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Giugno 2025

Alcune note sulla differenza tra religioni e dharma

    Gian Giuseppe Filippi

    Alcune note sulla differenza tra religioni e dharma

    L’argomento di questo breve articolo muove dalla constatazione che il senso del termine sanscrito dharma è ancora oggetto di gravi confusioni. Che in ambito del missionarismo cristiano i termini dharma e religione siano stati identificati o, perlomeno, parificati, non è motivo di stupore: lo scopo di tanta approssimazione era semplicemente quello di prospettare un campo comune sufficientemente mellifluo in modo da far scivolare nella forma meno traumatica possibile il maggior numero di convertiti dal dharma alle religioni dell’Occidente. Naturalmente, ciò ebbe successo soprattutto tra le classi sociali meno coltivate, tra le caste più umili e, soprattutto, tra i cosiddetti tribali che vivono ai margini della società hindū. Questa assimilazione di religione e dharma, strumentale per le missioni della Chiesa latina e delle numerose eresie e sette che da esse si dipartirono a seguito della riforma luterana, è un fatto acquisito. Tuttavia, con la fine dell’era coloniale e, ancor più, con l’abbandono di qualsiasi velleità di proselitismo da parte di un Cattolicesimo religiosamente defunto, tale equivoco pare essere stato in gran parte messo in disarmo. La voluta confusione tra religione e dharma, invece, appare attualmente ancora virulenta nell’ambiente accademico per colpa della nefasta pseudoscienza delle religioni. Lo scopo, in questo caso, è la diffusione dell’agnosticismo assunto quale Corte Suprema di giudizio sul “fenomeno religioso”. E tra i “fenomeni religiosi” si annovera anche il dharma, affiancato pariteticamente alle religioni dell’Occidente, dell’Estremo Oriente, allo sciamanismo, alla magia e a tutte le altre “superstizioni pretecnologiche”. Tutta questa costruzione è facile da demolire e rappresenta un problema soltanto per chi dà credito a simili fandonie.

    Più preoccupante è, invece, quando la confusione persiste tra gli occidentali che hanno assunto un punto di vista che si dice “tradizionale”1 o che siano perfino arrivati ad aderire a una particolare religione che fa del proselitismo una componente dovuta e predestinata. Precisiamo che in quest’ottica non ha alcuna rilevanza se tali persone siano rimaste nell’essoterismo o se abbiano avuto accesso al corrispondente esoterismo. Va tuttavia rilevato che l’Occidente annovera un preoccupante proliferare di false vie iniziatiche, fondate e controllate da occidentali ad usum di occidentali, con rituali presi in prestito e la cui teoria riposa esclusivamente nei libri di R. Guénon, considerati aprioristicamente “indiffettibili”. In questi ambienti settari, dharma e religione sono soltanto due differenti “forme tradizionali”, del tutto equiparabili tra loro, entrambe dotate di cosmologia e metafisica pura. Da ciò la teoria delle “tradizioni complete”. Ciò, come dimostreremo, è del tutto falso; tuttavia, se tutte le “tradizioni complete” sono paritetiche, contraddittoriamente costoro affermano che l’ultima “tradizione completa” è destinata a integrare in sé tutte le altre all’imminente fine dei tempi, svolgendo così una funzione privilegiata. In questo ultimo caso è diffusa l’abitudine di considerare il dharma dell’induismo2 non per quello che è, ma per come appare dalla prospettiva religiosa. E tale valutazione è, di conseguenza, sempre sfavorevole al dharma3. È a queste persone che si dirige la presente correzione, ben consapevoli che essa rimarrà inascoltata da chi rifiuta di capire o ne è incapace.

    La questione fondamentale consiste nel fatto che il termine sanscrito dharma non corrisponde a ciò che per gli occidentali è la religione: oggi, anche la religio4 dei romani risulta incomprensibile nella sua vera natura persino agli occidentali colti, dacché la sua interpretazione è sempre riferita alla sua applicazione cristiana e da essa modificata. Certo, le religioni cristiane e i dharma dell’India5 hanno tra loro alcuni punti di contatto che li distinguono dalle credenze profane che riempiono le menti degli occidentali dalla fine del medioevo. Infatti, il perseguimento delle virtù e la repulsione del vizio tramite azioni sacre codificate non hanno in vista semplicemente una ricaduta pragmatica immediata, ma il raggiungimento, dopo la morte, di una condizione migliore6. In entrambi i casi si stabilisce una mediazione rituale tra il visibile e l’invisibile per mezzo del sacerdozio. Tuttavia poche altre caratteristiche possono essere riconosciute comuni a religione e dharma. Oltre all’adesione fideistica7 ai dogmi, richiesta da ogni istituzione religiosa e assente nel dharma, le religioni occidentali8 sono strutturate in modo tale da presentarsi eguali nei modi e nelle forme ai suoi fedeli. Per questa ragione, tutti, perlomeno a partire dall’età della ragione, dai sei o sette anni, sono tenuti a compiere gli stessi rituali obbligatori, obbedire alle medesime regole di comportamento legale o morale e aderire ai precetti di fede imposti dogmaticamente, pena sanzioni che a partire dalla scomunica possono arrivare fino alla pena capitale. Inoltre, poiché le religioni sono sorte in epoche relativamente recenti a partire da un fondatore storico9, che rimane punto di riferimento imprescindibile per la fede, e dalla sua cerchia ristretta di discepoli diretti, le religioni hanno l’ansia di diffondersi e di far prosperare la propria comunità con qualsiasi mezzo lecito e illecito10. Infatti, tutto ciò che è ritenuto utile per la sua diffusione e difesa è moralmente e legalmente promosso, compresa la violenza fisica e psicologica nei confronti altrui. Basta leggere i loro testi sacri, per esserne edotti11. Per tutte le religioni semitiche12, a partire dall’Ebraismo mosaico, si impone necessariamente l’inedito giudizio, precedentemente sconosciuto, secondo cui il proprio Dio, differentemente concepito (e reciprocamente escludentesi) in ognuna, è l’unico “vero” Dio, mentre gli altri Dèi sarebbero solo falsi Dèi. La distinzione che prima di Esodo si imponeva era quella tra i “propri” Dèi e gli Dèi “altrui”, mentre in seguito, con il monoteismo, s’impone nella considerazione delle altrui tradizioni esclusivamente la dialettica di vero-falso, secondo cui ovviamente il Dio di Israele sarebbe l’unico vero. Il monoteismo assume la forma di un “anti-dharma”: non si contrappone solo un Dio unico a molti Dèi, ma il vero Dio a quelli falsi degli altri pantheon politeisti. Ciò ha delle serie conseguenze pratiche, che si sono tradotte in tragedie storiche purtroppo celebri. L’obbedienza assoluta al comandamento divino rovescia la morale convenzionale: se solo il proprio Dio, quello cioè con cui si avrebbe un rapporto privilegiato, di “elezione”, è quello vero, ciò significa che si impone anche la necessità di liberare il mondo dalla proliferazione di false divinità che lo contaminerebbero. L’altrui culto diviene perciò “idolatria”, ed è comando divino sradicarla ovunque la si incontri, perché si dà il caso che il Dio vero sia anche un “Dio geloso”, che non tollera che l’uomo si rappresenti il sacro in altre forme. Ciò dà seguito a uno stupefacente comportamento morale, che scade inevitabilmente nel fanatismo e quasi nella bipolarità: infatti, ciò che, in via generale, è considerato un comportamento morale non adeguato e ingiusto (per esempio uccidere), in questo specifico caso, come in altri simili, ogni qual volta l’ordine divino lo comandi, diviene ingiusto e inadeguato non farlo. Iddio benedice lo sterminio di nemici e idolatri. L’omicidio diventa “sacro dovere”. Ciò che prima era male, ora diviene male non farlo, ciò che sarebbe proibito diventa obbligatorio, e viceversa il rifiutarlo diviene una colpa: si tratta evidentemente di un paradosso etico, di un doppio comportamento morale per cui non è che qualcosa sia bene in sé e perciò amato dalla Divinità, ma viceversa è bene solo in quanto voluto dal Dio. Obbedire ai supposti arbitri divini diviene la suprema virtù, anche quando ciò comporta atti altrimenti esecrati. Disobbedire a Dio, nella logica del monoteismo, è l’unica vera colpa, e perciò ogni azione ordinata da lui, benché normalmente vista come “male”, è di per ciò stesso trasformata in “bene”. Ciò mostra tutta la distanza tra la nozione di Volontà divina propria al monoteismo e le nozioni di dharma hindū o del Logos greco.

    La religione ha come centro d’attenzione l’uomo, sia quale individuo, sia in quanto organizzazione sociale. L’uomo, singolo o collettivo che sia, nella sua unicità naturale, rispecchia l’unità di Dio: come Dio è eterno, così l’anima umana è eterna, ad imaginem et similitudinem13. Il cosmo, nella sua indefinita molteplicità di esseri e di cose, è, invece, escluso da questo rapporto privilegiato, perciò esso è creato e dovrà finire14. Esso ha valore di scenario per lo sviluppo della vicenda terrena del singolo individuo umano e della comunità dei fedeli. Lo sviluppo storico della comunità dei fedeli in seno all’umanità e, spesso, in competizione violenta con comunità rivali è causato dal fatto che la religione è un fenomeno storico, con un suo storico fondatore e con testi sacri fondati sulla storia. In questa visione della storia non soltanto è diversa la “quantità” del tempo considerato, ma ne è diversa anche la “qualità”, cioè la sua propria concezione. Il monoteismo concepisce il tempo e l’avventura dell’uomo in maniera lineare, per cui a una condizione di caduta originale segue una peregrinazione, un esodo, una “risalita”, un “progresso”15 che si concluderà necessariamente come da progetto divino nella “pienezza dei tempi”, in un’escatologia che coincide con lo stabilimento di un immutabile regno di Dio in terra. La storia umana è una parentesi ristretta tra due eventi necessari, stabiliti ab æterno e al di là della responsabilità dell’uomo. La visione dharmika, di contro, è ciclica e si basa completamente su altri presupposti. Sta di fatto che l’Antico, il Nuovo Testamento e il Corano prendono come loro base la narrazione degli avvenimenti storici in cui le tre religioni sono nate e si sono sviluppate16.

