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1 Giugno, 2025

Ai piedi del guru: dialogo sull’adhyātma

    Svāmī Prakāśānandendra Sarasvatī Mahārāja

    Ai piedi del guru: dialogo sull’adhyātma

    I Domanda: La parola adhyātma ricorre abbastanza spesso nei libri di Vedānta. Che cosa significa questa parola?

    RispostaAdhyātma si riferisce a tutto ciò che riguarda l’Ātman.

    II Domanda: Dunque, cos’è l’Ātman?

    RispostaĀtman significa Svarūpa, ovvero la propria natura essenziale. L’Ātman è la natura essenziale di ciò che è chiamato “io” (aham), che è il soggetto conoscitore del mondo che si presenta davanti a lui nelle sue molteplici forme. Questo, in breve, significa la natura essenziale di se stessi, ossia l’Ātman.

    III Domanda: In questo caso che cos’è l’adhyātma prakāśa, o luce dell’Ātman? Poiché la parola prakāśa significa luce, vuol dire che l’Ātman ha bisogno di un’altra luce per essere illuminato?

    Risposta: No, non è questo il senso, non serve un’altra luce . Eppure, si trova che le persone che non conoscono la propria natura immaginano un non-Ātman e prendono questo anātman per se stesse. Come conseguenza immaginano di subire ogni tipo di sofferenza, anche se in realtà le sofferenze non esistono. Per eliminare da queste persone le tenebre dell’ignoranza è necessaria una luce. E questa luce non è altro che la luce dell’Ātman, vale a dire l’adhyātma prakāśa.

    IV Domanda: È giusto affermare che le persone non conoscono molte cose al di là di loro stesse. Ma è corretto sostenere che non conoscono se stesse? Inoltre, quale potrebbe essere la ragione per cui non conoscono se stesse?

    Risposta: Quale potrebbe essere la ragione per cui non si conosce se stessi se non quella di non volersi informare ed esaminarsi? In genere le persone si informano su tutto ciò che non le riguarda, ma non investigano mai su loro stesse, come per esempio: “Chi sono io veramente?”. La loro condizione è come quella descritta in questo detto kannaḍa: “Perché il padrone di casa dovrebbe preoccuparsi di servire il burro chiarificato agli ospiti?”1 Oltre all’ignoranza (ajñāna) non c’è alcun altro fattore che gli impedisca di conoscere se stesso.

    V Domanda: Non riesco ancora ad accettare quello che dite, cioè che le persone non conoscano se stesse. Perché alla domanda “Chi sei?” anche un bambino piccolo risponderebbe “io sono Rāma, figlio del tal dei tali e studio in quella particolare scuola” e così via. Non direbbe mai “No, non so chi sono”. Questo dimostra che nessuno ha ignoranza o dubbi su se stesso. Nel caso in cui qualcuno dica “Abbiamo bisogno di una luce per conoscere noi stessi”, la gente non pensa mai nemmeno per un secondo che abbia ragione, anzi pensa subito che abbia qualche problema al cervello.

    Risposta: È vero. La maggior parte delle persone la pensa come hai detto. E questo è proprio ciò che chiamiamo ajñāna. Se non conoscono la loro vera natura o se anche la conoscono in modo errato, reputano di conoscersi molto bene. Se questo non è ajñāna, cos’altro è?

    VI Domanda: Ebbene, condannando tutti in quanto ignoranti, se insegnate questo argomento totalmente inutile, non pensate che la gente rida di voi?

    Risposta: Non condanniamo nessuno: semplicemente stiamo indicando ciò che non conoscono. Quando riveliamo ad altri qualche nuova scoperta, cos’altro possiamo dire di loro se non che non la conoscono? Per esempio, un tempo non si sapeva che l’alluminio è presente in un certo tipo di argilla. Gli scienziati, consapevoli che la gente era del tutto ignorante di questo fatto, ricercarono e trovarono la soluzione per gli altri. Gli scienziati sono ridicoli per questo motivo? Certamente no. Al contrario, le persone che usano in vari modi l’alluminio, ricordano il contributo degli scienziati con senso di gratitudine. E nessuno si indigna con loro per aver rimosso l’ignoranza degli altri. Simile è il caso della conoscenza del Sé. Quando un fatto sconosciuto è reso noto, la gente ricorda con piacere chi glielo ha fatto conoscere e non ha alcun motivo per esserne scontenta.

