24. Avasthātraya Mīmāṃsā
Devadatta Kīrtideva Aśvamitra
24. AVASTHĀTRAYA MĪMĀṂSĀ
MĀṆḌŪKYA UPANIṢAD GAUḌAPĀDA KĀRIKĀ ŚAṂKARA BHĀṢYA
MĀṆḌŪKYA UPANIṢAD – ALĀTAŚĀNTI PRAKARAṆA
Gauḍapāda, Kārikā IV.91
Tutti gli esseri dovrebbero essere conosciuti simili per natura allo spazio ed eterni. Tra essi non c’è nemmeno l’ombra di molteplicità.
Gauḍapāda Kārikā, Śaṃkara Bhāṣya, IV.91
Tutti gli esseri (dharma) devono essere conosciuti, da coloro che aspirano alla Liberazione, come analoghi per natura allo spazio, in termini di sottigliezza, libertà da ogni contaminazione, onnipervadenza ed eternità. Affinché l’uso del numero plurale non crei un’idea sbagliata di differenziazione, per eliminarla il testo dice che tra essi non esiste nemmeno l’ombra di molteplicità. Quanto al fatto che gli esseri siano oggetti di conoscenza, anche questo appare soltanto dal punto di vista dell’esperienza empirica, ma non da quello della Realtà. Questo è quanto si sta affermando:
[Tutti gli esseri sono paragonabili allo spazio (ākāśa) in quanto esso è omogeneo, sottilissimo, incontaminato dalle impurità che sembrano macularlo, onnipervasivo ed eterno. Si è già visto che lo spazio è spesso paragonato al Brahman proprio per queste sue caratteristiche1. Infatti, coloro che seguono il Vedānta vicāra sanno che gli esseri, sebbene appaiano come se fossero molteplici e tra essi differenziati, sono l’unico Ātman non duale. Poiché la Kārikā li menziona al plurale, Gauḍapāda si cautela che il lettore non cada nell’errore, aggiungendo che “tra essi non c’è nemmeno l’ombra di molteplicità”. L’uomo ordinario che vive immerso nel vyavahāra come se fosse reale, percepisce gli altri esseri per mezzo dei sensi e, in seguito, per deduzione li concepisce come creature coscienti. Gli altri esseri diventano così oggetti senzienti della sua conoscenza. Invece, il saggio, che valuta il mondo dal punto di vista della Realtà (pāramārthika dṛṣṭi), non considera l’apparenza della molteplicità e riconosce in tutti gli esseri soltanto l’Assoluto non duale.]
Gauḍapāda, Kārikā IV.92
Tutti gli esseri sono da sempre luminosi per loro natura come sono anche sempre immutabili per natura. Soltanto chi conosce questo non ha necessità di acquisire ulteriore conoscenza, ed è qualificato per l’immortalità.
Gauḍapāda Kārikā, Śaṃkara Bhāṣya, IV.92
Proprio come il sole è sempre risplendente, così anche tutti gli esseri sono per loro natura autoluminosi da sempre; cioè, come il sole sempre risplende, così essi sono sempre della natura della Coscienza. Perciò non c’è bisogno di verificare la loro natura: in altre parole, la loro natura è sempre immodificata e non è soggetta a dubbi “se sia o non sia così”. Come il sole non dipende mai da nessuna altra luce per illuminare se stesso o altri, così chi cerca la Liberazione, trova nel suo stesso interno la libertà da qualsiasi bisogno di ulteriore acquisizione di conoscenza, sia per sé sia per altri. Così, come è stato descritto sopra, quell’uomo è qualificato per l’immortalità; cioè, diventa capace di raggiungere la Liberazione. Per la stessa ragione, non ha alcun bisogno di creare pace in Sé. Questo è sottolineato in seguito:
[Come il sole è luminoso di per sé, non dipendendo da altra fonte di luce, così gli esseri sono sempre coscienti perché la Coscienza è la loro stessa natura. Vale a dire che chi è cosciente è tale per natura, non perché trae la coscienza da qualcos’altro. Quando riconosce che altri esseri sono coscienti, il saggio li riconosce identici anche alla propria vera natura di Coscienza. La Coscienza è immodificabile, perciò non può differenziarsi in innumerevoli ‘coscienze parziali’ distribuite tra gli esseri. Il vicārin che conosce questo non ha bisogno di verificare la natura di ‘altri da se stesso’, perché tale verifica sarebbe illusoria. Rivolgendosi al suo Ātman interiore, egli acquisisce la conoscenza dell’Assoluto non differenziato. Perciò tale cercatore della Liberazione contempla la sua esperienza interiore e non quella di altri che separatamente non sono esistenti. Egli non ha bisogno di dedicarsi ad altra conoscenza che, necessariamente, sarebbe soltanto empirica. A maggior ragione costui, che è qualificato per la vera immortalità, non ha affatto necessità di crearsi una pace interiore artificiale per mezzo di azioni rituali compiute con il corpo, con la parola o con la mente.]
