità di energia, di movimento o di attività nel corpo e nei sensi; ma sicuramente non si tratta di coscienza o di una facoltà senziente dato che corpo e sensi non sono in grado di “utilizzare” il loro movimento, l’attività o l’energia, a loro vantaggio. Infatti, coloro che usano questi corpi e questi sensi sono gli esseri coscienti e senzienti, cioè i cetana. Il corpo e i sensi ci appartengono e noi li usiamo a nostro beneficio, perciò noi siamo cetana ed essi sono oggetti grossolani. Pensare che nei sensi ci sia coscienza o capacità senziente è del tutto errato. Perché noi conosciamo i sensi, ossia siamo consci di essi ed essi sono oggetti della nostra coscienza. Proprio come attraverso un telescopio osserviamo cose minute nel vasto spazio, così percepiamo attraverso i sensi gli oggetti esterni. Perciò i sensi sono fenomeni grossolani non senzienti; essi per noi sono solo mezzi di conoscenza e di percezione, e noi, che conosciamo per mezzo di questi strumenti, siamo i veri esseri coscienti.Così si stabilisce che né il corpo né i sensi sono il nostro intimo “Io” innato. Dapprima, la prova dialettica (yukti) stabilisce che oggetti conoscibili come il corpo e i sensi non sono per nulla il principio conoscitore-cosciente dell’Io. Ma in noi esiste anche un altro strumento che ci permette di conoscere questi fenomeni, corpo e sensi, ed è chiamato mente (manas). Poiché proprio questo strumento interno conosce le altre cose, qui può sorgere il seguente dubbio: non è forse che proprio questa mente sia l’“Io”? Il dubbio è privo di fondamento.

          1. Si tratta sempre del nityānitya viveka espresso con il termine equivalente di ātmānatma viveka [N.d.T.].[↩]
          2. Richiamiamo l’attenzione del lettore sull’uso al maiuscolo del pronome “Io” in questo breve testo. Con il nostro vero “Io”, infatti, qui s’allude al Sé interiore, all’Ātman. Tuttavia, proprio in ragione del processo di discriminazione (viveka), durante le prime fasi esso non è completamente distinto dall’“io” (aham). Per esempio, quando si distingue tra colui che è il soggetto che percepisce gli oggetti esterni, evidentemente quel soggetto dell’azione cognitiva è l’“Io”. Tuttavia questo “Io” è ancora confuso con l’“io” individuale e non è direttamente il Sé assoluto. Similmente, quando l’“Io” considera i propri sensi, la mente, l’intelletto come oggetti della sua cognizione, quell’Ātman non è ancora pensato nella sua assolutezza. Solamente quando il cercatore distingue dal proprio Sé l’“io” individuale (aham) come un oggetto contingente e illusorio, allora si raggiunge la vera conoscenza del proprio vero “Io”. Ma a questo punto non sarà più necessario considerarlo neppure come “Io”, dato che si sarà raggiunta la conoscenza-coscienza che la propria vera natura è soltanto il Sé, il puro ed eterno Paramātman [N.d.T.].[↩]

          3. Iniziazione e misticismo

            Iniziazione e misticismo

            Il significato della parola “iniziazione” esprime correttamente il significato del termine sanscrito dīkṣā. Deriva dal latino initiatio che indica l’accettazione rituale di un discepolo in un’organizzazione iniziatica, nota come Mysterium1. I sampradāya (organizzazioni iniziatiche) che conferivano l’iniziazione erano diversi, situati in santuari simili ai maṭha e ai pīṭha dell’Induismo.
            In ogni santuario l’iniziazione ai Misteri delle diverse divinità era conferita da alcuni maestri-sacerdoti e in questo modo il dio o la dea locale diveniva l’iṣṭadevatā2 dell’iniziato3. Il nome della Divinità veniva recitato come jāpa4 insieme ad altri suoni, come ad esempio “evoé” (εὐοῖ) o “iò” (ἰώ), senza alcun significato letterale5, come i bīja6 mantra dell’Induismo. I santuari più famosi erano dedicati alle dee Demetra (Bhūdevī) e Persefone (la Dea della luna) vicino alla città di Eleusi, non lontano da Atene. Quelli dedicati a Zeus (il Re degli Dei) e alla sua consorte Dione, a Dodona in Epiro, l’odierna Macedonia; altri importanti Misteri erano dedicati al Dio Dioniso (simile al saiva tāntrika sādhana), ai divini gemelli Kabiri (gli Dei del fuoco sotterraneo), in Grecia; il mysterium Orfico-Pitagorico dedicato al Dio del sole Apollo (corrispondente a Sūrya), in Italia meridionale; quelli della Magna Mater (Grande Madre) e di Bona Dea (Buona Dea), a Roma7.
            Il verbo latino inire significa “entrare” ed esprimere l’idea di accedere a una nuova condizione di esistenza, a una diversa esperienza interiore. Perciò initiatio fu usato anche per definire il rituale atto a produrre questo profondo cambiamento nella vita dell’individuo e a introdurlo nell’ambito misterico. Il guru era chiamato initiator in latino, μυητής (leggi myetés) o μυσταγωγός (leggi mystagogòs) in greco. Conferendo la dīkṣā (initiatio; μύησις, leggi mýesis) trasformava con questa modalità un profano (prophanus; gr. αμύητος, leggi amýetos) in un dīkṣita (initiatus, μύστης, leggi mýstes). Quest’ultimi termini greci derivano dal verbo μυέω-μύω (leggi myéo–mýo)8, il cui significato letterale è “rinchiudersi” in uno spazio sacro o, anche, “chiudere” le proprie labbra, ossia venire a far parte di una comunità sacra e, allo stesso tempo, di mantenere in se stessi il rahasya9[segreto, N.d.T.] incomunicabile. Come s’è già detto, il dominio riservato ai dīkṣita10era chiamato esoterismo (dottrina interiore e il sādhana), mentre il dominio aperto alla maggioranza delle persone ordinarie, i profani veniva chiamato essoterismo (culto esteriore, religione).