    VII Domanda: Questo che c’entra? Le scoperte dalla ricerca scientifica sono utili alla nostra vita, quindi onorare quegli studiosi è del tutto a comprensibile. Ma lo stesso non si può dire per gli insegnanti della conoscenza ādhyātmika, perché insegnare questa indagine sul Sé non dà alcun beneficio alle persone ed è evidentemente inutile. Ecco perché il governo, che ha compreso l’utilità della scienza, ha deciso di insegnarla nelle nostre scuole. L’indagine ādhyātmika dovrebbe forse meritare la sua inclusione nel curriculum scolastico come accade per le materie scientifiche?

    Risposta: In base a cosa dici che l’indagine ādhyātmika sia inutile e affermi che non merita di essere studiata? L’utilità o meno di una disciplina può essere determinata solo dopo aver indagato su di essa e non prima. Proprio come il governo ha inserito lo studio della scienza nelle scuole solo dopo averne accertata l’utilità, così potrebbe introdurre anche l’Adhyātma Śāstra se fosse convinto della sua efficacia. Ma non può farlo perché anche il governo dubita della sua utilità e non lo prende nemmeno in considerazione. Ciò nonostante, alcune istituzioni educative tradizionali ne hanno inserito lo studio.

    VIII Domanda: Può anche essere così. Rimane comunque la domanda: qual è il beneficio dell’adhyātma vicāra?

    Risposta: Mi interroghi su quale beneficio s’ottiene? Ti dico solo questo: non conoscendo la vera natura dell’Ātman, le persone sono soggette a molte sofferenze e problemi. Il beneficio di questa indagine è quello di liberarsi di queste sofferenze e di vivere felicemente.

    IX Domanda: Senza indicare i problemi specifici che, secondo voi, si presenterebbero per mancata della conoscenza del Sé, chi mai potrà accettarlo? Al giorno d’oggi le persone sono coinvolte in molti problemi economici, sociali e politici; alcune grandi menti stanno indicando vari modi per uscirne. Questo Ātma vicāra è in grado di risolvere almeno uno di questi problemi anche solo temporaneamente? Altrimenti, perché la gente dovrebbe intraprenderlo?

    Risposta: Il problema maggiore è cosa fare per vivere felicemente senza problemi. Tutti i problemi che hai citato costituiscono solo una parte di un grande problema. Se si risolve questo grande problema, tutti gli altri si risolvono da soli. Risolvere questo grande problema è lo scopo dell’adhyātma vicāra. Potrai quindi capire se questo vicāra sia utile o meno.

    X Domanda: L’obiettivo è senza dubbio lodevole, ma dubito che possa essere raggiunto in pratica. Voi avete detto che Ātma vicāra significa un’indagine su se stessi per conoscere la propria vera natura. Tuttavia, se un uomo vuole affrontare e risolvere il problema di come vivere nel mondo, deve prestare attenzione al mondo invece di rimanere occupato a guardare in se stesso. C’è bisogno di una cosa impegnativa come l’indagine sul Sé per limitarsi a pensare solo a se stessi? Inoltre, perché dare l’importante nome sanscrito di adhyātma vicāra a questa preoccupazione ristretta chiamata indagine su se stessi?

    Risposta: Non è una preoccupazione limitata. Se una persona comprende la sua vera natura, non potrà mai diventare egoista. Egoismo (asmitā) significa curare esclusivamente il proprio interesse individuale. Per propria individualità intendo ciò che una persona pensa erroneamente di se stessa per la mancanza di conoscenza della sua vera natura. È chiamato egoismo non preoccuparsi per la sofferenza o la felicità altrui, vale a dire tutto ciò che una persona fa per amore del proprio ‘io’, di questo sé errato formatosi sull’ignoranza del proprio vero Ātman. Tutti i sapienti condannano l’egoismo, perché con esso non si ottiene alcun vero beneficio, ma al contrario si producono mali e problemi. Al contrario, se una persona conoscesse la sua vera natura, non subirebbe alcun male e quindi tutti trarrebbero beneficio dalla conoscenza dell’Ātman. Ecco perché raccomandiamo a tutti di studiare il Vedānta.

    XI Domanda: La mia riserva non è ancora stata sciolta: 1) Come è possibile che tutti siano soddisfatti solo conoscendo la propria vera natura? Per sapere come comportarsi nella vita, è inevitabile conoscere gli esseri umani e gli altri esseri animati che ci circondano, il loro rapporto reciproco e anche il nostro rapporto con loro. Altrimenti, per quanto ci si sprema il cervello per conoscere la propria vera natura, come potrà ciò essere utile a vivere la nostra vita interagendo con gli altri? Questa è solo una parte del mio dubbio. Ma c’è anche altro: 2) Se stesso, la propria vera natura e il proprio Ātman, sono tutti concetti tra loro coincidenti. Se è questo che intendete dire, perché non dite chiaramente che si tratta di un’indagine sulla propria natura reale? Perché usate la parola sanscrita adhyātma, che non è comprensibile alla maggior parte delle persone?

    Risposta: Cominciamo con la seconda parte del tuo dubbio. 2) La parola sanscrita Ātman implica un’idea più ampia della parola [italiana] ‘Se stesso’. I nostri ṛṣi, che svolsero questa indagine in tempi molto antichi e ne hanno compreso l’utilità, parlavano solo in sanscrito. Hanno incluso tutte le idee circa la propria reale natura nella parola Ātman. La parola Ātman deriva dalle seguenti quattro radici verbali sanscrite: āp, pervadere, ādā, ricevere o accettare, ad, mangiare, e at, continuare a esistere. Per questo motivo la parola Ātman comprende tutti i quattro significati che ne derivano. Ciò è a dire che Ātman: a) pervade tutto, b) include tutto in se stesso, c) sperimenta o testimonia tutto, d) esiste sempre nella stessa natura senza esaurirsi o cambiare. L’egoismo sorge dal fatto di non conoscere l’Ātman in questo modo, escludendo il mondo dalla propria natura di Ātman e, allo stesso tempo, ritenendosi esclusivamente un individuo separato. Pertanto, se una persona conosce correttamente la sua vera natura onnipervasiva, avrà anche appreso l’intima relazione che esiste tra lui e gli altri. Prima parte del dubbio, 1) Se capisci questa risposta alla seconda parte del tuo dubbio, avrai chiarito anche alla prima parte del tuo dubbio.

    XII Domanda: Qual è la prova o l’evidenza per dire che l’Ātman ha una vera natura come avete sostenuto? Per quanto riguarda l’Ātma vicāra, altri hanno punti di vista differenti. Potremo vedere i frutti dell’adhyātma vicāra solo quando riuscirete ad armonizzare le opinioni di tutti coloro che danno le proprie interpretazioni ai testi degli Śāstra e contestando la correttezza delle interpretazioni altrui.

    Risposta: No, ciò di cui stiamo parlando non è un argomento di dibattito sugli Śāstra, ma qualcosa su cui dobbiamo giungere a conclusione esaminando le nostre esperienze. Per questo non abbiamo bisogno di convocare una riunione di esperti eruditi di Śāstra. Devi solo esaminare te stesso attentamente come ti abbiamo insegnato. Se ti convince, accettalo; in caso contrario, rifiutalo. Devi fare solo questo e non hai bisogno di essere vincolato all’opinione di qualcun altro.

    XIII Domanda: Va bene, qual è, dunque, la natura essenziale dell’Ātman che ci volete comunicare?

    Risposta: Ascolta: l’Ātman che costituisce la natura essenziale di tutti noi è Uno e lo stesso. Quell’Ātman non ha né nascita (alcun inizio) né morte (alcuna fine); è della natura di jñāna in quanto Coscienza e di Ānanda, in quanto Beatitudine. Non conoscendo questa natura immaginiamo diversi sé e continuiamo a discutere tra noi. Di conseguenza soffriamo molte conseguenze indesiderabili.

    XIV Domanda: Non è questo forse un matam (opinione) solo di alcuni, non in accordo con tutti gli altri Vedāntin? Allora perché tutti dovrebbero accettare e seguire tale punto di vista di parte e rinunciare agli altri punti di vista diversi?

