Patrizia Tedesco Busetto
1. Prometeo: un mito di passaggio d’età
Poliedrica, ricca di aspetti che, a uno sguardo superficiale, potrebbero sembrare contraddittori, si erge la figura di Prometeo, stirpe titanica, figlio di Giapeto e dell’Oceanina Climéne dalle belle caviglie1. In Eschilo egli stesso afferma: “Temide, mia madre, Gaia che ha molti nomi e una forma”2. Diversamente, Apollodoro dice che da Giapeto e Asia nacquero Prometeo e i suoi fratelli3. Tuttavia è il nostro protagonista che chiarisce possibili perplessità, definendo la propria madre come colei dai molti nomi e una forma4.
Egli, dunque, è uno dei Titani, i primordiali sovrani del mondo, che “il grande padre Cielo generò da se stesso”5. Il grande Cielo, Oυρανόϛ, li chiamava Titani, coloro che si sforzano, alludendo con biasimo, fin dalla loro nascita, alla lotta feroce che avrebbero ingaggiato contro Zeus. Infatti i violenti Titani, che rappresentano il caos primigenio6 e avevano la sede sulle cime dell’Otri, si fronteggiarono in una terribile mischia con gli Dei provenienti dall’Olimpo in difesa dell’ordine cosmico7:
[…] e il mare sconfinato muggiva; mandò un enorme rimbombo la terra, mentre l’ampio cielo gemeva sconvolto, e dal fondo vibrava il vasto Olimpo sotto l’impeto degli immortali. Una cupa vibrazione giunse fino al Tartaro tenebroso, e insieme l’immenso rimbombo dei piedi, e del tumulto indicibile, e dei colpi violenti.8
La narrazione esiodea continua con spaventose immagini di fiamme crepitanti e di cupi rimbombi provenienti dalle viscere della terra e di venti impetuosi, fino a che i Titani furono sconfitti con la folgore e relegati nel Tartaro immerso nell’oscurità.
Similmente agli Asura degli hindū, sempre descritti come i fratelli maggiori dei Deva, i Titani sono gli Dei del passato, come emerge chiaramente dalle parole di Esiodo che allude con plastici accenti alla fine di un ciclo e all’inizio di una nuova era con nuove divinità: “Quindi, dopo che Zeus ebbe cacciato i Titani dal cielo […]”9, “Questi vinti appartengono a un passato tanto remoto che noi li conosciamo solo da storie in cui essi figurano in una determinata funzione”, dice giustamente Kàroly Kerényi10. È interessante notare che il nome di Giapeto, Ἰαπετός potrebbe derivare dal verbo ἰάπτω, che significa deformo, guasto, corrompo, danneggio: è evidente l’allusione al ruolo dei Titani, che operano alla fine di un’era, guastando il faticoso ordine cosmico. Generalmente, poi, si fa derivare il nome Titani dalla forma media del verbo τιταίνω, stendo, protendo, mi sforzo, facendo riferimento alla lotta sostenuta contro i Celesti. Ma più interessante, a mio avviso, è la possibile derivazione dal vocabolo di genere femminile τίτανος che significa calce, gesso, polvere di marmo, da cui il verbo τιτανόω, copro di calce o gesso.
I Titani infatti, inceneriti da Zeus, essendo le divinità del ciclo precedente, sono sassi, pietre, quelle pietre che, in un altro episodio mitologico, Deucalione e Pirra lanceranno alle loro spalle dopo il diluvio e dalle quali nascerà una nuova stirpe umana contaminata da tale negatività.
Prometeo è un Dio. Lo sottolinea Efesto nella tragedia eschilea: “«O Dio, che non ti pieghi all’ira degli Dei…»”11 e lo afferma Prometeo stesso pochi versi dopo: “«… guardate un Dio che soffre a causa degli Dei»”12.
Il suo nome è accompagnato da aggettivi che ne designano l’animo forte, κρατερόφρων, dagli scaltri pensieri, αἰολόμητις13, versatile, astuto, ποικίλος, complesso, oscuro, ἀκακήτης, benefico, e, come dice il suo nome, preveggente.
La morte, ovviamente, non lo tocca “poiché il destino a me non dà la morte”14.
Ermes così gli si rivolge: «Tu, il primo dei sapienti, tu il più amaro dei cuori amari, tu, che hai peccato contro gli Dei dando agli uomini effimeri il fuoco rubato»15.
Nella Teogonia Esiodo dice che Prometeo “contrastava il figlio di Crono dall’eccelsa potenza”16, Zeus, ingannandolo. Si allude qui a una misteriosa contesa che vedeva riuniti uomini e Dei a Mekone, luogo detto campo dei papaveri, poi chiamato Sicione, località del Peloponneso.
Prometeo pose dinnanzi al consesso un grande toro, diviso in due parti del tutto diseguali. In una delle due metà egli mise le carni e le viscere opulente con l’omento; nell’altra nascose le ossa ricoperte dal bianco grasso17.