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            Durante il IV secolo d.C., quando gli Imperatori romani si convertirono alla religione cristiana insieme ai loro sudditi, tutti questi termini passarono all’iniziazione cristiana. In realtà, all’interno della Chiesa cristiana essoterica, le influenze di molte organizzazioni iniziatiche11 sono continuate per lo più nei monasteri, presso le confraternite guerriere e le corporazioni artigiane (śreṇi). Nel tardo Medioevo, con il declino degli Ordini monastici e con la sanguinosa distruzione dell’Ordine del Tempio da parte del Re di Francia con l’approvazione del Papa (1313-14 A. D.), le iniziazioni cristiane scomparvero. Da quel momento i termini “mistico” e “mistica” non significarono più dīkṣita e sādhana, ma designarono solo un nuovo fenomeno religioso, quindi essoterico. La mistica e, soprattutto, il misticismo divennero un nuovo approccio religioso esteriore, un’esperienza spontanea, individuale, emotivamente intensa12, senza alcuna connessione con una guruśiṣyaparamparā13 regolare, senza alcun sādhana basato su yantra, mantra, tantra. I mistici sono più simili ai medium del villaggio, a volte posseduti spontaneamente da Dei, genii14 e altri esseri, che essi considerano come fossero di volta in volta Dio, Gesù, la Vergine Maria, altri Santi e Diavoli. Il mistico ha una naturale predisposizione ad aperture psichiche, rimanendo passivo a influenze provenienti dall’esterno. Citiamo ora come un teologo cattolico contemporaneo definisce il “misticismo”:

            Che cos’è allora la mistica? Non è “mai” qualcosa di acquisibile attraverso degli esercizi, delle tecniche ascetiche o dei cammini esoterici. Non presuppone alcuna perfezione morale né tantomeno una evoluzione spirituale simile a quella biologica. Dice Santa Teresa d’Avila: “non ci si eleva se Dio non ci eleva”; per cui la mistica in quanto “esperienza” è la violenta, improvvisa irruzione di Dio nell’anima, la loro unione. I mistici parlano di “incendio d’amore”, di “illuminazione”, di “divinizzazione”, di dono di grazia immeritata e inaudita, indubitabile e incomprensibile al tempo stesso, eccelsa e folgorante, colma di fremente godimento trasformante. Non è necessario scrivere un trattato per spiegare che cosa significhi “grazia”. Basta far riferimento ad un termine di immediata comprensione: “gratis”. La mistica in quanto “disciplina teologica” si interessa di studiare le testimonianze di coloro che nella storia delle religioni15 hanno sperimentato quanto abbiamo appena detto e molto più. Nel corso dei secoli si sono proposte molte definizioni. La più completa è senz’altro quella coniata da P. Albert Deblaere. S. J.: La mistica è “L’esperienza diretta e passiva della presenza di Dio”16.

            Se trascuriamo le sciocche concessioni alla scienza profana, dobbiamo riconoscere che il teologo ha descritto il misticismo in forma corretta. Ora sarà chiaro che non si dovrà mai confondere l’iniziato, dīkṣita, con il mistico, né la via iniziatica, sādhana mārga, con il misticismo. In effetti la mistica appare solo là dove l’iniziazione arretra o scompare. Di fatto, al di fuori del cattolicesimo, del giudaismo e dell’islam sciita, il misticismo non esiste affatto. Se per caso i bhakta17 dell’induismo a qualcuno possono apparire simili ai mistici cattolici a causa delle loro effusioni d’amore, non si deve dimenticare che, a differenza dei mistici, i bhakta hanno il guru, la paramparā, il sādhana basato su yantra, mantra e altre tecniche18.

            Devadatta Kīrtideva Aśvamitra

            1. In origine mysteria corrispondeva all’initialia latina. Solo dopo il II secolo a.C. i Romani usarono il termine mysterium, sotto l’influenza della cultura greca. Nel greco antico la parola suona μυστήριον (leggi mystérion). Mysterium è l’esatto corrispondente del sskrt. rahasya.[↩]
            2. La Divinità assegnata a o prescelta da un iniziato per la propria devozione [N.d.T.].[↩]
            3. Il nuovo iniziato, il novizio, era chiamato neofita (gr. νεόφυτος, leggi neòphytos), nuova piantina, verdeggiante, appena rinato spiritualmente.[↩]
            4. La ripetizione del mantra [N.d.T.].[↩]
            5. Anche se privi di un qualsiasi significato, questi mantra avevano un’efficacia rituale vibratoria.[↩]
            6. Seme, germe, causa prima; contenuto coscienziale. Nella Bhagavad Gītā (VII.10) Kṛṣṇa si esprime così: “, Sappi che io sono l’eterno seme di tutti gli esseri(bījam mām sarvabhūtānā)” [N.d.T.].[↩]
            7. Con l’espansione dell’Impero Romano altri Misteri furono inclusi nella religione romana: quelli di Attis, di Cibele, di Iside, di Mitra, procedimenti dalle tradizioni di diverse aree conquistate dell’Impero.[↩]
            8. In sanscrito mauna, il silenzio e muni, il silenzioso, hanno la stessa origine etimologica.[↩]
            9. Indichiamo che colui che si rinchiude in uno spazio sacro, e rimane in silenzio, agisce realmente in contrasto con il comportamento del profano. Secondo una prima etimologia, pro-fanum significa “chi sta fuori dello spazio sacro” e, secondo un’altra, “chi parla a un pubblico” (pro-fans). Vulgus profanum, gente profana, era un termine che comprendeva non solo la grande maggioranza degli uomini comuni, ma anche i sacerdoti non iniziati.[↩]
            10. Coloro che hanno ottenuto l’iniziazione [N.d.T.].[↩]
            11. Come vedremo più avanti, la lingua greca degli antichi Misteri è rimasta quasi immutata fino ad oggi nell’esoterismo della Chiesa ortodossa greca e russa. La terminologia esoterica in latino rimase in uso nell’area della Chiesa Cattolica Romana fino al XIV secolo d.C., quando l’iniziazione latina è stata quasi completamente sradicata dall’Europa occidentale.[↩]
            12. Vale a dire prodotto dal manas. A volte, molto raramente, ci sono stati alcuni casi di misticismo intellettuale (impropriamente definito dai teologi cattolici come “mistica contemplativa”), quando invece di percepire visioni beate, piacevoli profumi e dolci armonie, il mistico concepisce alcuni pensieri superiori. In questo caso alla produzione di quel tipo di fenomeni interviene evidentemente la buddhi.[↩]
            13. Catena iniziatica dei maestri e dei discepoli [N.d.T.].[↩]
            14. Leggendarie creature maligne presenti nel folclore di alcuni paesi. Caratterizzati da una bassa statura, erano accusati di rapire durante la notte donne e bambini, sostituendo questi ultimi con i propri mostruosi figli; la loro forza risiede nel numero, poiché essendo poco robusti e alquanto bassi non dispongono di grande potenza se presi singolarmente [N.d.T.].[↩]
            15. Si noti come il teologo cattolico si avvale dell’autorità di una pseudo-scienza accademica![↩]
            16. Don Roberto Tarquini, www.mistica.it, 2 febbraio 2006.[↩]
            17. Che pertiene alla bhakti (compartecipazione, sympathéia, devozione) quindi si tratta di persone contemplative [N.d.T.].[↩]
            18. Per sviluppare la questione inerente al misticismo vedasi R. Guénon, Aperçus sur l’Initiation, soprattutto il capp. I e II [N.d.T.].[↩]

