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22 Marzo, 2026

28. Commento alla Māṇḍūkya Upaniṣad e alle Kārikā di Gauḍapāda

    Svāmī Prabhuddhānanda Sarasvatī Mahārāja

    28. Commento alla Māṇḍūkya Upaniṣad e alle Kārikā di Gauḍapāda

    Agama Prakaraṇa

    Note sul Śaṃkara Bhāṣya riguardanti il mantra 8

    I due pensieri che seguono devono essere oggetto di seria riflessione. Il primo è: non c’è bisogno che qualcosa se ne vada o che venga, tutto deve essere compreso per quello che è. Non c’è bisogno che il serpente se ne vada, perché né va né viene: deve essere compreso come mithyā. Non c’è bisogno che il prapañca se ne vada né che venga: deve essere compreso per quello che è. Non c’è bisogno di aggiungere nulla a se stessi, né c’è bisogno di eliminare alcunché da se stessi: è necessario comprendere se stessi così come si è quali esseri coscienti. La correzione non è un’eliminazione di qualcosa. Ciò che è tangibile può essere eliminato, ma una nozione non può essere eliminata: può essere corretta. Un errore non può essere cancellato, un pensiero errato non può essere cancellato: il pensiero errato può essere corretto. Il Vedānta insegna la correzione. Ciò che è concettuale è dvaitam, ciò che è reale è advaitamDvaitam è una percezione, non un fatto parallelo.

    Il secondo pensiero è che qualsiasi divisione, quella oggetto-oggetto o quella soggetto-oggetto e persino la divisione tra Guru e discepolo, è solo concettuale; ogni divisione è concettuale in contrasto con l’advaitam. L’advaitam è la Realtà. In contrasto con l’advaitam qualsiasi divisione è concettuale. Pertanto non è che alcune divisioni siano vere e altre siano concettuali. No. Anche la divisione Guruśiṣya è concettuale. Anche la divisione genitore-figlio è concettuale perché nel sonno si trascende anche quella divisione. Anche le divisioni interiori sono trascese nel sonno. Divisioni esplicite o divisioni implicite, tutte le divisioni sono trascese nella Verità. La Verità trascende tutte le divisioni, quindi non creare gradazioni tra divisioni e divisioni: tutte le divisioni sono ugualmente concettuali. L’advaitam è reale, la tua esistenza è reale. Non puoi pensare l’advaitam, non puoi oggettivare il non-diviso: l’oggettivazione implica divisione, la percezione implica divisione.

    Perciò, Essere è advaitam, mentre pensare è dvaitam. Il Vedānta consiste nel vedere la differenza tra il pensiero e l’Essere. Pensiero è solo pensare un oggetto; l’uomo sa che il pensiero vuol dire ‘pensare oggetti’. I testi del Vedānta non ti chiedono di oggettivare nulla: ci dicono di osservare la distinzione tra l’oggettivabile e l’Essere non oggettivabile. Ātma anātma viveka. Vedere la distinzione tra il pensiero e l’Essere corregge l’intero dominio del pensiero, falsifica l’intero dominio del pensiero. Vedere tale distinzione significa che l’Essere è Satyam e il pensiero è all’interno dell’Essere senza qualificare l’Essere e sottintende l’Essere. Vedere la distinzione tra il pensiero e l’Essere corregge il pensiero. È per questo che il vicāra vedāntico falsifica il dominio del pensiero. Falsificare il dominio del pensiero significa falsificare l’intero dominio dell’oggettivazione.

    Se falsifichi l’intero dominio dell’oggettivazione, significa che sei non duale. Le persone sostengono che se il pensiero è falso allora anche il Vedānta è falso perché anch’esso è pensiero. Sì, è così perché anche il Vedānta viene negato. Il pensiero corretto corregge il pensiero errato e si scioglie da solo, scompare come il diciottesimo elefante1]. Il pensiero corretto è diverso dal pensiero che è comunemente noto; il pensiero vedāntico è completamente, assolutamente distinto dal pensiero noto: il pensiero noto è più sotto la forma dell’oggettivazione, il pensiero conosciuto è più sotto la forma di pensiero errato sul proprio essere. Pertanto il pensiero vedāntico consiste nel vedere la distinzione tra il pensiero e la tua presenza. Pensiero è solo intrattenere un pensiero su un oggetto, intrattenere un desiderio, mentre il pensiero vedāntico non è intrattenere un altro pensiero. Intrattenere un pensiero è diverso dal vedere la differenza tra il pensiero e l’Essere cosciente. Il Vedānta dice che il pensiero è falso, il tuo Essere è la Verità: osserva il contrasto tra pensiero ed Essere. Il pensiero è azione, cambiamento, e l’Essere è immutabilità: quindi c’è contrasto tra movimento e immutabilità.