Sorridendo con malizia, sfidò Zeus invitandolo a scegliere, in libertà, una delle due offerte. Zeus, nella sua onniscienza, pur vedendo l’inganno, profondamente irato, prese per sé la parte piena di grasso e di ossa, presagendo gravi danni per i mortali.
Questo è il primo raggiro di Prometeo ai danni dell’Olimpio onnipotente, che deve fare la scelta che ἀνάγκη, la necessità, impone. È indubbiamente un atto di arroganza, di ὕβρις (hybris), che rischia di destabilizzare l’ordine cosmico.
Esiodo continua dicendo che, da quel giorno, sulla terra le stirpi degli uomini bruciarono le bianche ossa delle offerte sugli altari degli Dei. Da allora, quindi, gli uomini consumarono le cotte carni sacrificali, il resto del rito18, dedicando agli Dei la parte non commestibile.
Così da allora nelle feste e nei sacrifici religiosi si mangia la carne delle vittime, mentre il resto, la parte degli Dei, la si brucia sullo stesso fuoco.19
A differenza degli Dei gli uomini si nutrono di cibo e si distinguono dagli animali perché lo consumano cotto.20
“O figlio di Giapeto, sapiente nei consigli più di tutti, tu, mio caro, non hai davvero dimenticato la tua ingannatrice scaltrezza”. Così disse Zeus e, prosegue Esiodo, da quel momento in poi, Egli non concesse più agli uomini mortali “la potenza del fuoco infaticabile per mezzo dei frassini”21. “ἐκ τούτου δήπειτα […] οὐκ ἐδίδου μηλίησι πυρὸς μένος ἀκανάτοιο θνητοῖς ἀνθρώποις”.
Quanto riferito dall’autore dimostra che gli uomini, in un’era lontanissima di pace e di prosperità, età dell’oro probabilmente22, in cui Dei e mortali potevano sedere vicini per dirimere le contese, possedevano il fuoco. Dopo questo inganno tutto cambia per il mondo umano, forse tutto finisce, ha termine un’era: è un pralaya, la dissoluzione ciclica secondo la tradizione hindū23. È necessario ripristinare l’ordine cosmico con il conseguente rispetto delle leggi24. Tutto dovrà avere un nuovo inizio. Senza il fuoco, inteso in forma reale e simbolica, non può esserci nulla per gli uomini. Lo dice Prometeo stesso nel dramma eschileo.
Inoltre, in quest’episodio del mito, Prometeo appare come colui che dà origine al sacrificio, nel quale, sulle are, tra il profumo degli incensi, si bruciano le offerte. Egli è il primo officiante, ma con il castigo finale, sarà anche il sacrificato, quindi il sacrificio stesso. Con il suo operato, determina una netta separazione tra immortali e mortali fra i quali, da quel momento, il contatto, la comunicazione, avverrà solo tramite il rito. Il figlio di Giapeto uccide, sacrificandolo, un toro, una delle ipostasi di Zeus, animale simbolo di forza e di fertilità inesauribile. Come, sacrificata la divinità suprema, si manifesta il mondo, così gli esseri umani con il rito sacrificale ricostituiscono l’unità del divino. Dopo aver sacrificato la divinità in favore del mondo, facendo a pezzi il toro, questa è sottoposta al sacrificio rituale di integrazione, come nella tradizione hindū il sacrificio riunisce le parti smembrate di Prajāpati25.
Si può ipotizzare , inoltre, che nella scelta operata da Zeus, che ha preso per sé una certa parte dell’animale immolato, si possa scorgere, nel biancore delle ossa, un riferimento al candore della calce, delle pietre. Zeus, quindi, così facendo, impossessandosi attraverso il fuoco sacrificale delle ossa, determina ancora una volta la sua sovranità sulla stirpe dei Titani, calce, ossa della terra, elementi trascorsi di un altro tempo, ribelli schiacciati dalla sua onnipotenza.
Lo stretto legame tra calce, ossa e pietre richiama alla mente il mito di Deucalione e Pirra. Deucalione è il figlio di Prometeo che, con la sua sposa, Pirra, la fulva, figlia di Epimeteo e di Pandora, sopravvive al diluvio che distrugge la generazione dell’età del bronzo. Il diluvio annienta un mondo corrotto e malvagio, cancellandolo in quanto era già disfatto. L’acqua, però, è soprattutto elemento di purificazione e, con essa, elemento umido, si rigenera il mondo.
Pertanto è necessario che anche le anime, sia quelle corporee sia quelle incorporee26, ma che attirano a sé un corpo, e soprattutto quelle che stanno per legarsi al sangue e a corpi umidi, inclinino all’umido e si incarnino diventate umide. […] La carne, infatti, si forma sulle ossa intorno a esse, e negli esseri viventi le ossa sono la pietra, perché simili a pietra […].27
Deucalione e Pirra, unici viventi, dopo aver sacrificato a Zeus28, interrogano sgomenti e disperati l’oracolo di Themis29. Obbedienti al responso, gettano alle loro spalle le pietre, elemento secco, che, assorbendo l’umido del terreno impregnato dalla pioggia diluviale, daranno origine a una nuova umanità29. Da quel momento gente, λαός, e pietra, λᾶος, sono designate da termini che si differenziano solo per l’accento30.