    Il dharma è tutt’altra cosa rispetto a quanto descritto finora: la parola deriva da una radice √dhṛ che significa sostenere, preservare, mantenere, fissare, e si esplica come una legge, una regola, che misura e ordina l’intero universo. Dharma perciò non si riferisce alla sola umanità, ma anche a tutti gli altri esseri animati, Dèi, demoni, animali, vegetali, e a tutti gli oggetti inanimati, seguendone lo sviluppo metastorico, secondo le regole del destino (karma) e della “provvidenza” (daiva), dalle ripetute nascite alle ripetute morti. Naturalmente, in questa prospettiva, il dharma si modifica in un rivolo interminabile di regole, adattandosi ai diversi regni della natura, alle singole specie e agli individui che le formano. È, dunque una regola che governa il mondo in cui viviamo, e questa regola si adatta ai tempi e ai luoghi, per consentire alle specie, tra cui l’umana, per esempio, di svilupparsi per mezzo delle nazioni, tribù, caste, clan, famiglie e singoli individui dell’uno o dell’altro sesso. Il dharma universale, quindi, attraverso continui adattamenti alle condizioni peculiari, si particolarizza, diventando la regola propria di un essere umano, d’un certo gruppo, d’un determinato regno. Essendo connaturato al cosmo, rappresentandone la struttura stessa, il dharma non ha origine in una determinata contingenza storica: è sānatana, permanente, coeterno al mondo. È la tradizione naturale che non ha origine né fine. Questo è un punto nodale, e da esso discendono conseguenze veramente decisive. La visione dharmika appena descritta è una visione del cosmo, dell’intero: il quid che con le tre religioni si impone non riguarda certo tanto il numero degli Dèi considerati –monoteismo contro politeismo, che è anche egualitarismo17 contro aristocrazia, quanto piuttosto la nozione di creazione dal nulla, cioè lo iato o dualità tra creatore e creatura. Infatti, è questo genere di rapporto che condiziona tutto il resto della visione del mondo religiosa, rispetto a quella dharmika. Prima conseguenza, desacralizzazione o secolarizzazione del cosmo o natura18: una tale concezione sottrae al cosmo, all’universo, alla natura nelle sue forme cangianti e innumerevoli la propria intrinseca sacralità, per proiettarla interamente in un ricettacolo – un Dio, un “Santo” – al di fuori del mondo. Così, il mondo è desacralizzato ed è progressivamente ridotto ad oggetto di dominazione e di sfruttamento secondo i propri desiderata. L’attuale disarmonia nel rapporto con la natura è un epifenomeno necessario di tale processo. Da qui, in definitiva, il materialismo e il nichilismo moderni. Invece, nel dharma e nella religio degli antichi, il mondo, il cosmo, è eterno, senza inizio e senza fine, non è creato, ed è la totalità di ciò che esiste, del reale: e il dharma è il suo ordine eterno. Gli Dèi stessi non sono altrove, al di fuori di esso, e la stessa Realtà vedānticamente concepita ne è il fondamento, l’adhiṣṭhāna. La Realtà propriamente detta è qui; anzi, sono Io. Seconda conseguenza, desacralizzazione o secolarizzazione delle identità politiche o sociali. Si tratti delle caste, delle πόλεις, o della res publica, la concezione religiosa ne sradica la forma e i contenuti, risultando nell’egualitarismo e nell’individualismo, che perciò ha radici ben precedenti alla modernità: se ogni legame col contesto sociale, tradizionale, è solo secondario e accidentale, perché il legame vero e primario è innanzitutto quello di creazione, allora io esisto “veramente”, cioè in via prioritaria, come individuo, cioè in me e per me così come sono in quanto creato da Dio. La mia realtà, ciò che mi costituisce in senso primario, sarebbe la mia astratta relazione di creatura (uguale per ognuno) che mi lega a Dio, e ciò mi sottrae dai legami tradizionali in cui, invece, io sono costitutivamente collocato, ossia in cui mi trovo a nascere e che concretamente mi definiscono. Essere una creatura significa non bastare a se stessi, dipendendo in tutto e per tutto da Dio e solo da Dio. Con ciò, fine della tradizione naturale, perché sono proprio questi rapporti concreti, fatti di eredità e retaggi trasmessi e da conservare e ritrasmettere, a orientare l’esistenza verso i suoi fini specifici e a dotarla di significato e di contenuti unici, inimitabili, insostituibili19.

    Questa concezione della naturalità del dharma è evidentemente diversa da ciò che i monoteismi definiscono “religione naturale”. Con questo termine dispregiativo essi designano il culto che le popolazioni, non toccate dalla grazia della rivelazione divina, spontaneamente rivolgerebbero alle “forze della natura”20, divinizzandole e inventando rituali per ingraziarsi potenze da loro incontrollabili. Si può facilmente riconoscere in questa valutazione superficiale l’origine storica delle aberrazioni evoluzionistiche della “Storia delle Religioni”, che altro non è se non un’ideologia laica scaturita nell’ambito delle “religioni rivelate”.

    Diversamente dalla “religione naturale” che si contrappone a “soprannaturale o di origine divina”, la naturalità (sahaj) del dharma si distingue da ciò che è artificiale (kṛtaka), vale a dire, da ciò che ha origini umane. Bisogna, in ogni modo, prestare attenzione a non equivocare sui termini. “Artificiale” qui indica qualcosa che si aggiunge alla natura ad opera dell’uomo, al fine di volerla correggere o di modificare per adattarla a nuove condizioni d’una umanità particolare. Ciò implica un apporto innaturale e, perciò stesso, artefatto. Per il Sānatana Dharma, dunque, tutti i dharma e tutte le religioni fondate da un essere umano, per quanto eccezionale costui sia ritenuto, appaiono “artificiali”; e, come tali, rispecchiano mentalità, credenze e condizionamenti spazio-temporali di chi le diffonde e delle comunità che le recepiscono.

    Nel Sānatana Dharma universale si distinguono diversi livelli di partecipazione umana al dharma: il sāmānya dharma (dharma generale) è condiviso da tutti quelli che hanno avuto nascita umana e che seguono le regole naturali di perseguire il bene proprio e altrui e di respingere tutto ciò che è nocivo. Fruiscono passivamente degli effetti universali dei rituali compiuti dai brāhmaṇa in qualsiasi parte del mondo si trovino. Possono incrementare i meriti accumulati presenziando a sacrifici, alle pūjā, dedicandosi ai digiuni (upavāsa), alle opere di carità (dāna) e possono accedere a qualsiasi iniziazione purché questa non comporti il compimento di rituali vedici. In tale situazione si trova l’intera umanità, compresi gli śūdra, i mleccha e gli appartenenti alle tre caste superiori che non siano ancora dvija, ossia che non abbiano ancora ricevuto l’upanayana. All’interno del sāmānya dharma si distingue il viśeṣa dharma o dharma particolare, che corrisponde alla condizione di casta dei due volte nati (dvija) a cui si appartiene e alla fase della vita (varṇāśrama dharma) in cui ci si trova; quindi, i differenti rituali a cui si dedicano i membri di ciascuna casta (varṇa), variano anche a seconda del periodo di vita (āśrama) che si sta passando. Infine all’interno del viśeṣa dharma si distingue l’ancor più specifico svadharma, che è l’adattamento delle regole alla tradizione del proprio gotra (clan), del proprio kula (famiglia) e della regione (pradeśa) in cui risiede la famiglia. Lo svadharma comporta anche l’assunzione di rituali supererogatori e comportamenti nelle scelte di vita, liberamente adottati da ogni singolo individuo; a questi si possono aggiungere, nel caso degli iniziati (dīkṣita), i riti ingiunti da un Guru, l’adozione di una dottrina e di una devozione basata o meno sulla propria divinità d’elezione personale (iṣṭadevatā).

    Da ciò deriva che nell’Induismo non c’è un solo individuo che sia tenuto a credere ciò che altri credono, a partecipare ritualmente a obblighi collettivi, a comportarsi secondo un’unica legge morale. E quando si parla d’individui non si restringe il campo a quelli della sola umanità. L’occidentale, nella sua ecumene religiosa, riconosce solamente coloro che condividono la sua fede; e riconosce anche gli altri rappresentanti della medesima umanità, pur relegandoli nella deprecata categoria di “infedeli”. Non è così per l’hindū, il quale amplia l’orizzonte del dharma fino a comprendere gli Dèi, i demoni, gli animali, le piante, gli oggetti ed, estendendosi fuori dello spazio e del tempo in cui vive, fino agli antenati e ai discendenti21. Questo perché nel dharma sono presenti anche coloro che più non sono e coloro che non sono ancora, ma che tuttavia sono legati da una continuità psicosomatica con chi vive attualmente. Gli animali e le piante sono considerati esseri coscienti, sensibili, con un certo grado d’intelligenza, con un loro destino postumo; non esiste l’assurda credenza che abbiano un’anima che ha inizio e fine con il corpo. A questi esseri viventi in un corpo si aggiungono, come si diceva, le innumerevoli schiere di Dèi, semidèi, spiriti, demoni e anti-Dèi, ecc., che, pur essendo in generale invisibili, esistono in altri luoghi (loka), sempre partecipando all’ordine universale. E, poiché da altri loka si è provenuti, in altri loka ci si recherà per un’altra esistenza sotto la forma, umana o meno, a seconda del karma compiuto.

    Al tempo stesso il cosmo è luogo di vita e morte, di piacere e di dolore. L’esistenza in una situazione, sotto condizioni e in modalità particolari, anche la più favorevole, è pur sempre transitoria (anitya) e relativa (vyāvahārika). Solamente al di là di ogni condizionamento c’è la pienezza dell’essere, l’eternità, l’infinito. La meta di ogni essere è quella: non si tratta di ottenere la rinascita, la migrazione in un mondo migliore, in un cielo22. Anche queste stazioni rimangono relative e transitorie e vanno quindi rifiutate, trascese. Il saggio che ambisce a indiarsi, per usare un verbo caro a Dante, rimane prigioniero nel cielo supremo (Brahmaloka) dove s’è recato per unirsi all’Unità divina, o a reintegrarsi come parte nel Tutto. Chi non s’accontenta di questo yoga o samādhi supremo, tramite la conoscenza discriminante, deve comprendere che il cosmo, pur retto dal dharma, è in realtà lo stesso saṃsāra, il divenire da cui ci si deve liberare. Si passa, dunque, da una visione saṃsārī alla cerca della Liberazione (mokṣa), con il superamento del pravṛtti dharma e l’assunzione del nivṛtti dharma, della rinuncia (saṃnyāsa), compiendo il percorso attraverso i quattro fini dell’uomo (paramapuruṣārtha). La liberazione dal saṃsāra, per ogni singolo essere, passa, dunque, attraverso la rinuncia del pravṛtti dharma, il dharma dell’azione rituale. Narrano i Veda che i primi a essere creati furono i saṃnyāsin. Essi si dedicavano alla rinuncia del karma per coltivare la conoscenza suprema. Il loro dharma era il nivṛtti dharma, la non azione, ossia il naiśkarmya dharma. Ma poiché erano totalmente rinuncianti, non procreavano, perciò la divinità creatrice (Prajāpati) produsse un nuovo genere umano, i ṛṣi, che si dedicavano all’azione rituale. Costoro potevano sposarsi, diventare gṛhastha e avere l’abbondante progenie da cui deriva l’umanità. Tra i discendenti dei ṛṣi, alcuni scelgono di respingere i desideri e, perciò, rinunciano all’azione e ai suoi frutti (karma ca karmaphala) al fine di cercare la conoscenza dell’Assoluto (Brahmajñāna vicāra). Questi rinuncianti (vairāgin) abbracciano il nivṛtti dharma e diventano saṃnyāsin, allorché tutti gli altri umani rimangono nel pravṛtti dharma. Quest’ultimo corrisponde al dominio dell’azione che si espleta su tre piani distinti: azione compiuta con il corpo (kāyika kriyā), quella dei riti (kalpa, yāga), ecc., eseguiti nel mondo esterno; l’azione compiuta con la parola (vācika kriyā), l’orazione (stotra), la preghiera (mati), la ripetizione del mantra (jāpa), ecc.; e infine l’azione mentale (mānasa kriyā), la visualizzazione interiore (mānasa kalpita) la meditazione (upāsanā, dhyāna), ecc. Con l’azione, si sa, non si può sfuggire al dominio dell’azione (karma kāṇḍa). Ed è perciò che coloro che seguono una delle innumerevoli vie del pravṛtti dharma ambiscono a godere dei frutti delle loro azioni assunte come obbligatorie (nityakarma), in questa vita o nell’aldilà (paraloka). Se a tali azioni obbligatorie si aggiungono le azioni metodiche (prakriyā) ingiunte da un maestro d’iniziazione (dīkṣāguru), in tal caso l’iniziato (sādhaka) sperimenterà in vita le esperienze sottili che preannunciano gli stati di cui fruirà negli stati postumi, per poi seguire le due vie del pitṛyāṇa e del devayāna fino al grado supremo di fruizione beatifica nella visione (ānandamaya darśana) della divinità creatrice (Īśvara-Hiraṇyagarbha)23. Coloro che percorrono le vie dell’azione considerano che il mokṣa consista in questo stato. Ed effettivamente questa è una liberazione da innumerevoli limitazioni aggiunte (upādhi), eccezion fatta per la dualità. Infatti, pur conoscendo il jīva come una parte del Tutto divino in esso reintegrato, ciò nonostante rimane la dualità Totalità-parte, Creatore-creatura, Signore-suddito. Sono uniti, ma allo stesso tempo si mantiene tra loro una distinzione (viśiṣṭa). Questo è il limite delle vie dell’azione, per la qual cosa è del tutto ingannevole sostenere che possano esistere supposti risultati metafisici dei rituali. Considerata tale condizione alla luce della conoscenza, sarà evidente a tutte le persone intelligenti che ciò di cui si tratta non è la vera Liberazione (sadyomukti o mukhyamukti), bensì una libertà o immortalità “relativa” (āpekṣika mukti o āpekṣika amaraṇa), vyāvahārika. L’azione non si contrappone all’ignoranza (avidyā), perciò non può essere strumento di Liberazione dall’ignoranza24. Solamente la conoscenza libera. E la conoscenza consiste nel capire la propria vera natura: capire che l’Ātman è Brahman, che tu sei l’Assoluto (Tattvamasi), che io sono l’Assoluto (aham Brahmāsmi). La via dell’azione (karma mārga) e la via della conoscenza (jñāna mārga) non hanno nulla in comune; la prima soltanto costituisce l’avvio alla conoscenza, nel senso che attua una purificazione, predisponendo la mente alla comprensione di ciò che è incomunicabile e che è insegnato come adhyāropa. Il terzo capitolo della Bhagavad Gītā afferma che la via dell’azione (karma mārga) può servire a purificare la mente (buddhadhī) di coloro che desiderano ardentemente la conoscenza del Sé. Per costoro questo percorso attivo preliminare (che può anche essere stato iniziato e perfino concluso in un’esistenza precedente l’attuale) non rappresenta semplicemente lo sforzo per arrivare all’unione con la divinità, ma serve per affinare le capacità mentali in modo da saper discriminare il vero dal falso, l’Ātman dall’ānatman. In questo caso assume il nome di karmayoga. Chi s’arresta al karma mārga rimarrà soddisfatto della meta raggiunta, confondendo la sua condizione di fruitore della beatitudine acquisita (ānandamaya bhoktṛ) con la sua vera natura di Beatitudine (Ānanda svarūpa).

