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2 Novembre, 2025

2. Śrīvidyā e il Tantra

    Mahāmahopādhyāya Prof. DrR. Sathyanarayana
    (Śrī Guru Satyānanda Nātha Mahārājajī)

    2. Śrīvidyā e il Tantra

    INTRODUZIONE SINOTTICA

    A cura di Durgā Devī

    AMBITO

    Ogni adorazione si svolge a tre livelli di coscienza. A livello dell’esperienza grossolana dei sensi, la divinità è adorata attraverso un’immagine (mūrti) dotata di un insieme di simboli che sublimano le predisposizioni (vāsanā) individuali e universali, le inclinazione (pravrtti) e le impressioni latenti (saṃskāra), ecc., e mettono in relazione l’icona con le categorie di sṛṣṭi, sthiti, saṃhāra, tirodhāna e anugraha1. In Śrīvidyā questa azione è chiamata sacrificio esteriore (bahiryāga) e si avvale di offerte (upacāra) quali supporti esterni.

    La dimensione e la varietà delle meditazioni (upāsanā) in Śrīvidyā sono davvero ampie. In realtà non è una singola scienza (Vidyā), ma comprende dieci correnti convergenti di sapienza chiamate globalmente daśamahāvidyā. Si tratta delle scienze che corrispondono a Kālī, Tārā, Tripurasundarī (o Ṣoḍaśī), Bhuvaneśvarī (chiamata anche Rājarājeśvarī, Lalitā e Śrīvidyā), Chinnamastā, Bhairavī, Dhūmāvatī, Bagalāmukhī, Mātaṅgī e Kamalā (o Lakṣmī). Di queste, solo Dhūmāvatī è venerata da sola, senza consorte o come vedova (vidhavā). Le coppie (mithuna) delle nove mahāvidyā restanti sono così composte: Kālī-Mahākāla, Tārā-Akṣobhya, Tripurasundarī-Pañcavaktra, Bhuvaneśvarī-Tryambaka, Chinnamastā-Kabandha, Bhairavī-Dakṣiṇāmūrti, Bagalāmukhī-Mahārudra, Mātaṅgī-Mātaṅga, Kamalā-Sadāśiva o Viṣṇu. Tra tutte le dieci Grandi Vidyā le più conosciute sono Tripurasundarī e Lalitā. Oltre a queste, la Vidyā è adorarata anche sotto forma di nove Durgā, chiamate Śailaputrī, Brahmacāriṇī, Candraghaṇṭā, Kūṣmāṇḍa, Skandamātā, Kātyāyanī, Kālarātri, Mahāgaurī e Siddhīdātrī. In corrispondenza con la Trimūrti, Brahmā, Viṣṇu e Maheśvara, la Dèa si manifesta come Mahāsarasvatī, Mahālakṣmī e Mahākālī. Oltre a queste divinità, Śrīvidyā è praticata anche in differenti culti in varie parti dell’India, come quello rivolto a Kāmākṣī a Kāṅcī, Kanyākumārī in Kerala, Bhramarāmbā a Śrīśaila, Cāmuṇḍā in Karnāṭaka, Ambā in Mahārāṣṭra, Mahālakṣmī a Kolhāpūra, Kālikā a Mālavā, Lalitā a Prayāga, Viśālākṣī a Vārāṇasī, Vindhyavāsinī a Vindhyācala, Maṅgalāvatī a Gayā, Sundarī in Bengala, Guhyakeśvarī in Nepal, Kāmākhyā in Kāmarūpa (Assam), Śāradā in Kashmir, ecc. In realtà, la Madre è venerata come Pañcāśat-Pīṭharūpinī (presente in cinquanta località) perché Śrīvidyā è praticata nel Paese in cinquanta sedi principali (śaktipīṭha) del culto śākta. Di fatto, l’India è considerata come una yoni o un triangolo dello Śrīcakra,con i vertici situati in Kashmir, Nepal e Kanyākumārī e con il bindu centrale a Vārāṇasī. È quindi evidente che Śrīvidyā è diffusa in tutta la lunghezza e l’ampiezza del Paese, illuminandone ogni angolo, in una o in un’altra delle miriadi di sue forme.