    Tu sei per natura immutabilità. Se qualcuno dice “anche il Vedānta è pensiero, come può il pensiero correggere il pensiero?”, digli che esso è il pensiero corretto e e che osservi la differenza tra satyam mithyā, tra vero e falso, tra pensiero e l’Essere. Il pensiero, come lo conosce l’uomo comune, non implica vedere la distinzione tra l’Essere e il pensiero: l’uomo comune pensa solo all’oggetto, perciò c’è il pensiero corretto e il pensiero sbagliato; ma il pensiero vedāntico corregge il pensiero sbagliato universale. Questi sono i due pensieri su cui devi riflettere: nulla va, nulla viene; non puoi aggiungere nulla alla creazione, non puoi cancellare nulla dal tuo Essere. Anche se una persona perde una mano, nulla è perso dal suo Essere. Se una persona perde le gambe, nulla è perso dal suo Essere. Il corpo è divisibile, la Coscienza è inalterabile.

    L’esperienza non si perde mai, sia che si tratti di esperienza in veglia sia di esperienza onirica sia di esperienza libera da tutto. L’esperienza non può essere sostituita da altro: è l’oggetto dell’esperienza che è sostituito da un altro oggetto d’esperienza. L’esperienza stessa non è sostituita dalla non-esperienza; la non-esperienza non esiste, esiste solo la libertà dagli oggetti dell’esperienza. Lo stato di sonno profondo non è uno stato di non-esperienza, è lo stato di esperienza libera dagli oggetti dell’esperienza. Quindi, non è sottratto nulla dall’esperienza, non le si può aggiungere nulla né le si può togliere nulla. Dovresti soffermarti su questi due pensieri.

    Invece, in nome della “spiritualità” cerchi di aggiungerle certe cose; e, in nome della meditazione, aggiungi qualcosa o cerchi di liberarti di qualcosa. Ciò nondimeno, anche se ti liberi di tutti i desideri, quella non è ancora l’illuminazione: nell’illuminazione puoi essere libero dai desideri, ma la negazione di un determinato desiderio non significa illuminazione. La tranquillità in sé non significa illuminazione. Raggiungere la tranquillità è diverso dal discriminare tra il pensiero e l’Essere. Quando la tua mente è inquieta, il Guru può dirti di raggiungere la tranquillità. Puoi usare la tua volontà per calmarti, ma quello non è lo stato di illuminazione. Quando l’onda si placa, non è un’onda illuminata. Devi capire che è la forma che può essere calmata e che può agitarsi: la forma è distinta dalla natura dell’Essere. Vedere la distinzione tra la forma e l’Essere è ciò che risolve il problema. Anche se riesci a diventare tranquillo, puoi sempre diventare di nuovo irrequieto. Il pensiero stesso deve essere falsificato. Calmare il pensiero non è la risposta: falsificare il pensiero è la risposta. Chiudere gli occhi non è la risposta: la risposta è capire che il serpente è falso.

    Nel verso successivo, Ātman significa la propria esistenza. L’esistenza non oggettivabile è chiamata Ātman; Ātman non è una cosa fra le cose, come l’acqua dell’oceano non è un’onda fra le onde: ogni forma è una forma fra le forme. L’acqua, invece, è la verità di tutte le onde: l’acqua non è una delle bolle, ogni bolla è bolla una fra le bolle, ogni onda è un’onda fra le onde. L’acqua è la realtà di tutte quelle forme. In questo modo l’esistenza di una persona non è una cosa fra le cose, l’esistenza è la Verità di tutte le cose, è SvarūpamĀtman è la Verità di tutte le cose, non è una delle cose, Ātman significa SvarūpamSvarūpa significa la Realtà della tua esistenza; quindi non c’è nulla che possa eguagliare la tua esistenza. La vita dovrebbe essere vissuta soffermandosi su questa affermazione: “Essere”, soffermandosi sull’idea del proprio Essere. Il tuo Essere non è solo la presenza del respiro, perché anche quando trascendi il respiro c’è esperienza. Esattamente come il rumore è un’esperienza, anche la pace è una questione di esperienza; altrimenti quale sarebbe la prova della pace? L’unica sua prova è che io la provo. Qual è la prova del suono? Che io lo provo. Il suono è sperimentato con un senso di separazione e anche il senso di separazione è sperimentato. Anche la pace è questione di esperienza. E l’esperienza è qualcosa che non scompare mai e questa è la Verità.

    La prova dell’intero universo è la prova della veglia; la prova della fine della veglia, la prova dell’inizio della veglia, la prova della fine della veglia, la prova dell’inizio e della fine del sogno è il Sé. Il Sé non è una cosa fra altre cose. Ātman significa Svarūpam: la realtà dell’incarnazione del proprio Essere è un’idea errata. Che tu sia deha, che il corpo sia una cosa fra le cose, che ogni tuo pensiero sia uno dei pensieri, che il tuo desiderio sia uno dei desideri disponibili nella creazione, ognuno di questi è una cosa fra tutte le cose. Ma la Coscienza non è una fra le cose, il Sé non è una di esse: il Sé è la Verità di tutte le cose.

    Quando vedi l’acqua di un miraggio, in quel miraggio vedi false onde. Hai l’illusione dell’acqua e delle onde e ogni onda è una delle cose di quell’illusione. Ma la sabbia non è una di quelle cose, è la verità dietro l’apparenza. La tua esistenza è la verità dietro l’intera apparenza. Questo mondo è un’apparenza, perché ciò che ti appare è un’apparenza: altrimenti, come avresti ottenuto questa apparenza del mondo? Ciò che ti appare è chiamato apparenza. Se le onde sono una mera apparenza, anche l’intero jagat è apparenza. Appare a te e colui a cui appare è chiamato Ātman; ma Ātman non è una delle apparenze.

    Ātman è espresso dall’unica sillaba Oṃ che ha una sola mātrā. Qualsiasi abhidhānam è chiamato mātrā, perché ogni parola è mātrā2] in quanto misura l’oggetto, lo descrive e ha essa stessa un inizio e una fine. Abhidheyam misura la mātrā, la parola, e la parola misura anche l’oggetto: sono correlati. Abhidhānam esiste solo in correlazione con abhidheyam abhidheyam esiste solo in correlazione con abhidhānam: quindi si misurano a vicenda. Ciò che misura è chiamato mātrā e il misurabile è anche chiamato mātrā; ciò che è misurabile non è infinito. Tutto ciò che è misurabile è mātrāAbhidhānam è mātrā. Anche abhidheyam è mātrā. Più avanti si dirà “pādā mātrā mātrāśca pādā”: una parola descrittiva è limitata, un oggetto descrittivo è limitato e, in quanto limitato, è chiamato mātrā. La misurabilità deve essere compresa in contrapposizione all’incommensurabile, all’infinito.

    Quando una corda è scambiata per un serpente, quell’errore è chiamato pāda, perché correggendolo è possibile comprendere un fatto: l’errore è ciò che, una volta corretto, permette di comprendere un fatto. L’errore è chiamato pāda, per intendere che è un mezzo per svelare la verità. Quindi lo stato di veglia è pāda, vale a dire che è una percezione che, una volta corretta, permette di comprendere la Verità. Il sogno è un pāda che, una volta corretto, permette di comprendere la Verità. Il sonno profondo come terzo stato è un pāda, un errore. Chiamare lo stato di sonno profondo pāda è un errore e correggendolo si comprende il Quarto, la Realtà. Anche il Quarto è chiamato pāda. I tre pāda sono karaṇa pratyaya (strumenti). il Quarto pāda è karma pratyaya, è il Fatto. Gli uni sono mezzi, l’altro è l’argomento. Lo stato di veglia è un mezzo attraverso la cui correzione si comprende la Verità; il sogno è un mezzo attraverso la cui correzione si comprende la Verità, lo stato di sonno profondo è un pāda attraverso la cui correzione si comprende la verità.

    Il Caturthapāda non è da correggere: è qualcosa da comprendere, è il nirviśeṣam. L’errore è ciò che costituisce il mezzo per comprendere la Verità. Lo stesso errore riguardante il Fatto diventa un mezzo per comprendere il Fatto. Senza l’errore non c’è modo di comprendere il Fatto. Non bisogna saltare alla conclusione che “se l’errore non ci fosse stato, non saremmo stati in grado di comprendere la verità”. Se non ci fosse l’errore non ci sarebbe alcun bisogno di comprendere: solo quando c’è un errore il Fatto può essere compreso. Solo quando il Fatto è compreso in modo errato è necessario comprenderlo correttamente. Pertanto, il primo, il secondo e il terzo pāda, sono chiamati pāda perché sono i mezzi per raggiungere un fine; invece il Quarto pāda è chiamato pāda perché è il fine, è l’argomento. Il nirviśeṣam è l’argomento. Jagrat avasthā è adhyāsasvapna avasthā è adhyāsasuṣupti presa per uno dei tre stati è adhyāsa. Correggendo l’adhyāsa si comprende l’adhiṣṭhānam, il sostrato. Perciò i tre pāda sono karaṇa sādhanā: ciò significa che sono lo strumento sotto forma di sādhanā, correggendo il quale si comprende. Si comprende la Verità per mezzo della correzione degli errori sovrapposti a essa. Caturthapāda è il Fatto da comprendere. Quindi mātrā si riferisce a pāda.

    Oṃkāra comprende la Verità. Oṃkāra ha le mātrā akāraukāra e makāra. L’akāra descrive lo stato di veglia e, anche se si dice “si riferisce allo stato di veglia”, esso descrive lo stato di veglia. L’ukāra si riferisce allo stato di sogno. Il makāra si riferisce allo stato di sonno profondo, l’origine. La creazione non è infinita perché non pervade l’origine: quindi è un errore come lo è qualsiasi cosa finita. Ora, se akāra si riferisce allo stato di veglia, ukāra allo stato di sogno, makāra allo stato di sonno profondo, il descritto e il descrivibile sono uniti insieme e c’è una correlazione tra la parola che descrive e l’oggetto descrivibile. Anche la correlazione è una relazione: è una relazione indissolubile. Dunque, essendo una relazione indissolubile, è falsificabile ma non divisibile come una noce di cocco che può essere rotta. La correlazione parola descrittiva-oggetto descritto, la speciale relazione nome-nominato, chiamata correlazione, non è separabile.

    Ovunque ci sia una parola c’è un dettaglio descrivibile, ovunque ci sia un dettaglio c’è un linguaggio per descriverlo. Ogni frammento della creazione può essere descritto con il linguaggio, quindi il linguaggio descrittivo e l’oggetto descrivibile hanno una correlazione, l’uno senza l’altro non può esistere: la correlazione è questo. Anche tra gli occhi e le forme c’è una correlazione: se Īśvara non avesse creato gli occhi non ci sarebbero state anche le forme. E nemmeno ci sarebbero stati gli occhi se non ci fossero state le forme. Questa relazione tra gli occhi e le forme non può essere separata, ma l’intero dominio di occhi-forme può essere falsificato. Tale correlazione è ciò che chiamiamo gauṇa ekatvam, unità apparente. Gauṇa ekatvam significa unità relativa a un dominio unico avente la stessa caratteristica (guṇa sāmyam); ciò significa che se l’unità reale è indivisibile, anche l’unità apparente è inseparabile. Come la correlazione tra gli occhi e la forma non può essere spezzata, così nemmeno quella tra abhidhānam abhidheyam può essere spezzata. Qualsiasi relazione indissolubile è chiamata correlazione. Abhidhāna-abhidheya è una correlazione del tutto completa, che tiene conto anche dell’origine; ma anche qualsiasi altra relazione indissolubile è una correlazione. I sensi e l’oggetto dei sensi sono una correlazione, ma questa può anche essere inserita all’interno della relazione descrizione-descritto (abhidhāna-abhidheya bhāva). Infatti, poiché i sensi sono descrivibili e anche gli oggetti sono descrivibili, entrambi sono abhidheyam e il linguaggio che li descrive è abhidhānam. Il pensiero è descrivibile come anche l’oggetto del pensiero è descrivibile: e anche se dal punto di vista profano diciamo che tra il pensiero e l’oggetto c’è gauṇa ekatvam, che c’è una correlazione indissolubile, tuttavia questa correlazione tra pensiero e l’oggetto pensato può rientrare nell’abhidhāna-abhidheyam; ogni pensiero è abhidheyam e il linguaggio è abhidhānam.

