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11 Gennaio, 2026

27. Commento alla Māṇḍūkya Upaniṣad e alle Kārikā di Gauḍapāda

    Svāmī Prabhuddhānanda Sarasvatī Mahārāja

    27. Commento alla Māṇḍūkya Upaniṣad e alle Kārikā di Gauḍapāda

    Agama Prakaraṇa

    Note sul Śaṃkara Bhāṣya riguardanti le Kārikā 16-18

    Quindi lo stesso senso della Realtà è il senso di esistenza; senti che l’oggetto ha un’esistenza e non puoi dire che sia dentro di te, non è separato da te, la sua identità è falsificata, la sua non separazione dal tuo essere lo falsifica, non può essere non separato da te e anche reale. Quando l’acqua pensa all’onda, a quella forma come esterna a sé stessa, vede un’altra realtà. Quando l’acqua pensa di essere una cosa sola con l’onda. allora non c’è onda, c’è solo acqua. Quindi l’identità (ananyatvam) falsifica l’altro, ciò che sembra diverso da te. Vedere la sua non separazione da te falsifica la sua apparente esistenza, l’esistenza conclusa. Ecco perché il senso della realtà e il senso dell’esistenza parallela significano la stessa cosa: che sia esistente parallelamente a te, che sia qualcosa di diverso da te e reale, significano tutti la stessa cosa. Ogni parte dell’errore implica un’altra parte di errore e l’uomo è sotto l’incantesimo dell’anādi māyā, sotto l’incantesimo del senso senza tempo della realtà. C’è un senso senza tempo della realtà delle cose, perché la verità non è compresa.

    La Verità è non compresa; non usare il termine “agrahnam” (non compreso) o “anyathāgrahnam” (erroneamente compreso) o ‘errore’. Nel momento in cui usi la parola “agrahnam” essa diventa un sostantivo, un sostantivo tangibile, quindi hai bisogno di una spiegazione per essa. Ogni volta che pensi a un sostantivo tangibile chiedi una spiegazione per esso. Non c’è agrahnam, non c’è anyathāgrahnam, non c’è samśaya grahnam (capito in modo dubbioso), non c’è ajñānam, non c’è jñānam: c’è solo un Vastu (Fatto)non compreso, un Vastu frainteso, un Vastu messo in dubbio. C’è solo il Fatto compreso o non compreso; ma noi ci creiamo un problema usando la parola “ignoranza”: da dove viene questa ignoranza? Da dove viene questo problema? Consideriamo l’ignoranza come una cosa che giace lì, come fosse una cosa tangibile, l’errore come una cosa tangibile e una volta che consideriamo l’ignoranza e l’errore come cose tangibili, allora ci chiediamo “da dove viene l’ignoranza? Come se ne andrà?” In questo caso, affinché se ne vada tu devi avere un’altra cosa tangibile che le si opponga. Invece, è la nostra terminologia che ci crea il problema.

    Dobbiamo capire che l’ignoranza non è altro che la Verità non compresa, nient’altro. Se consideriamo il serpente come una cosa tangibile, allora ci chiediamo “da dove viene?”; infatti, ci sono tante scuole di pensiero su quel serpente. Ma se diciamo “è una corda fraintesa” allora la questione è chiusa: è una corda fraintesa. Perché la corda è fraintesa? Non è fraintesa! Questa non comprensione non va vista come un altro sostantivo; la non comprensione come un altro sostantivo, è un sostantivo. Il Kārikākāra dice che una corda non compresa sembra un sarpente, piuttosto che dire “c’è ignoranza sulla corda e quindi c’è un potere proiettivo, ecc.”. Una parola sbagliata che usiamo crea innumerevoli scuole di pensiero. Il senso della realtà non deve essere preso come un altro sostantivo tangibile: non c’è senso della realtà, c’è una Verità fraintesa.

    Che cos’è māyā? La Verità non compresa e fraintesa. Che cos’è avidyā? la Verità non compresa. Che cos’è mithya jñānam? La verità non compresa e fraintesa. Chi è questo jivaBrahman frainteso. Se dici che jiva è un’altra cosa tangibile, allora ha una coscienza limitata, e allora nasce un’altra scuola di pensiero sul jiva. Jiva è Brahman frainteso. Questo jiva che è Brahman si risveglia nel tempo grazie a un qualche nitya karma (rito quotidiano). Il nitya karma è una preghiera rivolta alla propria natura, una preghiera alla propria realtà e la preghiera è governata dalla legge del karma e porta sempre il risultato secondo la legge del karma. Il nitya karma ispira una persona a conoscere la Verità, poi ti ritrovi con vairagyam, ti ritrovi con l’attrazione per il Vedanta, ti ritrovi con una mente serena, ti ritrovi con pensieri giusti, ti ritrovi senza avidità, con meno invidia e ti ritrovi con una ragione in grado di controllare tutti quegli impulsi. Quindi il nitya karma ti aiuterà a ritrovarti con tutto ciò che è favorevole alla Brahma vidyā. Questa è la legge del karma; il nitya karma è “Bhagavān, aiutami a conoscere la Verità”.

