Svāmī Prabhuddhānanda Sarasvatī Mahārāja
24. Commento alla Māṇḍūkya Upaniṣad e alle Kārikā di Gauḍapāda
Agama Prakaraṇa
Note sul Śaṃkara Bhāṣya riguardanti le Kārikā 10-11
Nivṛtteḥ, il Sé è libero per natura da sofferenza (duḥkha). Anche pensare che tu debba liberarti non è corretto; non devi essere liberato. Se tu avessi una schiavitù facente parte della tua natura, allora non potresti liberarti da essa. Non puoi rimuovere ciò che fa parte della tua natura. Duḥkham non può essere parte della tua natura perché tu trascendi duḥkham. Un sostantivo non può mai trascendere i suoi aggettivi, non si può visualizzare un sostantivo senza aggettivi. Non si può sperimentare un sostantivo senza aggettivi, ma tu sperimenti te stesso senza duḥkham; il che significa che non sei un sostantivo con duḥkham come aggettivo. Duḥkham non è il tuo aggettivo, è una creazione, cioè è una percezione che nasce da una qualche ignoranza. È avidyā kalpitam; duḥkham è una percezione errata, come il sogno; duḥkham è sognato in te stesso, non è qualcosa che fa parte del tuo essere. È sognato in te stesso e, poiché è sognato in te stesso, puoi esserne libero. Non si può essere liberi dal duḥkham se fosse parte della nostra natura. Puoi essere libero dal sogno, puoi svegliarti dal sogno, ma non puoi svegliarti dai tuoi aggettivi.
Quando passi dalla veglia al sonno, soltanto trascendi la veglia. È come un risveglio dalla veglia, cioè il sonno è una specie di risveglio: passi dalla veglia alla libertà dalla veglia. Quindi nemmeno lo stato di veglia è un tuo aggettivo; le imperfezioni della veglia non sono tuoi aggettivi, i motivi di infelicità della veglia non sono i tuoi aggettivi, le paure della veglia non sono i tuoi aggettivi, i problemi legati all’incorporazione non sono i tuoi aggettivi, perché neanche la stessa incorporazione è il tuo aggettivo. L’incarnazione non è un tuo aggettivo perché fai esperienza di te stesso libero dall’incorporazione Se puoi fare esperienza di te stesso libero dall’incorporazione, allora questa non è il tuo aggettivo. E se prendi duḥkham come parte di te stesso, allora cerchi sempre di respingerlo. Voglio dire che vuoi essere libero dal duḥkham perché non è la tua propria natura. Questo è un punto decisivo; ciò da cui vuoi spontaneamente essere libero, se cerchi di essere libero spontaneamente, se lotti contro qualcosa spontaneamente, significa che quel qualcosa non è la tua natura. In altre parole, questa lotta è universale e spontanea, non è soggettiva. L’amore per la felicità non è soggettivo.
Quindi, tenendo conto di tutti questi punti, possiamo dire che non si può essere liberi dal duḥkham che fa parte della propria natura, ma si può solo diventare liberi da una percezione errata di sé: questo si chiama mokṣa, libertà. Mokṣa è diventare liberi da una percezione sbagliata di sé, da una idea sbagliata di sé, da una visione sbagliata di sé, da una conoscenza errata di sé; non si può essere liberi dai propri aggettivi, si può solo essere liberi da una visione sbagliata; il Vedānta corregge una visione sbagliata, non ci toglie alcuni attributi, non rimodella il nostro essere, non ricostruisce la nostra esistenza, non ci dà la capacità di sperimentarci in modo diverso. La nostra esperienza di noi stessi è fedele alla nostra natura, non si può sperimentare una realtà in modo diverso, si possono vedere le cose in modo diverso ma non sperimentarle in modo diverso; si possono avere punti di vista diversi sulle cose, ma l’evidenza è l’esperienza: non si possono avere modi diversi di sperimentare. Perciò il Vedānta corregge una visione sbagliata di noi stessi, non ci rimodella, non ci ricostruisce né ci addestra a sperimentare noi stessi.