    Risposta: Non è corretto accettare né rifiutare qualcosa soltanto perché lo dicono alcuni che sono chiamati Vedāntin. Per esempio, quando i contadini portano a vendere al mercato cereali e legumi, prima di accettare il prezzo da pagare non chiediamo forse prima chi e come li ha prodotti? Ma in questo caso, al contrario, non ci si deve soltanto affidare a chi insegna l’Ātman. Per quel che riguarda l’insegnamento del Vedānta, si deve soltanto valutare se è logico, se è in accordo con l’esperienza, se tale conoscenza è vantaggiosa. In secondo luogo, accettare questi principi non significa che si debba rinunciare alla propria via di meditazione (upāsanā) o al proprio dharma, come neppure alle discipline che li accompagnano; perché nulla che si afferma qui è in contrasto con la pratica di qualsiasi metodo, meditazione o rito. In realtà con questa indagine le upāsanā solo si rafforzano.

    XV Domanda: Come si rafforzano? In India, le persone seguono vari tipi di upāsanā. Quale vantaggio potrebbero ottenere da questa indagine?

    Risposta: Tutte gli upāsanā sampradāya sia nel nostro paese sia in altri paesi, dove si richiamano a ciò che è definito religione, si basano solo sulla fede e sulla devozione. I devoti pregano, adorano e si abbandonano con devozione a qualunque idea abbiano di Dio, che credono sia quella vera. Queste sādhanā differiscono tra loro per i metodi, usando un’upāsanā o un’altra upāsanā, diverse da una religione a un’altra. Ogni upāsanā sampradāya e ogni religione ha i suoi mahātmā e i suoi santi. E i seguaci di questi sampradāya o di quelle religioni sostengono che i mahātmā fondatori delle loro vie di upāsanā o i profeti fondatori delle loro religioni hanno qualche speciale esperienza o qualche rivelazione particolare ed esclusiva circa i loro principi o le loro credenze religiose. Tutti insegnano che vivere una vita in accordo con gli insegnamenti del loro libro sacro e del loro storico santo fondatore è dharma, ossia è virtù, e andare contro di essi è adharma o vizio. Dicono che coloro che seguono la loro via religiosa andranno in un mondo celeste dopo la morte e coloro che disubbidiscono saranno perduti. Ognuno di loro, per il proprio attaccamento esclusivo o fanatico al proprio credo, condanna tutti gli altri che non accettano gli insegnamenti e le pratiche del loro credo, anche se riconoscono l’originale validità di altre fedi. A causa di queste rivendicazioni esclusiviste, tra i seguaci dei vari upāsanā sampradāya si verificano incomprensioni e polemiche e, nel caso delle religioni, tali contrasti possono causare liti e scontri tra i loro seguaci che sfociano perfino in violenze e uccisioni. A dire il vero, nessuna via iniziatica (upāsanā sampradāya) crede e insegna che la violenza sugli esseri umani o sugli animali sia una virtù. Invece, alcune religioni credono e insegnano ai loro seguaci che sfruttare, ferire e uccidere le persone di altre religioni, anche senza alcun motivo o senza alcuna provocazione, compiaccia il loro Dio e quindi sia una virtù e che non farlo sia peccato. In questo caso, diventa necessario distinguere quelli che sono i principi essenziali e i dogmi che costituiscono il fondamento delle religioni, da quelli che sono secondari o superflui sia per le upāsanā sia per le religioni esteriori e che, quindi, possono essere trascurati. È proprio con l’aiuto dell’adhyātma vicāra che è possibile identificare ciò che è da considerare essenziale. Si può così trovare la logica e l’intuizione che costituiscono le fondamenta di quei principi religiosi. Poiché l’adhyātma vicāra deve essere realizzato sulla base dell’esperienza naturale universale, i seguaci di nessuna via di upāsanā e di nessuna religione particolare possono possederlo o appropriarsene o distorcerlo né tenerlo occulto per negarlo agli altri. Tutti hanno lo stesso Ātman e quindi tutti possono, in linea di principio, aver accesso all’Ātma vicāra.