    Devi comprendere che ogni relazione indissolubile è una correlazione. Quella tra moglie e marito è una relazione dissolubile, quindi non è una correlazione, è un’associazione (saṃbhava). Le forme e la vista non possono mai divorziare. I sensi e gli oggetti dei sensi hanno una correlazione, non possono separarsi. In questo mondo ci sono molte associazioni: gli esseri umani vedono solo associazioni e dissociazioni, non comprendono cos’è la correlazione. I sensi e gli oggetti, il pensante e il pensiero, il desiderante e il desiderato, l’individuo e l’universo, chi respira e l’aria respirata, queste sono correlazioni. Jīva jagat, considerarsi un individuo in relazione con l’universo, è una correlazione. Trascendendo la tua esistenza quale individuo, trascendi anche il jagat: non puoi esistere come individuo senza essere correlato al jagat. L’individuo e l’universo non possono separarsi. Questa relazione indissolubile è ciò che è chiamata correlazione, altrimenti detta gauṇa ekatvam. Perché viene chiamata gauṇa ekatvam? Perché è simile all’unità della sillaba Oṃ.

    Quando si dice che un uomo assomiglia a un leone, lo si definisce gauṇa siṃha. Lo è in apparenza, lo sembra realmente: è un leone gauṇa, un leone in senso figurato, non in senso letterale. Analogamente la creazione è gauṇa ekatvam, mentre la Realtà è mukhya ekatvam. Ma non c’è dvaitam: la creazione è nella forma di gauṇa ekatvam e la Realtà è nirviśeṣam nella forma di mukhya ekatvam. Così è anche il rapporto origine-creazione: la parola origine non esisterebbe senza la creazione né la parola “creazione” esisterebbe senza l’origine. Quindi anche il rapporto origine-creazione è gauṇa ekatvam. Perciò, tra Īśvara jagat anche il rapporto origine-creazione è gauṇa: non si può spezzare. Una correlazione non può essere spezzata. Però può essere falsificata. 

    Al fine di dimostrare falso il gauṇa ekatvam, questo mantra dice “pādā mātrā mātrāśca pādā”: l’abhidhānam è abhidheyam, l’abhidheyam è abhidhānammātrā è pāda e pāda è mātrā. Ciò significa che akāra è Vaiśvānara Vaiśvānara è l’akāra, che ukāra è Hiraṇyagarbha Hiraṇyagarbha è ukāra, che makāra è Parameśvara, l’origine, e il punto di risoluzione è il makāra. In questo modo l’abhidhānam è abhidheyam e l’abhidheyam è abhidhānam. Quando abhidhānam è abhidheyam, ciò significa che abhidhānam non è abhidhānam; se abhidheyam è abhidhānam, allora abhidheyam non è abhidheyam. L’equazione reciproca annulla la loro reciproca identità; una logica precisa, che raggiunge il culmine della sua bellezza se la si segue correttamente. Se A è B, A non è uguale a B, ma A è B. Ciò significa che A perde la sua identità come A perché non è A, ma B. A è B significa che A non è A. “Uguale a” è diverso da “è”; l’onda non è uguale all’acqua, l’onda è acqua. Quando si dice che l’onda è acqua significa che l’onda non è onda, che sarebbe come un neti. “L’onda è acqua” significa che l’onda non è una forma: l’onda è la sua sostanza, perché onda è solo una nozione. “Il serpente è una corda”: ciò che vedi come serpente è una corda, significa che non è un serpente, è una corda. “Allora come si spiega che io vedo un serpente?”. È solo una tua percezione, non è reale. Dunque, l’errore è eguale al Fatto. Se c’è un errore correlato, significa che l’abhidhānam è un errore correlato; e anche l’abhidheyam è un errore correlato. Tra la parola e l’oggetto fai un’equazione: se la parola è un oggetto, la parola cessa di essere parola e l’oggetto è la parola. Ciò comporta che anche l’oggetto cessa di essere oggetto: la parola è l’oggetto e l’oggetto è la parola. Entrambi perdono la loro identità reciproca lasciando dietro di sé solo il nirviśeṣam. Come individuo sei abhidheyam, come jīva sei parte della creazione e Parameśvara è l’origine.

