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Il post mortem dei sādhaka secondo la dottrina di Śaṃkarācārya

8. Il post mortem dei sādhaka secondo la dottrina di Śaṃkarācārya

    Il post mortem dei sādhaka secondo la dottrina di Śaṃkarācārya – VIII

    L’affermazione precedente (BSŚBh IV.4.16) pretende che, secondo il diretto insegnamento scritturale “Egli stesso ottiene signoria indipendente” (TU I.6.2), sia ragionevole desumere che i jīva liberati ottengano poteri divini illimitati. Questo deve essere respinto. Questa citazione non pregiudica nulla, in quanto è il Signore “che li stabilisce come signori delle sfere (maṇḍala) del Sole ecc. e che risiede in quegli stessi mondi”. Si dichiara che questa attribuzione d’una signoria indipendente è privilegio del Signore che risiede in quei mondi quale la sfera del sole ecc., come anche quello di nominare gli altri[i jīva liberati]reggitori di sfere particolari. È per questa ragione che, un po’ più avanti, la stessa Upaniṣad dice: “Egli raggiunge il signore della mente” (TU I.6.2), che significa che raggiunge Īśvara che è il Signore di tutte le menti e che è sempre presente lì come una realtà preesistente1. Ciò è in linea con quanto l’Upaniṣad afferma più avanti: “Egli diventa il reggitore della parola, degli occhi, degli orecchi, il reggitore della conoscenza” (Ibid.). Così anche in altri passaggi si deve considerare, per quanto possibile, che i loro divini poteri siano ottenuti solo per volontà del Signore che esiste eternamente.

    19. C’è un’altra ‘forma’2 del supremo Signore che non dimora nell’effetto3 perché così dichiara l’Upaniṣad.

    E non è che il supremo Signore risieda soltanto nella sfera del sole ecc., nel novero degli effetti [cioè delle cose mutevoli]; Egli ha anche un’altra ‘forma’ completamente libera con cui trascende tutti i cambiamenti. Per questo la scrittura parla della Sua esistenza in due ‘forme’ in “La Sua gloria divina si estende così lontano; l’intero Universo di tutti questi esseri è solo un quarto di Lui. Ma Puruṣa è più grande anche di quello, i suoi tre quarti immortali essendo stabiliti nella sua propria luce” (ChU III.12.6), e in altri passaggi. Non si può affermare che questo Immutabile sia raggiunto da coloro che si fissano nell’altra forma[presente nel mondo del cambiamento], perché essi non ne hanno il desiderio. Quindi bisogna intendere che, considerando che il supremo Signore possiede due ‘forme’4, i jīva, che non hanno raggiunto il non qualificato (nirguṇa), possono restare nella forma qualificata (saguṇa) con poteri divini limitati poiché non hanno acquisito poteri illimitati5.

    Non si può affermare che questo Immutabile sia raggiunto da coloro che si fissano nell’altra ‘forma’ [presente nel mondo del cambiamento], perché essi non ne hanno il desiderio6. Quindi bisogna intendere che, se si considera che il supremo Signore possiede due ‘forme’, i jīva,che non hanno raggiunto la ‘forma’ non qualificata (nirguṇa), possono restare nella forma qualificata(saguṇa) con poteri divini limitati, dato che non hanno acquisito poteri illimitati.

    20. Entrambi i testi delle Upaniṣad e della smṛti dicono così [che la suprema luce è oltre tutte le cose mutevoli].

    Nei passaggi che seguono, i testi upaniṣadici e le smṛti dimostrano che la suprema luce trascende tutti i cambiamenti: “Lì il sole non brilla e neppure la luna e le stelle né brillano i lampi. Come può farlo questo fuoco? Egli sfolgorando illumina tutto; attraverso la sua luce, tutte queste cose sono variamente illuminate” (KU II.2.11; ŚU VI. 14; MuU II.2.10), “Il sole non lo illumina, né la luna né il fuoco” (BhG XV.6). Così, è ben noto che la luce suprema è oltre tutte le cose mutevoli. Questa è l’idea.

    21. Anche dai segni che nelle Upaniṣad indicano solo l’eguaglianza dell’esperienza [si sa che i jīva liberati non hanno poteri illimitati].

    Qui c’è un’altra ragione che dimostra perché quei jīva che raggiungono il Brahman-effetto (Kārya Brahman) non hanno poteri illimitati. Secondo quanto è stabilito dalle scritture, tutto quello che essi hanno in comune con il Signore eternamente esistente, è solo questa stessa fruizione (bhoga), come dai segnali indicatori che dichiarano: “Egli [Hiraṇyagarbha, allorché il meditanteha raggiunto il Suo mondo] gli dice «Io fruisco solo del nettare e, ora, anche tu ne fruisci»” (KauU I.7), “Come è quel Dio [Hiraṇyagarbha] così egli diventa. Come tutti gli esseri adorano questa divinità, così lo adora chi conosce questo” (BU I.5.20), “Per mezzo di questa [conoscenza] egli s’identifica (sāyujya) alla Divinità e si colloca (sālokya) in Lui” (BU I.5.23).

    Oppositore: Da questo punto di vista i poteri avrebbero gradi, cosicché sarebbero soggetti ad avere fine. Quindi questi jīva liberati ritornerebbero a questo mondo.

    Vedāntin: Ecco la risposta del venerato maestro Bādarāyaṇa:

    22. Non c’è ritorno per i jīva liberati sulla base della dichiarazione upaniṣadica: non c’è ritorno per i jīva liberati sulla base della dichiarazione upaniṣadica.

       Coloro che procedono lungo il devayāna salendo, per mezzo delle nāḍī e dei raggi del sole, alle diverse tappe della luce ecc., raggiungono il mondo di Brahman, com’è descritto nelle scritture: “nel Brahmaloka, nel terzo piano del cielo7, partendo da questa terra, esistono due mari chiamati Ara e Nya, dove si trova un lago pieno di cibo delizioso, dove c’è un banyan che trasuda ambrosia, dove si vede la cittadella di Brahman chiamata Aparājitā (l’inespugnabile) e dove si trova un palazzo d’oro fatto dallo stesso Signore” (ChU VIII.5.3). Di quel mondo si parla in vari modi nei mantra8e nelle parti eulogistiche [arthavāda] del Veda. Dopo averlo raggiunto, essi non ritornano come fanno gli altri che piovono sulla terra dal mondo della luna quando hanno esaurito la loro fruizione. Si sa questo dai passaggi upaniṣadici come: “Uscendo attraverso quella nāḍī si ottiene l’immortalità” (KU II.3.16; ChU VIII.6.6), “Essi non tornano più a questo mondo” (BU VI.2.15), “Chi procede lungo questa via degli dei non ritorna a questo ciclo umano (mānavamāvartaṃ o manvantara) di nascite e morti” (ChU IV.15.5), “Egli raggiunge il Brahmaloka e non ritorna qui” (ChU VIII.15.1). E, anche se i loro poteri arrivano a una fine nel tempo, si dimostra che non ritornano nel sūtra: “Nella dissoluzione finale del mondo del Brahman condizionato essi raggiungono col Signore di quel mondo [Hiraṇyagarbha] quello che è superiore al Brahman condizionato” (BS IV.3.10.).9

    Ma il reale non ritorno si compie solo per coloro dai quali l’oscurità dell’ignoranza è stata completamente rimossa come risultato della loro piena illuminazione e che, perciò, raggiungono quella Liberazione come la loro più alta meta (parama puruṣārtha) che esiste eternamente come auto stabilita10. Il non ritorno di quelli che prendono rifugio nel Brahman qualificato diventa un fatto solo per coloro che hanno quello come loro ultima dimora. La ripetizione della frase “non c’è ritorno in base alla dichiarazione upaniṣadica” indica la fine dello Śāstra.

    * * *

    Qui s’esauriscono anche la nostra traduzione e le glosse aggiunte in favore dei lettori non avvezzi al Vedānta vicāra. Sia dunque esaltato colui che, seguendo un vero maestro adepto, evita tutti i destini postumi desiderando la sola Liberazione in vita!

    Oṃ Tat Sat

    1. Le sfere o mondi sono infatti delle costruzioni mentali (manasarga) e Īśvara è proprio lì che è presente come Testimone (Sākṣin). Non si deve però dimenticare che Īśvara è, in realtà, il Supremo, esattamente come il jīvātman non è l’individualità apparente, ma è lo stesso Ātman.[↩]
    2. ‘Forma’ (rūpa) non nel senso che ha nel binomio nāma-rūpa, ma in quello di ‘sua propria natura’ (svarūpa).[↩]
    3. Kārya Brahman. Si deve tener sempre presente che il Brahman non-Supremo è effetto (kārya) della māyā proiettata dall’ignoranza della mente dell’individuo. Infatti è espressamente dichiarato che il Supremo Brahman non può essere mai concepito come causa (kāraṇa) di alcunché. Perciò l’eventuale idea d’un Kāraṇa Brahman è un errore (mithyā) della mente.[↩]
    4. Naturalmente la parola rūpa può essere usata per il Brahman saguṇa, il quale, in realtà, è una immaginazione del pensiero umano per poter speculare o meditare sul Supremo che altrimenti gli sarebbe inconcepibile nella sua natura reale. Il non-Supremo, essendo una proiezione illusoria della māyā prodotta dall’ignoranza della mente (antaḥkaraṇa), è parte integrante del dominio del nome e della forma, ed è perciò pensato nei termini di nāma-rūpa. Non così per quello che riguarda il Supremo Brahman nirguṇa; l’Assoluto è del tutto libero da forma. È solamente possibile usare per esso il termine svarūpa con il senso di ‘sua propria natura’, escludendo in questo caso ogni possibile limitazione formale.[↩]
    5. L’ottenimento di tutti i poteri divini, a eccezione di quelli di creazione (sṛṣṭi), mantenimento (sthiti) e dissoluzione (pratisarga) dell’universo, costituisce propriamente un aiśvarya limitato, ovvero la identificazione a Īśvara con il mantenimento di tale ‘distinzione’(viśeṣa). In tutta evidenza, le anime liberate (mukta jīva) possono esercitare la loro signoria all’interno del mondo manifestato, ma si trovano privi dei poteri esclusivi di Īśvara perché esse stesse sono ancora sottoposte a manifestazione, conservazione e pralaya. Per quanto la condizione in cui sono collocate sia universale, sono ancora determinati da nome e forma, e perciò non libere dall’individualità (jīvatva). La loro identificazione ‘con distinzione’ (viśiṣṭādvaita) al saguṇa Brahman è una chiara dichiarazione che anche quest’ultimo si trova nella sua forma sottile universale di Hiraṇyagarbha. Da ciò risulta definitivamente inconfutabile la distinzione tra le anime liberate e i liberati totali (mukhya mukta).[↩]
    6. Questa affermazione rispetta l’insegnamento della śruti, sull’autorità della quale si raggiunge ciò che si desidera. Il desiderio (kāma) induce all’azione e l’azione produce i frutti desiderati di cui si fruisce in questa vita o nell’aldilà. Tuttavia la mumukṣā non è desiderio di altro da Sé, ma del proprio stesso Ātman: perciò il desiderio di Liberazione non può essere considerato kāma. Coloro che desiderano conoscere il non-Supremo sono, dunque, spinti da kāma e perciò producono un karma (tramite il metodobasato su yantra, mantra, e tantra) per ottenerlo come oggetto di fruizione e di contemplazione. Essi, perciò, in nessun senso possono essere considerati desiderosi di mokṣa (mumukṣu).[↩]
    7. Il cielo (svar) è, nell’ordine, il terzo piano del trimundio (tribhuvana).[↩]
    8. In questo caso mantra sta per saṃhitā, ciò che impropriamente è tradotto nelle lingue occidentali con “Inni vedici”.[↩]
    9. Essi non ritorneranno qui in questo mondo, in questo ciclo umano. Ritorneranno, però, in un prossimo mondo (Brahmāṇḍa) in cui si rimanifesterà Hiraṇyagarbha, in un prossimo kalpa.[↩]
    10. La conoscenza, che è l’unico mezzo per ottenere il mokṣa, non può essere ostacolata né agevolata da mezzi empirici. Perciò il mokṣa, non dipendendo da alcuna condizione spazio-temporale o da altre relazioni contingenti, può ‘emergere’ in qualsiasi luogo o tempo. Le anime individuali che hanno completato il devayāna,hanno ivi raggiunto la condizione di ‘uomo universale’ e godono della beatitudine nel Brahmaloka con il loro ānandamāyā kośa. Perciò anche queste sono soggette a godimento (bhoktṛtva). Alcune di esse, più intellettualmente qualificate, cioè con la mente più purificata, invece di accontentarsi degli illimitati piaceri del Brahmaloka e dei poteri dell’aiśvarya sopra descritti, possono intuire che quel massimo mondo di godimento (parama bhoga loka) è pur sempre limitato. Non è il mokṣa reale (satya, pāramārtika). E se ne possono accorgere più facilmente quanto più si approssima il pralaya. Chi nel Brahmaloka sa riflettere (e, anche in questo caso così elevato, si tratta sempre d’una esigua minoranza di individui dotati di maggiori qualifiche intellettuali, uttamādhikārin), si può rendere conto che quel mondo non è eterno, non è non-duale, non è la Liberazione totale e immediata (mukhya e sadyo mukti). Costoro, perciò, hanno la possibilità di capire, ottenere la conoscenza suprema e liberarsi davvero. Non è il pralaya che li fa liberare: il pralaya è pur sempre uno stato contingente, non ha il potere di liberare. Chi entra nel pralaya, infatti, poi ne esce; come chi dorme, entra nel sonno profondo per poi risvegliarsi. È il neti neti vedāntico che permette al jīva che staziona nel Brahmaloka di capire che “io non sono né questo jīva aggregato a Hiraṇyagarbha(come sat), né quel jīva che sarà immerso nel pralaya (come asat)”. Perciò la Liberazione non dipende né dai lunghissimi tempi del Brahmaloka, né dal non-tempo del pralaya. La Liberazione è eterna. Perciò, in questo caso, con krama s’intende il raggiungimento a tappe del Brahmaloka; e con mukti la Liberazione ottenuta lì; oppure in qualsiasi altro tempo e spazio che, come tale, non dipende dall’aver attraversato stazioni contingenti, ma solo dall’emersione della conoscenza. Questa è la ragione per la quale, in questo breve trattato sul post mortem dei sādhaka, ci siamo astenuti dal trattare della Liberazione finale. Il mokṣa, infatti,non ha nulla a che fare con i tempi della vita nel corpo né con quelli dei suoi prolungamenti postumi. Il mokṣa è Realtà, Conoscenza, Infinito.[↩]

    7. Il post mortem dei sādhaka secondo la dottrina di Śaṃkarācārya

      Il post mortem dei sādhaka secondo la dottrina di Śaṃkarācārya – VII

      15. Bādarāyaṇa dice che la persona non umana conduce al Brahman solo quelli che non usano i simboli [per la loro meditazione1] dato che questa duplice divisione non comporta alcuna contraddizione e si diventa ciò che si desidera essere.

      Il maestro Bādarāyaṇa pensa che, escludendo coloro che meditano con l’aiuto di simboli, l’essere sovrumano conduca tutti gli altri, che meditano sul Brahman condizionato, allo stesso Brahmaloka. Non c’è alcuna contraddizione nell’ammettere questa duplice divisione, dato che le argomentazioni prive di questa restrizione2 vogliono semplicemente includere tutte le meditazioni purché non siano basate sui simboli. Una ragione, che conferma questa duplice divisione, si trova nella determinazione a raggiungerlo; perché è del tutto ragionevole che colui che è determinato di raggiungere Brahmā ottenga le Sue divine glorie, com’è stabilito nel testo “Uno diventa proprio Lui come Lo ha meditato”. Ma non si può credere di essere uno con Brahmā quando si medita con l’aiuto dei simboli, dato che in tale meditazione il simbolo predomina.

      Oppositore: L’Upaniṣad afferma che anche senza uno specifico desiderio per Brahmā, Lo si può raggiungere, come è stabilito nel testo: “Egli conduce a Brahmā coloro che si trovano lì” (ChU IV.15.5), connesso con la meditazione sui cinque fuochi [e non direttamente su Brahmā].

      Vedāntin: Può essere così laddove si trovi una chiara dichiarazione scritturale [che sancisca un’eccezione]. Ma il sūtrakāra [Bādarāyaṇa] dichiara che, secondo la logica per cui si diventa ciò che si desidera essere, la regola generale è che, in assenza di una chiara dichiarazione d’eccezionalità3, raggiungono Brahman solo quei meditanti che hanno il desiderio del Brahman.

      16. E l’Upaniṣad rivela una particolarità sui risultati [delle meditazioni con simboli].

      A proposito delle meditazioni basate su simboli, come il nome4 ecc., l’Upaniṣad dimostra che i [simboli] più avanzati danno un risultato migliore di quelli iniziali, come si rileva dai seguenti passaggi: “[colui che medita su un nome che simboleggia Brahman] ottiene libertà di movimento in tutto il raggio d’azione di quel nome” (ChU VII.1.5), “La facoltà della parola è sicuramente più grande del nome” (ChU VII.2.1), “Egli ottiene la libertà fin dove arriva il raggio d’azione della parola” (ChU VII.2.2), “La mente è sicuramente più grande della parola” (ChU VII.3.1), e così via. Questa distinzione sui risultati è possibile per quelle meditazioni, dato che dipendono dai simboli. Ma se sono basate sul Brahman, come ci potrebbe essere una graduatoria sui risultati, dato che il Brahman è privo di tali differenze? Di conseguenza le meditazioni basate sui simboli non possono avere lo stesso risultato di quelle basate sul Brahman non-Supremo.

         * * *

      Brahma Sūtra Śaṃkara Bhāṣya

      IV Adhyāya – 4 Pāda

      Domanda: Nell’Upaniṣad si trova quanto segue: “Così invero, dopo essere uscito da questo corpo e avendo raggiunto la più alta luce, questo [jīva] pacifico5 si stabilisce nella sua reale natura del Sé, che è la persona suprema (Puruṣottama)6” (ChU VIII.12.3). A questo proposito sorge un dubbio: questo jīva si manifesta con qualche distinzione aggiunta, come accade in alcuni bhogaloka come i mondi degli Dei (devaloka), o si stabilisce solo come Sé? Qual è la conclusione corretta?

      Oppositore: Quella manifestazione deve essere in una qualche nuova forma come in altri mondi, perché anche la Liberazione ben si sa, è un risultato, e la formula “si stabilisce” è come dire “è nato”. Se questo fosse un semplice stabilirsi nella sua propria forma o natura, allora, visto che la propria natura non è eliminata nemmeno nelle tappe precedenti [avendo assunto altre forme], quella “reale natura” dovrebbe manifestare se stessa [in qualche forma] anche lì. Quindi quell’essere si manifesta come qualcosa di distinto.

      Vedāntin: Se questa è la tua posizione, noi diciamo:

      1. “Avendo raggiunto la luce più alta” il jīva si manifesta nella sua reale natura a causa dell’uso del termine “nella sua propria”.

      Il jīva manifesta se stesso com’è realmente, ma non come se avesse qualche altra qualità. Come può essere così? Perché la parola “propria” si trova in “Si stabilisce nella sua propria forma reale”. Altrimenti questa specificazione della parola “propria” (sva) non sarebbe appropriata.

      Oppositore: La parola “propria” potrebbe essere interpretata per significare “una forma propria dell’Ātman”.

      Vedāntin: No, perché non è quello che qui si vuole intendere. Se fosse così, allora qualsiasi forma quell’essere avesse assunto per manifestarsi sarebbe stata certamente sua, cosicché l’uso della parola “propria” sarebbe stato superfluo. Ma se si accetta che significhi “nella sua propria reale natura”, ciò implicherà che il jīva si manifesta solo nella sua propria forma e non in una qualche forma transitoria.

      Oppositore: Ma che differenza c’è fra gli stati precedenti e questo stato finale del jīvātman, quando in entrambi i casi la vera forma è sempre la stessa?

      Vedāntin: Ecco la nostra risposta:

      2. [Il jīva] allora ottiene la liberazione come dichiara l’Upaniṣad.

      Il jīvātman di cui si parla qui, che diventa manifesto nel suo Sé, si libera dai legami passati e continua come puro Sé, anche se nello stato precedente esso “sembrava essere diventato cieco” (ChU VIII.9.1), “sembrava piangere” (ChU VIII.10.2), “sembrava sottostare a distruzione” (ChU VIII.11.1) e questo perché era contaminato dai tre stati (avasthā traya). Questa è la differenza.

      Oppositore: Ma come si sa che il jīvātman diventa libero?

      Vedāntin: Il sūtrakāra risponde dicendo “come dichiara l’Upaniṣad”. E anche nel testo: “ti spiegherò questo di nuovo” (ChU VIII.9.3) il maestro [Prajāpati] si ripromette di spiegare [a Indra] il Sé libero dai difetti dei tre stati. Poi, affermando che “il jīva, che si è veramente distaccato dal corpo, non è toccato da piaceri e sofferenze” (ChU VIII.12.1), conclude che “esso si stabilisce nella reale natura del Sé, che è l’Essere supremo” (ChU VIII.12.3).   Così anche all’inizio della narrazione [degli insegnamenti dati da Prajāpati a Indra], il testo “il Sé che è oltre pāpa ecc.” (ChU VIII.7.1) tratta solo del jīva liberato. La sua liberazione è considerata come risultato solo in quanto cancellazione della schiavitù e non per il raggiungimento di una nuova eccellente condizione. Sebbene la formula “diventa manifesto” sia omologa di “è nato”, qui è usata per sottolineare il contrasto con lo stato precedente, come si dice che un uomo si ristabilisce in salute quando finisce la malattia. Quindi non c’è alcun difetto.

      3. [La luce è] il Sé, come si deduce dal contesto.

      Oppositore: Come si può dire che il jīvātman sia liberato, dato che il testo “avendo raggiunto la suprema luce” (ChU VIII.12.3) lo descrive come all’interno del manifestato? Infatti, nell’uso, la parola luce denota la luce fisica. Chi non si è distaccato dalle cose manifestate non può liberarsi, dato che tutte le cose create ben si sa, sono fonte di sofferenza.

      Vedāntin: Questo non pone alcuna difficoltà, dato che dal contesto è ovvio che lo stesso Sé è qui presentato dalla parola “luce”. Poiché l’argomento del Sé supremo è il punto di partenza nella frase “il Sé che è oltre il pāpa, libero da ogni macchia e libero dalla morte” (ChU VIII.7.1), non è possibile passare inopinatamente alla luce fisica. Ciò sarebbe come eliminare l’argomento in discussione introducendovi qualcosa di estraneo. La parola “luce” è usata per il Sé come nel passaggio “Gli Dei meditano su quella immortale Luce di tutte le luci” (BU IV.4.16). Questo è già stato spiegato nel sūtra “La luce è Brahman” (BS I.3.40).

      4. [Nella liberazione il jīvātman] esiste in uno stato di non separazione dal supremo Sé perché così è affermato nell’Upaniṣad.

      Domanda: Il jīvātman, che si stabilisce nel proprio Sé dopo aver raggiunto la luce suprema, rimane separato dal Sé supremo o continua in uno stato di identificazione?

      Oppositore: A questa domanda si potrebbe rispondere che il jīva esiste separatamente, perché nel testo “avendo raggiunto la più alta luce” (ChU VIII.12.3) si parla di qualcosa in cui si stabilisce qualcos’altro e di un qualcos’altro che si stabilisce in quel qualcosa; e nello stesso testo sono menzionati separatamente un soggetto agente e un oggetto dell’azione.

      Vedāntin: il sūtrakāra spiega a chi ha questo dubbio che il jīvātman liberato rimane identificato con il supremo Sé. Così, infatti, s’afferma nelle Upaniṣad con “tu sei Quello” (ChU VI.8.7), “Io sono Brahman” (BU I.4.10), “Dove non si vede nessun’altra cosa” (ChU VII.24.1), “Ma lì non c’è una seconda cosa separata da esso che possa essere vista” (BU IV.3.23) ecc., che rivelano come il supremo Sé sia non separato dal jīvātman. E, in conformità con la logica per cui si diventa quello che si desidera essere, la liberazione risultante dovrebbe accordarsi con la propria conoscenza. Il testo “O Gotama, come acqua pura versata in acqua pura diventa veramente la stessa, così anche diventa il Sé dell’uomo di conoscenza che fa il vicāra sul supremo Sé” (KU II.1.15) e altri testi sulla natura del jīva liberato (mukta jīva), come anche gli esempi del fiume e del mare (MuU III.2.8) affermano questa non differenza. A proposito delle affermazioni che implicano differenza, esse sono possibili in senso secondario anche in un contesto di non differenza, come si vede nei passaggi dei testi: “«O venerabile, su che cosa è stabilito quell’Infinito?» «Sulla sua propria gloria»” (ChU VII.24.1), “Godendo del suo proprio Sé, godendo del proprio Sé” (ChU VII.25.2).

      5. Jaimini dice che da riferimenti [upaniṣadici è evidente che il jīvātman liberato] si stabilisce negli attributi di Brahman.

