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Aprile 2, 2023

7. Tripurā Rahasya

    7. Tripurā Rahasya

    Il Mistero della Dea Tripurā
    Jñāna kāṇḍa

    Traduzione e note a cura di Maitreyī

    XXI. Capitolo

    Avendo ricevuto l’insegnamento da Dattātreya, molte illusioni di Paraśurāma furono rimosse. A questo punto, Paraśurāma salutò Dattātreya con grande riverenza e domandò: «O grande maestro, ti prego di dirmi l’essenza della via alla conoscenza definitiva, cosicché io possa avere una realizzazione diretta. Descrivimi anche le caratteristiche del saggio, in modo che possa riconoscerlo. Come si comporta il saggio quando è cosciente e quando non è cosciente del suo corpo, mentre vive in questo mondo? Ti prego di dirmi tutto questo.» Il compassionevole Dattātreya fu compiaciuto della domanda e rispose: «O Paraśurāma, ti dirò l’essenza di questo. Anzitutto, per avviarsi a questa conoscenza, si deve ricevere la benedizione1 di Īśvara con l’iniziazione. Chi gli si abbandona completamente, otterrà questa conoscenza facilmente e in modo definitivo. Questo è il mezzo indispensabile e solo questo potrebbe essere sufficiente a ottenere la realizzazione. Senza iniziazione, non è possibile raggiungere la perfezione con altri mezzi. La realizzazione diretta (sākṣātkāra) avviene quando l’ignoranza che vela la Coscienza in quanto conoscenza assoluta, è rimossa della correzione della falsa conoscenza. Ciò significa che la realizzazione è difficile per coloro che sono attratti dagli oggetti esterni. Ma, dato che il devoto è concentrato sul pensiero di Īśvara, non ha alcun attaccamento verso gli oggetti, perciò lo realizza immediatamente. È chiaro che coloro che si dedicano alla bhakti del Signore, anche se non praticano altre discipline, lo vengono a conoscere e disquisiscono su quanto conoscono di lui con altri. Mentre espongono così, la loro mente si unisce a lui. Tale unione si rafforza man mano che comunicano la loro esperienza del Signore. Quindi smettono di sperimentare le gioie e le sofferenze del mondo. Trasmettono in chiunque incontrino l’amore per lui e, in questa maniera, la loro mente diventa sempre più pura, conducendoli verso la via del Supremo e all’ottenimento della Liberazione in vita. Cantare e lodare la divinità con cuore pieno di devozione è un buon metodo. C’è anche un altro metodo di cui ti devo parlare. Questo, tuttavia, è molto difficile da riconoscere per chiunque, perché l’essenza della Pura Coscienza è onnipervadente e assoluta. Non essendo conoscibile tramite alcuno strumento, come la parola, l’udito ecc., nessuno, eccetto il conoscitore, cioè chi lo ha realizzato, può conoscerlo e descriverlo, e farlo conoscere agli altri. Proprio come è difficile conoscere un uomo dalla sua apparenza o dal vestito esteriore, altrettanto difficile è riconoscere, soltanto dalla lettura delle scritture, se qualcuno ha realizzato il Sé. Per conoscere la dolcezza di un succo lo si deve assaggiare; così la realizzazione del Sé può essere solo sperimentata personalmente, perché il Sé si autorivela. Tuttavia, un iniziato intelligente può riconoscere un’altra persona simile a lui dalle sue parole, proprio come una formica riconosce il sentiero tracciato da un’altra formica. Ci sono molti altri segni caratteristici di saggezza, corporei e sottili, che però non sono riconosciuti da chi non è a un pari livello. Conoscendoli, anche un uomo ordinario potrebbe assumere l’apparenza esterna di un realizzato. Ti descriverò solo alcune delle caratteristiche esteriori. Coloro