4. Coscienza di Essere
Śrī Śrī Satcidānandendra Sarasvatī Svāmījī
4. Coscienza di Essere
a cura di Petrus Simonet de Maisonneuve
4. Il sé individuale e la dottrina dell’esistenza māyika dell’effetto
Significato del pensiero attribuito agli elementi
21. Ora dobbiamo considerare come Uddālaka riuscirà a dimostrare la sua affermazione iniziale: “L’effetto è solo un gioco di parole (vācārambhaṇam), un mero nome”.
Abbiamo già citato tre affermazioni sul Fuoco, l’Acqua e la Terra (ChU VI.2.3-4), dove si dice che i primi due elementi (bhūta) hanno pensato e si sono riproposti di nascere in forma molteplice; e, di seguito, hanno creato, in quanto Sat, i loro effetti immediati1. Bādarāyaṇa (BS II.3.13) deduce da questo testo che è solo Brahman ad assumere la forma di Fuoco ecc., a pensare di diventare molteplice e di nascere in successione come effetto, poiché gli elementi non possono essere coscienti di se stessi. Inoltre, la śruti dice che non c’è altro vedente (draṣṭṛ, ovvero Testimone) all’infuori di Brahman (BU III-7.23): quindi, è ragionevole supporre che sia la Coscienza di Brahman stesso che la śruti descrive esterna, attribuendola anche agli elementi insenzienti che a Esso si sovrappongono. Sappiamo tutti che la lucentezza di ciò che appare come argento, in realtà, appartiene come un nome alla madreperla su cui l’argento stesso è sovrapposto. È per rendere comprensibile questo fatto che qui sono state usate espressioni ‘il Fuoco pensava o desiderava nascere come molteplice’.
I triplici costituenti degli oggetti
22. La śruti procede ora a descrivere come tutte le cose fenomeniche siano il risultato della triplicazione degli elementi (bhūta). Naturalmente questa triplicazione deve essere intesa come simbolo di tutti e cinque gli elementi costitutivi dei fenomeni, Etere e Aria inclusi.
Questa Devatā (autoluminosa) pensò: “Bene, io penetrerò queste tre devatā come jīvātman e le differenzierò con nome e forma. Ognuna di esse dovrà essere triplicata separatamente”. La Devatā penetrò queste tre devatā con il suo jīva e ne differenziò nomi e forme. Ha fatto triplici ciascuna di loro dividendole per tre ripetutamente. Ti dirò come ognuna di queste sia triplicata e triplicata ancore, o ragazzo mio, in modo che tu possa impararlo. (ChU VI.3.2-4).
Brahman, la Devatā originaria
23. Qui Brahman, la causa prima, l’Essere e la Coscienza, in quanto una sola Entità, è stato chiamato Devatā. Nei Veda, soprattutto nella loro parte rituale, le divinità che presiedono ai fenomeni esterni e interni sono solitamente designate con il termine “devatā”, soprattutto per la loro conoscenza e per i loro poteri illimitati. Le Upaniṣad, quindi, talvolta raffigurano la Causa Suprema o Brahman come Īśvara (Signore) che regna sulle devatā (splendenti) in quanto le supera tutte con la sua luminosità e non è superabile da nessun’altra sotto alcun aspetto. Ne è testimonianza il mantra:
“Sappiamo che Devatā è il più grande Sovrano dei Sovrani e massima Devatā fra tutte le devatā” (ŚU VI.7) e che anche gli elementi sono stati chiamati devatā perché derivano in tutto e per tutto da Brahman.
L’entrata di Brahman negli elementi
24. Essere (Sat) o Brahman è entrato in queste devatā minori nelle sue forme di jīva individuali e ha differenziato i nomi e le forme delle cose. Nella discussione sulla natura cosciente di Brahman abbiamo fatto riferimento a questi nomi e forme in uno stato indifferenziato prima della creazione.
