Mahāmahopādhyāya Prof. Dr. R. Sathyanarayana
(Śrī Guru Satyānanda Nātha Mahārājajī)
4. Śrīvidyā e il Tantra
INTRODUZIONE SINOTTICA
A cura di Durgā Devī
MEDITAZIONE SULLO ŚRĪCAKRA (ŚRĪCAKRA UPĀSANĀ)
Nel bahiryāga (sacrificio esteriore), il cakra è disegnato su una superficie appropriata utilizzando vermiglione, zafferano o pasta di sandalo. È tracciata solo l’avaraṇa specifica su cui si intende meditare.
Il culto è compiuto con i dovuti upacāra (offerte) alla Devatā reggente, alle yoginī e alle altre figure divine, iniziando esattamente dal punto stabilito, procedendo esattamente secondo l’ordine prescritto e concludendo precisamente al previsto punto conclusivo.
L’upāsanā, vale a dire la contemplazione o adorazione meditativa, è effettuata partendo:
- dal bindu al bhūpura, nell’ordine di sviluppo della creazione (sṛṣṭikrama),
- dal bhūpura al bindu, nell’ordine della reintegrazione o del riassorbimento (samāhārakrama).
Nell’antaryāga (sacrificio interiore) sono adorate allo stesso modo le stesse divinità, ma con upacāra offerti mentalmente e tramite il japa rivolto alle rispettive divinità.
Ogni componente del cakra è ideato, praticamente o mentalmente, per mezzo del suo bīja mantra, di cui si esegue la recitazione meditativa (japa).
Il Mahāyāga della meditazione sullo Śrīcakra è, senza dubbio, la forma più elevata di upāsanā dell’intera Vidyā. Questo grande sacrificio è insegnato in dettaglio nell’antico testo Tantrarāja Tantra.
Con il metodo, il sādhaka si identifica completamente, sul piano corporeo, mentale e spirituale, allo Śrīcakra e differenzia il microcosmo in vari piani e livelli di coscienza nei suoi aspetti comportamentali, affettivi, intellettuali e trascendenti. In questo modo, identifica ciascuno di questi con un corrispondente elemento dello Śrīcakra, attraverso un processo di bhāvanā (contemplazione), utilizzando la tecnica del nyāsa, cioè con la collocazione rituale di mantra o principi divini nelle varie parti del corpo.
Così, egli considera il Guru come la stessa Ādiśakti, la causa primordiale da cui è derivato il corpo microcosmico; i suoi nove orifizi corrispondono ai tre ordini di Guru: divya (maestri divini), siddha (maestri realizzati) e mānaya (maestri umani).
Il corpo nasce dal padre, che è la forma Varāhī della Devī, e dalla madre, che ne è la forma Kurukullā.
I quattro scopi della vita (puruṣārtha) sono concepiti come quattro oceani, mentre la centrale isola dei nove gioielli (Navaratna dvīpa) è il corpo composto dai nove componenti vitali del corpo (dhātu).
La mente (manas) all’interno del corpo è la foresta di Kalpavṛkṣa situata all’interno di questo dvīpa. I sei sapori del gusto rappresentano le sei stagioni (ṛtu)1, e corrispondono ai sei cakra e alle rispettive Śakti, come le Dākinī, ecc. La linea più esterna del bhūpura rappresenta i nove stati emotivi (bhāva), quali śṛṅgāra (amore), hāsya, allegria, karuṇa, compassione, ecc., più gli adṛṣṭa phala2. La seconda linea rappresenta i sei nemici interiori, come il desiderio (kāma), l’ira (krodha), oltre a meriti e demeriti.
La terza linea corrisponde ai dieci cakra, che sono anche identificati con le loro rispettive siddhi, con le Dee Madri e le dieci mudrā (gesti rituali o sigilli sacri).
Il sādhaka solleva il velo o āvaraṇa per mezzo dell’upāsanā, per poi proseguire verso il secondo āvaraṇa, lo ṣoḍaśāra, i cui sedici elementi sono identificati con:
- i cinque bhūta;
- i cinque jñānendriya;
- i cinque karmendriya;
- le modificazioni della mente (manovikāra).