la cui mente non è ancora pura, possono intraprendere una qualche disciplina che, poi, con la pratica costante diventa stabile e priva di sforzo. Non è difficile descrivere tali persone. Chi, invece, è indifferente alla lode e al disprezzo, alla perdita e al guadagno, alla vittoria e alla sconfitta, ha raggiunto il Supremo. Tale persona è sempre pronta a parlare e discutere sulla conoscenza ed è sempre disponibile a esporla; è sempre pronto a rispondere a qualsiasi domanda, anche difficile, a proposito della realizzazione. Chi è per natura contrario all’azione esteriore ed è autocontrollato e generoso, calmo anche davanti alle avversità, è un vero jñāni. Si deve apprendere tutto questo per poter riconoscere tali qualità in se stessi nel corso della via, perché sono segnali per l’indagine sul Sé. Un cercatore deve sempre esaminare se stesso. Per ottenere la conoscenza del Supremo si devono vedere i propri difetti osservandoli negli altri. In seguito, chi inizia a esaminare se stesso rinuncia a criticare gli altri, essendosi dotato dei mezzi necessari per raggiungere l’Assoluto. Quindi, o Paraśurāma, l’osservazione di tutte quelle caratteristiche è utile solo per esaminare se stessi e non per giudicare gli altri. Invece, coloro che hanno la mente pura fin dalla nascita ottengono la conoscenza non appena la cercano. Ciò significa che il loro sforzo non dura in quanto non è necessario. Perciò agiscono in accordo con le loro predisposizioni. Come si può riconoscere un realizzato che sembra vivere come un uomo ordinario? Solo un gioielliere può valutare con certezza una gemma e solo un saggio sa riconoscere un altro saggio. Gli iniziati di scarso intelletto si comportano come folli perché non hanno raggiunto il samādhi stabile. Sono in accordo con la loro natura solo quando sono assorti in quello stato. Ma quando non sono in samādhi, sperimentano tutti i piaceri e le pene e si comportano come gli animali. Raggiungono la perfezione seguendo una via a tappe; però, quando non sono assorti in samādhi e sperimentano una vita di piaceri e dolori, sono legati (baddha) sì, ma come da una corda bruciata. Sono come un tessuto che si colora tutto di rosso a partire dell’orlo che è immerso in tintura rossa. Allo stesso modo, gli intervalli tra i diversi samādhi dell’iniziato di basso livello che vive come una persona ordinaria, sono impregnati dal desiderio di conoscenza del Sé grazie alle realizzazioni dei precedenti e successivi periodi (passati in samādhi). Gli jñāni di medio livello non si identificano affatto al corpo. Rimangono sempre assorti nella natura del Sé per lunga e continua pratica. Perciò non sperimentano la relazione o il contatto con il corpo, non sono contaminati dalla vita quotidiana. Vivono la loro vita nel mondo come fosse un sogno. Come sonnambuli, tali persone possono parlare di qualcosa grazie alle loro inclinazioni, ma non sono realmente coinvolti di ciò. Sono come ubriachi che dicono e fanno molte cose rimanendo racchiusi in loro stessi. Tutte le loro attività sono dirette e guidate dalla forza del prārabdha. Ciò è comune anche ai saggi del grado più elevato. Questi ultimi, però, guidano la loro vita mondana come il cocchiere di un carro che non s’identifica mai al carro. Perciò, agiscono con il corpo, ma non confondono mai se stessi con il corpo o con l’agente dell’azione. Rimangono sempre come Pura Coscienza. Sono interiormente puri e in pace, pur compiendo tutte le attività del mondo. Come un attore ha un duplice comportamento, uno durante lo spettacolo