    Śrīvidyā è praticata in tre forme (Vidyā), denominate Kādi, Hādi e Sādi. Sono così chiamate perché il loro mantra pañcadaśī2, centrale in Śrīvidyā, inizia rispettivamente con i bīja “ka”, “ha” e “sa”3. La Kādi Vidyā è anche chiamata Kālīkrama, Samaya mārga o Samayamata e Kuṇḍalinī Yoga. La Hādi Vidyā è conosciuta anche con i nomi di Sundarīkrama, Haṃsa Vidyā e Kaula mārga. La Sādi Vidyā è anche nota come Tārākarma, Samavarodhini Vidyā o Miśra mārga. Il carattere delle loro upāsanā è rispettivamente sāttvika, rājasa e tāmasa. Tra le tre, il Samaya mārga è chiamato anche Dakṣinācāra [via della mano destra]. È così chiamato perché l’upāsaka vi adora Śiva come Samaya4 e la Śakti come Samayā5 nella fase finale della più alta coscienza spirituale. In questa scuola Śiva e Śakti hanno la stessa importanza. La sādhanā percorre la via che sale dal Maṇipūraka cakra6 attraversol’Anāhata e il Viśuddha cakra fino all’Ajñā cakra, dove avviene il sāmarasya, ovvero l’unione (maithuna) di Śiva e Śakti. L’Ajñā cakra è anche chiamato etere (viyat o ākāśa). Solo i brāhmaṇa, gli kṣatriya e i vaiśya sono qualificati a praticare il Samayamata meditando con le upāsana prescritte nei testi dello Śubhāgama Pañcaka, cioè le saṃhitā che risalgono a Vasiṣṭha, a Śuka, a Sanaka, a Sanandana e a Sanatkumāra7.Gli ultimi quattro personaggi sono chiamati kumāra (i giovani) in quanto sono perpetuamente brahmacārin o saṃnyāsin. Sono noti come i figli della mente (mānasaputra) di Brahmā [N.d.C.]. L’upāsaka di questa via può essere qualificato in forma media (madhyama) o alta (uttama). La meditazione è sempre centrato nell’ākāśa cakra. Nel primo caso [madhyama], l’upāsanā si compie nello spazio esterno in cui è collocata e adorata la mūrti o lo Śrīcakra prescritto, per esempio inciso nell’oro o su una tavoletta di legno di betulla (bhūrjapattra). In questo caso si usano offerte esterne (bāhya upacāra) come fiori, frutti, incenso, acqua, ecc. Il meditante altamente qualificato (uttamādhikārin), invece, offre l’adorazione nello spazio interno, cioè nell’etere sottile (dahara ākāśa) all’interno del cuore, dove offre solo upacāra interiori per mezzo della contemplazione e delle mudrā8. La meditazione (upāsanā) con oblazioni esterne è chiamata ‘sacrificio esterno’ (bahiryāga), mentre l’adorazione interna è nota come ‘sacrificio interiore’ (antaryāga). Quest’ultimo è ritenuto superiore al primo. Il miglior metodo (Śrī sādhanā) è la pratica di bhāvanā9, che comporta il superamento dei piani fisici, mentali e intellettuali della coscienza in uno stato di meditazione trascendente, in cui il microcosmo è equiparato e identificato con il macrocosmo e in cui il processo di differenziazione dell’Unità ultima in categorie della creazione cosmica è invertito; tornerò su questo argomento nella sezione dedicata allo Śrīcakra. Questo è chiamato ‘grande sacrificio’ (mahāyāga)ed è esaltato come la via dell’isolamento interiore (samaya mārga).

    La Kādi Vidyā è ritenuta superiore alle altre due:

    Ma la gloriosa Śrīvidyā è la superiore, tra le tre, nella sua forma Kādi.”

    Come si vedrà in seguito, le scuole Hādi e Sādi, sebbene abbiano predominato la scena indiana dell’upāsanā nei primi secoli dell’era cristiana, comportano un serio rischio di deviazione per il sādhaka. Gli upāsaka di Śrīvidyā sono eternamente debitori a Bhagavān Śrī Śaṃkarācārya per aver sintetizzato nella Kādi i migliori elementi delle altre due Vidyā, modificandola e adattandola perfettamente alla tradizione vedica, rendendola semplice, universale, perfetta e attraente. Tuttavia, egli non ha dato nascita alla nostra corrente, come ha fatto con la scuola advitīya, ma ha perfezionato il sampradāya ereditato dal Paramaguru, Śrī Gauḍapāda, che ha scritto il Subhagodaya e lo Śrīvidyāratnasūtra, che trattano della scuola Kādi e di quella Hādi. Oltre a queste, esiste un’altra scuola di Śrīvidyā, nella cui upāsanā Śiva è predominante e la Śakti è considerata una semplice agente. Qui il sāmarasya10 consiste nel riassorbimento della Śakti, ovvero della Māyā, in Śiva. Nella musica del Karnataka le otto kṛti [canti in metrica] sul Guru (vale a dire su Śiva) di Śrī Muttusvāmi Dīkṣita [1775-1835] mettono in evidenza questo aspetto di Śrīvidyā; è davvero un peccato, quindi, che non siano praticati ed eseguiti con la frequenza che meriterebbero. Infatti, Śrī Muttusvāmi Dīkṣita non era solamente un grande upāsaka di Śrīvidyā, ma anche un Siddha.

