5. Tripurā Rahasya
5. Tripurā Rahasya
Il Mistero della Dea Tripurā
Jñāna kāṇḍa
Traduzione e note a cura di Maitreyī
XVI. Capitolo
Quando Paraśurāma udì quella storia, fu molto meravigliato e chiese al suo maestro di continuare: «O Signore, questa antica leggenda è meravigliosa. Ti prego di dirmi ciò che Aṣṭāvakra chiese al Re e le istruzioni che ricevette. Non avevo mai sentito questa narrazione così piena di sublimi verità. Ti prego di continuare perché sono desideroso di imparare.» A questa domanda Dattātreya continuò il sacro racconto: «Ascolta, o Bhārgava, il dialogo con Janaka. Non appena il santo asceta scomparve, Aṣṭāvakra chiese a Re Janaka, che era circondato da un gruppo di paṇḍita, la spiegazione del breve ma intenso discorso dell’asceta. Ora ti riferirò la risposta di Janaka, che devi ascoltare con attenzione. Aṣṭāvakra chiese: “O Re di Videha, non ho ben capito l’insegnamento dell’asceta a causa della sua brevità. Ti prego di spiegarmi come potrò conoscere il non conoscibile.” A questa domanda Janaka, sebbene sorpreso, rispose: “O figlio di saggio, ascolta! Non è né conosciuto né non conosciuto. Dimmi come anche il più abile dei maestri possa guidare qualcuno verso qualcosa che rimane sempre non conosciuto. Se un guru insegna, ciò significa che sa quello che dice. Questo stato supremo può essere facile o quasi impossibile da ottenere a seconda che la propria mente sia rivolta all’interno in pace o all’esterno in agitazione. Non può mai essere insegnato se non è conosciuto. Il fatto che i Veda lo descrivano solo indirettamente tramite il “neti neti” mostra come la conoscenza può essere trasmessa ad altri. Qualunque cosa tu percepisca è conosciuta dalla Pura Coscienza. Ora indaga con attenzione la Coscienza soggiacente che, sebbene pura e separata dagli oggetti, tuttavia li illumina. Conoscila come la Realtà. O saggio! Ciò che non è auto-luminoso può solo essere oggetto della Coscienza e non può essere la Coscienza stessa. La Coscienza è ciò per mezzo di cui gli oggetti sono conosciuti; non potrebbe essere ciò che è se diventasse oggetto di conoscenza. Ciò che è intellegibile deve essere sempre essere diverso dalla Coscienza stessa, altrimenti non potrebbe essere conosciuto da essa. La Coscienza non ammette parti, che sono la caratteristica degli oggetti. Perciò appare nelle forme degli oggetti. Osserva con attenzione la Pura Coscienza dopo aver eliminato ciò che è altro da essa. Come uno specchio prende i colori delle immagini, così la Coscienza assume le differenti forme degli oggetti in virtù del fatto che è il loro sostrato. La Coscienza, dunque, può essere compresa eliminando da essa tutto ciò che può essere conosciuto. Non può essere conosciuta come ‘così così’, perché è l’unico sostrato di tutto. Essa, essendo il Sé del cercatore, non è conoscibile. Indaga il tuo vero Sé nel modo già spiegato. Tu non sei il corpo né i sensi né la mente, in quanto tutti questi sono transitori. Il corpo è fatto di cibo e quindi, come puoi essere il corpo? Il corpo, come anche il prāṇa e la mente, si manifesta come un oggetto differenziato, che si distingue dalla Coscienza dell’Ātman. Invece, la Coscienza assoluta, sempre auto-luminosa, non si differenzia mai. Tu sei Quello, o Aṣṭāvakra. Realizza ciò rivolgendo il tuo sguardo all’interno. Tu sei solo Pura Coscienza. Realizzala ora, perché procrastinare non è degno di un buon discepolo, che dovrebbe realizzare il Sé proprio durante śravaṇa. Con ‘tuoi occhi’ non si deve intendere la vista di cui abbiamo parlato, s’intende la vista mentale che è la vista interiore come è ben chiaro nello stato di sogno. Dire che la vista è rivolta all’interno è appropriato, perché la percezione è possibile solo quando la vista è rivolta all’oggetto. La vista deve essere distolta dagli altri oggetti e fissata su un oggetto in particolare per vederlo, altrimenti tale oggetto non sarà percepito. Se la vista non è puntata su esso è come se non lo vedesse. Lo stesso dicasi per quel che riguarda l’udito, il tatto ecc. La stessa cosa vale per la mente, per quanto concerne le sue sensazioni di dolore e piacere che non si provano se la mente è presa da altro. L’attenzione richiede le due condizioni, cioè l’eliminazione degli altri oggetti e la concentrazione su uno. Ma la realizzazione del Sé differisce dalla concentrazione, in quanto richiede solo una condizione: l’eliminazione di tutte le percezioni. Ti spiegherò che, sebbene la Coscienza sia non conoscibile, è tuttavia realizzabile dalla mente pura. Anche i sapienti trovano difficoltà in questo argomento. Che un oggetto esterno sia percepito della mente dipende da due condizioni: la prima è l’eliminazione di altri oggetti di percezioni e la seconda è la fissazione su quel particolare oggetto. Se la mente è semplicemente distolta da tutte le percezioni c’è assenza di qualsiasi tipo di percezione. Perciò è necessaria la concentrazione su un particolare oggetto per percepire le cose esterne. Ma, dato che la Coscienza è il Sé e non è diversa dalla mente, la concentrazione su essa non è necessaria per la sua realizzazione. È sufficiente che le altre percezioni, cioè i pensieri, siano eliminati dalla mente perché il Sé sia realizzato. Se qualcuno vuole cogliere un’immagine particolare tra una serie di immagini che passano davanti a lui come riflessi su uno specchio, deve distogliere la sua attenzione dalle altre immagini e fissarsi su quella in particolare. Se, invece, vuole vedere lo spazio riflesso nello specchio, è sufficiente che distolga la sua attenzione dalle immagini affinché lo spazio si manifesti senza alcuna concentrazione da parte sua, perché lo spazio è onnipresente ed è già riflesso nello specchio. Tuttavia, non lo notava perché le immagini nello spazio dominavano scena. Lo spazio, essendo il sostrato di tutto e onnipervadente, diventa manifesto solo se l’attenzione è distolta dalle molteplici immagini. Allo stesso modo, la Coscienza è il sostrato di tutto ed è onnipervadente e rimane sempre perfetta come lo spazio, pervadendo però anche la mente1. Distogliere l’attenzione da altri oggetti è la sola cosa necessaria per la realizzazione del Sé. Vorresti forse dire che il Sé autoluminoso potrebbe essere assente in qualche parte? Non ci può essere alcun momento o luogo dove la Coscienza sia assente. La sua assenza significherebbe anche la loro assenza. Perciò la Coscienza del Sé diventa manifesta semplicemente distogliendo l’attenzione da cose e pensieri. La realizzazione del Sé richiede solo una assoluta purezza e nessuna concentrazione della mente. Per questa ragione il Sé è detto essere non conoscibile, vale a dire non conosciuto come oggetto. Perciò è anche detto che ogni altra disciplina spirituale serve solo alla purificazione della mente: tutte le ingiunzioni delle scritture, i riti, la meditazione, il distacco ecc. sono necessari solo a purificare la mente e a nient’altro. Così la Realtà suprema può rendersi manifesta solo a una mente pura. Ti sarà chiaro ora perché si insiste sulla purezza della mente per la realizzazione del Sé.” Dopo che Janaka ebbe così parlato, Aṣṭāvakra chiese ancora: “O Re, se è come dici, che la mente resa inattiva con l’eliminazione dei pensieri, è pura e capace di manifestare la suprema Coscienza, allora basterebbe il sonno profondo, dato che soddisfa le condizioni che hai menzionato, e non sarebbe necessario alcuno sforzo.” A questa domanda del giovane brāhmaṇa, il Re rispose: “Ti risponderò su questo punto: ascolta con attenzione. La mente è davvero inattiva nel sonno. Ma, allora, la sua luce è schermata dall’oscurità; e allora come potrebbe manifestare la sua vera natura? Uno specchio coperto di caligine non riflette le immagini; ma si può dire che riflette lo spazio? Basta che le immagini siano eliminate per rivelare lo spazio riflesso nello specchio? Allo stesso modo, quando la mente è velata dall’oscurità del sonno profondo è resa incapace di illuminare i pensieri. Potrebbe tale eclissi della mente rivelare la luce della Coscienza? Potrebbe un pezzo di legno posto davanti a un singolo oggetto a esclusione di tutti gli altri, riflettere l’oggetto semplicemente perché tutti gli altri sono esclusi? Il riflesso può avvenire solo su una superficie riflettente e non su qualsiasi superficie. Allo stesso modo, la realizzazione del Sé può esserci solo in una mente attenta e non in una ottusa. I neonati non hanno alcuna realizzazione del Sé per mancanza di attenzione. Ma continuiamo con l’analogia con lo specchio coperto di caligine. La caligine può impedire che le immagini siano viste, ma la qualità dello specchio non è toccata in quanto lo strato esterno di caligine si riflette all’interno dello specchio. Così anche la mente, sebbene distaccata dal sogno e dalla veglia, è ancora nella morsa del sonno tenebroso senza sogni e non è libera dalle sue impurità. Ciò è evidente dal ricordo dell’ignoranza del sonno quando ci si sveglia. Presta attenzione. Ci sono due stati della mente: il primo è quando la mente illumina (gli oggetti) il secondo è quando valuta [gli oggetti visti per trarne le corrispondenti cognizioni]. L’illuminazione è non qualificata dalle limitazioni degli oggetti, mentre la cognizione (vimarśa) è qualificata dalle limitazioni che appartengono agli oggetti visti e precorre la loro chiara definizione. Nello stadio preliminare della semplice illuminazione, non si nota alcuna distinzione. La cosa non è ancora definita, perciò l’illuminazione è detta non qualificata. La cosa è definita in seguito ed è detta essere ‘così e così’. Quella è la percezione che si ha della cosa dopo la cognizione. Anche la cognizione è di due tipi: una è la nuova ed effettiva esperienza, mentre l’altra è il ripensamento sulla prima [esperienza consimile] ed è chiamata ricordo (saṃskāra). La mente funziona sempre in questi due modi. Il sonno senza sogni è caratterizzato solo dall’illuminazione del sonno e dall’esperienza continua ininterrotta per un certo tempo, mentre lo stato di veglia è caratterizzato dalla cognizione ripetutamente interrotta dai pensieri e perciò appare come non fosse ignoranza. Il sonno profondo è, invece, uno stato di onnubilazione: sebbene esso consista soltanto di luminosità, tuttavia è detto essere ignoranza (nibiḍa, impenetrabile) per la stessa ragione per cui una luce, sebbene luminosa, è detta insenziente, come anche affermano i saggi. Il sonno (nidrā) è il primo nato, l’esteriore, chiamato anche avyakta, il ‘grande vuoto’. La sensazione prevalente nello stato di sonno profondo è che “lì non c’è niente”. Questa sensazione è presente anche nella veglia, nonostante lì le cose siano visibili. Ma questa ignoranza è rimossa dal continuo sorgere di pensieri. Il saggio afferma che la mente è immersa nel sonno in quanto proietta la sua luce nel non manifestato. L’onnubilazione della mente non è tuttavia caratteristica del sonno, perché accade anche al momento della cognizione delle cose. Ti parlerò ora per mia esperienza, in quanto questo argomento è misterioso anche per le persone più acute. Questi tre stati, samādhi2, sonno e l’istante della cognizione degli oggetti, sono caratterizzati dall’assenza di attività. La loro differenza sta nel successivo riepilogo dei rispettivi stati che illuminano le diverse percezioni. La coscienza isolata da ogni altra cosa è il samādhi; il vuoto, ossia una condizione non manifestata, contraddistingue il sonno; e la differenziazione è la caratteristica della condizione della veglia. L’autoluminoso è tuttavia lo stesso in tutti e tre ed è sempre incontaminato; perciò, è sempre libero da costruzioni mentali. Per il samādhi e il sonno profondo, ciò è evidente, perché la loro esperienza rimane ininterrotta per un certo periodo e può essere rievocata dopo il risveglio. Quella della percezione dell’oggetto non è riconosciuta a causa della sua natura istantanea. Ma nemmeno il samādhi e il sonno possono essere riconosciuti, quando sono di corta durata. Lo stato di veglia cambia velocemente in samādhi e in sonno. Quando si è svegli si può percepire un sonno fugace perché si ha già dimestichezza della sua natura. Ma il samādhi istantaneo rimane non rilevato perché non si è così adusi a esso. O brāhmaṇa! Questo fugace samādhi istantaneo è in verità sperimentato da tutti, perfino nei momenti in cui si è impegnati; ma passa inosservato per mancanza di familiarità con esso. Ogni istante libero da pensieri e riflessioni nello stato di veglia è la condizione di samādhi. Il samādhi è semplicemente assenza di pensieri. Tale stato è prevalente nel sonno e in certi momenti speciali della veglia. Tuttavia, non è esattamente samādhi,perché tutte le inclinazioni della mente sono lì ancora latenti, pronte a manifestarsi nell’istante successivo. Quel momento infinitesimale in cui si vede un oggetto, è cognizione non contaminata delle sue qualità ed è esattamente come il samādhi. Te lo spiegherò ancora: ascolta! Lo stato non manifesto, il primo ad apparire, che svela che ‘lì non c’è nulla’ è lo stato di assenza pieno di luce; è perciò chiamato sonno perché pare essere la fase non senziente della coscienza. Nulla si svela perché lì non c’è nulla da essere svelato. Perciò il sonno è la manifestazione dello stato insenziente. Là in samādhi, il Brahman, la suprema Coscienza, è continuamente risplendente. Esso è il divoratore del tempo e dello spazio, il distruttore del vuoto, il Puro Essere. Come può essere l’ignoranza del sonno? Perciò il sonno non è il fine ultimo per realizzare il Tutto.” Così Janaka insegnò ad Aṣṭāvakra.»
XVII. Capitolo
«O Bhārgava, ti dirò ora come continuò la conversazione tra Janaka e Aṣṭāvakra. Aṣṭāvakra chiese: “O Re, ti prego di spiegarmi in dettaglio ciò che tu chiami samādhi fugace della veglia, cosicché io possa raggiungere un samādhi duraturo.” A questa domanda Janaka rispose: “Ascolta o brāhmaṇa gli esempi di quello stato in cui un uomo è non cosciente dell’interno e dell’esterno per un breve intervallo senza essere sopraffatto dalle tenebre del sonno: l’attimo in cui si è fuori di sé dalla gioia; quando si è abbracciati alla propria amata; quando si raggiunge una cosa intensamente desiderata, ma che non ci si aspettava più; quando un viaggiatore solitario si trova improvvisamente davanti a una tigre; quando qualcuno ode la notizia della morte del suo unico figlio che era al colmo della gloria e in buona salute. Ci sono anche intervalli liminali di samādhi nei periodi fra la veglia e il sogno e tra la veglia e il sonno profondo; quando si guarda un oggetto distante, la mente è come se si proiettasse dal corpo nello spazio per raggiungere l’oggetto, come il bruco che si allunga da una foglia a un’altra. Considera con attenzione lo stato della mente in quell’intervallo. Perché allungare quegli intervalli? Se il samādhi sarà continuo, ogni accadimento si fermerà. Ciò sarà possibile quando una certa armonia regnerà nel samādhi che, in generale, è ripetutamente interrotto. I diversi darśana hanno affermato che la differenza tra il Sé e la mente sta solo nella loro continuità. Il Buddha (Sugata) considera il Sé come un flusso di cognizione interrotto da intervalli istantanei; e Kanada dice che è l’intelletto con i suoi intervalli a essere la caratteristica del Sé. Ad ogni modo, se si ammette che ci sono gli intervalli nel flusso della conoscenza, ne consegue che questi intervalli tra modificazioni mentali rappresentano la sua Realtà immutabile. O figlio di Kahola, sappi che se si ha coscienza di questi samādhi non si sarà più spinti a cercare un altro samādhi.” Il giovane brāhmaṇa chiese ancora: “O Re, perché non siamo tutti liberati se la vita è così percorsa da brevi samādhi, dato che il samādhi è la Coscienza che illumina il non manifestato nel sonno profondo? La Liberazione è il risultato diretto del samādhi non qualificato (nirvikalpa). Il Sé, che è pura Coscienza, perché non riconosce se stesso come sempre libero? L’ignoranza è dissolta dalla Pura Coscienza, che è il samādhi, e questa è la causa immediata della Liberazione. Ti prego di spiegarmi cosicché i miei dubbia siano sciolti.” Il Re rispose come segue: “Ti rivelerò il segreto. Il ciclo di nascite e morti è causato da tempo immemorabile dall’ignoranza che dispiega se stessa come piacere e sofferenza e che tuttavia è solo irreale come un sogno. Perciò chi è saggio afferma che la conoscenza può mettere fine a tutto questo. Ma tale conoscenza è savikalpa, cioè conoscenza con costruzioni mentali. C’è attività di pensiero e deve essere così. La Pura Coscienza in cui non c’è costruzione mentale non può essere lo strumento per dissolvere l’ignoranza, dato che la Pura Coscienza non può essere opposta ad altro da Sé. È sempre la base e il sostrato per tutte le costruzioni mentali prodotti dalla mente. La pura Coscienza è il sostrato comune e base di tutte le conoscenze. È conoscenza assoluta. Quando sopravviene la modificazione dovuta all’attività mentale c’è conoscenza con contenuto(savikalpa). Quando non c’è modificazione dovuta all’attività mentale allora non c’è relazione.È la relazione che dopo divide causa ed effetto. Dimenticare la nostra reale identità è la causa di tutta la conoscenza con contenuto, perciò è chiamata causa o ignoranza. Ma la Pura Coscienza è onnipervadente, senza limiti. Anche la limitazione di spazio e tempo trae la sua validità da essa. Quindi, la conoscenza imperfetta della Pura Coscienza che abbiamo nella vita ordinaria nella forma ‘io sono così e così’ e ancora ‘io sono qui in questo tempo e spazio’ è dovuta all’ignoranza della nostra reale identità. La propria identificazione con il corpo è un’ulteriore estensione della stessa ignoranza e questo è conosciuto come effetto. Fintanto che questa ignoranza non è superata, l’illusorietà del mondo continuerà ad apparire. La realizzazione della propria reale natura è l’unico modo per porre fine a questa ignoranza. Ora, questa conoscenza del Sé è di due tipi: la suprema e la non suprema. La conoscenza non suprema è ottenuta per mezzo dell’ingiunzioni di un guru o dei testi sacri, ma non è sufficiente per liberare un uomo. Quello che hai realizzato fin qui non è altro che conoscenza non suprema. La conoscenza ottenuta per mezzo dei testi sacri o accettata per fede, essendo non suprema, non è realmente efficace. Questo è evidente. La conoscenza suprema è ottenuta solo col maturare della Pura Coscienza priva di oggetto. Solo questa, perciò, è capace di dissolvere l’apparizione del mondo e la sua causa, l’ignoranza, e condurre al risultato più propizio. Solo quando questa assenza di oggetto è la vera Coscienza s’ottiene la meta. Un ignorante non può nemmeno immaginare tale stato. Te ne do un esempio. Supponi che una persona che non sa riconoscere il valore dei gioielli si trovi di fronte a un tesoro pieno di pietre preziose. Anche se le vede, in verità non distingue una gemma da un’altra. Diverso sarebbe per un gioielliere che sa distinguere una pietra preziosa da un’altra. Ma ciò non sarebbe possibile nemmeno per costui, nonostante la sua conoscenza dei gioielli, se non prestasse attenzione (nididhyāsana). Allo stesso modo, o Aṣṭāvakra, gli sciocchi non raggiungono il Supremo a causa della loro ignoranza. Non c’è nulla da fare. Inoltre, si può essere dotti e aver letto molte scritture, ma non lo raggiungerà se non si è mossi da sincero desiderio. Si possono guardare le stelle senza vederle fintanto che uno non distingue una stella da un’altra, o non ha una conoscenza astronomica, ma se non si conoscono le stelle non si è capaci di riconoscerle. Supponi che qualcuno sappia tutto sul pianeta Venere, la sua dimensione e la sua localizzazione nel cielo. Se vuole determinare la sua localizzazione nei cieli, tutto ciò che deve fare è concentrarsi con mente calma. In breve, sebbene il Supremo sia sperimentato spesso [passivamente nei nirvikalpa samādhi], l’ignorante non realizza il Sé a causa dell’ignoranza, mentre il dotto per colpa della sua mancanza di attenzione. O Aṣṭāvakra! Essi sono patetici proprio come chi va elemosinando di porta in porta inconsapevole della sua ricca eredità. È per questo che lo stato fugace privo di oggetti, nonostante sia sperimentato nella veglia, non è sufficiente a dissolvere l’apparenza del mondo. Per la stessa ragione lo stato nirvikalpa di un bambino non può superare l’ignoranza e distruggere per lui l’apparenza del mondo. O Aṣṭāvakra! Solo quella conoscenza che discrimina [savikalpa, con attività mentale, viveka] può sconfiggere l’ignoranza. Solo tale conoscenza può far realizzare il Sé. Quando si è dotati di azioni meritorie accumulate in molte vite si prova il desiderio per la Liberazione. Altrimenti possono susseguirsi infinite vite invano. Anzitutto è difficile ottenere una nascita come essere vivente e ancora più difficile è ottenere la forma umana. Essendo nato come uomo, è ancora più difficile avere un’intelligenza intuitiva. È così perché gli esseri viventi non sono che una centesima parte degli esseri insenzienti e l’uomo non è nemmeno una millesima parte degli esseri viventi. Ci sono milioni di persone che sono come bestie, non discriminano tra bene e male, tra merito e demerito. Molti perseguono i piaceri dei sensi. Preferiscono seguire il circolo di nascite e morti, ebbri di un presunto sapere. Fra questi, pochi sono abbastanza intelligenti, tuttavia, nella loro ignoranza, credono che il Sé non duale non sia altro che un vuoto o il nulla. Molti di loro sono materialisti. Come possono tali sfortunati esseri, resi ciechi dalla loro ignoranza, realizzare il Supremo non duale, che è velato dalla Māyā o Śakti? Altri capiscono, ma cadono nell’errore per le loro credenze dogmatiche e per i loro falsi punti di vista. Quanto strana è l’illusione per cui l’uomo rifiuta il prezioso gioiello della non dualità a causa del pensiero errato! Solo i fortunati di cui il Signore si è compiaciuto per la loro devozione, si avvalgono di retta intenzione e giusto pensiero e si liberano da tutte le spire della Māyā. È per mezzo di una attrazione profonda per la Realtà non duale che essi alla fine la realizzano. O Aṣṭāvakra ascolta! Lascia che ti dica il modo con cui si ottiene il Supremo. È da ritenersi fortunato colui che accumula meriti durante molte vite e si sente incline ad adorare il Signore. Poi, si impegna nella meditazione che lo porta a comprendere la vanità dei sensi e lo spinge a raggiungere il più alto scopo della vita e a perseguirlo attivamente. Quando il desiderio di ottenere il Supremo e la consapevolezza della vanità delle cose lo conducono ad ascoltare gli insegnamenti di un guru sul Supremo (śravaṇa), egli conosce. Così inizia la sua disciplina con la riflessione (manana) sulla non dualità. Il retto pensiero comincia in questo modo e si stabilisce in lui rimovendo tutti i dubbi dalla sua mente. Dovrà di seguito riflettere lungamente in spirito di verità su questa realtà non duale fino a ottenere la conoscenza diretta intuitiva. Per eliminare l’ignoranza, origine della trasmigrazione, basterà allora prendere coscienza effettivamente di questa Suprema Realtà raggiunta con l’attenzione profonda (nididhyāsana). Questa Realtà suprema diventata stabile è il samādhi senza alcun movimento mentale (nirvikalpa), in cui il cercatorerealizza l’essenza non duale. È sufficiente un ricordo per riconoscersi identico alla Realtà non duale, perché essa non è altro che il proprio Sé. Quando avviene la realizzazione, in quell’istante la causa del mondo e di tutti i fenomeni relazionati, scompare. L’attenzione profonda significa calmare tutti i movimenti mentali. Le forme di pensiero sono varie, mentre lo stato di samādhi è uno e identico. Acquietare l’attività mentale significa che la mente non vaga più né è più attratta dalle cose esteriori, e quando la mente è acquietata si sperimenta la Coscienza del Sé come un fatto auto evidente e auto stabilito. