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19 Novembre, 2023

1. Coscienza di Essere

    Śrī Śrī Satcidānandendra Sarasvatī Svāmījī

    1. Coscienza di Essere

    a cura di Petrus Simonet de Maisonneuve

    1. Insegnamenti di Aruṇa a suo figlio Śvetaketu1

    Śvetaketu era il nipote di Aruṇa2. Suo padre gli disse: “O Śvetaketu, mettiti a servizio d’un maestro e impara la dottrina vedica. Come è ben noto, nessun membro del nostro casato è un brāhmaṇa soltanto per appartenenza familiare, ma anche perché ha studiato i Veda.” (ChU VI.1.1)

    Considerazioni sugli aneddoti vedāntici.

    1. Bādarāyaṇa compose i Vedānta Sūtra [o Brahma Sūtra (BS)] nel periodo in cui era diventato assolutamente necessario determinare l’esatto scopo delle Upaniṣad. In primo luogo dovette lottare contro la dottrina atea dei sāṃkhya, che avevano costruito un sistema diveniristico [vivartavāda] pressoché inconfutabile, basato su deduzioni speculative e su una psicologia analitica con cui interpretavano tutte le Upaniṣad a loro favore. Dovette, inoltre, combattere contro gli altrettanto atei pūrva mīmāṃsaka, che pur appartenendo alla sua stessa tradizione vedica, desideravano far coincidere tutti gli insegnamenti upaniṣadici con il darśana di Jaimini. Tale sistema non ammetteva nessun altro principio senziente all’infuori del jīva individuale in quanto esecutore di sacrifici capaci di condurre allo svarga o al cielo più alto.

    La dottrina di Bādarāyaṇa.

    2. Dobbiamo ora determinare il significato di alcuni racconti che sono disseminati nelle Upaniṣad. Quale potrebbe essere il motivo che ha spinto i ṛṣi a impartire certi insegnamenti per mezzo di racconti? I mīmāṃsaka, essendo dei ritualisti, sostenevano che questi racconti dovevano essere recitati durante l’esecuzione di certi sacrifici, in quanto la loro recitazione era stata raccomandata dai Veda. Questa idea dei mīmāṃsaka porta a gravi conseguenze; infatti, se i racconti fossero solo parte di qualche rituale, ciò starebbe a dimostrare che i testi vedici non hanno lo scopo primario di insegnare la natura della Realtà, come la intendono i vedāntin, ma, come i mantra vedici, servirebbero solo all’esecuzione di rituali. Bādārayaṇa, contro questa tesi, afferma:

    Non può essere così perché ciò sarebbe limitativo. (BS III.4.)

    L’ingiunzione che inizia con “pāriplavam ākakṣit3 indica solo qualche racconto particolare come quello che inizia con “Il re Manu Vaivasvata ecc.”. Tale limitazione non può, però, essere estesa a tutte le narrazioni vediche. “Perciò, di regola si trova che c’è continuità di pensiero [tra il racconto] e l’insegnamento che segue4; per esempio, la narrazione di Yājñavalkya e Maitreyī ha lo scopo di mostrare l’importanza della scienza della visione dell’Ātman [Adhyātma yoga], elogiando la conoscenza, al fine di stimolare interesse per essa.

    3. Coerentemente con questa argomentazione, si legge che Uddālaka Āruṇi stava discutendo con suo figlio Śvetaketu sulla necessità di rivolgersi a un Guru per essere iniziato all’insegnamento vedico. Essendo esperto nella dottrina vedāntica, egli stesso avrebbe potuto concedere l’iniziazione, invece preferì chiedere a suo figlio di prestare servizio [sevā] come brahmacārin presso qualche altro Guru, probabilmente perché stava partendo per un viaggio.

    4. L’osservazione del padre “nessun membro del nostro casato è un brāhmaṇa soltanto per appartenenza familiare” senza aver studiato i Veda (brahmabandhuriva), dimostra che Uddālaka era connesso a una lunga tradizione di precedenti maestri che non avevano mai mancato di acquisire la conoscenza vedica [jñāna kāṇḍa]. Sedici anni era il limite massimo di età per ricevere l’iniziazione e, come rivela il passo successivo, “Śvetaketu aveva già dodici anni”.

