6. Tripurā Rahasya
6. Tripurā Rahasya
Il Mistero della Dea Tripurā
Jñāna kāṇḍa
Traduzione e note a cura di Maitreyī
XIX. Capitolo
Le apparenti diversità di comportamento esteriore degli illuminati sono dovute alle differenze dell’intelletto individuale e alla diversità degli strumenti metodici usati1. Dopo aver udito la risposta ai suoi dubbi da parte di Śrī Dattātreya, Paraśurāma gli pose domande relative al comportamento del singolo saggio. Egli chiese: «Ti prego di spiegarmi come il raggiungimento della conoscenza dipenda dall’intelligenza del singolo. Infatti la realizzazione del Sé non è forse identica per tutti, dato che si tratta della cerca della vera natura del proprio Sé? Come, dunque, possono esserci differenze nel percorso metodico dovute al loro intelletto e a differenti inclinazioni mentali? Ci sono anche differenze di metodo per arrivare alla conoscenza dell’Ātman? Ti prego di chiarirmi questo punto.» Subito il benevolo Dattātreya s’accinse a spiegare: «O Paraśurāma, ti dirò l’essenza di questo. Non c’è differenza nel metodo e nella conoscenza, dato che non ci sono metodi differenti né diversa conoscenza. Tuttavia, ci possono essere differenze nel percorso in ragione dell’applicazione del metodo a seconda di qual è il punto di partenza. Se il metodo è stato applicato fino alla fine, la realizzazione della conoscenza avviene senza sforzo. Se il metodo non è applicato adeguatamente, è evidente che nemmeno ci sarà realizzazione. In verità, nessun metodo è necessario per ottenere la conoscenza del Sé. La conoscenza non può essere ottenuta tramite sforzi né con qualche disciplina. È autostabilita: c’è e basta. Coscienza significa conoscenza autoluminosa ed è eternamente autoconosciuta. Quale sforzo e disciplina dovrebbero essere necessarie per raggiungere l’autoilluminazione sempre esistente? La Coscienza è sempre presente nello scrigno nascosto nella mente, perciò, inizialmente, non è riconosciuta, essendo coperta dall’impurità d’innumerevoli brame e inclinazioni mentali (vāsanā). Così, ciò che è necessario è purificare la mente con l’acqua pura di un metodo correttivo atto a rimuovere l’impurità dei desideri e delle inclinazioni. Lo scrigno della Coscienza è chiuso, per cui è necessario rettificare la mente per aprirlo. Quando è aperto, il gioiello brillantissimo è lì. Tutti i diversi metodi e discipline servono solo a purificare la mente dai desideri che la pervadono. Questo è il solo fine delle discipline. Le diversità tra gli intelletti dipendono dalla quantità e dalla qualità dei desideri che li contaminano. Quanto più la Coscienza è coperta da impurità, tanto più sono necessari disciplina e sforzo. Sebbene le inclinazioni e i desideri siano molteplici, tre sono le principali impurità: 1- la tendenza a compiere il male (aparādha vāsanā); 2- l’inclinazione all’attività incontrollata (vāsanā karma); 3- la propensione a farsi trascinare dal desiderio (kāma vāsanā). Il primo demerito, la aparādha vāsanā, contraddice le indicazioni delle scritture ed è una colpa devastante che porta a una visione rovesciata. A causa di questa impurità accade spesso che molti, anche dotati di buene capacità, non riescono a concepire il Supremo, nonostante siano in contatto con sant’uomini e abbiano conoscenza delle scritture. Essi non credono che l’Assoluto esista, pensano che tale cosa sia impossibile, e che se anche esistesse sarebbe inconoscibile per chiunque e in ogni tempo. Non solo sostengono queste credenze, ma pensano che se tale cosa fosse conoscibile non sarebbe il Supremo e, quindi, che la conoscenza non possa liberare nessuno. Continuano a dubitare in questo modo senza trovare mai una soluzione. Questa impurità è costituita dall’assenza di certezza (śraddhā) ed è il più grande ostacolo. Ci sono molti eruditi nelle scritture ed esperti in scienze e arti che, in preda a questa impurità, continuano a trasmigrare nel ciclo di vite e morti.
Karma vāsanā sono le tendenze dovute all’impurità causata da azioni compiute in vite passate e alle impronte (saṃskāra) che hanno lasciato impresse nella mente degli attuali viventi. Essi pongono obiezioni inutili che sono d’ostacolo alla comprensione, così il Guru può spiegare la verità in tutta la sua chiarezza, ma il discepolo non è in grado di capirla. Queste inclinazioni passate sono difficili da vincere.
Infine, le kāma vāsanā sono il desiderio e la pulsione all’azione volta a realizzarne i risultati (karma phala). Pensano che “questo è il mio svadharma e questo è ciò che devo fare” e altre simili credenze. O Rāma, c’è n’è di una varietà infinita; chi può contare le onde del mare o gli atomi sulla terra e le stelle nel cielo? È difficile dire quanti desideri ci siano. Questo è il terzo tipo di impurità, più esteso del cielo e più incrollabile di una montagna. È conosciuto anche come falsa speranza. È a causa di questo che molti diventano pazzi e bruciano nel fuoco della sofferenza. Solo rari i grandi asceti che si sono liberati da ciò con il loro intenso distacco e con la potenza dello yoga e sono diventati realmente calmi, irraggiando pace dal loro corpo. Quando la mente è sovraccarica di queste tre inclinazioni, essa non può vedere la luce della Coscienza, ultima Realtà.