e l’altro nella sua vita privata; o come un adulto che non è affetto da sofferenze e piaceri che finge di sperimentare quando gioca con un bambino, allo stesso modo il realizzato, sebbene sincero nel compiere il suo ruolo nel mondo, rimane sempre puro in sé mentre fa una vita normale. Il saggio di grado mediano è calmo per la continua pratica, mentre quello del grado più elevato rimane pacificato per sua realizzazione. Quindi riconoscere la differenza fra i due dipende dalla maturità della mente di chi li osserva. Ti riporterò ora un dialogo tra due saggi: “C’era un principe chiamato Ratnāṇgada nella terra di Parāvata. Viveva nella città di Amṛta sulle rive del fiume Vipāśā. Aveva due figli intelligenti e generosi, Rukmāṇgada e Hemāṇgada, entrambi molto amati. Rukmāṇgada era dotto nelle scritture, ma Hemāṇgada era un jñāni realizzato. Un giorno entrambi andarono a caccia con i loro attendenti. Uccisero molti animali selvatici nella giungla chiamata Vasanta e quando furono stanchi si riposarono sulle rive di un lago. Lì, in un albero di banyan2, viveva un Brahmarākṣasa, erudito in tutti i Veda. La sua abitudine era di discutere con un uomo sapiente e mangiarlo dopo averlo sconfitto nella discussione. Questa feroce abitudine continuava da tempo. Rukmāṇgada, che anche amava discutere, udendo ciò dai suoi attendenti, andò da lui con il fratello per discutere. Il Brahmarākṣasa lo sconfisse. Prese il fratello più giovane e stava per mangiarlo, quando Hemāṇgada lo trattenne dicendo: “Ti prego di aspettare. Non mangiare solo lui. Io sono suo fratello; sconfiggi anche me e mangiaci assieme.” “Dopo un lungo periodo ho qualcosa da mangiare. Sono molto affamato, quindi fammi mangiare lui e poi mangerò anche te. Sarò del tutto soddisfatto quando avrò mangiato anche te. Dopo tanto tempo il saggio Vasiṣṭha mi ha finalmente mandato un buon pranzo. Uno dei suoi discepoli Devarāta venne qui per discutere e lo divorai dopo averlo sconfitto. Vasiṣṭha, per quel motivo, mi maledisse, per cui la mia bocca da allora sarebbe bruciata mangiando carne umana. Lo supplicai ed egli mi inflisse una maledizione più leggera. Avrei potuto mangiare tranquillamente qualcuno solo dopo averlo sconfitto in un dibattito. E così faccio. È da lungo tempo che non ho un così ricco pasto. Quindi fammi mangiare prima lui e poi mangerò te.” A quel punto Hemāṇgada lo interruppe di nuovo: “Ti prego di ascoltarmi per un momento. Potresti rilasciarlo in cambio di qualcos’altro che ti porterò?” Quello rispose: “O principe, non c’è nulla in cambio del quale lo possa rilasciare. Chi lascerebbe una cosa desiderata che ha già in pugno? Ma posso fare un’eccezione. Ci sono molte domande a cui non so rispondere. Se saprai rispondere tu, allora libererò tuo fratello.” Hemāṇgada fu d’accordo. Il Brahmarākṣasa, allora, gli pose molte domande complicate: “Principe, qual è quella cosa che più vasta del cielo e più piccola di un atomo? Qual è la sua natura e dov’è?” “O Brahmarākṣasa, solo la Coscienza è più vasta e pervadente dello spazio e più piccola di un atomo. La consapevolezza è la sua natura e il Sé la sua dimora.” “Principe, come può quella Coscienza essere così vasta e così sottile allo stesso tempo? Cosa intendi con consapevolezza o Sé?” “La Coscienza, essendo la causa di tutto, è onnipervadente. Essendo difficile da conoscere è anche sottile. È sia la Coscienza sia il Sé.” “Dove la si trova? Che cosa si ottiene cercandola?” “La mente è il posto in cui la si trova ed è raggiungibile da un unico punto di vista e il suo