      È chiaramente stabilito ora che con “nella sua reale natura del Sé” (ChU VIII.12.3) s’intende che si stabilisce in se stesso come Sé e non in un forma estranea e transitoria. Ma quando si vuole comprendere meglio [cosa s’intende con jīva liberato,] si dice che ‘nella sua propria forma’ significa nella forma di Brahman, la sua forma reale, dotata delle caratteristiche che iniziano da“libero da colpa (pāpa)” e che finiscono con “retta intenzione”7, come pure dell’onniscienza e della signoria su tutto. Si stabilisce in quella forma che è sua propria. Questo è ciò che pensa il maestro Jaimini. Come lo sappiamo? Perché lo si sa per i suoi riferimenti alle Upaniṣad e per altri ragionamenti. È così perché per mezzo del riferimento contenuto nel testo che inizia con“questo Sé che è libero da colpa” ecc., e che finisce con“avendo retto desiderio (satyakāma) e una retta intenzione (satyasaṃkalpa)”8, l’Upaniṣad ci fa capire che il jīvātman è lo stesso supremo Sé quando possiede questi attributi. Similmente, i testi“Lì egli vaga, mangiando, giocando e facendo festa” (ChU VIII.12.3), e “ha libertà di movimento in tutti i mondi” (ChU VII.25.2), presentano le sue forme di divina gloria. Da questo punto di vista le affermazioni come “Egli è onnisciente ed è il regolatore di tutto” ecc. diventano del tutto logiche.

      6. Audolomi afferma che il jīvātman liberato si stabilisce nella coscienza proprio come coscienza, essendo quella la sua vera natura.

      Sebbene gli attributi come la libertà dalla colpa (pāpa) siano enumerati come fossero diversi uno dall’altro, essi si basano ancora sui falsi concetti che sorgono dalla dipendenza da mere parole; perché tutto ciò che [tale libertà] fa capire è solo la negazione del pāpa ecc. La reale natura del jīvātman, tuttavia, è solo coscienza, cosicché è giusto dire che il jīva liberato si stabilisce solo in quella natura. In questo modo i testi upaniṣadici come “Anche così, mio caro, è il Sé senza interno ed esterno, pienezza e pura coscienza” (BU IV.5.13) sono dovutamente rispettati. Se si pensa che l’affermazione “Avendo veri desideri (satyakāma) ecc.”, significhi che sono reali attributi appartenenti a una qualche entità “che possiede retti desideri”, tali qualità dipendono dall’associazione con attribuzioni limitanti, cosicché non possono costituire la vera natura di quell’essere in quanto coscienza. Perché il sūtra nega che il Sé abbia molte forme come nega ogni diversità di forma per il Brahman: “Nemmeno quando è considerato in uno stato si può attribuire a Brahman dualità” (BS III.2.11). Quindi anche la dichiarazione “… mangiando” ecc. (ChU VIII.12.3) è fatta solo al fine di lodarlo, intendendo con ciò solo la fine della sofferenza, come nelle frasi: “godendo del suo proprio Sé” (ChU VII.25.2) ecc. Infatti un po’ di godimento, di gioco, di festeggiamento non può mai essere attribuito al Sé in senso primario, dato che tutto questo presuppone la presenza di una seconda entità. Quindi il maestro Audolomi pensa che il jīva liberato manifesti se stesso come il Sé senza alcuna traccia di esistenza fenomenica, che è Coscienza, pacifico e beato e che sfida qualsiasi descrizione verbale.

      7. Bādarāyaṇa afferma che anche così, non c’è alcuna contraddizione, dato che la natura precedente esiste in accordo con le Upaniṣad.

      “Anche così”, cioè anche ammettendo che il jīvātman in assoluto abbia solo questo attributo di pura Coscienza, non si nega che esso conservi ancora il suo precedente attributo di Signoria (aiśvarya), come si conosce dalle Scritture. Questo è ciò che pensa il maestro Bādarāyaṇa.

      Dubbio: Riguardo alla meditazione basata sul cuore, si sa dall’Upaniṣad che “Essendo desideroso del mondo dei suoi antenati, gli antenati vengono a lui con il suo solo desiderio” (ChU VIII.2.1). Il dubbio qui è se il solo desiderio sia la causa dell’apparizione degli antenati o se è una causa associata a qualche altro fattore.

      Oppositore: A questo proposito, sebbene l’Upaniṣad dichiari “con il suo solo desiderio”, tuttavia è giusto che in consonanza con le condizioni del mondo, ci sia una dipendenza da qualche altro fattore. Proprio come nel mondo incontriamo i nostri padri o altri, come risultato del nostro desiderio e di altre cause come l’avvicinamento ecc., così si deve ritenere anche nel caso del jīvātman liberato. Infatti, non deve essere immaginato nulla che sia contrario alla comune esperienza. Si dice “con il suo solo desiderio”, per intendere che c’è anche la disponibilità di altri fattori che facilitano l’esaudimento del desiderio, com’è nel caso d’un Re9. Inoltre, gli antenati o altro, essendo i risultati del suo desiderio, saranno transitori come le altre cose immaginate dalla mente, cosicché non saranno in grado di offrire un godimento soddisfacente.

      Vedāntin: Essendo questa la tua posizione noi diciamo:

      8. [Gli antenati e gli altri vengono] solo come risultato della volontà, perché così afferma l’Upaniṣad.

      Il contatto con gli antenati e con altri è dovuto solo alla volontà, “perché così afferma l’Upaniṣad”. Infatti, testi upaniṣadici come “essendo desideroso del mondo dei suoi antenati, gli antenati vengono a lui con il suo solo desiderio” (ChU VIII.2.1), sarebbero compromessi se dovessero dipendere da altre cause. Per quanto riguarda gli altri fattori, essi possono ben esserci se sono in accordo con la sua volontà; ma non si possono ammettere come un mezzo che richieda uno sforzo addizionale, dato che in quel caso il desiderio rimarrebbe infruttuoso fino al momento in cui l’altro fattore non entrasse in gioco. Per di più, non è possibile applicare alcun argomento generale basato sull’esperienza empirica a una questione che è conosciuta dalle Upaniṣad. La volontà di una persona, che ha raggiunto la liberazione10, è diversa per natura dalla volontà delle persone nel mondo ordinario, in quanto, per mezzo della forza della loro volizione, questi (antenati e altri) rimangono stabili fintanto che l’occasione lo richiede. Questo avviene solo per loro volontà.

      9. E proprio per questa ragione non ha altro signore [che comandi su di lui].

      “Proprio per questa ragione”: poiché la sua volontà non può essere infruttuosa, l’uomo di conoscenza non ha alcun signore, cioè nessun altro può comandare su di lui. Infatti anche un uomo ordinario, che desidera qualcosa, non vuole essere dominato da qualcun altro fintanto che lo può evitare. Il testo upaniṣadico anche lo rivela in: “D’altra parte, coloro che abbandonano questo mondo dopo aver realizzato il Sé e questi veri desideri, ottengono libertà di movimento in tutti i mondi” (ChU VIII.1.6).

      10. Bādari afferma l’assenza del corpo e dei sensi [per chi raggiunge il Brahmaloka] perché l’Upaniṣad così afferma.

      Nel testo “Essendo desideroso del mondo dei suoi antenati, gli antenati vengono a lui con il suo solo desiderio” (ChU VIII.2.1) si dimostra che la mente esiste almeno come strumento di desiderio [anche dopo aver realizzato il Brahman qualificato]. Ora esaminiamo se, anche per l’uomo che ha ottenuto qualità divine, il corpo e i sensi esistono o non esistono11. A questo proposito, il maestro Bādari pensa che il corpo e i sensi non esistano per l’uomo di conoscenza giunto a tanta elevatezza. Come può essere ciò? Perché il passaggio scritturale dice così: “Egli è deliziato nel vedere mentalmente [attraverso i divini occhi mentali] le cose desiderabili che esistono nel Brahmaloka” (ChU VIII.12.5). Se fosse il caso che vagasse non solo con la sua mente, ma anche con il corpo e i sensi, allora la specifica menzione di “mentalmente” non sarebbe stata fatta. Quindi, dopo quella liberazione, corpo e sensi sono assenti.

      11. Jaimini afferma l’esistenza del corpo e dei sensi [per chi raggiunge il Brahmaloka] perché l’Upaniṣad così parla di opzione.

      Il maestro Jaimini pensa che, come la mente, anche il corpo e i sensi esistano per il liberato, perché nel testo: “Egli rimane uno, egli diventa triplice, quintuplice” ecc. (ChU VII.26.2) l’Upaniṣad menziona che egli ha l’opzione di cambiare il suo stato in vari modi. Questa opzione di diventare molteplice, benché sia un’aiśvarya appartenente al Brahman qualificato, è menzionata nella Bhūmā vidyā(conoscenza del Signore) come riferita al Brahman nirguṇa all’unico scopo di magnificarla. Deve essere intesa perciò come frutto della vidyā del Brahman qualificato. Questo risultato, dunque, in verità matura in connessione con la meditazione sul Brahman qualificato.

      12. Quindi Bādarāyaṇa considera i jīva liberati di due tipi [con o senza corpi e sensi] proprio com’è il caso del sacrificio dvādaśāha [dei dodici giorni].

      Vedāntin: “Quindi”, poiché entrambe queste caratteristiche sono menzionate nelle Upaniṣad, il maestro Bādarāyaṇapensa che siano valide tutte e due. Quando un’anima liberata vuole avere un corpo, ne ottiene uno; e quando desidera rimanerne senza non ne ha nessuno, perché il suo desiderio è retto e la volontà diversificata. Questo è come il caso del sacrificio dvādaśāha compiuto per dodici giorni, che può essere sia un sattra sia un ahīna12; così, anche qui sia l’una sia l’altra interpretazione sono valide giacché i Veda le segnalano entrambe.

      13. In assenza di un corpo è ragionevole sostenere che [l’esaudimento del desiderio] avviene come in sogno.

      Si può spiegare in questo modo: nel caso in cui corpo [grosso] e sensi non esistano, i jīva liberati possono esaudire i loro desideri [di fruire della visione] degli antenati e di altri soltanto assistendo alla loro presenza [con le loro menti], proprio come accade in sogno [dove neppure ci sono corpo e sensi].

      14. Quando esiste il corpo, l’esaudimento dei desideri è proprio come nello stato di veglia.

      Quando, invece, si considera che il corpo esiste, i jīva liberatipossono ragionevolmente esaudire i loro desideri [d’incontrarsi] con il proprio padre e con altri, proprio alla loro presenza oggettiva, esattamente come nello stato di veglia.

      Dubbio: Nel sūtra “Jaimini afferma l’esistenza del corpo e dei sensi [per chi raggiunge il Brahmaloka] perché l’Upaniṣad così parla di opzione” (BS IV.4.11), si stabilisce che il jīva liberato possiede un corpo. Ora, quando diventando triplice e così via (ChU VII.26.2), sono creati molti corpi, si vorrebbe sapere se questi corpi sono creati senza vita come marionette di legno o se sono animati.

      Oppositore: A questo dubbio si può rispondere che, dato che la mente e il jīvātman non possono essere separati e rimangono associati a un singolo corpo, gli altri corpi devono essere senza vita.

      Vedāntin: Tu dici così, ma il sūtrakāra afferma che:

      15. Il jīva liberato può possedere (aveśa) diversi corpi come una lampada, perché così affermano le scritture.

      Proprio come un lume può apparire molteplice per il suo potere di trasformazione [accendendo altre lampade], così anche chi ha raggiunto questa conoscenza, sebbene unico, può, attraverso il suo potere divino, diventare molteplice e penetrare in tutti quei corpi. Questo può essere perché la scrittura stabilisce che uno può diventare molti: “Egli rimane uno, diventa triplice e quintuplice” ecc. (ChU VII.26.2). Questo non sarebbe possibile se si accettasse l’esempio delle marionette di legno né sarebbe possibile se si pensassero animate da altri jīva. E i corpi senza jīva non hanno alcun movimento. Nemmeno crea alcuna difficoltà l’argomentazione secondo la quale, poiché la mente e il jīva non possono essere separati, non ci sarebbe alcuna possibilità per il jīva di essere associato con molti corpi, perché, dato che possiede una volontà incontrastabile, creerà corpi forniti di mente che agiranno in accordo con ogni singola mente. Quando questi sono creati, lo stesso jīvātman può anche apparire come se fosse diversi reggitori separati, in accordo con le differenze tra le loro caratteristiche limitanti. I testi dello Yoga descrivono le tecniche che gli yogi impiegano per l’assunzione di molti corpi.

      Oppositore: Ma come si può ammettere che il jīva liberato possa avere tali divini poteri come quello d’entrare in molti corpi se l’esistenza di una conoscenza particolareggiata gli è negata in molti testi, tra cui: “Allora che cosa si dovrebbe conoscere e per mezzo che cosa? Chi conosce tutto per mezzo di cosa dovrebbe conoscere?” (BU IV.5.15), “Ma non c’è alcuna seconda cosa separata da esso che possa conoscere” (BU IV.3.30), “Esso diventa trasparente come l’acqua, il Testimone e senza secondo” (BU IV.3.32)?

      Vedāntin: Quindi questa è la risposta del sūtrakāra:

      16. [La dichiarazione di assenza di conoscenza distintiva è fatta] da due punti di vista, cioè quello dell’immersione (svāpyaya)[nel sonno profondo] e quello della realizzazione (sampatti) dell’unità non duale (apyaya); perché questo è chiaro dall’Upaniṣad.

      Svāpyaya [lett. immergersi in se stesso] significa sonno profondo, come è detto nel testo upaniṣadico “Egli s’immerge nel suo Sé e per questo dicono di lui: ‘egli è profondamente addormentato’” (ChU VI.8.1). E sampatti significa Liberazione, com’è mostrato nel testo upaniṣadico “essendo solo Brahman, è immerso in Brahman” (BU IV.4.6). In tutti e due questi stati si afferma che c’è assenza di conoscenza distintiva, certe volte in relazione con lo stato di sonno profondo e certe altre con la Liberazione assoluta. Come si sa ciò? Perché è chiaro dalle Upaniṣad quando si riferiscono a questo argomento, come: “(Il Sé) esce come (un’entità separata) da questi elementi [bhūta,che formano il corpo] e la separazione è distrutta assieme a loro [ossia dopo aver raggiunto l’unità con l’Ātman, il jīva non ha più una coscienza particolare]” (BU II.4.12), “Ma quando, per il conoscitore del Brahman ogni cosa è diventato il Sé” (BU II.4.14), “Quando addormentandosi non brama alcun desiderio e non vede alcun sogno” (BU IV.3.19; MU V). Ma la condizione in cui si ottengono i divini poteri dell’aiśvarya, è uno stato differente, come quello dei cieli che vengono come risultato della meditazione avanzata sul Brahman qualificato. Quindi non c’è alcun errore.

      Dubbio: Coloro che raggiungono l’unione con il Signore, poiché hanno ancora la mente, come risultato della meditazione sul Brahman qualificato possono acquisire poteri limitati o illimitati? Quale sarà la risposta?

      Oppositore: I loro poteri divini dovrebbero essere senza alcuna limitazione, come si deduce dai testi upaniṣadici: “Egli stesso acquista una signoria indipendente” (TU I.6.2), “Tutti gli Dei gli offrono doni” (TU I.5.3), “questi veri desideri, ottiene libertà di movimento in tutti i mondi” (ChU VIII.1.6; VII.25.2).

      Vedāntin: A questo, il sūtra risponde:

      17. Il jīva liberato ottiene tutti i divini poteri eccetto quello di reggere l’Universo [con la sua manifestazione, mantenimento e distruzione], come si sa dal contesto [che tratta di Īśvara] e dalla non prossimità [del jīvātman].

      È appropriato dire che eccetto il potere di manifestazione [mantenimento e distruzione] dell’Universo, i jīva liberati devono avere tutti gli altri divini poteri dell’aiśvarya, come quello di diventare minuscoli ecc. Infatti il potere della manifestazione ecc. dell’Universo, ragionevolmente, appartiene solo al Signore che esiste eternamente. Questo perché Īśvara forma il soggetto principale di quell’argomento, gli altri non essendo neanche presi in considerazione. Solo il Signore ha competenza sulle attività che concernono la manifestazione [mantenimento e dissoluzione] dell’Universo, in quanto la manifestazione e il resto sono insegnate solo in connessione con Lui e la parola “eterno” è attribuita solo a Lui. L’Upaniṣad dice che gli altri ottengono i poteri divini di diventare minuscoli ecc. come risultato della ricerca e del desiderio di conoscerlo, perciò essi sono ben lungi dall’[avere le] attività della manifestazione ecc. dell’Universo. Inoltre, proprio per il fatto che i jīva liberati sono dotati di mente, possono non avere [tra loro] alcuna “identità d’intenti”, cosicché qualcuno talvolta potrebbe volere la continuità dell’Universo, e altri la sua distruzione. Così essi in certi momenti potrebbero opporsi gli uni agli altri13. Se si dovesse cercare una conciliazione facendo in modo che la volontà di uno non sia in contrasto con quella di un altro dipendendo solo da un’unica volontà, allora forzatamente si arriverebbe alla conclusione che tutte le singole volontà dipendono solo dalla volontà di Īśvara.

      18. Se si sostenesse [che i poteri del jīva liberato sono illimitati] in base alla diretta dichiarazione scritturale, allora [diremmo] no, [perché le scritture dichiarano che i jīvātman raggiungono] Colui che li stabilisce come signori delle sfere (maṇḍala) del sole ecc. e che risiede in quegli stessi mondi.

      1. Ovviamente coloro che usano i simboli ritualmente senza farne oggetto di meditazione, non fanno parte di questa categoria, in quanto sono già stati dirottati verso il pitṛyāṇa, di cui ci siamo occupati in precedenza.[↩]
      2. “[Il cammino dei jīva lungo il devayāna] non è ristretto a una qualche meditazione particolare, ma si applica a tutte le meditazioni sul non-Supremo. Questo non comporta alcuna contraddizione come si sa dallo śabda pramāṇa [la śruti] e per deduzione” (BS III.3.31).[↩]
      3. La conoscenza dei cinque fuochi (pañcāgni vidyā) non comprende di fatto alcuna dottrina specifica sulla natura e le qualità di Brahmā, ma semplicemente indica il Brahmaloka come meta. Tuttavia, questa vidyā, dopo essere stata inserita nelle Upaniṣad, fa parte integrante della śruti, che è proprio l’insegnamento della conoscenza di Brahman. Le vidyā non appartenenti alle Upaniṣad devono perciò essere dotate di una completa dottrina del non-Supremo illustrata in una specifica smṛti, per poter validamente condurre al Brahmaloka, come è il caso, per esempio, degli Yoga Sūtra di Patañjali.[↩]
      4. L’invocazione di un nome divino usato come mantra.[↩]
      5. Samprasāda, lo stato di pace e beatitudine sperimentato nel sonno profondo.[↩]
      6. Il testo upaniṣadico prosegue con: “Lì egli vaga, mangiando, giocando e facendo festa con donne, carri e parenti…” (ibid.). Di quel samprasāda jīva è anche detto che “ha libertà di movimento in tutti i mondi” (ChU 7.25.2). Il jīva liberato, di cui si tratta in questa ultima parte dei Brahma Sūtra, non è chi ha raggiunto la Liberazione finale (mukhya mukti), come potrebbe apparire da una lettura superficiale dei prossimi aforismi, ma la liberazione relativa (āpekṣika mukti, in precedenza definita immortalità relativa, āpekṣika amartyatā), come sarà evidente più avanti. Essendosi unito a Īśvara grazie alla perfetta conoscenza del non-Supremo, egli fruisce dei poteri dell’aiśvarya. Perciò può vagare tra i mondi manifestati fruendo dei privilegi della propria signoria.[↩]
      7. “Una volta Prajāpati disse: «Il Sé che è libero da pāpa, decadenza, morte, sofferenza, fame, sete, che ha retto desiderio e retta intenzione, quello deve essere conosciuto, quello deve essere indagato per la realizzazione. Chi, dopo aver conosciuto quel sé, lo realizza, ottiene tutti i mondi e tutti i desideri»” (ChU VIII.7.1).[↩]
      8. “Libero da pāpa” e “avendo retto desiderio e retta intenzione” mette in luce che il jīva ha superato l’azione tāmasa, pur essendo ancora legato all’azione sāttvika. Vale a dire, non ha ancora superato del tutto il dominio del karma.[↩]
      9. I desideri del Re sono esauditi grazie a una serie di concause rappresentate da una piramide amministrativa che ne permette la realizzazione.[↩]
      10. Scriviamo liberazione con la minuscola iniziale, perché questo jīva identificato a Hiraṇyagarbha, mantiene una sua mente, una sua volontà e una sua capacità di fruizione (bhoktṛtva), non avendo ancora superato l’individualità. Non trattandosi della Liberazione immediata (sadyomukti),esso si trova dunque a fruire della beatitudine a livello di ānandamaya koṣa (Taittirīya Upaniṣad, II.8.1).[↩]
      11. Ovviamente, trattandosi qui di stati postumi, con “corpo” si può intendere l’involucro sottile (sūkṣma śarīra) e con “sensi” gli indriya riavvolti nel prāṇa. Ciò non esclude che, come afferma Jaimini, il jīva liberato possa rinascere, assumendo, per suo desiderio, un corpo grosso al fine di agire e fruire nel mondo degli uomini.[↩]
      12. Il sacrificio vedico del soma della lunghezza di dodici giorni può essere celebrato in due forme distinte: il rito ahīna prevede che oltre ai brāhmaṇa celebranti ci sia un sacrificante o donatore che può appartenere a una qualsiasi delle tre caste superiori. Invece nel rito sattra i donatori, tutti di casta brāhmaṇica, sono gli stessi celebranti. Tuttavia, alcuni testi parlano del dvādaśāha come ahīna, mentre altri come fosse solo sattra. Analogamente alcune Upaniṣad descrivono i jīva liberati come privi di corpo, mentre altre invece attribuiscono loro corpo e sensi. Perciò tali affermazioni scritturali non possono essere ritenute incompatibili, ma valide tutte e due.[↩]
      13. Cosa che avviene nell’esperienza del mondo della veglia nel caso di coloro che vi ritornano per svolgere una qualche missione, dove i darśana insegnati dai diversi ṛṣi o le rivelazioni predicate dai vari profeti spesso sono in opposizione tra loro.[↩]

      6. Il post mortem dei sādhaka secondo la dottrina di Śaṃkarācārya

        Il post mortem dei sādhaka secondo la dottrina di Śaṃkarācārya – VI

        4. [La fiamma ecc. sono] divinità guida perché hanno segni che le indicano come tali.

        Esse sono in tutta evidenza divinità guida. Infatti “hanno segni che le indicano come tali.” Così lo conferma anche il testo “Una persona non umana (puruṣa amānavaḥ) conduce a Brahmā coloro che si trovano lì” (ChU IV.15.5), per cui tale accompagnamento è un fatto riconosciuto.

        Oppositore: Il senso di quella frase non può essere interpretato in forma trasposta, ma letteralmente.

        Vedāntin: No, perché la qualità [d’essere ‘non umano’, attribuita a puruṣa, che usualmente designa l’uomo] vuole semplicemente negare che si tratta di un essere umano come si potrebbe pensare per un’idea preconcetta. L’aggettivo ‘non umano’ posto davanti a puruṣa esclude che si tratti di una guida umana e si giustifica solo se gli esseri coscienti che stanno nella fiamma ecc. sono riconosciuti come guide; anch’essi devono essere considerati presenti nel mondo di Manu (mānavaloka)1.

        Oppositore: Un semplice segno indicativo, in assenza di qualsiasi ragione che lo sostenga, non prova nulla [cioè che si tratti di guide dotate di coscienza].

        Vedāntin: Quell’errore non esiste,

        5. Perché è stabilito così in quanto [sia il viaggiatore sia la via] sono non coscienti.

        Infatti coloro, che se ne dipartono attraverso la fiamma ecc., hanno le loro facoltà riavvolte [in prāṇa] per il fatto di essersi separati dai corpi, perciò sono impediti a compiere azioni a loro volontà. Anche la fiamma e il resto, essendo non coscienti, sono impediti allo stesso modo. Perciò si deve intendere che si tratta di certe divinità coscienti, che presiedono alla fiamma ecc., a essere incaricate di fare da guida in quel cammino. Anche nell’esperienza quotidiana si vede che, quando qualcuno è in stato confusionale perché ubriaco o incosciente, sono altri che lo conducono sulla via [di casa]. Inoltre, la fiamma e il resto, non essendo sempre disponibili, non possono essere segni o indicazioni del percorso, perché chi muore di notte non può facilmente avere accesso alla luce diurna e, come s’è detto in precedenza, non si può [ritardare la morte] per aspettare il dì. Tuttavia, se si comprende che la fiamma ecc. hanno come loro sé le divinità corrispondenti; allora, poiché tali divinità hanno una esistenza perenne, questa difficoltà non può essere sollevata. Il fatto che quelle divinità siano citate con il nome di fiamma ecc. è comprensibile perché sono identificate con queste ultime. Le affermazioni scritturali quali “dalla fiamma al dì” (ChU IV.15.5; V.10.1) non creano difficoltà perché rappresentano le divinità guida. In questo caso si deve interpretare come segue: “Grazie all’intervento della divinità della fiamma, essi raggiungono la divinità del dì e, per mezzo dell’intercessione della divinità del dì, raggiungono la divinità della quindicina luminosa della luna”. Anche nella lingua di tutti i giorni, parlando di guide [umane, ognuna delle quali deve condurti a una sola tappa nel corso d’un viaggio], si dice: “Va’ prima da Balavarman, poi da Jayasiṃha e infine arriverai da Kṛṣṇagupta”. Inoltre, nella parte iniziale, la frase “Essi raggiungono la fiamma” parrebbe stabilire soltanto una relazione generale tra la guida e la persona guidata e non una relazione particolare, mentre nel passaggio conclusivo è menzionata una relazione speciale: “li conduce a Brahman” (ChU IV.15.6); questo prova che, fin dall’inizio, si trattava di una relazione specifica. Ma proprio per il fatto che tutti i sensi sono riavvolti [in prāṇa], nessuna esperienza o fruizione è lì possibile2. Ora, anche per quelli che seguono questa via senza sperimentare i frutti dell’azione, è possibile l’uso del termine loka. Perché questi loka lungo la via possono essere luoghi di fruizione per chi si ferma in quei mondi. Perciò un uomo, che deve raggiungere il mondo presieduto dalla divinità del fuoco, è guidato colà dal dio del fuoco (Agni), e quello, che deve raggiungere il mondo presieduto dal dio dell’aria vi è guidato dal dio dell’aria (Vāyu). Così si deve capire l’architettura di questo argomento.