Il Vedānta insegna che tutte le opinioni che hai su di te sono sbagliate. Ecco perché c’è lotta, infelicità, miseria: perché all’interno del tuo Essere non c’è infelicità, non c’è lotta, non c’è invidia (saṅgharṣa), eppure, nella verità senza lotta, si sente la lotta e quella lotta è una visione scaturita dall’errore. L’uomo non capisce che i suoi problemi sono i suoi punti di vista su se stesso. I problemi umani non sono eventi che siano sorti né assenza di eventi: sono solo un punto di vista. Se un uomo è basso ed è infelice, pensa di essere infelice a causa della bassa statura del suo corpo, ma non è vero; la sua infelicità è dovuta al fatto che si considera la forma. Questa è la ragione fondamentale dell’infelicità; se li vuoi risolvere uno a uno, i motivi dell’infelicità radicati in te continuano a ripresentarsi. Così anche per la fame: continui a mangiare e ti senti affamato; continui a raggiungere i tuoi obiettivi e senti di nuovo il desiderio. Nessun desiderio può essere soddisfatto completamente; ogni desiderio continua a ripresentarsi, ogni emozione torna a ripresentarsi. Vuoi rivivere ogni emozione; se si tratta di attaccamento, continua a ripresentarsi, il desiderio torna a ripresentarsi, l’avidità torna a ripresentarsi, nessun problema può essere risolto definitivamente se si tratta di un problema radicato in te.
Il problema fondamentale è il tuo punto di vista sulla tua esistenza, il tuo punto di vista sulla tua esistenza cosciente. Un puro essere cosciente pensa di essere un individuo biologico ed è solo un punto di vista; un punto di vista che è corretto dal Vedānta. Il Vedānta non fa accadere alcuni eventi, non cambia alcuna esperienza, non cambia nulla: corregge un punto di vista sbagliato. Il Vedānta è una scrittura correttiva. Anche questa visione senza tempo è da te percepita all’interno della visione che “io sono una forma”. L’incorporazione non è nel contesto della creazione, è la creazione a essere nel contesto dell’incorporazione. Tu vedi un universo nel contesto della tua incorporazione. L’incorporazione non è un evento, non è un fenomeno, non è una sorta di prodotto finale di un processo, come il sogno che non è un processo, è una percezione. Anche ciò che sembra un processo è una percezione. Supporre che il latte si cagli è un processo all’interno del sogno. L’intero processo è una percezione; stai camminando, è un processo, ma è anche una percezione; stai volando in sogno, è un processo, ma è anche una percezione. La percezione non è un processo ma il processo è una percezione. L’incorporazione non è un evento o un processo. L’uomo pensa: “I miei genitori si sono sposati e io sono il risultato di tale processo”. Ma non è vero; così appare, ma non è così.
Il Vedānta dice che non si può trascendere un processo. Se l’incorporazione fosse un processo al tuo interno, se il cambiamento fosse parte di te, allora non potresti trascendere quel cambiamento; se trascendi l’incorporazione come quando sei in sonno, se trascendi il processo che trascende l’incorporazione, allora sicuramente non è parte del tuo essere. Quindi non devi liberarmi dai problemi, devi solo correggere la visione sbagliata di te stesso. Tutte le altre definizioni di spiritualità sono, a mio avviso, delle frodi, sono tutte un errore. Comprendere correttamente la propria esistenza, cioè correggere la visione sbagliata di sé, della propria esistenza, della propria esistenza cosciente, è ciò che si chiama spiritualità. Questo è Vedānta. Perciò l’uomo è libero per natura, libero da tutti i problemi. Ciò che pensa è qualcosa di diverso da ciò che è; ciò che è è libero, anche se pensa di essere legato. Il Sé è Īśvara. Īśvara non significa grande, Īśvara significa libero, indipendente da tutto. L’esistenza in quanto Sé ti rende Īśvara. Īśvara non significa signoreggiare sulle cose: se non c’è nient’altro che la Realtà, allora come può la Realtà signoreggiare su altri? Però, l’idea dell’uomo è che deve signoreggiare sugli altri. Essere è Īśvara. Ed è Prabhu, il Signore, l’origine di tutto, la Realtà che sta dietro a tutte le apparenze, come quando si dice che la sabbia del deserto è l’origine del miraggio.