Conferma il legame tra Prometeo e il sacrificio la pena stessa a cui, consapevolmente, visto che è Προμηθεύς, cioè colui che pensa e conosce in anticipo, sarà sottoposto dopo aver rubato il fuoco al cielo. Egli si sacrifica, offre se stesso, per il bene dell’umanità, parteggia sempre per gli uomini, forse perché essendo un discendente dei Titani31 è spinto ad agire contro Zeus, e, come Prajāpati32, che è fatto a pezzi, si identifica con il sacrificio rituale. Nello Śatapatha Brāhmaṇa è detto che gli Dei sono gloria e bellezza; ma non devono questo privilegio alla loro natura. Sono diventati tali mediante il sacrificio. Il sacrificio è il cibo degli Dei33.
Apparentemente la parte peggiore dell’offerta andò agli Dei, per questo Zeus, sconvolto dall’ira, privò gli uomini “della potenza del fuoco infaticabile per mezzo dei frassini”34 e con esso, dobbiamo dedurre, la possibilità di celebrare sacrifici e di nutrire i Celesti con gli aromi35 delle offerte: è, chiaramente, l’allusione a un cambiamento totale, la fine di un mondo.
Risulta difficile stabilire quando gli uomini incominciarono a celebrare i sacrifici. Esiodo considera cinque umanità diverse distribuite in quattro età. Nella prima, quella dell’oro, sotto il regno di Crono, gli uomini vivevano come Dei, senza angosce, fatiche, miseria, vecchiaia. Si nutrivano dei frutti che la terra feconda, spontaneamente, produceva in abbondanza, di miele e di latte. La presenza di tali alimenti, in particolare del miele, attesta il regime vegetariano, segno di una condizione umana di innocenza e di purezza, rispetto a un’alimentazione in cui vi è la carne che presuppone la colpa dell’uccisione36. Essi morivano come colpiti nel sonno, addormentandosi. Uomini e Dei parlavano tra loro, non c’era necessità di oblazioni.
In un tempo successivo seguì una seconda stirpe, di molto inferiore alla precedente: la stirpe argentea. Al contrario dell’età dell’oro, gli uomini avevano una lunghissima infanzia e una giovinezza molto breve, perché appena conoscevano i problemi della vita, a causa della loro stoltezza, vivevano in angoscia divenendo violenti né volevano venerare gli immortali e compiere sacrifici sugli altari dei sacri beati. Questi col tempo Zeus nascose sottoterra, “mosso a sdegno perché non rendevano gli onori dovuti agli Dei beati”37.
Quindi l’Onnipotente creò un’altra stirpe di mortali, la terza, di bronzo, terribile e violenta che amava le opere di Ares, la guerra. Sono i Giganti, descritti dall’autore splendenti nelle armi, con in mano lunghe lance38. Vinti dalla loro forza, scesero anch’essi nell’Ade.
Sempre nell’età del bronzo, comparve, poi, la quarta stirpe degli uomini eroi, chiamati semidei, la più giusta e la più buona che ha preceduto la nostra, quella dell’età del ferro. Combatterono contro i Giganti come gli Dei avevano lottato contro i Titani. Sono i protagonisti delle opere omeriche, di un passato remoto in cui gli Dei erano amici e nemici degli uomini, giacevano con le loro donne, come pure gli eroi facevano con le Dee: i loro mondi erano in permanente relazione. «Per la protezione dei giusti, per la rimozione dei malvagi, per ristabilire la Legge, Io mi svelo di età in età»39,dice Kṛṣṇa ad Arjuna. In questo contesto, quali kṣatriya, operano gli eroi che, combattendo per la gloria, adempiono il loro dharma, divenendo, così, realmente immortali. La guerra di Troia e quella sotto le mura di Tebe li fece estinguere40. L’età degli eroi interrompe il deterioramento della stirpe umana, frenandone l’inarrestabile degenerazione; conferisce, inoltre, ai mortali la certezza della loro identità di origine con gli stessi Dei41. Gli Dei omerici sono simili agli uomini, ma in virtù della loro immortalità, esigono i sacrifici. Già nel primo libro dell’Iliade ve n’è conferma. “«Ascoltami, Arco d’argento, che Crisa proteggi, e Cilla divina, e regni sovrano su Tenedo, Sminteo, se mai qualche volta un tempio gradito t’ho eretto, e se mai t’ho bruciato cosce pingui di tori e capre, compimi questo voto: paghino i Danai le lacrime mie con i tuoi dardi»”42.Così parla Crise, sacerdote di Apollo. In età eroica, quindi, si celebravano i sacrifici.