            3. Initiation and Mysticism

              Initiation and Mysticism

              The meaning of the word “initiation” correctly expresses the saṃskṛta term dīkṣā. It derives from the Latin term initiatio, which described the ritual acceptation of a disciple in an initiatory organization, known as mysterium1. The sampradāyas giving initiation were several, located in different sanctuaries similar to the maṭhas and pīṭhas of Hinduism. In every sanctuary the initiation of a different deity was conferred by some sacerdotal masters, and in this way the local god or goddess became the iṣṭadevatā of the initiate2. The name of the Deity was recited as japa along with other sounds, as for instance “evoé” (εὐοῖ) or “iò” (ἰώ), without any literal meaning3, like the bīja mantras of Hinduism. The most famous sanctuaries were dedicated to the goddesses Demeter (Bhūdevī) and Persephone (the Moon Goddess) near the town of Eleusis not far from Athens. Those dedicated to Zeus (the King of the Gods) and his wife Dione at Dodona in Epirum, today’s Macedonia; other important mysteria were dedicated to the God Dyonisos (similar to the śaiva tāntrika sādhana), to the divine twins Kabyrians (gods of the subterranean fire) in Greece, the Pytagoras-Orpheus mysterium dedicated to the Sun God Apollo (corresponding to Sūrya) in southern Italy, those of the Magna Mater (Great Mother) and Bona Dea (Good Goddess) in Rome4.
              The Latin verb inire means “to go into, to get in”, expressing the sense of entering in a new condition of existence, in a different inner experience. Therefore initiatio was used also for defining the ritual which produced this deep change in the life of the individual and introduced him to the mysteric ambit. The guru was called initiator, in Latin, μυητής (read myetés) o μυσταγωγός (read mystagogòs) in Greek. He conferred the dīkṣā [initiatio; μύησις (read myesis)], transforming in this way a profane [prophanus; αμύητος (read amýetos)] in a dīkṣita [initiatus, μύστης (read mystes)]. All Greek terms derive from the verb μυέω – μύω (read myeo – myo)5, whose meaning is “to close himself” in a sacred space, and also “close” his own lips, in the sense of remaining in the sacred enclosure and, at the same time, of maintaining the incommunicable rahasya6 in oneself. The domain reserved to the dīkṣitas was called esoterism (interior doctrine and sādhana), whereas the domain open to ordinary mass of profane ones was called exoterism (exterior cult, religion).

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              During the 4th century A. D., when the Roman Emperors converted to Christian religion along with their subjects, all these terms passed to Christian initiation. Actually, concealed in the exoteric Christian Church, many streams of initiation lines7 have continued, mostly in the monasteries, in the warrior brotherhoods and in craft guilds (śreṇi). In the latter Middle Age, with the decline of the Monastic Orders, and with the bloody destruction of the Temple Order Knights by the King of France with the approval of the Pope (1313-14 A. D.), the Christian initiations disappeared. Since that moment the terms “Mystic” and “Mystique” didn’t mean anymore dīkṣita and sādhana, but only have designated a new religious phenomenon, therefore exoteric. Mystique or Mysticism became a new exterior religious approach, an individual spontaneous experience emotionally intense8, without any connection with a regular guruśiṣyaparamparā, without any sādhana based on yantra, mantra, tantra. The mystics are more similar to the village mediums, sometimes spontaneously possessed by Gods, Goblins etc. that they regard as God, Jesus, Virgin Mary, other Saints and Devils. The Mystic has a natural predisposition towards psychic openings, remaining passive to influences coming from outside.
              Let us quote now how a contemporary Catholic theologian defines the “Mysticism”:

              ​What is then the Mysticism? It is “never” anything which can be acquired through ascetic exercises, techniques or initiation paths. It does not presuppose any moral perfection neither a spiritual evolution similar to the biological [Catholic darwinism!]. St. Theresa of Avila says: “Nobody rises: it is God who raises us”; so the mystical “experience” is the violent, sudden irruption of God in the soul, their union. The mystics speak about a “fire of love”, “enlightenment”, “deification” as a gift of grace, undeserved and unprecedented, undeniable and incomprehensible, at the same time sublime and brilliant, full of quivering transforming enjoyment. You must not write a treatise to explain what it means “grace.” Just to refer to an immediate term understanding: “gratis”. The Mysticism as “theological discipline” consists of studying the witnesses of those who in the history of religions9 have experienced what we have just said, and much more. Over the centuries, one has proposed many definitions of it. The most complete is certainly that coined by P. Albert Deblaere, S. J .: The mystique is “The direct and passive experience of God’s presence”.10​

