🇮🇹 5. Estratti dal Commento all’Adhyāsa Bhāṣya Sugama
Svāmī Prakāśānandendra Sarasvatī Mahārāja
5. Estratti dal Commento all’Adhyāsa Bhāṣya Sugama
Si stava discutendo dell’adhyāsa secondo quei vedāntin mūlāvidyāvādin che noi definiamo ‘settari’(ekadeśin) in quanto seguono solo parzialmente l’Advaita śaṃkariano. Non soltanto propongono una spiegazione diversa su come avviene la sovrapposizione reciproca di Ātman e anātman, ma si basano su certi presupposti contrari alla esperienza generale. Affermano che adhyāsa è un evento, è il prodotto di un processo, per cui anche ciò che viene sovrapposto (adhyasta) è un prodotto. Come per ogni prodotto, cioè per un effetto, si richiede l’esistenza di una causa materiale.
Su tutto ciò è intervenuto anche Śrī Śrī Prabuddhānanda Svāmījī che ha replicato loro punto per punto. Anzitutto, Svāmījī ha posto il seguente dubbio: quando, prendendo coscienza che si tratta di una conchiglia di madreperla, è annullata l’apparenza dell’argento, anche la conoscenza dell’argento viene rimossa. Invece, essi sostengono che nella coscienza della corda c’è un ajñānam, un’ignoranza positiva che si trasforma in serpente. Inoltre, poiché la conoscenza richiede sempre necessariamente un oggetto, la distruzione della conoscenza dell’argento non può scomparire assieme all’argento. Ossia, come il serpente si occulta nella corda, l’argento si fonde nella sua causa materiale (upādāna kāraṇam avidyā), quell’ignoranza associata alla coscienza della conchiglia.
Svāmī Prabuddhānanda a fil di logica controbatte che, se si annulla il serpente e si riconosce la corda, la corda è conosciuta una volta per tutte e non si potrà più prendere la corda per un serpente. Ma essi sostengono che si può scambiare la corda per un serpente ogni qualvolta ci si trova al buio. Questo errore può ripresentarsi ripetutamente facendoci ricadere nello stesso sbaglio. L’avidyā che è attaccata alla coscienza della corda e che si trasforma in serpente, non sarebbe, dunque, distrutta veramente; si fonde nell’avidyā sostanziale ed è per questo che non è visibile. Ciò significa che non viene rimossa in modo permanente e, perciò, può riapparire nuovamente.
Essi aggiungono anche che se non si conosce il sostrato (adhiṣṭhāna) dell’ignoranza sostanziale (mūlāvidyā) vale a dire Brahman, Caitanya, Ātman o Sākṣin che dir si voglia, le avidyā degli oggetti non se ne andranno. Perciò se ci sono avidyā che si trasformano in serpente, in argento, in rapinatore, ecc., esse spariranno definitivamente solo conoscendo Brahman. Riconoscendo solo la corda come può il serpente essere del tutto distrutto? Infatti, poiché il serpente è prodotto da avidyā questa se ne andrà via solo conoscendo Brahman. L’ajñānam se ne andrà del tutto dalla corda e da tutti gli altri oggetti solo ottenendo il Brahma jñānam. Ma finché non si conosce il Brahman, si continuerà a scambiare la corda per un serpente.
Se tutti i singoli fraintendimenti sono dovuti all’ignoranza, tutte le avidyā fanno parte dell’unica avidyā che è la mūlāvidyā di Paramātman. Per conoscere il Brahman si deve rimuovere l’ignoranza totale e, così, si rimuovono anche tutte gli ajñānam parziali che fanno conoscere in modo sbagliato gli oggetti mondani.
In breve, ci sarebbero vari ajñānam che riguardano i molteplici oggetti e tutte queste ignoranze sono parte di quella mūlāvidyā che è l’ajñānam di Brahman. Quindi, finché non si conosce Brahman, mūlāvidyā non viene rimossa. Ma finché non è rimossa, nemmeno tutti questi piccoli ajñānam che fanno parte di mūlāvidyā possono essere rimossi. Perciò, quando si scambia la corda per un serpente, come si può rimuovere il serpente per riconoscere che in realtà si tratta di una corda? La loro risposta è che il serpente non può essere rimosso in modo definitivo, ma che rientra nella corda. La corda ha una coscienza (caitanyam); l’ajñānam della corda è attaccato a quel caitanyam e quello stesso ajñānam si trasforma in serpente. Perciò quando si porta una luce più forte a rischiarare la penombra, il serpente semplicemente si ritira nell’ajñānam della corda. In questo modo, il serpente è pronto a riapparire in circostanze successive.