Esiodo così continua:
In seguito, volesse il cielo che non mi fosse toccato di vivere assieme agli uomini della quinta stirpe, ma di morir prima, o di nascere dopo. Ora infatti è proprio l’età del ferro; né mai gli uomini cesseranno il giorno dalla fatica e dalla miseria, e la notte di struggersi, e gli Dei daranno loro angosce pesanti. Zeus quindi distruggerà anche questa stirpe di uomini mortali, quando verranno al mondo gli uomini con le tempie candide fin dalla nascita. Né allora il padre sarà simile ai figli, né i figli al padre; né l’ospite sarà caro a colui che lo ospita, e l’amico all’amico, come nel tempo passato. Essi avranno in dispregio i genitori, appena cominceranno a invecchiare […] avranno in onore l’uomo artefice di mali e lui stesso violenza; la giustizia starà nelle mani, il pudore non esisterà più […] E allora se n’andranno all’Olimpo dalla terra spaziosa il Pudore, Αἰδώς, e il Rispetto, Νέμεσις, celando il bel corpo con il candido manto, se n’andranno in mezzo alla stirpe degli immortali, lasciando gli uomini; allora agli uomini mortali resteranno i dolori fonti di lacrime; e non ci sarà più scampo dal male.43
Questo è il tragico quadro dell’ultima età44.
Nel Protagora Platone, dopo aver narrato il furto del fuoco, quale dono di Prometeo all’umanità, così continua:
Come dunque l’uomo fu partecipe di sorte divina, innanzi tutto per la sua parentela con la divinità, unico tra gli esseri viventi, credette negli Dei, e si mise a erigere altari e sacre statue […].45
Sembrerebbe questo un riferimento all’inizio di uno yuga, quando, dopo una fine, tutto ricomincia: l’umanità erige altari agli Dei e, di conseguenza, celebra sacrifici in loro onore.
Nell’età dell’oro, tempo privilegiato, vicino all’ordine perfetto, non esisteva il sacrificio, non era necessario. Gli uomini erano sempre in contatto con il divino e il tapas, il calore interiore del Sé46, era la modalità di unione. Neppure nella seconda età, quella argentea, esisteva il sacrificio. Chiaramente Esiodo sottolinea che l’umanità non lo celebrava: la conoscenza, γνῶσις, jñāna47, avvicinava Dei e uomini.
È solo nella seconda stirpe che popola l’età del bronzo, quella degli eroi, che compare l’atto sacrificale, yājña47, necessario per uomini e Dei beati. Ma con la fine di un’era in cui un mondo intero è distrutto, c’è la necessità, nell’età successiva, di iniziare ex novo; tutto riprende da un principio, nuovi esseri popolano la terra, un nuovo primo sacrificatore avvia il sacrificio che riafferma l’ordine cosmico e ricostituisce la divinità. Come Prometeo, nell’età del bronzo, sacrifica il toro, così Deucalione, dopo il diluvio, sacrifica a Zeus, sul monte Parnaso48 ed è il primo sacrificatore dell’età del ferro. Tuttavia in questo ciclico ricominciare è implicito necessariamente un allontanamento graduale dall’ordine divino con il prevalere dell’ignoranza. A sostegno di quanto detto, nell’età del ferro, l’ultima, per poter mantenere il contatto con la realtà divina, c’è bisogno di un’azione ulteriore secondo il dharma dell’epoca: il dono, dāna49. Poiché il tempo si avvicina alle tenebre del kaliyuga, l’azione di Prometeo avviene di necessità, ma resta un furto esecrando. Inoltre, nell’età del ferro il sacrificio perde parte della sua efficacia, diventa complesso, quasi inarrivabile, come attesta, nella tradizione hindū, la prassi sacrificale, in cui si esige l’attenzione costante dei sacerdoti affinché non vi sia la minima interruzione50.
Dopo il dolum di Sicione, Prometeo reagisce contro Zeus che ha sottratto agli uomini il fuoco per mezzo dei frassini.
L’accenno ai frassini, μελλίαι51, allarga ancora il panorama. Infatti non bisogna dimenticare che un altro possibile significato del nome Prometeo è quello derivato dal sanscrito pramantha, il bastoncino verticale maschio, usato per accendere il fuoco in contesto hindū. È ridicolo pensare, come è accaduto sovente, a un’allusione ai frassini colpiti dalla folgore di Zeus e da cui gli uomini avrebbero ottenuto il fuoco. Perché proprio i frassini? Potrebbe essere, invece, che con il legno di queste piante, tradizionalmente, si accendesse il fuoco52. Del resto in Grecia il frassino era la pianta sacra a Poseidone e alle sue ninfe, le Melie. Esse si erano prese cura del piccolo Zeus, come nutrici a Creta, quando la Madre Rea lì lo aveva nascosto per salvarlo da Crono, che divorava tutti i suoi figli per timore di essere, un giorno, detronizzato da uno di essi. Di frassino erano anche le lance degli eroi omerici. Esso è l’albero del potere del mare o del potere dell’acqua53.