Ora ti spiegherò come il metodo libera dalle brame e dalle inclinazioni. È possibile liberarsi dalla prima vāsanā, arrivando alla corretta conclusione per mezzo della śruti insegnata da un vero maestro. La seconda è superabile in una o più vite con la grazia del Signore. Non ci sono altri mezzi a disposizione in questo caso. Ci si libera dalla terza inclinazione con il distacco (vairāgya) che si assume notando la limitazione degli oggetti del desiderio. L’impegno esercitato per questa discriminazione sarà proporzionale al radicamento di questa terza vāsanā. Ma il principale fattore per ottenere la Liberazione è il desiderio della Liberazione (mumukṣutva); senza questo ogni ascolto (śravaṇa) e riflessione (manana) saranno inutili. Naturalmente si può discutere di ciò che si è udito, ma coltivare la dialettica è inutile come studiare un’arte: non conduce alla Liberazione. Se non c’è un sincero desiderio di essere liberati, ogni ascolto e riflessione sono inutili come decorare un cadavere con gioielli. Così è il passeggero desiderio per la Liberazione, come quando si sta ascoltando da qualcuno la gloria della Liberazione. Il solo effimero pensiero non è realmente efficace. Quanto maggiore e continuo è tale desiderio, tanto beneficio se ne trae. Tutte le azioni fatte con il desiderio di riceverne ricompensa non hanno come effetto la Liberazione2. Chi non desidera la felicità? Come questo aiuta a ottenere la Liberazione? Ci deve essere un intenso desiderio per la Liberazione. Solo allora il risultato è immediato. Tale intenso desiderio vale quanto tutte le discipline (prakriyā) messe assieme. Solo questa è la principale spinta affinché le discipline funzionino. Solo tale qualifica è chiamata buona disposizione. Proprio come un uomo che si è ustionato non cerca altro se non il lenimento di un unguento rinfrescante, così è colui che guarda a null’altro se non alla Liberazione, perché solo così la si può ottenere. Se ne può aumentare l’intensità proprio osservando le imperfezioni del mondo. L’indifferenza e il distacco intensificano il desiderio per la Liberazione. Rendersi conto dei difetti delle cose porta al distacco per gli oggetti e questo, a sua volta, porta al desiderio di Liberazione che sprona a essere pronti. Essere pronti è definito meglio come una intensa applicazione della disciplina e solo tale intensificazione porta a mirabili risultati.» Sentendo questo Paraśurāma ebbe ancora un dubbio. Pose dunque questa obiezione: «O maestro, all’inizio hai dato importanza alla frequentazione dei saggi, come mezzo per la Liberazione; ora dai una uguale importanza alla grazia del Signore e all’introspezione per vedere i difetti delle cose. Quali di queste è la più importante? Sono convinto che nulla accada a caso. Qual è il mezzo per raggiungere il Summum Bonum? Ti prego di chiarirmi tutto questo.» Il compassionevole Guru Dattātreya rispose: «Ti dirò qual è il principale mezzo per Liberazione. La Dea Tripurā, la Pura Coscienza, con il suo potere creò questo mondo in se stessa, come il riflesso sullo specchio. Ella stessa prese la forma di Hiraṇyagarbha e creò i Veda, oceano di conoscenza, per il bene dei jīva impuri a causa dell’ignoranza senza inizio. I jīva sono naturalmente carichi di desideri e di varie inclinazioni. Per fare in modo che questi jīva possano realizzare il loro fine, creò vari tipi di risultati. Ogni jīva è naturalmente portato a compiere azioni buone e cattive che conducono a nascite umane in base alla natura delle azioni compiute, passando per i differenti gradi di forme viventi. Qui, in forma umana, il cercatore inizia a compiere azioni con il desiderio per i risultati, Per vedere i suoi desideri esauditi, egli consulta le scritture e così si avvede delle limitazioni di questo tipo di vita. Questo lo conduce a riflettere e comincia a pensare a cosa fare e, quindi, va da un Guru per essere guidato. Ascolta la grandezza e la gloria del Signore e su di lui si riversa la grazia, essendo questo il giusto momento affinché maturino i frutti delle sue azioni meritorie. Così si rivolge verso la Liberazione. In breve, entrando in contatto con un sant’uomo, inizia, in base ai risultati delle sue buone azioni passate, a puntare verso la Liberazione. Per questo la compagnia dei santi è la prima opportunità per puntare alla Liberazione. Naturalmente si può anche ottenere questa conoscenza spontaneamente, come la caduta di un frutto maturo, grazie all’intenso tapas e come effetto di grandi azioni meritorie. Così, in modi diversi si ottiene l’illuminazione, usando diversi mezzi. Anche il modo