Questa è solo una delle tante spiegazioni. Infatti, tra i mūlāvidyāvādin ci sono molti ācārya che hanno spiegato in forma leggermente differente; tutti, però, concordano nell’affermare che se la conoscenza del sostrato (adhiṣṭhānam), cioè Paramātman, non distrugge la mūlāvidyā cheostacola la Sua conoscenza (avidyā Ātman adhyastaya Ātma jñānam virodha), tutte le ignoranze parziali continuano a riapparire.
Se si chiedesse loro: “Dunque, avidyā pertiene all’oggetto da conoscere?”, risponderebbero che avidyā non pertiene all’oggetto, ma lo ricopre. L’ignoranza avvolge la coscienza dell’oggetto, facendo così da ostacolo (virodha) solo alla conoscenza di quella coscienza. Perciò, non può essere rimossa senza la conoscenza di quel caitanyam. Non si vede più il serpente in quanto diventa invisibile fondendosi di nuovo con la corda. L’effetto semplicemente rientra nella causa; non se ne va, ma rimane lì finché non si raggiungerà il Brahma jñānam.
Ci sono due correnti di mūlāvidyā: la prima ha la sua fonte nella Pañcapādikā, l’altra nella Bhāmatī. Si dice che la Pañcapādikā sia stata scritta da Padmapāda, discepolo diretto di Śaṃkara. Tuttavia, la Pañcapādikā, che è un commento ai soli primi quattro sūtra del Brahma Sūtra Śaṃkara Bhāṣya,è apparsa alcuni secoli dopo Bhagavatpāda. Ma costoro sono convinti che sia opera del discepolo diretto di Śaṃkara e, perciò, accettano ciecamente qualsiasi cosa contenga. Tra questi si conta Prakāśātma Yati che, nel XII secolo, scrisse il sotto commentario alla Pañcapādikā, intitolato Vivaraṇa. Per tale ragione questa corrente di mūlāvidyā è conosciuta come Vivaraṇa sampradāya.
L’altra corrente si rifà alla Bhāmatī, altro sotto commentario al Brahma Sūtra Śaṃkara Bhāṣya, il cui autore non fu certamente discepolo diretto di Śaṃkarācārya. Si tratta di Vācaspati Miśra, discepolo di tale Trilocanācārya, che la scrisse circa un secolo dopo Śaṃkara, tre-quattro generazioni più tardi. Di certo appartenne a una paramparā diversa che si reputa risalga forse a un altro discepolo di Śaṃkara rimasto, tuttavia, ignoto. La corrente Pañcapādikā-Vivaraṇa è seguita da saṃnyāsin, mentre la Bhāmatī è rappresentata generalmente da guru sposati. Infatti Padmapāda e Prakāśātma Yati furono due rinuncianti, mentre Vācaspati Miśra fu un gṛhastha.
Queste due correnti, tra loro discordanti, continuano ad essere tramandate e ciò è certamente preoccupante. Quando Śaṃkara scrisse il suo Bhāṣya, espresse ovviamente la sola visione coerente del siddhānta non duale. Ma oggi1, chi studia il Vedānta nelle Università dello Stato laico e perfino presso diversi paṇḍita e ācārya di Advaita,si trova ad affrontare due spiegazioni per ogni punto dell’insegnamento śaṃkariano. Ovviamente ognuna delle due correnti conclama che la sua interpretazione è il vero senso dell’opera di Śaṃkara, quando, invece, le loro interpretazioni sono divergenti dall’originale e contraddittorie tra loro. Perché allora non leggere direttamente i testi di Śaṃkara? Perché cercare il senso dei suoi insegnamenti nelle interpretazioni dei sotto commentari Vivaraṇa e Bhāmatī che si smentiscono a vicenda? Come possono esserci due idee opposte tra loro circa lo stesso insegnamento?