È inevitabile associare tutto ciò al “frullamento dell’oceano di latte”. Interessante è la testimonianza di Santillana a proposito di una leggenda della Columbia Britannica: “L’ombelico dell’oceano era un vasto gorgo in cui andavano alla deriva i bastoncini che, sfregati, davano il fuoco. Allora la fanciulla prese l’arco, colpì l’ombelico dell’oceano, e gli arnesi per accendere il fuoco balzarono a riva” e da quel momento ci fu il fuoco54.
In questo modo ha inizio un nuovo ciclo, il nostro yuga attuale, il kaliyuga, l’età del ferro. Altri elementi lo confermano.
Apollodoro tramanda che Prometeo, con acqua e terra, plasmò gli uomini: “ἐξ ὕδατος καὶ γῆς ἀνθρώπους πλάσας”55. In epoca classica si diceva che i resti della creta usata per quest’operazione fossero custoditi a Panopeo nella Focide56.
Egli è quindi un ordinatore della materia preesistente che era puro caos57. Nei confronti degli esseri viventi non solo è il formatore, colui che dà la forma, ma è anche il benefattore, poiché concede ad essi la scienza e la coscienza dell’io: ἔννους ἔθεκα καὶ φρενῶν ἑπηβόλους58.
È interessante quanto dice la tradizione vedica a proposito di Prajāpati, che non è in questo caso la divinità primordiale, ma un creatore secondario, legato a un ciclo determinato e quindi simile a Prometeo: “Prajāpati emise le creature; esse erano prive di distinzione, senza coscienza, e si mangiavano tra di loro; Prajāpati se ne rammaricò; vide il rito e allora organizzò il mondo: le vacche furono vacche; i cavalli, cavalli; gli uomini, uomini; le belve, belve”59.
A questa organizzazione vedica del mondo, corrisponde, in quello greco, la distribuzione di facoltà naturali a tutti gli esseri che dovranno esistere.
Gli Dei affidano a Prometeo e a Epimeteo, suo fratello, tale compito. Epimeteo, il cui nome significa colui che pensa dopo, chiede a Prometeo che spetti a lui l’incombenza della distribuzione: “E quando avrò compiuto la mia distribuzione – dice – tu controllerai”60. Durante quest’incarico ad alcuni assegnava forza senza velocità, mentre forniva velocità ai più deboli; alcuni armava, mentre per gli altri, che rendeva per natura inermi, escogitava qualche altro mezzo di salvezza. Ad alcuni diede le ali, ad altri grande dimensione. E così di seguito, attento a che tutto fosse in equilibrio. Escogitò anche agevoli modi per proteggerli dalle intemperie delle stagioni di Zeus. Ma Epimeteo, al quale mancava compiuta sapienza, consumò, senza accorgersene, tutte le facoltà naturali in favore degli esseri privi di ragione: rimaneva da dotare il genere umano e non sapeva come fare. In quel mentre sopraggiunse Prometeo a controllare l’opera del fratello. Vide che gli altri esseri possedevano tutto per vivere armoniosamente; l’uomo, invece, era nudo, scalzo, privo di giaciglio e di armi ed era ormai imminente il giorno fatale in cui anche quest’ultima creatura spontaneamente doveva uscire dalla terra quale sostanza – o, meglio, materia secunda-, da cui l’individuo umano trae la sua forma. Allora Prometeo, per la sua salvezza, ruba ai Celesti, si dice a Efesto o al carro del Sole, il fuoco, e ad Atena la scienza e la tecnica, ἔντεχνος σοφία.61
Alcuni elementi importanti avvicinano Prometeo e Prajāpati: da essi si originano gli uomini, entrambi danno origine al sacrificio.
Qui si innesta il secondo episodio del mito. Bisogna rilevare che nelle versioni più antiche della leggenda, propriamente in Esiodo, Prometeo appare solo come benefattore dell’umanità, la quale viene alla luce nascendo spontaneamente dal terreno, allo stesso modo delle piante62, e non come suo creatore, secondo il racconto di Apollodoro.
Dopo aver plasmato l’uomo materialmente con acqua e argilla, impietosito perché la creatura “aveva occhi e non vedeva”, ruba il fuoco63, la luce, l’origine di tutte le conoscenze. Dunque un’interpretazione della funzione prometeica riguarda la creazione dell’uomo.
“Avevano gli occhi e non vedevano, οἵ πρῶτα μὲν βλέποντες ἔβλεπον μάτην”64: grazie al fuoco, al fiat lux, tutto appare, l’uomo scopre ciò che è fuori di lui, il mondo, che prima non vedeva.
“Avevano le orecchie, ma non udivano, κλύοντες οὐκ ἥκουον”65. Ora, sempre grazie a Prometeo, odono.