    Confronto tra conoscenza profana e saggezza spirituale

    Studiò sotto la guida del suo Guru per dodici anni e, dopo aver acquisito competenza in tutti i Veda, tornò a casa che aveva ventiquattro anni. Era molto presuntuoso e maleducato e pensava di essere molto dotto. (ChU VI.1.2)

    Suo padre gli disse:

    Śvetaketu, mio caro figliolo, ora che sei presuntuoso e maleducato, ritenendoti molto dotto, sei stato istruito su quell’Entità che richiede un insegnamento specifico per mezzo di cui si ascolta anche ciò che non è possibile ascoltare, si riflette anche su ciò su cui non è possibile riflettere e si conosce anche ciò che non è possibile conoscere?5O venerato signore, come sarebbe questo insegnamento speciale?

    Mio caro, quando si conosce una sola zolla di argilla, allora si conosce tutto ciò che è fatto di argilla e [si capisce] che l’effetto è solo un nome, essendo solo un gioco di parole [vācārambhaṇam].

    Mio caro, quando si conosce una sola pepita d’oro, allora si conosce tutto ciò che è fatto d’oro e [si capisce] che l’effetto è solo un nome, essendo solo un gioco di parole.

    Mio caro, quando si conosce una sola forbice d’acciaio, allora si conosce tutto ciò che è fatto d’acciaio e [si capisce] che l’effetto è solo un nome, essendo solo un gioco di parole. Questo è l’insegnamento specifico su quell’Entità” (ChU VI.1.3-6)

    5. Lo studio di Śvetaketu ai piedi del suo Guru può essere paragonato a quello dei corsi scolastici e universitari di uno studente moderno, che si è specializzato in molte materie e ne è uscito a pieni voti. Uno studente di questo tipo avrebbe naturalmente un’alta considerazione di sé allorché torna a casa, fiero del successo ottenuto con diplomi e riconoscimenti accademici. Śvetaketu è naturalmente orgoglioso di aver coperto tutti i rami dell’apprendimento vedico in dodici anni. La descrizione di questo atteggiamento del ragazzo ha lo scopo di evidenziare che la sua conoscenza è puramente teorica e di dimostrare la nullità di quest’ultima a paragone della saggezza totalizzante di chi possiede la conoscenza della Realtà.

    6. La domanda “Dato che sembri essere così orgoglioso di ciò che hai appreso, hai interrogato il tuo maestro su questo prezioso insegnamento?” non deve essere interpretata nel senso che sarebbe giusto essere orgogliosi solo se si è acquisita la conoscenza in quel particolare ramo della saggezza. Infatti, l’unica caratteristica distintiva di una persona che ha la conoscenza di Brahman è l’umiltà. Il padre vuole solo dire: “C’è da sapere molto di più di quanto tu abbia immaginato durante il tuo studio teorico”. Così la curiosità del giovane viene risvegliata ed egli desidera sapere come possa esistere qualcosa di così meraviglioso per cui, semplicemente conoscendo un’unica cosa, si possa capire la realtà di tutto il resto.

    Il principio di relazione causale

    7. Uddālaka rivela ora ciò che nasconde in cuor suo. La conoscenza di cui sta parlando non riguarda alcuna cosa prodigiosa come la pietra filosofale, ma solo la causa metafisica che sta alla base di tutti i fenomeni. Per introdurre il figlio a questa causa ultima, comincia a esporre la teoria vedāntica della causalità con esempi empirici, in modo da permettere a Śvetaketu di rendersi conto che i cosiddetti effetti delle cause materiali in realtà non esistono a prescindere dalle loro presunte cause.

