9. Coscienza di Essere
Śrī Śrī Satcidānandendra Sarasvatī Svāmījī
9. Coscienza di Essere
a cura di Petrus Simonet de Maisonneuve
9. Ultime conclusioni
L’insegnamento centrale
75. L’insegnamento centrale del sesto capitolo della Chāndogya Upaniṣad è contenuto in ciò che Uddālaka ripete alla fine di ogni passo in cui spiega la dottrina.
È quella Entità sottilissima che tutto questo (idam, l’universo) ha per essenza. Solo quello è reale, quello è l’Ātman, tu sei Quello, o Śvetaketu.
76. Naturalmente l’insegnamento è troppo generale per essere considerato come un insegnamento impartito da un padre a suo figlio in un dato momento storico. È un’affermazione della verità universale che potrebbe essere trasmessa, anche al giorno d’oggi o in futuro, da qualsiasi maestro a un suo discepolo, proprio come è narrato che sia stata rivelata, in un passato non ben definito, dal saggio Uddālaka a suo figlio Śvetaketu.
77. Non c’è motivo di limitare l’espressione “tutto questo” a un solo aspetto o a una porzione dell’universo. Nelle opere filosofiche sanscrite si è soliti dividere l’universo in ādhyātmika (interno, ossia prāṇico, psichico, morale, ecc.), ādhibhautika (esterno o fisico) e ādhidaivika (relativo ai cieli degli dei). Poiché qui non c’è alcun attributo restrittivo, l’affermazione “tutto questo ha per essenza quella Entità” richiede che tutto, senza eccezione, abbia per essenza solo questa Entità sottilissima e che non ci sia nulla che abbia un’esistenza indipendente da tale Entità.
78. Dobbiamo ora considerare il significato della parola ‘sottilissimo’ (aṇimā). Significa qualcosa di molto tenue, come l’aria rarefatta, o di qualche cosa molto minuta, come l’atomo chimico degli scienziati? Non può essere così, perché Uddālaka sta parlando dell’Essere puro che è Uno senza secondo, che è l’“essenza di tutto questo”. Inoltre è la causa che ha creato e trasformato se stessa in tutto l’universo e quindi non può esserci in essa nessuna delle categorie (come sostanza, quantità, qualità, relazione, ecc.), come nemmeno le entità psichiche che i suoi effetti apparenti gli hanno sovrapposto. Per questo Uddālaka dice che è la Realtà (Satyam), distinta da tutti gli oggetti sovrapposti. Pertanto, l’Entità suttilissima (aṇimā) è solo un altro nome per qualcosa di non percepibile né concepibile, ma che è il substrato di tutto ciò che nasce. Infatti, tutto ciò che nasce, cresce e infine si fonde, è l’Essere in esso presente. La Realtà è sottilissima nel senso che è Pura Coscienza da cui tutto è illuminato, e che non ha alcun bisogno d’essere oggettivata e illuminata.
79. Questa Realtà come Testimone Universale è l’unico Ātman nel vero senso della parola. I singoli sé nel mondo empirico sono , per così dire, solo riflessi di questo Ātman reale. Pertanto, essi sono realmente un tutt’uno con l’Essere Assoluto anche così come sono.
L’insegnamento testuale: identità di jīva e Īśvara
80. “Tu sei Quello”, dunque, stabilisce una verità eterna e può essere stata indirizzata a qualunque degli innumerevoli jīva d’ogni tempo.
81. A rigore, “tu sei Quello” non è né una affermazione grammaticale né una proposizione logica su Brahman, perché né le parole né i pensieri possono oggettivare Brahman. Come dice la śruti:
Ciò che non è espresso dalla parola, ma da cui la parola stessa è espressa (cioè è rivelata dalla luce della Coscienza che è Brahman, ed è manifestata da Brahman) sappi che solo quello è Brahman e non ciò che è meditato come un oggetto.