        Oppositore: Se si suppone che si debba considerare che quelle che fanno da guida sono divinità, come potrebbe essere valida questa interpretazione nel caso di Varuṇa e degli altri? Varuṇa e gli altri Dei sono posti dopo il mondo della folgore. Ma le Upaniṣad menzionano una persona non umana che deve fare da guida da lì fino a che non si raggiunga [direttamente] il mondo di Brahmā.

        Vedāntin: A questa obiezione l’autore dei sūtra risponde:

        6. Da lì essi sono guidati dallo stesso essere che scende al mondo della folgore: perché è di lui che parlano le Upaniṣad.

        Con “da lì”, cioè dopo essere giunti al mondo della folgore, si deve intendere che essi vanno al Brahmaloka guidati attraverso i mondi di Varuṇa e degli altri Dei, sotto la guida di una persona non umana che esiste anche oltre Vidyut3; perché quello stesso essere è menzionato come guida nei testi upaniṣadici: “Una persona non umana conduce a Brahmā coloro che si trovano lì” (ChU IV.15.5). Per quanto riguarda Varuṇa e gli altri Dei, si deve comprendere che in qualche modo coadiuvano l’intervento del amānava puruṣa sia non ostacolandolo sia agevolandolo fattivamente. Con ciò è ben dimostrato che la fiamma, ecc., rappresentano le divinità guida.

        4. Il raggiungimento del Brahmaloka

        7. Bādari [pensa che i jīva sono condotti] al Brahman condizionato, perché solo Lui può ragionevolmente essere la meta.

        Domanda: Riguardo al testo “Egli conduce a Brahma coloro che si trovano lì” (ChU IV.15.5), il punto da valutare è se questo essere divino li conduce al Brahman non-Supremo condizionato o allo stesso Supremo Brahman incondizionato. Perché dovrebbe sorgere tale dubbio? A causa dell’uso della parola Brahman e della menzione upaniṣadica di “muoversi verso”.

        Vedāntin: A questo proposito il maestro Bādari pensa che sono condotti soltanto al non Supremo Brahman, condizionato e qualificato. Perché? “Perché solo esso può essere ragionevolmente la meta”. Questo Brahman condizionato può veramente essere una meta da raggiungere dal momento che ha un “luogo” [loka]. Invece, riguardo al Supremo Brahman non ci possono essere i concetti di qualcuno che si muova per avvicinarsi, d’una meta e d’un avvicinamento verso di Esso poiché il Brahman assoluto è onnipresente ed è anche il Sé interno di coloro che si avvicinano.

        8. [Il Brahman condizionato può essere la meta] a causa della specifica menzione di esso.

        Dato che in un’altra Upaniṣad si fa questa specifica affermazione “Allora un essere creato dalla mente [di Brahman, cioè di Hiraṇyagarbha], viene e li conduce ai mondi di Brahman. In questi Brahmaloka raggiungono la perfezione e vi rimangono per un gran numero di anni” (BU VI.2.15), si può capire che questa via è in relazione solo con il Brahman condizionato. Infatti è improprio usare il plurale (i mondi) nel caso del Brahman Supremo, mentre questo plurale si confà al Brahman condizionato, giacché in esso ci possono essere differenze di stati. Anche l’uso upaniṣadico della parola “mondo”, costituente un piano d’esistenza con i suoi molteplici aspetti, si confà bene al Brahman condizionato, mentre nell’altro caso [del Brahman assoluto] la parola può essere usata solo in senso figurato, come nei testi: “O, Imperatore, questo è Brahmaloka”(BU IV.4.23). E ancora, parlare in termini di un contenitore e di una cosa contenuta [come in “in quei mondi di Brahman”] difficilmente può riferirsi al Supremo Brahman. Quindi questo accompagnamento [del jīva] si riferisce solo al Brahman condizionato.

        Oppositore: Neanche la parola Brahman può essere usata per il Brahman condizionato, in quanto, come è stato stabilito prima (BS I.1.1), quel Brahman è la causa della manifestazione4 di tutto l’universo.

        Vedāntin: A questo riguardo la risposta è:

        9. Ma [il Brahman condizionato] è chiamato così [Brahman] a causa della sua prossimità [al Brahman assoluto].

        La parola ‘ma’ si usa come avversativo nei confronti dell’obiezione. Dato che il Brahman non-Supremo è molto prossimo al Supremo, l’uso della parola Brahman riguardo al primo non crea difficoltà. L’uso stabilito è che il Brahman Supremo stesso è chiamato non-Supremo quando è condizionato da aggiunte ed è descritto come se possedesse attributi e altri aspetti del manifestato per poter essere concepito dalla mente, cosicché alcuni possano meditare su di Lui in certe circostanze.

        Oppositore: Supponendo che il jīva raggiunga il Brahman condizionato, il “non ritorno”, com’è sostenuto dalle Upaniṣad, sarebbe insostenibile, perché, a meno che non si tratti del Brahman Supremo, non può esistere tale eterna esistenza. Tuttavia, le Upaniṣad dichiarano che chi segue il devayāna non ritorna: “Coloro che vanno per questo sentiero non tornano mai più a questo ciclo umano di nascite e morti” (ChU IV.15.5), “Per loro non c’è ritorno qui” (BU VI.2.15), “Uscendo attraverso quella nāḍī si ottiene l’immortalità” (KU II.3.16; ChU VIII.6.6).

        Vedāntin: A questo si replica così:

        10. Alla dissoluzione finale del mondo del Brahman condizionato, essi raggiungono, assieme al Signore del mondo, ciò che è più alto di questo Brahman condizionato, come si sa sulla base della dichiarazione upaniṣadica.

        L’idea è che quando sta per arrivare il tempo della dissoluzione finale del mondo del Brahman non-Supremo, quelli, che proprio lì [nel Brahmaloka] hanno il massimo della loro realizzazione, raggiungono poi, assieme a Hiraṇyagarbha, il reggitore di quel mondo, lo stato supremo di Viṣṇu, che è assolutamente puro5. Questo concetto di liberazione per gradi [krama mukti] deve essere ammesso solo sull’autorità dei testi upaniṣadici che parlano di “non ritorno”; infatti, abbiamo stabilito prima che è inconcepibile6 che il Brahman Supremo possa essere raggiunto per mezzo di un qualche processo di avvicinamento.

        11. Questo è anche confermato dalla smṛti.

        Anche la smṛti conferma questo punto di vista: “Quando viene il tempo della dissoluzione finale, alla fine della vita di Hiraṇyagarbha, tutti quelli che hanno raggiunto l’illuminazione entrano nello stato supremo assieme a Hiraṇyagarbha.” (Kūrma Purāṇa, Pūrva Bhāga, XII.269) Quindi la conclusione è che la menzione upaniṣadica su un progresso lungo una via è in relazione con il Brahman condizionato7.

        Domanda: Ma qual è il dubbio che, a un primo esame, ha istillato il sūtra “Bādari pensa che essi sono condotti al Brahman condizionato” ecc. (BS IV.3.7), tale da motivare questa conclusione? Il sūtrakāra espone ora di che dubbio si trattava.

        12. Jaimini pensa che siano condotti al Brahman Supremo, essendo quello il senso primario (mukhyatvat)[della parola Brahman].

        Ma il maestro Jaimini pensa che, con l’espressione “li conduce a Brahman” (ChU IV.15.6), si intende che la persona non umana li conduce proprio al Brahman Supremo dal momento che quello è “il senso primario”. Considerato che Brahman Supremo è il significato primario della parola ‘Brahman’, quello non-Supremo sarebbe il suo significato secondario. Tra il senso primario e quello secondario, il primo prevale.

        13. [Ed è così perché l’] Upaniṣad sostiene questo fatto.

        Inoltre, il testo “Uscendo attraverso quella nāḍī si ottiene l’immortalità” (KU II.3.16; ChU VIII.6.6), mostra che l’immortalità è preceduta da un movimento di avvicinamento; e l’immortalità è possibile logicamente nel Brahman supremo, e non nel Brahman condizionato, che è soggetto a distruzione. Perché il testo upaniṣadico afferma: “Di nuovo, quello in cui si percepisce una seconda entità è limitato, è mortale” (ChU VII.14.1). Questo movimento d’avvicinamento è menzionato nella Kaṭha Upaniṣad riferito al Brahman supremo; dato che in quel contesto nessun’altra conoscenza è citata, solo il riferimento al Brahman Supremo è valido, poiché è anche affermato: “Quello che è differente da ciò che è giusto (dharma), differente da ciò che è ingiusto (adharma)” ecc. (KU I.2.14).

        14. Inoltre, la ferma risoluzione sul raggiungimento non concerne il Brahman condizionato8.

        “Inoltre la ferma risoluzione9 sul raggiungimento”, espresso nel testo “Possa io raggiungere la sala di assemblea nel palazzo di Prajāpati [Brahmā]” (ChU VIII.14.1), non è diretta al Brahman condizionato perché il Supremo Brahman è l’argomento preso in considerazione in quanto distinto dal Brahman condizionato, com’è chiaro da ciò che precede quanto citato: “Quello che è conosciuto come spazio (ākāśa) è il manifestatore del nome e della forma e Brahman è quello in cui sono inclusi questi due” (ChU VIII.14.1). Ciò è anche evidente dal testo: “Possa io diventare la gloria dei brāhmaṇa, la gloria degli kṣatriya, la gloria dei vaiśya” (ibid.) che presenta il Brahman come il Sé di ogni cosa; inoltre dal testo “Quello che è chiamato la Grande Gloria, non ha pari” (ŚU IV.19), è anche ben noto che il Brahman Supremo può essere chiamato Gloria (kīrti). L’arrivo al Palazzo, che deve essere preceduto da movimento, è descritto in relazione alla meditazione sul cuore (dahara vidyā), nel testo “dove si vede la cittadella di Brahman chiamata Aparājitā (l’inespugnabile) e dove si trova un palazzo d’oro fatto dal Signore stesso, lì esiste l’altare d’oro fatto dallo stesso Signore” (ChU VIII.5.3). E, dato che la radice pad (contenuta in “possa io raggiungere”, pratipadye) comporta il senso di movimento, anche questo evidenzia la necessità di intraprendere una qualche via. Così si sostiene il secondo punto di vista per il quale i testi upaniṣadici che parlano di un progresso su una via sono connessi al Brahman Supremo.

        Vedāntin:10 Questi due punti di vista sono stati presentati dal maestro (Vyāsa Bādārayaṇa) in due sūtra. Il primo è contenuto nei sūtra che cominciano con: “Bādari [pensa che i jīva sono condotti] al Brahman condizionato, perché solo Lui può ragionevolmente essere la meta.” (BS IV.3.7-11). L’altro punto di vista è presentato a cominciare dal sūtra: “Jaimini pensa…, quello essendo il senso primario della parola Brahman” (BS IV.3.12-14). Di questi due insiemi di sūtra, quello che comincia con “… perché solo Lui può ragionevolmente essere la meta” prova la falsità dell’altro, che inizia con “Quello essendo il senso primario”, e non viceversa. Perciò il primo punto è illustrato come la posizione corretta, mentre il secondo è sostenuto dagli oppositori del Vedānta. Nessuno può obbligarci ad attenerci solo al senso primario [quando non c’è alcuna possibilità d’intendere la parola Brahman in senso primario]. Inoltre, anche nella prospettiva della conoscenza del Supremo, è lecito distinguere la via del non-Supremo [dalle vie inferiori che conducono al] “le altre nāḍī che escono in tutte le direzioni, portano ad altre morti” (ChU VIII.6.6); questo con l’intento di elogiare comunque la conoscenza [pur se non-suprema]. Per quel che riguarda il testo “Possa io raggiungere la sala di assemblea nel palazzo di Prajāpati” (ChU VIII.14.1), non c’è alcuna contraddizione nel considerarla separatamente dalla sua prima parte [in cui si parla del Supremo], per indicare la decisione di raggiungere il Brahman condizionato. [Dal punto di vista eulogistico o di quello meditativo] è lecito parlare anche del Brahman qualificato come Sé di tutti, come nel testo “Egli è l’agente dei risultati delle azioni, il possessore di tutti i desideri” (ChU III.14.2-4). Quindi i testi upaniṣadici che riguardano l’avvicinamento sono connessi solo con il Brahman non-Supremo saguṇa. Nella prosecuzione della pratica usuale, tuttavia, alcuni vedāntin attribuiscono i primi sūtra all’oppositore, e gli ultimi a loro stessi. In accordo con tale attitudine, essi proverebbero che i testi connessi al movimento di avvicinamento concernono proprio il Supremo Brahman. Ma ciò è errato, dato che Brahman non può essere logicamente una meta da raggiungere. Il Parabrahman non può mai diventare una meta da raggiungere, essendo onnipervadente, essendo interno a tutto, essendo il Sé di tutto, le cui caratteristiche sono così indicate dalle Upaniṣad: “Onnipervadente come lo spazio ed eterno, […] Quello che è Brahman, immediato e diretto, che è il Sé in tutti” (BU III.4.1), “Lo stesso Sé è tutto questo” (ChU VII.25.2), “Questo mondo non è altro se non il Brahman supremo” (MuU II.2.11). Nessuno arriva dove già sta. Il fatto ben noto a tutti è che una cosa può essere raggiunta [solo] da un’altra cosa.

        Oppositore: Nella vita quotidiana un luogo già raggiunto può nuovamente essere raggiunto se cambiano le circostanze: per esempio, si può dire che un uomo, che è già su questa terra, può raggiungere la medesima terra muovendosi da un luogo a un altro. Allo stesso modo un giovane, pur continuando a essere la stessa persona, cambia, durante il procedere della vita, dalla giovinezza verso l’età adulta. Così anche Brahman può, in un certo senso, diventare una meta da raggiungere, in virtù del fatto di essere dotato di ogni tipo di potere.

        Vedāntin: Non è così, perché tutte le distinzioni sono escluse dal Brahman, in accordo con i testi upaniṣadici, la smṛti e la logica. Per esempio, nei brani “Senza parti, senza azioni, calmo, libero da impurità, immacolato” (Śvetāśvatara Upaniṣad, ŚU, VI. 19), “Esso non è né grossolano né sottile, né corto né lungo” (BU III.8.8), “Essendo coestensivo con tutto ciò che è interno ed esterno, essendo senza nascita” (MuU II.1.2), “Quel grande Sé senza nascita è incorruttibile, immortale, imperituro, senza paura, e Brahman infinito” (BU IV.4.25), “Questo è il Sé descritto come ‘né questo né questo’ (neti neti)” (BU III.9.26). In base a ciò non si può supporre che il supremo Sé possa avere qualsiasi relazione con le distinzioni di tempo, spazio ecc., come nemmeno che possa essere raggiunto come fosse un particolare luogo della terra o uno stadio di vita. Un luogo sulla terra o l’età possono ben essere mete da raggiungere in termini di spazio e tempo, poiché hanno distinte localizzazioni e periodi.

        Oppositore: Brahman può avere diversi poteri, dato che le Upaniṣad lo descrivono come causa della manifestazione, mantenimento e dissoluzione dell’Universo.

        Vedāntin: Non è così, poiché i testi upaniṣadici che gli negano qualsiasi attributo distintivo non possono essere interpretati in altro modo.

        Oppositore: Ma nemmeno i testi sulla manifestazione ecc. possono essere interpretati in altro modo.

        Vedāntin: Non è così, perché il loro scopo è affermare l’unità [del Supremo]. Lo Śāstra, che sostiene la realtà del Brahman unico senza secondo e che prova l’irrealtà di tutte le modificazioni con l’aiuto degli esempi come quello della creta [e del vaso], non può essere impiegata come prova per stabilire la verità della manifestazione ecc.

        Oppositore: Perché i testi sulla manifestazione ecc. dovrebbero essere subordinati ai testi che negano la distinzione, e non il contrario?

        Vedāntin: È così perché i testi che negano ogni distinzione [in Brahman] conducono a una conoscenza che non lascia inappagato alcun desiderio [di conoscenza]. Quando qualcuno ha realizzato che il Sé è uno, eterno, puro, e così via, non può avere nessun’altra curiosità da soddisfare in quanto in lui sorge la certezza che lo scopo umano più elevato è stato raggiunto, come si sa dai seguenti passaggi upaniṣadici: “Allora quale dolore e illusione ci può essere per colui che vede l’Unicità?” (ĪU VII), “Hai raggiunto lo stato che è libero dalla paura, o Janaka” (BU IV.2.4), “L’illuminato non è spaventato da nulla. In verità, non lo affligge il rimorso né di aver compiuto puṇya né [d’avere compiuto] pāpa”(TU II.9.1). Ciò è confermato anche dalla soddisfazione dei saggi e dalla disapprovazione per chi insegue modificazioni non reali, come in: “Colui che vede come se qui ci fossero differenze, va di morte in morte” (KU II.1.10). Di conseguenza, i testi che negano le distinzioni non possono essere considerati subordinati ad altri. Al contrario, i passaggi testuali che descrivono la manifestazione ecc. non possono far sorgere la conoscenza appagante (tale da eliminare ulteriori curiosità). Infatti, essi visibilmente aspirano a qualcos’altro. Per dimostrarlo, la Chāndogya Upaniṣad inizia così: “O diletto, conosci questo germoglio [che è questo corpo] come uscito da qualcosa; perché esso non può essere senza radice” (ChU VI.8.3); per poi, più avanti, concludere affermando che solo l’Esistenza, che è la sorgente dell’Universo, deve essere conosciuta11. Questo è il senso anche del testo: “Desidera conoscere quello da cui davvero tutte queste creature hanno origine, dal quale esse sono sostenute dopo la nascita, verso cui esse avanzano e in cui s’immergono. Quello è Brahman” (TU III.1.1), [vale a dire che la realtà da conoscere è solo Brahman]. Dato che i testi sulla manifestazione ecc. sono finalizzati a impartire la conoscenza dell’Unità non duale, Brahman non può possedere molteplici poteri e perciò, logicamente, non può nemmeno essere una meta da raggiungere. Qualunque viaggio di approssimazione verso Brahman è negato dal passo: “Le sue facoltà non dipartono. Essendo solo Brahman, è immerso in Brahman” (BU IV.4.6). Questo è già stato spiegato nel sūtra “Perché nel caso dei seguaci di una certa corrente c’è una chiara negazione della partenza dell’anima” (BS IV.2.13). Supponendo ancora che ci sia un tale movimento di avvicinamento, il jīva in cammino dovrebbe essere una parte o una trasformazione di Brahman oppure qualcosa di diverso da esso, perché il movimento non è possibile nel caso di completa identità.

        Oppositore: Anche se fosse così, cosa vorrebbe dire?

        Vedāntin: La risposta è che se [il jīva] fosse una parte, e [Brahman] l’intero, quest’ultimo non potrebbe mai essere meta della parte [che ne è contenuta]: perciò non può esserci alcun “andare verso il Brahman”. Inoltre, dal momento che il Brahman è notoriamente privo di parti, è errato immaginare nel Brahman “una parte” e “un tutto”. La dimostrazione è la stessa anche nel caso in cui l’anima fosse una sua trasformazione; perché la cosa trasformata è sempre presente nella sostanza di cui è una trasformazione. Un vaso di creta non può mai esistere se non identico alla creta, perché cesserebbe di esistere qualora non fosse così identificato. E, infine, anche nel caso in cui il jīva fosse un effetto o una parte [di Brahman], siccome Brahman, possedendo tali trasformazioni o parti, rimane immutato, non ci sarebbe alcuna possibilità per il jīvātman di entrare in uno stato trasmigratorio (perché le parti di una pietra inerte non possono muoversi né un rospo vi può essere collocato all’interno). Se il jīvātman fosse differente da Brahman, dovrebbe o essere simile a un atomo o essere onnipervadente, oppure di misura intermedia. Se fosse onnipervadente, non ci sarebbe alcun movimento. Se fosse di misura intermedia (cioè di una misura indeterminata che cambia con il corpo), diverrebbe impermanente. Se fosse di dimensioni atomiche, ogni sensazione del corpo sarebbe inesplicabile. Comunque, i punti di vista sulla misura atomica o media sono stati prima confutati in modo completo nel sūtra II.3.29. Se il jīvātman fosse differente dal Brahman Supremo, le affermazioni scritturali come “tu sei Quello” (ChU VI.8.7) sarebbero contraddette. Questo errore è anche evidente nel caso che il jīva sia una trasformazione o una parte.

        Oppositore: Dato che la manifestazione, le sue modificazioni e parti sono le stesse (costituendo un tutt’uno), non sorge alcuna contraddizione tra questi due punti di vista.

        Vedāntin: Non è così, perché in quel caso l’unità nel senso primario diventa impossibile. Inoltre, da tutti questi punti di vista sorge il problema per cui la Liberazione sarebbe esclusa completamente, in quanto la nozione dell’identificazione (abhimāna) del jīva con il suo stato trasmigratorio non sarebbe sradicata. Ma anche se quella identificazione dovesse cessare, il jīva perderebbe la sua innata natura [immergendosi in Brahman], dato che la sua identità con Brahman è negata dall’oppositore.

        Alcuni farneticano sostenendo che quei riti obbligatori e occasionali compiuti allo scopo di evitare pāpa come anche i riti ingiunti e le proibizioni (yama e niyama) devono essere tralasciati per evitare di andare nei cieli e negli inferni; e, poiché i risultati delle azioni devono essere sperimentati nel corpo grosso, essi si esauriscono sperimentandoli. Cosicché quando il corpo attuale cade, allora non ci sarebbe più alcun karma a collegare il jīva con un nuovo corpo. Chi procedesse con questo metodo otterrebbe la Liberazione conservando il suo proprio stato naturale [con cui è nato], anche senza aver realizzato l’unità del jīvātman con il Brahman.

        Ma questo è sbagliato, in quanto manca qualsiasi prova di ciò, giacché nessuna scrittura afferma che chi è desideroso di Liberazione debba agire così. Questa è una teoria che nasce da una fantasia intellettuale per cui lo stato trasmigratorio sarebbe la produzione dei riti12. Così questi presumono che [il saṃsāra] possa cessare di esistere astenendosi dai riti. Questo non è nemmeno un ragionamento deduttivo, in quanto le cause dello stato trasmigratorio vanno oltre i limiti dell’esistenza che si sono prefissati d’indagare. Ci possono essere molti risultati di azioni accumulati in vite passate i cui frutti buoni o cattivi rimangono latenti. Ma non possono essere sperimentati tutti simultaneamente, se i loro risultati sono incompatibili l’un l’altro. Perciò, quelli che sono compatibili tra loro producono questa vita, mentre altri devono aspettare spazio, tempo e causa favorevoli [al loro sviluppo in un’altra nascita]. E dato che questi residui latenti di karma non possono essere esauriti sperimentandoli nella vita presente, non si può affermare che, dopo la caduta dell’attuale corpo, un uomo possa essere liberato dalle cause che producono nuovi corpi, anche se ha seguito la pratica di vita descritta dagli oppositori13. Che i risultati delle azioni passate persistano [anche dopo la morte] è provato sull’autorità di testi upaniṣadici e di smṛti come: “Coloro che compiono azioni virtuose qui [ottengono nascite eccellenti…] con i loro risultati residui” (ChUŚBh V.10.7).

        Oppositore: Può anche essere che i riti obbligatori e occasionali distruggano [i risultati latenti].

        Vedāntin: Questo non può essere perché tra loro non sono contrapposti. Solo in caso di contrapposizione una cosa può distruggerne un’altra. Ma i meriti (puṇya) accumulati nelle vite passate non sono contrapposti ai riti obbligatori e occasionali, dal momento che entrambi sono ugualmente tesi alla purificazione. I demeriti (pāpa) possono essere distrutti se contrapposti tra loro, perché sono impuri per natura14. Ma ciò non vuol dire che siano assenti cause di rinascita, dato che i meriti possono ben costituire una tale causa e anche i demeriti, come si sa, non sono mai totalmente eliminati. Inoltre, non c’è alcuna prova che il compimento dei riti obbligatori e occasionali non produca qualche altro risultato diverso da quello di impedire l’emergere del pāpa; perché è possibile che si verifichino effetti collaterali, come Āpastambha dichiara nella sua smṛti: “Come quando un mango è piantato per i suoi frutti, si producono come conseguenze ombra e profumo, così, quando si compiono azioni virtuose si possono generare anche altri risultati”. Finché non arriva la perfetta conoscenza, nessuno, nel periodo tra la nascita e la morte, può dirsi totalmente libero da ingiunzioni e proibizioni, perché piccoli errori si notano anche nel caso degli uomini più attenti. Forse tutto questo potrà a buon diritto essere considerato con qualche dubbio, perché è difficile accertare se rimane o no alcuna causa per la rinascita. Inoltre, finché non si riconosce che l’identità del jīvātman con Brahman è un’evidenza che si realizza per mezzo della conoscenza, è inutile attendere la Liberazione per chi [crede d’essere] della natura di kartā e bhoktā, perché non si può mai essere separati dalla propria natura, come il fuoco non può mai essere separato dal calore.