Quando usi la parola “origine” non significa che passi attraverso un processo; la chiami origine, ma c’è una realtà dietro l’apparenza. Quello che chiamiamo miraggio è un’apparenza e la realtà è la sabbia. Egli è la fonte di tutto. È la fonte di tutti i finiti, e i finiti non sono un’altra realtà: sono le apparenze dell’infinito. Essendo libero da tempo, da età, da cambiamento, è immutabile. Ciò che è libero dal tempo è anche libero dal cambiamento. Se si è liberi da un particolare della creazione, si è liberi dall’intera creazione. Se falsifichi la coda del serpente, falsifichi l’intero serpente. Se falsifichi un oggetto del sogno, hai falsificato l’intero sogno. Perciò qui se si è liberi dal tempo, si è liberi dal cambiamento e, se si è liberi dal cambiamento, si è liberi dall’età, si è liberi dall’insicurezza, si è liberi da tutto. Falsificare un problema degli esseri umani equivale a falsificare l’intero dominio dei problemi. Quindi falsificare ciò che ti assilla è Vedānta. Se l’incorporazione è falsificata, significa che non è la tua natura: questa è la falsificazione.
La tua relazione non è la tua natura e per questo è falsificata; la relazione tra te e l’universo non è la tua natura, e per questo è falsificata. Quindi la parola “falsificazione” deve essere intesa correttamente: “falsificazione” significa capire che non è la tua natura. Perché non è la tua natura? Perché io sono il soggetto e tutto il resto è oggetto. Ciò che è oggettivato è un’apparenza e il soggetto è la Realtà. In questo modo capire che non è la tua natura è il giusto modo di capire. Se il tempo è falso allora l’intera creazione è falsa: ecco perché non trascendi pezzo per pezzo. Non si può trascendere solo il tempo e mantenere tutto il resto; quando si trascende il tempo si trascende il pensiero, si trascende tutto il resto. Si trascende l’incorporazione, si trascende lo spazio, si trascende la propria individualità e si sta come nirviśeṣam, serenità assoluta. Quando si trascende l’individualità si sta come Assoluto; l’Assoluto e l’individualità sono opposti. Vedi l’incompatibilità: una data onda è un’onda individuale, una bolla è una data bolla, ma l’acqua non è una data acqua: è la realtà dell’onda e della bolla; in questo contesto l’acqua è l’assoluto e l’onda è un individuo. Come l’onda individuale non può mai essere libera da problemi, allo stesso modo come individuo non puoi mai essere libero da problemi.
L’essere soggetti a problemi, l’incompletezza, l’individualità, la limitazione, l’essere finito, significano tutti la stessa cosa: come individuo si è suscettibili di problemi. In quanto Assoluto non ci sono problemi. Pertanto, quando si trascende un dettaglio della creazione, si trascende tutto. Advaita sarva bhāvanam[l’intera esistenza è non duale], perché per natura siamo liberi da tutti i dettagli e da tutti i problemi: il Non-duale è la sostanza di ogni cosa. I pensieri sono molti, ma tutti godono del sostrato non-duale. Il pensatore è lo stesso, tu sei lo stesso e ogni pensiero è radicato in te; quindi dvaitam non può essere percepito senza il sostrato dell’Advaitam. Ciò che l’uomo sperimenta costantemente è l’Advaitam; il dvaitam è un punto di vista. Percepisci i pensieri e non li riconduci al loro sostrato non-duale; quindi vivi con l’idea che siano molti. Sì, sono molti ma sono tutti fatti di uno, sono fondamentalmente uno. Ogni pensiero è riconducibile a te stesso, i tuoi pensieri sono riconducibili a te stesso, come tutte le onde sono riconducibili a un’unica acqua. Perciò senza l’Advaitam, il sostrato non-duale, non si può percepire il dvaitam. Non puoi vedere il molteplice senza il sostrato non-duale. Lo stesso vedente è il Non-duale. L’Advaita è la natura comune dell’intera molteplicità.