per raggiungere lo stato di jñāni può differire a seconda del grado d’intelligenza, delle impurità in forma di vāsanā passate e del maggior o minor uso di strumenti metodici. Coloro che hanno solo un sottile strato d’impurità sulla mente, ottengono la conoscenza con poco sforzo, ma altri che hanno la mente appesantita d’impurità, necessitano di una lunga disciplina. Ancor più, coloro che hanno una mente pregna d’impurità, devono a lungo continuare a sforzarsi. Per questo si trovano differenti modi di vita tra coloro che alla fine hanno raggiunto la conoscenza. Perciò devi capire che la differenza sta nella condizione di partenza della mente. La vita del cercatore cambierà in accordo della quantità delle impurità della mente che sono state rimosse. Ora ti mostrerò il perché delle differenze. Brahmā, Viṣṇu e Śiva sono saggi per nascita, ma il loro comportamenti sono diversi a causa delle differenze nella composizione dei guṇa. Non si può dire che abbiano impurità nelle loro menti per diversità dei comportamenti. Proprio come non si può cambiare il colore della pelle da nero a bianco, così è anche per il carattere del saggio. Tutto ciò è dovuto alla Prakṛti, cioè ai guṇa. Prendi, per esempio, me. Io sono il terzo figlio del saggio Atri: considera ora noi tre fratelli. Durvāsa è diverso da Candra e io sono differente da entrambi. Durvāsa è sempre pieno d’ira, Candra si dà a una vita di amore e lussuria, mentre io vivo una vita di assoluto distacco. Ti faccio un altro esempio: il saggio Vasiṣṭha è noto per il suo amore per i rituali, mentre uomini come Sanaka, e altri sono eremiti e rinuncianti che non compiono riti, e Narada è pieno di amore e devozione per il Signore. Śukrācārya era un poeta sempre pronto a proteggere gli asura, mentre Bṛhaspati era il Guru degli Dei e Vyāsa era dotto nell’arte della redazione di testi sacri. Il re Janaka governava sul suo regno e Jaḍabharata rinunciò al suo e visse tutta la sua vita nella foresta indossando un perizoma come un selvaggio. Come questi, molti uomini vissero e si comportarono in modi diversi a seconda del loro carattere e delle abilità che avevano dalla nascita. Ti svelerò il segreto di ciò: ricorda i tre tipi di impurità di cui ti ho parlato prima. Fra queste vāsanā, la seconda, la mancanza d’intelligenza, è la più grave. Sono veramente illuminati coloro che non ne hanno traccia. Per loro, anche il primo tipo d’impurità è rimosso facilmente, ma non i loro desideri, se non applicandosi severamente a una disciplina. Ma, o Paraśurāma, questo, tuttavia, non crea alcun ostacolo per i cercatori della conoscenza. Presso tali persone il distacco e la disciplina non sono molto importanti. Neppure hanno bisogno di meditare o di andare in samādhi. Colgono la Realtà non appena la odono. Ciò porta simultaneamente alla riflessione e alla contemplazione, e così tutti i loro dubbi sono subito rimossi. Tali persone sono liberate in vita come il re Janaka. Hanno una mente molto pura e sottile e perciò non hanno bisogno di pratiche continue per eliminare i desideri che la loro funzione pubblica potrebbe comportare. I loro desideri, non essendo d’ostacolo alla conoscenza, sono stati rimossi naturalmente. Avendo realizzato il Supremo, continuano la vita di prima in accordo con le loro caratteristiche precedenti. Tuttavia, in nessun caso, hanno le menti contaminate o coinvolte nelle cose. Tali grandi persone sono conosciute come bahumanas (mente molteplice). Invece, coloro le cui menti sono in preda all’ignoranza non realizzerebbero il Supremo neanche se il dio Mahādeva in persona venisse a insegnarglielo. Similmente non raggiungono la meta nemmeno coloro in cui l’adharma è molto forte. Viceversa, coloro che hanno minore presenza dei primi due difetti ma hanno il terzo, cioè il difetto di avere desideri alquanto forti, raggiungono la conoscenza dopo aver ascoltato a lungo, con riflessione e con grande sforzo e sofferenza. Avendo dedicato le loro vite alla disciplina, la loro sfera dell’azione è ridotta e, infine, annullano completamente i desideri. Quindi, diventano come se fossero ‘senza mente’. Questi cercatori sono di grado medio e sono descritti come coloro la cui mente è rimossa. La categoria di chi non ha maturato con la disciplina e la pratica del metodo, mantenendo ancora i desideri e la cui mente non è stata annullata, sono del terzo grado e sono chiamati ‘quelli con la mente’ (samanaska). Questi ultimi sono uomini che semplicemente perseguono la via della conoscenza, ma non sono mai liberati in vita (jīvanmukta) come quelli delle due categorie precedenti. Questi