    La Hādi Vidyā è anche chiamata Kaula o Vāmācāra11. Si divide ulteriormente in Kaula preliminare (Pūrva-Kaula) e Kaula superiore (Uttara-Kaula). La sua upāsanā è rājasa o tāmasa, a seconda delle inclinazioni del sādhaka. Mentre il samāyin esegue la sādhanā partendo dal Maṇipūra verso l’Ājñā cakra, in cui poi raggiunge l’unione di Śiva e Śakti, l’upāsanā del Kaula procede solo all’interno del Mūlādhāra cakra. Questo cakra ha, come è noto, una yoni o triangolo e, al suo centro, il bindu. Così, mentre la sādhanā del samāyin [della correntee Kādi] procede attraverso tutti i nove veli o recinti (āvaraṇa) dello Śrīcakra, il Kaula [della corrente Hādi] si concentra solo sulla yoni e le rende culto. Quando per l’upāsanā s’impiega un simbolo esteriore della yoni, come quello d’oro o di bhūrjapattra12, tale forma è chiamata preparatoria (pūrvakaula). Se la yoni è naturale e interna, cioè l’organo femminile (strī yoni), allora questa forma è detta superiore (uttarakaula). Il pūrvakaula adora la divinità centrale, Mahābhairava e la sua consorte, Ānandabhairavī, nel pradhānaapradhāna bhāva13. Durante la creazione cosmica (sṛṣṭi) del macrocosmo e del microcosmo, la Dèa è pradhāna e il Dio è apradhāna. Durante la dissoluzione (saṃhāra o pralaya) il rapporto è invertito. La forma superiore (uttarakaula) non tiene affatto in considerazione Śiva: infatti sostiene che la Śakti è la causa primordiale e le cinque azioni (pañcakriyā) sono le sue azioni (śaktikriyā): essa contiene in sé il mondo che è la forma prodotta solo dalla Śakti (Śakti kāryarūpa14). Sia l’uttarakaula sia il pūrvakaula chiamano la Śakti con il nome di Kuṇḍalinī e il metodo consiste nel risvegliare la Kuṇḍalinī dal suo sonno, che è lo stato di manifestazione più grossolano. Oppure, in senso inverso, la modificazione dell’Uno nella molteplicità, dell’Infinito in finito, o dell’Assoluto in relativo, ecc. A questo scopo, il Kaula impiega cinque tipi di offerte (upacāra); il pūrvakaula a volte per sostituzione simbolica, ma l’uttarakaula per offerta reale di madya (vino), māṃsa (carne), mīna (pesce), mudrā (gesto segreto) e maithuna (atto sessuale). Questi sono conosciuti collettivamente come pañcamakāra, ed è questo che ha portato tanto discredito alla scuola Kaula. Molte opere del Kaula Tantra, invero, insistono sul fatto che questi upacāra dovrebbero essere offerti solo per sostituzione di simboli con l’uso di sostanze pure prescritte e dalla corrispondente mudrā15. Ritengono che quest’ultimo sia il vero ed essenziale upacāra e biasimano il sādhaka che li impiega in senso letterale, condannando chi così agisce per il proprio piacere. Il samāyin sostiene che il Kaula è prescritto per i sādhaka squalificati per il Veda, cioè per gli śūdra. Il Kaula sostiene l’opposto, cioè che Veda e i darśana sono solo organi di Śiva e che qualsiasi kaula śūdra è di gran lunga superiore a un brāhmaṇa conoscitore del Veda. Comunque sia, il risveglio della Kuṇḍalinī è il fine ultimo di entrambe le versioni pūrva e uttara. Il culmine di questa pratica è il bindu: il sādhaka raggiunge il Brahman nel momento stesso di quel risveglio e questo stato istantaneo di liberazione dagli upādhi16 è chiamato liberazione istantanea (kṣaṇamukti). Tuttavia è bene sapere che per il Samayamata il semplice risveglio della Kuṇḍalinī non costituisce il fine ultimo dell’upāsanā. La Kuṇḍalinī deve essere condotta verso l’alto attraverso la suśumṇā per perforare i tre incroci (granthi) delle tre nāḍī principali e i sei cakra fino a raggiungere il Loto dai Mille Petali (sahasrāra cakra) e unirsi a Śiva che ivi risiede. Questa è l’unione armonica (sāmarasya) per il Samayamata, ossia per la Kādi Vidyā. Nel Kuṇḍalinī Yoga, il risveglio si realizza per mezzo di āsana, come il siddha, del prāṇāyāma e delle mudrā, come la śaktichālanī, la mūla e la jālandhara mudrā17. In questo modo, con queste o con altre tecniche, il prāṇa è portato verso il basso e l’apāna verso l’alto per incontrarsi: l’attrito che ne deriva, produce calore e provoca il risveglio della Kuṇḍalinī. Questa è poi condotta verso l’alto con varie pratiche yogiche e fissata nei diversi cakra e granthi per mezzo della meditazione (dhyāna) e della concentrazione (dhāraṇā). La Kuṇḍalinī può essere risvegliata anche dallo stesso śaktipata18. Ci sono anche rari casi in cui la Kuṇḍalinī si risveglia per caso.

