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14 Dicembre, 2025

26. Commento alla Māṇḍūkya Upaniṣad e alle Kārikā di Gauḍapāda

    Svāmī Prabhuddhānanda Sarasvatī Mahārāja

    26. Commento alla Māṇḍūkya Upaniṣad e alle Kārikā di Gauḍapāda

    Agama Prakaraṇa

    Note sul Śaṃkara Bhāṣya riguardanti le Kārikā 13-16

    Parliamo dell’“ignoranza”. Qui si pone un altro problema: da dove proviene, quando è arrivata? Non tornerà più? Allora non c’è ignoranza, c’è solo una realtà non compresa. Non si può dire che “l’ignoranza È”; c’è solo una realtà non compresa. Non si può dire “hai ignoranza del francese”, c’è solo il francese da te non compreso. L’ignoranza non è un fattore parallelo. Quindi c’è una realtà non compresa; allo stesso modo, l’errore non è un fatto parallelo, c’è solo una realtà fraintesa; la verità non compresa, la verità fraintesa è chiamata ignoranza ed errore. L’ignoranza è fuorviante, non esiste l’ignoranza come fattore tangibile. Se pensiamo all’ignoranza come a un fattore tangibile, creiamo così tante scuole di pensiero al riguardo, così tante idee, mentre esiste solo la realtà non compresa: quella situazione di realtà non compresa è chiamata ignoranza. La situazione di realtà fraintesa è chiamata errore.

    Pertanto, chi è colui che veglia? È la verità non compresa e fraintesa. Chi è colui che sogna? È la verità non compresa e fraintesa. Che cosa sono lo stato di veglia e lo stato di sogno? Entrambi sono verità non comprese e fraintese. Il sonno profondo è verità incompresa. Qual è la natura della verità? È advaitam, è libera dalla non comprensione e dal fraintendimento; la non comprensione non qualifica la natura della Verità, il fraintendimento non qualifica la natura della Verità: la natura della Verità è libera dalla non comprensione e dal fraintendimento. Dal mio punto di vista posso dire che la corda non compresa e il serpente è una corda fraintesa, ma nella corda non c’è né non comprensione né fraintendimento. Questo è il Turīyam. Il Non-duale non compreso e frainteso è la veglia e il sogno: il sonno profondo come uno dei tre stati è Verità non compresa. Dal punto di vista della veglia facciamo un’affermazione, ma dal punto di vista della natura della Verità non c’è né non comprensione né fraintendimento. La Verità non può essere definita come Verità non compresa. La Verità è non duale, la Verità È. Non può mai essere definita come Verità non compresa. Non si può dire “la Coscienza non compresa è Coscienza”. La Coscienza è Coscienza: non si può dire “la Coscienza fraintesa è Coscienza”. La Coscienza è Coscienza; la Coscienza non è condizionata né dalla non comprensione né dall’errata comprensione, non è condizionata da nulla, è nirviśeṣam. Se comprendi questo, allora non hai nulla da capire sull’ignoranza e sull’errore.

    Noi creiamo un rapporto di causa-effetto tra ignoranza ed errore, ma bisogna stare attenti: l’ignoranza non subisce alcun cambiamento per diventare errore. L’ignoranza della corda non si trasforma in serpente. Tra ignoranza ed errore non c’è causalità perché l’ignoranza non diventa errore. La Realtà non compresa è interpretata erroneamente; è la Realtà che non è compresa, è la Realtà che è fraintesa. La Realtà non compresa è sempre Realtà e la Realtà fraintesa è sempre la Realtà: tra Realtà e Realtà non c’è causalità. Pertanto, che l’ignoranza subisca un cambiamento per diventare errore è una teoria errata, perché dietro ogni percezione errata non c’è alcun cambiamento: c’è solo incomprensione. Se scambi l’unica luna per due lune, c’è qualcosa che non va nella tua vista; la visione di due lune non è dovuta a nessun mutamento. Tra un fatto e un errore non c’è alcun cambiamento. Pertanto, anche la Realtà non compresa ma non fraintesa è non duale: la Realtà per sua natura è sempre non duale. Quando la Realtà è non compresa è Prajña, e quando la Realtà è non compresa e fraintesa è chiamata Viśva e Taijasa.