frutto è che non si rinasce più.” “Principe, cos’è la Coscienza, cos’è auell’unico punto di vista? E che cos’è la rinascita?” “Brahmarākṣasa, la mente non è altro che la Coscienza coperta da un velo d’ignoranza. Rivolgersi al Sé è l’unico punto di vista e la nascita non è altro che credere che il proprio corpo sia il Sé.” “O principe, perché non la si raggiunge? E come la si ottiene? E come si nasce? Ti prego di dirmelo.” “Il distacco è discriminare tra il vedente e ciò che è visto e non identificarsi con l’oggetto. Vedere l’imperfezione delle cose è capire che gli oggetti sono la sorgente di sofferenza.” “O principe, come si realizza tutto questo? Qual è il migliore mezzo?” “Tutto ciò si ottiene con la grazia del Signore che si cerca con devozione e il miglior mezzo è la compagnia dei saggi.” “Chi è il Signore? Che cos’è la devozione e chi è saggio?” “Quello che sostiene il mondo è il Signore e la devozione è fissare la propria mente su Lui. Il saggio è colui che è misericordioso e pacificato.” “Ti prego, dimmi, chi teme sempre questo mondo e chi è il più miserevole?” “Non ha alcun timore chi non è attaccato alle cose. Chi ha superato la sua mente è privo di felicità e infelicità e un realizzato è sempre ricco” “O principe, chi è oltre ogni definizione? Chi è senza corpo e che cos’è l’azione nella non-azione?” “Il liberato in vita non può essere definito. Egli è anche senza corpo, sebbene pare avere un corpo; tutte le sue azioni sono nella non-azione.” “In questo mondo cosa è e che cosa non è? Che cos’è in assoluto una non realtà? Se rispondi a questo libererò tuo fratello.” “La Coscienza è e non è. Questo mondo, in quanto oggettivato, è in assoluto una non realtà. Ora ti prego di liberare mio fratello.” Il demone, soddisfatto dalle corrette risposte, liberò Rukmāngada e ritornò a essere un brāhmaṇa. Avendo visto la trasformazione del demone che subito splendeva come un santo, il principe, sorpreso, gli chiese chi fosse. Il brāhmaṇa gli raccontò la sua storia: “Una volta ero un brāhmaṇa di nome Vasumān e vivevo nel Magadha. Ero famoso per la mia conoscenza delle scritture. Avendo sconfitto molti sapienti, divenni superbo della mia erudizione. Una volta cominciai una discussione con Aṣṭaka Muni alla corte del Re di Magadha. Il saggio era veramente un dotto, un realizzato e calmo, mentre io mi comportavo da sofista. Lo sconfissi nel suo discorso pieno di significati con la mia logica secca, ma il saggio rimase imperturbabile. Il suo discepolo Kaśyapa, tuttavia, non accettò la cosa e mi maledisse: “O malvagio! Hai insultato il mio Guru, perciò da adesso in poi vivrai una vita da Brahmarākṣasa.” Spaventato da questa maledizione, chiesi la protezione del santo a cui mi prosternai tremante. Il sant’uomo si mostrò benevolo con me, nonostante l’avessi offeso, e trovò un modo per liberarmi dalla maledizione. Disse: “O brāhmaṇa, dato che hai sostenuto il tuo punto di vista erroneamente e dogmaticamente, nonostante le mie appropriate risposte, potrai essere liberato dalla maledizione solo quando un saggio risponderà correttamente alle domande che gli rivolgerai.” O principe, oggi sono stato liberato da te dalla maledizione. Ho capito che un jñāni che ha realizzato il Sé è l’uomo migliore del mondo.” Hemāngada fu molto sorpreso nell’udire la storia del brāhmaṇa. In seguito, raccontò molte altre storie su questo tema e così il principe appagò le sue curiosità.» Dattātreya continuò: «Dopo di che, Hemāngada, salutato Vasumān, tornò al suo regno con il fratello e il suo seguito.»