    Anche la scuola Kaula può essere suddivisa in diverse correnti: Kaulika, Vāma, Cīna, Siddhāntī e Śābara, in ordine decrescente di importanza, fama ed efficacia. Sono rispettivamente paragonate al pollice, all’indice, al medio, all’anulare e al mignolo. Kaulika è il tipo più elevato e non ha bisogno di alcun ausilio esterno, mentre Vama, Cīna e Siddhāntī impiegano strumenti esterni di culto solo a fini mondani. Gli Śābara si dedicano alla magia (śambara) e a riprovevoli riti cruenti (ḍāmara) per ottenere le loro siddhi. Anche i kāpālika19, i kṣapaṇaka e i digambara20 sono diversi tipi di sādhaka della corrente Kaula. Tutti questi hanno generalmente come obiettivo i poteri della magia più bassa (kṣudra siddhi) e si basano sui poteri tantrici ingiunti nei vari testi di ḍāmara, śambara, ecc., diversi da quelli summenzionati nella raccolta Śubhāgama Pañcaka. Così, i kāpālika seguono il Candrajñāna Āgama, lo Hṛdbheda Tantra, l’inno [attribuito a Śaṃkara], il [Kāla] Bhairavāṣṭakam, il Pañcāmṛta (o Sādhanopāya)21, il Sarvajñānottara Āgama, il Mahākālīmata Tantra, l’Aruṇeśa Tantra, il Medinīśa Tantra, il Vikuṇṭhkeśava Tantra,e altri ancora.

    Altri, che seguono la mano sinistra (vāmācārin) si rifanno a Tantra diversi, come il Vāmajuṣṭa, il Mahādeva, il Kalāsana, il Vīṇā, il Saṃbhogayakṣī Tantra, la Niṣiddhi, il Kubjikāmata Tantra, ecc. I digambara e i kṣapaṇaka utilizzano i rituali tantrici prescritti nel Pūrvapaśchimadākṣa Tantra, nell’Uttara Tantra, nel Niruttara Tantra, nel Vimala Tantra, nella raccolta Vimolottha, che contiene sessanta quattro Tantra, e nel Devīmata Tantra. Pratiche rituali, orribili e nauseanti, sono prescritte per il raggiungimento di varie siddhi banali.