Queste modificazioni mentali sono poi identificate con gli otto elementi del successivo sarvasaṃkṣobhanaāvaraṇa e progressivamente dissolte.
Il quarto āvaraṇa, o quarta yoni, è il caturdaśāra o sarvasaubhāgyadāyaka3; i suoi quattordici triangoli rappresentano i quattordici principali canali energetici dello yoga (yoganāḍī). Purificando questi veicoli del prāṇa e della Kuṇḍalinī, il sādhaka accede all’āvaraṇa del sarvārthasādhaka4 cakra, dove identifica i dieci triangoli con le dieci forze vitali: prāṇa, apāna, ecc. Queste forze, fluendo attraverso le nāḍī purificate, dissolvono la grossolanità della coscienza e l’affinano per portarla alla trascendenza.
Nel sesto āvaraṇa, il sarvarakṣākara5, le funzioni di queste forze vitali sono realizzate nel campo della coscienza: sono contenute in un deposito per, poi, essere rivolte verso l’interno. La fase successiva della sādhanā consiste nella dissoluzione della dualità, del desiderio e della loro causa, ovvero i tre guṇa. Questo si realizza nel settimo āvaraṇa, lo sarvarogahara6. È così chiamato perché è qui che si cura quel male di fondo che trasforma la Coscienza pura e indifferenziata nella sua forma grossolana, impura e differenziata in molteplici proiezioni.
Il penultimo āvaraṇa è il triangolo, il sarvasiddhiprada7 cakra. Le componenti affettive dell’ego, ovvero l’attaccamento radicato (anurāga), l’attrazione (rāga) e l’avversione (dveṣa), assieme ai più sottili livelli della coscienza, ai tanmātra, all’intelletto cosmico (Mahat), all’ego (ahaṃkāra) e al non manifestato (avyakta o prakṛti) convergono qui nel campo di forza della coscienza indifferenziata che ne pervade l’area interiore.
Qui, l’idamtā8, con tutte le sue upādhi (aggiunte limitanti) di nome e forma, è stata filtrata dalla coscienza, lasciando solo l’ahaṃtā9. Tuttavia, questa ahaṃtā è ancora legata al Tempo, che è sua componente intrinseca e inscindibile. Essa possiede due aspetti:
- prakāśa (luce, Coscienza principale)
- e vimarśa (coscienza riflessa). Vimarśa è la Devī, ed è di colore rosso.
Il Tempo è la sua prima manifestazione, sotto la forma delle Tithinityā Devī, le Dee perenni associate ai giorni lunari. Va notato che la Devī partecipa all’eternità (nityatva) del Brahman nella sua sedicesima forma centrale, mentre partecipa della molteplicità cosmica con le sue altre quindici forme. Questo spiega la natura né puramente esistente né inesistente (sadasadvailakṣaṇya) del mondo di relazione (vyavahāra). Allorché anche la ruota del tempo (kālacakra) è trascesa, resta solo la Coscienza pura, non coperta (saṃvīta) dagli upādhi. Questo è Kāmeśvara. L’unione di Śakti e Śiva avviene nel Bindu, nel cakra sarvānandamaya10, dove la Coscienza è kevala, della natura della pura Beatitudine. Così, la sādhanā del mahāyāga in Śrīvidyā consiste nell’invertire il processo di differenziazione, ritirando progressivamente la coscienza dalla molteplicità delle sue proiezioni, attraverso i piani grossolano, mentale-affettivo e intellettuale, per riportarla al suo stato puro, che è il sostrato di ogni esistenza cosciente dell’Universo in tutta la sua diversità. In questo stato essa trascende lo spazio, il tempo e le qualità. Questa è la meta ultima di ogni sforzo spirituale.