    Pertanto, se le mātrā sono pāda e i pāda sono le mātrā, allora essi hanno un’equivalenza reciproca; se tale equivalenza reciproca è corretta, rimane solo nirviśeṣam. Il nirviśeṣatvam è mukhya ekatvam. I sensi sono gli oggetti e gli oggetti sono sensi. Che i sensi siano oggetti significa che i sensi perdono la loro identità di sensi; che gli oggetti siano i sensi significa che gli oggetti perdono la loro identità di oggetti. Significa che capisci che non hanno identità, che sono percezioni, che non sono tangibili e non qualificano il tuo essere con questa conoscenza. Tu sei Quel nirviśeṣam, come dice il mahāvākyam. I correlati perdono la loro identità e ciò che rimane è nirviśeṣam, tu sei Quel nirviśeṣam. Perché se dici «Io sono l’origine del mondo», in quanto origine diventi il terzo pāda. In quanto vegliante sei il primo pāda, come sognatore sei il secondo pāda, come origine sei il terzo pāda; ma in quanto libero dai pāda sei nirviśeṣam. Quindi nirviśeṣam è il significato (tātparya) dell’origine: è insegnato come origine, ma invece è nirviśeṣam. È insegnato come origine dell’universo, ma invece è l’Assoluto.

    Non esiste alcuna “origine” e nemmeno che “sia insegnato come l’origine”. È come il silenzio che può essere insegnato come l’origine del suono, ma non è che il silenzio ne sia l’origine. Questa è un’affermazione diversa: il silenzio non è l’origine ma può essere insegnato come fosse l’origine. La Coscienza può essere insegnata come origine, ma la Coscienza è nirviśeṣham. Lo stato di sonno profondo può essere insegnato come l’origine; può essere insegnato come qualcosa che viene dopo la veglia. Suṣupti è insegnata come se venisse dopo la veglia, ma suṣupti non viene dopo. Suṣupti è pace assoluta, è nirviśeṣam. Ma nello stato di veglia puoi descrivere suṣupti come qualcosa che è seguito dalla veglia, ecc. Pertanto la forma con cui è insegnata è diversa dalla sua natura.

    L’acqua può essere insegnata come origine dell’onda, ma non ne è l’origine; quando viene descritta come origine dell’onda, il suo significato vero è nirviśeṣam. L’acqua non è qualificata dall’onda, è libera dalla relazione origine-creazione. Ciò che è libero dalla relazione origine-creazione è insegnato come origine. Ma quando capisci che l’origine sta per nirviśeṣam, questo è chiamato tātparyam (il vero significato). La corda compresa non è più la l’origine del serpente: è insegnata come ne fosse l’origine ma non ne è l’origine. La corda-origine, quand’è compresa, è nirviśeṣam e ciò significa che è libera dalla relazione origine-creazione. In questo modo l’abhidhānam e l’abhidheyam hanno la loro identità reciproca, ma al di là di tale identità c’è solo nirviśeṣamNirviśeṣam significa che è libero da tutte le correlazioni.

    1. Il racconto vedāntico a cui allude Svāmījī è il seguente: un Mahārājā lasciò in eredità diciassette elefanti ai suoi tre figli. Nel testamento aveva scritto che metà degli elefanti andasse al primogenito, un terzo al secondogenito, un nono al più giovane. Ma qual è la metà di diciassette? E un terzo? E un nono? Diciassette è un numero primo e non è frazionabile, perciò la difficoltà sembrò insormontabile. I fratelli erano pronti a disputarsi l’eredità con le armi. In quella arrivò, per assistere alla cremazione del loro padre, un altro sovrano, vecchio amico del defunto, noto per la sua saggezza. Cavalcava un imponente elefante ornato di ghirlande e pietre preziose. Udito il motivo della contesa, disse ai tre principi di aggiungere ai diciassette il suo elefante: «Ora,» aggiunse, «con questa correzione numerica, riuscirete a dividervi equamente l’eredità di vostro padre.» Anche se increduli, accettarono. E la divisione diventò subito possibile: la metà di diciotto: nove elefanti per il primogenito. Un terzo di diciotto: sei elefanti per il secondogenito. Un nono di diciotto: due elefanti per il terzogenito. Totale diciassette! Il saggio Re allora disse: «Ora che vi siete suddivisi equamente i diciassette elefanti, posso togliervi il diciottesimo e me lo riprendo.» e tra lo stupore generale, montò sull’elefante e si avviò al campo di cremazione. Il diciottesimo elefante è la conoscenza che, quando dissolve l’ignoranza, scompare con essa. [N.d.C.[]
    2. Mātrā in sanscrito significa misura, come il greco μέτϱον e il latino metrum. La parola è intimamente connessa etimologicamente alla parola madre, in sanscrito mātṛ, greco μήτηρ e latino mater. [N.d.C.[]