    XVI Domanda: Lasciamo da parte per un po’ la discussione sulle varie religioni. Tuttavia, ciò che state dicendo è contrario alla nostra conoscenza universale condivisa o comune esperienza. La nostra esperienza comune dice che la questione di come dovremmo comportarci l’uno con l’altro sorge solo perché siamo tutti diversi l’uno dall’altro. Se ci fosse un solo Ātman, come potrebbe esserci l’interazione reciproca? Due persone diverse possono essere reciprocamente d’aiuto o di nocumento. Se ci fosse un solo Ātman in tutti noi, chi aiuterebbe chi e chi danneggerebbe chi?

    Risposta: Quello che dici è vero. Se l’Ātman fosse un individuo solo e isolato, e non esistesse nessun altro, non potrebbe né aiutare né danneggiare. Tuttavia, ciò non dovrebbe ostacolare la comprensione dell’Ātman unico ed essenziale che è alla base di tutte le persone o che è insito in esse, incluse tutte le altre creature che sono solo apparentemente diverse. Infatti, riconoscere l’unicità dell’Ātman come natura essenziale di tutti gli esseri può nobilitare la nostra interazione con loro. Al contrario, se non accettiamo l’unicità dell’Ātman, ma accettiamo invece che tutti sono essenzialmente diversi e separati l’uno dall’altro, non avremo alcun motivo per dire perché dovremmo amarci e aiutarci reciprocamente rinunciando al nostro egoismo. Tuttavia, questo problema non si pone quando affermiamo che il nostro Ātman nella sua natura essenziale sia l’Ātman di tutti. Questa dottrina sostiene la visione generosa che dice: “Non sono una persona sola e isolata che esiste in questo mondo senza essere collegata agli altri. Ovunque io sia, la mia esistenza non è separata da quella degli altri. Il mio interesse non è diverso da quello degli altri”.

    XVII Domanda: Anche in questa dottrina dell’unità dell’Ātman, non è possibile dimostrare perché si debba sacrificare il proprio interesse personale per il bene degli altri: questo perché qualcuno potrebbe porsi questa domanda: “Dal momento che il mio Ātman è lo stesso di tutti gli altri, permettetemi di tenere tutte le cose solo per me e di non compartirle con gli altri”. Cosa potremmo dire per smentirlo? Infatti, con questo pretesto dell’Ātman non duale, le persone potrebbero compiere i peggiori mali contro gli altri. Una persona malvagia potrebbe pensare: “Se io sono felice, tutti saranno automaticamente felici”.

    Risposta: Questa domanda sorge solo in chi non ha compreso la natura dell’Ātman come l’ho spiegata. Se una persona pensa di poter raggiungere la propria felicità anche arrecando danni agli altri, ciò che tale persona considera il suo Sé non è il vero Ātman, ma è solo il suo ego. Solo coloro che considerano il proprio ego come se fosse il Sé, si abbandonano ai piaceri dei sensi. Quando non ottengono i piaceri desiderati, si adirano o si affliggono. Tuttavia, non c’è alcuna possibilità che tale dolore e delusione sorgano nella mente della persona che sa che l’Ātman è presente in tutti gli esseri; perché, da questo punto di vista, il suo Ātman è inseparabile dall’Ātman di tutti, quindi non ha alcun significato dire che tale persona acquisisce la sua felicità a spese della felicità degli altri.

    XVIII Domanda: È necessario accettare l’Advaita per essere morali? Non è forse possibile insegnare il corretto comportamento anche senza insegnare o accettare l’Ātman non duale che è Uno e lo stesso in tutti? Senza accettare l’Advaita, ci sono molti che credono che Īśvara sia l’antaryāmin, ossia il controllore interno a tutti; costoro non sono forse persone morali, oppure si oppongono alle regole dell’etica? Nemmeno l’ateo che non crede in un Ātman soggiacente in tutti, respinge le norme morali. Prendiamo ad esempio i buddhisti che non credono né nel jīvātman né nel Paramātman, eppure non risultano privi di etica. Quindi, perché non insegnare la sola morale che costituisce la base per la pace sociale, l’armonia e la felicità? Perché insistere a insegnare l’Ātma vicāra?