sono quegli uomini che perseguono la via della conoscenza (jñāna mārgin), subiscono le sofferenze in cui s’imbattono e sono soggetti al loro prārabdha karma: costoropotrebbero liberarsi in uno stato postumo3. Invece, quelli che hanno vinto il loro prārabdha sono conosciuti come quelli della non-mente (amanaska). O Paraśurāma, sappi che i piaceri e le pene che si incontrano nella vita sono i germogli cresciuti dai semi del prārabdha nel terreno fertile della mente. Quelli della ‘non-mente’, hanno distrutto il potere germinativo del prārabdha perché è stato bruciato nella mente come semi carbonizzati. Ora, quelli che hanno la mente molteplice sono le persone intelligenti e attive che possono occuparsi di più cose allo stesso tempo. Gli uomini ordinari seguono una sola via e sono attivi solo in una direzione, le loro azioni, parole e pensieri sono diretti su un unico percorso. Sebbene la mente sia una, si esprime in questi tre modi. Il jīva realizzato del più alto grado compie qualsiasi attività della vita senza timore, senza deviare dalla consapevolezza della sua essenza ultima. Ben si sa come un maestro capisca e riconosca contemporaneamente chi lo capisce male, chi ne distorce le parole e chi ha la ma mente disordinata. Lo sa per sua esperienza come il tuo nemico Sahasrārjuna4 lottò contro di te con le sue mille mani, ognuna armata diversamente, senza fare il minimo errore. Proprio come questi uomini che hanno la mente molteplice possono compiere tutte le azioni in corretta successione, così lo stesso accade al saggio del più alto grado. Tali persone che sono stabili nel Sé, anche se iniziano una qualche attività esteriore, perciò con mente rivolta all’esterno, non provano alcuna difficoltà che alteri il loro stato di beatitudine. Sono per questo chiamati ‘saggi dalla mente molteplice’(bahumanas). Non appena il karma germoglia dalla loro mente, è incenerito immediatamente dal fuoco della conoscenza. [Presso gli uomini ordinari] le tracce (saṃskāra)del karma delle vite anteriori sono i semi da cui germinano i desideri. Quando la mente si sofferma su questi ultimi, si produce il karma che provoca piacere e sofferenza in chi ne fruisce. Ma di cosa si può fruire se i semi sono bruciati? Gli jñāni della categoria più elevata, tuttavia, sembrano compiere azioni come gli altri esseri umani: sono come gli adulti che talvolta giocano con i bambini per divertirli. Pare che si divertano delle sciocchezze dei giochi e che siano dispiaciuti quando un giocattolo si rompe, mentre, invece, rimangono in sé distaccati. Similmente, il realizzato dalla mente molteplice attraversa senza attaccamento piaceri e sofferenze del mondo. Possono fare qualcosa per gli altri e la pena e il piacere prodotte da tali azioni non li toccano perché sono esterne a essi: così accade nella vita del saggio! Nel loro intimo sono sempre in pace. Altri jñāni non hanno praticato la disciplina del controllo della mente e dei pensieri contraddittori per bruciare le impurità delle loro vāsanā eper questo si continuano a manifestare. Questo spiega anche perché uno si dedichi ai rituali, un altro all’amore, alla lussuria o all’ira. Per questo gli jñāni si comportano in modo differente; fra quelli ‘con mente’, alcuni non si curano di alcuna apparenza esteriore, specie durante i samādhi, perché percepiscono l’irrealtà del mondo. Tuttavia, la conoscenza provoca un totale cambiamento di punto di vista. Così si deve differenziare fra la fantasmagoria dell’apparenza del mondo che si sperimenta prima della realizzazione e quella dopo. Esternamente non c’è alcuna differenza, nulla è cambiato. Tutto ciò che è accaduto è una correzione interiore del punto di osservazione. Avendo così falsificato l’apparenza degli oggetti, come potrebbe la non-mente o la Coscienza essere toccata da piaceri o sofferenze? Perciò la Coscienza del più saggio non è mai attaccata agli oggetti anche quando essi appaiono presenti davanti a lui. Quelli che hanno la non-mente vivono in uno stato di non-mente. L’assenza di ogni agitazione della mente significa essere senza mente e la presenza di attività della mente (savikalpa) è la funzione della mente per conoscere gli oggetti. Il saggio continua ad apparire in entrambe questi stati, cioè sankalpa e unmaṇī daṣā (lo stato non-mente). Esternamente appare come se compisse azioni per mantenersi in vita, cioè la sua mente sembra rivolta all’esterno, ma interiormente è immerso nel suo Sé, nella Beatitudine e nell’immobilità e la suaCoscienza è sempre continua e distaccata. Questa è la risposta alla tua domanda, o Paraśurāma.»