In base a questa evidenza Satchidanandendra Svāmījī ha accantonato queste due interpretazioni e si è rifatto direttamente a Śaṃkara. In questo modo, ha dimostrato con chiarezza che per Śaṃkara adhyāsa è esattamente la stessa cosa di avidyā. Al contrario di costoro che affermano che, oltre ad adhyāsa, c’è una causa materiale positiva (mūlāvidyā) che si trasforma in adhyāsa, ha provato inequivocabilmente che, per Śaṃkara, anche la conoscenza errata (mithyā jñānam) è sempre e solo avidyā. L’avidyā non è una realtà né una sostanza positiva che possa trasformarsi in adhyāsa. L’ignoranza non è reale perché la Realtà assoluta è Coscienza-Conoscenza. Avidyā è ciò che appare per errore, ma che non esiste, come il serpente visto al posto della corda. Altrimenti, se fosse reale, dovrebbe esistere da qualche parte. Quelli che seguono il Vivaraṇa dicono, infatti, che l’avidyā è associata a Brahman, mentre il Bhāmatīkāra lo nega: l’ignoranza è attaccata al jīva. Chi cerca la verità nella via del Vedānta non può accettare due punti di vista contraddittori. E nemmeno si può accettarne uno e respingere l’altro. Perciò, Svāmījī li ha denunciati entrambi in quanto errati, dato che Śaṃkara ha ripetutamente sostenuto “adhyāso avidyā” né mai ha dichiarato che avidyā sia causa materiale di adhyāsa, come se quest’ultimo fosse un effetto distinto da essa. Secondo questo punto di vista errato ci sono due categorie di ignoranza: la prima corrisponde all’ignoranza sul Brahman-Ātman. Quando si è affetti da tale ignoranza allora ci si trova quale jīva individuale e ci si colloca nel jagat, ossia si crede nella realtà del saṃsāra e dal punto di vista microcosmico e da quello macrocosmico. La seconda ignoranza consiste nell’ignorare, fraintendere o aver dubbi sui molteplici oggetti del mondo. La prima è l’ignoranza-radice, causa di tutte le ignoranze parziali, che è attaccata al Brahman, una materia positiva, reale, coeterna e sostanziale. Quell’ignoranza che copre Brahman si trasforma in jagat. La seconda categoria d’ignoranza è quella che il jīva prova nei confronti degli oggetti esterni. Per esempio, nella semioscurità, quando non si riconosce la corda e la si scambia per un serpente, si produce il serpente. L’ignoranza che copre la corda si trasforma in serpente.
Ma, quale avidyā sta producendo il serpente? Quella insegnata dal Vivaraṇa o quella della Bhāmatī? La tradizione del Pañcapādikā-Vivaraṇa Sampradāya afferma che c’è solo un’avidyā, la quale ha, però, due livelli. Una è l’ignoranza parziale e molteplice (adhyāsa), l’altra è l’ignoranza totale unica (avidyā). Le ignoranze parziali e limitate si attaccano agli oggetti mondani. Per esempio: se non si conosce la corda, c’è l’ignoranza della corda; se non si conosce il libro, c’è l’ignoranza del libro; se non conosce il tavolo, c’è l’ignoranza del tavolo.
Anche la corrente della Bhāmatī considera due livelli di avidyā. Sono l’ignoranza-radice (mūlāvidyā) e l’ignoranza differenziata (tūlāvidyā). Tūlāvidyā è l’avidyā sugli oggetti di percezione del mondo esterno, mentre mūlāvidyā è l’avidyā sul Brahman. Adhyāsa richiede una sostanza positiva, una materia reale che aderisce a Brahman ed è la causa materiale che si trasforma in tūlāvidyā.
Ora si pone il seguente problema: come si fa a rimuovere l’ignoranza affinché il serpente sparisca? La spiegazione del Vivaraṇa è come segue: l’ignoranza avvolge la coscienza e fino a quando non si conosce la Coscienza assoluta, cioè Brahman, l’ignoranza non andrà via. Questo perché il serpente appare a causa dell’ignoranza e quell’ignoranza si attacca sia alla coscienza della corda sia alla Coscienza-Caitanya. Tutte le ignoranze che riguardano gli oggetti mondani fanno parte dell’ignoranza totale e suprema su Brahman.
In questa prospettiva, quando si avvicina un lume e si conosce la corda, il serpente va via, ma non del tutto. La causa materiale del serpente, la mūlāvidyā, ossia l’ignoranza causale (kāraṇa avidyā), non scomparirà. Con la conoscenza della corda il serpente ritorna a fondersi con questa avidyā causale e il serpente vi si nasconde. Cosa succede a tutti i fraintendimenti circa gli oggetti del mondo? Le loro singole avidyā si fonderanno temporaneamente come effetti nella loro ignoranza-causa. Perciò in qualsiasi altra occasione, tempo o luogo, ogni volta le si possono fraintendere, esse riappariranno nuovamente; spariranno nuovamente fondendosi nella loro causa e riappariranno nuovamente. La totalità delle singole ignoranze scomparirà in un colpo solo allorché si conosce il Brahman. Questo è il punto di vista della corrente Vivaraṇa.