    Così il nitya karma ti porta al risveglio. Il kāmya karma (karma mosso dal desiderio) porta piaceri, il pratiedha karma (le azioni proibite) porta sofferenze, il nitya karma porta purezza mentale. Ti ritrovi con una mente favorevole perché tutto ciò di cui hai bisogno per conoscere la Verità è il retto pensiero: devi pensare correttamente. Il nitya karma non ti porterà a una situazione prospera; anche se sei nato in una famiglia prospera, la prosperità in sé non ha alcun ruolo da svolgere nella Brahma vidyā. Invece, la purezza mentale sostenuta dalla prosperità è favorevole. Un altro risveglio è l’incontro con il Vedanta: ti ritrovi ad ascoltare il Vedānta tradizionale. Se sei interessato al Vedānta corretto, ciò significa un po’ di prosperità (bhāgyam), un po’ di grazia (anugraham). Pertanto, se si sono offerte preghiere per comprendere la Verità, per avere un ambiente favorevole, se si prega per tutto ciò che è favorevole alla comprensione della Verità, ciò è detto nitya karma, preghiera quotidiana.

    Il nitya karma è una necessità finché non scopri l’eternità. La felicità è una necessità finché non la scopri in te stesso; non puoi mai evitare il tuo bisogno di felicità perché c’è sempre bisogno di felicità, almeno finché non la trovi dentro di te. Quindi la preghiera quotidiana è un modo per risvegliarti, la preghiera ti risveglia dall’interno. La preghiera sincera e lo sforzo personale vanno di pari passo. La preghiera quotidiana ti indirizza al Vedānta.

    Il Vedanta indica la tua natura, mentre le scuole di pensiero speculano sull’Assoluto. Ciò che può esistere indipendentemente dal pensiero è Assoluto. L’Assoluto non è qualcosa su cui speculare: ciò che è indipendente dal pensiero è Assoluto. La libertà dal pensiero è la tua conoscenza. Tu illumini l’assenza di pensiero ed è la tua presenza. Anche la natura assoluta della propria esistenza è evidente; non hai bisogno di una scuola di pensiero per questo, devi solo guardare alla tua esperienza. Il Vedānta non specula, il Vedānta indica solo ciò che è evidente nella tua esperienza, ciò che è già evidente di per sé.

    Pertanto, il nitya karma ti risveglia l’interesse per il Vedānta. L’interesse per le varie scuole di pensiero speculative non ti risveglia, ma gonfia solo la tua immaginazione: una scuola dice “Io sono lì”, l’altra scuola dice “Io sono lì a metà” e un’altra scuola ancora dice “Io non sono lì”. A quale credere? In questo modo ti lasci guidare dalle scuole di pensiero, mentre il tuo buon senso dice “Io sono qui”. Il Vedānta indica esattamente ciò che è evidente per te. Stai sperimentando la tua esistenza, non hai bisogno di una scuola di pensiero. Quando un jīva è interessato al nitya karma, il nitya karma fa il suo lavoro. La legge del karma, ti dà, prima o poi, la mente pura per pensare. Studiare il Vedanta significa studiare la propria esistenza, e la propria esistenza non è una questione di speculazione. Studiare la propria esistenza per conoscerla così com’è: questo è il Vedanta.

    Essere indifferenti alla propria esistenza è una caratteristica universale. “Io voglio Essere, ma non guardo alla mia esistenza”; c’è un errore molto evidente riguardo alla propria esistenza: “Io sono una forma” è un errore molto evidente. Dai semplicemente per scontato che “io sono la forma”. Poi arriva il Vedānta e dice che ciò che dai per scontato è un errore riguardo alla tua esistenza; il corpo è insenziente, non può conoscere. Invece, tu puoi conoscere, anche se ti consideri una forma. La tua identità cosciente è diversa dall’identità fisica: non hai una doppia identità, hai solo un’identità cosciente e l’identità cosciente scambiata per una forma inerte è sicuramente un errore, un’errata concezione di Sé. L’uomo è sotto l’incantesimo dell’errore senza tempo.