    XXII. Capitolo – Conclusione

    Udita la storia del brāhmaṇa, Paraśurāma chiese: «Cosa gli aveva detto ancora il brāhmaṇa liberato dalla maledizione e quali spiegazioni il principe gli diede? Ti prego di raccontarmi ciò che a me suona così nuovo.» Dattātreya rispose che c’era un profondo significato in ciò che gli aveva detto e ora che avrebbe dovuto ascoltarne attentamente l’epilogo. «Vasumān continuò “O principe, ti dirò cosa udii quel giorno dal saggio Aṣṭaka sulla realizzazione ultima. Ma l’ho capito meglio ora che l’ho udito di nuovo da te. Mi restano alcuni dubbi sul tuo comportamento, pur essendo tu un realizzato. Come si agisce in questo mondo quando si è realizzati? Come la luce e l’oscurità possono esistere una a fianco dell’altra? Ti prego, spiegamelo.” Hemāngada rispose: “Sembra che tu non sia del tutto libero dalla tua illusione. Come può la vita di azione creare ostacoli a un realizzato? Se l’azione fosse davvero un ostacolo per la conoscenza del Sé, allora si dovrebbe sempre vivere in samādhi. Ma cosa s’otterrebbe da quello stato simile al sonno profondo che scompare non appena ci si sveglia? Dato che tutte le attività appaiono sulla Coscienza-conoscenza, come che l’azione potrebbe mai essere d’ostacolo alla Coscienza? Le azioni appaiono per volontà (saṃkalpa) del pensiero; quando la mente realizza questo attraverso lo stato di non-mente, allora sei realizzato. Questo è certo. Questo tipo di dubbi non dovrebbero venire a un saggio come sei tu.” Vasumān rispose: “O principe tutto questo è vero ed è la mia ferma certezza. La natura del Sé non è altro che la Coscienza libera di ogni attività della mente. Ma l’illusione non riprende dominio sul realizzato non appena egli fuoriesce da questa pura Coscienza e si ritrova in uno stato di attività mentale? L’apparizione dell’attività mentale sullo schermo della Pura Coscienza è come l’apparizione del serpente sulla corda. Non è questa una conoscenza erronea?” Hemāngada replicò: “O brāhmaṇa, sembri incapace di discriminare tra ciò che è illusione e ciò che non lo è. Il cielo non appare forse blu anche a chi sa com’è in realtà? Si continua a dire ‘il cielo è blu’. In base a ciò, non si può dire che la reale conoscenza sul colore del cielo sia contraddetta solo perché si ripete quella frase. Ciò che è illusione per l’ignorante è luce per il saggio. È luce che rimane nella sua assolutezza dopo che si capisce cos’è l’oggettivazione; il mondo oggettivo non causa più né gioia né paura. Quando il senso dell’ego è rimosso dalla Coscienza, diventa innocuo come un serpente morto. La vita nel mondo per l’uomo di conoscenza è come un riflesso sullo specchio. Questa è la differenza tra il saggio e l’ignorante. Le azioni del saggio sono pensieri che egli stesso ha voluto e sono il suo irraggiamento (prabhā), mentre per l’ignorante la stessa cosa è un’illusione. Tutte le azioni del saggio sono essenzialmente sagge, perché non c’è possibilità che ricada nell’illusione, dato che sa che le sue azioni sono come il riflesso sullo specchio. Se credi che tutta l’oggettività debba scomparire dopo la realizzazione del Sé, significa solo questo: quello che è causato dall’ignoranza sarà distrutto dalla conoscenza, ma non ciò che è dovuto a qualche altra causa. Un uomo che ha la vista affetta da diplopia vede due oggetti sebbene ce ne sia solo uno. Nessuna conoscenza curerà questo difetto, perché la causa di vedere due oggetti non è dovuto all’ignoranza, ma alla vista difettosa. Questa apparenza del mondo è dovuta alle inclinazioni dovute alle vite passate di ognuno, per cui l’attività della vita non può fermarsi finché il suo karma permane. Dopo la completa distruzione di tutti i karma, rimarrà solo la Coscienza.” Così, o Paraśurāma, il saggio non può essere illuso dalla vita mondana. Il brāhmaṇa chiese ancora: “Come può essere così? Tutti i karma del saggio sono stati distrutti dal fuoco della conoscenza, ma ci possono essere karma residui per il realizzato.” Il principe replicò: “Ascolta: ci sono tre tipi di karma, quello che sta già maturando (prārabdha), quello non maturato (āgāmi) e quello distrutto non appena è sorto (kriyāmaṇa). Tutti i karma, eccetto quello che sta maturando, sono distrutti dal fuoco della conoscenza. È il tempo che porta a compimento i karma. Questo è il piano del destino. Invece, le azioni compiute dopo la realizzazione non lasciano alcuna traccia, essendo bruciati dal fuoco della conoscenza. I karma che stanno maturando sono chiamati prārabdha. Sono come frecce lanciate da un arco e quindi sicure di arrivare al bersaglio; nulla può fermarli. L’intero mondo di apparenze è basato su di essi.