Il tuo Essere è unicamente cosciente, non sei una mescolanza di molte cose. Che tu sia fatto di molte cose è un’opinione: che tu sia unicamente Essere coscienti è la tua natura. Quando dici “io”, con “io” non ti riferisci ad altro che alla Coscienza, a te-Coscienza; come vedente sei cosciente, come udente sei cosciente, come assaggiatore, toccatore, odoratore, pensatore, sei cosciente. Anche quando pensi “io sono il corpo”, sei cosciente. Ogni oggetto è una percezione e nella percezione sei cosciente; in ogni forma sei cosciente, in ogni pensiero, in ogni ricordo, in ogni piacere, in ogni dolore sei cosciente. Quindi non sei una mescolanza di tante cose. Se pensi di essere una mescolanza di tante cose ti sbagli di grosso: non sei fatto di tante cose. Infatti, la tua esistenza non è fatta, la tua esistenza è eternamente “è”. È come il silenzio che non si può fare; si può fare un suono, non si può fare il silenzio, essere silenzio è la tua natura. Come Essere cosciente sei Deva [luminoso]. Se ignori il soggetto cosciente pensi al divino. Che cos’è il divino? Tutto deve avere la forma o del soggetto o dell’oggetto, e l’essere cosciente si chiama Deva. Perché si chiama Deva? Perché è unicamente cosciente.
Il Sé, il soggetto, è unicamente cosciente; non è, com’è percepito, un miscuglio di elementi o altro. Come il silenzio non è fatto di suono, allo stesso modo l’Ātman non è fatto di anātman: la coscienza non è fatta di materia. Si può riflettere su un punto: la dualità non può essere percepita senza il sostrato dell’advaita. Questo è un punto decisivo. I pensieri sono molti, ma il pensatore e soggetto di tutti i pensieri sono uno. La verità non è qualcosa che si trova solo tra i pensieri: è lì tra i pensieri, dentro e in mezzo ai pensieri, e quindi non è corretto dire “è solo a metà fra due pensieri”. L’acqua non è solo in mezzo a due onde, l’acqua è lì dentro e in mezzo all’onda, e anche quando l’onda cade c’è acqua: infatti, ciò che c’è è solo acqua. Tutto ciò che c’è è solo l’advaitam, il non-duale, proprio come, nonostante il suono, ciò che c’è è solo il silenzio. Non è che il silenzio ci sia solo quando non ci sono suoni; invero, il suono si produce nel silenzio, si sente nel silenzio e si dissolve nel silenzio. Il suono non può sostituire il silenzio, è fatto di silenzio. La Realtà è insostituibile: l’onda non può sostituire l’acqua. Si chiama Turīya. Si chiama la Realtà caturtha perché c’è lo stato di veglia che è un errore, lo stato di sogno che è una percezione e il sonno profondo. Quella che avete sullo stato di sonno profondo è la vostra percezione sbagliata, percezione che avete in stato di veglia.
Che cos’è la percezione “assenza di tutto, non so nulla, non vedo le forme, i suoni, i sapori, i tocchi, gli odori, nessun pensiero, nessun ricordo, nessun tempo”?. Considerare lo stato di sonno profondo come mera assenza di tutto è anch’esso ignoranza: questo è il terzo stato. Invece, non si sperimenta lo stato di sonno profondo come uno dei tre stati: è visto come uno dei tre stati quando si è in veglia. Questo è un punto molto pregnante: ciò che si sperimenta è solo l’advaitam; in sonno profondo ciò che si sperimenta è la propria presenza non duale. Non si può sperimentare l’assenza; l’assenza non è mai un oggetto di esperienza, si sperimenta sempre la presenza, mentre l’assenza è una visione: è un vikalpa [una falsa immaginazione]. Non si può sperimentare ciò che non c’è, si può sperimentare solo ciò che c’è. Quindi, lo stato di sonno profondo non è un’esperienza relativa a ciò che non c’è, è un’esperienza relativa alla propria presenza non-duale, all’unica presenza. Peraltro, quell’unica presenza di sé non richiede un pensiero per essere evidente: il fatto di sperimentare la propria esistenza non è sotto forma di pensiero, non è sotto forma di ricordo. La libertà dal pensiero non può essere un altro pensiero. Anche questo è un punto molto importante per la comprensione.
