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Gennaio 2026

3. Śrīvidyā e il Tantra

    Mahāmahopādhyāya Prof. Dr. R. Sathyanarayana
    (Śrī Guru Satyānanda Nātha Mahārājajī)

    3. Śrīvidyā e il Tantra

    INTRODUZIONE SINOTTICA

    A cura di Durgā Devī

    INVOCAZIONE AL FLAUTO DI KṚṢṆA

    Ascolta, benedetta fanciulla-flauto che conosci (in quanto è tuo privilegio assaggiarla) la dolcezza del nettare espirato dalla bocca di loto di Mukunda1. Oggi a te mi inchino e, ti prego, quando ti avvicini alle belle labbra del figlio di Nanda, sussurragli segretamente all’orecchio il mio stato di sofferenza.

    MEDITAZIONE (UPĀSANĀ)

    Il sādhaka indù esegue l’upāsanā a tre livelli, a seconda delle sue qualifiche. Queste forme di meditazione sono classificate in base al livello di coscienza impegnato nell’upāsanā. Quella inferiore è la forma più grossolana, basata sui sensi, per mezzo dei quali si può percepire direttamente. Esso consiste nella meditazione su un’immagine (mūrti upāsanā) disegnata, dipinta o scolpita in pietra o fusa in metallo. Questa serve da punto focale per la concentrazione ed è un aggregato di simboli. La forma, la struttura, gli ornamenti e le altre caratteristiche dell’immagine simboleggiano i molteplici attributi, le categorie macrocosmiche e le vāsanā microcosmiche (cioè i residui delle esperienze passate), i comportamenti, ecc. Questi simboli indicano anche le varie inclinazioni e i desideri. Il sādhaka stabilisce un’identità tra sé e l’immagine, collocando in essa le sue forze vitali, i suoi sensi interni ed esterni, ecc. Poi s’impegna a ricevere la grazia dalla Divinità, offrendo diversi upacāra2 (sedici in circostanze normali e sessantaquattro in occasioni solenni), proprio come si farebbe con un ospite molto onorato e rispettato. Queste offerte sono mirate a compiacere e gratificare i sensi; anche l’allestimento e i parafernali utilizzati per questo atto di culto sono di natura simile. Le offerte sono fatte con deferenza e devozione, accompagnate dalle recitazioni estratte da eulogie purāṇiche, nel caso dei sādhakā meno qualificati, e da mantra vedici nel caso degli iniziati qualificati nell’ambito sacro (vedādhikārin). Questa è l’adorazione esteriore (bāhyasādhanā), chiamata in Śrīvidyā sacrificio esteriore (bāhiryāga).

    La seconda forma di upāsanā, più elevata e più sottile, riguarda gli yantra, la cui forma è semi-astratta e che consistono in un diagramma nel quale sono rappresentati i principi menzionati in precedenza. Gli upacāra e la meditazione sono più o meno gli stessi, ma richiedono un maggiore sforzo di identificazione e il loro simbolismo è più contemplativo e più sottile. La coscienza dell’upāsaka si trova su un piano superiore, a metà strada tra il più concreto culto esterno dell’immagine e quello della pura meditazione. È, quindi, molto diffuso tra gli iniziati perché conduce naturalmente e prontamente al livello finale. Questo metodo, dunque, è sia rivolto all’esterno sia interiorizzato (bāhyāntara).

    Mentre le due precedenti forme di meditazione si appoggiano sul senso della vista, il metodo interiore del mantra, (antaḥsādhanā) riguarda il senso dell’udito. Il suono o śābda è Brahman; perciò ogni suono esprime il Brahman ed è Brahman. Le differenti modulazioni del suono costituiscono le varie categorie della creazione macrocosmica e microcosmica, perché non sono altro che la molteplice manifestazione del suono primordiale, il Praṇava [Oṃ]. Rappresentano diversi gradi o livelli di coagulazione del Principio sottilissimo e sono nascostamente presenti in tutte le diverse parti del macrocosmo e del microcosmo. Se si pratica l’upāsanā usando come strumenti questi suoni, si ottiene la realizzazione del Sé. Quei suoni possono essere isolati o variamente combinati tra loro per ottenere un insieme di simboli, un aggregato di categorie, una combinazione di concetti, ecc. Tutto ciò è chiamato mantra. Lo śābda ha due facce: il suono e il significato. Un mantra è allo stesso tempo forma e contenuto ed è completamente autonomo. La divinità ha sia la forma sia il contenuto del mantra. Perciò, l’upāsanā procede sia a livello meditativo sia in quello intellettuale, ossia tramite indagine della ragione.

    Il metodo preliminare (puraścaraṇa) consiste nel ripetere il mantra senza interruzione, come una fiamma a riparo dal vento o come un filo d’olio, in modo che la mente (citta) assuma questa modificazione (vṛtti) e si trasformi in essa. All’inizio e alla fine del japa si contempla la divinità in forma iconica, per visualizzarne l’immagine e identificarla al significato del mantra: una volta stabilita nel corpo del sādhaka, le si offrono upacāra per mezzo della meditazione (bhāvanā). Il japa può essere eseguito a vari livelli di coscienza: quello iniziale (puraścaraṇa), pronunciato a voce alta, è la forma più grossolana, mentre quello silenzioso (upāṃśu japa), eseguito spontaneamente dal citta maggiormente purificato, è il migliore. Il metodo invocativo (mantra sādhanā) è detto āntara, interno, ma in Śrīvidyā è chiamato sacrificio interiore (antaryāga).

    In Śrīvidyā l’upāsanā suprema è conosciuta come ‘il Grande Sacrificio’ (mahāyāga) che si pratica al livello più alto e trascendente della Coscienza. Tale metodo consiste nel far coincidere e identificare le categorie macrocosmiche con quelle microcosmiche, realizzando le prime per mezzo delle seconde. Il corpo umano, differenziato nei diversi piani di esistenza, è oggetto di meditazione (bhāvanā) come Śrīcakra. Questo metodo fa a meno di ogni supporto esterno e conduce allo stato non duale (advaita siddhi). In questo modo si attuano i principi del rājayoga ed è il metodo tantrico (tāntrika sādhanā) più elevato.