Gauḍapāda, Kārikā IV.93
Poiché gli esseri sono da sempre pacificati, non nati e per loro stessa natura completamente distaccati, uguali e non differenziati, e poiché la Realtà è senza nascita, unica e perfetta [non c’è bisogno di alcuna acquisizione ulteriore].
Gauḍapāda Kārikā, Śaṃkara Bhāṣya, IV.93
Poiché tutti gli esseri sono eternamente pacificati, e senza nascita, completamente distaccati per loro stessa natura, identici e non diversificati, e poiché la Realtà del Sé è senza nascita, sempre in pace, unica, perfetta, non esiste alcuna cosa che debba essere raggiunta come la pace o la Liberazione. Questa è l’idea. Nessuna azione da compiere, infatti, può avere alcun significato per chi è eternamente della stessa natura. Coloro che hanno afferrato la Verità ultima, come è stato detto, sono le uniche persone al mondo libere da difetti. Tutti gli altri sono davvero da commiserare: questo è quanto si sta affermando:
[Gauḍapāda (e Śaṃkara, commentandolo,) ribadisce che tutti gli esseri sono eternamente in pace, ovvero immodificabili, identici e non differenziati per il fatto che, in verità, non sono mutevoli, molteplici e differenziati come appaiono nel mondo della relazione, in quanto l’Ātman è la loro reale natura. Per la medesima ragione essi sono già śānta e mukta e perciò non hanno per nulla necessità di agire per ‘raggiungere’ od ‘ottenere’ la Liberazione. Il cercatore della Verità deve solo prendere coscienza di essa. Tutti coloro che si affannano per ‘raggiungere’ la meta suprema della vita umana come se fosse qualcosa di altro da Sé sono da commiserare perché afflitti da densa ignoranza.]
Gauḍapāda, Kārikā IV.94
Non ci può essere realizzazione per chi è incline alla differenziazione, percorre perennemente il sentiero della dualità e sostiene la molteplicità. Per questo motivo è tradizionalmente considerato oggetto di commiserazione.
Gauḍapāda Kārikā, Śaṃkara Bhāṣya, IV.94
Infatti costoro sono inclini alla differenziazione (bhedanimna), hanno una attrazione per la dualità e perseguono la dualità, cioè si limitano al mondo. Chi sono? Sono coloro che sostengono la molteplicità delle cose (pṛthagvādin) o, in altre parole, i dualisti. Per questo motivo sono tradizionalmente ritenuti oggetto di commiserazione (kṛpaṇa), poiché non può esserci realizzazione per coloro che permangono sempre nella dualità, cioè per coloro che persistono sul sentiero della dualità immaginato dall’ignoranza. Il verso successivo dice che la natura della Realtà suprema è al di là della comprensione di coloro che non hanno la necessaria espansione del cuore, che non sono sapienti, che rimangono fuori del Vedānta, che hanno una mentalità ristretta e che hanno l’intelletto ottuso.