È solo Brahman che entra negli elementi e li porta in uno stato differenziato. Si dice che Brahman penetri in questi elementi nella sua forma di jīva per due motivi. In primo luogo, Brahman come Sé universale continua a rimanere in quanto tale nella sua natura assoluta anche dopo essere entrato nella creazione, come sostiene il saggio Kāśakṛtsna citato da Bādarāyaṇa (BS I.4.22); e in secondo luogo la forma di jīva sovrapposta a Brahman è un riflesso, per così dire, māyika del Sé supremo (BS II.3.50), proprio come l’immagine di qualcosa nell’acqua dipende dal suo originale per la sua stessa esistenza in quanto riflesso. È vero che anche il jīva differenzia i nomi e le forme delle cose, come ad esempio quando un vasaio differenzia l’argilla in nomi e forme come una brocca o un coperchio di argilla. Ma egli stesso non è affatto coinvolto nella differenziazione di nomi e forme nel labirinto dei fenomeni, come una collina, un fiume o un mare. Perciò Śaṃkara, interpretando il Sūtra di Bādarāyaṇa “La disposizione della denominazione e della forma, tuttavia, è opera di colui che ha reso gli elementi tripartiti, poiché così è insegnato nella śruti” (BS II.4.20), afferma che la frase upaniṣadica “io differenzierò nome e forma” (ChU VI.3.2) deve essere presa alla lettera per significare che è la Suprema Devatā, l’Essere, il solo responsabile della differenziazione di tutti i nomi e le forme. Anche quando sappiamo che il jīva stesso crea le cose e le differenzia con nomi e forme, l’atto dovrebbe essere ricondotto in ultima analisi a Sat, al solo Brahman, in quanto il jīva è ben distinto dal Signore Supremo come un servo dipendente di un Re ed è per questo che la śruti dice “entrando in esse nella forma del mio jīvātman”. Si dice che il jīvatva dell’individuo è dovuto solo ai condizionamenti limitanti (upādhi) come il corpo e i sensi.
I tre elementi nei loro effetti:
25. Le seguenti citazioni illustrano il modo in cui ciascuno di quegli effetti, che sono modificazioni differenziate (vikāra) degli elementi che li costituiscono, rivelano la loro triplice natura:
Quello che si vede come colore rosso (rohita rūpam) nel fuoco (agni) è il colore dell’elemento Fuoco (tejas); quello che si vede come colore bianco (śukla rūpam) nel fuoco è il colore dell’elemento Acqua (āpas); quello che si vede come colore nero (kṛṣṇa rūpam) nel fuoco è il colore dell’elemento Terra (lett. cibo, anna). Quindi il fuoco (visibile), quale modificazione (vikāra) del Fuoco, è un mero gioco di parole, è solo un nome; Quelli che sono reali sono solo i colori.
Quello che si vede come colore rosso del sole (āditya) è il colore dell’elemento Fuoco; quello che si vede come colore bianco del sole è il colore dell’elemento Acqua; quello che si vede come colore nero del sole è il colore dell’elemento Terra. Quindi il sole (visibile), quale modificazione (vikāra) del Sole, è un mero gioco di parole, è solo un nome; Quelli che sono reali sono solo i colori.
Quello che si vede come colore rosso della luna (candra) è il colore dell’elemento Fuoco; quello che si vede come colore bianco della luna è il colore dell’elemento Acqua; quello che si vede come colore nero della luna è il colore dell’elemento Terra. Quindi la luna (visibile), quale modificazione (vikāra) della Luna, è un mero gioco di parole, è solo un nome; Quelli che sono reali sono solo i colori.
Quello che si vede come colore rosso del lampo (vidyut) è il colore dell’elemento Fuoco; quello che si vede come colore bianco del lampo è il colore dell’elemento Acqua; quello che si vede come colore nero del lampo è il colore dell’elemento Terra. Quindi il lampo (visibile), quale modificazione (vikāra) del Lampo, è un mero gioco di parole, è solo un nome; Quelli che sono reali sono solo i colori. (ChU VI.4.1-4)
Questo estratto dovrebbe servire da modello per l’analisi di tutte le combinazioni dei tre elementi. L’obiettivo è giungere alla conclusione che ogni fenomeno dell’universo è composto dai costituenti Fuoco, Acqua e Terra, che sono essi stessi manifestazioni illusorie di Sat, la causa-origine. I prodotti del Fuoco qui elencati, quali il fuoco, il sole, la luna e il lampo visibili, devono essere considerati tipici anche dei prodotti degli altri due elementi. La sostanza dell’argomentazione è che ogni fenomeno è solo un’apparenza della Realtà, dell’Essere. Questo è ciò che Gauḍapāda ha definito māyāmātram (nascita illusoria della Realtà). Il cosiddetto effetto è una sua forma apparente, un gioco di parole, è solo un nome: è come dire che nella sua ignoranza il nostro senso comune, l’intelletto, ospita e dà un nome solo alle apparenze, vivendo nell’empireo degli sciocchi, finché non realizza la loro Realtà che è solo Brahman.