    Questa concezione è estremamente difficile da riconoscere da parte delle religioni occidentali, proprio per il fatto che esse ricadono pienamente (o ricadevano, nel caso di quelle che hanno perduto la loro completezza o che non sono nemmeno più viventi) nel karma kāṇḍa. Infatti in esse non esiste affatto nemmeno l’idea della rinuncia all’azione corporea, verbale e meditativa, per dedicarsi esclusivamente alla conoscenza25.

    L’essoterismo religioso può (o poteva, nei casi summenzionati) offrire un supporto esteriore a un esoterismo che, comunque, non ripudia mai l’azione in favore della cerca puramente conoscitiva, opzione di cui ignora perfino l’esistenza, e il cui abbandono condanna sulla base della legge essoterica26. Le religioni sono strutturate a due livelli, quello essoterico, aperto a tutti i credenti, e quello esoterico, riservato a coloro che hanno ricevuto un’iniziazione corredata da una dottrina e da un rituale metodico. Anche il Sānatana Dharma è strutturato a due livelli, ma essi sono il karma kāṇḍa e il jñāna kāṇḍa. Il dominio dell’azione comprende sia le azioni rituali esteriori (vaidika kriyā) sia le azioni rituali metodiche ricevute da un Guru (sādhanā prakiyā) per via iniziatica (sampradāya mārga); ciò significa che il karma kāṇḍa è comprensivo dell’intero dominio religioso sia della sua componente essoterica sia di quella esoterica. Invece il dominio della conoscenza è la via della rinuncia all’azione e al desiderio (naiśkarmakāmya vairāgya), che comporta la libertà da ogni rito. I due kāṇḍa compongono il Sānatana Dharma fin dalle origini dell’umanità: il karma kāṇḍa è il pravṛtti dharma e il jñāna kāṇḍa il nivṛtti dharma, di cui abbiamo già trattato. Che il dominio delle religioni nelle sue due componenti sia classificabile tra le diverse vie del karma kāṇḍa è provato dall’esempio della tradizione del Tantra (“tecnica”, soprattutto sottile) o dell’Āgama (“finalità da raggiungere”). Pur facendo parte integrante del Sānatana Dharma, il Tantra non si rifà all’autorità del Veda27. Esso si appoggia su una concezione paragonabile a quella di “rivelazione”. Poiché l’umanità era decaduta a causa della degenerazione ciclica, la conoscenza e i sacrifici brāhmaṇici erano diventati astrusi e inefficaci soprattutto per le caste servili. Presi da compassione per un’umanità così decaduta, Śiva, la Devī o Viṣṇu, a seconda delle differenti correnti tāntrika, rivelarono il Tantra quale strumento iniziatico semplificato, mentre era in corso il diluvio universale che separò il dvāparayuga dal kaliyuga. Poiché perfino la tradizione ritualistica esteriore brāhmaṇica (vaidika dharma) era ormai inintelligibile, gli Dèi insegnarono all’umanità del kaliyuga anche una versione semplificata del sacrificio vedico, che rappresenta ciò che si può passabilmente definire essoterismo tāntrika (bahiraṅga Tantra). Invece il metodo interiore del Tantra rimane personale e segreto, tanto da somigliare molto all’esoterismo celato all’interno delle religioni. La meta del Tantra è quella di integrare l’ātman individuale nell’Ātman universale tramite un complesso uso di rituali compiuti con il corpo, con la parola e con la mente. Vale a dire che il Tantra ricade pienamente nell’ambito del karma kāṇḍa. Tuttavia, nel caso dei sādhaka del Tantra, se qualcuno tra loro decidesse che ciò gli era servito solo per la preliminare purificazione della mente, costui potrà sempre rivolgersi a un jñānaguru di Advaita Vedānta al fine di conoscere la propria vera natura di Brahmātman28.

    Questa digressione sul Tantra è stata motivata dal desiderio di indicare un caso paragonabile, per alcuni versi, a quello delle religioni occidentali. Non deve però essere interpretata in modo capzioso. Infatti tale “rivelazione”, come tutte quelle che si sono succedute dall’inizio del kaliyuga, non vuole affatto dimostrare che la tradizione tāntrika abbia perfezionato o perfino abrogato il più antico Dharma vedico, come pretendono, invece, le religioni contendendosi fra di loro la palma della verità rivelata più recente (come se “più recente” fosse un miglioramento e non una semplificazione ad usum d’una umanità più decaduta). In India l’umanità più qualificata ha continuato a seguire il sacrificio vedico e la conoscenza upaniṣadica e nessun Tantra ha mai preteso di ritenersi superiore al Veda. L’adattamento ai tempi è necessario per coloro che subiscono le conseguenze del decadimento ciclico, non per chi non ne risente. Ed è necessario anche comprendere che ogni ulteriore semplificazione comporta necessariamente un abbassamento di livello, una riduzione di consapevolezza, l’adozione di un rituale sempre più rudimentale e limitato e una perdita dei suoi strumenti d’azione (kāraka). A questo proposito faremo notare che il giudaismo era strutturato attorno alle due tribù di Levi e di Giuda. Da Levi, per diritto di nascita, provenivano i sacerdoti (kohanīm), e da Giuda i Re (melākīm), in un ordine che ricorda molto da vicino il sistema castale hindū. La funzione sacerdotale, d’altra parte, si coniuga strettamente con il sacrificio animale, vegetale o per sostituzione simbolica, che aveva sempre come luogo d’esecuzione il Tempio. Il sacrificio, per essere tale, deve essere giustificato e spiegato da una dottrina corrispondente, in cui si ripercorre all’inverso quello che insegna la cosmogonia graduale. Come l’Uno si è fatto molteplice con il sacrificio, così il sacrificio tende a riportare per restituzione il donatore del rito all’unità primordiale. Ci sono tre narrazioni vediche che illustrano questo atto rituale definito in sanscrito yajña o yaga. La prima narra l’origine del creato tramite il simbolo dell’autosacrificio (ŚB XI.1.8.2 et alia): Prajāpati, rendendosi conto di essere unico, decide di diventare molteplice. Il Tutto-Prajāpati si divide in innumerevoli parti (aṃśa) che costituiscono il cosmo (jagat). Il secondo racconto descrive come lo stesso Essere primordiale, questa volta denominato Puruṣa, fosse stato sacrificato dagli Dèi (ṚV X.90 et alia) dando così origine al mondo. Il terzo racconta come, al principio del tempo, il dragone primordiale Vṛtra trattenesse in sé le acque feconde delle possibilità di manifestazione; e come Indra, in questo caso in funzione di demiurgo, squarciasse il suo ampio ventre, permettendo alle acque di dilagare per ogni dove, dando inizio al cosmo molteplice e differenziato. I tre miti devono essere considerati come tre punti di vista diversi della stessa dottrina del sacrificio. Il molteplice appare per differenziazione sacrificale della Divinità creatrice. Il primo illustra un’autoimmolazione; ma, a ben vedere, anche il secondo e il terzo, perché infatti gli Dèi o Indra non sono esterni alla Divinità primordiale. Gli Dèi non sono altro che gli indriya che, rivolgendosi verso l’esterno, proiettano le percezioni che appaiono come molteplici oggetti, l’universo cosmo. E il demiurgo altro non è se non la personificazione della volontà creatrice del Creatore, che segna così il passaggio dall’eternità allo sviluppo temporale. Naturalmente, salta alla vista di tutti coloro che seguono con intelletto attento i contributi che appaiono su questo Sito, che una simile dottrina non ha nulla da spartire con la metafisica del jñāna kāṇḍa, che nega ogni realtà alle teorie creazionistiche, emanazionistiche o di manifestazione. Ciò fa parte del circolo della presupposizione, come ogni teoria di “derivazione” o produzione del molteplice: la stessa nozione di “derivazione”, infatti, implica già quella stessa molteplicità che essa, invece, intenderebbe fondare. L’unità che produce la dualità, l’uno che genera il due, è già ab origine dualità. È proprio del karma kāṇḍa tradurre tali teorie sotto forma di rituali corrispondenti. Per questa ragione, il sacrificio è per l’uomo il più solenne ed efficace tra i molti atti rituali possibili, tanto da avere ripercussioni sull’intero universo. Il sacrificio, infatti, è un rituale che opera la reintergazione della molteplicità nell’unità, della parte nel tutto, del relativo nell’Assoluto.

    Ora non è questa la sede per esporre perché e come tutto questo sia stato perduto dal giudaismo. Certo è che con la distruzione del tempio di Erode il giudaismo perse quest’importante rituale e, di seguito, scomparve anche l’istituzione sacerdotale. Da molti secoli non è nemmeno certo se quelle famiglie di israeliti che portano il cognome Cohen (o le sue varianti) siano davvero discendenti dalle stirpi della casa di Levi. Nel cristianesimo si assistette a una modifica della funzione sacerdotale che non fu più trasmessa per diritto di nascita, ma per ‘vocazione’; vale a dire che diventava sacerdote chi sentiva una forte attrazione per tale ruolo. Alla funzione per qualifica di stirpe, subentrò la funzione scelta per volontà del singolo aspirante, il che rappresenta una chiara sminuizione della funzione: insomma, un sacerdozio per supplenza. Tralasciando che il sacerdote a pieno titolo è solo il vescovo, è però importante sottolineare che nel cristianesimo ciò che caratterizza il sacerdozio è proprio la facoltà rituale di compiere il sacrificio. Tutti gli altri carismi del presbitero dipendono dal suo potere di consacrare l’offerta sacrificale. E il cristianesimo nelle sue forme latina e orientale ebbero un importante apparato dottrinale e liturgico riguardante il sacrificio del Cristo. Ciò fu del tutto disperso nelle “Chiese” riformate, che non accettano il sacrificio in quanto tale e considerano la messa (o, meglio, l’“assemblea”) soltanto come una commemorazione dell’ultima cena. E per tale ragione sono prive di sacerdozio: come i rabbini non sono kohanīm, così i pastori protestanti non sono preti. Per tale ragione le chiese riformate non sono nemmeno propriamente delle religioni. Le chiese orientali hanno ancora mantenuto intatto sia la versione cristiana di sacerdozio sia il rito sacrificale. La chiesa latina è, invece, implosa in un ripugnante protestantesimo carnascialesco. Quanto all’islām, esso è stato istituito privo di sacerdozio e, quindi, di sacrificio. Sostenere, come fanno alcuni incapaci di riflettere, che non c’è sacerdozio perché ognuno è sacerdote per se stesso è come quel bolscevico che diceva: «Non c’è lo Zar perché ognuno è zar per se stesso!» essendo, invece, tutti sudditi; dal caos, ma sudditi. Quanto allo sgozzamento in nome di Dio: fuori dall’illusione, si tratta solo di una macellazione preceduta da una formula, senza alcun rituale, senza alcuna consapevolezza, senza alle spalle alcuna dottrina del sacrificio. Certo, si tratta di regole religiose che vanno osservate ed eseguite. Ma senza farsi illusioni.

    1. L’atteggiamento che ispira costoro è la parificazione di dharma e delle varie religioni con il termine livellante di “forme tradizionali”, le quali sarebbero tra loro equiparate, nonostante le differenze. In quanto ritenute “complete” conducono alla medesima meta tramite mezzi di simile efficacia. Nulla di più falso: nel vyavahāra la differenziazione corrisponde alla gerarchizzazione. La parità di fatto tra le “forme tradizionali” è di matrice occultista, degna del Parlamento delle religioni e perfino dello sgangherato pensiero di Jorge Mario Bergoglio.[↩]
    2. Eviteremo di entrare nell’oziosa discussione se quest’ultimo termine sia scientifico o meno. L’importante è che Induismo sia termine ormai consacrato dall’uso almeno da un paio di secoli presso le lingue dell’Occidente per definire nella maniera più soddisfacente ciò che in sanscrito si definisce Sānatana o Anāmaka Dharma. D’altronde l’accettazione da parte delle più elevate autorità spirituali indiane della forma hindū dharma quale sinonimo dell’espressione tradizionale ci garantisce che induismo è un nome confacente a ciò che è il dharma ancestrale della maggioranza degli indiani.[↩]
    3. Portiamo come esempio questo breve estratto da Vâlsan che, in uno dei suoi articoli di “propaganda” in favore della shari‘a islamica, arriva ad affermare: “En tout état de cause, dans l’intégration finale dont il s’agit, l’Hindouisme ne peut jouer aucun rôle sur le plan formel de la tradition : sur ce plan, sa définition, conditionnée par le régime des castes, est non seulement inextensible hors le monde hindou actuel, mais aussi destinée à disparaître dans l’Inde même: ses modalités sociales et culturelles spécifiques ne pourront malheureusement pas survivre à la dissolution qui se poursuit à notre époque. Dans la phase actuelle du Kali-Yuga, les choses devant aller jusqu’à l’état, annoncé dans les Livres sacrés de l’Inde, «où les castes seront mêlées et la famille n’existera plus», la base indispensable même de la tradition hindoue, le régime des castes disparaîtra et lorsqu’un redressement traditionnel deviendra possible, il ne pourra l’être que dans la formule fraternitaire d’une législation sacrée comme celle de l’Islam.” (Michel Vâlsan, “Le Triangle de l’Androgyne et le Monosyllabe «OM»” II, Etudes Traditionnelles, mai-juin et nov.-déc. 1964). Ovviamente questa malevola “profezia” vâlsaniana fortunatamente in India non s’è verificata. È il caso, però, di far notare alcuni errori dovuti a ignoranza, costanti presso i guénoniani islamizzati: per tutti e tre i monoteismi semitici la fine dei tempi è considerata prossima. Ostinandosi a pontificare su cose che non conoscono, identificano la durata profetizzata nei loro stessi testi rivelati del loro breve ciclo vitale con la lunga durata del kaliyuga, com’è prospettato nella Tradizione eterna, ignorando che secondo tutti i testi di smṛti e del tantra, l’epoca attuale corrisponde soltanto agli albori dell’“età oscura”. In secondo luogo l’Induismo, per sua stessa natura, è “inextensible hors le monde hindou actuel” proprio perché, essendo a struttura essenzialmente aristocratica, ignora ogni tipo di proselitismo, sia quello subdolamente persuasivo ed economicamente ricattatorio sia quello imposto a fil di scimitarra. Infine, la mescolanza delle caste nell’India attuale è un fenomeno del tutto marginale, nonostante le insidie del regime democratico. Al contrario, è di regola proprio presso i popoli che proclamano l’egualitarismo religioso camuffato da “formule fraternaire”, come eufemisticamente Vâlsan lo definisce . Infine, se è in seno al presente ambiente giudaico e cristiano che la famiglia si è dissolta, la famiglia poligama con le rigide segregazioni e tabù sessuali, non appare certo quale esempio d’armonia sociale e d’equilibrio mentale. Sul versante opposto, la famiglia hindū, proprio perché fondamento della casta e della società gerarchica, è a tutt’oggi esemplare verso il resto del corpo sociale, all’interno del suo nucleo e per l’equilibrio interiore del singolo, in continuità rituale con antenati e discendenti.[↩]
    4. La religione nella sua accezione cristiana, più che a religio, da cui pur deriva filologicamente, sembra piuttosto apparentarsi al concetto della pietas romana. La religio romana è infatti più propriamente la virtù della lealtà del cives per la res publica consacrata dai sacrifici agli Dèi. Altrettanto dicasi per il sostantivo cristiano πίστις, religione, fede, che nel greco classico significa semplicemente lealtà nei confronti della πόλις. Ed è proprio rifiutando le offerte sacrificali e il culto agli Dèi che la giovane religione cristiana dimostrava slealtà religiosa nei confronti della res publica.[↩]
    5. Il termine dharma definisce anche il Jainismo e il Buddhismo, sebbene quest’ultimo al giorno d’oggi sia rappresentato in India esclusivamente dai rifugiati tibetani. Ciò fa sì che gli hindū considerino l’ākālika dharma dei jaina e dei buddhisti come due correnti nāstika comprese nel dharma universale, come fossero due ulteriori darśana. Si ricordi che nāstika significa “che non si basa sul Veda” e non ha nulla a che fare con le concezioni tutte monoteistiche di eterodossia ed eresia.[↩]
    6. Ciò, però, non vale per il Giudaismo che presenta un preoccupante disinteresse circa i fini postumi, in favore di ricompense di benessere e di dominio, da ottenere per mezzo dei rituali compiuti nella presente vita corporea. Né suona a giustificazione che si riscontri qualche accenno al post mortem nella Qabbalah, le cui fonti sono peraltro tutte assai tarde; ma soprattutto si deve considerare che indirizzare alla salvezza ed evitare la dannazione è compito precipuo dell’essoterismo religioso, non dell’esoterismo.[↩]
    7. Fideistica, intendendo la fede nel senso di credenza obbligatoria nei dogmi. Altra cosa è śraddhā, generalmente tradotto con fede, ma che significa certezza del percorso imboccato, impulso interiore a raggiungere la meta prefissata, intenzione; in quest’ultimo caso è sinonimo di saṅkalpa.[↩]
    8. Finora abbiamo paragonato l’hindū dharma alle diverse chiese della religione cristiana, ovvero la cattolica e le altre chiese orientali. Invece, ciò che segue riguarda tutte le religioni monoteistiche di origine semitica. Perciò le caratteristiche segnalate devono essere intese come comuni al cristianesimo, al giudaismo e all’islām. Quest’ultimo, talora, è erroneamente annoverato tra le civiltà orientali, soprattutto da coloro che fantasticano sull’esistenza di dottrine sufiche non dualiste identiche a quelle del Vedānta śaṃkariano. Più correttamente, fino a un recente passato, israeliti e musulmani erano entrambi classificati tra gli occidentali ‘levantini’. Guénon faceva rilevare correttamente che la radice “eber” designava l’occidente, per evidenziare l’origine atlantidea delle religioni semitiche (R. Guénon, Formes traditionnelles et cycles cosmiques, Paris, Gallimard, 2005, p. 47).[↩]
    9. Un’altra grave confusione diffusa dagli ambienti sedicenti “tradizionali” è di propagare l’idea che patriarchi, Re-messia, profeti, avatāra, ṛṣi, bodhisattva svolgano la medesima “funzione”, differenziati soltanto dalle caratteristiche esteriori delle varie “forme tradizionali”. Non è così: basti la constatazione che avatāra, ṛṣi, bodhisattva insegnarono in base alla propria Realtà cosciente e non perché “inviati” dalla “volontà” di un Dio antropomorfico.[↩]
    10. Il Giudaismo, tuttavia, differisce dalle altre religioni semitiche per le caratteristiche del suo proselitismo del tutto peculiari. Infatti esso mantiene centrale un’escatologia tutta terrena, ossia la convinzione che il popolo ebraico sia stato eletto dal loro Dio a governare su questa terra e su tutte le nazioni. Perciò essi riconoscono legalmente i semi-convertiti (ger-toshav), i quali sono tenuti a seguire i sette comandamenti di Noè e che usufruiscono di alcuni diritti riservati agli ebrei di nascita, ma che sono, comunque, una classe servile della società israelitica (v. AAVV, Ab Ordine Chaos, 3 voll., Milano Ekatos, 2019, vol. I, cap. XXIV.). Oltre a ciò, gli askenaziti riconoscono anche un ulteriore passo di conversione siglato con la circoncisione, con cui i semi-convertiti diventano ger tzedek, israeliti completi. Questo si spiega probabilmente perché gli stessi ašqenazim sono per la maggior parte convertiti di origine turcomanna. I sefarditi, al contrario, non accettano volentieri convertiti e sono più attenti alla discendenza matrilineare, accentuando così la connotazione razziale della loro corrente religiosa. Questo spiega anche il motivo per cui siano minoritari in seno all’E.[↩]
    11. Ab Ordine Chaos, cit., vol. I, cap. XXI.[↩]
    12. Evitiamo la formula “religioni abramiche” perché è di uso esclusivo del linguaggio islamico, non accettata da israeliti e cristiani. Il fatto che recentemente tale formula sia stato assunta nell’ambito dell’ecumenismo cattolico e protestante non giustifica affatto il suo uso, essendo motivato da una vile volontà di dialogo con chi non ha alcuna intenzione di dialogare.[↩]
    13. Per questa ragione la concezione della Divinità nell’Induismo è scevra dell’antropomorfismo dei monoteismi. Il Dio semita è dotato di una personalità umorale, talvolta favorevole, talaltra cambia d’umore a capriccio e diventa avverso, ecc.[↩]
    14. Il problema dell’eternità dell’anima, in contraddizione con il fatto di essere creata, non si usa porre e rimane avvolta in un profondo mistero salvaguardato dal dogma.  Essa sarebbe stata creata da Dio al momento del concepimento, per poi esistere eternamente. Ma solo quella umana; differente è il destino per gli animali e gli altri esseri.[↩]
    15. Non così nemmeno per la tradizione estremo orientale, la quale, pur dovendosi adattare ai tempi prendendo le forme del Taoismo esoterico e del Confucianesimo sociale, ha sempre ricordato la tradizione primordiale unica onorando Fo Hi e i Sovrani Divini come il più puro esempio di perfezione che non è errato definire “dharmika”.[↩]
    16. Queste caratteristiche storiche sono del tutto assenti nella śruti; compaiono qua e là nei Purāṇa e costituiscono l’argomento principe delle epiche, Rāmāyaṇa e Mahābhārata.[↩]
    17. Questo comporta anche un’attrazione per le basse classi della società e una tendenza eversiva verso l’ordine gerarchico. Ne è prova il successo dei missionari delle varie religioni tra le classi servili e tra i tribali. Si deve riconoscere che il cristianesimo (cattolico e orientale), dopo qualche secolo, eversivo e anti-imperiale, era stato civilizzato dalla civiltà greco-romana e, nel corso del medioevo, aveva tentato di produrre una società consacrata fondata su una stratificazione per nascita, simile a quella castale dell’India. Tuttavia il tentativo abortì per l’ostilità della gerarchia ecclesiastica.[↩]
    18. S’arriva a definire il cosmo quale dominio del Princeps huius mundi, dando adito alla credenza gnostica che il Maligno ne sia il creatore.[↩]
    19. “Non c’è più giudeo né greco; non c’è più schiavo né libero; non c’è più uomo né donna, poiché tutti voi siete uno in Cristo Gesù” si trova nella Lettera ai Galati 3.28, scritta da San Paolo. In questo versetto paradigmatico dell’atteggiamento religioso che è agli antipodi di quello qui descritto, San Paolo afferma che, attraverso la fede in Cristo, tutte le distinzioni etniche, sociali e di genere vengono superate, poiché tutti i credenti sono uniti in Cristo.  In sintesi, Galati 3.28 rappresenta un principio fondamentale dell’uguaglianza effettiva tra tutti i credenti in Cristo. Ora, una volta che l’analisi razionalista abbia rimosso il riferimento fideistico nel Dio personale, ciò che ne resta è la precisa descrizione dell’ideologia secolarizzata.[↩]
    20. La Natura, in quest’ottica, pare ridursi a una semplice dimensione climatica o, al massimo, ai cataclismi tettonici o vulcanici.[↩]
    21. Non appena un monoteismo prevale sulla precedente tradizione ancestrale, il culto degli antenati è immediatamente rimosso, essendo la relazione Creatore-creatura fondata sull’individuo privo di altra mediazione da parte della natura universale. Da ciò si procede verso una visione sempre più individualistica e priva di tutta la complessa serie di mediazioni dharmika.[↩]
    22. Il fine delle religioni consiste nel raggiungimento della salvezza, ossia, come quest’ultimo termine precisamente significa, la conservazione dell’individualità e la sua sopravvivenza nelle condizioni postume, in una relativa beatitudine procurata dalla maggiore o minore prossimità con la divinità, a seconda dell’elevatezza del cielo a cui l’anima individuale è destinata.[↩]
    23. Per una trattazione esaustiva di questi argomenti vedasi il nostro Il post mortem dei sādhaka secondo la dottrina di Śaṃkarācārya, Milano, Ekatos, 2019.[↩]
    24. “Come il fuoco ardendo trasforma in cenere il combustibile, così, oh Arjuna, il fuoco della conoscenza incenerisce tutte le azioni.” (Bhagavad Gītā, IV, 37).[↩]
    25. Anche presso le religioni c’è l’uso del termine “conoscenza”, sia nel campo dell’essoterismo sia in quello dell’esoterismo. Tuttavia, il concetto che le corrisponde riguarda sempre un percorso per gradi e per approssimazione del soggetto individuale verso il suo oggetto. Questa conoscenza teorica, virtuale ed effettiva, talora definita anche come studio di una meta da conoscere, sua visualizzazione e raggiungimento della sua realtà non ha nulla da spartire con il jñāna, la Conoscenza immediata dell’Assoluto. Si tratta sempre e soltanto di pramā, conoscenza di un oggetto altro da Sé, che si sviluppa nel vyavahāra attraverso la tripuṭi di pramatṛ, pramāṇa, prameya (triplicità di conoscitore-strumenti di conoscenza-oggetto da conoscere). Non è un caso che tutte e tre le religioni, durante il medioevo, fecero ricorso alla logica aristotelica per spiegare le loro concezioni riguardo la conoscenza. Infatti, pramā nell’ottica dell’induismo ricade sempre nel dominio del vyavahāra, vale a dire dell’ignoranza.[↩]
    26. Questo è un altro punto che distanzia irrimediabilmente dharma e religione. Nella religione i canoni che garantiscono l’ortodossia anche nel dominio esoterico sono rappresentati dalle regole dell’essoterismo. Questa è una prospettiva rovesciata rispetto a quella del dharma, in cui la dottrina dell’Assoluto è incontestabile dai punti di vista più limitati e, dunque, non è sottoposta ad alcun controllo da parte di istituzioni o autorità inferiori per conoscenza. Il Guru nel Sānatana Dharma è la Divinità Suprema. Come un Re tocca i piedi di loto di un paṇḍita o anche di un semplice brāhmaṇa, così questi toccano umilmente i piedi di qualsiasi Guru. E un Guru gṛhastha o vanaprastha si prosterna devotamente davanti a un Guru saṃnyasin. È la conoscenza che legittima la sfera dell’azione, non viceversa.[↩]
    27. In questo ambito comparativo, la tradizione vedica è definita nigama (punto fisso).[↩]
    28. Questo non può accadere all’interno delle tradizioni che sono prive di jñāna kāṇḍa. In questo caso, la persona altamente qualificata (uttamādhikārin) che ha compiuto la buddhadī con i mezzi forniti dalla sua religione d’origine, per perseguire nella conoscenza non-duale potrà avvicinare un jñānaguru di Vedānta. Oppure, appoggiandosi sulle sue innate capacità di comprensione (sahaj prabodha ādhikara), potrà intraprendere il vicāra tramite il Guru interiore. Si deve essere ben consapevoli che quest’ultimo rappresenta, comunque, un caso eccezionale.[↩]

    9. Coscienza di Essere

      Śrī Śrī Satcidānandendra Sarasvatī Svāmījī

      9. Coscienza di Essere

      a cura di Petrus Simonet de Maisonneuve

      9. Ultime conclusioni

      L’insegnamento centrale

      75. L’insegnamento centrale del sesto capitolo della Chāndogya Upaniṣad è contenuto in ciò che Uddālaka ripete alla fine di ogni passo in cui spiega la dottrina.

      È quella Entità sottilissima che tutto questo (idam, l’universo) ha per essenza. Solo quello è reale, quello è l’Ātman, tu sei Quello, o Śvetaketu.

      76. Naturalmente l’insegnamento è troppo generale per essere considerato come un insegnamento impartito da un padre a suo figlio in un dato momento storico. È un’affermazione della verità universale che potrebbe essere trasmessa, anche al giorno d’oggi o in futuro, da qualsiasi maestro a un suo discepolo, proprio come è narrato che sia stata rivelata, in un passato non ben definito, dal saggio Uddālaka a suo figlio Śvetaketu.

      77. Non c’è motivo di limitare l’espressione “tutto questo” a un solo aspetto o a una porzione dell’universo. Nelle opere filosofiche sanscrite si è soliti dividere l’universo in ādhyātmika (interno, ossia prāṇico, psichico, morale, ecc.), ādhibhautika (esterno o fisico) e ādhidaivika (relativo ai cieli degli dei). Poiché qui non c’è alcun attributo restrittivo, l’affermazione “tutto questo ha per essenza quella Entità” richiede che tutto, senza eccezione, abbia per essenza solo questa Entità sottilissima e che non ci sia nulla che abbia un’esistenza indipendente da tale Entità.

      78. Dobbiamo ora considerare il significato della parola ‘sottilissimo’ (aṇimā). Significa qualcosa di molto tenue, come l’aria rarefatta, o di qualche cosa molto minuta, come l’atomo chimico degli scienziati? Non può essere così, perché Uddālaka sta parlando dell’Essere puro che è Uno senza secondo, che è l’“essenza di tutto questo”. Inoltre è la causa che ha creato e trasformato se stessa in tutto l’universo e quindi non può esserci in essa nessuna delle categorie (come sostanza, quantità, qualità, relazione, ecc.), come nemmeno le entità psichiche che i suoi effetti apparenti gli hanno sovrapposto. Per questo Uddālaka dice che è la Realtà (Satyam), distinta da tutti gli oggetti sovrapposti. Pertanto, l’Entità suttilissima (aṇimā) è solo un altro nome per qualcosa di non percepibile né concepibile, ma che è il substrato di tutto ciò che nasce. Infatti, tutto ciò che nasce, cresce e infine si fonde, è l’Essere in esso presente. La Realtà è sottilissima nel senso che è Pura Coscienza da cui tutto è illuminato, e che non ha alcun bisogno d’essere oggettivata e illuminata.

      79. Questa Realtà come Testimone Universale è l’unico Ātman nel vero senso della parola. I singoli sé nel mondo empirico sono , per così dire, solo riflessi di questo Ātman reale. Pertanto, essi sono realmente un tutt’uno con l’Essere Assoluto anche così come sono.

      L’insegnamento testuale: identità di jīva e Īśvara

      80. “Tu sei Quello”, dunque, stabilisce una verità eterna e può essere stata indirizzata a qualunque degli innumerevoli jīva d’ogni tempo.

      81. A rigore, “tu sei Quello” non è né una affermazione grammaticale né una proposizione logica su Brahman, perché né le parole né i pensieri possono oggettivare Brahman. Come dice la śruti:

      Ciò che non è espresso dalla parola, ma da cui la parola stessa è espressa (cioè è rivelata dalla luce della Coscienza che è Brahman, ed è manifestata da Brahman) sappi che solo quello è Brahman e non ciò che è meditato come un oggetto.

      Ciò che non può essere pensato dalla mente, ma da cui la mente stessa è pensata (cioè è rivelata dalla luce della Coscienza che è Brahman, ed è manifestata da Brahman) sappi che è Brahman e non ciò che è meditato come un oggetto. (KeU I.5-6)

      “Tu sei Quello” è chiamato vākya (frase o proposizione) perché quando è pronunciata da un maestro competente vuole suggerire il Brahman, che è Uno senza secondo, come il Sé del cercatore della Verità.

      Sureśvara, l’autore della Naiśkarmya Siddhi, chiama quindi Brahman,in accordo con il Taittirīya Upaniṣad Bhāṣya (NS III.1), come ciò che non si realizza né attraverso la conoscenza della relazione (sṃsarga) delle cose espressa dalle parole in una frase, né attraverso la conoscenza della distinzione (bheda) delle cose denotata dalle parole in una frase.

      Conoscenza di Ātman invece della meditazione su esso

      82. Va da sé che la frase “Tattvamasi”non ingiunge né implica alcun tipo di meditazione, come ad esempio in “Anantam vai manaḥ” (Infinita, infatti, è la mente, BU III.1.9), “Mano brahmotyupāsīta” (Si dovrebbe meditare sulla mente come Brahman, ChU III.19.1), “Ādityo brahmotyādeśaḥ” (Il sole è Brahman, questo è l’insegnamento, ChU III.3.19.1), “Prāṇo vāv saṃvargaḥ” (Prāṇa è davvero sovrano, onnicomprensivo, ChU IV.3.3). In tutte le sentenze di questo tipo si ordina di meditare due cose diverse come se fossero una sola. Ma nel caso in questione “Quello” e “tu” non si riferiscono a due cose diverse, bensì a una stessa entità. Śvetaketu è in realtà lo stesso Essere Puro che si propone di insegnare. Abbiamo già citato il testo upaniṣadico che nega espressamente che il Brahman nella sua vera natura possa essere meditato; così dice Śaṃkara:

      Se la conoscenza dell’identità di Brahman e di Ātman dovesse essere considerata della natura delle meditazioni come l’immaginazione (sampat), allora la relazione sintattica delle parole che pretendono di insegnare un fatto esistente, cioè l’identità di Brahman e dell’Ātman, sarebbe contraddetta. (BSŚBh I.1.4)

      83. Come si fa allora a sapere, al di là della parola e del pensiero, che Brahman esiste davvero? A questa domanda abbiamo già risposto quando abbiamo spiegato che Brahman, essendo lo stesso Sé del cercatore, deve essere considerato come tale. È così che Śvetaketu ha compreso l’insegnamento di suo padre (taddhāsya vijajñau, ChU VI.16.3).

      La funzione del testo

      84. Dal punto di vista del Vedānta Śāstra c’è una sola Realtà non duale e, dal punto di vista del Vedānta non esiste né insegnamento né apprendimento. In accordo con ciò, Śaṃkara cita un testo nel suo Brahma Sūtra Bhāṣya:

      Egli (Bāśkali) chiese (a Bādhva): «Ti prego, insegnami, o signore». Egli tacque. Alla seconda e terza richiesta (Bādhva) gli disse: «Io sto insegnando, ma tu non capisci! Per questo l’Ātman è silenzioso (ovvero, privo di ogni caratteristica specifica)». (BSŚBh III.2.17)

      Ai fini dell’insegnamento, tuttavia, si presuppone la distinzione tra insegnamento, insegnato e insegnante, come nel caso in questione in cui Uddālaka spiega la dottrina dell’unità assoluta dell’Ātman a Śvedaketu, suo figlio e discepolo. Gauḍapāda dice quindi:

      Dovrebbe essere eliminata l’idea (delle distinzioni tra maestro, discepolo, ecc.) se qualcuno erroneamente la pensasse vera . Si tratta soltanto di una convenzione presa in considerazione solo a scopo di insegnamento. Quindi, quando la Verità è conosciuta, non rimane alcuna distinzione. (MUGK I.18)

      In quest’ottica, quindi, la funzione del testo “tu sei Quello” è quella di rivelare che non è necessario alcun insegnamento e che non c’è nulla da compiere per conoscere la Verità. “Tu sei Quello, o Śvetaketu” significa che non hai bisogno di diventare Quello, non hai bisogno che ti venga insegnata la Verità su di esso: tu sei già Quello. In realtà, le distinzioni convenzionali di insegnamento, maestro e discepolo servono solo a facilitare la conoscenza. Tu sei l’unica Realtà non duale: non c’è alcun maestro né alcun discepolo.

      85. Śaṃkara illustra quindi questa verità con l’esempio della corda-serpente che è eliminata affermando la verità che è una corda:

      Finché l’avidyā non viene rimossa, jīva e jīvatva non scompaiono mai dall’ambito del vero (e del falso); ma quando l’ignoranza scompare, è lo stesso prājña (l’Ātman sempre consapevole) a essere rivelato dal testo “tu sei Quello”. La Realtà stessa non è in alcun modo intaccata né dall’ignoranza né dalla sua scomparsa. Questo può essere paragonato al caso in cui qualcuno prende una corda che giace nell’oscurità per un serpente e scappa via tremando di paura; ma ascoltando qualcun altro che gli dice: «Non aver paura, non è un serpente ma solo una corda», supera la paura per il serpente, il tremore e la fuga. Tuttavia, la corda in sé non ne risente in alcun modo, sia durante il periodo in cui viene presa per un serpente, sia quando l’idea che sia un serpente viene rimossa. Così dobbiamo intendere anche la questione in discussione. (BSŚBh IV.4.6)

      Si noterà che, mentre la corda nell’esempio è solo l’oggetto dell’idea di serpente durante l’ignoranza, dobbiamo applicarla al caso di Śvetaketu che si è falsamente considerato un’anima trasmigrante nell’ambito delle azioni giuste e sbagliate. All’udire le parole “tu sei Quello”, egli abbandona tutte le sue false nozioni sovrapposte alla sua vera natura. Quando capisce il senso dell’insegnamento, la forma di conoscenza corretta sarà: “Non sono un’anima trasmigrante che compie azioni ingiunte o proibite; non sono affatto un jīva. Non c’era in me alcuna ignoranza che sia stata ora rimossa da questo insegnamento: io sono il Puro Essere e la Pura Coscienza in uno e non c’è stato in me in alcun momento la differenza tra maestro e insegnamento”.

      Gli advaitin post-śaṃkariaani vanno quindi contro lo spirito stesso del Vedānta di Śaṃkara quando affermano che una sorta di serpente indefinibile (anirvacanīya sarpa) nasce effettivamente dalla cosiddetta avidyā positiva che, poi, nel caso del serpente-corda, è distrutta dalla vera conoscenza; e dicono anche che l’avidyā non è completamente distrutta nemmeno dalla vera conoscenza nel caso del realizzato finché non ha esaurito il karma che produce la sua attuale vita. Particolare attenzione va prestata alle seguenti inequivocabili affermazioni di Śaṃkara:

      La Realtà stessa non è influenzata in alcun modo dall’ignoranza né dalla sua scomparsa. (BSŚBh I.1.4)

      L’identità con Brahman non può essere conosciuta se non tramite la dottrina del Vedānta. (BSŚBh I.1.,4)

      86. Il testo upaniṣadico “Tutto questo universo ha come essenza questa sottilissima Entità. Essa sola è reale, è l’unico Ātman, Tu sei Quello”, è l’unico mezzo valido per la giusta conoscenza di Brahman. Infatti, la percezione e l’inferenza sono valide solo nel caso di oggetti conoscibili e non possono mai oggettivare l’Ātman, che è sempre il conoscente e non è mai conoscibile.

      Questa dottrina della validità del Vedānta Śāstra è riscontrabile solo nella sfera dell’avidyā o dell’ignoranza della vera natura dell’Ātman.

      Ora, è proprio dal presupposto di questa reciproca sovrapposizione di Sé e non-sé, chiamata avidyā, che “partono” tutte le nozioni e le istanze di comportamento relative ai validi mezzi di conoscenza e agli oggetti conoscibili, siano essi mondani o vedici; così fanno gli Śastra, sia che trattino di ingiunzioni e di divieti, sia che trattino della Liberazione. (Adhyāsa Bhāṣa)

      Negazione del jīvatva (dell’individualità)

      87. La frase “tu sei Quello”, quindi, mira a negare l’erroneo presupposto di essere un’anima trasmigrante e a riaffermare la sua vera natura di Brahman. In realtà non esiste alcun jīva, distinto e separato dall’unica Realtà libera da ogni macchia. A questo proposito, vale la pena ricordare i seguenti esempi di Śaṃkara:

      Il cosiddetto jīva non è del tutto diverso da Brahman, perché ci sono testi della śruti come “tu sei Quello”, “io sono Brahman”. Ma in considerazione dell’apparente forma particolare dovuta all’intelletto e ad altre aggiunte condizionanti (upādhi), il jīva, pur essendo in realtà Brahman stesso, è detto essere un agente e uno sperimentatore (dei frutti delle azioni). (BSŚBh I.1.31)

      La Luce suprema che deve essere raggiunta è il Brahman Supremo, che è della natura della negazione dell’errore, ecc. Solo quella è la vera natura del jīva, come si evince da testi come “tu sei Quello”, e non l’altra evocata dalle aggiunte condizionanti. Quando, attraverso la śruti, si è portati al di là degli aggregati, corpo, sensi, mente e intelletto, ci è insegnato: ‘tu non sei l’aggregato di corpo, di sensi, di mente e d’intelletto, tu non sei l’anima trasmigrante, ma quella Realtà, quell’Ātman della natura di Pura Coscienza”, e “tu sei Quello”’. Allora ci si rende conto di essere della natura dell’immutabilità, dell’eterno Testimone, e si abbandona il saṃsāra dell’identificazione con il corpo, ecc., e si diventa proprio quell’Ātman della natura dell’eterno Testimone immutabile. (BSŚBh I.3.19)

      Il Supremo Ātman stesso, delimitato dalle aggiunte limitanti, corpo, sensi, mente e intelletto, è definito dagli ignoranti come l’incorporato. Questo è come l’etere, che di per sé illimitato, appare come se fosse limitato in un grande vaso o in una piccola giara . E, a questo proposito, non è contraddittorio parlare delle differenze tra soggetto e oggetto, ecc., prima di capire l’unità dell’Ātman insegnata dal testo “tu sei Quello”. (BSŚBh I.2.6)

      Infatti, non si insegna che Īśvara sia un’anima trasmigrante, ma, al contrario, si nega la natura di trasmigrante all’anima e si propone di insegnare la sua Signoria (Aiśvarya). In questo modo si afferma che la natura dell’Īśvara non duale di essere libero da demerito e da altre simili proprietà, è vera, mentre è falsa la natura dell’“io” di essere in possesso di proprietà di natura opposta. (BSŚBh IV.1.3)

      Solo la Divinità è la vera natura dell’anima incorporata: la sua incorporazione è dovuta alle aggiunte limitanti. (SBŚBh III.4.8)

      Se il testo scritturale insegna che il Brahman, in quanto libero da demeriti, ecc., è il Sé dell’essere incorporato, vuol dire che nega qualsiasi esperienza per lo stesso Sé incorporato. Quindi, come si può sostenere che Brahman diventi uno sperimentatore per il fatto che il jīva incorporato è uno sperimentatore? (BSSŚBh I.2.8)

      Infatti, qui (nel Paingi Brāhmaṇa) non si propone di insegnare al kṣetrajña incorporato di possedere le proprietà del saṃsāra, come essere agente e sperimentatore dei frutti delle azioni, ma solo di essere della natura del Brahman, essenzialmente Pura Coscienza, libero da tutte le caratteristiche di un’anima trasmigrante: infatti, il testo recita “senza mangiare, l’altro (uccello) solo guarda”, cioè il Sé conoscente solo assiste senza sperimentare nulla (MuU III.1 .1); anche perché ci sono testi della śruti come “tu sei Quello” e “conosci lo kṣetrajña come me stesso” (BhG XIII.2). (BSŚBh I.2.12)

      L’opinione del maestro Kāśakṛtsna è che il Signore Supremo, immutato, è egli stesso il jīva, e nessun altro:… ora possiamo concludere che l’opinione di Kāśakṛtsna segue la śruti, perché è in accordo con ciò che si propone di insegnare, poiché ci sono testi śruti come “tu sei Quello”. (BSŚBha I.4.22)

      Anche riguardo al jīva, abbiamo già detto che la sofferenza è dovuta solo all’ignoranza. Di conseguenza, testi di Vedānta come “tu sei Quello” negano l’individualità (jīvatva) del jīva e insegnano che egli è Brahman stesso. (BSŚBh II.3.46)

      La negazione (apavāda) è una frase avversativa con cui una nozione falsa, considerata corretta, è eliminata da una successiva nozione corretta, come ad esempio la nozione di Sé, considerato associato al corpo e dei sensi, è sostituita dalla nozione corretta di Sé quale vero Ātman, rivelata dal testo “tu sei Quello”. (BSŚBh III.3.9)

      Il gran numero di affermazioni che si susseguono nel Bhāṣya, relative a “tu sei Quello”, di cui abbiamo selezionato alcuni brani, potrebbe indurre istintivamente il lettore a supporre che Śaṃkara si aspetti che noi crediamo che il sé indicato dalla parola “tu” in questo importante testo sia identico al Sé assoluto, mentre il Sé assoluto non dovrebbe essere considerato identico al sé espresso dalla parola “tu”. In un certo senso questo è abbastanza corretto e Śaṃkara lo afferma in diversi modi:

      Inoltre, il testo “tu sei Quello” afferma l’identità di ciò che è connotato dalla parola “tu” con ciò che è connotato dalla parola “Quello”. (BSŚBh IV.1.2)

      Ma da un altro punto di vista, il contrario è altrettanto vero. Bādārayaṇa ha dedicato il seguente sūtra “Ma le Upaniṣad riconoscono Brahman come il Sé e lo fanno comprendere così” (BS IV.1.3) esclusivamente per sottolineare il punto che il Sé Supremo insegnato dal Vedānta Śāstra dovrebbe essere capito come il proprio Sé e nient’altro che il proprio Sé. Mentre è perfettamente corretto affermare che il jīva, spogliato di tutte le proprietà, immaginate dalla visione ingenua, che lo rendono un’anima trasmigrante, è in realtà Brahman, è altrettanto giustificabile affermare che Brahman dovrebbe essere concepito come il proprio Sé nella sua purezza incontaminata. Questo è ciò che Śaṃkara afferma con enfasi nell’aforisma citato sopra:

      Il Signore supremo deve essere riconosciuto come il proprio Sé; per questo Jābāla, allorché parla del Signore supremo, lo conferma con queste parole: “O venerata Divinità, io sono realmente Te e Tu sei realmente me. O venerata Divinità”. Un simile riconoscimento di Brahman come Sé in quanto “io sono Brahman”, dovrebbe anche essere incluso qui. (BSŚBh IV.1.3)

      Si tratta di un riferimento a BU (I.4.10), dove si dichiara che chiunque si risvegli alla consapevolezza di essere Brahman diventa tutto ciò che è.

      Ciò rende evidente che la dottrina del bhāgatvāga lakṣaṇa (prendere il significato indicato di entrambi i termini della proposizione “tu sei Quello”, respingendo il significato primario in entrambi i casi), che è diventata la prassi dei post-śaṃkariani, non è fedele a quella del grande maestro.

      Ai piedi del guru: dialogo sull’adhyātma

        Svāmī Prakāśānandendra Sarasvatī Mahārāja

        Ai piedi del guru: dialogo sull’adhyātma

        I Domanda: La parola adhyātma ricorre abbastanza spesso nei libri di Vedānta. Che cosa significa questa parola?

        Risposta: Adhyātma si riferisce a tutto ciò che riguarda l’Ātman.

        II Domanda: Dunque, cos’è l’Ātman?