        Oppositore: Può essere che sia un ostacolo per il jīva comportarsi di fatto come kartā e bhoktā, ma non certo possedere la potenzialità di kartṛtva e bhoktṛtva. Così la Liberazione può venire quando è fermata la messa in atto di kartṛtva e bhoktṛtva, anche se la latenza rimane.

        Vedāntin: Anche questo è errato perché fintanto che la potenzialità rimane, la sua manifestazione diventa irresistibile.

        Oppositore: In quel caso può ben essere che la potenzialità di per se stessa non possa agire senza l’aiuto di altre cause, cosicché se quelle qualità si mantengono solo in potenza, non può svilupparsi pāpa.

        Vedāntin: Anche questo è sbagliato poiché le altre cause [come aḍṛṣṭa, cioè l’invisibile potenzialità di azioni passate e dei loro risultati potenziali] rimangono sempre associate con il jīva facendo parte della medesima latenza [di kartṛtva e bhoktṛtva]. Quindi non c’è alcuna speranza di Liberazione fintantoché il jīva continua a essere per natura kartā e bhoktā, e non sia raggiunta la sua identità con Brahman, realizzabile tramite la conoscenza. L’Upaniṣad nega che ci possa essere qualsiasi altra via di Liberazione se non la conoscenza: “Non c’è nessun’altra via per raggiungere la meta” (ŚU III.8).

        Oppositore: Che il jīva non sia differente dal Supremo Brahman sarà evidente solo dopo avere annullato tutte le attività umane; perciò tutti i mezzi validi di conoscenza (pramāṇa), come la percezione ecc., sono inutili.

        Vedāntin: Non è così perché tale uso è possibile prima dell’illuminazione come, per esempio, agire nel sogno prima del risveglio. Lo śāstra parla anche dell’uso dei pramāṇa nel caso della persona non illuminata: “Perché quando, per così dire, c’è dualità, allora uno vede qualcosa” (BU II.4.14; IV.5.15); per poi mostrare l’assenza dell’uso [dei pramāṇa] nel caso del jñāni: “Ma quando per il conoscitore ogni cosa è Ātman, allora che cosa dovrebbe vedere e con che cosa?” (Ibid.) ecc. Così, dato che la nozione di Brahman come meta da raggiungere e altre idee simili sono eliminate per chi ha realizzato il supremo Brahman, nel suo caso nessun movimento può in alcun modo essere affermato.

        Oppositore: Allora, i testi che descrivono il movimento a che ambito si riferiscono?

        Vedāntin: L’ambito a cui si riferiscono [quei testi] è limitato alle scienze del Brahman qualificato [saguṇa vidyā]. Così il procedere sulla via è menzionato talvolta per la meditazione sui cinque fuochi (pañcāgni vidyā), e talaltra per la meditazione sul trono di Brahman (paryanka vidyā) o su Vaiśvānara (Vaiśvānara vidyā). Anche quando è riferito a Brahman, come “Prāṇa è Brahman, la beatitudine è Brahman, ākāśa è Brahman” (ChU IV.10.4), e “Allora il minuscolo loto del cuore, che esiste in un luogo di questa città che è questo corpo” (ChU VIII.1.1), è possibile un movimento, perché ciò che è meditato lì è solo il Brahman qualificato che possiede gli attributi di essere “l’agente dei risultati delle azioni, il possessore di tutti i desideri”, e così via. Ma in nessuna parte è indicato un movimento verso il Supremo Brahman, che è espressamente negato dalla frase: “Le sue facoltà non dipartono” (BU IV.4.6). Anche in passaggi scritturali quali “Il conoscitore di Brahman raggiunge il Supremo…” (TU II.1.1), dove il verbo ‘raggiungere’ parrebbe implicare movimento, non c’è invece alcun raggiungimento possibile per le ragioni già addotte. Poiché è la realizzazione della propria vera natura, si dice ‘raggiungimento’ nel senso di ‘riuscire’ a eliminare questo universo di nome e forma proiettato dall’ignoranza. Bisogna capirlo nel medesimo senso per cui è stato detto: “Essendo solo Brahman, è immerso in Brahman” (BU IV.4.6) e altri brani simili. E, ancora, si deve spiegare l’uso dell’idea di un movimento verso il Supremo Brahman, come uno stimolo o un invito alla riflessione15. Ora, parlare di movimento non può generare alcun incoraggiamento per chi ha realizzato il Brahman, giacché per lui è un fatto compiuto, essendosi stabilito nel suo proprio Sé grazie alla conoscenza del Brahman, che per lui è direttamente e immediatamente auto-evidente. Inoltre non si può affatto sostenere che la realizzazione di Brahman dipenda dalla meditazione su un percorso da seguire, per il fatto che la Liberazione non è il prodotto di un risultato, ma un fatto sempre avvenuto. In conclusione, il movimento è solo possibile se riferito al Brahman non Supremo. Stando così le cose, è a causa della difficoltà di cogliere la distinzione tra il Brahman Supremo e il qualificato Brahman non-Supremo, che le affermazioni scritturali sul movimento verso il Brahman qualificato si sovrappongono al Brahman Supremo.

        Oppositore: Ci sono allora due Brahman, uno Supremo e uno non-Supremo?

        Vedāntin: è proprio così, perché troviamo testi come “O Satyakāma, questo Oṃ è proprio quel Brahman che è Supremo e non-Supremo” (PU V.2).

        Oppositore: Qual è il Brahman Supremo e quello non-Supremo?

        Vedāntin: Si parla del Brahman supremo quando è descritto con termini come “non grossolano ecc.”, vale a dire attraverso la negazione di tutte le distinzioni di nome e forma causate dall’ignoranza. Proprio quel Brahman diventa non-Supremo quando è pensato come se fosse dotato di un nome e una forma distinta allo scopo di meditare su di Esso, come nel seguente caso: “Identificato con la mente, avendo prāṇa come suo corpo e luminosità come sua forma” (ChU III.14.2).

        Oppositore: In tal caso sono contraddetti i testi che sostengono la non dualità16.

        Vedāntin: Non è così, perché quell’obiezione si poneva dal punto di vista degli attributi limitanti creati dal nome e dalla forma che derivano dall’ignoranza. I risultati della meditazione sul Brahman qualificato, che consistono nella signoria sulla terra e in altro ancora, com’è affermato nelle scritture “Essendo desideroso del mondo dei suoi antenati, gli antenati vengono a lui con il suo solo desiderio” (ChU VIII.2.1), sono esperimentati solo durante la trasmigrazione a causa del perdurare dell’ignoranza. Dato che questo risultato è associato con un qualche particolare luogo, non è contraddittorio che ci sia un percorso per il suo ottenimento. Anche se il Sé è onnipresente, commentando il precedente sūtra “Ma [il jīva ottiene] tali nomi perché assume come sua essenza le modificazioni dell’intelletto” (BS II.3.29), abbiamo affermato che si percepisce un movimento quando si muovono le modificazioni dell’intelletto, proprio come lo spazio appare in movimento quando i vasi che lo contengono vengono spostati. Quindi il punto fermo è: “Bādari pensa che essi sono condotti al Brahman condizionato” ecc. (BS IV.3.7). Il punto di vista contenuto in “Jaimini dice che è raggiunto il Supremo Brahman” (BS IV. 3.12) è presentato solo come un punto di vista illusorio, in modo da aiutare l’intelletto del discepolo a discriminare. È così che si deve intendere.

        Domanda: Si è stabilito definitivamente che ogni movimento concerne il Brahman condizionato e non il Supremo Brahman. Ora sorge questo dubbio: “La persona non umana” (ChU IV.15.6) conduce senza eccezione al mondo di Brahmā tutti quelli che meditano sul Brahman condizionato, o soltanto alcuni di loro? Cosa si deve concludere?

        Oppositore: Tutti quelli che così conoscono devono raggiungere come meta il Brahman-effetto (Kāryabrahman), diverso dal Supremo, perché questo movimento d’avvicinamento è stato garantito ugualmente per tutte le altre vidyā in un precedente sūtra17.

        Vedāntin: La risposta dell’autore dei Sūtra (sūtrakāra) è questa:

        1. Chi sa leggere comprenderà che con ciò s’afferma che l’anima del defunto si trova nei prolungamenti della sua vita extracorporea in questo stesso mondo umano e nel medesimo manvantara.[↩]
        2. L’anima del defunto potrà fruire dei risultai dei suoi puṇya e pāpa solamente allorché giungerà alla destinazione che si è prefissata in vita. Durante questo ‘viaggio’ l’anima è ancora priva di un involucro sottile, con cui fruire, che sostituisca il corpo grossolano, trovandosi nella precaria condizione di ‘viaggiatore’ (preta). Questa stato indifeso in cui si trova l’anima subito dopo la morte è comune a tutti i defunti, indipendentemente dalla meta a cui dovranno giungere: cieli, inferni, candraloka, devaloka o Brahmaloka.[↩]
        3. Ossia, se la divinità della fiamma risiede nel mondo della fiamma, se la divinità dell’aria o la divinità della folgore risiedono rispettivamente nel mondo di Vāyu e di Vidyut, l’amānava puruṣa sta invece in tutti i loka a partire dalla folgore fino al mondo di Brahmā. L’amānava puruṣa, che non è altro se non la proiezione di Hiraṇyagarbha che collega tra loro i diversi loka, è chiamato anche sūtrātman. Perciò questo essere non umano può condurre il jīva attraverso tutti quei mondi, essendo assistito di tappa in tappa dalle singole divinità guida che presiedono quei mondi: Varuṇa, Indra, Prajāpati ecc. Queste ultime svolgono appieno la loro funzione di guida solo per coloro che si fermano nei loro bhogaloka per godere degli effetti positivi delle loro meditazioni compiute in vita.[↩]
        4. Informiamo i lettori che, per evitare qualsiasi confusione nel corso di questo breve trattato, con ‘la manifestazione’ intendiamo l’azione di manifestare corrispondente al senso del sanscrito sṛṣṭi. Per il mondo nella sua apparente permanenza, usiamo il participio passato sostantivato ‘il manifestato’ per rendere il significato di sthiti. Si consideri l’analogo uso in linguaggio religioso di ‘la creazione’ e ‘il creato’.[↩]
        5. Nel suo stato supremo Viṣṇu è denominato Nārāyaṇa, ‘colui che procede sulle acque’. Si tratta delle acque diluviali del pralaya: conclusa quella fase di dissoluzione, Viṣṇu rimanifesta Brahmā-Hiraṇyagarbha, che darà inizio a una nuova manifestazione (sṛṣṭi) del mondo e dei jīva. Nella śruti questo immergersi nel Brahman del jīva assieme a Hiraṇyagarbha attesta che l’unione tra l’individuo e il Signore non può essere interpretata come una totale identità, mantenendosi evidentemente una differenziazione (viśeṣa). Nei monoteismi lo stesso stato è definito “prossimità”, “vicinanza”, “amicizia con Dio”, “fuso, ma non confuso”. Si tratta perciò di quella che è definita liberazione o immortalità relativa (āpekṣika mukti o amṛtatva) raggiunta per tappe.[↩]
        6. Queste nozioni possono provenire soltanto dall’autorità testuale, poiché non possono essere il risultato di esperienza diretta da parte del cercatore ancora vivente nel corpo. Si accettano queste descrizioni postume sulla fede (śraddhā) nelle esperienze degli antichi saggi, che le hanno inserite nei testi sacri. Questa śraddhā s’esaurisce al momento della realizzazione della jīvan mukti, con la quale si raggiunge la conoscenza totale.[↩]
        7. Sta di fatto che questi “jīva liberati”, al momento del pralaya, s’immergono nel Supremo assieme a Hiraṇyagarbha. Passato il pralaya, Hiraṇyagarbha si rimanifesta per dare inizio a un nuovo kalpa, e assieme a Lui trasmigrano anche quei jīva. Infatti, il non ritorno è garantito solamente “qui”, “in questo mondo umano”, mānava loka o manvantara, se inteso in senso temporale.[↩]
        8. In questi sūtra continua l’esposizione del punto di vista di Jaimini.[↩]
        9. Abhisandhi qui corrisponde al senso di śraddhā.[↩]
        10. Da questo siddhānta riprende l’esposizione della corretta dottrina advitīya.[↩]
        11. “Con l’aiuto di quel germoglio, cerca di trovarne la radice che è l’Esistenza.” (ChU VI.8.6)[↩]
        12. Come è noto, la trasmigrazione non è prodotta dall’azione, ma dall’ignoranza (avidyā). Quest’ultima provoca il desiderio (kāma), che a sua volta spinge all’azione (karma) al fine di goderne i risultati (phala).[↩]
        13. Qui Śaṃkara allude a una corrente mīmāṃsāka fiorente alla sua epoca.[↩]
        14. Per esempio, i demeriti provocati dall’avarizia possono essere distrutti dai demeriti opposti prodotti dalla prodigalità.[↩]
        15. Vale a dire per usarlo come adhyāropa.[↩]
        16. Ovvero l’ammissione dell’esistenza di un Brahman Supremo e di uno non-Supremo.[↩]
        17. “Questo passaggio del jīva nella via degli Dei non è riservato solo a certe meditazioni; si applica a tutte”. (BS III.3.31)[↩]

        5. Il post mortem dei sādhaka secondo la dottrina di Śaṃkarācārya

          Il post mortem dei sādhaka secondo la dottrina di Śaṃkarācārya – V

          BRAHMA SŪTRA ŚAṂKARA BHĀṢYA

          IV Adhyāya – 3 Pāda

          Domanda: È stabilito che fino al punto in cui cominciano le [due] vie il processo di abbandono del corpo è simile. Ma la stessa via [del devayāna] è descritta in forma differente nelle diverse Upaniṣad. In una il percorso inizia con la connessione tra le nāḍī e i raggi solari: “Egli dunque sale lungo proprio questi raggi” (ChU VIII.6.5). In un’altra si parte dalla fiamma: “Essi salgono alla divinità della fiamma, da questa alla divinità del dì…” (BU VI.2.15). Il sentiero è così ulteriormente descritto: “Raggiungendo il sentiero degli Dei, egli va al mondo del fuoco” (KauU I.3). Infine, c’è ancora un’altra descrizione: “Liberi da ogni impurità, procedono lungo il cammino del sole dove dimora quel Puruṣa immortale e immutabile” (Muṇḍaka Upaniṣad (MuU), I.2.11). Perciò può sorgere il seguente problema: si tratta di vie differenti tra loro o sono la stessa via descritta in modo diverso?

          Oppositore del Vedānta: Quando ci si trova in tali frangenti si deve concludere che questi sentieri sono di sicuro diversi per il fatto che, riferendosi a [risultati di] varie pratiche di meditazione, si trovano in differenti contesti. Inoltre, la sicura affermazione “Egli dunque sale lungo proprio questi raggi” (ChU VIII.6.5) dovrà essere riconsiderata se si dà credito all’altra che riguarda la fiamma ecc. (BU VI.2.15). Allo stesso modo sarà messo in discussione anche il passaggio circa la velocità [di tale processo] “Egli raggiungerà il sole alla stessa velocità con cui la mente meditando va da un oggetto a un altro” (ChU VIII.6.5.). Perciò queste vie devono obbligatoriamente essere diverse tra loro.

          Vedāntin: Noi rispondiamo con il sūtra:

          1. [Il jīva se ne va] per la via che comincia dalla [luce della] fiamma, come è ben risaputo.

          Affermiamo che tutti quelli che raggiungeranno Brahman1 devono procedere lungo la via che inizia dalla fiamma. Perché con “come è ben risaputo” si vuole esprimere che questa via è ben nota ai saggi. Nel passaggio della śruti che dichiara “Coloro che così conoscono e coloro che con śraddhā meditano sul Brahman reale nella foresta, salgono alla divinità della fiamma” (BU VI.2.15), meditazione che riguarda i cinque fuochi, veniamo a conoscenza che, anche quelli che praticano altri tipi di meditazione procedono sulla via che parte dalla fiamma.

          Oppositore: Può darsi che questa via che parte dalla fiamma possa essere attribuibile a quelle meditazioni per le quali non si menziona alcun percorso. Ma nei passaggi testuali in cui sono descritti sentieri differenti, perché li si dovrebbe fare coincidere con questo percorso che inizia dalla fiamma?

          Vedāntin: Questa obiezione potrebbe essere valida se i percorsi descritti fossero completamente diversi. Ma di fatto questa strada che conduce al Brahmaloka è sempre la stessa anche se, avendo molte caratteristiche, in certi passaggi è descritta solo con alcune tra esse. Questo è quanto sosteniamo: poiché in tutte le differenti descrizioni i particolari possono essere riconosciuti come singoli aspetti dello stesso percorso, si può comprendere che fanno parte di un unico disegno, collegati tra loro da tutta una serie di nomi e aggettivi. Esattamente come una meditazione può essere compiuta su vari oggetti in fasi diverse e, alla fine, quegli aspetti differenti devono essere unificati poi in una singola esperienza, così anche le caratteristiche di questa via devono essere integrate tra loro. Sebbene le meditazioni possano differire, il cammino deve essere lo stesso, poiché è chiaro che si tratta di una serie di tappe sulla stessa via, presentate come suoi aspetti particolari; perciò la meta da raggiungere attraverso tutti [quei singoli passaggi] è la medesima. Che, seppure tramite differenti rappresentazioni, si punti allo stesso risultato è evidente dalle seguenti citazioni: “In quei mondi di Brahmā raggiungono la perfezione e vi permangono per un incalcolabile numero di anni. Essi non ritornano quaggiù.2” (BU VI.2.15); “Egli vive lì per anni illimitati” (BU V.10.1); “Vince ovunque e ottiene la stessa qualità onnipervadente di Brahmā” (KauU I.4); “Quelli che ottengono il Brahmaloka per mezzo del brahmacārya” (ChU VIII.4.3). L’obiezione secondo cui, se si accettasse la via che parte dalla fiamma, allora si contraddirebbe l’inequivocabile affermazione: “Egli dunque sale lungo proprio questi raggi” (ChU VIII.6.5), non pone alcuna vera difficoltà, poiché questo testo intende semplicemente indicare il raggiungimento dei raggi3. In base alla sola parola ‘proprio’ non si può sostenere che il raggiungimento dei raggi si contrapponga all’uscita attraverso la fiamma. Si deve perciò capire che quel testo semplicemente mette in evidenza il collegamento con i raggi. Nemmeno la via che parte dalla fiamma può essere contrapposta al passaggio che tratta della velocità [con cui il jīva procede] (ChU VIII.6.5), perché con ciò si vuole semplicemente dire che si raggiunge Brahmā più rapidamente di altre mete: è come quando si dice «sarò lì in un istante». Inoltre, il passo “Essi non se ne vanno per nessuno di questi due percorsi” (ChU V.10.8), che accenna a una terza categoria4, dimostra che, a parte la via degli antenati, c’è solo quella degli Dei a essere suddivisa in tappe quali la fiamma e le seguenti. Inoltre, in alcuni testi upaniṣadici che parlano del percorso che inizia dalla fiamma, le tappe sono piuttosto numerose, mentre sono poche in altri testi, ed è logico che il numero minore debba essere contenuto in quello maggiore. In base a questa considerazione è stato detto: “Il jīva percorre la via che parte dalla fiamma perché ciò è ben noto.”

          2. [Il jīva di chi conosce il Brahman qualificato,] dall’anno raggiunge l’aria, in base all’assenza e alla presenza di precisazione.

          Questa volta le tappe dell’ascesa dell’anima dovranno essere descritte in un ordine preciso, indicandone nomi e qualità. Tale descrizione deve essere trasmessa da un maestro che si comporta amorevolmente. I [maestri che appartengono alla tradizione Kauśītaki] interpretano il loro viaggio in questo modo: “Raggiunta questa via degli Dei, egli va al mondo del Fuoco, va al mondo dell’Aria, va al mondo di Indra, va al mondo di Prajāpati [Viraṭ] e raggiunge il mondo di Brahmā” (KauU I.3). In questo contesto con “mondo del Fuoco” essi intendono la fiamma (BU VI.2.15), in quanto entrambi i termini descrivono la cremazione: così non è necessario alcuno sforzo per riconoscere in che ordine stiano. Ma dove si situerà l’Aria, dato che non è menzionata nel percorso che comincia dalla fiamma? La risposta è prontamente trovata nel medesimo testo menzionato: “Essi raggiungono la fiamma, dalla fiamma al dì, dal dì alla quindicina luminosa della luna, dalla quindicina luminosa ai sei mesi del viaggio del sole verso nord, dai sei mesi all’anno, dall’anno alla divinità del sole” (ChU V.10.1). La posizione dell’Aria deve stare tra l’anno e la divinità del sole. Si sa questo proprio “in base all’assenza e alla presenza di precisazione”5. È così che sulla posizione dell’aria, che non si trova nel testo “va al mondo dell’Aria” (KauU I.3), si esprime chiaramente un’altra Upanisad: “Quando un uomo se ne parte da questo mondo, raggiunge l’aria, che per lui crea un’apertura come il mozzo di una ruota di carro, sale attraverso di essa e raggiunge il sole” (BU V.10.1). Poiché in questo testo l’aria è situata con precisione prima del sole, le deve essere assegnata una posizione tra l’anno e il sole.

          Oppositore: Perché, per la stessa ragione, dopo aver saputo che è menzionata la precisazione che l’aria viene dopo il fuoco (Kau I.3), l’aria non dovrebbe essere posta subito dopo la fiamma?

          Vedāntin: Noi affermiamo che tale precisazione non esiste.

          Oppositore: Ma come, non è stato forse citato il testo: “Raggiunta questa via degli Dei, egli va al mondo del Fuoco, va al mondo dell’Aria… (KauU I.3)”?

          Vedāntin: Quel testo soltanto enumera le cose una dopo l’altra, senza voler indicarne l’ordine preciso. Ciò che si raggiunge è qui elencato dicendo che il jīva va in tale o talaltro mondo; invece nel testo [della BU V.10.1] si spiega che, per raggiungere il sole, egli passa oltre un’apertura stretta come il mozzo di una ruota di carro, specificando così chiaramente l’ordine di successione. Perciò l’affermazione “in base all’assenza e alla presenza di precisazione” è razionalmente sostenibile. Tuttavia, i Vājasaneyin6 ne danno questa lettura: “dai mesi al mondo degli Dei (devaloka), dal mondo degli Dei al sole” (BU VI.2.15). Secondo quel testo, il jīva dovrebbe raggiungere l’aria salendo dal mondo degli Dei7, cosicché il sole dovrebbe essere posto subito dopo. Ma quando il sūtrakāra dichiara che l’anima raggiunge l’aria provenendo dall’anno, si basa sulla Chāndogya (V.10.1). Dunque, la Chāndogya non menziona il devaloka e la Bṛhadāraṇyaka ignora l’anno. Ma, poiché tutte e due sono autorevoli, si dovranno aggiungere entrambe le tappe. Per metterle in ordine si deve dedurre che l’anno, essendo connesso con i mesi, deve essere posto prima e il mondo degli Dei dopo.

          3. Varuṇa va collocato dopo la folgore essendo connesso con l’acqua.

          Nella śruti: “Va dal sole alla luna, dalla luna alla folgore” (ChU IV.15.5), Varuṇa deve essere posto dopo la folgore in forza del testo: “Egli va al mondo di Varuṇa” (KauU I.3), perché la folgore e il dio della pioggia sono connessi tra loro. Quando lunghi fasci di folgori danzano nelle viscere delle nuvole con rombi di tuono, poi cade la pioggia, come si legge anche nei Brāhmaṇa [qui per Upaniṣad]: “Scoppiano lampi e rombano tuoni: pioverà sicuramente” (ChU VII.11.1). Śruti e smṛti ci insegnano che Varuṇa è il dio delle acque. Sopra Varuṇa stanno Indra e Prajāpati, perché lo stesso passo citato dalla Kauṣitakī Upaniṣad lo afferma e non si può trovare da nessuna parte un’altra collocazione per loro. Il Varuṇaloka e i mondi seguenti devono essere situati verso la sommità, in quanto sono gli ultimi citati e non sono stati posti nel tratto che inizia dalla fiamma e arriva al mondo della folgore (Cfr. ChU IV.15.5; BU VI.2.15).

          Domanda: Ci si può chiedere se la fiamma e le seguenti tappe debbano essere considerate come segnali sulla via, come mondi di fruizione oppure come guide per i jīva che stanno salendo.