    Alcuni Tantra, tra cui il Durvāsamata, il Kulārṇava, il Bārhaṣpatya, il Kuleśvarī, il Kalānidhi, il Candrakalā, il Bhuvaneśvarī e il Jyotisnāvatī, tutti chiamati collettivamente Candrakalāṣṭaka, ammettono sia le pratiche Kādi sia quelle Hādi. Per questo motivo, Śrīvidyā è talvolta conosciuta anche come Candrajñāna Vidyā. La Dèa Madre (Śrī Mātā), in questo caso è considerata come se si manifestasse in sedici forme che aumentano progressivamente nel suo splendore (vibhūti). Queste ultime sono equiparate e identificate con le fasi della Luna e sono quindi chiamate ‘le perenni giornate lunari’ (tithinityā). La sedicesima kalā (digito lunare) è chiamata Sāda, colei che regge. Non è soggetta a declino e scomparsa e risiede al centro del Candramaṇḍala. Questo centro è Śrī. Le quindici Nityā corrispondono ai quindici bīja mantra della pañcadaśī vidyā22. La collocazione del Candramaṇḍala nel microcosmo è descritta in modo diverso dalle varie scuole di Śrīvidyā. Il samāyin esegue l’upāsanā delle tithinityā nella quindicina luminosa (śūkla) della Luna crescente, a partire dal maṇipūra fino all’ājñā cakra, mentre il kaula esegue la sua sādhanā nella quindicina oscura (kṛṣṇa) della Luna calante, partendo dallo svādhiṣṭhāna cakra fino al mūlādhāra che è anche chiamato kula. I 360 giorni lunari sono equiparati e identificati con i 360 raggi della luna chiamati māyūkha, e l’upāsanā sui pañcabhūta è eseguita dal samāyin e dal kaula nei loro rispettivi cakra summenzionati23.

    Qui dobbiamo accennare a tre altre ramificazioni di Śrīvidyā. La prima riguarda il sampradāya. La Vidyā è giunta fino a noi in tre distinte trasmissioni di sampradāya: la prima rivelata da Dakṣiṇāmūrti, la seconda da Hayagrīva e la terza da Ānandabhairava. Queste scuole corrispondono ai metodi del Kādi, dello Hādi e del Sādi. Me ne soffermerò ancora brevemente quando descriverò lo Śrīcakra. Il secondo aspetto riguarda il mantra. Si dice che Śrīvidyā comprenda sessantaquattro crore [640 milioni] di mantra. Nella realtà pratica sono disponibili diverse migliaia di mantra che vanno da un singolo bīja a rosari (mālā) di centinaia di bīja. La combinazione completa di tutti i bāja disponibili ne fornirebbe a centinaia di migliaia. E questo vale per ciascuna delle dieci Mahāvidyā in tutte le sue ramificazioni. Per esempio, nella Kāmarāja Vidyā24 più diffusa, i mantra più comunemente praticati sono a una sillaba (ekākṣarī), a tre sillabe (tryākṣarī), a nove sillabe (navārṇa), a quindici sillabe (pañcadaśī), a sedici sillabe (ṣoḍaśī), più le loro varie combinazioni.

    Consideriamo, per fare un esempio, la pañcadaśī vidyā. Fu propagata nelle sue forme Kādi, Hādi e Sādi da quindici veggenti [ṛṣi]. Così la Kādi Vidyā fu rivelata da Brahmā a Manu, da questi ad Agastya, poi a Manmatha (Kāmarāja), a Indra e a Yama; mentre Hari, Hara, Kubera, Lopāmudrā, Sūrya, Skanda e Durvāsas insegnarono la Hādi Śrīvidyā. La Miśravidyā o Sādi fu trasmessa da Candra e Nadikeśvara. Quindi, anche se il mantra è composto fondamentalmente dagli stessi quindici bīja, questi si differenziano tra loro per il bīja iniziale, che li riunisce in gruppi di bīja (kūṭa) in successioni diverse. Così la Hādi Vidyā di Durvāsas non contiene alcuno hṛllekha (il bīja hṛṃ’) e consiste in un solo kūṭa, mentre la Hādi Vidyā rivelata da Hari consiste in sei kūṭa, ciascuno dei quali culmina nello hṛllekha. Tutte e sei le forme della Kādi Vidyā hanno tre kūṭa ciascuna, terminanti con lo hṛllekha.

    Un’altra componente di Śrīvidyā è l’āmnāya. Āmnāya significa pratica meditativa ripetuta incessantemente; significa anche un insieme di pratiche tradizionali. In Śrīvidyā indica anche un approccio verso la divinità centrale. Ci sono sei āmnāya, ciascuno situato in uno dei quattro punti cardinali, più uno in alto e uno in basso. Ognuno di essi ha una propria serie di divinità, mantra, maṇḍala, mudrā, e così via. Ogni āmnāya ha inizio con un circolo di maestri (Guru maṇḍala), seguito da un’assemblea di divinità. Schematicamente, essi sono tra loro complementari e gerarchizzati; l’ūrdhvaāmnāya, che sta in alto, è il più elevato. In realtà, ogni āmnāya è autonomo ed efficace per raggiungere la Divinità centrale. A volte si accenna anche ad altri quattro āmnāya ausiliari posti ai punti intermedi.