Nella tragedia eschilea il coro dice: “Nuovi signori regnano l’Olimpo, Zeus domina con nuovi costumi…”66. E Oceano rivolto al Titano incatenato: “Riconosci chi sei, adattati alle forme nuove: un nuovo signore c’è tra gli Dei”67. È incominciata una nuova era in cui l’umanità è quella prodotta da Deucalione, che, gettandosi dietro le spalle le “ossa della terra” fa sì che la nuova stirpe di mortali discenda dai tenebrosi Giganti e non dagli eroi. Così il seme malefico dei Giganti riuscì a superare la barriera purificatrice del diluvio68 e a diffondersi nell’età del ferro69.
- Eschilo, Prometeo incatenato, 209-210. Cfr. Davide Susanetti (a cura di), Eschilo, Prometeo, Milano, Feltrinelli, 2010.[↩]
- Ibid. 209-210.Ibid. 209-210.[↩]
- Apollodoro, Biblioteca, I.2.3.Apollodoro, Biblioteca, I.2.3.[↩]
- È la χώρα platonica, ricettacolo e nutrice di ogni generazione (Platone, Timeo, 49). Corrisponde alla prakṛti del Sāṃkhya. Cfr. Francesco Fronterotta (a cura di), Platone, Timeo, Milano, Bur, 2011. “All’origine quaggiù nulla vi era”, Bṛhadāraṇyaka Upaniṣad (I.2.1); “Egli desiderò:«Possa io avere un secondo…»” Ibid. (I.2.4). Upaniṣad antiche e medie, Pio Filippani Ronconi (a cura di), Torino, Bollati Boringhieri, 2007.[↩]
- Esiodo, Teogonia, 207-208. Cfr. Aristide Colonna (a c. di), Esiodo, Opere, Torino, Utet, 2011, Teogonia, pp. 507-508.[↩]
- Luc Ferry, La saggezza dei miti, Milano, Garzanti, 2010.[↩]
- Nella tradizione hindū, la lotta tra Olimpici e Titani trova perfetta corrispondenza nella perenne guerra tra gli Dei (Deva)egli anti-Dei (Asura). È notevole, in questo ultimo caso, che il mito indiano contempli anche una interpretazione microcosmica: “Da tempi immemorabili ci fu una lotta tra Deva e Asura che continua ancora nel corpo di tutti gli esseri individuali, con la volontà di vincere gli uni sugli altri.”(ChUŚBh I.2.1). È il caos subconscio che continuamente tenta di riemergere e di travolgere l’ordine della ragione umana.[↩]
- Esiodo, cit., 678-683.[↩]
- Ibid. 820.[↩]
- Kàroly Kerényi, Gli Dei della Grecia, Milano, Est, 2001, p. 29.[↩]
- Eschilo, 29.[↩]
- Ibid. 92.[↩]
- Alberto Camerotto, “L’altra Hybris di Prometeo”, in A. Camerotto e S. Carniel (a cura di), Hybris. I limiti dell’uomo tra acque, cieli e terre, Milano, Mimesis, 2014.[↩]
- Ibid. 753.[↩]
- Ibid. 944-946.[↩]
- Ibid. 534.[↩]
- Le ossa bruciate diventano ceneri: le ceneri, essendo basiche, sono sali minerali. Oto ed Efialte erano figli di Poseidone, Dio del mare, e di Ifimedea, sposata, però, con Aloeo. Detti Aloidi, figli del sale, ἂλς, crebbero così velocemente e a dismisura che vollero sfidare gli Dei: sopra al monte Olimpo posero l’Ossa e il Pelio, minacciando di scalare il cielo e si vantavano dicendo che, colmando il mare con le montagne, avrebbero trasformato il mare in terra e viceversa (Apollodoro, Biblioteca I, 4). Vennero sprofondati negli Inferi dove furono legati con serpenti a una colonna, l’uno contro le spalle dell’altro. Qui li tormentava una civetta che gridava senza sosta.[↩]
- Ucchiṣṭa, il resto del rito in India. Parte della vittima sacrificale che rimane, una volta fatte le offerte. I resti alimentari di un sacrificio, perciò, sono purificati dal fuoco e, dopo che il cibo è stato offerto agli dei, sono diventati avanzi di cibo divino (prasāda), allora possono essere consumati dai fedeli. Giovanni Torcinovich, Cibo, sacrificio e conoscenza. Cibo materiale e cibo allegorico.[↩]
- Igino, De Astronomia, 1. Cfr. G. Chiarini, G. Guidorizzi (a cura di), Igino, Mitologia astrale, Milano, Adelphi, 2009.Igino, De Astronomia, 1. Cfr. G. Chiarini, G. Guidorizzi (a cura di), Igino, Mitologia astrale, Milano, Adelphi, 2009.[↩]
- “Nei sacrifici vedici, ieri come oggi, l’offerta di cibo era cotta durante lo svolgimento del sacrificio. Mediante il fuoco erano cucinati tutti i cibi che servivano per le offerte.” G. Torcinovich, cit.[↩]