XX. Capitolo
Śrī Dattātreya così continuò: «O Paraśurāma, ho risposto alle tue domante e ora ti racconterò una storia dei tempi antichi. Molto tempo fa, alla corte del dio Brahmā nel mondo della Verità5, ci fu una discussione sulla conoscenza. Nell’assemblea della dotta corte c’erano molti realizzati, principi e asceti come Bhṛgu, Aṅgirā, Praceta, Nārada, Cyavana, Vāmadeva, Viśvāmitra, Gautama, Śuka, Parāṣara, Kaṇva, Kaṣyapa, Dakṣa, Sumanta, Śaṅkha, Lekhita e Devala. Essi affrontarono un’argomentazione molto sottile e sottoposero la questione al Dio Brahmā: “O grande Dio, tutti noi qui riuniti siamo conoscitori della verità suprema, ma ci comportiamo in modo differente in base alle nostre diverse caratteristiche. Molti rimangono in samādhi, alcuni sono impegnati in discussioni, mentre altri continuano a vivere attivamente o sono assorti nella devozione e alcuni vivono come uomini comuni del mondo. Puoi per piacere dirci chi fra di noi è il migliore?” A questa domanda Brahmā capì che essi non avevano una sufficiente fede in lui e così, evitando la risposta, disse: “O saggi, neanch’io lo so con certezza. Penso che il Dio Mahādeva ne sappia di più. Andiamo da lui e chiediamoglielo.” Così tutti andarono da Mahādeva, il Dio di tutti gli Dei. In quell’occasione era presenta anche Viṣṇu. Brahmā pose la domanda dei saggi. Mahādeva, leggendo nella mente di Brahmā, capì la loro mancanza di fede e pensò che fosse meglio non dare una risposta diretta. Pensò che non avrebbero capito e che avrebbero considerato la sua opinione come una tra le tante e che le sue parole sarebbero state vane né avrebbero tratto profitto dalla risposta. Pensando così, disse: “O saggi, non so bene cosa rispondere. Quindi, mediterò sulla Dea della conoscenza Vidyā Devī; forse potrò rispondervi meglio per mezzo della sua grazia.” Udito ciò, Mahādeva assieme a tutti saggi, con Brahmā Viṣṇu e Śiva cominciarono a meditare sulla Dea della Conoscenza, personificazione della Coscienza. Quando furono tutti assorti nella meditazione si sentì un grande tuono dai cieli e la Dea si manifestò con queste parole: “O saggi, perché avete meditato su di me? Di grazia, comunicatemi il desiderio dei vostri cuori. Nessuno è mai rimasto insoddisfatto da me.” I saggi salutarono la Dea con rispetto, udendo le parole celesti. Ognuno la lodò in vari modi con le loro preghiere e, dopo quei preliminari, posero la domanda. “O Dea della Conoscenza, tu che sei Tripurā, accetta il nostro saluto. Tu crei, manteni e dissolvi l’universo, accetta il nostro saluto! Essendo non nata, sei la più antica, senza età, sei sempre nuova, sei tutto, onnisciente e beata. Così sei anche l’assenza di tutto, il grande vuoto, non essendo da nessuna parte, senza alcuna qualità, non conoscendo nulla e priva di tutti i piaceri. Così ti salutiamo. Alla tua destra, alla tua sinistra, sopra e sotto, da tutti i lati va il nostro saluto a te. Ti preghiamo di essere benevola e dirci qual è il tuo aspetto supremo e quello non supremo e anche la tua gloria, la conoscenza, i suoi frutti e i mezzi per raggiungerla. Ti preghiamo anche di dirci chi è il giusto cercatore, qual è il più alto stadio della cerca e chi fra i realizzati è il più elevato. O Dea, rispondi a queste domande. A te vada ancora il nostro saluto.” Dopo queste parole la Dea, sentendo compassione per loro, iniziò il suo profondo discorso: “O saggi, risponderò alle vostre domande una per una. Vi darò la crema dei Veda e della conoscenza affiorata dallo zangolamento dell’oceano di latte.
La mia forma suprema è evidente a tutti, essendo quella che fa che il mondo appaia come un riflesso su uno specchio e che sostiene e dissolve il mondo. Coloro che non conoscono il Sé mi trovano nella forma del mondo. La mia vera forma è quella che gli yogi realizzano nella loro Pura Coscienza come pace assoluta, quiete e mancanza di illusorietà. I vicārin concentrati su questo, meditano solo per amore e devozione senza aspettarsi alcuna ricompensa. Questa attitudine crea nella mente l’idea della dualità tra Dio e devoto, nonostante la sua natura non duale. Il Signore è concepito quale controllore interno dei sensi, mente e intelletto e, quando non è in relazione con essi, è pensato come il vuoto. È quello di cui le scritture dicono: “Questa è la mia forma suprema”6.
Nell’isola di gioiello7, circondata dall’oceano di nettare, oltre l’universo, c’è un tempio fatto di cintāmaṇi8, nel boschetto di alberi kadamba9. C’è un seggio con quattro piedi che rappresentano Brahmā, Viṣṇu, Maheśa e Īśvara e lo stesso seggio rappresenta il dorso di Sadāśiva. Su questo è posta la mia icona non suprema di Tripurā, in forma di eterna unione (mithuna). Inoltre, Sadāśiva, Īśāna, Brahmā, Viṣṇu, Śiva, Gaṇeśa, il Dio dalle sei facce, Indra, i guardiani delle otto direzioni, la dea Lakṣmī e altre śakti, i Vasu, i Rudra, i Gaṇa, gli asura, gli Dei, i nāga, gli yakṣa e altri Dèi adorati, altro non sono che le forme manifestate. Essendo così onnipervadente e ovunque, non sono riconosciuta dalla gente illusa dalla māyā. Nonostante questo, tutti mi adorano e io esaudisco i loro desideri. Non c’è nessuno più benevolo e venerabile di me. Chiunque mi adori in qualsiasi modo è di conseguenza esaudito.