          Oppositore: A questo punto, la conclusione a cui si arriva è che sono semplicemente segnali sulla via, dato che sono descritti come semplici punti di riferimento. Anche nell’esperienza comune, quando qualcuno vuole andare in un villaggio o in città, gli si danno istruzioni come: «Raggiungi quella collina, poi troverai un albero di banian, poi un fiume e poi finalmente raggiungerai il villaggio o la città». Allo stesso modo, qui si dice: “Dalla fiamma al dì, dal dì alla quindicina luminosa” e così via. Oppure potrebbero essere mondi di fruizione [bhogaloka]. Infatti, il fuoco e le altre tappe sono anche chiamati con la parola mondo (loka), come, per esempio “Egli va al mondo del fuoco” (KauU I.3). Nel linguaggio comune la parola loka è usata per indicare luoghi dove si fanno esperienze [di certi risultati] come, per esempio: “Il mondo degli uomini, il mondo dei pitṛ, il mondo dei deva” (BU I.5.16) e così via. Anche in un testo tratto dai Brāhmaṇa si trova: “Essi si associano al mondo dei giorni e delle notti” (Śātapātha Brāhmaṇa, X.2.6.8). Perciò la fiamma e le altre divinità non sono guide. Inoltre, esse non possono logicamente condurre dei jīva perché non sono esseri coscienti e nell’esperienza quotidiana è un uomo competente che, su incarico di un Re, accompagna altri per rotte sconosciute.Vedāntin: Noi rispondiamo con il sūtra seguente:

          1. Come sarà evidenziato di seguito, in questo contesto con Brahman si intende sempre il non-Supremo, Brahmā.[↩]
          2. BU VI.2.15.[↩]
          3. Infatti una tale interpretazione letterale comporterebbe anche l’idea che chi muore di notte non possa raggiungere il devayāna; difficoltà che è facilmente superata se si integrano i testi che parlano dell’uscita dalla fiamma con quelli della risalita lungo i raggi solari.[↩]
          4. “D’altronde quei piccoli esseri che trasmigrano senza posa, non sono nati seguendo nessuna di queste due vie. Questa terza condizione è descritta dalle parole «Vivi e muori!».” (ChU V.10.8) Śaṃkara così commenta: “Questi piccoli esseri come tafani, zanzare, pulci […] Questo percorso trasmigratorio è tanto doloroso che deve essere evitato. Anche perché le piccole creature, la cui vita passa solo sperimentando la sofferenza della nascita e della morte, abbandonate senza alcuna zattera alla terribile oscurità d’un abisso senza fondo da cui è difficile uscire, sono senza speranza d’attraversarlo. Si dovrebbe evitare, avere paura, detestare questo destino della trasmigrazione, in modo che non si possa ricadere in questa terribile, vasta corrente del saṃsāra.” (ChUŚBh V.10.8). L’immediata trasmigrazione, senza nemmeno passare per i naraka, è dovuta alla rituale dissipazione del prāṇa, e dei relativi prolungamenti sottili, di quei demoni umani (mānuṣa rākṣasa) che: “posseduti da desideri insaziabili e pieni di ipocrisia, superbia e ira, con perversa intenzione nata dall’illusione, compiono rituali a fini dissacranti […] nati in grembi diabolici, quegli stolti non vengono mai a me e peggiorano continuamente la loro condizione, o figlio di Kuntī.” (BhG XVI.10; 20)[↩]
          5. Per il Nyāya, “assenza e presenza di precisazione” significa che se un testo della śruti non menziona un certo particolare, un altro testo che tratta dello stesso argomento può fornire la precisazione richiesta: un testo integra l’altro. Al contrario, nel caso che un testo non precisi un particolare e che non si trovi alcuna ulteriore precisazione in altre parti della śruti, si dovrà recedere da ogni conclusione definitiva. Secondo il Vedānta, tale vuoto di informazione potrà essere riempito soltanto dall’esperienza dell’intuizione universale.[↩]
          6. I successori della linea di maestri fondata dal ṛṣi Yājñavalkya, appartenenti alla scuola dello Yajur Veda bianco.[↩]
          7. Si tratta degli svarga, i mondi di fruizione per i salvati, ovvero la sezione più alta del pitṛloka, che il jīva devayāni incrocia in questa fase. Invece, come si è già visto, il jīva pitṛyāṇi attraversa il pitṛloka immediatamente prima di raggiungere il cielo della luna.[↩]

          4. Il post mortem dei sādhaka secondo la dottrina di Śaṃkarācārya

            Gian Giuseppe Filippi

            Il post mortem dei sādhaka secondo la dottrina di Śaṃkarācārya – IV

            3. Il devayāna fino al cielo della folgore

            Abbiamo già accennato all’inizio dell’esame del pitṛyāṇa che, a differenza dello yogi ignorante, saggio1 è chi ha raggiunto in questa vita il perfezionamento del suo stato individuale (jīvatva) con la purificazione della mente e, tramite la meditazione non mediata dal simbolo, può ottenere anche la conoscenza del Brahman qualificato2 (Brahman saguṇa). Nel processo della morte sia il saggio sia l’ignorante passano attraverso le medesime fasi di riassorbimento delle facoltà individuali, fino a quando i loro jīvātman non raggiungono l’apice del cuore. Così Śaṃkara afferma a questo proposito nel suo Bhāṣya ai Brahma Sūtra3:

            [Bādārayaṇa afferma che] sebbene il brillìo della sommità del cuore e la sua uscita siano comuni sia all’ignorante sia al saggio che ha conosciuto il Brahman saguṇa, il Sé del conoscitore e solo lui, se ne va per la via della testa, mentre gli altri [Sé degli ignoranti] se ne vanno per qualsiasi altra parte del corpo. Perché? Grazie al potere della meditazione […] Per questa ragione il saggio che ha ottenuto la grazia (prasāda) del Brahman dimorante nel cuore, che ha meditato correttamente e si è unito a Brahman col pensiero, se ne va per la centunesima nāḍī che è unica e suprema fra tutte le nāḍī. Gli altri [gli ignoranti] se ne vanno attraverso le altre cento nāḍī. Ecco perché la śruti riferendosi alla meditazione sul cuore, dichiara:

            “Vi sono cento e una nāḍī (che escono) dal cuore; una sola passa attraverso la testa. Uscendo attraverso quella nāḍī si ottiene l’immortalità4. Le altre nāḍī che escono in tutte le direzioni portano ad altre morti.”5

            Le nāḍī, dunque, conducono fuori dal corpo; c’è ora da definire in che modo, uscito per le nāḍī attraverso le aperture del corpo, il jīvātman proceda al fine di raggiungere i diversi cieli e attraverso quali vie di comunicazione.

            Come una grande strada va da un villaggio a un altro, così i raggi del sole collegano questo all’altro mondo. Quei raggi escono dal sole, penetrano nelle nāḍī e da queste nāḍī rientrano nel sole.6

            Nel suo Chāndogya Upaniṣad Bhāṣya, Śaṃkara chiarisce che tutti i raggi collegano il sole a questo mondo, ma che un solo raggio raggiunge l’apertura del cranio d’ogni singolo individuo. Non appena il jīva ha lasciato il corpo, le nāḍī stesse smettono di essere localizzate nel corpo poiché, essendo di natura ignea (taijasa), anch’esse, seguendo l’anima avvolta nel prāṇa, procedono nel viaggio verso il sole, lasciando così la salma vuota d’ogni componente psichica7:

            Il saggio che ha praticato la meditazione sull’Oṃ, lasciando il corpo se ne va verso l’alto attraverso questi raggi. Egli raggiungerà il sole alla stessa velocità con cui la mente, meditando, va da un oggetto a un altro. Dal momento che questo sole è in verità la porta attraverso cui il saggio va verso il Brahmaloka, i saggi la oltrepassano mentre per gli ignoranti [la porta solare (sūrya dvāra)] rimane chiusa.8

            Śaṃkara commenta quest’ultima frase affermando che i jīva non illuminati sono ostacolati a uscire dalla corona della testa dalla stessa insopportabile luminosità del sole. Essi, dunque, cercano uscite in penombra o addirittura tenebrose, il che allude alla partenza dal corpo attraverso il fumo della pira, di cui si è già trattato. Questo vuol dire che gli yogi che s’incamminano verso il pitṛyāṇa escono dal corpo per vie oblique o persino orizzontali, dall’occhio, dalla bocca, dall’ombelico, a seconda dei diversi gradi ottenuti in vita9. Solo la splendente suṣumṇā conduce all’immortalità. Ma se le nāḍī percorse dai jīva alla volta del devayāna e del pitṛyāṇa sono differenti, le anime salgono ugualmente verso il Cielo, anche se nelle opposte direzioni dei due emisferi, rispettivamente settentrionale e meridionale.

            Nel commento del sūtra10 che tratta del medesimo argomento, Śaṃkara dichiara che la luce solare non è presente solamente durante il dì, la parte diurna del giorno, perché anche il saggio che muore di notte se ne sale attraverso il raggio solare. Infatti il chiarore del luminare notturno dipende comunque dal sole, diffondendone lo splendore per riflesso. L’astro solare è il centro del mondo della veglia, da cui l’intero prapañca trae vita ed esistenza. Il sole è la dimora di Viraṭ, il principio che manifesta l’universo grossolano (adhibhūta), con cui l’anima individuale in quanto viśva11tende ad unirsi12. Il sole non è soltanto l’astro che illumina il dì, ma anche lo splendore della quindicina luminosa della luna, la crescente luminosità dei sei mesi del cammino del sole verso settentrione, la luce dell’intera rivoluzione annuale della terra attorno al suo fuoco13.

            D’ora in poi s’abbandonerà ogni comparazione con il pitṛyāṇa, considerando solamente il cammino del jīva illuminato attraverso le tappe del devayāna:

            Chi così conosce (Brahman) e i vānaprastha che meditano con śraddhā e ascesi, entrano nella fiamma (archi)…14

            della pira, simbolo visibile del raggio solare attraverso cui salire. Il jīva in questo caso non segue più l’innalzarsi del fumo, vale a dire delle proprie acque che evaporano: l’inizio della strofa, inoltre, ci informa che, di norma, questa è la via postuma più adatta ai brahmacārin, gli studenti vedici15, e ai vānaprastha, coloro che si trovano nel terzo stadio (āśrama) della vita dell’hindū di casta. In questi due āśrama, si rinuncia alla vita familiare e sociale e alle connesse relazioni di attrazione e repulsione. Tuttavia, il commento śaṃkariano aggiunge l’osservazione che il devayāna è accessibile non solo a questi, ma anche a tutti coloro che “conoscono così” il Brahman. Vale a dire che anche i gṛhastha, solitamente considerati immaturi per un destino postumo così elevato, possono procedere lungo il devayāna, purché abbiano purificato la mente e conosciuto il Brahman. Anzi, la scienza dei cinque fuochi è particolarmente raccomandata ai capifamiglia, proprio perché solamente i gṛhastha compiono effettivamente con le loro mani il sacrificio del fuoco16: brahmacārin e vānaprastha, infatti, lo compiono solo mentalmente, avendo interiorizzato i riti17.

            Da tutto ciò che precede sarà chiaro al lettore che il Brahman di cui si tratta non è il Principio assoluto non duale, bensì Brahmā18.

            Coloro che così conoscono e coloro che con śraddhā meditano nella foresta sulla realtà di Brahman, salgono alla divinità della fiamma19, da lì alla divinità del dì, da questa alla divinità della quindicina luminosa della luna, da lì alle divinità dei sei mesi del viaggio del sole verso nord, da loro al mondo degli Dei, da quello al sole, e dal sole al mondo della folgore (Vidyut). Lì scende un essere proiettato dalla mente di Brahmā per condurli ai mondi di Brahmā. In quei mondi di Brahmā raggiungono la perfezione e vi permangono per un incalcolabile numero di anni. Essi non ritornano quaggiù.20

            Nel suo Bhāṣya Śaṃkara osserva:

            Il plurale usato per il termine ‘mondi’ indica che in quel mondo ci sono piani più alti e più bassi in quanto corrispondono alle differenze di grado raggiunto con la meditazione. Condotti a quella meta da quell’essere, raggiungono la loro perfezione e vivono in quei mondi di Hiraṇyagarbha per un numero incalcolabile di anni, vale a dire dei manvantara che costituiscono la vita di Hiraṇyagarbha [un kalpa]. Dopo aver raggiunto il Brahmaloka non fanno ritorno a questo mondo, come si trae dall’uso della parola ‘qui’ che si trova nella Mādhyandina Śākhā.21

            La Chāndogya descrive il medesimo percorso dei jīva per raggiungere i Brahmaloka, con alcune varianti che riguardano le tappe e che dipendono dalle differenti scuole che usano un metodo equivalente alla pañcāgnividyā. Nella pratica dello Yoga ciò corrisponde ai cakra attivati in vita, che possono essere diversi da scuola a scuola.

            Da qui [i jīva] trasmigrano verso le divinità del giorno, della quindicina luminosa della lunazione, dei sei mesi del viaggio settentrionale del sole (uttarāyaṇa), dell’anno, del sole. Essi proseguono al di là della porta del sole per raggiungere il cielo della luna22, ma non sostano qui come coloro che hanno seguito il pitṛyāṇa. Poi dal candraloka raggiungono il mondo della folgore (Vidyut). Da lì una persona non umana (puruṣa-amānava) li conduce a Brahmā.23

            Dopo queste precisazioni necessarie per la comprensione dei punti più complessi dell’insegnamento upaniṣadico sul devayāna, ci affideremo alla traduzione integrale dell’ultima parte dei Brahma Sūtra commentati da Śaṃkarācārya Bhagavatpāda. Sarà nostra cura annotarne le parti più difficili e integrarle con inserzioni tra parentesi quadre.

            1. Il saggio che ha raggiunto il fine dello yoga è talora denominato nei testi come ‘illuminato’ (viduṣām, prakāśita, o sambodhya), proprio perché percorre questa via della luce.[↩]
            2. Il Brahman non-Supremo dotato di attributi e qualità, il Signore Īśvara, che può essere oggetto di meditazione e, perciò, passibile di essere pensato, meditato e adorato. I diversi gradi di meditazione senza il supporto del simbolo sono slegati dal raggiungimento della conoscenza di uno di quegli attributi o qualità. Il grado sommo sarà dunque la conoscenza sintetica di Hiraṇyagarbha.[↩]
            3. BSŚBh IV.2.17.[↩]
            4. A chi si chiede se questa immortalità sia il mokṣa, Śaṃkara risponde: “No, qui immortalità vuol dire continuare a vivere in un loka fino alla dissoluzione di tutte le cose. A questo proposito i seguaci dei Purāṇa affermano: «Con immortalità s’intende il luogo che continua fino al pralaya» (Viṣṇu Purāṇa (VP), II.8.95). [Più avanti questa collocazione sarà definita come ‘lo stato supremo di Viṣṇu’]. Ciò non è forse in contraddizione con l’affermazione: «Essi non ritornano qui (PU I.10)» e con: «Essi non ritornano a questo ciclo di Manu (ChU IV 15.5)»? No, perché ci sono le precisazioni restrittive «qui» e «questo ciclo di Manu». Se si trattasse di un non ritorno assoluto queste precisazioni sarebbero senza senso. […] Perciò si deve capire che citazioni come: «Andandosene attraverso quella nāḍī [suṣumṇā] si raggiunge l’immortalità (KU II.3.16)» si riferiscono al meditante sul Brahman qualificato che se ne esce assieme agli indriya attraverso l’apertura del cranio, e quell’immortalità, in questo caso è solo relativa, non assoluta.” (ChUŚBh V.10.2). La condizione del defunto che ha raggiunto l’immortalità relativa (āpekṣika amaraṇa) o liberazione relativa (āpekṣika mukti) è definita nei testi come quella del mukta jīvātman (o mukta ātman), anima liberata; da non confondere con jīvan mukta, che designa il liberato in vita, il quale non è sottoposto ad alcuna condizione. Ovviamente questa āpekṣika mukti postuma è presa per la Liberazione finale dalle vie della conoscenza non suprema, confondendola con la krama mukti. Su quest’ultimo argomento si veda più avanti.[↩]
            5. ChU VIII.6.6.[↩]
            6. ChU VIII.6.2.[↩]
            7. In molte vie tantriche si considera che nel cadavere stazioni ancora del prāṇa. In realtà si tratta di residui o rifiuti prāṇici del tutto separati dal jīva e perciò considerati privi di coscienza (acetana) alla pari del medesimo cadavere. Questo prāṇa è spesso chiamato dhananjaya, ‘che produce ricchezza’, perché è usato nelle pratiche di bassa magia per scoprire tesori nascosti.[↩]
            8. ChUŚBh VIII.6.5.[↩]
            9. Per analogia si può dedurre che le altre nāḍī rivolte verso il basso, quelle tāmasa, sono le uscite che conducono alla dannazione (Garuḍa Purāṇa, II. 3. 91). Le anime che precipitano in verticale direttamente verso il basso, come anche si vedrà in seguito, imboccano la temibile ‘terza via’.[↩]
            10. BSŚBh IV.2.19.[↩]
            11. In questo contesto viśva significa il jīva nella sua perfezione e completezza, però sempre vivente nel corpo.[↩]
            12. La ricomposizione di viśva e di Viraṭ costituisce il Viśvaviraṭ svarūpa, di cui è ben nota la descrizione nella Bhagavad Gītā come manifestazione visibile della vera natura di Kṛṣṇa (BhG XI). Non a caso la Māṇḍūkya Upaniṣad (III) enumera diciannove bocche attraverso cui il jīva ha contatto con il mondo esterno: infatti, senza l’aggiunta del brahmarandhra esse sarebbero limitate al numero di diciotto.[↩]
            13. In questo modo si può comprendere che è indifferente morire in un tempo piuttosto che in un altro. Solamente chi segue alcune discipline fondate sulla śruti, come la Mīmāṃsā, o sulla smŗti, come certe correnti di Kriyā Yoga, è obbligato a seguire alla lettera i precetti rituali. È il caso ben conosciuto di Bhīṣmā, il perfetto guerriero del Mahābhārata, che ritardò la sua morte per cinquantotto giorni al fine di morire nel primo giorno dopo il solstizio d’inverno. Poiché questo giorno segna l’inizio dell’uttarāyaṇa, il testo epico ci informa che egli attese quella data per percorrere il devayāna. (Mahābhārata, Anuśāsanaparvan, CLXVII.20-27; BSŚBh IV.2.20).[↩]
            14. ChU V.10.1.[↩]
            15. Inutile dire che queste affermazioni riguardano i brahmacārin che muoiono in questa fase. In generale questo caso riguarda coloro che prolungano il periodo di brahmacarya previsto dal svadharma, nell’attesa di passare direttamente al saṃnyāsa. Invece, i brahmacārin che non fossero riusciti a raggiungere tale conoscenza, e che passano al successivo stadio di gṛhasthatā,si troveranno coinvolti in una vita attiva certamente non favorevole al raggiungimento della conoscenza di Hiraṇyagarbha. Tuttavia, non è escluso che la conoscenza di cui si parla, pur difficile, possa avvenire anche nel corso di questo āśrama, come si evince dalla citazione.[↩]
            16. Di norma l’agnihotra è compiuto due volte al dì e anche la deposizione della salma del sacrificatore sulla pira, chiamata ‘ultimo sacrificio’ (antyeṣṭi) è considerato formalmente l’estremo sacrificio al fuoco. Ma questo costituisce il rituale obbligatorio esteriore. Invece la pañcāgnividyā consiste nell’agnihotra compiuto iniziaticamente. Inoltre la śruti insiste sull’uso iniziatico di cinque sacrifici al fuoco, mentre nel caso della ritualità esteriore il numero sarebbe alterato e aumentato a sei con l’inserimento dell’antyeṣṭi. (BUŚBh VI.2.15)[↩]
            17. La perfezione nella conoscenza relativa ai cinque fuochi è raggiunta quando il karma yogin non solamente abbia compreso pienamente il senso della dottrina, ma sia anche diventato fuoco egli stesso, identificandosi al dio Agni-Vaiśvānara, cioè Hiraṇyagarbha. (ChUŚBh V.10.1)[↩]
            18. ChUŚBh V.10.1-2. Analogamente, quando nel contesto del devayāna è citata la meta suprema di questo percorso, il Brahmaloka, è sempre al mondo di Brahmā che ci si riferisce. Di volta in volta Brahmā, l’aspetto divino che presiede alla manifestazione (sṛṣṭi) del mondo, è anche variamente denominato Hiraṇyagarbha (Embrione d’oro), Īśvara (il Signore), Prajāpati (il Sovrano degli esseri a lui soggetti), Aparabrahman (Brahman non-Supremo), Brahman saguṇa (Brahman provvisto di qualità e attributi), Kāryabrahman (Brahman-effetto), per intendere il medesimo principio considerato da punti di vista diversi tra loro.[↩]
            19. Śaṃkara specifica che qui s’intende il dio rappresentato dalla fiamma, lo stesso raggio solare che penetra nelle nāḍī. (BUŚBh VI.2.15).[↩]
            20. BU VI.2.15.[↩]
            21. BUŚBh VI.2.15. Versione dell’Upaniṣad trasmessa dal ṛṣi Mādhyandina.[↩]
            22. Non ci si stupisca del fatto che coloro che s’incamminano verso il devayāna trovino sul percorso i cieli della luna dopo essere passati per la porta solare solstiziale, mentre chi fa il pitṛyāṇa va al candraloka senza passare il sūrya dvāra. Infatti gli yogi illuminati prima percorrono il semestre luminoso, ma poi procedono coprendo l’anno intero. In questo modo integrano nel loro cammino anche l’altro semestre, che per loro, però, sarà luminoso.[↩]
            23. ChU V.10.2.[↩]

            3. Il post mortem dei sādhaka secondo la dottrina di Śaṃkarācārya

              Gian Giuseppe Filippi

              Il post mortem dei sādhaka secondo la dottrina di Śaṃkarācārya – III

              Com’è che il jīvātman se ne va dal corpo? Abbiamo già visto, come riporta il passaggio della Bṛhadāraṇyaka Upaniṣad1, che egli è seguito dalla conoscenza2, dal karma3 e dall’esperienza passata4.

              Proprio come un orafo fonde una piccola quantità d’oro e ne modella un’altra, una forma nuova e migliore, così il [jīva]ātman abbandona questo corpo, lo rende insenziente, e se ne fa un altro – una forma nuova e migliore adatta a [fruire] del mondo degli antenati, dei gandharva, degli Dei, di Prajāpati, di Brahman o di qualsiasi altro essere.5

              Dopo aver così sinteticamente esposto il tema dell’assunzione di un corpo sottile (liṅga o sūkṣma śarīra) per godere o scontare nei diversi bhogaloka i risultati del karma compiuto nell’ultima vita, la śruti opportunamente ricorda che:

              In realtà l’Ātman è il Brahman, anche se lo si identifica alla buddhi, al manas, al prāṇa, alla vista e all’udito, alla terra, all’acqua, al fuoco, all’aria e all’etere, ma che è diverso dal fuoco; sottoposto al desiderio [ma in sé] esente da desiderio, all’ira ma esente da ira, alla rettitudine ma privo di rettitudine, sottoposto ma esente da qualsiasi cosa percepita direttamente o dedotta indirettamente. Lo si pensa che agisca e che come agisce tale diventa. Compiendo cose buone diventa buono, compiendo cose cattive diventa cattivo; diventa virtuoso con azioni virtuose e vizioso con azioni viziose. Altri invece dicono che l’Ātman si identifica solo con il suo desiderio. Decide di agire per ottenere quello che desidera e ciò per cui agisce, quello diventa.6

              Come si è detto in precedenza, la conoscenza, per quanto insufficiente, e il karma accumulati nell’ultima vita conducono al cielo della luna il jīvātman dello yogi ignorante, che ha lasciato il cadavere per mezzo del fumo seguendo la guida delle divinità tenebrose7. A questo proposito, si trova un commento più preciso nei Brahma Sūtra, dove Śaṃkara afferma:

              Si comprende che il jīvātmā, con il prāṇa, gli indriya e il manas, avvolto dall’ignoranza8, il karma e le impressioni della vita precedente, lascia il vecchio corpo e ottiene un nuovo corpo.9

              Ciò sta a significare che il jīvātmā se ne va in un altro corpo avvolto da elementi sottili che ne costituiscono le sementi causali (bīja) di rinascita. Il sūtra commentato da Śaṃkara, riferendosi alla Chāndogya Upanishad10, risolve l’enigma che il re Pravahaṇa aveva sottoposto a Śvetaketu: “Com’è che l’acqua (āpa), per mezzo di cinque oblazioni nel fuoco sacrificale ottiene la voce umana?” Si tratta del vapore acqueo, ovvero del jīvātmā avvolto nelle sue modalità sottili e seminali, che in cinque tappe sale al cielo della luna per poi “ripiovere” sulla terra, ritornando a parlare con un corpo solido (sthūla śarīra). Non solo il corpo evaporato è rappresentato dalle acque, ma anche i risultati del karma compiuto in vita. Infatti l’uomo in vita compie i riti sacrificali (come l’agnihotra e l’homa11) versando nel fuoco liquidi come latte, soma12, burro chiarificato (ghṛta) e altri ancora, che a contatto col fuoco divengono vapore. Anche le azioni rituali, in questo modo, “evaporano” e diventano sottili. Questi “vapori karmici” sono anche chiamati śraddhā13, perché la loro oblazione nel fuoco è determinata dalla retta intenzione (śraddhā) di compiere il rito. Nel commento dei Brahma Sūtra14, Śaṃkara ci informa che queste acque sottili (apūrva15) attendono la morte del loro produttore per condurlo, innalzandosi attraverso il fumo16, fino al cielo della luna. Qui il jīvātmā gioirà dei frutti delle azioni rituali compiute nella vita appena conclusa.