Se la libertà dal pensiero non può essere un altro pensiero, come posso aspettarmi un pensiero nello stato di sonno profondo? Lo stato di sonno profondo è uno stato di libertà dal pensiero, è un indizio della nostra natura; non è uno stato di assenza di cose, è uno stato di presenza del proprio sé libero dalle cose. L’argomento non è l’assenza, è la presenza del proprio sé. Perciò lo stato di sonno profondo visto nello stato di veglia è il terzo stato, ma lo stesso stato di sonno profondo inteso come presenza di sé è Turīyam, la natura non duale. Turīyam è vibhūḥ (onnipervasivo), la presenza non duale, è insegnata come vibhūḥ, ma, a parte ciò, la verità trascende anche la parola “vibhūḥ”, il senso della parola vibhūḥ trascende vibhūḥ, come ciò che è effettivamente il silenzio trascende la parola “silenzio”, trascende anche la relazione nome-nominato (abhidhāna–abhidheya bhāva).
Perciò non devi diventare libero. Il fatto di dover diventare qualcosa è ciò che ti rende ansioso, ciò che ti rende ansioso è che il “devo compiere”, il “devo raggiungere”, il “devo creare” uccidono la tua pace. Il fare e il non fare, le omissioni e le commissioni, le molte cose che hai fatto e le molte cose che devi ancora fare uccidono la tua pace. In questo passo la śruti dice che non devi ottenere nulla, sei già un essere completo; devi solo fare chiarezza su te stesso. Il bisogno di raggiungere qualcosa di materiale uccide la tua pace. Se l’oceano pensasse “devo raggiungere le onde”, allora non potrebbe mai essere in pace. Invece se pensasse: “Io sono già completo in quanto oceano e perciò tutte le onde derivano la loro esistenza da me”, allora sarebbe del tutto in pace. Pace è sinonimo di verità. La pace, la quiete, sono la stessa cosa. La pace non è una grande quantità di tempo: la pace non ha una durata, non ha la forma di un lungo tempo. Tu non hai nulla da raggiungere, devi solo conoscere te stesso. Il Sé è già completo, devi solo guardarti. Non devi raggiungere nulla, non devi creare nulla, modificare nulla, cambiare nulla, purificare nulla, non devi realizzare nulla. Devi solo guardare te stesso: questo porta la pace. La società indiana aveva pace che nasceva dalla giusta definizione di spiritualità; quando questa è scomparsa, la pace si è trasformato in pigrizia, e ora si è persa la spiritualità, ora tutti devono essere attivi, industriosi. È una società industriale, e tutto ciò è dovuto alla mancanza della giusta definizione di spiritualità. La pace arriva anche senza volerla quando si pensa di accontentarsi di ciò che si ha e di non avere nulla da ottenere nella vita se non capire se stessi, guardare se stessi. Questo porta la pace.
La kārikā successiva (I.12) è molto spesso citata per dimostrare che c’è ignoranza all’interno di suṣupti. Invece, in suṣupti non c’è ignoranza: c’è ignoranza nella veglia riguardo a suṣupti. Riformuliamo il linguaggio usato: non c’è ignoranza all’interno di suṣupti, è l’uomo che nello stato di veglia è ignorante sulla natura di suṣupti. C’è ignoranza su suṣupti, non c’è ignoranza in suṣupti: suṣupti è non-duale.