    Ma tutto ciò è solo un’illusione. Gli jñāni di media intelligenza sentono sia sofferenza sia piacere nelle apparenze del mondo causate dal prārabdha karma, ma esse non possono creare alcuna illusione al liberato. Ti dirò ora dei risultati di queste azioni. A coloro che hanno una conoscenza scarsa, portano risultati immediati; per quelli di medio livello i risultati in forma di gioia e dolore non hanno molto peso. Anche quelli di grado più elevato li vedono chiaramente, ma, essendo ben consapevoli della loro natura illusoria come le corna della lepre, non sperimentano né dolore né piacere. Dato che gli ignoranti sono sempre interessati ai risultati delle loro azioni, li sperimentano intensamente. Gli illuminati, invece, sono immersi nel loro Sé e sono, perciò, indifferenti ai risultati esterni. Anche per quelli di grado mediano i risultati non hanno lo stesso effetto che per l’ignorante. Quelli di grado medio li sperimentano come in sogno, come la puntura di una zanzara in sogno. Piacere e dolore sono privi d’effetto come una corda bruciata per coloro che hanno una intelligenza elevata, anche se li percepiscono chiaramente. Sono distaccati prima e dopo l’esperienza di sofferenza e piacere. Sono come attori che piangono o gioiscono mentre recitano, ma in sé rimangono calmi e non coinvolti. Quindi i piaceri e le pene del prārabdha, sono del tutto non reali come le corna della lepre. L’ignorante che non ha realizzato la natura del Sé crede che il corpo sia reale. Quelli intelligenza media, pur sapendo che il Sé è Coscienza, capiscono la falsità dell’apparenza oggettiva, ma, non essendo la loro pratica perfetta, le loro inclinazioni dovute al passato si oppongono a questa conoscenza, così a volte percepiscono il corpo come fosse il Sé e pensano che l’apparenza oggettiva sia reale. Tuttavia, respingono le loro illusioni nel loro retto pensiero. Poiché sia la verità sia la falsità risiedono in loro, sperimentano interiormente piacere e sofferenza. Tuttavia, il senso di verità e falsità per loro non ha uguale forza. La loro conoscenza del Sé continua a vincere le false credenze sulle apparenze del mondo. La vera conoscenza non è toccata dalle illusioni delle apparenze mondane. Il risultato della falsa conoscenza è l’oblio della conoscenza del Sé. Ma il cercatore si affida al retto pensiero e spazza via le illusioni con il pensiero che il mondo è solo mera apparenza. Quelli di medio livello non hanno né perdita di coscienza di Sé né apparenza del mondo. È solo con sforzo che hanno coscienza del corpo e ciò solo in rare occasioni. Si sperimenta tutto questo durante il perfezionamento. Essi rimangono sempre più in armonia con il Sé finché raggiungono la perfezione. Raggiungendo la perfezione, non sono consapevoli del corpo nemmeno con sforzo. Per quelli di più alto grado, non esiste differenza tra lo stato di samādhi e quello dell’azione, poiché sono ininterrottamente in sintonia con la natura del Sé. Invece la continuità della Coscienza del Sé è interrotta dalla vita di azione per quelli di grado medio, ma non per quelli di livello più alto, che non si curano se stanno facendo qualcosa volontariamente o a causa del karma passato. Infatti, o Vasumān, se si osserva attentamente il cuore di quelli di medio e alto livello che hanno raggiunto la perfezione, essi non sono sottoposti ad alcun karma. Non sono consapevoli di nient’altro se non della Coscienza come loro reale natura. Cosa potrebbe essere il karma per loro? Il fuoco della conoscenza ha distrutto ogni loro karma. È agli altri che appare la loro vita di azione, come il gioco dell’illusionista. Ti darò qualche altra informazione. Ascolta. Il loro stato di Coscienza è, senza alcuna differenziazione, come quello di Śiva. Così le azioni e i loro frutti non hanno alcuna presa su di essi. Che appaia che agiscano o no, è l’immaginazione che altri proiettano su di loro.” Avendo udito questo da Hemāngada, tutti