Sāṃkhya e Vedānta sono inconciliabili: il Vedānta s’oppone al Sāṃkhya sull’idea di effetto
26. Sia il Sāṃkhya sia il Vedānta accettano la dottrina satkārya (la preesistenza dell’effetto nella causa prima della sua manifestazione). Per il Sāṃkhya l’effetto, ossia l’universo, esiste nella forma della causa, il Pradhāna, che si evolve in Mahat e negli altri effetti al momento della creazione. Ma questa è solo un’ipotesi data per scontata sulla base del ragionamento secondo cui l’effetto della natura delle cose che porta al piacere, al dolore e all’illusione dovrebbe provenire da una causa di simile natura. Per noi vedāntin, invece, l’effetto preesiste nella causa Brahman. I sāṃkhya e altri avversari critici ci obiettano su questo punto per due motivi. In primo luogo, secondo loro, ciò sarebbe contrario alla dottrina satkārya accettata dal Vedānta darśana e, in secondo luogo, l’effetto secondo la prospettiva advaita dovrebbe dunque essere riconosciuto come dissimile dalla causa. Śaṃkara ribatte a queste accuse come segue:
Oppositore: Se Brahman, che è cosciente, puro e privo di suono e di altre qualità, è considerato come causa dell’effetto opposto a esso, essendo la sua natura inerte, impura e dotato di suono, ecc., allora ciò porterebbe alla conclusione che l’effetto è inesistente prima della sua creazione, e questo dovrebbe essere respinto da voi, che sostenete la dottrina della preesistenza dell’effetto (anche prima della sua produzione!).
Risposta: Non c’è alcun errore nel nostro punto di vista, perché la vostra è una negazione senza alcun oggetto che possa essere negato. Per essere più chiari, questa negazione non può equivalere a un rifiuto dell’esistenza dell’effetto prima della creazione. Come è possibile?
Perché si può capire che, come oggi l’effetto ha esistenza solo in identità con la sua causa materiale (Brahman), così aveva la sua esistenza in questo stesso modo anche prima della creazione. Infatti, anche ora, questa creazione non esiste indipendentemente dal Sé che è la sua fonte materiale, come dimostra la śruti “Tutti respingono colui che lo conosce come diverso dal Sé” (BU II.4.6), ecc. Ma l’esistenza dell’effetto è indistinguibile dalla causa anche prima della creazione.
Obiezione: Ma il Brahman, la presunta fonte del mondo, non è forse privo di suono, etc.?
Risposta: Ovviamente sì. Ma l’effetto, dotato di suono ecc. non esiste certo separatamente dal suo Sé, la causa materiale, né prima della creazione né ora. Non si può quindi affermare che l’effetto sia non esistente prima della sua creazione. (BSŚBh II.1.7)
Altrove Śaṃkara osserva:
[Quando un pezzo di argilla è conosciuto come nient’altro che argilla, allora in realtà tutte le cose fatte di argilla, un vaso, un piatto, una giara, ecc. sono conosciute come non diverse dall’argilla; per questo si dice che “una modificazione ha come origine la parole ed esiste solo di nome”. Una modificazione, cioè una giara, un piatto, un vaso ecc. ha origine solo dal discorso che la rende attuale annunciando “esiste”. Ma dal punto di vista della sostanza di base, non esiste alcuna modificazione in quanto tale (a parte l’argilla). Esiste solo di nome ed è irreale. Solo come argilla è reale…] Perciò, come lo spazio in un vaso e in una giara non ha un’esistenza indipendente dallo spazio in generale e come l’acqua di un miraggio non è differente dalla sabbia del deserto, così si deve sapere che, dato che talvolta appaiono e talaltra scompaiono, tanto che la loro natura appare non definibile, il mondo fenomenico costituito da distinti oggetti ed esperienze, non ha altra esistenza se non il Brahman. (BSŚBh II.1.14)