    In Śrīvidyā la meditazione sulla mūrti assume un grande numero di forme. Oltre ai principi generali e alle tecniche di adorazione delle immagini, comprende alcuni elementi specifici: l’acqua per la lustrazione (ācamana), il rito di purificazione (śuddhi), l’adorazione del maestro (gurupūjā), il rito di protezione (rakṣā), il lume da accendere (dīpa), il vaso per l’acqua (kalaśa), il miele rituale (arghya), la collocazione dei bīja mantra nelle varie parti del corpo (nyāsa), le sessantaquattro offerte (upacāra), il posto dove sedere (āyatana), l’abito puro (āvaraṇa), il libro che contiene cinque Adhyāya, come l’Aitareya Brāhmaṇa o il Mālinīvijaya Tantra (pañcikā), l’obolo (bali), l’oblazione al fuoco (homa), ecc. Le divinità più comunemente venerate nella scuola Kādi sono Bālā, la Dèa bambina, Daṇḍinī, ovvero Vārāhī o Śyāmā, e Lalitā. Le strofe che inducono alla contemplazione (dhyāna śloka), che riguardano queste e altre divinità, descrivono la Dèa quale oggetto di meditazione (upāsya devatā) su cui il sādhaka deve concentrare la mente in quanto insieme dei suoi simboli.

    Nella scuola Kādi di Śrīvidyā, quella più praticata, il mantra centrale è la Pañcadaśī che prende la forma (kūṭa) dei bīja “ka-e-ī-la-hrīṃ”, dei bīja “ha-sa-ka-ha-a-la-hrīṃ” e dei bīja “sa-ka-la-hrīṃ”. Questa pratica è nota come Kāmarāja Vidyā o Manmatha Vidyā. Il famoso rājādhirājāya mantra ṛgvedico comprende questa Kāmarāja Vidyā della scuola Kādi, la Kubera Vidyā della scuola Hādi, cioè “ha-sa-ka-e-ī-la-hrīṃ”, “ha-sa-ka-ha-e-ī-la-hrīṃ”, “sa-ha-ka-e-ī-la-hrīṃ”, e la Candra Vidyā della scuola Sādi, cioè “sa-ha-ka-e-ī-la-hrīṃ”, “ha-sa-ka-e-ī-la-hriṃ” e “ha-sa-ka-e-ī-la-hrīṃ”. La Kāmarāja Pañcadaśī consiste in tre raggruppamenti di bīja mantra, ciascuno dei quali, come s’è già detto, è chiamato kūṭa. Ognuno di essi culmina nel bīja “hrīṃ”. Quest’ultimo è chiamato hṛllekha ed è il bīja mantra più importante di Śrīvidyā. È il praṇava [Oṃ] di Śrīvidyā. I kūṭa sono indicati nell’ordine come Vāgbhava, Kāmarāja e Śakti. Il grande Bhāskararāya Makhin dedica tutto il suo libro Varivasyā Rahasya più un suo commento, alla spiegazione della pratica e dei molteplici significati di questo mantra. Insiste sul fatto che una semplice ripetizione iniziale (puraścaraṇa), senza la realizzazione di tutti i significati e le implicazioni del mantra, non è efficace. Espone ben trentasette diverse interpretazioni che comprendono l’intera Vidyā, descrivendo in dettaglio la struttura del mantra e il metodo del puraścaraṇa.

    La sādhanā della Kāmarāja Vidyā è un segreto gelosamente custodito in quanto deve solo essere appreso direttamente da un Guru competente. È insegnato in molteplici forme simboliche e la pratica procede in diversi modi, in modo che la conoscenza penetri in tutti i suoi numerosi componenti e che il corretto compimento della sādhanā ne garantisca la realizzazione. Tra questi componenti si possono citare i sei cakra, i colori che li contraddistinguono (varṇa), gli attendenti (parivāra) della divinità che presiede al cakra , le sue yoginī , le sostanze organiche (dhātu) corrispondenti, le loro funzioni (kṛtya), la triade corpo-mente-intelletto (tripuṭī), i maṇḍala, i protettori (nātha), gli stati di coscienza (avasthā), le śakti, le forme dell’ātman, i tattva, i luoghi di incrocio (pīṭha) delle nāḍī dove sono collocati i cakra, la corretta sequenza di gesti, formule e meditazioni (anvaya), i simboli (liṅga), i suoni (nāda), ecc. La pratica del mantra (mantrasādhanā) del primo kūṭa fa salire la coscienza attraverso lo stato di veglia (jāgrat avasthā), ossia attraverso il mūlādhāra, lo svadhiṣṭhāna e il maṇipūra cakra. A questo punto lo hṛllekha si fonde naturalmente e senza alcuna interruzione di sforzo e di coscienza nel secondo kūṭa. La sādhanā in questa fase affina ulteriormente la coscienza e porta la Kuṇḍalinī attraverso l’anāhata e il viśuddha cakra. Il kūṭa culmina con il secondo hṛllekha nell’ājñā cakra, che si fonde anche qui in modo continuo e contiguo nel kūṭa finale. La sādhanā porta poi la Kuṇḍalinī al di là dell’ājñā, nel kūṭa finale, affinando ulteriormente la coscienza. Tuttavia, quando questo kūṭa arriva nel sahasrāra cakra, lo hṛllekha finale inizia a operare in modo diverso, portando la coscienza al limite tra veglia (jāgrat) e sogno (svapna). Le consonanti e le vocali iniziali dello hṛllekha spingono la Kuṇḍalinī a passare attraverso il manas e alcuni cakra nella svapna avasthā. Da qui in poi, il suono del bindu progredisce attraverso nove stati, fino allo stato in cui i sensi agiscono unificati in un’unica percezione, in un’esperienza sinestetica atemporale. I nove stati sono chiamati rispettivamente suono strozzato (ardhacandra), pausa (rodhinī), suono assordante (nāda), suono calante (nādānta), suono potente (śakti), diffuso (vyāpikā), uniforme (samanā), eccitante (unmanī) e seminale (mahābindu). I primi tre sono percepiti nel Quarto stato (Turīya), mentre gli altri sono percepiti nello stato ultratrascendente, ossia al di là del Quarto (turyātīta avasthā). Ognuno di questi nove brilla nella coscienza del sādhaka nella sua forma, configurazione, colore e lucentezza caratteristica per una durata che è la metà del precedente: per esempio, il suono samanā è percepito per la durata di 1/256 di un battito di palpebra (kṣaṇa). Anche in questo caso, lo schema della percezione prevede sei spazi vuoti, detti śūnya, e sette aree di coalescenza, dette “punti centrali” (viṣuvat), in cui le diverse componenti della coscienza convergono aggregandosi progressivamente per gradi, in modo piramidale, conducendo infine alla vetta, che è l’essenza di Sat, Cit e Ānanda.

    Aggiungendo il bīja “śrīṃ” al pañcadaśī, si ottiene il mantra finale di Śrīvidyā chiamato ṣodaśī. Esiste in diverse forme, ma non è trasmesso dal Guru per comunicazione verbale (upadeśa). Arriva al sādhaka per mezzo della benedizione del Guru. Nel metodo invocativo (mantra sādhanā) della Vidyā questo è certamente il segreto più gelosamente custodito.

    Infine, descriverò brevemente com’è compiuta in Śrīvidyā la meditazione sullo Śrīcakra (Śrīcakropasanā). Questo termine solitamente è usato per le pratiche occulte dei pañcamakāra, eseguite nelle società segrete dello Hādi mārga; ma questo senso del termine è stato scartato dalla descrizione che segue. Nel Kādi mārga, la Śrīcakropasanā consiste nelle tre forme, bahiryāga, antaryāga e mahāyāga menzionati in precedenza. Lo Śrīcakra è chiamato “il Re degli yantra” (yantrarāja). Questo nome è molto appropriato perché è il più importante di tutti gli yantra conosciuti dall’Āgama e dal Tantra ed è il più perfetto e maestoso per forma e per simbolismo. Comprende tutte le upāsanā di ogni trasmissione iniziatica (āmnāya), di ogni scuola, di ogni adattamento, di ogni regola comportamentale (ācāra), di ogni conoscenza (vidyā), di ogni sampradāya e di ogni principio (tattva) di Śrīvidyā. Accoglie tutti i sādhaka diversamente qualificati, provenienti da qualsiasi stadio della vita (āśrama) e da qualsiasi casta (varṇa). È allo stesso tempo il simbolo sia del Brahman Nirguṇa sia del Saguṇa, dell’origine, del mantenimento e della dissoluzione del cosmo, e delle interrelazioni e intrarelazioni delle tripuṭī. Accoglie ogni aspirazione dei sādhaka, sia che si tratti del desiderio dei poteri sia del rifiuto dei poteri (kāmya-nishkāmya siddhi). È il veicolo e la sua dimora di Śrī Mātā. Ospita anche l’intero pantheon di Śrīvidyā.

    Lo Śrīcakra può essere inciso su una tavoletta di betulla (bhūrjapatra), su una piastra di metallo, su gemme o pietre. Quelli che si trovano comunemente a casa dei sādhaka sono di una lega di cinque metalli (pañcaloha). Di solito, nei templi della Śakti, lo yantra è inciso o scolpito nella pietra. Gli Śrīcakra di rubino (padmarāga), di cristallo di rocca (sphaṭika) e d’oro puro sono considerati particolarmente efficaci. Può essere scolpito in diversi modi, ossia può essere intagliato come una incisione o come un bassorilievo su una superficie piana. Il primo è detto “incisione scavata in una superficie” (bhupṛṣṭha). Se, invece, la superficie è scolpita a sbalzo si chiama “incisione a carapace di tartaruga” (kacchapa pṛṣṭha). Può essere costruito a vari livelli come una montagna, nel qual caso è chiamato scultura a forma di Meru (Meru pṛṣṭha). Se ogni livello (āvaraṇa) si trova ben separato, si dice che il cakra è a gradoni come il Kailasa(Kailasa prastara). Se è a tre livelli, allora è chiamato “mezzo Meru” (ardhameru). Anche l’ardhameru è di due tipi: tre āvaraṇa possono essere incise in un unico piano; oppure uno, due e sei āvaraṇa possono rispettivamente trovarsi nei tre livelli. Lo Śrīcakra può essere disegnato o inciso in due modi diversi, noti come “sviluppo” (sṛṣṭi)3 e “riavvolgimento” (samāhāra)4. La sua meditazione è compiuta in tre modi: come se si stesse procedendo nel senso della creazione (sṛṣṭi), del mantenimento (sthiti) o della dissoluzione (samhāra). Il Kailasameru cakra è lo sṛṣṭicakra, meditato nella prima fase della vita dagli studenti vedici (brahmachārin); il cakra disegnato su una superficie piana (Bhuprastara cakra) è quello della mantenimento (sthiti cakra) ed è oggetto di meditazione nella seconda fase della vita (āśrama) di capofamiglia (gṛhastha); e l’Ardhameru cakra è lo yantra della dissoluzione (samhāra cakra), su cui meditano coloro che si ritirano dalla vita sociale (vanaprastha), gli asceti (yati e i rinuncianti, saṃnyāsin) durante il terzo e quarto āśrama della vita. Nella pratica del metodo (sādhanā), nel Merucakra sono meditate le divinità dei quindici giorni della fase crescente della luna (tithinityā), mentre nel Kailasameru si cerca di realizzare i tattva simboleggiati dalle mātrikā5. Nel Bhuprastara cakra si medita sia sulle sedici divinità nityāṣoḍaśī6 sia sulle otto forme di Lalitā, le Dèe della parola chiamate Vaśinī, Kameśvarī, ecc.

    Lo Śrīcakra consiste essenzialmente in un punto (bindu) posto al centro di un triangolo con il vertice rivolto verso l’alto. Esso è fondamentalmente formato da quattro triangoli rivolti verso l’alto, chiamati śivacakra, intersecati da cinque triangoli rovesciati, detti śakticakra, dei quali quello che racchiude il bindu è il più interno. Tale intersezione genera configurazioni concentriche: un gruppo di otto triangoli (aṣṭakoṇa), poi un gruppo interno di dieci triangoli chiamato antardaśāra, un gruppo esterno di dieci triangoli (bahirdaśāra), seguito da un gruppo di quattordici triangoli chiamato caturdaśāra.

    Il caturdaśāra è racchiuso concentricamente da una circonferenza con otto petali di loto (aṣṭadala padma), la quale è a sua volta circondata da una di sedici petali (ṣoḍaśadala padma). Queste due circonferenze a otto e sedici petali sono attorniate da tre circoli concentrici (trivṛtta), il tutto recintato da tre quadrati che si aprono con quattro porte (bhūpura) ai quattro punti cardinali.

    I nove triangoli sono chiamati sostanze-radici (mūlaprakṛti). Lo Śrīcakra consiste, dunque, di nove figure concentriche, chiamate cakra, yoni o āvaraṇa, ciascuna delle quali è così denominata:

    • Bhūpuracaturaśra, il quadrato con le quattro porte, si trova all’interno del Trailokyamohana cakra, il dominio illusorio del trimundio.
    • Ṣoḍaśāra, il cerchio con sedici petali di loto, si trova nel Sarvāśāparipūraka cakra, il dominio i cui tutti i desideri possono essere esauditi.
    • Aṣṭadala padma, il cerchio con otto petali di loto, si trova nel sarvasaṃkṣobhana cakra, che mette tutto in movimento.
    • Caturdaśara, i quattordici triangoli stanno nel Sarvasaubhāgyadāyaka cakra, il dominio che garantisce la buona sorte.
    • Bahirdaśara, i dieci triangoli più esterni, collocati nel sarvārthasādhaka cakra, il dominio che permette di raggiungere tutti gli oggetti esterni. Corrisponde al campo d’azione dei dieci indriya.
    • Antardaśāra, i dieci triangoli più interni, collocati nel sarvarakṣākara cakra, il dominio della difesa da tutto ciò che viene da fuori.
    • Aṣṭakoṇa, gli otto triangoli che si trovano nel sarvarogahara cakra, il dominio che guarisce da ogni difetto.
    • Trikoṇa, il triangolo che sta nel sarvasiddhiprada cakra, il dominio in cui si ottiene la realizzazione.
    • Bindu, il centro aspaziale che si trova nel sarvānandamaya, il dominio fatto di totale Beatitudine.

    Questa figura dà origine a 28 marmasthāna, cioè punti vitali in cui s’incontrano tre linee rette o curve, e a 24 sandhisthāna, ovvero punti cardine in cui s’incrociano due linee. Le nove mūlaprakṛti sopra elencate, formano 43 triangoli.

    Gli āvaraṇa bindu, trikoṇa e aṣṭakoṇa, presi come un tutt’uno, sono chiamati “ciclo della creazione” (sṛṣṭi cakra); gli āvaraṇa antardaśāra, bahirdaśara e caturdaśara formano un insieme chiamato “ciclo dello sviluppo” (sthiti cakra); aṣṭadala padma, ṣoḍaśāra e bhūpura sono raggruppati nel saṃhāra cakra, il ciclo della dissoluzione. Si faccia attenzione: il trivṛtta non è incluso tra le yoni, cakra o āvaraṇa che dir si voglia.

    A seconda di come è strutturato e meditato, lo Śrīcakra (e, di conseguenza la stessa Śrīvidyā) si distingue nelle tre correnti di trasmissione iniziatica o sampradāya. Se il trivṛtta vi è completamente assente, allora si tratta dello Hayagrīva sampradāya (tradizione Kādi, la più diffusa)7.

    Lo Śrīcakra rappresenta lo sviluppo della creazione macrocosmica quando la coscienza del meditante fluisce verso l’esterno a partire dal bindu fino a raggiungere il bhūpura; e il riassorbimento delle componenti microcosmiche quando si dirige verso l’interno, ovvero dal bhūpura al bindu. Il bindu è la sede del sāmarasya, l’unione di Śakti e Śiva, lo stato di Brahman. Questo punto (bindu) è circondato progressivamente dalle potenze (vibhūti) della Śakti in densità e grossolanità crescente, simboleggiate da potenze divine, categorie della creazione, ovvero gli stati di transizione dall’Uno al molteplice.

    Ogni āvaraṇa è presieduto da una divinità principale e retto da un gruppo specifico di yoginī. Vi sono inoltre diverse forze divine che abitano in ciascun cakra. Esse hanno triplice forma: rekhā (descrizione simbolica), mantra (espressione sonora) e mūrti (forma iconica).

    Le nove mūlaprakṛti che formano lo Śrīcakra sono raggruppate in molteplici simboli a rappresentare il corpo sia del microcosmo sia del macrocosmo. I cinque śakticakra corrispondono nel microcosmo alle componenti grossolane: pelle, sangue, carne, grasso e ossa. Invece, i quattro śivacakra corrispondono a[lle componenti vitali] midollo, seme, prāṇa e jīva.

    Il somamaṇḍala, che comprende ājñā cakra, viśuddha cakra e il Brahma granthi8, rappresenta le 16 kalā lunari e le 27 costellazioni. Il sūryamaṇḍala, che si estende sull’anāhata, maṇipūra cakra e il Viṣṇu granthi9, rappresenta i 12 soli (āditya), le 12 kalā, i 12 ṛṣi, i 3 Veda e i 4 svara (note musicali). L’agnimaṇḍala, distribuito sui restanti cakra e sul Rudragranthi10, corrisponde:

    • all’agni nel trikoṇa,
    • alle 8 mūrti nell’aṣṭakoṇa,
    • alle 10 vahnikalā ignee nell’antardaśāra,
    • alle 10 vibhūti nel bahirdaśāra,
    • ai 14 mondi che compongono l’universo e che sono generati dalle tre fiamme dei guṇa dell’Agni Vaiśvānara sito nel caturdaśāra.

    Così, ogni maṇḍala ha 43 componenti, che corrispondono ai 43 triangoli dello Śrīcakra.

    Dal punto di vista macrocosmico, gli śakticakra rappresentano i 5 elementi (bhūta), i 5 sensi sottili (tanmātra), i 5 organi di conoscenza (jñānendriya), i 5 organi d’azione (karmendriya) e i 5 componenti dell’ego (ahaṃkāra pañcaka), mentre gli śivacakra rappresentano il potere d’illusione (Māyā), la conoscenza pura (śuddha vidyā), il grande Signore dell’universo (Maheśvara) e Śiva l’Eterno (Sadaśiva).

    La relazione tra il brahmāṇḍa (l’Uovo del mondo o macrocosmo) e il piṇḍāṇḍa (l’uovo individuale o microcosmo) è espressa attraverso un simbolismo elaborato. Lo Śrīcakra, considerato come piṇḍāṇḍa, è posto proprio al centro di un grande numero di successivi piani del mondo di relazione (vyavahāra). È fondamentale comprendere chiaramente che questo simbolo, a forma di maṇḍala, è puramente tantrico e ha lo scopo di ridefinire l’esperienza corporea in un’ottica di esperienza spirituale; dunque, non devono essere cercate corrispondenze con il modello cosmologico fisico (o astronomico).

    Così, nel brahmāṇḍa si trova l’oceano di ambrosia (sudhāsindhu), all’interno del quale vi è una foresta di kalpavṛkṣa (alberi che esaudiscono i desideri). Al di là di questi, si trova un gruppo di 25 recinti (o mura fortificate), fatti di diversi metalli e pietre preziose; in ciascuno di essi si estendono giardini e strade in cui esseri divini passeggiano con le loro consorti in estasi spirituale.

    Al centro si trova il Ratnadvīpa, un’isola di gemme11, dove c’è l’ingresso principale. Quest’isola ha al suo centro una dimora della Devī, al cui interno si trova un fossato circolare detto Mahāśṛṅgāra Parikhā (canale del grande sentimento amoroso). Al suo interno, si trova la foresta del grande loto (Mahāpadmavana), con l’edificio del Mahāpadma posto al centro. Esso consiste in una piattaforma di gemme (Ratnavedikā) che contiene tre cinture (mekhalātraya) concentriche, e al suo interno, gli āmnāya (le cinque tradizioni tantriche o correnti di insegnamento sacro). Al centro degli āmnāya si trova la Cintāmaṇi Gṛha, la dimora della pietra preziosa che esaudisce ogni desiderio.

    Questa dimora contiene tre carri (ratha) chiamati Hrīṃcakra (il circolo del Praṇava tantrico), Geyacakra (il circolo del mantra cantato) e Cakrarāja (il circolo o yantra regale), nonché un Agnikuṇḍa (altare circolare per il sacrificio del fuoco) e diversi Ratnagṛha (dimore di gemme). All’interno di quest’ultimi, ognuno posto all’interno del precedente, si trovano:

    • un trono di gemme su un loto a otto petali
    • il Maṇḍala delle Mātṛkā (le Madri divine o bījamantra)
    • l’Antarālabhūmi (il mondo intermedio)
    • il Maṇḍala del Mahābindu
    • l’Amṛtāsana (il trono del nettare)
    • il Potambujāsana (il trono della coppa a forma di loto)
    • e il Sudarśana Cakra (l’incantevole cakra, l’arma di Viṣṇu).

    Lo Śrīcakra sta all’interno di tutto questo.

    1. “Colui che porta alla Liberazione”, Kṛṣṇa [N.d.C.].[↩]
    2. Segni di omaggio, come l’offerta di fiori, frutta, ornamenti [N.d.C.].[↩]
    3. A partire dal punto centrale in direzione del recinto più esterno [N.d.C.].[↩]
    4. In senso inverso, dal recinto esterno in direzione del bindu centrale [N.d.C.].[↩]
    5. Lett. “madri”. Le Dèe che esercitano la loro potenza tramite i cinquantuno suoni e segni grafici del devanāgarī sanscrito [N.d.C.].[↩]
    6. Come si è già detto sopra, tithinitya (“le perenni giornate lunari”) sono le divinità che presiedono i quindici digiti (kalā) della luna crescente. La sedicesima è chiamata Sāda, colei che regge. Non è soggetta a declino e scomparsa e risiede al centro della circonferenza detta Candramaṇḍala, od orbita lunare [N.d.C.].[↩]
    7. Il Dakṣināmūrti sampradāya (tradizione Hādi) e l’Ānandabhairava sampradāya (tradizione Sādi) conservano nel tracciato dello Śrīcakra i tre circoli del trivṛtta, ma nel Sādi questo elemento non è oggetto di meditazione [N.d.C.].[↩]
    8. Il basale “nodo di Brahmā”, tra il mūladhāra e il svādhiṣṭhāna cakra, è il blocco che si deve superare per far salire Kuṇḍalinī [N.d.C.].[↩]
    9. Il “nodo di Viṣṇu”, all’altezza della gola [N.d.C.].[↩]
    10. Il “nodo di Rudra”, all’altezza del palato [N.d.C.].[↩]
    11. O Navaratnadvīpa, l’isola delle nove gemme [N.d.C.].[↩]

    27. Commento alla Māṇḍūkya Upaniṣad e alle Kārikā di Gauḍapāda

      Svāmī Prabhuddhānanda Sarasvatī Mahārāja

      27. Commento alla Māṇḍūkya Upaniṣad e alle Kārikā di Gauḍapāda

      Agama Prakaraṇa

      Note sul Śaṃkara Bhāṣya riguardanti le Kārikā 16-18

      Quindi lo stesso senso della Realtà è il senso di esistenza; senti che l’oggetto ha un’esistenza e non puoi dire che sia dentro di te, non è separato da te, la sua identità è falsificata, la sua non separazione dal tuo essere lo falsifica, non può essere non separato da te e anche reale. Quando l’acqua pensa all’onda, a quella forma come esterna a sé stessa, vede un’altra realtà. Quando l’acqua pensa di essere una cosa sola con l’onda. allora non c’è onda, c’è solo acqua. Quindi l’identità (ananyatvam) falsifica l’altro, ciò che sembra diverso da te. Vedere la sua non separazione da te falsifica la sua apparente esistenza, l’esistenza conclusa. Ecco perché il senso della realtà e il senso dell’esistenza parallela significano la stessa cosa: che sia esistente parallelamente a te, che sia qualcosa di diverso da te e reale, significano tutti la stessa cosa. Ogni parte dell’errore implica un’altra parte di errore e l’uomo è sotto l’incantesimo dell’anādi māyā, sotto l’incantesimo del senso senza tempo della realtà. C’è un senso senza tempo della realtà delle cose, perché la verità non è compresa.

      La Verità è non compresa; non usare il termine “agrahnam” (non compreso) o “anyathāgrahnam” (erroneamente compreso) o ‘errore’. Nel momento in cui usi la parola “agrahnam” essa diventa un sostantivo, un sostantivo tangibile, quindi hai bisogno di una spiegazione per essa. Ogni volta che pensi a un sostantivo tangibile chiedi una spiegazione per esso. Non c’è agrahnam, non c’è anyathāgrahnam, non c’è samśaya grahnam (capito in modo dubbioso), non c’è ajñānam, non c’è jñānam: c’è solo un Vastu (Fatto)non compreso, un Vastu frainteso, un Vastu messo in dubbio. C’è solo il Fatto compreso o non compreso; ma noi ci creiamo un problema usando la parola “ignoranza”: da dove viene questa ignoranza? Da dove viene questo problema? Consideriamo l’ignoranza come una cosa che giace lì, come fosse una cosa tangibile, l’errore come una cosa tangibile e una volta che consideriamo l’ignoranza e l’errore come cose tangibili, allora ci chiediamo “da dove viene l’ignoranza? Come se ne andrà?” In questo caso, affinché se ne vada tu devi avere un’altra cosa tangibile che le si opponga. Invece, è la nostra terminologia che ci crea il problema.

      Dobbiamo capire che l’ignoranza non è altro che la Verità non compresa, nient’altro. Se consideriamo il serpente come una cosa tangibile, allora ci chiediamo “da dove viene?”; infatti, ci sono tante scuole di pensiero su quel serpente. Ma se diciamo “è una corda fraintesa” allora la questione è chiusa: è una corda fraintesa. Perché la corda è fraintesa? Non è fraintesa! Questa non comprensione non va vista come un altro sostantivo; la non comprensione come un altro sostantivo, è un sostantivo. Il Kārikākāra dice che una corda non compresa sembra un sarpente, piuttosto che dire “c’è ignoranza sulla corda e quindi c’è un potere proiettivo, ecc.”. Una parola sbagliata che usiamo crea innumerevoli scuole di pensiero. Il senso della realtà non deve essere preso come un altro sostantivo tangibile: non c’è senso della realtà, c’è una Verità fraintesa.

      Che cos’è māyā? La Verità non compresa e fraintesa. Che cos’è avidyā? la Verità non compresa. Che cos’è mithya jñānam? La verità non compresa e fraintesa. Chi è questo jiva? Brahman frainteso. Se dici che jiva è un’altra cosa tangibile, allora ha una coscienza limitata, e allora nasce un’altra scuola di pensiero sul jiva. Jiva è Brahman frainteso. Questo jiva che è Brahman si risveglia nel tempo grazie a un qualche nitya karma (rito quotidiano). Il nitya karma è una preghiera rivolta alla propria natura, una preghiera alla propria realtà e la preghiera è governata dalla legge del karma e porta sempre il risultato secondo la legge del karma. Il nitya karma ispira una persona a conoscere la Verità, poi ti ritrovi con vairagyam, ti ritrovi con l’attrazione per il Vedanta, ti ritrovi con una mente serena, ti ritrovi con pensieri giusti, ti ritrovi senza avidità, con meno invidia e ti ritrovi con una ragione in grado di controllare tutti quegli impulsi. Quindi il nitya karma ti aiuterà a ritrovarti con tutto ciò che è favorevole alla Brahma vidyā. Questa è la legge del karma; il nitya karma è “Bhagavān, aiutami a conoscere la Verità”.

      Così il nitya karma ti porta al risveglio. Il kāmya karma (karma mosso dal desiderio) porta piaceri, il pratiṣedha karma (le azioni proibite) porta sofferenze, il nitya karma porta purezza mentale. Ti ritrovi con una mente favorevole perché tutto ciò di cui hai bisogno per conoscere la Verità è il retto pensiero: devi pensare correttamente. Il nitya karma non ti porterà a una situazione prospera; anche se sei nato in una famiglia prospera, la prosperità in sé non ha alcun ruolo da svolgere nella Brahma vidyā. Invece, la purezza mentale sostenuta dalla prosperità è favorevole. Un altro risveglio è l’incontro con il Vedanta: ti ritrovi ad ascoltare il Vedānta tradizionale. Se sei interessato al Vedānta corretto, ciò significa un po’ di prosperità (bhāgyam), un po’ di grazia (anugraham). Pertanto, se si sono offerte preghiere per comprendere la Verità, per avere un ambiente favorevole, se si prega per tutto ciò che è favorevole alla comprensione della Verità, ciò è detto nitya karma, preghiera quotidiana.

      Il nitya karma è una necessità finché non scopri l’eternità. La felicità è una necessità finché non la scopri in te stesso; non puoi mai evitare il tuo bisogno di felicità perché c’è sempre bisogno di felicità, almeno finché non la trovi dentro di te. Quindi la preghiera quotidiana è un modo per risvegliarti, la preghiera ti risveglia dall’interno. La preghiera sincera e lo sforzo personale vanno di pari passo. La preghiera quotidiana ti indirizza al Vedānta.

      Il Vedanta indica la tua natura, mentre le scuole di pensiero speculano sull’Assoluto. Ciò che può esistere indipendentemente dal pensiero è Assoluto. L’Assoluto non è qualcosa su cui speculare: ciò che è indipendente dal pensiero è Assoluto. La libertà dal pensiero è la tua conoscenza. Tu illumini l’assenza di pensiero ed è la tua presenza. Anche la natura assoluta della propria esistenza è evidente; non hai bisogno di una scuola di pensiero per questo, devi solo guardare alla tua esperienza. Il Vedānta non specula, il Vedānta indica solo ciò che è evidente nella tua esperienza, ciò che è già evidente di per sé.

      Pertanto, il nitya karma ti risveglia l’interesse per il Vedānta. L’interesse per le varie scuole di pensiero speculative non ti risveglia, ma gonfia solo la tua immaginazione: una scuola dice “Io sono lì”, l’altra scuola dice “Io sono lì a metà” e un’altra scuola ancora dice “Io non sono lì”. A quale credere? In questo modo ti lasci guidare dalle scuole di pensiero, mentre il tuo buon senso dice “Io sono qui”. Il Vedānta indica esattamente ciò che è evidente per te. Stai sperimentando la tua esistenza, non hai bisogno di una scuola di pensiero. Quando un jīva è interessato al nitya karma, il nitya karma fa il suo lavoro. La legge del karma, ti dà, prima o poi, la mente pura per pensare. Studiare il Vedanta significa studiare la propria esistenza, e la propria esistenza non è una questione di speculazione. Studiare la propria esistenza per conoscerla così com’è: questo è il Vedanta.

      Essere indifferenti alla propria esistenza è una caratteristica universale. “Io voglio Essere, ma non guardo alla mia esistenza”; c’è un errore molto evidente riguardo alla propria esistenza: “Io sono una forma” è un errore molto evidente. Dai semplicemente per scontato che “io sono la forma”. Poi arriva il Vedānta e dice che ciò che dai per scontato è un errore riguardo alla tua esistenza; il corpo è insenziente, non può conoscere. Invece, tu puoi conoscere, anche se ti consideri una forma. La tua identità cosciente è diversa dall’identità fisica: non hai una doppia identità, hai solo un’identità cosciente e l’identità cosciente scambiata per una forma inerte è sicuramente un errore, un’errata concezione di Sé. L’uomo è sotto l’incantesimo dell’errore senza tempo.

      Supponiamo che una scuola di pensiero affermi che finché esiste l’universo non può esserci advaitam, non dualità, non può esserci unità. In risposta a ciò il Kārikākāra dice che l’universo non esiste, tu solo lo vedi esistere, ciò che esiste è solo la tua esistenza, ciò che vedi esistere è solo visto esistere, non È. Tu lo vedi solo esistere, come la montagna del sogno non esiste: tu soltanto la vedi esistere. Gli oggetti dei sogni sono solo visti in sogno, non sono lì.

      Tutto ciò che si vede è solo ciò che si vede, non è ciò che È. Invece la propria esistenza È, il soggetto È. Se una scuola di pensiero afferma che “finché esiste l’universo non esiste l’advaitam”, quello che dice è vero: se ci fosse davvero l’universo, allora dovrebbe scomparire, non c’è dubbio. Se l’universo è una cosa parallela al Brahman, allora finché l’universo esiste il Brahman non può essere non duale, advaitam. Se l’onda è lì parallela all’acqua, allora finché c’è qualcosa di parallelo, l’acqua non può essere advaitam. L’universo non è parallelo al tuo Essere per opporsi alla tua natura non duale; se lo fosse, se l’universo esistesse, allora sarebbe necessario che scomparisse affinché tu sia non duale. Ma l’universo non è lì, è solo percepito come fosse lì e questo è chiamato māyā. La dualità è solo percepita come esistente, non è reale. Distinguere tra essere e il solo apparire è una differenza molto grande; questo è tutto il Vedānta. Proprio come il serpente è solo visto, ma non è nella corda; proprio come il serpente è solo visto sulla corda, anche la corda è solo vista nel Brahman: l’intero prapañca è solo percepito come tale, è solo percepito con un senso di realtà, ma in realtà è un tutt’uno con il Sé. Se fosse al di fuori di te allora sarebbe necessario che sparisse; se fosse parallelo a te sarebbe necessario che se ne andasse; se fosse davvero lì come un fatto, allora sarebbe necessario che se ne andasse affinché tu possa essere non duale. Ma non è necessario che l’universo se ne vada perché non è al di fuori del tuo proprio essere. Non è parallelo al proprio essere, non è un fatto che sia lì, è solo percepito come fosse lì, come una montagna in sogno che non deve andare via. È una percezione: mi sveglio al fatto che era solo una percezione.

      Advaitam è la realtà e dvaitam è l’errore, e un errore sulla realtà non è parallelo al fatto. Il dvaitam non ostacola la realtà dell’advaitam, l’onda non ostacola il fatto che ci sia solo acqua, né il dvaitam ostacola l’advaitam né il dvaitam ostacola la comprensione dell’advaitam. Puoi vedere il dvaitam e comprendere l’advaitam da solo; tu puoi vedere tutte le onde e comprendere che sono tutte acqua. Il dvaitam è visto, l’advaitam è compreso perché il dvaitam non è parallelo all’Essere cosciente: è visto nella Coscienza, appare nella Coscienza ed è fatto di Coscienza e si risolve nella Coscienza. Dove è la percezione senza il supporto della Coscienza? Senza il supporto del silenzio dove sono i suoni? Senza il supporto del soggetto dove sono gli oggetti? Perché si vedono gli oggetti solo con il supporto della Coscienza; senza il tuo essere lì, come può esserci percezione di un oggetto?

      Perciò, il prapañca vilaya vāda (dottrina della distruzione del mondo) è una scuola di pensiero secondo cui non solo bisogna conoscere la Verità, ma anche distruggere l’universo. Non è necessario abbattere tutte le onde per sapere che sono tutte acqua; non è necessario uccidere il serpente per sapere che è una corda; non è necessario pompare via tutta l’acqua del miraggio per sapere che si tratta di sabbia; se fosse acqua reale, la dovresti asciugare per vedere la sabbia. Ma l’acqua non ha bisogno di essere asciugata perché non c’è acqua, è solo una percezione; quindi il miraggio non è parallelo alla sabbia né impedisce di conoscere la sabbia. Il saṃsāra non impedisce di conoscere la Verità: puoi passare attraverso il saṃsāra e allo stesso tempo puoi sforzarti di comprendere la sua falsità. Non devi aspettare che il mondo scompaia per conoscerne l’origine, non devi attendere che tutte le onde si plachino per conoscere l’acqua. Anche quando si sono formate le onde puoi sapere che sono acqua. Quindi il prapañca vilaya vāda è una scuola speculativa di pensiero che il Vedānta respinge. Il prapañca non ha bisogno di dissolversi, il prapañca è fatto del tuo Essere. Puoi vedere il mondo e anche capire che è fatto di te.

      Un’altra scuola di pensiero sostiene che quando il maestro insegna al discepolo c’è una dualità. Che dire di questo dvaitam? Dicono che puoi anche non accettare ogni altro dvaitam, ma il dvaitam di maestro e discepolo esiste; cioè che lo śāstra dvaitam esiste. In risposta a ciò, il Kārikākāra afferma che quando il genitore canta una ninna nanna per far addormentare il bambino, allora c’è dvaitam: c’è un cantante, c’è un ascoltatore, c’è una relazione genitore-figlio. Ma una volta che la ninna nanna inizia a funzionare, allora non c’è dvaitam; lo scopo (tātparyam) della ninna nanna è advaitam. Allo stesso modo il tātparyam dell’insegnamento è advaitam; quando si comprende l’advaitam non c’è dvaitam.

      Al momento dell’insegnamento si vede il dvaitam, ma quando si comprende l’insegnamento, il dvaitam è falsificato. Si sente una ninna nanna e c’è il dvaitam; poi, la ninna nanna fa il suo lavoro e allora non c’è più il dvaitam genitore-figlio. Allo stesso modo, quando è compreso l’insegnamento, non c’è dvaitam. Nel sogno c’è tanto dvaitam, ma quando ti svegli non c’è più quel dvaitam. È come il fatto che la terra è rotonda anche quando non lo si sa. Quando lo si capisce, ovviamente è rotonda: l’errore non ostacola la comprensione del fatto. Ciò che ostacola la comprensione del fatto è il tuo disinteresse, la tua distrazione, la tua mancanza di attenzione per esso. Così accade per l’insegnamento: nulla ostacola il tuo apprendimento, tranne il tuo disinteresse. Nulla può ostacolare la comprensione della Verità di Sé, tranne il tuo disinteresse. Continui a pensare di poter trovare la felicità negli oggetti, nel denaro e rimani indifferente alla tua esistenza. Questa indifferenza verso la propria esistenza ostacola la comprensione.

      Pertanto, gli errori non impediscono la loro correzione, ma è la tua indifferenza alla correzione che impedisce di apportare correzioni. Cadere non impedisce di rialzarsi, ma è la tua indifferenza ad alzarti che lo impedisce. Il tātparyam dell’insegnamento è che è advaitam. E quindi, anche se si pensa che esiste una relazione maestro-discepolo, tale relazione non qualifica la natura del maestro né la natura del discepolo. La relazione maestro-discepolo all’interno del sogno non ti qualifica, poiché quando ti svegli è falsificata. Anche la ninna nanna è trascesa nel sonno. Pertanto, nulla ostacola il suo superamento perché è già superato,: la Verità è già trascesa. L’indifferenza verso il proprio Essere è il problema, l’indifferenza verso la propria esistenza è il problema. Ti interessi al tuo corpo e alle tue emozioni, ma quello non sei tu; ti interessi alla tua morale e alla tua etica, ma quello non sei tu: interessarti alla tua esistenza è ciò che conta. Sei consapevole della tua esistenza, sei anche consapevole del fatto che il mondo intero è inerte; quindi l’evidenza dell’universo e l’evidenza del soggetto sono allo stesso livello. Questa è la bellezza della non dualità.

      L’evidenza del soggetto è il soggetto stesso, l’evidenza dell’universo è anch’essa il soggetto, è la tua conoscenza. Qual è l’evidenza che esiste un universo? È la tua conoscenza. Qual è l’evidenza che tu esisti? L’evidenza è la tua conoscenza, quindi la conoscenza è non duale. Nell’upadeśa compresa non c’è dvaitam, è nell’upadeśa non compresa che si pensa che esista il dvaitam. Che cosa ostacola la comprensione del Vedānta? Studiare la tua esistenza è Vedānta. Interessarsi alla propria presenza è Vedānta. Interessarsi alla propria esistenza significa non dare per scontata la propria esistenza; tutto esiste perché ne sei consapevole, la tua consapevolezza è ciò che conta. Quindi guarda te stesso. Questa non indifferenza verso la propria esistenza è chiamata jijñāsa. Quando studi la tua esistenza capisci che non c’è dvaitam, ci sei solo tu.

      Che tu sia Brahman è un’affermazione che può essere verificata. La verifichi in te stesso. Ciò che è verificabile non è una questione di fede: solo ciò che è non verificabile diventa questione di fede. La propria esistenza è verificabile, è intima: non puoi verificare ciò che è lontano, ma ciò che è intimo può essere verificato. Oṃkāraha quattro mātrā: akāra, ukāra, makāra sono mātrāe nirviśeṣam è amātrā. Brahman ha quattro pāda: Virāt è un pāda, Hiraṇyagarbha è il secondo pāda, lo stesso Brahman quale origine è il terzo pāda e Brahman come nirviśeṣam è apāda, è Brahman stesso.