Ciò che non può essere pensato dalla mente, ma da cui la mente stessa è pensata (cioè è rivelata dalla luce della Coscienza che è Brahman, ed è manifestata da Brahman) sappi che è Brahman e non ciò che è meditato come un oggetto. (KeU I.5-6)
“Tu sei Quello” è chiamato vākya (frase o proposizione) perché quando è pronunciata da un maestro competente vuole suggerire il Brahman, che è Uno senza secondo, come il Sé del cercatore della Verità.
Sureśvara, l’autore della Naiśkarmya Siddhi, chiama quindi Brahman,in accordo con il Taittirīya Upaniṣad Bhāṣya (NS III.1), come ciò che non si realizza né attraverso la conoscenza della relazione (sṃsarga) delle cose espressa dalle parole in una frase, né attraverso la conoscenza della distinzione (bheda) delle cose denotata dalle parole in una frase.
Conoscenza di Ātman invece della meditazione su esso
82. Va da sé che la frase “Tattvamasi”non ingiunge né implica alcun tipo di meditazione, come ad esempio in “Anantam vai manaḥ” (Infinita, infatti, è la mente, BU III.1.9), “Mano brahmotyupāsīta” (Si dovrebbe meditare sulla mente come Brahman, ChU III.19.1), “Ādityo brahmotyādeśaḥ” (Il sole è Brahman, questo è l’insegnamento, ChU III.3.19.1), “Prāṇo vāv saṃvargaḥ” (Prāṇa è davvero sovrano, onnicomprensivo, ChU IV.3.3). In tutte le sentenze di questo tipo si ordina di meditare due cose diverse come se fossero una sola. Ma nel caso in questione “Quello” e “tu” non si riferiscono a due cose diverse, bensì a una stessa entità. Śvetaketu è in realtà lo stesso Essere Puro che si propone di insegnare. Abbiamo già citato il testo upaniṣadico che nega espressamente che il Brahman nella sua vera natura possa essere meditato; così dice Śaṃkara:
Se la conoscenza dell’identità di Brahman e di Ātman dovesse essere considerata della natura delle meditazioni come l’immaginazione (sampat), allora la relazione sintattica delle parole che pretendono di insegnare un fatto esistente, cioè l’identità di Brahman e dell’Ātman, sarebbe contraddetta. (BSŚBh I.1.4)
83. Come si fa allora a sapere, al di là della parola e del pensiero, che Brahman esiste davvero? A questa domanda abbiamo già risposto quando abbiamo spiegato che Brahman, essendo lo stesso Sé del cercatore, deve essere considerato come tale. È così che Śvetaketu ha compreso l’insegnamento di suo padre (taddhāsya vijajñau, ChU VI.16.3).
La funzione del testo
84. Dal punto di vista del Vedānta Śāstra c’è una sola Realtà non duale e, dal punto di vista del Vedānta non esiste né insegnamento né apprendimento. In accordo con ciò, Śaṃkara cita un testo nel suo Brahma Sūtra Bhāṣya:
Egli (Bāśkali) chiese (a Bādhva): «Ti prego, insegnami, o signore». Egli tacque. Alla seconda e terza richiesta (Bādhva) gli disse: «Io sto insegnando, ma tu non capisci! Per questo l’Ātman è silenzioso (ovvero, privo di ogni caratteristica specifica)». (BSŚBh III.2.17)
Ai fini dell’insegnamento, tuttavia, si presuppone la distinzione tra insegnamento, insegnato e insegnante, come nel caso in questione in cui Uddālaka spiega la dottrina dell’unità assoluta dell’Ātman a Śvedaketu, suo figlio e discepolo. Gauḍapāda dice quindi:
Dovrebbe essere eliminata l’idea (delle distinzioni tra maestro, discepolo, ecc.) se qualcuno erroneamente la pensasse vera . Si tratta soltanto di una convenzione presa in considerazione solo a scopo di insegnamento. Quindi, quando la Verità è conosciuta, non rimane alcuna distinzione. (MUGK I.18)
In quest’ottica, quindi, la funzione del testo “tu sei Quello” è quella di rivelare che non è necessario alcun insegnamento e che non c’è nulla da compiere per conoscere la Verità. “Tu sei Quello, o Śvetaketu” significa che non hai bisogno di diventare Quello, non hai bisogno che ti venga insegnata la Verità su di esso: tu sei già Quello. In realtà, le distinzioni convenzionali di insegnamento, maestro e discepolo servono solo a facilitare la conoscenza. Tu sei l’unica Realtà non duale: non c’è alcun maestro né alcun discepolo.