              Non avendo realizzato l’Ātman, il jīvātmā è chiamato, in senso metaforico e secondario17, nutrimento degli Dei. La Śruti afferma la stessa cosa18.

              È evidente che qui non si tratta letteralmente di un nutrimento, ma di un suo senso trasposto, com’è dimostrato dalla seguente citazione:

              In verità gli Dei non mangiano e non bevono, ma si saziano alla sola vista dell’amṛta19.

              Si deve pertanto interpretare il sūtra attribuendo alla parola “nutrimento” il significato trasposto di fruizione (bhoga): nutrimento è ciò che fa piacere e allieta. Così gli Dei gioiscono dei frutti delle azioni passate. E come le acque, sotto la loro forma invisibile (aḍṛṣṭa rūpa)20, assumono il ruolo di nutrimento, i jñānendriya del defunto, riavvolti nel prāṇa,sono qui identificati agli Dei che gioiscono assaporando nel cielo della luna l’amṛta dei risultati del loro sādhana. Per comprendere meglio la descrizione immaginifica di questa fruizione nei propri prolungamenti sottili, possiamo paragonarla allo stato di sogno (svapnāvasthā). Nella condizione onirica, infatti, i sensi del dormiente, rivolti, ovviamente, verso l’interno, fruiscono della fantasmagoria del sogno creata per mezzo delle vāsanā della veglia. Il simbolismo sacrificale deve essere interpretato in questo senso: i risultati del metodo usato in vita sono oblati nel fuoco del cielo della luna e qui goduti come oggetti di contemplazione dagli Dei, ossia dal soggetto (jīvātman) coadiuvato da tutti i suoi strumenti sottili (antaḥkaraṇa). Si tratta della prima oblazione nel fuoco della pañcāgni vidyā:

              O Gautama, questo mondo [della luna] è il fuoco, il sole è il suo combustibile, i raggi il suo fumo, il giorno ne costituisce la fiamma, i punti cardinali le sue braci, i punti intermedi le scintille. In questo fuoco gli Dei offrono śraddhā e da questo sacrificio nasce il re Soma21.

              Dopo aver spiegato che il fuoco, il carburante e tutte le altre componenti del sacrificio vedico, preso a simbolo di queste esperienze postume, hanno il loro equivalente celeste nella sfera della Luna, nel Sole, ecc., Śaṃkarācārya prosegue:

              Occorre rimarcare che questi prāṇa particolari [gli indriya], nel corpo del sacrificante divengono Indra22, ecc., raggiungendo la loro forma simile agli Dei, rivestono lassù il ruolo di officianti del sacrificio che compiono nel fuoco del Cielo. Dopo aver dimorato qui sino all’esaurimento dei frutti del karma, discendono per la via inversa con un aṇuṣaya [residuo di karma] come si può riscontrare nella Śruti e nella Smŗti.23

              Il commento di Śaṃkara precisa che questo residuo non può corrispondere allo stesso karma che gli Dei hanno “mangiato” nel cielo della luna, perché quello è stato completamente esaurito. Il karma che è stato compiuto in vita allo scopo di raggiungere il candraloka, come vapore porta a quel cielo e lì viene consumato nel suo fuoco. Solamente questo karma è completamente esaurito in quel bhogaloka. Ma il metodo iniziatico, usato quando il jīva è ancora nel corpo, produce dell’altro karma che non genera soltanto effetti di cui fruire. Quest’altro karma è tale da produrre altro karma: perciò dovrà essere utilizzato dal jīva soltanto riprendendo un corpo grossolano in un karmaloka. È questo il residuo che non è bruciato ed esaurito nel fuoco del cielo della luna né negli altri quattro fuochi della pañcāgni vidyā.

              L’aṇuṣaya, rimanendo sempre un aḍṛṣṭa phala durante l’intero ciclo migratorio dei cinque fuochi, determina dunque la ridiscesa del jīvātmā in un altro stato individuale24. Diversamente, se ci fosse il completo esaurimento di tutto il karma nel cielo della luna, l’individuo sarebbe liberato; ma ciò sarebbe un assurdo, in quanto con l’azione non si esce dal dominio dell’azione.

              Dopo aver fruito degli effetti del karma, e avendoli così bruciati e consumati del tutto, il jīvātmā, libero dal vapore-fumo che lo aveva fatto ascendere alla luna, discende sotto forma di re Soma nella sfera delle nuvole:

              Avendo soggiornato colà fino a esaurimento degli effetti [karmici], egli ritorna proprio lungo la medesima via che aveva già percorso [all’andata]. Raggiunge l’etereo spazio e da lì scende all’aria. Associandosi all’aria si rapprende in vapore e, come tale diventa una nuvola diafana.25

              Parjanya [il dio della pioggia], o Gautama, è il fuoco, l’anno il suo combustibile, le nuvole il suo fumo, il fulmine la sua fiamma, la folgore le sue braci, la grandine le sue scintille. In questo fuoco gli Dei sacrificano re Soma. Da questa offerta nasce la pioggia.26

              Gravato dall’aṇuṣaya, il corpo sottile del jīvātman è versato in oblazione nel secondo fuoco sacrificale, rappresentato da Parjanya. Questo primo stadio di discesa verso il mondo grossolano al fine di riprendere un corpo pesante (sthūla śarīra) è rappresentato dal vapore che gradualmente si condensa in pioggia.

              Dopo essere diventato una nuvola diafana, si cambia in una nube gravida (megha); e così precipita a terra sotto forma di pioggia. [I jīva] nascono qui come riso, orzo, erbe aromatiche, sesamo, legumi ecc. È certamente più faticoso uscire da queste [condizioni]. Essi nascono prendendo l’aspetto di chiunque mangi questo cibo, di chiunque lo emetta come seme.27

              Questo mondo, o Gautama, è il fuoco, la terra è il suo combustibile, il fuoco il suo fumo, la notte è la sua fiamma, la luna le sue braci, e le stelle le sue scintille. In questo fuoco gli Dei offrono la pioggia. Da questa offerta nasce il cibo28.

              Dopo il secondo sacrificio, dunque, l’individuo piove di nuovo sulla terra. Trovandosi ancora in uno stato sottile, questa volta si immerge nell’ambiente umano in forma seminale, vegetativa. Nel suo commento, Śaṃkara spiega che il jīvātmā non diviene affatto l’anima di questi vegetali, perché questi ultimi sono gli esseri incorporati che prima avevano subito la dannazione e poi, rinascendo piante, assumono una forma periferica e incapacitata ad agire. Invece i jīvātman di quanti hanno seguito il pitṛyāṇa, dopo essere piovuti sulla terra si associano alle piante. In questa condizione già terrena, ma sottile e prenatale, sono paragonati ai vegetali per la loro esistenza seminale, per il fatto che non comunicano con il mondo circostante, e per essere incapacitati ad agire Quando l’uomo mangia questi vegetali (determinandone la morte), il jīvātmā associato a quel cibo viene assimilato dal mangiatore diventando il seme del suo sperma. È per questa ragione che il jīvātmā ottiene una forma a immagine di “colui che lo mangia”29. Questo passaggio è il più lungo, perché il jīvātmā deve attendere il momento favorevole per entrare in contatto con il suo vero padre carnale. L’uscita dalla sua forma sottile è dunque più difficile, lunga e faticosa.

              E questo “pasto” rappresenta il quarto sacrificio:

              L’uomo, o Gotama, è il fuoco, la sua bocca il combustibile, il prāna il suo fumo, la parola è la sua fiamma, l’occhio i suoi carboni, le orecchie le sue scintille. In questo fuoco gli Dei offrono il nutrimento; da questo sacrificio nasce il seme.30

              Il quinto sacrificio è quello che conclude il ciclo del pitṛyāṇa: l’acqua, nella sua discesa dal cielo della luna, si fa sempre più densa, finché si solidifica nell’embrione umano:

              La donna, o Gautama, è il fuoco, il suo grembo il combustibile, l’attrazione il suo fumo, la yoni31 la sua fiamma, l’amplesso le sue braci, la voluttà le sue scintille. In questo fuoco gli Dei offrono il seme. Da questa oblazione si forma l’embrione umano.32

              In verità la donna, o Gautama, è il fuoco, il suo grembo il combustibile, i peli il fumo, la yoni la sua fiamma, l’amplesso le sue braci, la voluttà le sue scintille. In questo fuoco gli Dei offrono il seme. Da questa offerta nasce l’uomo. Egli vive per il tempo che gli è concesso, poi muore.33

              Nel suo commento Śaṃkara afferma:

              Così l’acqua, chiamata śraddhā, successivamente offerta nei fuochi del cielo [della luna], della divinità della pioggia, di questo mondo, dell’uomo e della donna, in forme sempre più grossolane di śraddhā, [ossia] Soma, pioggia, nutrimento e seme, produce quello che noi chiamiamo uomo. Alla domanda: «Sai dopo quante oblazioni l’acqua nasce dotata di voce umana e di parola?».34 Si risponde: «Quando l’acqua, trasformata in seme [umano] è offerta come quinta oblazione nel fuoco della donna; a quel punto è dotata di voce umana». Quest’uomo, nato in un certo momento, vive per il tempo che gli è concesso, ovvero in proporzione con i risultati del karma passato che lo condizionano ad avere questo corpo. Dopo, ossia all’esaurimento di quel [karma], egli muore.35

              Il karma residuale, che non poteva essere portato a consumazione nel mondo lunare, fornisce al jīvātman, desideroso di trasmigrare, il nuovo corpo che può essere descritto “così e così”. Con ciò si vuol ribadire che l’aṇuṣaya36 non è la causa della rinascita in questo corpo; esso è semplicemente la ragione del “come” il nuovo śarīra appare. Tra le sue caratteristiche è da annoverare anche la durata della vita, durante la quale egli sarà libero di compiere nuove azioni, producendo karma che s’aggiunge al karma latente. Quando muore:

              Allora essi [i sacerdoti, in rappresentanza degli Dei] lo portano come offerta al fuoco. Il fuoco diviene il suo fuoco, il combustibile il suo combustibile, il fumo il suo fumo, la fiamma la sua fiamma, le braci le sue braci, le scintille le sue scintille. In questo fuoco gli Dei offrono l’uomo”.37

              In questo modo ricomincia il ciclo di trasmigrazione:

              E coloro che ottengono i mondi attraverso i sacrifici, le offerte, le pratiche ascetiche raggiungono la divinità del fumo, la divinità della notte, la divinità della quindicina oscura della lunazione, la divinità dei sei mesi del dakṣinayāna, la divinità del pitŗloka38 e la luna. Raggiunta la luna, essi divengono nutrimento. Lassù gli Dei se ne nutrono come i sacerdoti che bevono il limpido succo del Soma [dicendo]: «Egli cresce, egli decresce»39. E quando il loro karma è esaurito divengono come l’etere, come l’aria, come la pioggia, come la terra. Raggiunta la terra diventano cibo. Allora sono nuovamente offerti nel fuoco di un uomo, da lì nel fuoco di una donna e alla fine nascono (e fanno dei riti) allo scopo di ottenere altri mondi. In questo modo essi girano come la ruota persiana…40

              È superfluo riprodurre la chiosa di Śaṃkara su questo passaggio, che è il sunto di quanto già descritto; sia sufficiente mettere in evidenza la ripetitività dell’esperienza trasmigratoria:

              Allora si muovono molte volte fra la luna e questo mondo, passando attraverso la divinità del fumo ecc…41

              Poiché utilizzano tecniche metodiche (prakriyā) basate sul simbolo, agendo a livello corporeo, vocale o mentale, questi sādhaka ruotano continuamente come la ruota persiana42 in cicli d’esistenza successivi, fino al momento in cui conosceranno Brahman43. Allora potranno dipartire, incamminandosi lungo l’uttarayāṇa44. A questo proposito si trova il seguente passaggio della Bhagavad Gītā:

              Dopo aver raggiunto il loka di coloro che hanno operato con rettitudine [il mondo lunare], avendo dimorato lassù per una moltitudine di anni, colui che ha fallito sulla via dello yoga, rinasce di nuovo in una dimora pura e ricca, oppure nasce in una famiglia di saggi karmayogin; ma questa è una nascita eccezionale da ottenere in questo mondo. A questo punto ritrova la conoscenza che aveva ottenuto nel suo corpo precedente e tende alla perfezione ancor più di prima, o discendente di Kuru [Arjuna]. Ed è altresì spinto in quella direzione grazie alle sue pratiche passate, anche se non lo vuole. Solo desiderando la pratica della meditazione egli supera śabdabrahman45.46

              Śaṃkarācārya commenta i due esempi di rinascita secondo una prospettiva spirituale, conferendo alla parola famiglia (kula) il significato di ambiente iniziatico. E così commenta:

              Colui che non aveva concluso la via dello yoga si volge alla perfezione grazie alle pratiche della sua nascita precedente. Se non ha compiuto adharma [un’azione contraria all’ordine tradizionale] tale da superare la pulsione per lo yoga causata dalla pratica [operata nella vita passata], allora, certamente, prevarrà l’attrazione verso lo yoga. Se l’adharma è più forte, allora certamente la tendenza verso lo yoga sarà sconfitta dall’adharma. Ma all’esaurimento dell’adharma, l’attrazione per lo yoga comincerà a produrre i suoi effetti; questa inclinazione, dunque, non può esser distrutta durante il suo periodo di latenza47. Dunque, se costui, come dice la smṛti, è un rinunciante che, avendo fallito nello yoga [con la nascita precedente], persegue la via dello yoga con il solo desiderio di conoscere la sua natura propria, allora sarà libero dal śabdabrahman e dall’osservanza del karma kāṇḍa. È dunque proprio necessario dichiarare che chi conosce e pratica lo yoga con costanza e devozione sarà libero dagli effetti [karmici]?48

              Occorre ancora aggiungere che coloro che non hanno realizzato la meta dello yoga, vale a dire la conoscenza di Īśvara, si sono soffermati su qualche suo simbolo secondario, attratti dalle condizioni particolari di certe tappe intermedie a loro gradite. Le tappe di cui si tratta sono spesso descritte come gradi o fasi di sviluppo rappresentate da centri sottili, la cui numerazione varia a seconda della sādhanā che si percorre49. Avendo desiderato ardentemente di raggiungere una meta minore, concentrando su di essa la pratica del metodo iniziatico, potranno raggiungere nel candraloka,a conclusione del pitṛyāṇa, la loro corrispondente collocazione. Per questa ragione le Upaniṣad parlano dei “cieli della luna” al plurale, descrivendo in questo modo le molte situazioni differenti, ossia i diversi livelli di fruizione che il sādhaka ha desiderato di raggiungere nel corso dell’intera vita. La Chāṅdogya Upanishad50 enumera nove diverse regioni del candraloka che, alla fine del dakṣinayāna, consentono alle anime degli yogi ignoranti la fruizione dei loro desideri. In conformità con questa gerarchizzazione dei cieli della luna, anche con la loro discesa in questo mondo terrestre i jīva otterranno differenti nascite, sempre felici, ma non uniformemente favorevoli. Il brano già citato della Bhagavad Gītā ce ne fornisce due esempi: si può rinasce in un ambiente puro e ricco di spiritualità o in un ambiente di saggi karma yogin51.

              1. BU IV.4.2.[↩]
              2. Conoscenza del tutto insufficiente e che per tale ragione in altri testi è definita come “ignoranza”. Per tale ragione questo yogi è definito “ignorante”.[↩]
              3. Si tratta soltanto dei risultati delle azioni rituali compiute durante l’ultima vita.[↩]
              4. Saṃcita karma; i risultati “accumulati” del karma passato, vale a dire l’insieme degli effetti ancora latenti delle azioni compiute nel corso di tutte le esistenze precedenti la vita nell’ultimo corpo che si è appena abbandonato.[↩]
              5. BU IV.4.4. È facile riconoscere che il pitṛloka comprende i destini che corrispondono ai cieli e agli inferni nella dimora di Yama. Salvati e dannati vi si recano con il loro corpo sottile di “sofferenza” (yātanā śarīra), dimorando fino a estinzione delle loro colpe e meriti; dopo di che trasmigrano nel saṃsāra assumendo un nuovo corpo migliore o peggiore di quello della nascita precedente. Gli iniziati (sādhaka), invece, acquistano una forma sottile adatta a raggiungere il gandharvaloka (altro termine per designare i candraloka) per mezzo del pitṛyāṇa,oppure i loka degli Deicon il devayāna. Il loka più elevato, che è la tappa suprema raggiunta dai conoscitori del non-Supremo, è rappresentato dal mondo di Prajāpati, ossiail Brahmaloka. Il raggiungimento di queste tappe sarà illustrato in dettaglio nello sviluppo di questo breve trattato. Con “qualsiasi altro essere”, come si vedrà in seguito, si allude ai reggitori dei mondi.[↩]
              6. BU IV.4.5.[↩]
              7. Le esperienze pregresse continuano a rimanere latenti nella forma di saṃcita karma durante il tempo che si passa nei bhogaloka. Esse si attiveranno gradualmente in rinascite successive nei mondi dell’azione (karmaloka). Non si deve credere, però, che sia il saṃcita karma a condizionare le rinascite (punarjanma). Ciò che fa trasmigrare il jīva nel saṃsāra è il desiderio (kāma) prodotto dall’ignoranza (avidyā). “Chi ha attaccamento, assieme al suo karma va dove lo spinge il desiderio della sua mente. Dopo aver esaurito tutti gli effetti del karma compiuto, da quel mondo di fruizione ritorna al mondo dell’azione” (BU IV.4.6). Il saṃcita karma, quindi, non condiziona la rinascita, ma influenza il modo in cui si rinasce. Śaṃkara, a questo proposito, osserva che spesso si vedono alcuni che posseggono innate abilità e attitudini, come quelle di dipingere, suonare o far di conto, mentre altri sono incapaci delle cose più semplici. Allo stesso modo, nell’uso delle facoltà corporee, si possono osservare individui naturalmente abili o maldestri.[↩]
              8. Si tratta dell’imperfetta conoscenza degli yogin ignoranti, di cui sopra.[↩]
              9. BSŚBh III.1.1. Cfr. “Come un bruco si raccoglie all’estremità di una foglia per poi allungarsi e passare a un’altra, così il sé individuale getta via un corpo, lasciandolo privo di sensi, per prenderne un altro e lì ritrovare se stesso”. BU IV.4.3.[↩]
              10. ChU V.3.3; V.9.1.[↩]
              11. Sacrifici oblatori vedici del fuoco.[↩]
              12. Il succo ricavato per spremitura da una pianta anch’essa chiamata soma. Come si vedrà di seguito, Soma è anche uno dei nomi della luna.[↩]
              13. Retta intenzione che corrisponde a una certezza interiore; ciò si rivela come una energia o potenza prodotta dall’influenza iniziatica paragonabile all’enthusiasmos (ἐνθουσιασμός) dei misteri della Grecia antica.[↩]
              14. BSŚBh III.1.6.[↩]
              15. “Che prima non c’è”, il risultato d’una azione che rimane latente a livello sottile, per poi comparire a tempo debito. Si tratta di una concezione mīmāṃsāka che corrisponde all’’effetto invisibile’ (aḍṛṣṭa phala) del Vedānta.[↩]
              16. Della pira sulla quale si trova il cadavere.[↩]
              17. Per la logica indiana il senso primario è quello reale, mentre quello secondario corrisponde a un uso metaforico. È perciò erroneo confondere il senso secondario con il simbolo; quest’ultimo, infatti, rappresenta una realtà superiore a quella letterale e primaria.[↩]
              18. BSŚBh III.1.7.[↩]
              19. ChU III.6.1. Amṛta, liquore d’immortalità. In questo caso rappresenta lo stesso soma.[↩]
              20. Come si diceva, il Vedānta usa questo termine in luogo di apūrva,che corrisponde a una concezione meccanicistica tipica del ritualismo mīmāṃsāka.[↩]
              21. BU VI.2.9; ChU V.4.1-2.[↩]
              22. Il jīvātman, nella sua forma di vapore-fumo, è oblato nel fuoco sacrificale celeste e, purificato, assume il soma, bevanda degli Dei, come suo corpo sottile per fruire degli effetti invisibili (aḍṛṣṭa phala) del suo karma nel mondo lunare. Egli, perciò è riconosciuto come Re degli Dei-indriya.[↩]
              23. BS III.1.8. Smŗti significa‘memoria’ e indica la categoria di testi sacri che tramandano nel tempo gli antichi insegnamenti riferiti alla śruti o Veda. Sono considerati meno autorevoli dei testi vedici e comprendono Sūtra, Purāṇa e Itihāsa. Nel linguaggio vedāntico con smṛti s’intendono soprattutto la Bhagavad Gītā e i Brahma Sūtra, considerati autorevoli quasi quanto le Upaniṣad.[↩]
              24. Come si vedrà più specificatamente in seguito, la ridiscesa comporta una rinascita individuale così descritta: “Coloro che compiono azioni virtuose (ramaṇīya caraṇa, lett. rituali mossi dal desiderio d’ottenere una migliore condizione) otterranno rapidamente una qualche nascita migliore tra i brāhmaṇa, kṣatriya o vaiṣya. Invece coloro che compiono azioni ignobili (kapūya caraṇa) raggiungeranno una cattiva nascita tra cani, maiali o intoccabili (caṇḍāla)” (ChU V.10.7). Ramaṇīya caraṇāh comporta necessariamente l’uso di rituali iniziatici; mentre il kapūya caraṇa corrisponde alle varie possibilità di rinascita dei profani.[↩]
              25. ChU V.10.5.[↩]
              26. BU VI.2.10.[↩]
              27. ChU V.10.6.[↩]
              28. BU VI.2.11.[↩]
              29. Nel commento di Śaṃkara a ChU (V.10.6) si legge: “Invero, chiunque divori il cibo, venendo in contatto con i jīvā associati ai veicoli menzionati [come riso e orzo, erbe aromatiche ecc.], è in grado di emettere il seme; quando a tempo debito emette il suo seme nella donna, il jīvā che è entrato con il cibo nel suo corpo, viene all’esistenza diventando quello stesso, cioè assume le sembianze di lui, ossia del padre […] Ciò significa che viene all’esistenza avendo assunto una fattezza analoga a quella di chi ha deposto il seme. In tal modo infatti, da un essere umano nasce un essere umano, da una mucca un vitello, ossia un essere che ha la medesima specie dei genitori, mentre non viene a nascere assumendo un’altra forma: pertanto è pienamente ragionevole affermare che: viene all’esistenza divenendo proprio come quello”.[↩]
              30. BU VI.2.12.[↩]
              31. Matrice, utero.[↩]
              32. ChU V.8.12.[↩]
              33. BU VI.2.13.[↩]
              34. BU VI.2.2.[↩]
              35. BUŚBh VI.2.13.[↩]
              36. In altre parole, il residuo karmico diventa il prārabdha karma della nuova esistenza. La vera causa della trasmigrazione saṃsārica rimane sempre il desiderio del jīva, causato dall’ignoranza, di soddisfare le proprie brame.[↩]
              37. BU VI.2.14.[↩]
              38. Il mondo dei defunti, regno di Yama, collocato subito sotto il Cielo della Luna.[↩]
              39. Secondo il commento di Śaṃkara (BUŚBh VI.2.16) questa frase descrive la luna come una coppa (in luogo del falcetto dell’immaginario occidentale). I defunti, nella loro forma liquida, riempiono la coppa in plenilunio, quando raggiungono quel loka. Gli Dei sorseggiando lentamente quelle acque, le esauriscono nella luna nuova. La frase sopra riportata nell’Upaniṣad «Egli [il soma] cresce, egli decresce», riassume la formula sacrificale: «O calice, che simboleggi il sacrificio dell’essere, che tu sia ora riempito, che tu sia ora vuotato», con cui i brāhmaṇa colmano più volte il calice della spremuta di soma, per poi vuotarlo nelle libagioni.[↩]
              40. BU VI.2.16.[↩]
              41. BUŚBh VI.2.16.[↩]
              42. Strumento agricolo irriguo, conosciuto anche col nome di noria.[↩]
              43. Poiché non conoscono il metodo della conoscenza suprema, per questi iniziati Brahman è sempre rappresentato qualificato (saguṇa). Si tratta dunque del Brahman non-Supremo (Aparabrahman) o Brahman-effetto (Kāryabrahman).[↩]
              44. Il corso del sole verso nord, corrispondente ai sei mesi che vanno dal solstizio d’inverno a quello d’estate.[↩]
              45. Il Veda e le sue prescrizioni basate sul simbolo.[↩]
              46. BhG VI. 41-44.[↩]
              47. Questo esclude che l’adharma compiuto dal jīva, che ha seguito il destino del pitṛyāņa, produca una nascita sfavorevole, bestiale o vegetale, paragonabile a quella di chi rinasce dopo aver scontato il suo pāpa nei naraka. Infatti il karma yogin “durante la quinta oblazione ottiene la voce umana; il numero di quelle [cinque] oblazioni è menzionato perché produce un corpo umano, non di un tafano o di una zanzara, giacché la parola puruşa designa la specie umana” (BSŚBh III.1.18). Ciò significa che si dovrà passare per qualche altra rinascita umana in più, prima di poter ascendere al devayāna.[↩]
              48. BhGŚBh VI. 41-44.[↩]
              49. È diffusa l’erronea idea che questo processo costituisca una ‘realizzazione’. In verità si tratta soltanto del recupero o della restaurazione delle naturali qualità dell’individualità umana, ciò che il Vedānta definisce purificazione della mente (śuddhadhī). L’unica vera realizzazione (sākṣātkāra) eterna (nitya, anādi) e infinita (ananta¸amita) consiste infatti nel raggiungimento della Realtà, il mokṣa. Quando con ‘realizzazione’ (in tal caso, espresso in sanscrito dai termini utpatti o lābha) si vuole intendere il raggiungimento del cielo più alto della realtà manifestata (vyavahārika sattā), ottenuto per mezzo della conoscenza del non-Supremo, sia chiaro che ciò può avverarsi esclusivamente dopo la caduta del corpo per coloro che raggiungono il Brahmaloka. Se preliminarmente, in vita, si siano sperimentati alcuni avvertimenti psichici, quali visioni, sensazioni, rivelazioni, in taluni casi con l’ottenimento di poteri (siddhi) e con l’esperienza dei vari tipi di samādhi, tuttavia questi episodi sono tutti transitori, poiché anche dal samādhi c’è sempre il ritorno all’esperienza ordinaria dello stato di veglia. Ciò ha comprensibilmente indotto a confondere queste esperienze dell’iniziazione alle vie del non Supremo (aparavidyā mārga) con il misticismo occidentale. Invece, l’universalizzazione di quegli stati nei prolungamenti della vita extracorporea è perenne (avidāsin), prolungandosi per la durata del kalpa. ma certamente non eterna. Ciò non riguarda coloro che si arrestano a una tappa lungo il devayāna, come sarà spiegato in seguito.[↩]
              50. ChU VIII.2.1.[↩]
              51. I diversi livelli di merito (puṇya) dei cieli della luna produrranno anche un numero maggiore o minore di rotazioni della “ruota persiana”.[↩]

              2. Il post mortem dei sādhaka secondo la dottrina di Śaṃkarācārya

                Gian Giuseppe Filippi

                Il post mortem dei sādhaka secondo la dottrina di Śaṃkarācārya – II

                2. Il pitṛyāṇa

                La descrizione dei due destini postumi denominati pitṛyāṇa e devayāna ha come fonte primaria due brani della Bṛhadāraṇyaka e della Chāṅdogya Upaniṣad, dal contenuto pressocché identico1. Vi si narra come Śvetaketu, figlio di Āruṇi, si fosse recato all’assemblea dei Pañcāla e come ivi fosse stato interpellato dal saggio re Pravahaṇa nei termini seguenti:

                “Sai come questi esseri, quando se ne vanno da qui, se ne partono ciascuno in direzioni diverse?” Egli rispose: “No.” “Sai come essi di nuovo ritornano a questo mondo?” Egli di nuovo rispose: “No.” “Sai perché quel mondo lassù, anche se molti ci vanno senza interruzione, non diventa mai saturo?” Egli di nuovo rispose: “No.” “Sai come dopo certi sacrifici le acque assumono voce umana, si alzano in piedi e parlano?” Egli di nuovo rispose: “No.” “Conosci come si accede alla via degli Dei e a quella degli antenati? E sai cosa si deve fare per intraprendere la via degli Dei e quella degli antenati?”2

                In seguito il Re insegnò ad Āruṇi3 la scienza dei cinque fuochi (pañcagni vidyā) che illustra i destini postumi degli iniziati alle vie della conoscenza del non-Supremo. Śaṃkara nei suoi Bhāṣya ripetutamente afferma che i destini descritti in questa dottrina sono validi per tutte le vie di aparavidyā, comprese quelle che non menzionano in modo specifico i cinque sacrifici vedici al fuoco.