              If we neglect the silly concessions to the profane science, we must admit that the theologian has correctly described the Mysticism. It will be clear now that one can never translate initiate, dīkṣita, with mystic, neither initiation path, sādhana mārga, with Mysticism. Indeed the Mysticism appears only where the initiation has been withdrawn. In fact out of Catholicism, Judaism and shi’ite Islam, Mysticism does not exist at all. If by chance the bhaktas can appear to somebody similar to the Catholic mystics because of their outpouring of love, one does not forget that the bhaktas have a guru, the paramparā, the sādhana based on yantra, mantra and other techniques, unlike the mystics.

              Devadatta Kīrtideva Aśvamitra

              1. In origin the mysteria were called in Latin initialia. Only after the 2nd century B.C., Romans used the term mysterium, under the influence of the Greek culture. In ancient Greek the word sounds μυστήριον (read mysterion). Mysterium means exactly “rahasya”.[↩]
              2. The recent initiated, the novice, was called neophyte (gr. νεόϕυτος, read neòphytos), new seedling, newly green, just spiritually reborn.[↩]
              3. But these mantras had a ritual vibratory efficacy.[↩]
              4. With the expansion of the Roman Empire other mysteria were included into the Roman Religion: those of Attis, of Cybeles, of Isis, of Mithra, proceedings from the Traditions of different conquered parts of the Empire.[↩]
              5. In saṃskṛta mauna, silence, and muni, the silent one, have the same etymological origin.[↩]
              6. We point out that he who encloses himself in a sacred space, or remains in silence, is really acting as opposed to a profane. The last one is “out of any sacred space”, according to a first etymology (pro-fanum, out of a sacred space), and, according to another possible one, “who is speaking to an audience” (pro-fans). Vulgus profanum, profane people, was a term comprehending not only the mass of ordinary men, but also the not initiated priests.[↩]
              7. As we will see later, the Greek language of the ancient Mysteries has remained almost unchanged until now in the esotericism of Greek and Russian Orthodox Church. The esoteric terminology in Latin remained in use in the area of the Roman Catholic Church until the 14th century A. D., when the Latin initiation has been almost completely eradicated from Western Europe.[↩]
              8. That is to say, produced by the manas. Sometimes, very rarely indeed, there have been some cases of intellectual Mysticism (improperly defined by the catholic theologians as “Contemplative Mysticism”), when instead of blissful visions, pleasant perfumes and sweet sounds, the mystic conceive some higher thoughts. In this case the producer of that kind of phenomena is evidently the buddhi.[↩]
              9. Notice how the Catholic theologian take support from the authority of an academic pseudo science![↩]
              10. Don Roberto Tarquini, www.mistica.it, 2 feb. 2006.[↩]

              2. Esoterismo ed essoterismo

                Esoterismo ed essoterismo

                Nell’articolo “Religione e Dharma” abbiamo descritto le principali differenze tra questi due concetti. Tuttavia, c’è un altro aspetto che disgiunge nettamente le religioni occidentali dal Dharma hindū: in quest’ultimo, a ogni livello sociale e intellettuale è ben presente l’idea di mokṣa1(la Liberazione), il quarto e supremo scopo della vita umana (puruṣārtha)2. E perciò ciascun hindū è consapevole che mokṣa significa Liberazione dalla schiavitù della trasmigrazione (saṃsāra). Ciò malgrado, durante la vita ognuno è libero di rimanere in un puruṣārtha meno avanzato, scegliendo tra kāma3, artha4 e dharma5. In questo caso gli hindū possono trascorrere una vita piacevole sulla terra e aspirare a raggiungere un adeguato loka dopo la morte, godendo dei risultati positivi delle loro buone azioni (pūṇya6); così, alla fine di questo processo, possono ottenere una buona rinascita. Per conseguire questi obiettivi, si deve semplicemente eseguire i riti della propria tradizione familiare.
                Colui che vuole agire in modo più efficace, purificando anche la mente e l’intera individualità, si avvicinerà a un Guru per ottenere l’iniziazione (dīkṣā). Da quel momento le tradizioni familiari e i riti acquisteranno per costui una più profonda efficacia. Anche gli strumenti di sādhana7(yantra8, mantra9, upāsana10) impartiti dal Guru agiranno per il suo progresso interiore. In questo modo il suo percorso diviene una preparazione per la ricerca del mokṣa.
                Questa ampia visione dell’induismo non ha equivalenti nelle tradizioni occidentali. Anche le antiche religioni precristiane, in particolare quella greco-romana, in molti aspetti così simili al Sanātana Dharma, erano strutturate diversamente. La religione nei paesi occidentali ha sempre avuto una connotazione familiare e sociale. Inoltre, lo scopo della Religione è sempre stato quello di fornire gli strumenti rituali per evitare l’inferno per raggiungere le dimore celesti dopo la morte. Il dominio della Religione si è limitato a questo. Se qualcuno desiderava ottenere l’iniziazione (dīkṣā) doveva superare i confini della religione e entrare in un dominio diverso, quello dell’esoterismo, dall’antica parola greca ἐσώτερος (leggi esòteros) il cui significato è “rivolto verso l’interno”. Il dominio dell’Iniziazione è dunque l’esote-rismo, mentre quello della Religione è l’essoterismo, il cui significato è “rivolto verso l’esterno”, ἐξώτερος (leggi exòteros). In realtà, nell’antica Grecia e a Roma, c’erano famosi santuari (come i maṭha e gli āśrama in India) dedicati alle iniziazioni chiamate Mysteria, dove era possibile avvicinarsi a un guru (mystagogòs11). L’ingresso in quei santuari era proibito ai profani, ovvero agli essoterici. Da questa atmosfera di segretezza e discrezione deriva il significato moderno di “mistero”12. Rituali, mantra e simboli degli antichi Mysteria erano segreti e abbiamo pertanto solo poche notizie scritturali che riferiscono prevalentemente le testimonianze di quegli iniziati che hanno violato il segreto. Nei nostri prossimi articoli spiegheremo meglio i Mysteria.
                Quando il cristianesimo soppiantò l’antica religione olimpica greco-romana, la trasmissione esoterica (paramparā) continuò sotto la nuova forma religiosa cristiana13; ma come vedremo in seguito, il cristianesimo si divise nella Chiesa greco-ortodossa e nella Chiesa cattolica latina. La prima ha sempre mantenuto un atteggiamento di rispetto e devozione verso l’esoterismo e fino a oggi i monasteri ortodossi hanno conservato un sādhana (via iniziatica) il cui nome è Esicasmo, ἡσυχασμός (leggi hesychasmòs), “pace interiore”.
                Al contrario la Chiesa cattolica, dopo aver rispettato il dominio esoterico14 per molti secoli, alla fine del Medioevo cambiò il suo atteggiamento. Scordando che l’ambito spirituale dell’iniziazione è diverso dal suo, cominciò a considerare l’esoterismo come una setta rivale. Questa mancanza di comprensione della Chiesa cattolica costrinse le varie organizzazioni iniziatiche (sampradāya) a una maggiore segretezza per difendersi dal sospetto di eresia15. Nel tardo Medioevo la Chiesa iniziò addirittura una vera e propria persecuzione contro gli iniziati, considerandoli eretici, anticristiani e persino satanisti. Nel 1313 d.C. il Re di Francia, con il consenso del Papa, Capo della Chiesa Cattolica, diede l’ordine di arrestare e bruciare vivi i Cavalieri Templari, i difensori dei sampradāya (organizzazioni iniziatiche) occidentali della casta cavalleresca. In pochi decenni quasi tutte le altre iniziazioni occidentali scomparvero. Da quel momento alla Chiesa romana rimase solo l’organizzazione religiosa; quindi un essoterismo senza esoterismo, ossia un frutto senza seme, una maschera senza volto. Questa assenza di dīkṣā e del suo percorso interiore è un’anomalia che le autorità hindū devono conoscere per comprendere le ragioni della deviazione cristiana occidentale.