i dubbi di Vasumān furono spazzati via e la sua mente fu purificata. Il principe gli porse i suoi rispetti3 e Vasumān, avendoli accettati, ritornò a casa. Anche i due fratelli si diressero verso il loro regno.» Paraśurāma, così parlò a Dattātreya: «O Guru, ho ascoltato tutto ciò che mi hai detto. Tutti i miei dubbi sono scomparsi e ora capisco la natura del Sé. Il Sé è Coscienza come il filo che attraversa i grani del rosario. È quello che appare ovunque. Questa è la verità. Ora ti prego di farmi un riassunto di tutto questo, in modo che lo possa sempre ritenere in me.» Dattātreya disse: «Ascolta, o Paraśurāma: ti dirò l’essenza di tutto questo. La Dea onnipotente, che è la Coscienza, che è veramente l’Io-Coscienza, proietta l’apparenza del mondo sulla sua propria essenza, come il riflesso su uno specchio, con il suo potere di volontà o con quel potere della māyā chiamato Libertà. All’inizio essa è infinitamente estesa, essendo Pura Coscienza. Con la sua libertà appare in due forme. Una forma s’esprime come Sé-Coscienza (Ātma Caitanya) e l’altra, che è il suo opposto, è non-Coscienza (acit). La non-Coscienza è esterna e non esistente dal punto di vista della prima. Ora, la prima forma del perfetto Io-Coscienza è conosciuta come Sadāśiva. S’identifica con la parte non cosciente pensando continuamente “Io sono così e così”, considerandosi differente. Poi, desidera creare il mondo, così s’identifica con la materia non cosciente per mezzo del pensiero intenso “Io sono il corpo”, invece di “il corpo è questo”. Così lo stesso Signore, avendo già pervaso il non cosciente, si manifesta come la trimurti di Brahmā, Viṣṇu e Maheśvara. Poi vengono innumerevoli creatori Brahmā, che creano molti mondi comprendenti una moltitudine di soggetti conoscenti e di oggetti conoscibili. Naturalmente molti Viṣṇu e Rudra vengono a mantenere e a distruggere i mondi. Così il mondo viene a esistere, essendo solo un’apparenza, come il riflesso sullo specchio. In realtà, nulla è stato creato. Ciò che realmente è il Fatto è che la perfetta Coscienza nella sua pienezza, che sembra disperdersi in infiniti ‘io’ finiti. O Paraśurāma! Quando parli, ti identifichi con la parola, anche se sei Coscienza Pura; allo stesso modo l’infinita Coscienza limita se stessa identificandosi con tutte le cose create a partire da Brahmā, il creatore, fino a un filo d’erba! Nonostante appaia come altro, tutto è solo Coscienza. Se sei cosciente di tutto il corpo, pur essendo incapace di sperimentare il tatto o il gusto direttamente se non attraverso i sensi, allo stesso modo Sadāśiva, sebbene senza alcuna differenza interna, s’identifica con tutte le cose oggettive e diventa molteplice. O Paraśurāma, come la tua Coscienza, quando è esente da costruzioni mentali, non conosce né produce alcuno oggetto pur restando supporto di tutti gli oggetti possibili, allo stesso modo la Suprema Coscienza non conosce né produce di per se stessa alcun oggetto particolare, pur costituendo il sostrato di tutti gli universi. Tutto questo mondo è riflesso su di essa come in uno specchio, per sua libera volontà. Come guardando il riflesso si vede invece lo specchio, allo stesso modo, osservando l’apparenza del mondo si vede la Pura Coscienza, il Sé. Io, tu e tutti gli altri soggetti conoscenti, non siamo che il puro Testimone. In assenza di relazione con l’oggetto, la Coscienza è Pura. Proprio come uno specchio che non riflette alcun oggetto rimane sempre specchio, così la suprema Coscienza rimane se stessa, pura e non duale quando l’apparenza del mondo, dovuta all’attività del pensiero, svanisce. Non essendoci lì la minima presenza di dolore e sofferenza, è pura felicità. In quanto meta di tutti i desideri, è beatitudine e felicità. La beatitudine è la natura del Sé, perché Quello è tutto ciò che si desidera. Per questo il contatto con il corpo provoca desiderio. Tutti i piaceri per gli oggetti sono dovuti al desiderio