85. Śaṃkara illustra quindi questa verità con l’esempio della corda-serpente che è eliminata affermando la verità che è una corda:
Finché l’avidyā non viene rimossa, jīva e jīvatva non scompaiono mai dall’ambito del vero (e del falso); ma quando l’ignoranza scompare, è lo stesso prājña (l’Ātman sempre consapevole) a essere rivelato dal testo “tu sei Quello”. La Realtà stessa non è in alcun modo intaccata né dall’ignoranza né dalla sua scomparsa. Questo può essere paragonato al caso in cui qualcuno prende una corda che giace nell’oscurità per un serpente e scappa via tremando di paura; ma ascoltando qualcun altro che gli dice: «Non aver paura, non è un serpente ma solo una corda», supera la paura per il serpente, il tremore e la fuga. Tuttavia, la corda in sé non ne risente in alcun modo, sia durante il periodo in cui viene presa per un serpente, sia quando l’idea che sia un serpente viene rimossa. Così dobbiamo intendere anche la questione in discussione. (BSŚBh IV.4.6)
Si noterà che, mentre la corda nell’esempio è solo l’oggetto dell’idea di serpente durante l’ignoranza, dobbiamo applicarla al caso di Śvetaketu che si è falsamente considerato un’anima trasmigrante nell’ambito delle azioni giuste e sbagliate. All’udire le parole “tu sei Quello”, egli abbandona tutte le sue false nozioni sovrapposte alla sua vera natura. Quando capisce il senso dell’insegnamento, la forma di conoscenza corretta sarà: “Non sono un’anima trasmigrante che compie azioni ingiunte o proibite; non sono affatto un jīva. Non c’era in me alcuna ignoranza che sia stata ora rimossa da questo insegnamento: io sono il Puro Essere e la Pura Coscienza in uno e non c’è stato in me in alcun momento la differenza tra maestro e insegnamento”.
Gli advaitin post-śaṃkariaani vanno quindi contro lo spirito stesso del Vedānta di Śaṃkara quando affermano che una sorta di serpente indefinibile (anirvacanīya sarpa) nasce effettivamente dalla cosiddetta avidyā positiva che, poi, nel caso del serpente-corda, è distrutta dalla vera conoscenza; e dicono anche che l’avidyā non è completamente distrutta nemmeno dalla vera conoscenza nel caso del realizzato finché non ha esaurito il karma che produce la sua attuale vita. Particolare attenzione va prestata alle seguenti inequivocabili affermazioni di Śaṃkara:
La Realtà stessa non è influenzata in alcun modo dall’ignoranza né dalla sua scomparsa. (BSŚBh I.1.4)
L’identità con Brahman non può essere conosciuta se non tramite la dottrina del Vedānta. (BSŚBh I.1.,4)
86. Il testo upaniṣadico “Tutto questo universo ha come essenza questa sottilissima Entità. Essa sola è reale, è l’unico Ātman, Tu sei Quello”, è l’unico mezzo valido per la giusta conoscenza di Brahman. Infatti, la percezione e l’inferenza sono valide solo nel caso di oggetti conoscibili e non possono mai oggettivare l’Ātman, che è sempre il conoscente e non è mai conoscibile.
Questa dottrina della validità del Vedānta Śāstra è riscontrabile solo nella sfera dell’avidyā o dell’ignoranza della vera natura dell’Ātman.