La mia gloria è illimitata. Senza ricorrere ad alcun aiuto esterno, sono Unicità e Coscienza per essenza, appaio nella forma del mondo infinito, ma nonostante questo, io rimango nella mia vera natura. Compiere tale miracolo è la mia gloria. O saggi, vi dirò altro ancora, ascoltate con la massima concentrazione. Io sono il rifugio e il controllore interno di tutti e, allo stesso tempo, sono unica e assoluta. Sono sempre eternamente libera, tuttavia di continuo ambisco alla Liberazione. Mi reco dal Satguru, accettando il ruolo di discepolo e realizzo il Sé. Ma, dimenticando l’essenza del Sé, sono coinvolta in questo mondo a lungo e creo anche questo vasto universo senza ricorrere ad alcun mezzo. Così la mia gloria è molteplice e neppure mille bocche potrebbero parlarne adeguatamente. In conclusione, dirò brevemente che questo mondo è una manifestazione di solo una parte della mia gloria. 4) La conoscenza che porta alla mia realizzazione è duale e non duale, ecc. Così anche i loro risultati sono vari. La conoscenza della dualità è di molti tipi, dipendendo dalle varie forme adorate. Questa è conosciuta come meditazione o adorazione. Ma tutto questo è sperimentato temporaneamente, come in un sogno. Anche questo è un tipo di fruizione, un risultato della devozione. Così è come si svolge il piano dei destini. Fra tutte le meditazioni menzionate, la migliore forma è la meditazione sulla mia forma trascendente, perché prepara alla Liberazione. La conoscenza della Realtà non duale è, in verità, la giusta conoscenza. Come si può raggiungere me stessa in quanto suprema conoscenza-Mahāvidyā senza rivolgersi a me come la Dea Śrī Vidyā? La suprema Coscienza è la conoscenza del non duale; solo quella rimuove la dualità. Si realizza quando la mente è rivolta al Sé. Solo questa è la conoscenza che s’ottiene con la lettura delle scritture, con il retto pensiero e che porta alla realizzazione del Sé, distruggendo completamente il senso di identificazione con il corpo. Dopo questo non rimane nulla da conoscere e tutte le apparenze del mondo svaniscono. La vera conoscenza del non duale fa realizzare ogni cosa come Sé. Disperde tutti i dubbi come il vento con le nuvole. Di conseguenza i futili desideri per le cose non hanno più spazio. Diventano inutili e inefficaci come un serpente senza i suoi denti velenosi. O saggi, la conoscenza di me è la saggezza più elevata. 5) Il risultato della conoscenza è la dissoluzione di tutte le sofferenze e il raggiungimento del non timore (abhaya). La percezione di un altro è causa di ogni paura. Scompare non appena è stabilita la conoscenza del non duale. Quando sorge il sole non c’è nemmeno la minima traccia di oscurità. Quindi, o saggi, non c’è alcuna paura dopo che il pensiero della dualità è dissolto. Ogni altra cosa che non sia il Sé è transeunte e ha fine. Tutte le aspettative e le speranza del mondo sono non permanenti e causano timore. Come si potrebbe raggiungere la non paura, finché si dipende da cose transitorie? Alla fine di ogni unione c’è separazione, questo è certo. Quindi tutte quelle cose comportano paura. Solo il Sé è eterno e la sua realizzazione è abhaya. Quella è la vera Liberazione. La perfetta conoscenza è lo stato della mente in cui c’è completa assenza di tamas e nessuna agitazione di attività mentale. Non è facile riconoscerlo all’inizio. Solo il guru e le scritture insegnano a riconoscerlo. Questo è l’argomento della conoscenza suprema. Non è realizzata finché si distingue fra conoscitore, conosciuto e conoscenza e, quando la distinzione di tutte le tripuṭi svanisce, si realizza che il conoscitore è lo stesso del conosciuto e del conoscere. Questo è il frutto della conoscenza. In verità non si può fare distinzione fra conoscitore, conosciuto e conoscenza e i suoi frutti. Le distinzioni si mantengono solo per convenienza. In realtà, non c’è nulla di nuovo da ottenere con la realizzazione. Finché il Sé appare, attraverso la sua māyā, come conoscitore, conosciuto e conoscenza e i suoi frutti, il mondo sta davanti a noi stabile come una montagna. Ma, quando si realizza il Sé, immediatamente l’apparenza del mondo scompare come le dune di sabbia durante una tempesta. 6) Il principale mezzo di tale Liberazione è la determinazione del cercatore. Se si è sinceramente maturi e pronti, non è necessaria nessun’altra disciplina. Se questa non è presente, nulla può essere portato a termine. Quindi la determinazione è il mezzo e la principale disciplina. “Lo farò, qualsiasi cosa succeda”: questa è determinazione. Chi è arrivato a questo stadio è già liberato. “Devo liberarmi, il tempo non ha importanza, possono essere giorni, mesi, anni o una vita intera”. Una persona così determinata ha quasi raggiunto lo scopo. Il tempo richiesto per ottenerlo dipende dalla purezza della mente e dall’intelligenza. I difetti dell’intelligenza sono molti e sono ostacoli. Per questo molti bruciano nel fuoco di questo mondo. Mancanza di comprensione, desideri e pigrizia sono i tre principali difetti. La mancanza di conoscenza (jñāna abhava) è di due tipi: il dubbio (sandeha o saṃśaya) e la conoscenza errata (mithyā jñāna). Questi sono i principali ostacoli alla determinazione (saṃkalpa). Si dovrebbe cercare di tagliare tali cose alla radice. La radice, causa della mancanza di conoscenza, è pensare all’opposto di ciò che le scritture hanno detto. Quindi si dovrebbe abbandonare ciò e cominciare a pensare al contrario, in modo da coltivare il retto pensiero. Questo porta alla comprensione, distruggendo l’incertezza e la mancanza di sincerità. Quando la mente è piena di desideri non ci può essere retto ascolto (śravaṇa). Tale mente non s’indirizza alla retta conoscenza. Si vede spesso che chi è assorto in qualcosa che lo interessa non vede o sente altre cose. Sente ma non ascolta. Quindi si dovrebbero controllare i desideri per gli oggetti con il distacco. Desiderio, ira, concupiscenza ecc. sono i peggiori ostacoli. La brama (kāma) è la radice di tutto questo. Quando scompare, anche i desideri scompaiono solo coltivando l’attitudine al distacco. “Vorrei avere questo o quello”, questo è desiderio. Diventa debole in relazione alle cose già possedute e forte per quelle che non si possiedono ancora. È necessario un intenso distacco per liberarsi da ciò. Se si va alla radice dell’attitudine del distacco, si capirà che è la discriminazione dell’imperfezione delle cose desiderate e la separazione da esse. I desideri scompaiono in questo modo. Il terzo difetto dell’intelligenza è la pigrizia (anudyoga). È difficile superarla anche con sforzo. Se si ha questo difetto, anche l’ascolto diventa inutile. Questo è uno dei maggiori impedimenti per la realizzazione. Allora, non c’è altra via se non la devozione per la Dea. Io rimuovo la pigrizia e, in base alla devozione, si otterrà la ricompensa in questa vita o nella prossima. O saggi, dovete capire che è attraverso la mia grazia che si acquisiscono i mezzi per realizzare. Chi mi adora senza egoismo e con vera devozione è presto esaudito e tutti i suoi ostacoli sono rimossi; ma chi non lo fa non può rimuovere l’ottusità dell’intelletto, nonostante la pratica di altre discipline. Perciò sia ben chiaro a tutti voi che la determinazione è il mezzo principale sulla via. 7) Colui che è così determinato è il vero cercatore ed è naturalmente devoto a me. 8) Io non sono né il corpo né la mente. Tale convinzione è perfetta. Quando la mente è purificata ed è chiara in seguito alla ritrazione dell’individualità proiettata sulle idee e gli oggetti del mondo, è chiaro che si è raggiunta la realizzazione. Tutti sanno di essere il Sé, nessuno ne dubita. Tuttavia, ci si riconosce in quanto corpo e non come l’Assoluto. Questo è il peggior male ed è qui da tempo immemorabile. La vera realizzazione della conoscenza significa il chiarimento di tutti i dubbi, con la convinzione che la Coscienza è il Sé che illumina il corpo e tutto il resto. Questa è la perfezione della conoscenza. Tutti gli altri poteri occulti (siddhi), come diventare grandi o volare ecc. non raggiungono nemmeno la millesima parte di tale perfezione e hanno le limitazioni dello spazio e del tempo. Ciò significa che questi poteri possono essere manifestati in un tempo e uno spazio definiti, ma, al contrario, la perfezione della realizzazione non ha limiti. I già menzionati poteri occulti si conseguono sulla via della conoscenza, ma essi sono tutti ostacoli su di essa. Quale vantaggio può venire da poteri che sono simili ai trucchi di un mago? Non dovrebbero essere chiamati perfezioni, perché sono come giochi da bambini. In verità non c’è altra perfezione che la realizzazione del Sé che distrugge le limitazioni per sempre e che concede beatitudine e libera dalle fauci della morte. Cos’altro c’è da dire? Questa perfezione differisce a seconda delle discipline, della maggiore o minore intelligenza e della maturità nella saggezza. Se ne possono trovare tre gradi come nella recitazione dei Veda da parte di un brahmana. La recitazione migliore è quella ininterrotta, anche se si è intenti in altre attività; ed è possibile perché la si è appresa bene e si può continuare a praticarla. La recitazione che necessita di sforzo d’attenzione per essere corretta quando si è intenti in un’altra attività allo stesso tempo, è di grado medio. La più bassa necessita di una completa attenzione e altre cose devono essere lasciate da parte per compierla correttamente. Allo stesso modo la perfezione della conoscenza è triplice. a) La migliore è quella in cui si rimane coscienti del Sé senza sforzo, spontaneamente, nonostante le attività quotidiane. b) Quella in cui si deve fare uno sforzo è di grado mediano. c) La terza e più bassa, necessita la completa attenzione alla coscienza del Sé che crea ostacoli alla routine quotidiana. Nonostante questo, in essenza non c’è alcuna differenza. La più elevata perfezione è il culmine della perfezione. Quella perfezione di conoscenza è la più elevata quando si rimane coscienti del Sé anche in sogno ed è in grado anche di seguire ogni pensiero non appena insorge. Si