Desidero proporre, a questo punto, una breve interpretazione psicologica dello Śrīcakra, basata sulle mie proprie riflessioni (manana). Il cakra è un impegno metodico per simboleggiare i concetti cosmologici in modo sintetico. In esso è stata anche inserita la posizione del sādhaka nei confronti della tripuṭī. La tripuṭī è l’esperienza nel mondo di relazione, che si risolve nei componenti triangolati di soggetto, esperienza e oggetto. Il sostrato di ogni esperienza è la Coscienza e ogni contemplazione spirituale e ogni impegno cercano di riscoprire la Coscienza fino alla sua natura ultima e fondamentale. Tale aspirazione presuppone che gli ego individuali, le esperienze individuali e la diversità degli oggetti sperimentati ammettano uno stato unico di Coscienza, comune a ogni esperienza e sostrato di ogni esistenza cosciente. Tale presupposto si basa sulla natura condivisa del mondo di relazione, della sua sperimentazione e dell’espressione di tale esperienza.
Lo yantra è un simbolo grafico di tale impegno. Le sue linee rappresentano dimensioni di coscienza e le sue componenti sono le ramificazioni ottenute come risultato della coscienza che si risolve in diverse dimensioni. L’intersezione delle linee indica la sovrapposizione dei modi o delle direzioni della coscienza, mentre gli angoli rappresentano un cambiamento nella direzione della coscienza. Lo yantra è dunque un tentativo di spazializzazione a due o tre dimensioni della coscienza. La coscienza è energia; nel fluire dal soggetto all’oggetto essa comprende il mondo delle relazioni di materia, energia e di spazio e tempo. Lo Śrīcakra è unico tra gli yantra a riconoscere il tempo come una dimensione distinta della coscienza.
Lo Śrīcakra è composto dalle unità geometriche di punto, triangolo, quadrato, circolo ed estensioni radiali come il loto e i petali, disposte in progressione concentrica. Il quadrato è una recinzione dello spazio-tempo e racchiude un campo di attività del jīva, che è una confluenza di corpo, mente e ātman in un continuum spazio-temporale. Questo quadrato è il bhūpura. I suoi portali sono le uscite attraverso cui la coscienza si proietta nel mondo e da cui rientra. Le tre linee da cui è formato suggeriscono i tre stati di coscienza: veglia, sogno e sonno profondo.
Seguono tre circonferenze concentriche. Ogni circonferenza è uno spazio chiuso con una convergenza radiale verso il centro. L’ego è racchiuso al centro di un mondo individuale che da lì si irraggia verso la periferia con cui è relazionato radialmente. Viceversa, la coscienza converge radialmente dal mondo verso l’ego centrale. Il cerchio non solo isola la coscienza individuale con la sua attività interna ed esterna, ma anche la individua, proprio come un punto nello spazio diventa centro in virtù della circonferenza. I tre cerchi rappresentano tre livelli dell’esistenza cosciente: grossolana, sottile e trascendente, tutti emanati dalla stessa Coscienza pura centrale.
Il loto a sedici petali (ṣoḍaśara padma) e il loto a otto petali (aṣṭadala padma) rappresentano ancora una volta la coscienza che si espande in tutte le direzioni, con i petali che puntualmente toccano il mondo degli oggetti in una coordinata spazio-temporale unica, a partire da una sede più ampia verso molteplici coordinate interne di spazio e tempo. Questa espansione avviene in due fasi: da una sede più ampia della coscienza verso una più ristretta.
Tutto questo racchiude un’area di intenso campo di forza costituito dalla coscienza completamente sviluppata. Questo campo comprende varie componenti della coscienza, ossia l’interesse, il comportamento, l’avvicinamento, il ritorno, la deviazione, la riflessione, la percezione, l’affetto, il pensiero, ecc. Tutto ciò è realizzato mediante la compenetrazione dei quattro triangoli rivolti verso l’alto e dei cinque triangoli rivolti verso il basso, che danno origine a quarantatré triangoli minori: ventotto punti vitali (marma), in cui s’incontrano tre linee, e ventiquattro punti di passaggio (sandhi), in cui s’incrociano due linee. Ciò rappresenta la compenetrazione delle forze interiori della coscienza, rappresentate dagli śivacakra, e delle forze esteriori della coscienza, indicate dagli śakticakra.