                L’enigma che il re Pravahaṇa ha proposto a Śvetaketu è poi risolto in questi termini. L’acqua è la componente grossa preponderante nel corpo umano; quando la salma è deposta sul fuoco della pira funebre, l’acqua evapora salendo e lasciando indietro solo le ceneri (bhasman)4. L’evaporazione dell’acqua, dunque, simboleggia l’abbandono del corpo da parte del prāṇa che avvolgeil jīva, insieme a tutte le sue componenti sottili (comprese nel termine antaḥkaraṇa), i saṃskāra del karma compiuto5 e i vāsana delle conoscenze acquisite durante l’ultima vita. Il vapore acqueo o l’involucro prāṇico dell’anima del defunto che in vita non ha raggiunto la luminosa meditazione diretta (aparokṣa) del non-Supremo, gravato dalle oscurità del simbolo6, è costretto a salire pesantemente verso l’alto, associandosi al fumo della pira.

                Dopo aver proceduto lungo il fumo, la notte, le due settimane della lunazione oscura, i sei mesi del viaggio meridionale del sole (dakṣināyaṇa7), dopo aver raggiunto la luce lunare8, lo Yogi ritorna.9

                Il precedente passaggio della Gītā si ritrova, con qualche ulteriore precisazione, anche nella Bṛhadāraṇyaka e nella Chāṅdogya Upaniṣad:

                Per quel che riguarda coloro che [vivono] nel villaggio, che meditano per mezzo di sacrifici, di azioni benefiche, dell’elemosina ecc., essi raggiungono il fumo, dal fumo [vanno] alla notte, dalla notte alla quindicina oscura, dalla quindicina oscura ai sei mesi in cui il sole viaggia verso sud. Essi non raggiungono l’anno.10

                […] coloro che raggiugono i loka per mezzo dei sacrifici, delle elemosine e delle austerità, raggiungono la divinità del fumo [della pira] e da là vanno alla divinità della notte, poi alla divinità della quindicina calante della luna, poi alle divinità dei sei mesi del viaggio del sole verso sud, alla divinità [Yama] del mondo degli antenati, e infine alla luna.11

                I commenti di Śaṃkara alle Upaniṣad ci spiegano chi sono coloro che intraprendono questa via detta dakṣināyaṇa: gli yogi “ignoranti”12 sono coloro che hanno continuato a compiere azioni rituali per tutta la vita, meditando su di esse come simboli, senza giungere mai a meditare direttamente su ciò che esse simboleggiano, ovvero Īśvara. I simboli su cui essi meditano compiendo i rituali13 diventano raffigurazioni mentali (mānasa vṛtti), idee (vāsanā) corrispondenti ad attributi parziali o singoli nomi divini, che prendono le forme di divinità particolari.

                Si deve meditare sul concetto [che è oggetto di meditazione] fino a momento della morte perché l’acquisizione di un risultato invisibile (aḍṛṣṭa phala) dipende dalla conclusione a cui si giunge con la sua meditazione [continuamente ripetuta, paryāvartaya upāsana]. Perché i frutti delle azioni passate destinati a produrre un risultato fruibile [bhogya phala] in una nascita successiva, al momento della morte danno origine a una forma di coscienza che è satura di pensieri a esso [al bhogya phala] conformi; e lo sappiamo dai testi upaniṣadici che seguono: “Allora il jīva ha coscienza dei risultati [della meditazione continuata] sotto forma di impressioni che dovrà sperimentare, e s’avvia [a prendere] un nuovo corpo che è il risultato corrispondente a quella coscienza” (BU IV.4.2). “Insieme al desiderio di [raggiungere] quel certo mondo, che aveva in mente [al momento della morte], egli entra nel prāṇa. Il prāṇa in combinazione con udāna14 e con il jīva conduce quest’ultimo al mondo da lui desiderato.” (Praśna Upaniṣad (PU) III.10) Questo vale anche per l’esempio della foglia e del bruco15. Queste idee quale altro tipo di coscienza possono formare al momento della morte se non quello prodotto dalla loro ripetizione? Quindi quelle idee devono essere rimuginate nella mente fino alla morte, perché altro non sono che la continua contemplazione del risultato che vuole essere raggiunto.16

                Naturalmente ci sono molte categorie di simboli: alcuni sono più grossolani e altri più sottili e trasparenti.

                A proposito delle meditazioni basate su un simbolo, come per esempio su un nome o altro, le Upaniṣad affermano che i risultati successivi sono più elevati di quelli precedenti. Per esempio: “Chi medita su un nome come fosse Brahman ottiene un raggio d’azione coestensivo con quel nome.” (ChU VII.1.5); “La facoltà della parola è certamente più ampia del nome” (ChUVII.2.1); “Egli ottiene un raggio d’azione coestensivo con la parola.” (ChU VII.2.2); “Il manas è certamente più ampio della parola.” (ChUVII.3.1); e così via. Questa gradazione è possibile per le meditazioni che si appoggiano sui simboli. Ma se fossero basate sul Brahman17, non potrebbe esserci alcuna gradazione tra i risultati, essendo Brahman privo di ogni differenza. Perciò le meditazioni basate sui simboli non possono avere i medesimi risultati della meditazione su Brahman.18

                Per questa ragione, come si vedrà tra poco, i cieli della luna sono molteplici e qualitativamente tra loro differenziati.

                In una citazione precedente, la Chāṅdogya Upaniṣad ci aveva informato che la via degli antenati è intrapresa da

                coloro che [vivono] nel villaggio, che meditano per mezzo di sacrifici, di azioni benefiche, dell’elemosina ecc.19

                Con questa formula si designano i gṛhastha che conducono una esistenza sociale durante il secondo stadio della vita dell’hindū di casta. I gṛhastha sono i protagonisti dei sacrifici vedici descritti nella sezione rituale della śruti (karma kāṇḍa). Questa condizione li vincola a compiere il loro svadharma sotto la forma visibile dell’azione corporea (kāyaka kriyā rūpa). Essi però possono rappresentare anche il modello tipico di coloro che usano il rito come simbolo iniziatico per una via di karma20. Ciò non toglie che anche un gṛhastha, in virtù di sue qualifiche più avanzate, possa essere iniziato a un metodo superiore a quello della pañcāgnividyā vedica e compiere una meditazione (upāsanā) sul simbolo o persino una meditazione diretta21. Ma per la tradizione del karmakāṇḍa vedico, il passaggio ai riti interiorizzati è possibile formalmente solo nello stadio di vita successivo, quello di vānaprastha. Si tratta di coloro che, dopo aver concluso i propri obblighi familiari e sociali, si ritirano nella selva (vāna) interiorizzando i rituali precedentemente compiuti esteriormente, secondo le indicazioni dei testi della śruti chiamati, appunto, “libri della selva” (āraṇyaka). In questa fase l’hindū di tradizione puramente vedica si dedica a una categoria più elevata di meditazione verbale (vācika kriyā rūpa) o mentale (mānasa kriyā rūpa) sul simbolo, fino a raggiungere la meditazione diretta sul Signore Īśvara senza l’ausilio di supporti simbolici. Tuttavia, il modello vedico, come s’è detto, non è esclusivo e rappresenta anche tutte le vie iniziatiche di coloro che compiono riti con il corpo, con la parola e con la mente (kāyaka, vācika e mānasa kriyā) seguendo le tradizioni smārta e tāntra. Costoro, in definitiva, sono enormemente più numerosi di chi segue una tradizione puramente śrauta22. Perciò questi gṛhastha yogi possono interiorizzare il metodo e persino superare il simbolo senza ritirarsi nella foresta23.

                Coloro che dipendono dal simbolo per le loro attività rituali (kalpya prakriyā), lasciato il corpo, sono deposti sulla pira per essere cremati. Il loro jīva, guidato attraverso l’atmosfera dalle divinità che presiedono al fumo della cremazione, è poi preso sotto la protezione degli Dei che reggono le fasi oscure (tāmasa) del tempo: gli Dei della notte, delle due settimane di luna calante, dei sei mesi del viaggio del sole verso meridione. Queste devatā non soltanto indicano loro la via del pitṛyāṇa, ma scandiscono anche la durata temporale delle sue tappe.

                1. Per quanto in forma più sintetica, la Bhagavad Gītā mette in bocca a Kṛṣṇa il medesimo insegnamento rivolto ad Arjuna (BhG VIII.23-26).[↩]
                2. BU VI.2.2. Il testo della Chāṅdogya Upaniṣad riporta: “Sai gli esseri da qui dove vanno?” Egli rispose “No, venerato Signore.” “Conosci i due diversi sentieri degli Dei e degli antenati?” Egli rispose “No, venerato Signore.” “Sai com’è che il mondo di lassù non si riempie mai?” Egli rispose “No, venerato Signore.” “Sai come alla quinta offerta sacrificale l’acqua parla con voce umana?” Egli rispose “No, venerato Signore.” (ChU V.3.2-3).[↩]
                3. Śvetaketu, come brāhmaṇa, si sentì umiliato dalla conoscenza dimostrata da uno kṣatriya. Mandò dunque suo padre Āruṇi da quel Re per chiedere spiegazioni di tanta sapienza. Āruṇi, invece, con umiltà si presentò davanti a Pravahaṇa chiedendo di diventare suo śiṣya. Dopo averlo accettato come discepolo, il Re si scusò per l’innaturale relazione tra un guru kṣatriya e un discepolo brāhmaṇa: “… questa scienza non è stata fino a oggi mai trasmessa ai brāhmaṇa.” (BU VI.2.8; ChU V.3.7). Ciò significa che fino a quel momento i brāhmaṇa erano i depositari della sola conoscenza del Supremo, mentre gli kṣatriya lo erano di tutte le conoscenze del non-Supremo. A causa della decadenza ciclica durante il kaliyuga, epoca in cui avvenne quanto raccontato nelle due Upaniṣad citate, i meno qualificati brāhmaṇa dovettero far ricorso anche alle vie dell’Aparavidyā. Naturalmente dopo la trasmissione qui narrata, fu ristabilita la normale funzione magistrale e da allora i guru furono sempre e solo brāhmaṇa anche in queste conoscenze non supreme.[↩]
                4. Sull’argomento dei resti solidi (ucchiṣṭa) della cremazione e il loro significato abbiamo dedicato lo studio: “Conservazione delle ceneri umane nell’India tradizionale. La dottrina del resto”, in Francesco Remotti (a cura di), Morte e trasformazione dei corpi. Interventi di tanatometamorfosi, Milano, Paravia Bruno Mondatori ed., 2006, pp. 311-327.[↩]
                5. Tali saṃskāra costituiscono ciò che è definito āgāmi karma, le azioni compiute che daranno i loro frutti in vite successive.[↩]
                6. Il simbolo, anche se è un mezzo per conoscere, deve pur sempre essere considerato uno schermo che vela e ri-vela. Coloro che rimangono prigionieri del simbolo, la cui capacità di comprensione è coperta dal simbolo stesso, sono appunto gli yogi ignoranti di cui parla la Bhagavad Gītā.[↩]
                7. Sinonimo di pitṛyāṇa, la via degli antenati. Ciò indica che la via degli antenati segue il declino del sole verso sud (dakṣinā) durante i sei mesi che precedono il solstizio d’inverno; dakṣināyaṇa è perciò la misura di tempo che corrisponde ai sei mesi in cui le tenebre della notte s’allungano a discapito della luce diurna. Ma è anche l’indicazione di una direzione spaziale. Per questa ragione anche la dimora dei defunti o regno di Yama, penultima tappa sulla via che conduce al cielo della luna, è situata nell’emisfero atmosferico australe.[↩]
                8. Poiché luna risplende di luce riflessa, essa appare come un lume smorto in paragone al sole. Perciò essa ben rappresenta il terminale di questa via tenebrosa.[↩]
                9. BhG VIII.25.[↩]
                10. ChU V. 10.3.[↩]
                11. BU VI.2.16.[↩]
                12. “Ignoranti”, in quanto non hanno raggiunta la conoscenza del non-Supremo. La Bhagavad Gītā li definisce: “coloro che, avendo la mente distratta, falliscono sulla via dello yoga…” (BhG VI.37).[↩]
                13. Le azioni rituali (karma) possono essere lo stesso svadharma, ossia i riti obbligatori di casta usati metodicamente dopo previa iniziazione (dīkṣā); oppure sono rituali, diversi dal svadharma, impartiti come metodo (prakriyā) da un guru delle tante organizzazioni iniziatiche (sampradāya).[↩]
                14. Il quarto dei cinque prāṇa o vāyu, con cui si emette il soffio vitale; con l’udāna si esala anche l’ultimo respiro.[↩]
                15. L’anima che trasmigra da un mondo all’altro è paragonata a un bruco che, raccogliendo i segmenti del suo corpo sul bordo di una foglia, si protende poi per passare a un’altra foglia (BU IV.4.3).[↩]
                16. BSŚBh IV.1.12. Cfr. “La via della Conoscenza e le altre vie” III, www.vedavyasamandala.com.[↩]
                17. Poiché qui si tratta di meditazione (upāsana), è evidente che questo Brahman deve essere inteso come il non-Supremo (Aparabrahman).[↩]
                18. BSŚBh IV.3.16.[↩]
                19. ChU V.10.3.[↩]
                20. In realtà questi ritualisti vedici rappresentano una piccolissima minoranza rispetto ai praticanti delle numerosissime altre sādhanā del Sanātana Dharma. Ciò nonostante, in virtù del grande prestigio di una via così primordiale come quella puramente vedica, essi sono sempre presi a esempio per tutti i sādhaka. Solamente per queste vie iniziatiche basate sul svadharma è richiesta l’appartenenza a una delle tre caste superiori di dvijā (due volte nati). Alcuni occidentali che si reputano “tradizionali”, ma che sono del tutto ignoranti d’Induismo, sostengono erroneamente una tale necessità per ottenere una dīkṣā del Sanātana Dharma. Gli stessi sostengono anche l’esistenza dei cosiddetti “fuori-casta”. Probabilmente confondono questa categoria dell’immaginario occidentale, con quella reale degli intoccabili; costoro, al contrario, appartengono pienamente alla casta degli śūdra. Sono intoccabili perché, per svadharma, svolgono un mestiere che li costringe a toccare sangue e cadaveri, com’è il caso di becchini, conciatori di pelli, chirurghi ecc. Persino nei sacrifici tantrici di animali, i sacrificatori devono essere obbligatoriamente intoccabili, a dimostrazione della loro piena appartenenza al caturvarṇa dharma e della loro indiscussa utilità sociale.[↩]
                21. In questo caso il linguaggio iniziatico distingue la prima fase d’uso “meccanico” dei rituali metodici, dalla seconda e terza fase di meditazione, quella mediata dal simbolo e quella diretta, che conduce alla fine l’iniziato a passare dallo stadio di sādhaka a quello di upāsaka.[↩]
                22. Nel kali yuga,questi ultimi, appartenenti a famiglie brāhmaṇiche (brāhma kula) di clan (gotra) particolarmente elevati, sono poche migliaia, sparsi in Andhra, Kerala e Nepal. Essi garantiscono al Sanātana Dharma il compimento dei sacrifici solenni e la trasmissione familiare dei rituali vedici.[↩]
                23. Perciò i gṛhastha che conoscono [tramite la scienza dei cinque fuochi] d’essere nati dal fuoco, d’essere figli del fuoco, d’essere stati prodotti dal preciso numero di [cinque] fuochi secondo la loro ordinata sequenza, e di essere nient’altro che forme di Agni [Vaiśvānara, l’uomo universale], se ne vanno alla divinità rappresentata dal fuoco [della pira] assieme a coloro che nella foresta meditano con ferma intenzione [śraddhā] e con costanza sul Satya Brahman-Hiraṇyagarbha, vale a dire vānaprastha e saṃnyāsin (BUŚBh VI.2.15). I saṃnyāsin di cui si tratta in questa circostanza sono coloro che partecipano al quarto stadio della vita (āśrama); non sono perciò i veri ativarṇāśrami che hanno trasceso le caste e le fasi della vita.[↩]

                1. Il post mortem dei sādhaka secondo la dottrina di Śaṃkarācārya

                  Gian Giuseppe Filippi

                  Il post mortem dei sādhaka secondo la dottrina di Śaṃkarācārya – I

                  ​«Un dubbio si pone a proposito dell’uomo dopo la morte: qualcuno dice: “Esiste”; altri: “Non esiste”»

                  (Kaṭha Upaniṣad, I.1.20)

                  «Il jīva, sopraffatto dall’irrealtà durante il coma che precede la morte, subisce diverse illusioni a seconda   delle sue diverse azioni passate. Dopo la morte, crede che “Qui c’è il piacevolissimo cielo; ci sono entrato e ora sono un meraviglioso essere celestiale, con tante affascinanti fanciulle celesti al mio servizio; se voglio bere ho il nettare…”. Oppure: “Ecco la regione della morte; ecco il Dio della Morte; questi sono i messaggeri della Morte; Oh! sono così crudeli. Mi trascinano all’inferno!” Ovvero: “Ecco la regione dei pitṛ; o quelli di Brahma, di Viṣṇu, di Śiva” e così via. In tal modo, in accordo con la loro natura e gli effetti del karma passato, proiettano il loro ego sotto forma di illusioni di nascita, morte, passaggio nei cieli, negli inferni o in altre regioni, sovrapponendole al Sé, che rimane sempre l’immutabile Etere di Coscienza. Sono solo illusioni irreali della mente.»

                  (Advaita Bodha Dīpikā, 111-113)

                  «La meta suprema dell’uomo dipende dalla chiara conoscenza di questo argomento».

                  (Kaṭha Upaniṣad Śaṃkara Bhāṣya, I.1.20)

                  ​

                  Prefazione

                  Oṃ Śrī Gurubhyo Namaḥ

                  Recentemente abbiamo avuto modo di rileggere, a quarantuno anni dalla sua pubblicazione, un nostro breve lavoro giovanile1. Pur riconoscendo in generale a quel saggio un assetto correttamente impiantato, siamo rimasti sorpresi dalle numerose imprecisioni presenti nel testo, per non parlare di alcuni errori dottrinali: pochi, fortunatamente, ma di una certa gravità e passibili di sviluppi devianti. All’epoca in cui lo avevamo scritto, le nostre fonti d’informazione riguardanti il Vedānta śaṃkariano si limitavano all’opera di René Guénon2 e alle traduzioni inglesi dei Bhāṣya di Śaṃkara Bhagavatpāda con testo sanscrito a fronte3. In quel modo era facile verificare la traduzione e, soprattutto, la resa dei concetti attraverso le parole. Le debolezze, che ora riscontriamo, mettono in evidenza tutta l’insufficienza di una preparazione libresca, per quanto approfondita la si possa ritenere. Poiché allora avevamo già da diverso tempo ricevuto una dīkṣā, pensavamo che la prospettiva iniziatica non ci fosse estranea. Tuttavia, non trattandosi d’una iniziazione conferita da una organizzazione advitīya, gli insegnamenti ricevuti riguardavano una conoscenza limitata al non Supremo, condizionando così pesantemente l’interpretazione della dottrina del Vedānta, che pur continuava a essere al centro del nostro interesse conoscitivo (jijñāsā) e del nostro desiderio d’Assoluto (mumukṣā). Dal momento in cui abbiamo potuto considerare la dottrina di Śaṃkarācārya dall’interno, la prospettiva s’è immediatamente corretta con l’assunzione d’un punto d’osservazione, questa volta, puramente metafisico.

                  Dopo la recente lettura di cui narravamo all’inizio, abbiamo deciso che sarebbe valsa la pena di rivedere l’intero libello, riscrivendolo completamente, pur mantenendone intatta l’impostazione. Infatti, su questo argomento in Occidente non esiste alcuna trattazione affidabile e, soprattutto, una esposizione chiara. Ora, quello che abbiamo dato alle stampe per Ekatos non è più una metafisica śaṃkariana osservata attraverso le offuscate lenti di una prospettiva non-suprema; si tratta, bensì, partendo da una angolatura dottrinale di puro jṅāna non duale, della descrizione dei destini postumi, soprattutto dei sādhaka delle vie della conoscenza del non-Supremo (aparavidyā), come sono stati delineati nei Bhāṣya di Śaṃkara e che ci sono stati trasmessi oralmente. Ossia si tratta di una indagine metafisica (pāramārthika vicāra) su realtà empiriche (vyāvahārika satya), considerate per quello che sono: semplici immaginazioni illusorie della mente, proiettate come saṃsāra a coprire il sostrato reale (sat āśraya) metafisico. A questo fine, nell’ultima parte, dove si tratta della così chiamata “krama mukti”, ci siamo avvalsi di una nostra traduzione annotata degli ultimi capitoli del Brahma Sūtra Śaṃkara Bhāṣya (IV.3.7-IV.4.22). In questa nuova versione, ci siamo volutamente astenuti dal trattare della vera Liberazione (mukhya mokṣa o jīvan mukti), perché ciò riguarda la Realtà e non l’illusione; perché essa non è un destino o una meta, ma l’eterna reale natura di ogni essere; perché, infine, su tale argomento sono già stati pubblicati, sul nostro Sito Veda Vyāsa Maṇḍala o per i tipi di Ekatos Ed., numerosi lavori nostri e di altri collaboratori, e traduzioni di opere di autentiche autorità della tradizione Advaita.

                  Sia, dunque, lode al Guru che sa correggere la conoscenza errata (mithyā jñāna)!

                  G.G.F.