        Risposta: Ātman significa Svarūpa, ovvero la propria natura essenziale. L’Ātman è la natura essenziale di ciò che è chiamato “io” (aham), che è il soggetto conoscitore del mondo che si presenta davanti a lui nelle sue molteplici forme. Questo, in breve, significa la natura essenziale di se stessi, ossia l’Ātman.

        III Domanda: In questo caso che cos’è l’adhyātma prakāśa, o luce dell’Ātman? Poiché la parola prakāśa significa luce, vuol dire che l’Ātman ha bisogno di un’altra luce per essere illuminato?

        Risposta: No, non è questo il senso, non serve un’altra luce . Eppure, si trova che le persone che non conoscono la propria natura immaginano un non-Ātman e prendono questo anātman per se stesse. Come conseguenza immaginano di subire ogni tipo di sofferenza, anche se in realtà le sofferenze non esistono. Per eliminare da queste persone le tenebre dell’ignoranza è necessaria una luce. E questa luce non è altro che la luce dell’Ātman, vale a dire l’adhyātma prakāśa.

        IV Domanda: È giusto affermare che le persone non conoscono molte cose al di là di loro stesse. Ma è corretto sostenere che non conoscono se stesse? Inoltre, quale potrebbe essere la ragione per cui non conoscono se stesse?

        Risposta: Quale potrebbe essere la ragione per cui non si conosce se stessi se non quella di non volersi informare ed esaminarsi? In genere le persone si informano su tutto ciò che non le riguarda, ma non investigano mai su loro stesse, come per esempio: “Chi sono io veramente?”. La loro condizione è come quella descritta in questo detto kannaḍa: “Perché il padrone di casa dovrebbe preoccuparsi di servire il burro chiarificato agli ospiti?”1 Oltre all’ignoranza (ajñāna) non c’è alcun altro fattore che gli impedisca di conoscere se stesso.

        V Domanda: Non riesco ancora ad accettare quello che dite, cioè che le persone non conoscano se stesse. Perché alla domanda “Chi sei?” anche un bambino piccolo risponderebbe “io sono Rāma, figlio del tal dei tali e studio in quella particolare scuola” e così via. Non direbbe mai “No, non so chi sono”. Questo dimostra che nessuno ha ignoranza o dubbi su se stesso. Nel caso in cui qualcuno dica “Abbiamo bisogno di una luce per conoscere noi stessi”, la gente non pensa mai nemmeno per un secondo che abbia ragione, anzi pensa subito che abbia qualche problema al cervello.

        Risposta: È vero. La maggior parte delle persone la pensa come hai detto. E questo è proprio ciò che chiamiamo ajñāna. Se non conoscono la loro vera natura o se anche la conoscono in modo errato, reputano di conoscersi molto bene. Se questo non è ajñāna, cos’altro è?

        VI Domanda: Ebbene, condannando tutti in quanto ignoranti, se insegnate questo argomento totalmente inutile, non pensate che la gente rida di voi?

        Risposta: Non condanniamo nessuno: semplicemente stiamo indicando ciò che non conoscono. Quando riveliamo ad altri qualche nuova scoperta, cos’altro possiamo dire di loro se non che non la conoscono? Per esempio, un tempo non si sapeva che l’alluminio è presente in un certo tipo di argilla. Gli scienziati, consapevoli che la gente era del tutto ignorante di questo fatto, ricercarono e trovarono la soluzione per gli altri. Gli scienziati sono ridicoli per questo motivo? Certamente no. Al contrario, le persone che usano in vari modi l’alluminio, ricordano il contributo degli scienziati con senso di gratitudine. E nessuno si indigna con loro per aver rimosso l’ignoranza degli altri. Simile è il caso della conoscenza del Sé. Quando un fatto sconosciuto è reso noto, la gente ricorda con piacere chi glielo ha fatto conoscere e non ha alcun motivo per esserne scontenta.

        VII Domanda: Questo che c’entra? Le scoperte dalla ricerca scientifica sono utili alla nostra vita, quindi onorare quegli studiosi è del tutto a comprensibile. Ma lo stesso non si può dire per gli insegnanti della conoscenza ādhyātmika, perché insegnare questa indagine sul Sé non dà alcun beneficio alle persone ed è evidentemente inutile. Ecco perché il governo, che ha compreso l’utilità della scienza, ha deciso di insegnarla nelle nostre scuole. L’indagine ādhyātmika dovrebbe forse meritare la sua inclusione nel curriculum scolastico come accade per le materie scientifiche?

        Risposta: In base a cosa dici che l’indagine ādhyātmika sia inutile e affermi che non merita di essere studiata? L’utilità o meno di una disciplina può essere determinata solo dopo aver indagato su di essa e non prima. Proprio come il governo ha inserito lo studio della scienza nelle scuole solo dopo averne accertata l’utilità, così potrebbe introdurre anche l’Adhyātma Śāstra se fosse convinto della sua efficacia. Ma non può farlo perché anche il governo dubita della sua utilità e non lo prende nemmeno in considerazione. Ciò nonostante, alcune istituzioni educative tradizionali ne hanno inserito lo studio.

        VIII Domanda: Può anche essere così. Rimane comunque la domanda: qual è il beneficio dell’adhyātma vicāra?

        Risposta: Mi interroghi su quale beneficio s’ottiene? Ti dico solo questo: non conoscendo la vera natura dell’Ātman, le persone sono soggette a molte sofferenze e problemi. Il beneficio di questa indagine è quello di liberarsi di queste sofferenze e di vivere felicemente.

        IX Domanda: Senza indicare i problemi specifici che, secondo voi, si presenterebbero per mancata della conoscenza del Sé, chi mai potrà accettarlo? Al giorno d’oggi le persone sono coinvolte in molti problemi economici, sociali e politici; alcune grandi menti stanno indicando vari modi per uscirne. Questo Ātma vicāra è in grado di risolvere almeno uno di questi problemi anche solo temporaneamente? Altrimenti, perché la gente dovrebbe intraprenderlo?

        Risposta: Il problema maggiore è cosa fare per vivere felicemente senza problemi. Tutti i problemi che hai citato costituiscono solo una parte di un grande problema. Se si risolve questo grande problema, tutti gli altri si risolvono da soli. Risolvere questo grande problema è lo scopo dell’adhyātma vicāra. Potrai quindi capire se questo vicāra sia utile o meno.

        X Domanda: L’obiettivo è senza dubbio lodevole, ma dubito che possa essere raggiunto in pratica. Voi avete detto che Ātma vicāra significa un’indagine su se stessi per conoscere la propria vera natura. Tuttavia, se un uomo vuole affrontare e risolvere il problema di come vivere nel mondo, deve prestare attenzione al mondo invece di rimanere occupato a guardare in se stesso. C’è bisogno di una cosa impegnativa come l’indagine sul Sé per limitarsi a pensare solo a se stessi? Inoltre, perché dare l’importante nome sanscrito di adhyātma vicāra a questa preoccupazione ristretta chiamata indagine su se stessi?

        Risposta: Non è una preoccupazione limitata. Se una persona comprende la sua vera natura, non potrà mai diventare egoista. Egoismo (asmitā) significa curare esclusivamente il proprio interesse individuale. Per propria individualità intendo ciò che una persona pensa erroneamente di se stessa per la mancanza di conoscenza della sua vera natura. È chiamato egoismo non preoccuparsi per la sofferenza o la felicità altrui, vale a dire tutto ciò che una persona fa per amore del proprio ‘io’, di questo sé errato formatosi sull’ignoranza del proprio vero Ātman. Tutti i sapienti condannano l’egoismo, perché con esso non si ottiene alcun vero beneficio, ma al contrario si producono mali e problemi. Al contrario, se una persona conoscesse la sua vera natura, non subirebbe alcun male e quindi tutti trarrebbero beneficio dalla conoscenza dell’Ātman. Ecco perché raccomandiamo a tutti di studiare il Vedānta.

        XI Domanda: La mia riserva non è ancora stata sciolta: 1) Come è possibile che tutti siano soddisfatti solo conoscendo la propria vera natura? Per sapere come comportarsi nella vita, è inevitabile conoscere gli esseri umani e gli altri esseri animati che ci circondano, il loro rapporto reciproco e anche il nostro rapporto con loro. Altrimenti, per quanto ci si sprema il cervello per conoscere la propria vera natura, come potrà ciò essere utile a vivere la nostra vita interagendo con gli altri? Questa è solo una parte del mio dubbio. Ma c’è anche altro: 2) Se stesso, la propria vera natura e il proprio Ātman, sono tutti concetti tra loro coincidenti. Se è questo che intendete dire, perché non dite chiaramente che si tratta di un’indagine sulla propria natura reale? Perché usate la parola sanscrita adhyātma, che non è comprensibile alla maggior parte delle persone?

        Risposta: Cominciamo con la seconda parte del tuo dubbio. 2) La parola sanscrita Ātman implica un’idea più ampia della parola [italiana] ‘Se stesso’. I nostri ṛṣi, che svolsero questa indagine in tempi molto antichi e ne hanno compreso l’utilità, parlavano solo in sanscrito. Hanno incluso tutte le idee circa la propria reale natura nella parola Ātman. La parola Ātman deriva dalle seguenti quattro radici verbali sanscrite: āp, pervadere, ādā, ricevere o accettare, ad, mangiare, e at, continuare a esistere. Per questo motivo la parola Ātman comprende tutti i quattro significati che ne derivano. Ciò è a dire che Ātman: a) pervade tutto, b) include tutto in se stesso, c) sperimenta o testimonia tutto, d) esiste sempre nella stessa natura senza esaurirsi o cambiare. L’egoismo sorge dal fatto di non conoscere l’Ātman in questo modo, escludendo il mondo dalla propria natura di Ātman e, allo stesso tempo, ritenendosi esclusivamente un individuo separato. Pertanto, se una persona conosce correttamente la sua vera natura onnipervasiva, avrà anche appreso l’intima relazione che esiste tra lui e gli altri. Prima parte del dubbio, 1) Se capisci questa risposta alla seconda parte del tuo dubbio, avrai chiarito anche alla prima parte del tuo dubbio.

        XII Domanda: Qual è la prova o l’evidenza per dire che l’Ātman ha una vera natura come avete sostenuto? Per quanto riguarda l’Ātma vicāra, altri hanno punti di vista differenti. Potremo vedere i frutti dell’adhyātma vicāra solo quando riuscirete ad armonizzare le opinioni di tutti coloro che danno le proprie interpretazioni ai testi degli Śāstra e contestando la correttezza delle interpretazioni altrui.

        Risposta: No, ciò di cui stiamo parlando non è un argomento di dibattito sugli Śāstra, ma qualcosa su cui dobbiamo giungere a conclusione esaminando le nostre esperienze. Per questo non abbiamo bisogno di convocare una riunione di esperti eruditi di Śāstra. Devi solo esaminare te stesso attentamente come ti abbiamo insegnato. Se ti convince, accettalo; in caso contrario, rifiutalo. Devi fare solo questo e non hai bisogno di essere vincolato all’opinione di qualcun altro.

        XIII Domanda: Va bene, qual è, dunque, la natura essenziale dell’Ātman che ci volete comunicare?

        Risposta: Ascolta: l’Ātman che costituisce la natura essenziale di tutti noi è Uno e lo stesso. Quell’Ātman non ha né nascita (alcun inizio) né morte (alcuna fine); è della natura di jñāna in quanto Coscienza e di Ānanda, in quanto Beatitudine. Non conoscendo questa natura immaginiamo diversi sé e continuiamo a discutere tra noi. Di conseguenza soffriamo molte conseguenze indesiderabili.

        XIV Domanda: Non è questo forse un matam (opinione) solo di alcuni, non in accordo con tutti gli altri Vedāntin? Allora perché tutti dovrebbero accettare e seguire tale punto di vista di parte e rinunciare agli altri punti di vista diversi?