Questa compenetrazione è responsabile della proiezione della coscienza, in quanto realtà apparente, sotto forma di tripuṭī. I triangoli accoppiati in senso inverso rappresentano le polarità opposte e complementari della vita. Il triangolo con il vertice in basso rappresenta la yoni, l’organo generativo femminile, la fonte di tutta la creazione. L’intreccio dei triangoli simboleggia l’unione dei due sessi. Rappresenta anche l’interpenetrazione delle forze della coscienza corporea e di quella spirituale. Una coppia di triangoli intrecciati produce lo yantra eccelso (ṣāḍguṇya yantra), che rappresenta Dio e la Natura, con al centro il loro punto di sintesi. Il triangolo eretto raffigura Dio o la Luce. L’altro triangolo, quello rovesciato, è una sua immagine riflessa, una forma irreale (vivarta rūpa) in quanto Natura. Il primo è Coscienza pura, il secondo coscienza individualizzata. Le mūlaprakṛti (le nature originarie) rappresentate da triangoli minori, quadrilateri, marma, sandhi, ecc., simboleggiano la struttura della coscienza proiettata sotto forma dell’esperienza della pluralità.
La dottrina psicologica sostiene che una figura geometrica perfetta è una figura “chiusa” e che la linea di contorno ha proprio la funzione di racchiudere. Il bhūpura “aperto” rappresenta il jīva che anela a chiudere quella sua apertura per diventare perfetto, autosufficiente. Il desiderio per tale chiusura è una tendenza verso la perfezione. Il punto (bindu) è, infatti, una figura perfettamente chiusa. Un cerchio è una figura perfetta in quanto linea, perché ogni suo segmento contiene in principio l’intero.
Il triangolo, d’altro canto, è una figura instabile, perché ciascun lato genera un impulso a continuare nella stessa direzione, richiedendo un completamento. I tre vertici rappresentano le interruzioni in questa modalità di estensione. Così, ogni triangolo rappresenta un bisogno di chiusura, un’area di intensa attività di campo, e quindi di instabilità. Questa è una condizione innaturale dell’esistenza, poiché in natura l’instabilità tende sempre alla stabilità. Così, sia le forze interiori sia quelle esteriori della coscienza tendono a raggiungere la stabilità attraverso la compenetrazione. Queste forze sono allora in equilibrio e dunque in uno stato di massima stabilità dinamica. L’impulso alla perfezione è soddisfatto soprattutto grazie alla simmetria generata nell’esperienza. Tale stabilità è confermata dalla centralità dello Śrīcakra, per cui l’intero yantra gravita verso il bindu centrale, punto focale della Coscienza.
Il bindu è il punto di sintesi in un sistema di compenetrazione triangolare, in particolare nella figura ṣaḍguṇya11, poiché in ciascuno dei triangoli instabili vi è un’attività intensa di contrazione, nella quale tutte le forze inerenti tendono a convergere verso il centro. Quindi la tensione e l’instabilità si risolvono nel riposo, ossia nella stabilità.
Un problema, come quello del ruolo dell’individuo in uno schema di esistenza molteplice, di tripuṭī o di cosmogonia, si presenta, in quanto problema psicologico, come una “gestalt”12 che anela a una soluzione. È proprio funzione del pensiero cercare questa soluzione, trasformando la gestalt aperta ai bhūpura in una gestalt chiusa, come nel resto dello Śrīcakra.
Le domande che richiedono pensiero, in particolare quelle concernenti l’ego, suscitano processi configurativi incompleti che richiedono una chiusura, come il cerchio, il triangolo e il punto nello Śrīcakra, nei quali la soluzione è cercata tramite il ragionamento analogico, il simbolismo e la coscienza interiore. Lo Śrīcakra può essere considerato in accordo con la legge della presa di coscienza (prajñāna). Secondo questa legge, il processo di organizzazione dipende dalla natura del risultato finale. Il cakra è un’organizzazione dei vari elementi della struttura della coscienza proiettata, che ha lo scopo di rivelare l’unità fondamentale ultima. Ciò avviene attraverso il fenomeno della chiusura, che è la tendenza delle forze della coscienza verso uno stato di equilibrio.