    Risposta: È vero che per vivere secondo morale non è affatto necessario l’Ātma vicāra. Tuttavia, l’etica che è insegnata per ingiunzione, senza mostrare alcuna base o principio che la sostenga, non può costituirsi a scienza, ma è fatta solo di cieche credenze o di cieche paure, e non potrà dare alcun risultato eterno a chi la segue. Per questo motivo, quando è insegnato il comportamento etico privo delle sue basi, alcune persone o, meglio, la maggior parte delle persone, lo ignora, non ne sono convinte e perciò vivono in modo amorale. Tutte le religioni elogiano senza alcun dubbio la morale, ma nessuna di esse spiega mai chiaramente quali sono le sue basi. Perché in tutte queste credenze non c’è alcun criterio che aiuti a riconoscere o a distinguere ciò che è etico da ciò che non lo è.

    XIX Domanda: Cosa rispondete se vi viene chiesto cos’è il dharma e cos’è l’adharma in base all’adhyātma?

    Risposta: Il dharma è passare la vita abbandonando il sentimento o il pensiero di separazione tra l’ego e gli altri e per comprendere la Verità più alta: “Io sono l’Ātman che esiste in tutti gli esseri”. Al contrario, ciò che rafforza i pensieri di differenza e di separazione è adharma. Una persona che conosce questa definizione di dharma e adharma comprende chiaramente come la dottrina ādhyātmika sia diversa dalle altrui credenze sulla concezione della natura del dharma, cioè dell’etica.

    Ormai avrai capito che la definizione di dharma nell’adhyātma vicāra è diversa da quella delle varie religioni, che hanno certe idee riguardo al comportamento, considerandolo come “è virtuoso ciò che Dio gradisce o approva tramite un profeta” o “ciò che ti porta in cielo è morale”, “ciò che un profeta insegna o impone in nome di Dio è virtù”, ecc.

    XX Domanda: Come si può dire che una concezione è superiore e un’altra inferiore? Anche voi ci avete dato una ragione o un criterio specifico per determinare ciò che è virtù, proprio come gli altri hanno dato il loro criterio. Come potete dire che il vostro criterio è migliore del loro?

    Risposta: La grandezza del nostro punto di vista è che l’Ātman è Uno ed è lo stesso in tutti noi. Quello che stiamo insegnando come criterio di comportamento può essere verificato nella propria esperienza da chiunque lo voglia. I criteri altrui, invece, non possono essere verificati in questo modo, in quanto devono essere creduti solo sulla base delle parole e delle affermazioni di altri. Inoltre, questo adhyātma vicāra fornisce la base giusta e convincente anche per le credenze non verificabili delle altre religioni che devono essere accettate ciecamente.

    XXI Domanda: Intendete dire che chiunque lo desideri può verificare ciò che avete affermato? Mi chiedo se sia possibile che bambini, donne, analfabeti e simili capiscano tutto questo. Può essere capito da coloro che sono squalificati a studiare i testi sacri (Śāstra vicāra)? Allora, tutte le persone del nostro paese come anche tutti i non hindū, che non credono nell’Induismo, potrebbero arrivare a questa conoscenza?

    Risposta: Chi ha la capacità di indagare, chi non studia per semplice curiosità, ma per il desiderio di conoscere, chi è pronto ad accettare ciò che è ragionevole e a rifiutare ciò che è irragionevole, chi ha un controllo mentale grazie al quale la mente non devia né si distrae, ma rimane attenta all’argomento: chi è dotato di tali caratteristiche può comprendere l’adhyātma vicāra. Non c’è alcun motivo di discriminare tutti coloro che sono così qualificati, siano essi bambini, donne, analfabeti o altro. Una volta ancora affermiamo che, per intraprendere questo vicāra, non è affatto necessario essere indiani o essere nati hindū o non vivere una vita moderna. L’importante è la capacità di conoscere.

    Oṃ Śānti Śānti Śāntiḥ

    1. Quando tutto è già a tavola, gli ospiti dovrebbero iniziare a mangiare solo quando il padrone di casa dà il segnale d’inizio del pasto servendo il burro chiarificato. Servire il burro chiarificato agli ospiti implica il permesso di iniziare a mangiare. Questa è l’unica responsabilità e dovere imprescindibile del padrone di casa, che quindi non può esimersi dal farlo. Senza questo suo segnale, gli invitati non possono iniziare a mangiare. Allo stesso modo, una persona non può avere giustificazioni per non conoscere se stessa, poiché la conoscenza di Sé è dovere unico e imprescindibile di ciascuno.[]