Kārya significa effetto e kāraṇa significa causa, ma in realtà Gauḍapāda ha usato il termine kārya–kāraṇa nel senso di nimmita–naimitika, cioè la ragione e il suo risultato, perché kārya–kāraṇa significa che la causa viene sempre per prima nel tempo e l’effetto viene dopo. C’è una successione temporale (kāla krama) tra kāraṇa e kārya. Se non c’è kāla krama non è causalità. Si tratta allora di una relazione ragione-risultato che è diversa dalla relazione causa-effetto degli scienziati, in cui la causa precede sempre l’effetto. Prendiamo per esempio un toro. Un toro ha due corna che appaiono nello stesso momento: c’è causalità tra le due corna? No, tra le due corna di un toro non c’è causalità perché se ci fosse causalità un corno dovrebbe apparire prima e l’altro dopo, dato che la causa deve essere prima e l’effetto dopo. In questa creazione non c’è kāla krama, non c’è prima e dopo, perché il tempo stesso è parte della creazione. Quando dici “Io sono il corpo” è un errore. È un errore perché non sai che non sei la forma; ti consideri la forma perché non vedi la tua natura diversa dalla forma. L’ignoranza è la ragione, l’errore è il risultato, perché c’è kāla krama. Quando sei all’interno dell’errore ti riferisci all’errore, all’interno dell’errore fai riferimento all’ignoranza. Questo è il punto di vista di uno scienziato, nel contesto dell’errore si parla di ignoranza come ragione.
Quindi Viśva significa un individuo che veglia, Taijasa è un individuo che sogna. Chi è questo individuo? È la Verità, non compresa e fraintesa; non compresa è il kāraṇam e fraintesa è il kāryam. Chi è questo vegliante? È Parameśvara, non compreso e frainteso. Perciò non sentirti depresso quando ti senti limitato, perché non sei altro che Parameśvara incompreso e frainteso. Quindi, tra la non comprensione e il fraintendimento non c’è kāla krama, perché all’interno del fraintendimento stiamo facendo riferimento sia al fraintendimento sia alla non comprensione. Quindi chi è Viśva limitato da causa ed effetto (kārya-kāraṇa bādhaḥ)? È Parameśvara non compreso e frainteso. Chi è questo Taijasa, l’individuo che sogna? È Parameśvara incompreso e frainteso. E chi è Prājña, il dormiente? È solo incompreso, non è frainteso. Non c’è alcuna incorporazione.
Nelle prossimi versi il Kārikākāra dirà che l’incomprensione è conoscenza sbagliata (viparīta jñānam) e anche il fraintendimento è viparīta jñānam. Entrambi sono errori: se si dice che non è evidente ciò che è evidente, è un errore. Quindi, anche su suṣupti l’uomo fa un errore, è viparīta jñānam; e anche se diciamo che è limitato alla causa (kāraṇa bādhaḥ). Ma su suṣupti c’è solo un errore: cioè che sia uno dei tre stati e che lo si consideri tale, è un errore. Jagrat avasthā è un errore sulla Verità, il sogno è un errore sulla Verità; anche lo stato di sonno profondo è un errore sulla Verità; considerarlo uno dei tre stati è un errore sulla Verità. E se qualcuno si chiede perché c’è un errore a causa dell’ignoranza, allora l’ignoranza diventa la ragione e la non comprensione di tutto ciò che c’è, è solo l’errore. L’errore si corregge attraverso la conoscenza, la giusta conoscenza corregge la conoscenza sbagliata.
La mancanza della giusta conoscenza si chiama ignoranza. Non dire “l’ignoranza causa l’errore”: questo è un modo di pensare molto scadente. L’ignoranza non causa l’errore, l’errore c’è a causa della mancanza di giusta conoscenza. C’è un’idea sbagliata di “senza inizio” (anādi), perché se dici che è anādi, come puoi dire che è causata? Quindi, invece di dire “l’ignoranza causa l’errore”, dite “l’ignoranza c’è a causa della mancanza di giusta conoscenza; la conoscenza sbagliata è dovuta alla mancanza della giusta conoscenza”. Non usate un linguaggio secondo cui l’errore è causato dall’ignoranza. No, l’errore non è causato dall’ignoranza, l’errore lo trovi in te, l’errore è. L’analfabetismo non è causato: l’analfabetismo c’è perché non vai a scuola, c’è per mancanza di alfabetizzazione: l’analfabetismo non è causato. La stupidità non è causata: ti riconosci stupido grazie al giusto pensiero. C’è il saṃsāra per mancanza di giusta conoscenza, c’è il dolore per mancanza di giusta conoscenza: non è causato, ti ci ritrovi.