Ora, è proprio dal presupposto di questa reciproca sovrapposizione di Sé e non-sé, chiamata avidyā, che “partono” tutte le nozioni e le istanze di comportamento relative ai validi mezzi di conoscenza e agli oggetti conoscibili, siano essi mondani o vedici; così fanno gli Śastra, sia che trattino di ingiunzioni e di divieti, sia che trattino della Liberazione. (Adhyāsa Bhāṣa)
Negazione del jīvatva (dell’individualità)
87. La frase “tu sei Quello”, quindi, mira a negare l’erroneo presupposto di essere un’anima trasmigrante e a riaffermare la sua vera natura di Brahman. In realtà non esiste alcun jīva, distinto e separato dall’unica Realtà libera da ogni macchia. A questo proposito, vale la pena ricordare i seguenti esempi di Śaṃkara:
Il cosiddetto jīva non è del tutto diverso da Brahman, perché ci sono testi della śruti come “tu sei Quello”, “io sono Brahman”. Ma in considerazione dell’apparente forma particolare dovuta all’intelletto e ad altre aggiunte condizionanti (upādhi), il jīva, pur essendo in realtà Brahman stesso, è detto essere un agente e uno sperimentatore (dei frutti delle azioni). (BSŚBh I.1.31)
La Luce suprema che deve essere raggiunta è il Brahman Supremo, che è della natura della negazione dell’errore, ecc. Solo quella è la vera natura del jīva, come si evince da testi come “tu sei Quello”, e non l’altra evocata dalle aggiunte condizionanti. Quando, attraverso la śruti, si è portati al di là degli aggregati, corpo, sensi, mente e intelletto, ci è insegnato: ‘tu non sei l’aggregato di corpo, di sensi, di mente e d’intelletto, tu non sei l’anima trasmigrante, ma quella Realtà, quell’Ātman della natura di Pura Coscienza”, e “tu sei Quello”’. Allora ci si rende conto di essere della natura dell’immutabilità, dell’eterno Testimone, e si abbandona il saṃsāra dell’identificazione con il corpo, ecc., e si diventa proprio quell’Ātman della natura dell’eterno Testimone immutabile. (BSŚBh I.3.19)
Il Supremo Ātman stesso, delimitato dalle aggiunte limitanti, corpo, sensi, mente e intelletto, è definito dagli ignoranti come l’incorporato. Questo è come l’etere, che di per sé illimitato, appare come se fosse limitato in un grande vaso o in una piccola giara . E, a questo proposito, non è contraddittorio parlare delle differenze tra soggetto e oggetto, ecc., prima di capire l’unità dell’Ātman insegnata dal testo “tu sei Quello”. (BSŚBh I.2.6)
Infatti, non si insegna che Īśvara sia un’anima trasmigrante, ma, al contrario, si nega la natura di trasmigrante all’anima e si propone di insegnare la sua Signoria (Aiśvarya). In questo modo si afferma che la natura dell’Īśvara non duale di essere libero da demerito e da altre simili proprietà, è vera, mentre è falsa la natura dell’“io” di essere in possesso di proprietà di natura opposta. (BSŚBh IV.1.3)
Solo la Divinità è la vera natura dell’anima incorporata: la sua incorporazione è dovuta alle aggiunte limitanti. (SBŚBh III.4.8)
Se il testo scritturale insegna che il Brahman, in quanto libero da demeriti, ecc., è il Sé dell’essere incorporato, vuol dire che nega qualsiasi esperienza per lo stesso Sé incorporato. Quindi, come si può sostenere che Brahman diventi uno sperimentatore per il fatto che il jīva incorporato è uno sperimentatore? (BSSŚBh I.2.8)