        Risposta: Non è corretto accettare né rifiutare qualcosa soltanto perché lo dicono alcuni che sono chiamati Vedāntin. Per esempio, quando i contadini portano a vendere al mercato cereali e legumi, prima di accettare il prezzo da pagare non chiediamo forse prima chi e come li ha prodotti? Ma in questo caso, al contrario, non ci si deve soltanto affidare a chi insegna l’Ātman. Per quel che riguarda l’insegnamento del Vedānta, si deve soltanto valutare se è logico, se è in accordo con l’esperienza, se tale conoscenza è vantaggiosa. In secondo luogo, accettare questi principi non significa che si debba rinunciare alla propria via di meditazione (upāsanā) o al proprio dharma, come neppure alle discipline che li accompagnano; perché nulla che si afferma qui è in contrasto con la pratica di qualsiasi metodo, meditazione o rito. In realtà con questa indagine le upāsanā solo si rafforzano.

        XV Domanda: Come si rafforzano? In India, le persone seguono vari tipi di upāsanā. Quale vantaggio potrebbero ottenere da questa indagine?

        Risposta: Tutte gli upāsanā sampradāya sia nel nostro paese sia in altri paesi, dove si richiamano a ciò che è definito religione, si basano solo sulla fede e sulla devozione. I devoti pregano, adorano e si abbandonano con devozione a qualunque idea abbiano di Dio, che credono sia quella vera. Queste sādhanā differiscono tra loro per i metodi, usando un’upāsanā o un’altra upāsanā, diverse da una religione a un’altra. Ogni upāsanā sampradāya e ogni religione ha i suoi mahātmā e i suoi santi. E i seguaci di questi sampradāya o di quelle religioni sostengono che i mahātmā fondatori delle loro vie di upāsanā o i profeti fondatori delle loro religioni hanno qualche speciale esperienza o qualche rivelazione particolare ed esclusiva circa i loro principi o le loro credenze religiose. Tutti insegnano che vivere una vita in accordo con gli insegnamenti del loro libro sacro e del loro storico santo fondatore è dharma, ossia è virtù, e andare contro di essi è adharma o vizio. Dicono che coloro che seguono la loro via religiosa andranno in un mondo celeste dopo la morte e coloro che disubbidiscono saranno perduti. Ognuno di loro, per il proprio attaccamento esclusivo o fanatico al proprio credo, condanna tutti gli altri che non accettano gli insegnamenti e le pratiche del loro credo, anche se riconoscono l’originale validità di altre fedi. A causa di queste rivendicazioni esclusiviste, tra i seguaci dei vari upāsanā sampradāya si verificano incomprensioni e polemiche e, nel caso delle religioni, tali contrasti possono causare liti e scontri tra i loro seguaci che sfociano perfino in violenze e uccisioni. A dire il vero, nessuna via iniziatica (upāsanā sampradāya) crede e insegna che la violenza sugli esseri umani o sugli animali sia una virtù. Invece, alcune religioni credono e insegnano ai loro seguaci che sfruttare, ferire e uccidere le persone di altre religioni, anche senza alcun motivo o senza alcuna provocazione, compiaccia il loro Dio e quindi sia una virtù e che non farlo sia peccato. In questo caso, diventa necessario distinguere quelli che sono i principi essenziali e i dogmi che costituiscono il fondamento delle religioni, da quelli che sono secondari o superflui sia per le upāsanā sia per le religioni esteriori e che, quindi, possono essere trascurati. È proprio con l’aiuto dell’adhyātma vicāra che è possibile identificare ciò che è da considerare essenziale. Si può così trovare la logica e l’intuizione che costituiscono le fondamenta di quei principi religiosi. Poiché l’adhyātma vicāra deve essere realizzato sulla base dell’esperienza naturale universale, i seguaci di nessuna via di upāsanā e di nessuna religione particolare possono possederlo o appropriarsene o distorcerlo né tenerlo occulto per negarlo agli altri. Tutti hanno lo stesso Ātman e quindi tutti possono, in linea di principio, aver accesso all’Ātma vicāra.

        XVI Domanda: Lasciamo da parte per un po’ la discussione sulle varie religioni. Tuttavia, ciò che state dicendo è contrario alla nostra conoscenza universale condivisa o comune esperienza. La nostra esperienza comune dice che la questione di come dovremmo comportarci l’uno con l’altro sorge solo perché siamo tutti diversi l’uno dall’altro. Se ci fosse un solo Ātman, come potrebbe esserci l’interazione reciproca? Due persone diverse possono essere reciprocamente d’aiuto o di nocumento. Se ci fosse un solo Ātman in tutti noi, chi aiuterebbe chi e chi danneggerebbe chi?

        Risposta: Quello che dici è vero. Se l’Ātman fosse un individuo solo e isolato, e non esistesse nessun altro, non potrebbe né aiutare né danneggiare. Tuttavia, ciò non dovrebbe ostacolare la comprensione dell’Ātman unico ed essenziale che è alla base di tutte le persone o che è insito in esse, incluse tutte le altre creature che sono solo apparentemente diverse. Infatti, riconoscere l’unicità dell’Ātman come natura essenziale di tutti gli esseri può nobilitare la nostra interazione con loro. Al contrario, se non accettiamo l’unicità dell’Ātman, ma accettiamo invece che tutti sono essenzialmente diversi e separati l’uno dall’altro, non avremo alcun motivo per dire perché dovremmo amarci e aiutarci reciprocamente rinunciando al nostro egoismo. Tuttavia, questo problema non si pone quando affermiamo che il nostro Ātman nella sua natura essenziale sia l’Ātman di tutti. Questa dottrina sostiene la visione generosa che dice: “Non sono una persona sola e isolata che esiste in questo mondo senza essere collegata agli altri. Ovunque io sia, la mia esistenza non è separata da quella degli altri. Il mio interesse non è diverso da quello degli altri”.

        XVII Domanda: Anche in questa dottrina dell’unità dell’Ātman, non è possibile dimostrare perché si debba sacrificare il proprio interesse personale per il bene degli altri: questo perché qualcuno potrebbe porsi questa domanda: “Dal momento che il mio Ātman è lo stesso di tutti gli altri, permettetemi di tenere tutte le cose solo per me e di non compartirle con gli altri”. Cosa potremmo dire per smentirlo? Infatti, con questo pretesto dell’Ātman non duale, le persone potrebbero compiere i peggiori mali contro gli altri. Una persona malvagia potrebbe pensare: “Se io sono felice, tutti saranno automaticamente felici”.

        Risposta: Questa domanda sorge solo in chi non ha compreso la natura dell’Ātman come l’ho spiegata. Se una persona pensa di poter raggiungere la propria felicità anche arrecando danni agli altri, ciò che tale persona considera il suo Sé non è il vero Ātman, ma è solo il suo ego. Solo coloro che considerano il proprio ego come se fosse il Sé, si abbandonano ai piaceri dei sensi. Quando non ottengono i piaceri desiderati, si adirano o si affliggono. Tuttavia, non c’è alcuna possibilità che tale dolore e delusione sorgano nella mente della persona che sa che l’Ātman è presente in tutti gli esseri; perché, da questo punto di vista, il suo Ātman è inseparabile dall’Ātman di tutti, quindi non ha alcun significato dire che tale persona acquisisce la sua felicità a spese della felicità degli altri.

        XVIII Domanda: È necessario accettare l’Advaita per essere morali? Non è forse possibile insegnare il corretto comportamento anche senza insegnare o accettare l’Ātman non duale che è Uno e lo stesso in tutti? Senza accettare l’Advaita, ci sono molti che credono che Īśvara sia l’antaryāmin, ossia il controllore interno a tutti; costoro non sono forse persone morali, oppure si oppongono alle regole dell’etica? Nemmeno l’ateo che non crede in un Ātman soggiacente in tutti, respinge le norme morali. Prendiamo ad esempio i buddhisti che non credono né nel jīvātman né nel Paramātman, eppure non risultano privi di etica. Quindi, perché non insegnare la sola morale che costituisce la base per la pace sociale, l’armonia e la felicità? Perché insistere a insegnare l’Ātma vicāra?

        Risposta: È vero che per vivere secondo morale non è affatto necessario l’Ātma vicāra. Tuttavia, l’etica che è insegnata per ingiunzione, senza mostrare alcuna base o principio che la sostenga, non può costituirsi a scienza, ma è fatta solo di cieche credenze o di cieche paure, e non potrà dare alcun risultato eterno a chi la segue. Per questo motivo, quando è insegnato il comportamento etico privo delle sue basi, alcune persone o, meglio, la maggior parte delle persone, lo ignora, non ne sono convinte e perciò vivono in modo amorale. Tutte le religioni elogiano senza alcun dubbio la morale, ma nessuna di esse spiega mai chiaramente quali sono le sue basi. Perché in tutte queste credenze non c’è alcun criterio che aiuti a riconoscere o a distinguere ciò che è etico da ciò che non lo è.

        XIX Domanda: Cosa rispondete se vi viene chiesto cos’è il dharma e cos’è l’adharma in base all’adhyātma?

        Risposta: Il dharma è passare la vita abbandonando il sentimento o il pensiero di separazione tra l’ego e gli altri e per comprendere la Verità più alta: “Io sono l’Ātman che esiste in tutti gli esseri”. Al contrario, ciò che rafforza i pensieri di differenza e di separazione è adharma. Una persona che conosce questa definizione di dharma e adharma comprende chiaramente come la dottrina ādhyātmika sia diversa dalle altrui credenze sulla concezione della natura del dharma, cioè dell’etica.

        Ormai avrai capito che la definizione di dharma nell’adhyātma vicāra è diversa da quella delle varie religioni, che hanno certe idee riguardo al comportamento, considerandolo come “è virtuoso ciò che Dio gradisce o approva tramite un profeta” o “ciò che ti porta in cielo è morale”, “ciò che un profeta insegna o impone in nome di Dio è virtù”, ecc.

        XX Domanda: Come si può dire che una concezione è superiore e un’altra inferiore? Anche voi ci avete dato una ragione o un criterio specifico per determinare ciò che è virtù, proprio come gli altri hanno dato il loro criterio. Come potete dire che il vostro criterio è migliore del loro?

        Risposta: La grandezza del nostro punto di vista è che l’Ātman è Uno ed è lo stesso in tutti noi. Quello che stiamo insegnando come criterio di comportamento può essere verificato nella propria esperienza da chiunque lo voglia. I criteri altrui, invece, non possono essere verificati in questo modo, in quanto devono essere creduti solo sulla base delle parole e delle affermazioni di altri. Inoltre, questo adhyātma vicāra fornisce la base giusta e convincente anche per le credenze non verificabili delle altre religioni che devono essere accettate ciecamente.

        XXI Domanda: Intendete dire che chiunque lo desideri può verificare ciò che avete affermato? Mi chiedo se sia possibile che bambini, donne, analfabeti e simili capiscano tutto questo. Può essere capito da coloro che sono squalificati a studiare i testi sacri (Śāstra vicāra)? Allora, tutte le persone del nostro paese come anche tutti i non hindū, che non credono nell’Induismo, potrebbero arrivare a questa conoscenza?

        Risposta: Chi ha la capacità di indagare, chi non studia per semplice curiosità, ma per il desiderio di conoscere, chi è pronto ad accettare ciò che è ragionevole e a rifiutare ciò che è irragionevole, chi ha un controllo mentale grazie al quale la mente non devia né si distrae, ma rimane attenta all’argomento: chi è dotato di tali caratteristiche può comprendere l’adhyātma vicāra. Non c’è alcun motivo di discriminare tutti coloro che sono così qualificati, siano essi bambini, donne, analfabeti o altro. Una volta ancora affermiamo che, per intraprendere questo vicāra, non è affatto necessario essere indiani o essere nati hindū o non vivere una vita moderna. L’importante è la capacità di conoscere.

        Oṃ Śānti Śānti Śāntiḥ

        1. Quando tutto è già a tavola, gli ospiti dovrebbero iniziare a mangiare solo quando il padrone di casa dà il segnale d’inizio del pasto servendo il burro chiarificato. Servire il burro chiarificato agli ospiti implica il permesso di iniziare a mangiare. Questa è l’unica responsabilità e dovere imprescindibile del padrone di casa, che quindi non può esimersi dal farlo. Senza questo suo segnale, gli invitati non possono iniziare a mangiare. Allo stesso modo, una persona non può avere giustificazioni per non conoscere se stessa, poiché la conoscenza di Sé è dovere unico e imprescindibile di ciascuno.[↩]