    E questa non comprensione e questo fraintendimento non qualificano la natura. La natura è Turīyam. La condizione è uno stato, la condizione di fraintendimento è lo stato di veglia, la condizione di fraintendimento è lo stato di sogno, la condizione di non comprensione è lo stato di sonno profondo. Interpretiamo lo stato di sonno profondo dal punto di vista della veglia: lo stato di sonno profondo è la Verità non compresa. La natura della Verità non è qualificata dal fraintendimento e neppure dalla non comprensione. Quindi discerni tra fraintendimento, non comprensione e natura. La natura della Verità non compresa è suṣupti, la natura della Verità fraintesa è la veglia e il sogno, la natura della Verità in quanto natura è Turīyam. La corda non compresa è ignoranza, la corda non compresa e fraintesa è l’errore, la corda per sua natura non è qualificata dalla non comprensione e dal fraintendimento: questa è la sua natura, la Verità non ha ignoranza o errore, che sono accidenti, la natura è, invece, intrinseca: l’ignoranza è accidentale, è parte dell’adhyāsa. Anche l’errore è accidentale, come l’analfabetismo è accidentale. Essere coscienti è sostanziale, la ricerca è accidentale, la pienezza è intrinseca. L’uomo è pieno per natura: non conoscere è accidentale, tutto ciò che non fa parte della natura è accidentale, mentre la natura è intrinseca.

    Svapna è un malinteso, un fraintendimento, una comprensione mancata; il vegliante è la Realtà non compresa e fraintesa; Prajña è la Realtà non compresa. L’individualità della veglia è la Realtà non compresa e fraintesa; l’individuo del sogno è la Realtà non compresa e fraintesa, e Prajña, suṣupti,è solo la Realtà non compresa. Qual è la natura della Realtà? Tutti e tre gli stati sono accidenti. ‘Accidenti’ significa che non corrispondono alla natura della Realtà. ‘Accidenti’ non significa che accadono nel tempo, ma significa qualcosa che non è sostanziale alla natura della Realtà: questo è ciò che che li rende accidenti. La veglia è accidente, il sogno è accidente, anche la non comprensione della Realtà è accidente,. È ignoranza senza inizio (avidyā anādi),ma è comunque un accidente. Che sia “senza inizio” perché non compreso (anādi agrahaṇam) è un accidente, o che sia “senza inizio” perché mal compreso (anādi anyatā grahaṇam), è comunque un accidente. Accidente significa che non fa parte della natura della Realtà, non qualifica la natura della Realtà, e la natura della Realtà è la sostanza. Essere coscienti è sostanza, essere limitati è accidente. Essere mortali è accidente, essere una forma è accidente, amare la felicità è accidente, ma essere la Felicità è la propria natura, la sostanza. Jāgrat avasthā è accidente, il sogno è accidente, anche lo stato di sonno profondo è accidente, ma Essere è sostanza.

    Le persone illuminate non vedono né la non comprensione né il fraintendimento come parte della natura della Verità. Questo è il modo di discriminare: non c’è altro modo. La Verità è non compresa, fraintesa, o così com’è. Quando la corda è fraintesa, proprio nel contesto del fraintendimento della corda, perché dico che è fraintesa? Perché non è compresa. Né la condizione non compresa della corda, né la condizione fraintesa della corda, qualificano la corda. Pertanto, le persone illuminate non vedono le jāgrat avasthā, svapna avasthā o suṣupti avasthā come uno stato di ignoranza, bensì come natura della Verità. La Verità è una luce in cui non c’è tenebra, non c’è sogno, non c’è veglia. Nemmeno il profano sperimenta alcuna ignoranza o errore in suṣupti: in suṣupti si sperimenta solo la propria natura, l’Essere. Quando non è compresa, la si chiama suṣupti; altrimenti è la natura. Pertanto, suṣupti deve essere analizzata due volte. La prima volta, quando appare come uno dei tre stati; si tratta di un’opinione che si ha di suṣupti in jāgrat avasthā. Dopo il risveglio, consideri suṣupti e dici “Lì non conoscevo nulla”. Quando dici “Lì non conoscevo nulla” fai di suṣupti un terzo stato. Quando dici che è la tua propria presenza, pacificata, è Turīyam, è il tuo Essere pacificato, è la tua presenza pacificata. Se vedi suṣupti come assenza di cose, è il terzo stato, invece se la vedi come la presenza pacifica di te stesso, è la tua presenza. La veglia è lo stato non compreso e frainteso di una persona, è la Verità fraintesa, è il fraintendimento della presenza pacificata di una persona. Il sogno è il fraintendimento della presenza pacificata di una persona. Il sonno profondo è solo la non comprensione della propria presenza pacificata. Pertanto, l’ignoranza non è mai un’esperienza, non è anubhava svarūpam. Nello stato di sonno profondo non hai sperimentato alcuna ignoranza; interpreti così il sonno profondo nello stato di veglia: lo interpreti dicendo“Lì non ho visto nulla”. Invece, è la presenza pacifica del tuo Essere.

    Il sogno non è altro che un’idea sbagliata di sé stessi: questa è la definizione di sogno. Ogni percezione sensoriale, ogni pensiero, ogni riflessione è un’idea sbagliata della natura non duale. Non abbiamo percezioni sensoriali che non siano idee sbagliate: ogni percezione sensoriale, ogni pensiero, ogni riflessione, ogni oggettivazione è un’idea sbagliata sul proprio essere, è una falsa conoscenza (viparīta jñānam) della propria esistenza. Pertanto, il sogno è definito qui come una percezione errata della realtà. Qualsiasi errore può essere definito sogno. Anche lo stato di veglia è un sogno, perché è una percezione nella Verità. Il sogno è sogno perché è una percezione nella Realtà non duale. L’esempio che è proprio come un sogno è che vedi il serpente invece della corda. Chiamalo errata percezione della corda o chiamalo sogno sulla corda: la corda stessa è un fraintendimento nella Verità, quindi anche il serpente è un fraintendimento nella Verità. Non c’è nulla che sia al di fuori della Realtà.

    Non devi spiegare il sogno come qualcosa che è causato dalla veglia: anche cercare di creare una causalità tra la veglia e il sogno è un problema. “Dato che penso così nella veglia, ho tali sogni”, è un commento che si fa a posteriori, ma mentre si sogna non si vede ciò che si sogna come effetto dello stato di veglia: se ci fosse una causalità mentre si sperimenta il sogno, dovrei vederla. Invece, mentre sperimento il sogno non vedo alcuna causalità, il che significa che non c’è alcuna causalità: il sogno è semplicemente un errore sulla Verità e non può essere spiegato come “causato dalle mie impressioni di veglia”. Quando i bambini chiedono «Perché la qualità dei miei sogni è così brutta?», la gente risponde: «Poiché la qualità della tua vita da sveglio è brutta, perciò anche gli accadimenti dei tuoi sogni sono brutti.» In questo modo creiamo una relazione di causa ed effetto, ma mentre si sogna non si vede alcuna causa; è un errore. Pertanto ogni sogno è un errore. Se vedi una luna come fosse due lune anche quello è un sogno. Per cominciare, diciamo che è un sogno su quella luna e, poi, che quella luna è un sogno sulla Realtà.

    Il sonno è uno stato di non comprensione, almeno così sembra a posteriori. Il fraintendimento è un errore, come anche la non comprensione è un errore. Non cogli ciò che è evidente: tu dici che l’evidente non è evidente, ma questa è una conclusione sbagliata. Il Kārikākāra dice che non solo la percezione differente (anyathā grahaṇam) è un errore (viparyāsa), ma che anche la non comprensione è viparyāsa, è un errore. E non solo l’errore è un errore, anche l’ignoranza è un errore. A mezzogiorno, quando il sole splende, chiudo gli occhi e concludo che non percepisco la luce. Non vedo la luce. Quale luce non vedo? La luce evidente. Quando non la vedo, concludo che non c’è. Anche la conclusione che non ci sia qualcosa di evidente, è un errore. Entrambi sono errori, sia quello di chi non capisce sia quello di chi fraintende. La non comprensione è viparyāsa, il fraintendimento è viparyāsa; ma quando gli errori sono corretti l’evidenza non è mai assente. L’esistenza di una persona non è mai assente e non è mai limitata; non solo non è mai assente, ma non è mai limitata. Potresti dire “la limitazione è percepita”: la limitazione percepita è percepita, rientra nella tua consapevolezza. Anche la percezione rientra nella tua esistenza, è collocata nella tua natura, il tuo pensiero è collocato nella tua natura. Turīyam è la tua natura, ciò che è intrinseco a te è Turīyam. Ti capita di essere ignorante della tua natura, il che è accidentale: ti capita di scambiare la tua natura intrinseca per una forma che è anch’essa accidentale e consideri l’accidente come intrinseco: questo è il problema, ciò che è accidentale è considerato intrinseco, come quando vedi la corda come fosse un serpente e rimani con l’idea che sia un serpente. Il sogno è un fraintendimento, è anyathā grahaṇam. Jāgrat è anyathā grahaṇam e jāgrat e svapna sono entrambi svapna nella Verità, sono visti nella Realtà: vedere è sognare, oggettivare è sognare, perché solo Essere è Turīyam, mentre pensare qualcosa è sognare.

    Andiamo al verso successivo. Il senso di realtà senza tempo riguardo al mondo è chiamato “anādi māyā”, il senso di realtà senza inizio. Senza il senso di realtà riguardo al mondo non c’è mondo, non c’è serpente senza il senso di realtà del serpente. Il mondo è anche sinonimo di senso di realtà che lo riguarda; e, quindi, quando ti svegli dal sogno il senso di realtà riguardo al sogno scompare: il sogno non c’è più. Pertanto “māyā” dovrebbe essere definita come un senso di realtà del mondo, il senso che il mondo sia esterno, il senso di solidità del mondo, il senso di utilità del mondo, il senso di causalità nel mondo, la realtà dell’incorporazione, il senso di realtà della mia forma; ogni volta che si usa la parola “māyā”, s’intende il senso di realtà. Perché esiste? A causa dell’ignoranza. Chiamala anādi māyā,o chiamala ignoranza senza inizio.

    L’uomo è ignorante sotto l’incantesimo della realtà del mondo. Sotto l’incantesimo della realtà senza tempo, il jīva è ignorante; è in sonno (nidrā), cioè è ignorante della sua natura e, all’interno di quel sonno, nasce e muore molte volte e vive una condizione dopo l’altra. Ma tutto questo è all’interno del sonno della Realtà, nell’ignoranza della Verità. E se il jīva deve svegliarsi, ciò è il risultato dei riti obbligatori (nityakarman). Non c’è altro modo che il nityakarman. Se preghi la Verità stessa di guidarti a conoscere la Verità, quel nityakarman un giorno ti ispirerà a guardare te stesso. La preghiera quotidiana ti spingerà a conoscere te stesso. Quell’ispirazione può essere chiamata una specie di risveglio. Il nityakarman ti ispira a chiederti che cosa sia la tua esistenza, che cosa sia questo ego, ecc.; e proprio questa ispirazione può farti cercare nelle Scritture, può farti guardare alla tua esistenza. Questo, col tempo, può portarti all’illuminazione. Ma da dove cominci? Cominci con il nityakarmana, con la preghiera quotidiana, perché non puoi fare nient’altro. Devi usare la tua scelta per la tua preghiera quotidiana. La preghiera scelta ti porterà alla comprensione senza scelta.

    Il nityakarman porta a quell’ispirazione, che a sua volta porta al vicāra, e il vicāra porta alla comprensione. Tuttavia, questo non avviene da solo: per cominciare devi usare la tua scelta di capire. La comprensione è vastu tantram [riconoscimento dell’evidenza della Realtà], ma per raggiungerla devi usare il tuo discernimento, devi usare la tua scelta a guardare te stesso. Il vicāra è una scelta, devi spronarti, devi ispirarti, devi prepararti a guardare te stesso. L’impegno è una scelta, ma la comprensione è senza scelta. E quando sei disposto al Vedānta come risultato del nityakarman, quando ti risvegli, cosa comprendi? Ajam [il non nato], di essere libero dalla causalità. Anidram [il senza sonno], di essere libero dall’ignoranza, che è la tua natura. Asvapnam, di essere libero dal sogno. Advaitam, chela è natura non duale; la natura non duale è l’esperienza di tutti.

    Stando nello stato di veglia dici «la veglia è uno stato in cui non conosco nulla»; ma quando entri nello stato di sonno profondo trascendi quell’ignoranza, non provi quell’ignoranza. Per la verità, trascendi persino l’ignoranza. Qual è, dunque, l’esperienza lì? L’Advaitam: non ricordi lo stato di veglia, non hai pensieri sullo stato di veglia, non c’è pensiero dello stato di veglia, non c’è pensiero dello stato di sogno né c’è alcun pensiero dell’ignoranza. E neppure pensi a ciò che non vedi, al mondo che non vedi. Sei libero dal mondo, ma non c’è alcun pensiero che riguardi la libertà dal mondo. La libertà non è qualcosa che è governata da un pensiero; sei libero dal mondo e non c’è alcun pensiero relativo al pensiero che riguarda la libertà da esso, perché la libertà dal pensiero non può essere un altro pensiero.

    La libertà dal pensiero non è un altro pensiero. Cos’è, allora, la libertà dal pensiero? È la tua presenza libera dal pensiero, non è solo assenza di pensiero. È la tua libertà dal pensiero. L’Advaitam è una questione di esperienza, la libertà dalla causalità è una questione di esperienza, la libertà dal nidra è una questione di esperienza; l’asvapna, la libertà dal sogno, è una questione di esperienza. Tutti sperimentano che quando si va a dormire si trascende la veglia, si trascende il sogno, si trascende il tempo, si trascende il dvaitam, si trascende tutto: si trascende persino il dominio della causalità e si è semplicemente Essere. È esperienza di tutti; ma il problema è che tale esperienza è erroneamente definita come non-esperienza di qualcosa. Invece è un’esperienza: un’esperienza pacificata è definita come non-esperienza. Se non è un’esperienza allora come si potrebbe davvero dire che esiste un terzo stato?

    Perciò la Verità è un argomento d’evidenza. È un’esperienza, quindi anche se l’uomo è ignorante da molto tempo, ovvero è ignorante da sempre. Ma quando usi la tua scelta al fine di liberarti, puoi conoscere la Verità. Per cominciare devi usare la tua determinazione e col tempo quella stessa scelta porta a una comprensione che è senza scelta. Senza scelta significa che non è secondo le tue simpatie e le tue antipatie. Tu comprendi la Verità così com’è: questo vuol dire senza scelta. Quando ti risvegli grazie al nityakarman, grazie all’insegnamento del Vedānta, comprendi l’Ajam, l’Essere libero dalla causalità che è il tuo proprio Sé, il Sé libero dal sonno, il Sé libero dal sogno, il Sé non duale. Allora comprendi.

    Brahman ha quattro pāda. La nostra esistenza ha quattro pāda: jāgrat avasthā, lo stato di sogno, il sonno profondo e natura intrinseca: tre accidenti e una sostanza. Questo è abhidheyam della Realtà e il suo abhidhānam è chiamato Oṃkāra. Oṃkāra ha quattro mātrā, Ātman ha quattro pāda. L’Akāra è Oṃkāra mātrā, l’Ukāra è Oṃkāra mātrā, il Makāra è Oṃkāra mātrā e ciò che è intrinsecamente Oṃkāraamātrā. Proprio come Ātman ha quattro pāda, le mātrā si riferiscono ai pāda; come Oṃkāra si riferisce a Brahman e i quattro lati [come nella moneta quadrata] di Oṃkāra si riferiscono ai lati di Brahman, i quattro lati di Brahman sono chiamati quattro pāda e i quattro lati di Oṃ sono quattro mātrā, mentre Oṃ è una parola. Jāgrat, svapna, suṣupti sono Brahma pāda ed Essere è Brahman. I tre sono Brahma pāda e Turīyam è Brahman. Akāra, Ukāra, Makāra sono mātrā di Oṃkāra; i tre si riferiscono agli accidenti jāgrat, svapna e suṣpti; Brahman è chiamato pāda, ma è nirviśeṣam. Allo stesso modo, la natura intrinseca di Oṃkāra è nirviśeṣam, l’amātrā. Akāra, Ukāra, Makāra sono mātrā di Oṃkāra e la libertà da tutti e tre è amātrā, l’incommensurabile.

    Mātrā significa ‘misurabile’:, “a” è misurabile, “u” è misurabile, “m” è misurabile. Misurabile si relaziona con un altro pāda misurabile: misurabile significa limitato. Brahman pāda è misurabile? È limitato? È accidentale? L’infinito non può essere accidentale: jāgrat avasthā è accidentale, il sogno è accidentale e anche l’idea che io non sapessi nulla in sonno profondo è accidentale. Pertanto “a”, “u”, “m” sono mātrā accidentali che si riferiscono ai pāda-accidenti. Invece amātrā e nirviśeṣam sono la stessa cosa. La libertà dalle tre mātrā e la libertà dai tre pāda sono la stessa cosa, è nirviśeṣam o amātrā,che si riferisce a Turīyam, al nirviśeṣam.

    Il misurabile si riferisce al misurabile, l’incommensurabile si riferisce all’incommensurabile: la mātrā è misurabile e il Brahman incommensurabile: qual è la differenza? Tra un misurabile e un altro misurabile può esserci una differenza, ma tra il misurabile e l’incommensurabile non c’è differenza. Amātrā significa nirviśeṣam e anche apāda significa nirviśeṣam: non sono affatto due, sono uno. Mātrā e Turīyam, invece,sono la stessa cosa. Akāra è mātrā, ukāra è mātrā: è pensiero ed è misurabile. Jāgrat è un pāda misurabile, svapna è un pāda misurabile e anche suṣupti è un pāda misurabile e le tre mātrā si riferiscono ai tre pāda. Quanto a mātrā, quando diciamo che si riferisce al Brahman nirviśeṣam, è uno e lo stesso, perché non sono due nirviśeṣam. Questo aspetto particolare sta per arrivare. E più avanti si dirà che le mātrā sono pāda e i pāda sono mātrā: c’è un mukhya ekatvam.