di Quello. La beatitudine è sperimentata in alcune occasioni, come nel sonno profondo e nella rimozione della sofferenza. Ma la beatitudine del Sé è qualcosa di non creato ed è ottenuto senza alcun mezzo esterno. Poiché ognuno desidera la Coscienza, essa è pura e semplice Beatitudine (Ānanda), ma l’ignorante non lo capisce. Il piacere è prodotto dalle cose. Perciò l’ignorante pensa che la suprema gioia sia qualcosa di esterno. Proprio come si prende il riflesso nello specchio per una cosa reale, non essendo consapevoli dello specchio, ma, quando si realizza la verità, allora lo si capisce per quel che è (cioè differente dallo specchio). Qui la situazione è la stessa: la sola differenza sta nella Coscienza e nella realizzazione della persona. Così anche il realizzato è sempre cosciente del Sé, nonostante le apparenze che ha davanti. Non conosce le apparenze come differenti da se stesso. Proprio come la forma di un vaso appare nell’argilla, l’ornamento nell’oro e la scultura nella pietra, così l’apparenza del mondo è vista nella Coscienza. Allora, la Coscienza è differente dal mondo delle apparenze? Ti prego di non concludere che il mondo non abbia esistenza4. Tale pensiero è imperfetto, è difettoso. È una credenza impossibile. Chi cerca di negare il mondo con un solo atto della mente, lo porta in esistenza proprio con quell’atto di negazione. Come la città riflessa sullo specchio non è una realtà, ma esiste come riflesso, così questo mondo non ha una realtà in sé, ma è la stessa Coscienza. Questo è autoevidente, è perfetta conoscenza. Se cerchi di limitare la Coscienza negando il mondo, non ti sarà possibile. Proprio come lo stesso specchio è sperimentato grazie alla città che vi si riflette, così questa stessa Coscienza appare come oggettività con il suo potere e gloria. Questa è l’essenza dell’insegnamento delle scritture. Non esistono legame (bandha) né la Liberazione (mokṣa). Non ci sono cercatore né metodi per la cerca5. Senza parti, non duale, Coscienza, solo Tripurā pervade ogni cosa. Essa è conoscenza e ignoranza, legame e liberazione e anche il mezzo per la Liberazione. O Paraśurāma! Questo è tutto ciò che si deve conoscere, non c’è nient’altro. Così ti ho insegnato l’emergere della Conoscenza dall’inizio alla fine. Chi capisce ciò non sperimenterà più sofferenza.»

    Il saggio Hāritāyana disse: “O Nārada, questo dialogo tra Datta e Bhārgava, essendo semplice, puro, basato sulla ragione e sull’intuizione, cancella tutte le illusioni in chi l’ascolta. Se qualcuno ancora dubita, deve proprio essere non cosciente come una pietra. Come potrebbe tale persona ottenere la conoscenza? Basta aver ascoltato una sola volta queste parole per dimorare per sempre nella conoscenza. Forse alcuni, meno intelligenti, dovranno ascoltarlo una seconda o terza volta. L’ascolto porta conoscenza e merito. Chiunque tenga questo testo sempre vicino a sé e lo legga con attenzione e śraddhā, sarà libero dal pensiero duale e renderà pura la sua mente. La costante ripetizione dei mantra purifica la mente e conduce alla via della conoscenza (jñāna mārga); l’Assoluto, contemplato e conosciuto come il proprio Sé, identico alla Dea Tripurā, più bella delle tre avasthā, è la Liberazione; non comprenderlo è schiavitù.”

    Oṃ Śāntiḥ Śāntiḥ Śāntiḥ

    1. Anugraha, è spesso tradotto con ‘influenza spirituale’: si tratta dell’intervento sottile che il Guru esercita per aprire l’accesso delle nāḍī alla circolazione del prāṇa cosmico di Hiraṇyagarbha.[]
    2. Ficus benghalensis.[]
    3. Il saluto rispettoso che lo kṣatriya deve rendere ai brāhmaṇa.[]
    4. Come sostengono i buddhisti śūnyavādin.[]
    5. Cfr. la Kārikā II.32 di Gauḍapāda annessa alla Māṇḍūkya Upaniṣad: “Non c’è dissoluzione né origine di alcun oggetto, non c’è nessuno che sia limitato, nessuno che pratichi una sādhanā o che aspiri alla Liberazione e nemmeno c’è alcun liberato. Questa è la Verità assoluta”.[]