dovrebbe capire che si è arrivati alla più alta perfezione quando si rimane spontaneamente in relazione alle cose come se gli eventi accadessero automaticamente. Quando si comincia rimaner coscienti senza interruzione e sforzo, si dovrebbe capire di aver raggiunto il massimo. La perfezione dovrebbe essere considerata al massimo quando non si vedono dualità e differenza nonostante il contatto con gli oggetti della vita quotidiana. Quando la propria mente e il cuore rimangono calmi e tranquilli come in sonno profondo, mentre si è occupati nelle attività della vita, si è raggiunta l’apice della perfezione. d) Colui che ha raggiunto tale stato è realmente perfetto. È il più elevato che capisce e distingue i diversi gradi di realizzazione negli altri uomini in base alla propria Coscienza del Sé e realizzazione. Chi non ha né dubbi né desideri è il più elevato. Agisce nel mondo senza paura e capisce tutte le gioie e dolori e le attività del mondo come messe in scena su lui e da lui. Egli si vede legato e libero, non si preoccupa nemmeno della ragnatela in cui è vincolato, perché questo non lo tocca avendola trasceso. Che altro dire? Devi capire e realizzare che il più elevato non è altro che me. Non c’è alcuna differenza tra me e i miei devoti. Così ho risposto alle tue domande più chiaramente possibile e sono certa che nessuno sarà ancora preda dell’illusione se ascolta questo correttamente”. Avendo parlato così, la Dea Vidyā Devī concluse il suo discorso. I saggi, superati i loro dubbi, acconsentirono all’adorazione della Dea. Tornarono alle loro rispettive dimore dopo essersi prosternati a Śiva e ai guardiani delle direzioni dello spazio. O Paraśurāma, così ti ho cantato le lodi della Dea Vidyā. Chiunque oda questo otterrà la distruzione di tutte le sue colpe e chi medita correttamente su questo otterrà come ricompensa la Beatitudine. Essendo queste proprio le parole della stessa Dea, hanno un immenso valore. Chi ripete questo otterrà la sua grazia e la conoscenza del Sé. Questo è il più sicuro battello per chi è immerso nell’oceano del mondo.»
- Questi quattro capitoli finali del Tripurā Rahasya possono confondere il lettore non avezzo alla prosa del genere narrativo sanscrito (kathā). Infatti la casistica prodotta per illustrare la diversità tra gli jñāni come appaiono agli occhi dei profani per i loro comportamenti mondani, e come invece sono nelle loro realtà interiori, non segue una descrizione sistematica. Per facilitare la comprensione s’invita il lettore a tener a mente queste brevi righe riassuntive. Con jñāni s’intendono tutti coloro che seguono o hanno seguito la via della conoscenza (jñāna mārga). Tra di essi si distinguono tre categorie che si differenziano per la loro capacità d’intelligenza e comprensione: quelli più elevati e più rari sono dotati di qualifiche straordinarie per nascita. A questi è sufficiente udire (śravaṇa) un insegnamento di metafisica per realizzare la Liberazione in vita, in alcuni casi senza neppure la necessità d’aver ricevuto una iniziazione preliminare. Gli jñāni con qualifiche intellettuali medie devono anzitutto essere accettati regolarmente da un maestro di conoscenza, compiere la cerca (vicāra) tramite l’ascolto (śravaṇa) della śruti per bocca d’un maestro qualificato e prestando attenzione contemplativa (nididhyāsana) alla dottrina appresa. Dopo aver discriminato l’illusione dalla Realtà, anch’essi possono raggiungere la jīvan mukti. Gli jñāni di queste due categorie sono propriamente definiti illuminati (prakāśa o prabuddha) e, avendo raggiunto la conoscenza suprema, si sono liberati da ogni karma, prārabdha compreso. I cercatori (vicārin) della categoria inferiore sono definiti jñāni non perché siano davvero conoscitori dell’Assoluto, ma in senso traslato, in quanto accettati come discepoli nella via della conoscenza. Essi non hanno conclusa la cerca della verità e, come tali, non raggiungono la Liberazione in vita; possono però proseguire il vicāra negli stati postumi per ottenere la liberazione differita (krama mukti) o in una prossima rinascita. I jñāni delle due categorie inferiori hanno però preliminarmente già purificato la mente tramite la sādhanā a tappe basata sui riti della pūjā e dei mantra. I jñāni del livello più elevato, invece, nascono con la mente purificata in esistenze precedenti, o ne concludono la purificazione simultaneamente alla presa di coscienza di essere la Realtà assoluta, Tripurā Sundarī Devī.[↩]
- Kāma è il desiderio di appropriazione per ciò che è altro da Sé, perciò è mamakāra. Invece mumukṣā è il desiderio di Sé, perciò è aspirazione per l’Assoluto, libera da qualsiasi egoismo (sahaṃkāra o asmitā).[↩]
- Allusione alla krama mukti.[↩]
- Noto anche come Kārtavīrya, feroce kṣatriya ucciso da Paraśurāma (Skanda Purānā LXVII).[↩]
- Il Satyaloka o Brahmaloka.[↩]
- Bhagavad Gītā, XI.47.[↩]
- Ratna dvīpa o Navaratna dvīpa è, in linguaggio tantrico, il cielo supremo Brahmaloka o Satyaloka.[↩]
- Favolosa gemma che esaudisce tutti i desideri.[↩]
- Nauclea orientalis.[↩]