    1. Le cinque azioni (pañcakriyā): creazione, mantenimento, dissoluzione, onnubilazione e grazia.[]
    2. Mantra di quindici sillabe.[]
    3. I bīja, o mantra seminalidelle tre fasi della creazione, ovvero la potenzialità che si manifesta, il suo sviluppo, il suo riassorbimento [N.d.C.].[]
    4. “Che libera dalle regole dell’azione” [N.d.C.].[]
    5. “Colei che conduce alla liberazione dalle regole dell’azione” [N.d.C.].[]
    6. Il cakra da cui inizia questa sādhanā è il terzo, all’altezza del cuore o del plesso solare. I due cakra inferiori sono considerati impuri e pericolosi, in quanto incentivano il desiderio per l’ottenimento dei poteri (siddhi); essi sono oggetto di particolare meditazione per le vie della mano sinistra [N.d.C.].[]
    7. Gli ultimi quattro personaggi sono chiamati kumāra (i giovani) in quanto sono perpetuamente brahmacārin o saṃnyāsin. Sono noti come i figli della mente (mānasaputra) di Brahmā [N.d.C.].[]
    8. Gesti e posizioni simboliche delle mani e delle dita.[]
    9. Contemplazione [o dhyāna].[]
    10. Unione armonica.[]
    11. “Via della mano sinistra” [N.d.C.].[]
    12. Tavoletta di legno di betulla [N.d.C.].[]
    13. Nel loro significato letterale (primario) e traslato (secondario).[]
    14. La Potenza divina nella sua forma efficiente.[]
    15. Posizione simbolica della mano e delle dita.[]
    16. “Limitazioni aggiunte”.[]
    17. Mudrā che hanno la capacità di scuotere e risvegliare Kuṇḍalinī.[]
    18. L’influenza sottile del Guru trasmessa durante il rito d’iniziazione (dīkṣā) [N.d.C.].[]
    19. “Quelli del cranio”; asceti che usano la calotta cranica umana come ciotola per nutrirsi e per raccogliere le elemosine.[]
    20. Kṣapaṇaka e digambara, ordini di asceti nudi [N.d.C.].[]
    21. Raccolta di sei Tantra in cui sono spiegati i riti lustrali compiuti con i cinque liquidi: latte, burro chiarificato, sciroppo zuccherino, yogurt e miele [N.d.C.].[]
    22. La conoscenza della formula di quindici sillabe bīja di Śrī Vidyā.[]
    23. La posizione suprema del Candramaṇḍala, nel microcosmo,si riferisce al “circolo lunare” che sta nel loto dei mille petali alla sommità della testa. Secondo il Lalitāsahasranāma del Brahmāṇḍa Purāṇa, su ogni petalo è scritto un nome della Dèa. Sāda, al centro di questa corolla di mille petali, si unisce con Śiva. A questo connubio segreto, il sādhaka partecipa interiormente facendo le parti del Dio. Tale sacrificio segreto (rahasyayāga) è il sacrificio interiore (antarayāga) descritto nella Bhāvana Upaniṣad (XXI; cfr. La Bhāvana Upaniṣad, Durgā Devī (a cura di), Milano, Ekatos, 2022, pp. 53-53). È la realizzazione dell’unità dei corpi sottile, grossolano e causale; che avviene allorché si uniscono il centro del Candramaṇḍala (Sāda) con il centro del loto dai mille petali (Sadāśiva) e con il punto centrale dello Śrīcakra chiamato “Fatto di ogni beatitudine” (sarvānandamayabindu), l’Ātman; vale a dire l’unione del Sé individuale con il Sé universale, di Śiva con Śakti e della Luce (prakāśa) della coscienza con la sua consapevolezza riflessa (vimarśa) [N.d.C.].[]
    24. Kāmarājao Manmatha è il Dio che ha rivelato la tradizione Kādi, poi tramandata del ṛṣi Agastya. Per questa ragione è detta anche Kāmarāja Vidyā [N.d.C.].[]