                  ॐ शान्तिः शान्तिः शान्तिः

                  1. La morte e il riavvolgimento dell’individualità

                  Quando un uomo muore, la sua parola (vāk4) è riassorbita nel senso interno (manas5), manas in prāṇa6, prāṇa in tejas7 e tejas nella Divinità Suprema (Parasyām Devatām).8

                  Al momento della morte, i karmendriya9 e i jñānendriya10, capeggiati dalla parola, si ritirano nel manas abbandonando i rispettivi organi corporei. Ma non è solo l’intera serie degli indriya che si ritira nel senso interno al momento della morte corporea:

                  Si deve leggere nel testo, e per lo stesso motivo, che dal momento che la parola (intesa come facoltà e non come parole articolate) si riunisce al manas, allo stesso modo la vista si immerge nel senso interno.11

                  Per tale ragione, sebbene l’Upaniṣad menzioni solo la parola, si deve tuttavia interpretare questo ritorno al manas come inerente sia ai karmendriya sia a ai cinque jñānendriya12.
                  Occorre anche stabilire in che modo si debba intendere il riassorbimento dei dieci indriya13 nel manas. Śaṃkara si chiede se i dieci indriya rientrino nel manas come effetti che ritornano alla loro causa comune14, oppure se sono solo i loro attributi e funzioni distintivi che vengono riassorbiti dalla mente. La risposta è che sono gli attributi degli indriya a rientrare nel manas: per essere più espliciti, si tratta soltanto della cessazione delle funzioni di indagine verso gli oggetti esterni, nel caso dei jñānendriya, e delle funzioni d’intervento nel mondo (prapañca), nel caso dei karmendriya.
                  Del resto, se al momento della morte corporea gli indriya, il manas, il prāṇa, insomma se tutte le componenti sottili dell’individualità rientrassero definitivamente nelle loro rispettive cause materiali, l’aggregato psichico dell’individuo ne sarebbe dissolto. Ciò è del tutto fuori questione nel caso di cui stiamo trattando, non essendo ancora stato oltrepassato il dominio individuale. Infatti:

                  Vedāntin: Stando così le cose, affermiamo che solo le funzioni della facoltà della parola [ecc.] si ritirano nella mente. […] Ciò che qui si vuole comunicare è che si tratta della cessazione delle funzioni della facoltà della parola, perché quando queste funzioni della parola s’immergono, quelle della mente continuano a funzionare separatamente. Si conosce questo per mezzo dell’esperienza: infatti, la funzione della parola s’interrompe prima, mentre le funzioni della mente continuano ancora.15

                  L’immersione dei dieci indriya nel manas deve, dunque, essere considerata come una ‘associazione’ (saṃbhava) che comporta fusione ma non confusione, poiché si mantiene la distinzione dei suoi componenti16. La śruti descrive l’associazione delle facoltà con il manas nel modo che segue:

                  Come i vassalli, gli scudieri, i capi dei villaggi si radunano intorno a un Re che sta per partire, del pari, al momento della morte quando s’esala l’ultimo respiro, tutti i prāṇa17 si affolleranno attorno a questo Ātmān18.

                  Quando questo ātmān19 diventa debole e sta per venir meno, allora tutti i prāṇa vengono a lui: accogliendo in sé tutte queste particelle di luce (tejas), si ritira verso il cuore. Quando la divinità che presiede la facoltà della vista vi rientra, l’uomo non può più percepire i colori. I prāṇa essendosi così riavvolti, si dice che egli non vede, non sente, non gusta, non parla, non ascolta, non pensa, non tocca, non conosce…20

                  Come gli indriya si riassorbono nel manas senza dissolversi in esso, allo stesso modo manas si ritira nel prāṇa e il prāṇa nel jīvātman, l’anima individuale: “Il prāṇa si riassorbe nell’entità reggente (l’intera individualità) […]”21. Il prāṇa non convoglia nel jīvātman soltanto le facoltà individuali. Nel suo commento Śaṃkara aggiunge:

                  Quello, il prāṇa che qui stiamo considerando, si colloca nell’entità reggente, vale a dire nel jīvātman, dotato d’intelletto, d’ignoranza, di karma e di esperienze passate come aggiunte limitanti (vāsana). Vale a dire che le attività del prāṇa gli rimangono totalmente associate.22

                  Tutte queste attribuzioni limitanti (vāsanā e saṃskāra), effetti di esperienze, conoscenze e azioni compiute in vita, rimangono associate al jīvātman, costituendo in questo modo le cause seminali (bīja) per una nuova nascita23.

                  Come dichiarano le śruti, il jīva allora si stabilisce tra gli elementi [sottili, i taṅmātra].24

                  Quest’ultima tappa, il passaggio del jīvātman ai taṅmātra, corrisponde al momento preciso della morte; e siccome il jīvātmā è il calore vitale (taijasa), il suo passaggio a un corpo psichico (sukṣma śarīra), composto dagli elementi sottili, comporta, come segno esteriore, il raffreddamento del corpo grosso.

                  Questo riassorbimento, o questo abbandono della forma grossolana, è del resto comune all’ignorante come al saggio, ma solo fino a che non intraprenderanno le loro rispettive vie.25

                  È infatti al momento preciso della morte che si configurano due destini differenti. Occorre dunque spiegare cosa s’intende con le due parole “ignorante” (avidvas) e “saggio” (vidvas). L’ignorante, in questo contesto, non è affatto un profano (adīkṣita), ma un iniziato (sādhaka) che ha intrapreso la Via (mārga). Si deve pertanto interpretare “ignorante” in un senso tecnico, per indicare colui che non è ancora diventato sapiente. Ignorante è, dunque, chi ancora non conosce. Può trattarsi ugualmente di uno yogin, ma nel senso di qualcuno che sta seguendo una disciplina per purificare la mente, senza aver ancora esaurito tale percorso26.

                  “Ora, o migliore dei Bharata, ti dirò quando gli yogin morti ritornano e quando non ritornano più”.27

                  Questo passaggio della smṛti ci avverte che, dopo la morte, gli yogin ignoranti e quelli sapienti intraprendono due vie nettamente differenziate, con destinazioni diverse: gli ignoranti ritornano al mondo degli uomini (mānavaloka o mānuṣaloka), mentre gli altri non vi ritornano più. Per capire meglio l’origine della separazione dei due viaggi postumi, ritorniamo al momento in cui le diverse categorie di individualità si sono riavvolte nei prāṇa, riavvolgimento che la śruti ha descritto essere comune sia per l’ignorante sia per il saggio. Accompagnati da tutte le loro modificazioni conoscitive e karmiche (vāsanā e saṃskāra28), i jīva si concentrano nel cuore.

                  La sommità del cuore brilla. Attraverso questa sommità il Sé (jīvātman) esce o dall’occhio o dalla corona della testa o da qualsiasi altra parte del corpo. Quando esce, il prāṇa lo segue; dopo l’uscita del prāṇa, tutti gli indriya lo seguono29. A questo punto il Sé ha una coscienza particolare e va all’involucro che è in relazione con questa coscienza. È seguito dalla conoscenza, dal karma30 e dall’esperienza passata.31

                  Nel suo commento, Śaṃkara ci insegna che la sommità del cuore corrisponde alla sua apertura verso l’alto, quella che comunica con le arterie sottili. Poiché gli indriya, che hanno natura ignea, sono riassorbiti nel jīvātmā, che è la luce (tejas) dell’Ātmān, questa sommità brilla per concentrazione di luce (taijasa). A seconda della conoscenza, del karma e dell’esperienza passata del morente, l’aggregato sottile esce dal corpo per le nāḍī che attraversano l’occhio, l’orecchio, la corona della testa, e altro ancora. Quando il jīva abbandona la sommità del cuore le vie del “saggio” e dell’”ignorante” si separano.
                  Lasciando il corpo attraverso queste nāḍī32 egli sale in alto e, rapido come il pensiero, arriva al cielo del Sole, perché lì si trova la porta (sūryadvāra) per uscire dal mondo; questa si apre per il “saggio” e rimane chiusa per l’”ignorante”. Infatti, la Śruti dice:

                  Vi sono cento e una nāḍī (che escono) dal cuore; ma una sola sale verso la corona della testa. Uscendo attraverso quella nāḍī si ottiene l’immortalità; le altre, che portano in diverse direzioni, servono solo per uscire, servono solo per uscire [dal corpo grosso].33

                  Ho sentito che vi sono due vie per i mortali; una conduce agli Dei, l’altra agli antenati.34

                  La prima di queste due vie si chiama via degli antenati (pitṛyāṇa) perché conduce ai mondi del cielo della luna (candraloka), attraversando il mondo degli antenati (pitṛloka)35. Il mondo dei pitṛ rappresenta l’ultima tappa prima di raggiungere la luna; perciò il cammino verso il candraloka è chiamato pitṛyāṇa esattamente come la Strada Reale che unisce Mathurā a Kāśī è definita “via Prayāg”, perché Prayāg36 è la tappa più importante sul percorso. La luna rappresenta lo spettro della terra, l’antenato morto che conserva la memoria del cosmo, il tempo passato. Le diverse regioni che compongono il cielo della luna costituiscono il deposito d’ogni forma; è lì che l’antica forma è dissolta e trasformata in quella nuova che dovrà rinascere. È, dunque, luogo di travaglio nell’attesa della ridiscesa sulla Terra. L’altra via, il devayāna o via degli Dei, si riferisce al sentiero che conduce ai cieli in cui risiedono gli Dei (devaloka), fino al cielo supremo di Hiraṇyagarbha, il Brahmaloka.

                  Prima di procedere con lo studio della via degli antenati, è doveroso ricordare che coloro che vi s’incamminano sono pur sempre degli iniziati, anche se li si definisce yogi ignoranti. Poco importa se, a un certo punto, anche i non iniziati (asādhaka) potranno incamminarsi lungo la stessa via per arrivare al pitṛloka. Questi ultimi sono così definiti da Śaṃkara:

                  Coloro che non conoscono quanto detto sopra [la conoscenza dei cinque fuochi37 per raggiungere il candraloka], essendo solo al corrente delle sei cose che riguardano la dipartita, per mezzo delle due oblazioni dell’agnihotra, sono dei semplici ritualisti che ambiscono ai loka [loka al plurale allude a differenti condizioni di salvezza].
                  Anche coloro che non sono iniziati38, compiendo sacrifici come l’agnihotra, dando l’obolo ai brāhmaṇa, l’elemosina ai poveri nei dipressi dell’altare, e [sottoponendosi] ai digiuni kṛcchara e cāndrāyaṇa anche lontano dall’altare, raggiungono il fumo.39

                  Quelli che compiono formalmente gli stessi riti castali degli iniziati senza usarli come simboli a supporto di una sādhanā40, ma come semplici strumenti esteriori utilizzati in modo “meccanico” per raggiungere un loka di godimento (bhogaloka)41, alla caduta del corpo (dehānta) imboccano la medesima via, partendo attraverso il fumo della pira. Così procedono sul sentiero che porta verso sud (dakṣināyaṇa) per raggiungere la dimora della Morte (Yamanagara). In quel loka i defunti diventano antenati (pitṛ) e per essi quella stazione intermedia tra la terra degli uomini e il cielo della luna diventa il pitṛloka. Costoro lì si arrestano senza poter proseguire alla tappa successiva dei candraloka. Nel pitṛloka le anime dei profani (preta, lett. i dipartiti) diventano antenati (pitṛ) e scontano le pene per le colpe (pāpa) compiute in vita in un settore che contiene gli inferni (naraka) o fruiscono dei godimenti per le buone azioni (puṇya) in un altro settore che corrisponde ai cieli (svarga). È da lì che, dopo aver esaurita la fruizione dei risultati dei riti compiuti in vita, infine ritornano alla terra degli uomini.

                  Perciò solo coloro che compiono riti sacri [gli iniziati] ascendono al cielo della luna. Per quello che riguarda gli altri, essi entrano nella dimora della Morte (Yama), e scontano con le sofferenze dell’inferno le loro colpe42; solo in seguito risalgono43 a questo mondo [mānuṣaloka].44

                  Perciò il testo della Kauśitaki Upaniṣad con “tutti” intende riferirsi ai soli sādhaka quando dichiara:

                  Sii certo, tutti coloro che se ne vanno da questo mondo raggiungono la luna.45

                  1. Post mortem et libération d’après Shankarâchârya, Milano, Archè, Cahiers de l’Unicorne 1, 1978.[↩]
                  2. Il lettore facilmente si renderà conto che il contenuto di questo nostro scritto spesso si discosta da quanto Guénon ha illustrato ne L’Homme et son devenir selon le Vêdânta. Pur riconoscendo i grandi meriti di quel libro, che ha aperto la mente di molti occidentali alla metafisica hindū sottraendo il Vedānta alle alterazioni filosofiche e orientalistiche, è nostro dovere segnalare che le intromissioni che si riscontrano di prospettive di Sāṃkhya e Yoga, di Vedānta dualista come quello di Rāmānuja e l’insidia della mūlāvidyā, non corrispondono appieno all’insegnamento śaṃkariano. A questo si aggiunga la confusione tra le concezioni di “Universale” e Assoluto, di Uomo Universale e Liberato, tipiche delle religioni semitiche e delle loro vie iniziatiche limitate al non-Supremo. Ciò conduce a considerare come “sopra-individuale” l’intelletto o “spirito”, quando, invece, si tratta di facoltà individuali usate quotidianamente da tutti gli umani indistintamente.[↩]
                  3. Tra queste segnaliamo l’eccellente opera di traduzione in inglese di Gambhirānanda che, pur essendo uno svāmī dell’Ordine di Rāmakṛṣṇa inventato da Vivekānanda, era un paṇḍita allevato in modo tradizionale. Raramente è caduto in interpretazioni errate e quando ciò è accaduto si è trattato sempre di argomenti di metafisica pura di difficile accesso, che avrebbe richiesto una spiegazione trasmessa per advitīya paramparā.[↩]
                  4. La parola, la più elevata tra le facoltà d’azione, rappresenta qui anche gli altri quattro karmendriya. Infatti, vāk corrisponde all’elemento grosso principiale, l’etere-spazio (ākāśa) ed è capace di esprimere verso l’esterno concetti, argomentazioni e volizioni.[↩]
                  5. La mente sovrintende e coordina le facoltà di sensazione e di azione nel loro contatto con il mondo esterno. Per questa ragione è definita come un undicesimo indriya. Manas riceve dai sensi le informazioni percepite provenienti dagli oggetti esterni. “Rapido come il pensiero”, il manas valuta se quelle informazioni provocano nella sua individualità il senso di piacere (sukha) o di sofferenza (duḥkha) e, in base a questo giudizio, reagisce con l’attrazione (rāga) o la repulsione (dveṣa) nei confronti del medesimo oggetto esterno, vale a dire agendo, tramite i karmendriya, in modo da impossessarsene o da respingerlo.[↩]
                  6. Il soffio vitale che anima il corpo grosso; ciò che collega l’aggregato psichico (antaḥkaraṇa, lo strumento interno) al corpo.[↩]
                  7. Il calore vitale; qui deve essere inteso come jīvātman.[↩]
                  8. Chāṅdogya Upaniṣad (ChU), VI.8.6. Si tratta del riassorbimento nel sonno profondo; ancora non si specifica se qui il jīvātman raggiunge il Supremo consapevolmente o meno.[↩]
                  9. Le cinque facoltà di azione: deambulazione, prensione, parola, generazione ed escrezione.[↩]
                  10. Le cinque facoltà di conoscenza percettiva o sensi: vista, udito, tatto, gusto, odorato.[↩]
                  11. Brahma Sūtra Śaṃkara Bhāṣya (BSŚBh), IV.I.-2.[↩]
                  12. Le facoltà di conoscenza (jñāna-indriya) degli oggetti del mondo esterno, vale a dire i cinque sensi.[↩]
                  13. Le cinque facoltà di sensazione (jñānendriya), le cinque facoltà d’azione (karmendriya) a cui s’aggiunge come undecimo la mente (manas) o anche senso interno (antarindriya).[↩]
                  14. Se l’effetto si dissolve nella causa, quest’ultima cessa d’essere causa. Ahaṃkāra è di fatto la causa materiale (upādāna kāraṇa) dei dieci indriya, del manas e dei tanmātra; ovvero è la causa distinguibile dalle sue produzioni. Queste ultime sono allora caratterizzate da attributi e funzioni che le distinguono sia dalla causa sia tra loro, pur restando comunque sempre consustanziali. L’esempio testuale tradizionale è quello dell’oro, che rappresenta la causa materiale, e delle collane, orecchini, anelli, bracciali d’oro ecc., che ne sono gli effetti differenziati.[↩]
                  15. BSŚBh ibid.[↩]
                  16. Per questo motivo Śaṃkara mantiene il termine di saṃbhava anche per descrivere l’‘associazione’ del jīvātman con il Brahman non-Supremo (stato di fusione, laya, con distinzione, viśeṣa) a conclusione del devayāna (BSŚBh IV.3.5 e segg.), tema di cui tratteremo più avanti.[↩]
                  17. I prāņa sono le cinque modificazioni dell’unico prāņa: “Si deve aggiungere che nei testi sacri dell’India, con la parola prāṇa al plurale non s’intendono solamente i pañcaprāṇa di cui abbiamo appena parlato. In questo termine spesso sono compresi, in sovrappiù, i jñānendriya, i karmendriya e i taṅmātra corrispondenti. Questo perché è all’interno dei prāṇa che essi si muovono per svolgere le loro funzioni sottili.” Devadatta Kīrtideva Aśvamitra, “Alcune note riguardanti il prāṇa.”[↩]
                  18. Bṛhadāraṇyaka Upaniṣad (BU), IV.3.38. “[…] Quando egli se ne va, il prāṇa lo segue e quando il prāṇa se ne va, tutte facoltà individuali lo seguono […]” (BU IV.4.2).[↩]
                  19. “Le dieci facoltà nel corpo umano, con l’ātman come undicesimo” (BU III.9.4) Dal contesto si comprenderà che si tratta del jīva individuale e non dell’Ātman supremo: “Con la parola ātman, qui noi dobbiamo intendere la mente…” (BSŚBh III.9.4).[↩]
                  20. BU IV.4.1-2.[↩]
                  21. BS IV.2.4.[↩]
                  22. BSŚBh IV.2.4.[↩]
                  23. Anche per coloro che [in vita] s’identificano con i [cinque] prāṇa diversificati, il prāṇa [unico] cessa di manifestarsi [nel mondo della veglia] e raggiunge, nel sonno profondo, una condizione simile al non manifestato (avyākṛta). Questo prāṇa, inoltre, contiene il germe causale (bīja) d’una prossima manifestazione. (Māṇḍūkya Upaniṣad Gauḍapāda Kārikā Śaṃkara Bhāṣya (MUGKŚBh), I. 2.[↩]
                  24. BS IV.2.5.[↩]
                  25. BS IV.2.7.[↩]
                  26. Il percorso di cui si tratta si basa su rituali che possono essere compiuti con il corpo, con la parola o con la mente (kāyaka, vācika o mānasa kriyā), incentrati sull’uso di un simbolo che rappresenta un aspetto, una qualità divina o una singola divinità. La fase più avanzata consiste nella meditazione sul simbolo in quanto rappresenta Īśvara. Infine l’azione mentale, che corona questo percorso, è la meditazione priva del supporto di un simbolo (aliṅga upāsana), ossia rivolta direttamente al Brahman non-Supremo. Per questa ragione la purificazione della mente è il risultato di una via non suprema (aparavidyā mārga). Coloro che non riuscissero a superare la fase di meditazione rituale sul simbolo sono considerati ancora avidvas. Vidvas, saggi, sono ritenuti coloro che praticano la meditazione sull’Aparabrahman rappresentato da un simbolo, come un suo nome, qualità o attributo. Infine, quei saggi che hanno concluso l’aparavidyā mārga e meditano direttamente su Īśvara, sono detti illuminati o conoscitori del non-Supremo.[↩]
                  27. Bhagavad Gītā (BhG) VIII-23. Occorre fare un’altra precisazione: il “saggio” di cui si tratta, non è il Saggio perfetto, perché questo non ha più alcuna via da intraprendere per giungere alla realizzazione che possiede eternamente; questi differenti gradi di saggezza saranno chiariti meglio in seguito.[↩]
                  28. Con vāsanā il Vedānta intende le tracce di conoscenze acquisite in esistenze precedenti. I saṃskāra rappresentano, invece, i risultati seminali di azioni passate che dovranno germinare dopo la rinascita (punarjanma)[↩]
                  29. Alla domanda sul perché gli undici indriya debbano seguire il prāṇa e il jīva nel post mortem, Śaṃkara risponde: “… altrimenti il jīva, senza quelle facoltà, non potrebbe avere alcuna esperienza nel prossimo corpo.” (BSŚBh III.1.4)[↩]
                  30. In questo caso si tratta degli effetti invisibili (adṛṣṭa phala) del karma compiuto in vita che risiedono nel prāṇa come cause seminali (bīja) di future rinascite: “«Invero, mio caro, la mente è associata al prāṇa» (ChU VI.8.2) […] Questa citazione descrive l’essere associato al prāṇa in quanto considera che quest’ultimo reca in sé il seme (di altre nascite).” MUGKŚBh I.2.[↩]
                  31. BU IV.4.2.[↩]
                  32. Canali, vene o arterie sottili situate nel corpo attraverso cui circola il prāṇa. Le tre principali sono: Suşumņā, quella centrale che attraversa verticalmente il tronco dal coccige alla sutura sagittale del cranio passando per il cuore; Iḍā e Piṅgalā che si sviluppano a spirale attorno alla Suşumņā. Nella śruti sono enumerate cento una nāḍī, ma in molti testi, soprattutto tantrici, il loro numero ascende a 72.000 o più.[↩]
                  33. ChU VIII.6.6.[↩]
                  34. BU VI.2.2.[↩]
                  35. BU VI.2.16.[↩]
                  36. Oggi Allahabad. Dista km. 470 da Mathurā e km. 120 da Kāśī (Benares).[↩]
                  37. Si deve precisare che con scienza dei cinque fuochi (pañcāgni vidyā), citata nella Bṛhadāraṇyaka e nella Chāṅdogya Upaniṣad, non s’intende soltanto quella pratica vedica (vaidika prakriyā), ma, prendendola come modello per tutti gli altri, con essa s’intende qualsiasi metodo iniziatico (upāsana) usato nell’ambito della conoscenza del non-Supremo. Della scienza iniziatica della pañcāgni vidyā tratteremo nel prossimo paragrafo.[↩]
                  38. Ricordiamo al lettore che, a differenza dalle altre forme tradizionali che distinguono al loro interno un dominio interiore esoterico e uno esteriore essoterico, il Sanātana Dharma si differenzia in jñāna kāṇḍa, la conoscenza metafisica del Supremo Brahman, e in karma kāṇḍa, il dominio dell’azione, grossolana, vocale o mentale. In quest’ultimo kāṇḍa vanno inserite sia le vie iniziatiche della conoscenza del non-Supremo sia il dharma esteriore non iniziatico, uniti come sono dal comune compimento di atti rituali. Il jñāna kāṇḍa coincide con il Vedānta, mentre il karma kāṇḍa comprende tutte le componenti tradizionali che si limitano a una visione empirica (vyāvahārika).[↩]
                  39. BUŚBh VI.2.16.[↩]
                  40. Dal punto di vista ordinario si suole considerare erroneamente questo rapporto in modo specularmente invertito: si usa cioè considerare i riti esteriori come la base comune necessaria a cui si può eventualmente sovrapporre una intenzione ed un’efficacia trasposta a un livello iniziatico. In realtà sono sempre i riti obbligatori a essere l’esteriorizzazione sociale e collettiva dei riti iniziatici, che sono principialmente e temporalmente superiori e precedenti a quelli. È infatti il dominio iniziatico a essere necessario e non l’essoterismo, che è solo il suo riflesso nel contingente.[↩]
                  41. Spesso è usata più semplicemente in questo senso l’espressione “per conquistare i mondi”. Si tratta di quello che, in altre tradizioni, corrisponde al dominio essoterico o esteriore della salvezza.[↩]
                  42. Naturalmente, fruiscono anche dei piaceri prodotti dai rituali esteriori compiuti nel corso dell’ultima vita. L’aldilà dei pitṛ, nella concezione hindū, è più simile al purgatorio cattolico o alle dogane dell’ortodossia, attraverso cui si transita purificandosi, piuttosto che a quegli inferni e cieli in cui si staziona “eternamente”. Infatti, nel periodo della vita extracorporea le anime passano da un loka all’altro compiendo un tragitto di espiazione. Marco Toti, “Alcune osservazioni sulla escatologia ‘intermedia’: la dottrina cristiano-orientale delle dogane (telonia)”, Vita oltre la Morte, Chiara Stival (a cura di), Roma, Novalogos, 2017, II vol. pp. 215-227.[↩]
                  43. Vale a dire, invertono la direzione e ritornano al mondo degli uomini salendo da sud. Il mondo degli antenati, pur essendo in un alto settore dell’atmosfera (antarikṣa) è collocato nell’emisfero australe. Per maggiori dettagli sui destini postumi dei profani vedi il nostro Il Mistero della Morte nll’India tradizionale, Bassano del Grappa, Itinera Progetti, 2010.[↩]
                  44. BSŚBh III.1.13. I destini dei dannati e dei salvati, invero, non toccano la dottrina vedāntica se non tangenzialmente. Śaṃkara fa notare che i venerati maestri come Manu, Vyāsa e altri ancora, solamente nelle smṛti menzionano le sorti di coloro che fruiscono dei risultati delle loro azioni nei domini di Yama. Invece la śruti ne accenna soltanto in rari passaggi, come Ṛg Veda, X.14; X.135, o Kaṭha Upaniṣad (KU) I.2.6. (BSŚBh III.1.14)[↩]
                  45. Kauṣitakī Upaniṣad (KauU) I.2.[↩]