La dottrina di Māyā
27. I due passaggi sopra citati dovrebbero bastare a smentire l’opinione diffusa in alcuni ambienti2 secondo cui Śaṃkara non riconoscerebbe in qualche modo la dottrina di Māyā; cioè non condividerebbe la dottrina secondo cui l’intero Universo che abbiamo di fronte, con tutte le sue spettacolari caratteristiche di realtà, in sé non sarebbe vuoto (śūnya), che non sarebbe altro che un miraggio che attira gli assetati che vagano in un deserto sabbioso. Allo stesso tempo, Śaṃkara vuole che crediamo fermamente che non si tratta di una semplice allucinazione; la sua pluralità di nomi e cose è, in realtà, l’apparenza del puro Essere o della pura Coscienza, che è il Sé di tutti noi. Come dice il Chāndogya Upaniṣad Śaṃkara Bhāṣya:
Quello che diciamo è che nulla in nessun luogo è privo di realtà, in quanto è l’unico Essere che è scambiato per il mondo della dualità e della differenza. Proprio come una corda è chiamata serpente quando è scambiata per un serpente o come una zolla di argilla o un vaso sono considerati diversi dall’argilla e sono chiamati con nomi come zolla, vaso ecc. Ma per coloro che hanno riconosciuto distintamente la corda o l’argilla, i nomi e le idee di serpente o vaso cessano di esistere. Così anche per coloro che hanno riconosciuto distintamente l’Essere Assoluto (come unica Realtà) il nome e l’idea di un effetto cessano di esistere. (ChUŚBh VI.2.3)
L’esistenza illusoria dell’effetto nella causa
28. Che il fuoco, il sole, la luna e il fulmine sopra citati siano intesi solo come esempio della dottrina generale dell’esistenza māyika di tutti gli effetti nella causa primaria, l’Essere Puro, è corroborato dai seguenti testi:
Sapendo questo, gli antichi, che erano grandi gṛhastha ed erano molto dotti nella conoscenza del Veda, dissero: “Non c’è nessuno tra noi che dica qualcosa che non abbia ascoltato, riflettuto e conosciuto”. Essi conobbero tutto tramite questi esempi. (ChU VI.4.5)
Sapevano che ciò che appare rosso è il colore del fuoco, sapevano che ciò che appare bianco è il colore dell’acqua e sapevano che ciò che appare nero è il colore del cibo o della terra. (ChU VI.4.6)
E sapevano che tutto ciò che appare sconosciuto è un aggregato di queste sole devatā. Come queste tre devatā, una volta entrate nel corpo, si triplichino separatamente, lo puoi apprendere da me. (ChU VI.4.7)
Questa parte dell’insegnamento si dedica a descrivere le componenti sostanziali dell’io individuale.
Il cibo mangiato si divide in tre parti, di cui la parte più grossolana diventa escrezione, quella mediana diventa carne e quella più sottile diventa la mente. (ChU VI.5.1)
L’acqua bevuta si divide in tre: la parte più grossolana diventa urina, quella mediana diventa sangue e la parte più sottile diventa prāṇa.
Il fuoco assimilato si divide in tre, la parte più grossolana diventa ossa, quella mediana diventa midollo e la parte più sottile diventa la parola. (ChU VI.5.2-3)
29. I dettagli sopra riportati sulle componenti fisiche e psichiche di un uomo non devono essere esaminati letteralmente o criticamente e confrontati con le scoperte della fisiologia e della psicologia moderne. L’unico fatto da sottolineare è che tutto l’anātman, interno o esterno all’uomo, compreso il suo corpo, è composto e formato dagli elementi, i quali sono essi stessi manifestazioni illusorie dell’Essere Puro Sat, che è l’unica Realtà. Il testo che segue riassume le conclusioni da ricordare circa questo aggregato dell’ego, di cui la mente (in cui vanno inclusi i sensi), il prāṇa e la facoltà della parola sono i principali costituenti.