[Sono da commiserare perché hanno una naturale propensione per tutto ciò che è identificato e suddiviso da nome e forma. Provano una attrazione per gli oggetti esterni che credono reali e desiderano entrare in relazione con essi per potersene impadronire e per fruirne; in breve, queste persone volutamente attribuiscono realtà al mondo e, in questo modo, si limitano a esso. Scelgono deliberatamente di non uscire dall’immaginazione prodotta dall’ignoranza. In breve, questi sono i dualisti di ogni ordine e grado. Anche se odono o leggono la dottrina vedāntica della non dualità, essi l’avversano accanitamente e ostinatamente persistono sulle posizioni dualistiche. Per costoro non c’è realizzazione: ciò vale a dire che sono ostili nei confronti della conoscenza della suprema Realtà. Preferiscono alla Liberazione dall’ignoranza le costruzioni immaginifiche della loro mente, che appaiono ai loro occhi come gradi o stazioni in cui fruiscono di piaceri e di visioni illusorie e limitate al vyavahāra. Śaṃkara, nel suo commento a questa Kārikā, si sofferma a stigmatizzare severamente, non tanto i semplici profani, ma soprattutto quel tipo di dīkṣita che, a causa delle loro scarse qualifiche intellettuali, di un retaggio di saṃskāra scadenti, di inclinazioni egocentriche, preferiscono rimanere estranei all’Advaita anche quando se lo trovano davanti agli occhi. La nascita umana potrebbe offrire loro la via della purificazione dell’intelletto per liberarsi delle limitazioni dovute all’attuale nascita, per poi condurli alla via della conoscenza. Ma sono da commiserare perché, pur vedendo tali possibilità, le rifiutano.]
Gauḍapāda, Kārikā IV.95
Solo loro in questo mondo saranno in possesso della conoscenza insuperabile, e saranno fermi nella loro comprensione di ciò che è senza nascita e senza parti. Ma l’uomo ordinario non può comprendere Quello.
Gauḍapāda Kārikā, Śaṃkara Bhāṣya, IV.95
Coloro che, donne comprese, sono fermamente radicati nella natura della Realtà suprema, che è senza nascita e senza parti, sono i soli a possedere la Grande Conoscenza (Mahājñāna) o, in altre parole, a essere dotati in questo mondo della conoscenza suprema della Realtà. E nessuno, proprio nessun altro uomo di intelletto ordinario può immergersi in essa e conoscere Quello; cioè nessun altro può seguire il percorso [degli jñānin] e arrivare al loro grado di conoscenza, la natura della Realtà ultima. [Per loro] ciò non è possibile, come non lo è seguire in cielo le orme del volo degli uccelli, tanto che anche gli Dèi sono in difficoltà a rilevare le tracce di colui che si è identificato con il Sé di tutti gli esseri, che è fonte di beatitudine per tutti e che non ha alcuna meta da raggiungere” (Mbh ŚP CCIXL. 23-24). Il verso successivo spiega in cosa consiste la loro Grande Conoscenza:
[I soli a possedere la massima Conoscenza in questa vita e in questo mondo sono coloro che si sono riconosciuti definitivamente nella Realtà suprema, indipendentemente dal sesso, famiglia, casta, nazione, paese ed epoca in cui sono nati. Le persone di intelletto ordinario non sono qualificate per conoscere l’Ātman e a riconoscersi in esso; non sono nemmeno capaci di seguire l’insegnamento degli illuminati, fonte di beatitudine per tutti, né a seguirne l’applicazione con il metodo del Vedānta vicāra né, tanto meno, a intuire la natura della Realtà ultima. Se persino agli Dèi è difficile seguire il percorso interiore dei jñānin, per gli uomini ordinari è addirittura impossibile: sarebbe per loro come seguire le orme lasciate in cielo dal volo degli uccelli.]
Gauḍapāda, Kārikā IV.96
Tradizionalmente si afferma che la conoscenza negli esseri non nati sia non nata e priva di relazioni; in quanto la conoscenza non ha alcuna relazione con oggetti, si dice che è priva di relazioni.
Gauḍapāda Kārikā, Śaṃkara Bhāṣya, IV.96
Poiché tradizionalmente si ritiene che il jñāna negli esseri immutabili senza nascita sia come la luce e il calore per il sole e che, non essendo associato (asaṃkrānta) a nessun altro oggetto, è detto non nato. Poiché la conoscenza non è in relazione con alcun oggetto differente, per questo motivo è proclamata priva di relazioni come lo spazio.