                Su questo argomento e le sue conseguenze torneremo più volte.

                Devadatta Kīrtideva Aśvamitra

                1. O mukti la Liberazione dall’ignoranza e dalla ronda delle rinascite nel saṃsara[N.d.T.].[↩]
                2. I fini della vita dell’uomo, kāma, artha, dharma e mokṣa [N.d.T.].[↩]
                3. Il desiderio, gli appetiti per il piacere [N.d.T.].[↩]
                4. Ciò che è utile, che dà ricchezza e potere [N.d.T.].[↩]
                5. L’insieme dei precetti ritualistici sia esteriori sia iniziatici [N.d.T.].[↩]
                6. Risultato d’un atto meritorio, virtuoso [N.d.T.].[↩]
                7. La pratica del metodo e le varie tecniche ingiunte o insegnate da un Guru[N.d.T.].[↩]
                8. Un simbolo geometrico concesso al discepolo dal Guru dopo l’iniziazione che va meditato secondo le sue ingiunzioni; può rappresentare geometricamente vari gradi d’esistenza e stati dell’essere, su cui si deve meditare [N.d.T.].[↩]
                9. Formula o “incantesimo” da pronunciare, da sussurrare o da pensare, che si deve ripetere durante la meditazione [N.d.T.].[↩]
                10. Meditazione, concentrazione della mente su un oggetto esterno, su un mantra o su un pensiero [N.d.T.].[↩]
                11. Nell’antica Grecia era il sacerdote incaricato di dare un’istruzione preliminare a quanti dovevano essere iniziati ai riti misterici [N.d.T.].[↩]
                12. In India è possibile trovare qualche comportamento simile solo in certi circoli tantrici della mano sinistra (vāmācāra mārga).[↩]
                13. Ovviamente questo adattamento formale coinvolse anche altre correnti; tra queste la più importante è stata l’iniziazione ebraica degli Esseni (più tardi nota come Qabbalah), trasmessa da Gesù Cristo stesso. Ma l’Impero romano cristianizzato conservò anche alcune paramparā che provenivano da altre tradizioni fiorenti nei domini imperiali, come l’ermetismo, una via iniziatica di origine egizia e iniziazioni più intellettuali di origine celtica. Torneremo sull’argomento nei prossimi articoli.[↩]
                14. Se il Cattolicesimo ereditava i termini d’esoterismo e d’essoterismo dell’antica Grecia, le altre due religioni occidentali impiegarono espressioni proprie per definirli: nel giudaismo datt è l’essoterismo e la qabbalah l’esoterismo; nell’Islam la shari’a è l’essoterismo e il sufismo (tasawwuf) l’esoterismo.[↩]
                15. Analogamente nell’Islam moderno, la diffusione inarrestabile del fondamentalismo sta provocando una dura persecuzione del Sufismo.[↩]