Concluderò questo scritto con un appello. Probabilmente il malessere più diffuso e acuto che affligge oggi i nostri simili è che sia la coscienza individuale sia quella generale hanno perso forza e vigore, risultando troppo frammentate dalle crescenti esigenze del mondo corporeo. Come conseguenza dell’aumento di tensione nella vita moderna, le forze della coscienza hanno perso il loro equilibrio, introducendo distorsioni e tensioni patogene irrisolte. Queste hanno portato a un grave squilibrio sia nella vita individuale sia in quella sociale, danneggiandone l’armonia interna ed esterna.
Le modalità indù di upāsanā sono tra le forme di sforzo spirituale più ampie e razionali al mondo. Le numerose divinità del Tantra in generale, e di Śrīvidyā in particolare, ne sono i simboli iconici e il superamento di varie combinazioni di vāsanā13, modificazioni (vikāra), tensioni, aspirazioni, inibizioni, intuizioni della mente umana. I numerosi dhyāna mantra della Vidyā hanno lo stesso fine.
Lo Śrīcakra ha come scopo il ripristino dell’equilibrio tra le forze interiori ed esteriori della Coscienza, e il conferimento di armonia interna ed esterna. Tutte queste tipologie di upāsanā si fondano su un principio dell’antica psicologia indiana, secondo cui la mente (citta) si colora e assume la forma del proprio oggetto ogni volta che in esso fluisce.
Le distorsioni, le inibizioni e le altre condizioni psicopatologiche possono essere corrette impiegando le suddette tecniche tantriche. Sostengo dunque che, oltre al resto, il Tantra e specialmente Śrīvidyā, possiedono anche un potenziale illimitato come strumento per il riequilibrio psichico, al pari dello yoga, e che meritino grande attenzione e sperimentazione.
Concluderò dunque questo scritto ripetendo le parole di Śrī Bhāskararāya Mākhin:
Chi fruisce non ottiene la Liberazione
Chi ottiene la Liberazione non fruisce.
Chi è devoto alla bella Dea
Ottiene sia la fruizione sia la Liberazione
Oṃ Śāntiḥ Śāntiḥ Śāntiḥ
- In India le stagioni, ciascuna di due mesi, sono le seguenti: vasanta (primavera), gṛṣma (estate), varṣā (delle piogge), śaradā (autunno), hemantā (del calo della temperatura), e śisira (inverno) [N.d.C.].[↩]
- I risultati invisibili del karma passato o destino latente [N.d.C.].[↩]
- “Che concede prosperità e buona fortuna” [N.d.C.].[↩]
- “Che porta ogni cosa a compimento” [N.d.C.].[↩]
- “Il difensore universale” [N.d.C.].[↩]
- “Che cura tutte le malattie” [N.d.C.].[↩]
- “Che permette di raggiungere tutti i risultati” [N.d.C.].[↩]
- Idam, “questo”, è la forma con cui nelle Upaniṣad si denomina l’intero mondo delle relazioni e della dualità, in contrapposizione a Tad, “Quello” usato per designare l’Assoluto non duale. Analogamente idamtā, “quiddità”, qui sta per lo stato della relazione e della dualità [N.d.C.].[↩]
- Analogamente a quanto affermato nella precedente nota, ahamtā significa “egoità” [N.d.C.].[↩]
- “Totalmente fatto di Beatitudine” [N.d.C.].[↩]
- Aggregato di sei qualità [N.d.C.].[↩]
- Termine tedesco che sta per “rappresentazione”. Nella teoria psicologica austriaca prefreudiana, con gestalt s’intende l’insieme che risulta diverso dall’unione delle sue parti. Tuttavia, dall’interpretazione che ne ha dato qui Śrī Satyānanda Nātha Mahārāja, se ne deriva che l’insieme non è un risultato; e che non è soltanto diverso, ma anche superiore alle sue parti [N.d.C.].[↩]
- “Impressioni concettuali latenti” [N.d.C.].[↩]