[Gli uomini ordinari credono che la conoscenza sia sempre “conoscenza di qualcosa”: riducono sempre la conoscenza al loro orizzonte intellettuale segnato dalla dualità di soggetto-oggetto, causa-effetto, ecc. Ma questa è solamente la conoscenza o scienza che si esercita come azione conoscitiva nel vyāvahārika prapañca. Il jīvanmukta, il liberato in vita, non è partecipe di questa apparente realtà empirica: la Realtà in cui è eternamente stabilito è non duale, perciò in essa non vi è ombra di relazione. La conoscenza, nella pāramārthika sattā, è perciò libera da qualsiasi oggetto e il conoscitore, lo jñānin, essendo egli stesso il Non-duale, non è altro dalla conoscenza stessa come la luce e il calore non sono altro dal sole. Per questa ragione, quando si tratta di Assoluto, la Conoscenza è preferibilmente chiamata Pura Coscienza.]
Gauḍapāda, Kārikā IV.97
Anche la più piccola idea di differenziazione [nell’Ātman] che gli ignoranti possano immaginare impedisce loro di rivolgersi all’Incondizionato2. La distruzione del velo [d’ignoranza che copre e nasconde la Realtà dell’Ātman] sarà, allora, fuori questione?
Gauḍapāda Kārikā, Śaṃkara Bhāṣya, IV.97
Se le persone, per ignoranza, pensano, come fanno i nostri oppositori, che qualsiasi oggetto [compreso il jīva] subisce anche il pur minimo cambiamento interno o esterno, allora tali ignoranti non potranno mai realizzare l’eterna assenza di relazione (dell’Ātman). Pertanto è ovvio che non può esserci alcuna rimozione del legame (che mantiene il jīva legato al mondo).
Obiezione: Affermando che non c’è distruzione della copertura [d’ignoranza], vi esponete all’accusa di accettare una copertura [d’ignoranza reale] per gli esseri.
A questo si risponde: “No!”3.
[Gli oppositori del Vedānta appartenenti a diverse scuole o correnti di pensiero, affermano per ignoranza che qualsiasi dharma, come lo stesso Ātman ‘incorporato’, subisca un qualsiasi minimo cambiamento all’esterno, come in veglia, o all’interno, come in sogno. Pensando in questo modo, questi ignoranti impediscono a loro stessi di ottenere la conoscenza suprema dell’Ātman che è eternamente libero da qualsiasi relazione. In questo modo, la loro convinzione sulla realtà inevitabile della pur minima relazione è un ostacolo insuperabile alla rimozione dell’ignoranza. Qui può sorgere un dubbio: non è che, affermando che se non c’è distruzione dell’ignoranza, i vedāntin in questo modo attribuiscano una realtà obiettiva all’ignoranza? La risposta negativa a tale obiezione è argomento della prossima Kārikā.]
Gauḍapāda, Kārikā IV.98
Tutti i dharma sono eternamente liberi da qualsiasi copertura. Essi da sempre sono puri per natura, illuminati e liberi. Per questo i saggi parlano dei jīva in quanto dotati del potere di conoscere [la suprema Realtà].
Gauḍapāda Kārikā, Śaṃkara Bhāṣya, IV.98
Tutti gli esseri sono da sempre liberi da ogni velo, liberi dalla schiavitù dell’ignoranza, ecc. Vale a dire che sono privi di ogni legame e intrinsecamente puri, illuminati e liberi da sempre, poiché la loro vera natura è Purezza, Luce e Libertà. Se sono così, perché sono detti qualificati a conoscere da parte di maestri competenti nella conoscenza della Realtà, cioè dotati del potere di discriminare? È come quando si dice “Il sole splende”, anche se la natura stessa del sole è luce perenne; o è come quando si dice “Le montagne sono immobili”, anche se la natura stessa delle montagne è di essere perennemente immobili.
[Nella Realtà ultima tutti gli esseri sono liberi da ogni velo di ignoranza; o, meglio, l’unico Ātman non duale, che appare agli ignoranti come se fosse frammentato in esseri molteplici, è eternamente libero da qualsiasi relazione con altro da Sé. La sua vera natura è di per sé pura, luminosa e libera. Se stanno così le cose, perché i maestri illuminati di Vedānta affermano che i jīva sono qualificati a conoscere, ossia che hanno il potere intellettuale di discriminare? La risposta è che quei Guru affermano, solo al fine d’insegnamento, che i jīva nella vyāvahārika dṛṣṭi sono “qualificati a conoscere”, pur essendo per natura pura Coscienza-conoscenza. Allo stesso modo, si dice che “il sole splende”, nonostante che la sua stessa natura sia luce, o come quando si dice che “le montagne sono immobili”, nonostante che la loro stessa natura sia l’immobilità.]