    Supponiamo che una scuola di pensiero affermi che finché esiste l’universo non può esserci advaitam, non dualità, non può esserci unità. In risposta a ciò il Kārikākāra dice che l’universo non esiste, tu solo lo vedi esistere, ciò che esiste è solo la tua esistenza, ciò che vedi esistere è solo visto esistere, non È. Tu lo vedi solo esistere, come la montagna del sogno non esiste: tu soltanto la vedi esistere. Gli oggetti dei sogni sono solo visti in sogno, non sono lì.

    Tutto ciò che si vede è solo ciò che si vede, non è ciò che È. Invece la propria esistenza È, il soggetto È. Se una scuola di pensiero afferma che “finché esiste l’universo non esiste l’advaitam”, quello che dice è vero: se ci fosse davvero l’universo, allora dovrebbe scomparire, non c’è dubbio. Se l’universo è una cosa parallela al Brahman, allora finché l’universo esiste il Brahman non può essere non duale, advaitam. Se l’onda è lì parallela all’acqua, allora finché c’è qualcosa di parallelo, l’acqua non può essere advaitam. L’universo non è parallelo al tuo Essere per opporsi alla tua natura non duale; se lo fosse, se l’universo esistesse, allora sarebbe necessario che scomparisse affinché tu sia non duale. Ma l’universo non è lì, è solo percepito come fosse lì e questo è chiamato māyā. La dualità è solo percepita come esistente, non è reale. Distinguere tra essere e il solo apparire è una differenza molto grande; questo è tutto il Vedānta. Proprio come il serpente è solo visto, ma non è nella corda; proprio come il serpente è solo visto sulla corda, anche la corda è solo vista nel Brahman: l’intero prapañca è solo percepito come tale, è solo percepito con un senso di realtà, ma in realtà è un tutt’uno con il Sé. Se fosse al di fuori di te allora sarebbe necessario che sparisse; se fosse parallelo a te sarebbe necessario che se ne andasse; se fosse davvero lì come un fatto, allora sarebbe necessario che se ne andasse affinché tu possa essere non duale. Ma non è necessario che l’universo se ne vada perché non è al di fuori del tuo proprio essere. Non è parallelo al proprio essere, non è un fatto che sia lì, è solo percepito come fosse lì, come una montagna in sogno che non deve andare via. È una percezione: mi sveglio al fatto che era solo una percezione.

    Advaitam è la realtà e dvaitam è l’errore, e un errore sulla realtà non è parallelo al fatto. Il dvaitam non ostacola la realtà dell’advaitam, l’onda non ostacola il fatto che ci sia solo acqua, né il dvaitam ostacola l’advaitam né il dvaitam ostacola la comprensione dell’advaitam. Puoi vedere il dvaitam e comprendere l’advaitam da solo; tu puoi vedere tutte le onde e comprendere che sono tutte acqua. Il dvaitam è visto, l’advaitam è compreso perché il dvaitam non è parallelo all’Essere cosciente: è visto nella Coscienza, appare nella Coscienza ed è fatto di Coscienza e si risolve nella Coscienza. Dove è la percezione senza il supporto della Coscienza? Senza il supporto del silenzio dove sono i suoni? Senza il supporto del soggetto dove sono gli oggetti? Perché si vedono gli oggetti solo con il supporto della Coscienza; senza il tuo essere lì, come può esserci percezione di un oggetto?

    Perciò, il prapañca vilaya vāda (dottrina della distruzione del mondo) è una scuola di pensiero secondo cui non solo bisogna conoscere la Verità, ma anche distruggere l’universo. Non è necessario abbattere tutte le onde per sapere che sono tutte acqua; non è necessario uccidere il serpente per sapere che è una corda; non è necessario pompare via tutta l’acqua del miraggio per sapere che si tratta di sabbia; se fosse acqua reale, la dovresti asciugare per vedere la sabbia. Ma l’acqua non ha bisogno di essere asciugata perché non c’è acqua, è solo una percezione; quindi il miraggio non è parallelo alla sabbia né impedisce di conoscere la sabbia. Il sasāra non impedisce di conoscere la Verità: puoi passare attraverso il sasāra e allo stesso tempo puoi sforzarti di comprendere la sua falsità. Non devi aspettare che il mondo scompaia per conoscerne l’origine, non devi attendere che tutte le onde si plachino per conoscere l’acqua. Anche quando si sono formate le onde puoi sapere che sono acqua. Quindi il prapañca vilaya vāda è una scuola speculativa di pensiero che il Vedānta respinge. Il prapañca non ha bisogno di dissolversi, il prapañca è fatto del tuo Essere. Puoi vedere il mondo e anche capire che è fatto di te.