- Eschilo, 562-564.[↩]
- Nella tradizione latina era detta Saturnia regia, il regno di Saturno, il Kronos dei greci. Giorgio de Santillana, Herta von Dechent, Il mulino di Amleto, Milano, Adelphi, 1983, p. 179.[↩]
- Ciò che ha fine è un mondo, inteso come un’età del mondo. La catastrofe spazza via il passato .Ibid.[↩]
- Cfr. Luc Ferry, cit. Corrisponde al concetto di dharma dell’induismo.[↩]
- Śatapatha Brāhmaṇa, XI.1.8.2. Cfr. J. Eggeling (ed.), The Śatapatha Brāhmaṇa, Delhi, Motilal Banarsidass, 1972 [Ist ed. 1882]. Cfr. Puruṣa Sūkta.[↩]
- Incorporate o libere del corpo.[↩]
- Porfirio, L’antro delle ninfe, XI, 11-15. Laura Simonini (a c. di), Porfirio, L’antro delle ninfe, Milano, Adelphi, 2009, p. 59.[↩]
- Nella piana di Dion in Grecia e in prossimità del monte Olimpo, risaltano i resti di un grande altare. Si vuole sia l’altare dove Deucalione e Pirra celebrarono il primo sacrificio dopo il diluvio.[↩]
- Ovidio, Metamorfosi, I.318-415.[↩][↩]
- In Porfirio (cit.) i telai di pietra sono assimilati alle ossa.[↩]
- Cfr. Luc Ferry, cit.[↩]
- Prajāpati è il Signore delle creature, è la divinità hindū che presiede alla procreazione, ma è anche il sacrificio, Cfr. G. Torcinovich, cit.[↩]
- Questa tematica è stata ampiamente trattata da Sylvain Lévi, La dottrina del sacrificio nei Brāhmaṇa, Milano, Adelphi, 2009.[↩]
- Esiodo, Teogonia, Eleonora Vasta (a c. di), 563,Milano, Mondadori, 2004.[↩]
- Gli Dei si cibano delle offerte tramite il loro aroma, cioè dello stato sottile. Cfr. G. Torcinovich. Op. cit.[↩]
- Cfr. Porfirio, De abstinentia, 2.20.3.[↩]
- Esiodo, Le opere e i giorni, 138-139. Cfr. A. Colonna (a c. di), cit.[↩]
- Esiodo, Teogonia, 185-186.[↩]
- Bhagavad Gītā, IV. 8. Cfr. Raphael (a c. di), Bhagavad Gita, Il canto del beato, Roma, Asram Vidya, 2006. Si può notare una stretta analogia tra la lotta degli eroi contro i Giganti e la guerra tra i Pāṇḍava e i Kaurava.[↩]
- Corrisponderebbe a ciò che accadde con la guerra del Mahābhārata nella tradizione sanscrita.[↩]
- Cfr. C. Miralles, Come leggere Omero, Milano, Rusconi, 1992, p. 34.[↩]
- Iliade, I, 37-43. Cfr. Omero, Iliade, Torino, Einaudi, 1990, versione di A. Calzecchi Onesti.[↩]
- Esiodo, Le opere e i giorni, 174-201.[↩]
- “… ti svelerò la natura dell’età di Kali […] Il rispetto degli ordini sociali e delle sue istituzioni non sarà diffuso nell’età di Kali […] I matrimoni in quest’età non saranno conformi al rituale […] Le regole alla base della vita matrimoniale saranno distrutte e non verrà offerto agli Dei alcun sacrificio del fuoco. […] Le menti degli uomini saranno completamente occupate dal pensiero di acquisire ricchezze. E la ricchezza sarà spesa solamente per gratificare i sensi.” Śri Viṣṇu Purāṇa, La storia universale secondo gli antichi trattati indiani, Valentino Bellucci (a cura di), Sesto San Giovanni ( Milano), 2020, pp. 419-420.[↩]
- Platone, Protagora, XII, b. Cfr. Francesco Adorno (a cura di), Platone, Protagora, Bari, Laterza, 1996.[↩]
- Manu, I.86, in G. Bueller (ed.), The laws of Manu, Delhi, Motilal Banarsidass, 1975 [Ist ed. 1886].[↩]
- Ibid, I.86.[↩][↩]
- Apollodoro, Biblioteca, 7.2.[↩]
- Nel mondo hindū il rapporto con il divino è indicato da vari termini: nel kṛtayuga, il tapas; il calore interiore; nel tretāyuga, jñāna, la conoscenza; nel dvāparayuga, yājña, il sacrificio; nel kaliyuga, dāna, il dono, la carità (Manu, I. 86).[↩]
- Bisogna impedire che il sacrificio si disfi. Come nella vita di ogni giorno si fanno dei nodi alle due estremità di una corda per impedirle di sfilacciarsi, così si fanno dei nodi alle estremità del sacrificio per impedirgli di disfarsi. Aitareya Brāhmaṇa, II, 5, 13-14. L’esattezza, la realtà è il sacrificio. Maitrāyaṇī-Saṃhitā, I.10.11, Sylvan Lévi, La dottrina del sacrificio nei Brāhmaṇa, Milano, Adelphi, 2009, p. 180. La realtà sono gli Dei, l’inesattezza sono gli uomini. Śatapatha-Brāhmaṇa, I.1.1.4. La via degli Dei è la via dell’esattezza. Ibid, IV.3.4.16, Sylvain Lévi, Ibid.[↩]