Gauḍapāda, Kārikā IV.99
La conoscenza dell’illuminato non è fatta di parti e non si suddivide in oggetti. Così nemmeno la conoscenza degli esseri si frammenta negli oggetti. Questo punto di vista è stato ignorato dal Buddha.
Gauḍapāda Kārikā, Śaṃkara Bhāṣya, IV.99
Poiché la conoscenza dell’illuminato, che ha realizzato la Realtà ultima dell’Onnipervadente (Brahman), non è fatta di parti come lo spazio, non si relaziona mai con altri esseri (dharma). Tale conoscenza è sempre identificata al suo proprio Essere come la luce al sole; e per tale ragione è adorabile e onnisciente. Allo stesso modo, come la conoscenza stessa, tutti gli esseri sono paragonabili allo spazio onnipervasivo. La conoscenza come è stata introdotta dalla Kārikā “con la sua conoscenza onnipervadente come lo spazio” (MUGK IV.1) è, dunque, anch’essa simile allo spazio, nel senso che non si distribuisce in altri oggetti, in quanto appartiene all’illuminato libero di parti, grazie alla sua identità con la conoscenza stessa. Come Realtà del Sé, che non è altro che Brahman, gli esseri sono immobili, immutabili, senza parti, eterni, non duali, distaccati, invisibili, impensabili, al di là della fame, ecc., come la stessa śruti afferma: “Perché la visione del Testimone non può mai essere persa” (BU IV.3.23). Che la natura della Realtà suprema sia libera dalle differenze di conoscenza, conosciuto e conoscente, e sia priva di altro da Sé, questo non è stato espresso dal Buddha. Tuttavia, un suo avvicinamento al punto di vista dell’Advaita è implicito nella sua confutazione [della reale esistenza] degli oggetti esterni e nell’ idea che tutto sia immaginazione della coscienza [individuale]. Ma la conoscenza della non dualità in quanto Realtà ultima può essere conosciuta solo con il Vedānta. Con questo si conclude il Commento.
[Nella Realtà non duale non esiste alcuna differenziazione. Così la conoscenza che si raggiunge con il metodo del Vedānta esposto nell’Upaniṣad, spiegato da Gauḍapādācārya nelle sue Kārikā e nel commento di Bhagavadpāda, non è una conoscenza differenziata. Non è conoscenza di oggetti, né di un singolo oggetto da parte di un soggetto. Conoscenza differenziata non esiste come non esiste alcun oggetto; né, in assenza d’oggetto, esistono soggetti differenziati o un solo soggetto. La conoscenza, nella visione pāramārthika, è l’Ātman stesso, il quale non ha parti come l’ākāśa né esiste altro da quel Sé. Il jīvanmukta è perciò Essere, Conoscenza e Infinito, pura Coscienza. Che gli oggetti del mondo esterno, che i pensieri del mondo interno siano false apparenze era stato insegnato anche da Buddha. Egli si era, perciò, avvicinato molto alla Verità del Vedānta. Tuttavia non si era espresso sull’esistenza necessaria del sostrato. Questa conoscenza si può ottenere soltanto dalle Upaniṣad insegnate direttamente dalla voce di un Guru di Advaita.]
Gauḍapāda, Kārikā IV.100
Dopo aver realizzato quello Stato [della Realtà] che è imperscrutabile, profondo, senza nascita, uniforme, sacro e non-duale, gli rendiamo il nostro deferente saluto al massimo delle nostre capacità.