                2. Esoterism and Exoterism

                  Esoterism and Exoterism

                  In the article “Religion and Dharma” we have described the main points of difference between the two concepts. However there is another aspect that sharply divides the Western Religions and the Hindū Dharma.
                  In Hindū Dharma at every social and intellectual level it is well known what is mokṣa, the fourth and supreme aim of human life (puruṣārtha). And no Hindū ignores that mokṣa means Liberation from the bondage of transmigration (saṃsāra).
                  Nevertheless, during the life, everyone is free to stay in a less advanced puruṣārtha, choosing among kāma, artha and dharma.
                  In this case Hindūs can spend a pleasant life on the earth and aspire to reach a loka after death enjoying the positive results of their good deeds (pūṇya); and, at the end of this process, they can obtain a good rebirth. To get these aims, one has simply to follow the rituals of his family tradition.
                  If someone wants to act more effectively purifying his mind and his whole individuality, he will approach a Guru in order to obtain initiation (dīkṣā). From this moment the traditional family rituals acquire a greater effectiveness for him. Also the instruments of sādhana (yantra, mantra, upāsana) imparted by the Guru will act producing his inner progress. In this way his interior path can become a preparation for the search of mokṣa.
                  This broad view of Hinduism has never been valid in western traditions. Even the ancient pre-Christian Religions, namely the Greek and Roman, in many aspects so similar to the Sanātana Dharma, were differently structured.
                  Religion in Western Countries has always concerned only the familiar and social cult. Moreover the purpose of Religion is to give the ritual instruments to avoid hell and to reach the celestial abodes after death. Religion domain is limited to this.
                  If someone wished to obtain initiation (dīkṣā), he had to overcome Religion boundaries and to enter into a different domain. This was defined esoterism, from the ancient Greek word ἐσώτερος (read esòteros) whose meaning is “facing inward”. The field of initiation is esoterism, the field of Religion is exoterism, whose meaning is “facing outward”, ἐξώτερος (read exòteros).
                  Actually, in ancient Greece and Rome, there were famous sanctuaries (like maṭhas and āśramas in India) dedicated to the initiations called Mysteria, where it was possible to approach a guru (mystagogòs). The entrance in those sanctuaries was forbidden to any profane i.e. exoterist. From this atmosphere of secrecy and discretion derives the modern meaning of “mystery”1. Rituals, mantras and symbols of the ancient Mysteria were hidden, and nowadays we have rare literaly information only through some initiate who had violated the secret. In our next articles we will better explain the Mysteria.
                  When Christianity supplanted ancient Greek-Roman Olympian Religion, the esoteric transmission (paramparā) continued under a new Christian religious form2. As we will see later, Christianity has been devided in Greek Orthodox Church and Latin Catholic Church. The first one maintained an attitude of respect and devotion towards esoterism. And till now Ortodox monasteries have preserved a sādhana whose name is Hesychasm, ἡσυχασμός (read hesychasmòs), “interior peace”.
                  On the contrary, Catholic Church, after having respected the esoteric domain3 for many centuries, has changed her behavior. She forgot that the spiritual field of initiation is different, and begun to consider the esoterism as a rival sect. This lack of understanding of Catholic Church compelled the various initiatory organizations (sampradāya) to more secrecy in order to defend themselves from the suspicion of heresy4. In the late Middle Ages the Church began a real persecution against the initiates, considered as heretics, anti-Christians and even servants of Devil. In 1313 A. D. the King of France, with the consent of the Pope, Head of the Catholic Church, gave the order to arrest and burn alive the Templar Knights, the warrior caste defenders of Western sampradāyas. In a few decades almost all Western initiations disappeared. Since that period Roman Church remained only as an exoteric religious structure, like a fruit without seed, like a mask without face. This absence of dīkṣā and of its concept is an anomaly that Hindū authorities have to know in order to understand the reasons of Western Christian deviation.
                  On this subject and its consequences we will return several times.

                  Devadatta Kīrtideva Aśvamitra

                  1. In India it is possible to find some similar conduct only in certain tantric circles of the left hand (vāmācāra mārga).[↩]
                  2. Obviously, in this formal adaptation also other initiatory streams of esoteric domain continued: among them the most important has been the Jewish Essene Qabbalistic initiation, transmitted by Jesus Christ himself. But Christianized Roman Empire also preserved some paramparās proceeding from other traditions flourishing in the Imperial domains: as Hermetism, an initiatory path of Egyptian origin, and more intellectual initiations of Celtic origin. We will return to the subject in next articles.[↩]
                  3. If Catholicism inherited the ancient Greek terms exoterism and esoterism, the other two Western Religions employ their own words: in Judaism datt is exoterism and qabbalah, esoterism; in Islam shari’a is exoterism and Sufism (tasawwuf), esoterism.[↩]
                  4. Similarly in modern Islam, the unstoppable fundamentalism spread is provoking hard persecution of Sufism.[↩]