- Il termine è affine a μέλι-τος, miele. Il miele è fuoco liquido. Cfr. G. G. Filippi, “La dolcezza del sapere: madhu vidyā”, in A. Cadonna (a cura di), Ricordo di Alain Daniélou, Firenze, Leo S. Olschki ed., 1996.[↩]
- Giorgio de Santillana e Herta von Dechend, Il mulino di Amleto, Milano, Adelphi, 1969, pp. 438-441. Al contrario, il fuoco prodotto dallo sfregamento delle selci è caratteristico dell’epoca successiva, quella dell’umanità dell’età del ferro, nata dalla pietra. Le pierres de foudre, ovvero le asce neolitiche di selce avevano questa funzione rituale. L’interpretazione che gli antichi attendessero la caduta del fulmine per prenderne il fuoco è scioccamente un’interpretazione darwiniana basata su una cattiva lettura di Diodoro Siculo. Cfr. A. Dureau, “L’art de faire le feu est-il une caratéristique de l’homme?”, Bulletins de la Société d’anthropologie de Paris, II Série, tome 5, 1870 p. 5.Giorgio de Santillana e Herta von Dechend, Il mulino di Amleto, Milano, Adelphi, 1969, pp. 438-441. Al contrario, il fuoco prodotto dallo sfregamento delle selci è caratteristico dell’epoca successiva, quella dell’umanità dell’età del ferro, nata dalla pietra. Le pierres de foudre, ovvero le asce neolitiche di selce avevano questa funzione rituale. L’interpretazione che gli antichi attendessero la caduta del fulmine per prenderne il fuoco è scioccamente un’interpretazione darwiniana basata su una cattiva lettura di Diodoro Siculo. Cfr. A. Dureau, “L’art de faire le feu est-il une caratéristique de lo’homme?”, Bulletins de la Société d’anthropologie de Paris, II Série, tome 5, 1870 p. 5.[↩]
- In Irlanda erano frassini l’Albero di Tortu, l’Albero di Dathi e l’Albero Frondoso di Usnech, tre dei cinque alberi magici il cui abbattimento nel 665 d. C. simboleggiò il trionfo del cristianesimo sul paganesimo. Sempre in Irlanda il legno di un frassino, discendente di un albero sacro, costituiva un talismano contro l’annegamento. Robert Graves, La Dea Bianca, Milano, Adelphi,1992, p. 193.[↩]
- Cfr. de Santillana, cit., p. 376. È interessante notare che la corda dell’arco è assimilabile al serpente. Vāsukī è il serpente usato come corda nel frullamento dell’oceano di latte nella tradizione hindū. Non si deve dimenticare la funzione della corda dell’archetto nel trapano da fuoco.[↩]
- Apollodoro, I.7.[↩]
- Pausania, 10.4.4.[↩]
- Enrico Schiavo Lena, Un testo sugli dei e il mondo del paganesimo tardo-antico: il trattato di Salustio, Patti, Kimerik, 2013, p. 81.[↩]
- Eschilo, 444.[↩]
- Tandya-Mahābrāhmaṇa, XXIV.11.2. Sylvain Lévi, La dottrina del sacrificio nei Brahmana, Milano, Adelphi, 2009, p. 56.[↩]
- Platone, Protagora, XI. d.[↩]
- Platone, Protagora, XI. 320 d, e; 321 a, d.[↩]
- I jῑvātman di quanti hanno seguito il pitṛyāṇa, dopo essere piovuti sulla terra si associano alle piante. In questa condizione già terrena, ma sottile e prenatale, sono paragonati ai vegetali per la loro esistenza seminale. Filippi. cit. pp. 48-49.[↩]
- Prometeo nascose il fuoco, dopo averlo smorzato, in una canna o nel cavo del gambo di un finocchio selvatico. Per questo, nei giochi, gli atleti corrono con in mano una fiaccola, in ricordo del titano. Igino, cit.,II.2. È curioso notare che il gambo del finocchio fu usato in Europa fino a qualche secolo fa per lottare contro le streghe. Carlo Guinzburg, I Benandanti. Stregoneria e culti agrari tra Cinquecento e Seicento, Torino, Einaudi, 1966, pp. 36-40.[↩]
- Eschilo, 445.[↩]
- Ibid. 448.[↩]
- Eschilo, 150–151.[↩]
- Eschilo, 309-310.[↩]
- Cfr. Filippi, Il mistero della morte, cit., p. 31.[↩]
- “Per questo siamo una razza dura e rotta alle fatiche e i nostri atti provano di che origine siamo.” Ovidio, 414-415.[↩]