    Un’altra scuola di pensiero sostiene che quando il maestro insegna al discepolo c’è una dualità. Che dire di questo dvaitam? Dicono che puoi anche non accettare ogni altro dvaitam, ma il dvaitam di maestro e discepolo esiste; cioè che lo śāstra dvaitam esiste. In risposta a ciò, il Kārikākāra afferma che quando il genitore canta una ninna nanna per far addormentare il bambino, allora c’è dvaitam: c’è un cantante, c’è un ascoltatore, c’è una relazione genitore-figlio. Ma una volta che la ninna nanna inizia a funzionare, allora non c’è dvaitam; lo scopo (tātparyam) della ninna nanna è advaitam. Allo stesso modo il tātparyam dell’insegnamento è advaitam; quando si comprende l’advaitam non c’è dvaitam.

    Al momento dell’insegnamento si vede il dvaitam, ma quando si comprende l’insegnamento, il dvaitam è falsificato. Si sente una ninna nanna e c’è il dvaitam; poi, la ninna nanna fa il suo lavoro e allora non c’è più il dvaitam genitore-figlio. Allo stesso modo, quando è compreso l’insegnamento, non c’è dvaitam. Nel sogno c’è tanto dvaitam, ma quando ti svegli non c’è più quel dvaitam. È come il fatto che la terra è rotonda anche quando non lo si sa. Quando lo si capisce, ovviamente è rotonda: l’errore non ostacola la comprensione del fatto. Ciò che ostacola la comprensione del fatto è il tuo disinteresse, la tua distrazione, la tua mancanza di attenzione per esso. Così accade per l’insegnamento: nulla ostacola il tuo apprendimento, tranne il tuo disinteresse. Nulla può ostacolare la comprensione della Verità di Sé, tranne il tuo disinteresse. Continui a pensare di poter trovare la felicità negli oggetti, nel denaro e rimani indifferente alla tua esistenza. Questa indifferenza verso la propria esistenza ostacola la comprensione.

    Pertanto, gli errori non impediscono la loro correzione, ma è la tua indifferenza alla correzione che impedisce di apportare correzioni. Cadere non impedisce di rialzarsi, ma è la tua indifferenza ad alzarti che lo impedisce. Il tātparyam dell’insegnamento è che è advaitam. E quindi, anche se si pensa che esiste una relazione maestro-discepolo, tale relazione non qualifica la natura del maestro né la natura del discepolo. La relazione maestro-discepolo all’interno del sogno non ti qualifica, poiché quando ti svegli è falsificata. Anche la ninna nanna è trascesa nel sonno. Pertanto, nulla ostacola il suo superamento perché è già superato,: la Verità è già trascesa. L’indifferenza verso il proprio Essere è il problema, l’indifferenza verso la propria esistenza è il problema. Ti interessi al tuo corpo e alle tue emozioni, ma quello non sei tu; ti interessi alla tua morale e alla tua etica, ma quello non sei tu: interessarti alla tua esistenza è ciò che conta. Sei consapevole della tua esistenza, sei anche consapevole del fatto che il mondo intero è inerte; quindi l’evidenza dell’universo e l’evidenza del soggetto sono allo stesso livello. Questa è la bellezza della non dualità.

    L’evidenza del soggetto è il soggetto stesso, l’evidenza dell’universo è anch’essa il soggetto, è la tua conoscenza. Qual è l’evidenza che esiste un universo? È la tua conoscenza. Qual è l’evidenza che tu esisti? L’evidenza è la tua conoscenza, quindi la conoscenza è non duale. Nell’upadeśa compresa non c’è dvaitam, è nell’upadeśa non compresa che si pensa che esista il dvaitam. Che cosa ostacola la comprensione del Vedānta? Studiare la tua esistenza è Vedānta. Interessarsi alla propria presenza è Vedānta. Interessarsi alla propria esistenza significa non dare per scontata la propria esistenza; tutto esiste perché ne sei consapevole, la tua consapevolezza è ciò che conta. Quindi guarda te stesso. Questa non indifferenza verso la propria esistenza è chiamata jijñāsa. Quando studi la tua esistenza capisci che non c’è dvaitam, ci sei solo tu.

    Che tu sia Brahman è un’affermazione che può essere verificata. La verifichi in te stesso. Ciò che è verificabile non è una questione di fede: solo ciò che è non verificabile diventa questione di fede. La propria esistenza è verificabile, è intima: non puoi verificare ciò che è lontano, ma ciò che è intimo può essere verificato. Okāraha quattro mātrā: akāra, ukāra, makāra sono mātrāe nirviśeam è amātrā. Brahman ha quattro pādaVirāt è un pāda, Hirayagarbha è il secondo pāda, lo stesso Brahman quale origine è il terzo pāda e Brahman come nirviśeam è apāda, è Brahman stesso.