Infatti, qui (nel Paingi Brāhmaṇa) non si propone di insegnare al kṣetrajña incorporato di possedere le proprietà del saṃsāra, come essere agente e sperimentatore dei frutti delle azioni, ma solo di essere della natura del Brahman, essenzialmente Pura Coscienza, libero da tutte le caratteristiche di un’anima trasmigrante: infatti, il testo recita “senza mangiare, l’altro (uccello) solo guarda”, cioè il Sé conoscente solo assiste senza sperimentare nulla (MuU III.1 .1); anche perché ci sono testi della śruti come “tu sei Quello” e “conosci lo kṣetrajña come me stesso” (BhG XIII.2). (BSŚBh I.2.12)
L’opinione del maestro Kāśakṛtsna è che il Signore Supremo, immutato, è egli stesso il jīva, e nessun altro:… ora possiamo concludere che l’opinione di Kāśakṛtsna segue la śruti, perché è in accordo con ciò che si propone di insegnare, poiché ci sono testi śruti come “tu sei Quello”. (BSŚBha I.4.22)
Anche riguardo al jīva, abbiamo già detto che la sofferenza è dovuta solo all’ignoranza. Di conseguenza, testi di Vedānta come “tu sei Quello” negano l’individualità (jīvatva) del jīva e insegnano che egli è Brahman stesso. (BSŚBh II.3.46)
La negazione (apavāda) è una frase avversativa con cui una nozione falsa, considerata corretta, è eliminata da una successiva nozione corretta, come ad esempio la nozione di Sé, considerato associato al corpo e dei sensi, è sostituita dalla nozione corretta di Sé quale vero Ātman, rivelata dal testo “tu sei Quello”. (BSŚBh III.3.9)
Il gran numero di affermazioni che si susseguono nel Bhāṣya, relative a “tu sei Quello”, di cui abbiamo selezionato alcuni brani, potrebbe indurre istintivamente il lettore a supporre che Śaṃkara si aspetti che noi crediamo che il sé indicato dalla parola “tu” in questo importante testo sia identico al Sé assoluto, mentre il Sé assoluto non dovrebbe essere considerato identico al sé espresso dalla parola “tu”. In un certo senso questo è abbastanza corretto e Śaṃkara lo afferma in diversi modi:
Inoltre, il testo “tu sei Quello” afferma l’identità di ciò che è connotato dalla parola “tu” con ciò che è connotato dalla parola “Quello”. (BSŚBh IV.1.2)
Ma da un altro punto di vista, il contrario è altrettanto vero. Bādārayaṇa ha dedicato il seguente sūtra “Ma le Upaniṣad riconoscono Brahman come il Sé e lo fanno comprendere così” (BS IV.1.3) esclusivamente per sottolineare il punto che il Sé Supremo insegnato dal Vedānta Śāstra dovrebbe essere capito come il proprio Sé e nient’altro che il proprio Sé. Mentre è perfettamente corretto affermare che il jīva, spogliato di tutte le proprietà, immaginate dalla visione ingenua, che lo rendono un’anima trasmigrante, è in realtà Brahman, è altrettanto giustificabile affermare che Brahman dovrebbe essere concepito come il proprio Sé nella sua purezza incontaminata. Questo è ciò che Śaṃkara afferma con enfasi nell’aforisma citato sopra:
Il Signore supremo deve essere riconosciuto come il proprio Sé; per questo Jābāla, allorché parla del Signore supremo, lo conferma con queste parole: “O venerata Divinità, io sono realmente Te e Tu sei realmente me. O venerata Divinità”. Un simile riconoscimento di Brahman come Sé in quanto “io sono Brahman”, dovrebbe anche essere incluso qui. (BSŚBh IV.1.3)
Si tratta di un riferimento a BU (I.4.10), dove si dichiara che chiunque si risvegli alla consapevolezza di essere Brahman diventa tutto ciò che è.
Ciò rende evidente che la dottrina del bhāgatvāga lakṣaṇa (prendere il significato indicato di entrambi i termini della proposizione “tu sei Quello”, respingendo il significato primario in entrambi i casi), che è diventata la prassi dei post-śaṃkariani, non è fedele a quella del grande maestro.