                  1. Religione e Dharma

                    Religione e Dharma

                    Questa serie di brevi articoli ha inizio allo scopo di chiarire le idee delle autorità  hindū  a proposito di  alcuni concetti di base delle Tradizioni occidentali, dando ragione della loro degenerazione moderna. Di solito il termine saṃskṛta1 Dharma2 è tradotto con la parola inglese “Religione”. Questo perché gli occidentali, dal loro primo arrivo in India, hanno stabilito l’equivalenza tra i due termini e dopo cinque secoli quell’uso è stato accettato anche dai rappresentanti dhārmika3 dell’India. Ora dimostreremo che le due parole hanno significati diversi e quindi è sbagliato utilizzarle come sinonimi.
                    Il termine Religione deriva dal latino Religio, ed è composto da due radici diverse, res, “cosa” e il verbo ligo, “legare”4. In questo contesto non è chiaro quale possa essere il vero significato di res. Sembra che in res, così impiegato, rientrino tutti i cittadini e i beni pubblici inclusi nell’apparato statale5. Lo Stato era infatti considerato un’entità sacra, le cerimonie pubbliche erano rituali e nel servizio pubblico si espletava una funzione sacerdotale. I contatti con gli Dei erano per lo più mantenuti attraverso lo Stato, le funzioni pubbliche e le magistrature statali.
                    L’interpretazione di Religio cambiò quando il cristianesimo divenne la religione dello Stato romano nel IV secolo d. C.; da allora i cristiani diedero il significato dell’ebraico datt (religione) al termine latino, così Religio divenne nel sentire comune la “cosa” che lega i credenti al Dio Unico.
                    Ora dobbiamo considerare cos’è la religione per il monoteismo semitico, l’Ebraismo, il Cristianesimo e l’Islam.
                    La religione è un ordine sociale rivelato da Dio a una specifica comunità di suoi credenti. Tutti gli altri esseri umani che non aderiscono a questa fede vivono in una condizione di peccato e sono esclusi dai mezzi per conseguire la salvezza. La religione è dunque un patto tra Dio e la Sua comunità di credenti che esclude tutti gli altri esseri, ne siano consapevoli o meno. Lo scopo principale della religione è condurre il credente alla salvezza (ai cieli) una volta defunto. Tutti i credenti devono quindi accettare i dogmi, cioè alcuni postulati di fede su cui è proibito indagare attraverso la ragione6. Chi non accetta un dogma è escluso dalla comunità religiosa. Tutti i credenti devono seguire le stesse regole morali, la stessa condotta e le stesse prescrizioni rituali senza eccezioni. La religione è un intervento di Dio nella storia attraverso la rivelazione di un messaggio consegnato a una personalità umana7.
                    A questo punto è evidente che la Religione è completamente diversa dal Dharma. Il Dharma non è il frutto di una rivelazione storica, essendo libero dal tempo; per questa ragione il suo vero attributo è sanātana8, permanente. Il Dharma è anche libero dalle condizioni spaziali, essendo l’Ordine che regola l’equilibrio dell’intero Cosmo, in favore di ogni singola creatura che ne abbia o meno consapevolezza. Armonizza i bisogni di ogni essere, famiglia, casta e nazione, stabilendo regole flessibili, comportamenti e rituali adatti a tutti. Non impone alcuna credenza dogmatica 9; al contrario, incoraggia tutti a perseguire la conoscenza. L’Hindū  Śāstra10 non è una rivelazione che cade dal Cielo sulla Terra per il capriccio di un Dio: è la descrizione delle esperienze reali degli antichi mukta 11. Inoltre, il suo scopo essenziale non è la permanenza in qualche loka12, ma l’identificazione con la nostra Natura Reale, il Brahman 13, così da conseguire la Liberazione da qualsiasi schiavitù del saṃsāra 14.

                    D. K. Aśvamitra

                    1. Sanscrito: “perfetto”, “compiuto in sé”, nome dell’idioma classico dell’India che, allo scopo di esprimere compiutamente quanto apparteneva alla Tradizione primordiale, venne lungamente studiato, elaborato e codificato dai più insigni grammatici sino ad arrivare a una morfologia, a una fonetica e a una grammatica assolutamente coerenti e ineccepibili tanto sotto l’aspetto teorico quanto sotto quello pratico-espressivo. Nel prosieguo del testo saṃskṛta verrà tradotto con sanscrito, o abbreviato con sskrt. [N.d.T.].[↩]
                    2. La Legge universale; la Tradizione hindū; ma anche l’insieme dei precetti ritualistici sia esteriori sia iniziatici. Per un approfondimento consultare R. Guénon, Studi sull’Induismo, cap. 5 Dharma [N.d.T.].[↩]
                    3. Ciò che è conforme al Dharma, le virtù [N.d.T.].[↩]
                    4. Un termine simile non esisteva nel greco antico. I romani consideravano il loro concetto di Religio come corrispondente al termine greco θρησκός (leggi threskòs,religioso) [“Timor di Dio”].[↩]
                    5. Infatti, i romani usavano il termine Res Publica per definire lo Stato, indipendentemente dal fatto che assumesse la forma d’un regime monarchico, aristocratico o democratico[↩]
                    6. Nel giudaismo è dogma di fede credere nell’unicità del suo Dio, nella sua rivelazione e nel patto eterno tra Dio e il suo “popolo eletto”, gli ebrei. I principali dogmi per i cristiani sono: la credenza che Dio sia Uno e Trino e che suo figlio Gesù sia sceso sulla Terra per essere ucciso in sacrificio per la salvezza dei credenti. Un altro dogma è il potere rituale dei sacerdoti di trasformare il pane e il vino in carne e sangue reali di Gesù Cristo; chi ne mangia e ne beve raggiunge la salvezza. Per i musulmani i dogmi sono: Dio è Uno, il Corano rivelato è eterno e Muhammad è il Sigillo dei Profeti.[↩]
                    7. C’è un’enfasi particolare su questo aspetto, come se un fatto storico avesse qualche rilevanza metafisica. L’Ebraismo è stato storicamente rivelato da Dio a Mosè. Allo stesso modo Cristianesimo e Islam sono stati fondati rispettivamente da Gesù Cristo e Muhammad.[↩]
                    8. Anche il buddismo è definito come Ākālika Dharma, “Dharma senza tempo”. Tuttavia, da ciò sorge una difficoltà, perché il buddismo ha un fondatore storico, come anche il jainismo. Anche il tantrismo differisce in un certo senso dal concetto di Dharma, poiché è il risultato di una rivelazione. Infatti “in questo caso c’è l’errore repulsivo della mutua dipendenza, poiché l’autorità dell’Āgama [il Tantra] si basa sull’onniscienza del Dio che l’ha rivelata, e l’onniscienza dello stesso Dio si appoggia all’autorità del Āgama rivelato” (Brahma Sūtra Śaṃkara Bhāṣya, II.2.38). Svāmī Satcidānandendra Sarasvatī commenta questo passaggio come segue: “È ovvio che Śaṃkara con questo si riferisce alla Bibbia, al Corano, allo Zend Avesta e ai libri sacri di tutte le religioni che sostengono la loro natura ispirata che però dipende dall’argomento debole del circolo vizioso, come accade per gli Āgama dell’Induismo” (Intuition of the Reality, Holenarsipur, APK, 1955, pp. 8-9). Risponderemo a queste domande in un prossimo articolo.[↩]
                    9. Etimologicamente dogma deriva dal latino dogma-ătis (greco δόγμα-ατος) decreto, decisione, derivato da δοκέω, “mi sembra, opino, credo”; quindi sembra abbastanza contraddittoria la pretesa di conferire un valore assoluto e indiscutibile a un’opinione che, in quanto espressione di una individualità, è per definizione relativa [N.d.T.].[↩]
                    10. Letteralmente “recitazione”; in senso più generale ogni testo sacro e, per il Vedānta, le Upaniṣad [N.d.T.].[↩]
                    11. I Liberati, da mukti o mokṣa, la Liberazione dall’ignoranza e dalla ronda delle rinascite nel saṃsara [N.d.T.].[↩]
                    12. In latino: locus. Loka designa un mondo o grado d’esistenza [N.d.T.].[↩]
                    13. L’Assoluto non duale, Infinito, Eterno, Immutabile, Coscienza ed Esistenza pura [N.d.T.].[↩]
                    14. Il mondo manifestato in quanto luogo di trasmigrazione; quindi le continue rinascite e ri-morti [N.d.T.].[↩]