    8. Questo è il senso del racconto introduttivo, in accordo con l’argomento dell’intero sesto capitolo. La teoria vedāntica della causalità è che tutto l’universo è un effetto di Brahman, ossia della Realtà che è la causa materiale. Che questa teoria non sia il risultato di una mera speculazione lo si vede esaminando da vicino la relazione tra le cause empiriche e i loro cosiddetti effetti. Nessuno può contestare che giare, vasi, brocche e gli altri recipienti di argilla non siano altro che argilla, se non per il fatto che hanno un nome, una forma, una dimensione e un uso che se ne fa nella vita ordinaria. Il materiale è solo l’argilla. Allo stesso modo, gli ornamenti d’oro non sono altro che oro e gli strumenti di ferro e acciaio non sono altro che ferro e acciaio. L’osservazione ci porta a questa conclusione ovunque si tratti di cause materiali. In base a questo fatto, Uddālaka afferma che è del tutto ragionevole ritenere che il Brahman sia l’unica sostanza soggiacente al mondo fenomenico, nonostante la varietà di nomi e di cose che vediamo. Di questo si parlerà più avanti.

    Premessa: non c’è alcuna ingiunzione sugli strumenti di conoscenza

    C’è un altro punto delle parole di Uddālaka su cui dobbiamo soffermarci. Si osserverà che egli dice che con lo śravaṇa di questo insegnamento si sarà anche ascoltato tutto il resto, che con la riflessione su di esso si sarà fatto manana anche su tutto il resto, e che con la sua conoscenza (nididhyāsana), tutto il resto diventa conosciuto. Questi strumenti [śravaṇamanana e nididhyāsana] per conoscere l’Ātman sono enumerati anche nel Maitreyī Brāhmaṇa della Bṛhadāraṇyaka Upaniṣad:

    Quando si è visto l’Ātman, quando si è ascoltato [l’insegnamento su di esso], quando si è riflettuto [su di esso] e quando lo si è conosciuto, mia cara, tutto questo (idam) diventa conosciuto. (BU IV.5.6)

    Questa affermazione è ripetutamente proposta come enunciato generale nell’insegnamento vedāntico. Alcuni vedāntin post-śaṃkariani hanno sostenuto che nelle Upaniṣad l’audizione e la riflessione come strumenti di auto conoscenza sono ingiunzioni, ma è sufficiente rifarsi alle narrazioni introduttive per capire che non è così. In questo caso particolare è del tutto chiaro che Uddālaka sta semplicemente dicendo a suo figlio che quando si è conosciuto l’Ātman tutto il resto diventa conosciuto, solo al fine di suscitare la curiosità di Śvetaketu. Non c’è alcuna ingiunzione vedica che spinga il giovane a intraprendere l’indagine. Vedremo che, alla fine di questo dialogo, rimangono solo una serie di dubbi sollevati da Śvetaketu circa la natura della Realtà, che Uddālaka chiarisce mediante esempi appropriati. Non c’è nemmeno il minimo accenno ad alcuna ingiunzione sull’audizione, sulla riflessione, ecc., in tutto ciò che si riferisce a questo argomento.

    “Sicuramente il mio venerato Maestro non conosceva ciò; se lo avesse saputo, perché non avrebbe dovuto insegnarmelo? Quindi, venerabile signore, abbiate la compiacenza di parlarmene.” “Va bene, mio caro figliolo, lo farò.” (ChU VI.1.7)

    1. Tratto da: The Science of Being, Holenarasipura, Adhyātma Prakāsha Karyālaya, 2004, pp. 41-48.[]
    2. Ovvero nipote del Sole aurorale e figlio di Uddālaka Āruṇi.[]
    3. Si deve recitare il pāriplava”. Il pāriplava è la recitazione di un racconto di tema eroico tratto dagli Itihāsa e dai Purāṇa, che va ripetuta trentasei volte durante l’anno in cui un Sovrano compie il rito solenne del sacrificio del cavallo [N.d.C.].[]
    4. Tathā caikavākyatopabandhāt” (BS III.4.24).[]
    5. Si riconosce dall’impostazione della frase che si tratta del metodo vedāntico di śravaṇamanana e nididhyāsana [N.d.C.].[]