Di cibo, mio caro ragazzo, è costituita la mente; di acqua è costituito il prāṇa e di fuoco è costituita la parola. “Che la vostra venerabile persona si compiaccia di illuminarmi ulteriormente su questo punto”. Va bene, mio caro ragazzo, disse (Uddālaka), lo farò. (ChU VI.5.4)
Il significato della sequenza
30. La narrazione prosegue spiegando come la mente sia il prodotto del cibo. Ci limiteremo a riprodurre in traduzione i testi che riguardano tale argomento:
Della panna zangolata, ragazzo mio, monta alla superficie la parte più sottile e diventa burro. Allo stesso modo, mio caro ragazzo, la parte più sottile del cibo digerito monta alla superficie e diventa mente. (ChU VI.6.1-2)
Dell’acqua bevuta, mio caro ragazzo, la parte più sottile monta alla superficie e diventa prāṇa; del fuoco assimilato, mio caro ragazzo, la parte più sottile sale e diventa la facoltà della parola. (VI 6.3-4)
Cibo, acqua e fuoco, si ricordi, sono i nomi tecnici dei tre elementi3 e hanno lo stesso significato che hanno nella vita comune. Gli elementi entrano nei composti in diverse proporzioni e combinazioni. L’obiettivo dei testi è solo quello di attirare l’attenzione del cercatore sul fatto che l’essenza della materia corporea, esattamente come quella nella natura fisica esterna, non consiste che nei tre elementi, essendo questi ultimi solo una manifestazione apparente della causa-origine.
La mente è costituita di cibo, mio caro ragazzo; il prāṇa è costituito di acqua e la parola è costituita di fuoco. “Il mio Signore si compiaccia di illuminarmi ulteriormente su questo punto”. Va bene, mio caro ragazzo, disse (Uddālaka): lo farò. (ChU VI.6.5)
La mente, prodotto del cibo
31. Questo paragrafo intende spiegare come la mente sia costituita dal cibo.
Il corpo umano, caro ragazzo, è composto da sedici parti4. Puoi non mangiare alcun cibo per quindici giorni; ma devi bere acqua a volontà, perché il prāṇa è costituito di acqua e se non bevi, può andarsene [dal corpo, provocandone la morte]. (ChU VI.7.1)
(Śvetaketu) non mangiò per quindici giorni e poi ritornò da lui per chiedergli: “Cosa devo recitare, o Padre?”. I testi del Ṛk dello Yajus e del Sāma, rispose Uddālaka. E quello disse: “O Padre, (la mente) non mi si accende”. (ChU VI.7.2)
Egli rispose: mio caro ragazzo, come da un grande fuoco che è divampato può rimanere accesa solo una brace delle dimensioni di una lucciola e con quella scintilla si riesce ad appiccare il fuoco a molte fascine di paglia; così, mio caro ragazzo, delle tue sedici parti, ti rimane ora il residuo di una sola; con l’aiuto di quella sola parte non sei in grado di ricordare i Veda. Ora mangia e poi vedrai che li ricorderai. (ChU VI.7.3)
Egli mangiò del cibo e si avvicinò al padre e, ora, su qualsiasi cosa [del Veda] quest’ultimo lo interrogasse, era in grado di ricordarla. (Cap. VI.7.4)
Poi disse: Proprio come quando da un grande fuoco, se rimane una sola brace accesa, delle dimensioni di una lucciola, allora si può ravvivare un grande fuoco con il suo aiuto e anche con l’aiuto di fascine di paglia; così, mio caro ragazzo, delle tue sedici parti, te ne era rimasta solo una: con quella parte, ravvivata dal cibo, in effetti ora puoi ricordare il Veda. Mio caro ragazzo, la mente è costituita da cibo, il prāṇa dall’acqua e la parola dal fuoco. Ed egli capì, davvero bene, ciò che suo padre gli aveva spiegato (ChU VI.7.5-6)
- Il Fuoco creò l’Acqua e quest’ultima creò la Terra.[↩]
- Ambienti ben presenti anche in Occidente, che, nonostante le nostre pubblicazioni e palesi smentite testuali, ancor oggi s’ostinano a sostenere che per Śaṃkara il mondo sarebbe ‘reale’, ‘parzialmente reale’ o ‘relativamente reale’.[↩]
- Il lettore tenga comunque sempre presente l’avvertimento di Svāmījī al § 22: quando si parla di questi tre elementi s’intende comprendere tutto l’insieme dei pañcabhūta.[↩]
- Si tratta dei cinque elementi e degli undici indriya (BhP I.3.1).[↩]