                    1. Religion and Dharma

                      Religion and Dharma

                      This series of brief articles begins with the purpose of clarifying the ideas of the Hindū Authorities about some basic concept of Western Traditions.

                      Usually the saṃskṛta term Dharma is translated with the English word “Religion”. This is because since their first arrival in India, Western people decided the equivalence between the two terms. After five centuries that use has been accepted also by the Indian dhārmika representatives.
                      Now we will demonstrate that the two words have different meanings, and therfore it is wrong to use them as synonyms.
                      The term Religion derives from the Latin Religio, and is composed by two different roots, res, i.e. “thing”, and the verb ligo, “to tie”1. In this context it is not clear the real meaning of res, thing. It seems that res has been used to define all the citizens and the public goods included in the State apparatus2. The State, in fact, was considered as a sacred entity, public ceremonies as rituals, public service as priesthood. The contacts with the Gods were mostly maintained trough the State, the public deeds and the state magistracies.
                      The interpretation of Religio changed when Christianity became the Roman State Religion during the 4th century A.D. Christians gave the meaning of the Hebrew datt (Religion) to the Latin term. Thereafter Religio has been interpreted as the “thing” linking the believers to the unique God.
                      Now we have to consider what is Religion for Semitic Monotheisms, Judaism, Christianity and Islam:

                      • Religion is a social order revealed by God to a specific community of His believers. All other human beings not adhering to His faith live in a sinful condition and are excluded from the means of salvation.
                      • Religion is a pact between God and His community of believers excluding all other beings, sentient or insentient.
                      • The Religion highest purpose is to lead the deceased believer to salvation (the heavens).
                      • All the believers have to accept the dogmas, that is to say some statements of faith: it is forbidden to investigate on them through the reason3. Who does not accept a dogma is excluded from the religious community.
                      • All the believers must follow the same moral rules and conduct.
                      • All the believers must follow the same ritual prescriptions, without exceptions.
                      • Religion is an intervention of God in history trough a revelation of some message to a human personality4.

                      At this point it is evident that Religion is completely different from Dharma. Dharma is not the fruit of a historical revelation, being free from time, and for this reason its true attribute is sanātana, permanent5. Dharma is also free from space condition, being the Order that rules the equilibrium of the whole Cosmos, in favor of every and each being, sentient and insentient. It harmonizes the needs of every being, family, caste and nation, establishing supple rules, behaviors and rituals adapted to everyone. It does not impose any blind belief; on the contrary, it encourages everyone to pursue knowledge. The Hindū Śāstra is not a revelation falling from Heaven to Earth on the whim of some God. This is the description of real experiences of the ancient muktas. Moreover, its highest ideal is not the permanence in some loka, but the identification with our Real Nature, the Brahman, to wit the Liberation from any saṃsāri bondage.

                      D. K. Aśvamitra

                      1. A similar term did not exist in ancient Greek. Romans regarded their concept of Religio as corresponding to the Greek term θρησκός (read threskòs), “Godfearing”.[↩]
                      2. Indeed, Romans used the term Res Publica in order to define the State, regardless whether there was a monarchic, aristocratic or democratic regime.[↩]
                      3. For Judaism is dogmatic to believe in the Unicity of its God, in His Revelation and in the perennial pact between God and the elect people, the Jews. The dogmas for Christians are: the belief that God is One and Trine and that His son Jesus descended on Earth to be killed in sacrifice for the salvation of the believers. Another dogma is the ritual power of priests to transform bread and wine in real flesh and blood of Jesus Christ; whoever eats and drinks them reaches the salvation. For Muslims dogmas are that: God is One, the revealed Qur’an is eternal and that Muhammad is the last and conclusive of the Prophets.[↩]
                      4. There is a peculiar emphasis on this aspect, as if a historical fact would have some metaphysic relevance. Judaism was historically revealed by God to Moses. In the same way Christianity and Islam were founded respectively by Jesus Christ and Muhammad.[↩]
                      5. Also Buddhism is defined as Ākālika Dharma, timeless Dharma. However, from here a difficulty arises, because Buddhism has a historical founder, and Jainism as well. Even Tantrism differs somehow from the concept of Dharma, as it is the result of a revelation. Indeed “in this case there is the repulsive error of mutual dependence, as the authority of the Āgama (Tantra) rely on the omniscience of the God who has revealed it, and the omniscience of the same God leans on the authority of the revealed Āgama (Brahma Sūtra Śaṃkara Bhāṣya, II.2.38). Svāmī Satcidānandendra Sarasvatī comments as follows: “It is obvious that Śaṃkara with this refers to the Bible, the Qur’an, the Zend Avesta and to the sacred books of all the religions because they all claim that their inspired nature depends o the weak argument of the vicious circle, as happens for the Āgamas of Hinduism” (Intuition of the Reality, Holenarsipur, APK, 1955, pp. 8-9). We will answer these questions in a future article on this website.[↩]