Anche per l’autore della Bhāmatī ci sono due avidyā. Quando si scambia la corda per un serpente, è tūlāvidyā che copre la coscienza della corda. Così la corda si trasforma in serpente, ma quando conosci la coscienza della corda, il serpente scompare. In questo caso scompare definitivamente solo l’ignoranza del serpente, il che non intacca il persistere della mūlāvidyā che copre Brahman e ne impedisce la conoscenza.
Nelle sue note all’Adhyasa Bhāṣya Sugama di Pūjya Satchidānandendra Svāmījī, Svāmī Prabuddhānanda è d’una chiarezza cristallina al riguardo: secondo il Vivaraṇa, le innumerevoli avidyā parziali sugli oggetti del mondo sono parti dell’unica mūlāvidyā, quindi non andranno via se non quando quest’ultima sarà definitivamente cancellata dalla conoscenza del Brahman. Invece, secondo la Bhāmatī, anche se le tūlāvidyā sono del tutto rimosse, l’unica mūlāvidyā rimane come ignoranza dell’Assoluto (Brahma ajñānam). I Bhāmatīvādin pensano che l’ignoranza è potenzialmente insita nella Coscienza (śāktika avācīna Caitanyam), perciò asseriscono che la mūlāvidyā è Ātma ajñānam situata nell’Ātman stesso e che solo quest’ultimo la può distruggere. Allo stesso modo, anche gli oggetti mondani hanno una ignoranza insita in loro potenzialmente. Nell’esempio della corda, l’ajñānam aderisce alla coscienza limitata della corda, l’avācīna caitanyam della corda. In questo modo, quando si cerca di conoscere la corda, non si riesce a vederla completamente perché c’è uno strato sottile d’ignoranza che copre la corda e non permette di conoscerla. È questa avidyā individuale della corda che si trasforma in serpente. La distruzione della forma illusoria dell’oggetto non comporta affatto la distruzione dell’ignoranza ultima che risiede nell’Ātman. Pertanto, quando si conosce l’oggetto, solo la sua tūlāvidyā sparisce. Il serpente smette di comparire solo quando si conosce la corda, rimuovendo la tūlāvidyā dalla corda. Il lettore sarà stupito che continuiamo a ripetere l’esposizione e la critica di queste teorie, ma è del tutto necessario che egli si renda conto della capziosità con cui il Vedānta è trasmesso da certi ambienti. Anche chi scrive ha studiato il Vedānta in questo modo, ed è così che l’ha insegnato per qualche tempo. Solamente quando Svāmī Prabuddhānanda Mahārāja ci ha introdotto alla dottrina di Pūjya Satchitānandendra Svāmījī, tutte queste speculazioni sono scomparse nel nulla, come il serpente allorché si conosce la corda. La pratica della discriminazione ha spazzato via tutte queste creazioni assurde della mente.
Tra le due teorie, la spiegazione della Bhāmatī è un po’ più logica dell’altra, perché afferma che se si rimuove la tūlāvidyā, cioè l’ignoranza sull’oggetto, rimane pur sempre l’ignoranza sull’Assoluto (Brahmavidyā). La teoria dell’ignoranza del Vivaraṇavāda è molto più paradossale. L’affermazione secondo la quale non si può distruggere l’ignoranza del serpente perché il serpente si fonde nell’avidyā causale, ove rimarrà nascosto finché non avvenga la conoscenza del Brahman è una teoria insensata. Se, invece dell’esempio (dṛṣṭanta) dell’oggetto-serpente, si prendesse in considerazione la rimozione dell’oggetto-mondo, composto da tutta la pluralità d’oggetti, il mondo non potrebbe scomparire, ma dovrebbe fondersi con la mūlāvidyā:scomparirà solo provvisoriamente, non scomparirà per sempre, pronto a riapparire in seguito. Ciò significa che una distruzione totale dell’ignoranza non è possibile e questo è in contraddizione con la śruti, con l’insegnamento di Śaṃkara, con l’intuizione e con la loro stessa dottrina. Essi, infatti, ammettono, sulla base dello Śāstra, che la Liberazione avviene con la conoscenza di Brahman, ma negare che essa avviene con la rimozione dell’illusione cosmica, della māyā, è come affermare l’impossibilità del mokṣa. Messi alle strette dall’evidenza che tutto ciò non appare mai in nessuno scritto di Śaṃkarācārya, si difendono dicendo che egli ce l’aveva in mente e che l’aveva trasmessa segretamente solo al suo discepolo Padmapāda. Pretendono che tutti debbano accettare questa fantasia e, se per caso, qualcuno osa rifiutarla, lo accusano di essere contro la tradizione2.
Śaṃkara ha semplicemente detto che Brahman è preso erroneamente per il mondo come la corda reale è scambiata per un serpente inesistente. Propose l’esempio del serpente e della corda per aiutare l’ignorante a capire che non esiste nulla chiamato mondo, ma che è soltanto un’idea sbagliata sul Brahman. Tali vedāntin ‘settari’ (ekadeśin)3 delle correnti Pañcapādika e Vivaraṇa, sostengono dunque qualcosa che è completamente contrario ai Prasthānatraya Bhāṣya di Śaṃkara. La loro incongruente teoria è anche contraria all’intuizione (anārūḍhatva anubhava): nessuno, infatti, ha mai avuto esperienza che esista una sostanziale ignoranza reale che si trasforma in serpente per coprire la corda.
Possa il Sadguru condurre chi si dibatte nel tempestoso pelago della mente, a superare l’errore (viparyāsa) della mulavidya e a procedere, discriminando il vero dal falso, nel Vedānta vicāra!
Oṃ Śrī Gurubhyo Namaḥ !
- Per la verità, questa situazione si trascina da molti secoli. Sta di fatto che critiche sollevate da Rāmānuja (1077–1158) contro Śaṃkara in realtà colpiscono solo le deviazioni dottrinali post śaṃkariane dei seguaci del Vivaraṇa e della Bhāmatī. Perciò persino il fondatore della corrente Viśiṣṭādvaita Vedānta, rivale dell’Advaita,condannò le deviazioni di quei successori infedeli di Śaṃkara [N.d.C.].[↩]
- Per esempio, la “Svāmīni” Āgamānanda, al secolo Dr. Martha Doherty, è autrice d’un articolo (“A Contemporary Debate among Advaita Vedantins on the Nature of Avidyā” (Journal of Indian Philosophy 33, 2005) in cui sostiene che l’autentica tradizione advitīya corrisponde ai post śaṃkariani (prasaṃkhyānavādin), essendo la dottrina di Svāmī Satchidānandendra Mahārāja rifiutata dagli advaitin che definisce “tradizionali”, vale a dire i sostenitori della mūlāvidyā. Alcuni esoteristi occidentali si sono appoggiati con maligno piacere allo scritto di questa “saṃnyāsinī” (categoria inventata dall’induismo new-age), pur di non riconoscere il vero insegnamento del Vedānta śaṃkariano. Questi occidentali, affigliati a sette monoteistiche, cercano subdolamente di spargere zizzania, sollevando dubbi su ciò che non conoscono né comprendono, ma che non combacia con le loro credenze in un “Vedānta”applicato all’uomo e, persino, al suo divenire! [N.d.C.].[↩]
- Il termine ‘settario’ qui va inteso in senso etimologico. ‘Settario’ in questo caso è, infatti, chi ha una concezione separata, settoriale, parziale, ovvero non completa della dottrina vedāntica; si deve perciò ritenere che nel loro pensiero alcune parti sono state travisate e deviate, com’è l’argomento qui trattato da Svāmī Prakāśānandendra Sarasvatī Mahārājajī. Non si deve, tuttavia, dimenticare che coloro che sono qui criticati, pur sempre sono riconosciuti quali vedāntin, regolarmente iniziati e anelli di una catena iniziatica. Le genti formate alla mentalità monoteistica trovano difficoltà a comprendere questo punto di vista, abituati come sono a giudicare in base alle categorie infrangibili di eterodossia e ortodossia, di eresia e adesione al dogma. Basterebbe riflettere sull’opinione piuttosto positiva che l’Advaita ha dell’idealismo buddhista, nonostante i molti errori rilevati, per capire questo punto di vista puramente conoscitivo e non dogmatico. Ciò può aiutare a comprendere come correnti ekadeśin e scuole puramente metafisiche di Vedānta abbiano potuto convivere per tanti secoli senza condanne legali, scomuniche, interdetti, sospensioni reciproche, persecuzioni o punizioni più o meno cruente. Le differenze dottrinali, nella Tradizione eterna, sono sempre rimaste sul piano del dibattito pubblico tra sapienti, con riconoscimento reciproco, rispetto e grande senso di civiltà [N.d.C.].[↩]