Gauḍapāda Kārikā, Śaṃkara Bhāṣya, IV.100
Alla fine del trattato è doveroso innalzare un saluto in lode della conoscenza della Realtà suprema. Essendo imperscrutabile, privo delle quattro alternative di esistenza, non esistenza e così via (MUGK IV.83), ed essendo perciò abissalmente insondabile come un oceano per le persone prive di discriminazione, senza nascita, uniforme, sacro, avendolo realizzato, essendoci identificati con la sua non-dualità, gli rendiamo il nostro deferente saluto. Sebbene questa assoluta conoscenza non possa essere ridotta a un qualsiasi atteggiamento devozionale, assumiamo momentaneamente il punto di vista empirico per riservargli il più deferente ossequio che si possa esprimere in questi termini.
Qui hanno termine le Kārikā di Śrī Gauḍapāda alla Māṇḍūkya Upaniṣad commentate da Śrī Śaṃkara
Congedo del Bhāṣyakāra:
Mi rivolgo a quel Brahman che, pur essendo senza nascita, sembra nascere grazie al suo imperscrutabile potere; che, pur essendo sempre in quiete, sembra essere in movimento; che, pur essendo uno, sembra essere molteplice a coloro la cui visione è stata pervertita dalla percezione dei diversi attributi degli oggetti; mi rivolgo a Quello che elimina la paura di coloro che si rifugiano in esso.
Mi prostrano ai piedi di quel grande maestro, il più venerabile tra i venerabili, che, vedendo le creature affogare nell’oceano [del saṃsāra] infestato da mostri marini, e subire incessanti nascite e morti, ha trasmesso, per compassione verso tutti gli esseri, questo nettare chiamato Veda, difficile da ottenere anche per gli Dèi, che si trovava nelle profondità dell’oceano e che egli fece venire a galla agitandone le acque con la zangola del suo intelletto illuminato.
Saluto con tutto il mio essere quei piedi di loto del mio Guru, che hanno dissipato la paura della trasmigrazione; grazie alla luce del suo intelletto illuminato è stata dissipata la tenebra dell’illusione che avvolgeva la mia mente, rimuovendo per sempre la mia paura di apparire e scomparire in questo terribile oceano di innumerevoli nascite. Prendendo rifugio ai suoi piedi, anche gli altri potranno ottenere la Conoscenza infallibile.
[Come vuole la tradizione eterna, anche questo umile sotto commentatore rivolge il deferente saluto al suo Guru, che, ricettacolo dell’ininterrotta paramparā dell’Advaita Vedānta, ancor oggi trasmette a voce, senza deflettere, l’immutabile autoluminosa dottrina di Śrī Śaṃkarācārya Bhagavadpāda. Il nostro sotto commentario è stato reso possibile dall’ascolto dell’alto insegnamento ricevuto sedendo ai piedi di loto del Guru nel corso di un decennio. Il nostro pensiero di gratitudine si volge anche agli altri due saṃnyāsin illuminati, i Paramaguru Pūjya Svāmī Satchidānandendra Sarasvatī Mahārāja e Pūjya Svāmī Prabuddhānanda Sarasvatī Mahārāja, che elargirono la benedizione della conoscenza al nostro Guru. Anche chi leggerà questo libro con purezza di cuore e con ardente desiderio di conoscenza, certamente potrà trovare il suo Guru perfetto e procedere sul jñāna mārga del Vedānta.]
Oṃ Śāntiḥ Śāntiḥ Śāntiḥ
- Anche il Prāṇa è sovente usato nella śruti per rappresentare l’Assoluto. Il Prāṇa, inoltre, ha anche la proprietà di animare. Ciò che però distingue nettamente questi due simboli dal simboleggiato è che ākāśa e Prāṇa sono privi di coscienza, mentre il Brahman è la stessa Pura Coscienza.[↩]
- Infatti, anche la più pallida idea di differenziazione porta con sé l’idea della relazione soggetto-oggetto, causa-effetto, ecc., cioè della dualità.[↩]
- Il commento di Śaṃkara a questa Kārikā è una anticipata condanna alla teoria della mūlāvidyā inventata da commentatori post śaṃkariani. Infatti, qui Bhagavadpāda smentisce che l’adhyāsa possa essere distrutta. Si può distruggere soltanto ciò che ha sostanza. L’ignoranza, invece, non è una sostanza, è assenza di conoscenza, conoscenza errata o dubbio. La conoscenza, perciò non distrugge l’ignoranza, ma corregge l’errore che non ha né sostanza né realtà alcuna.[↩]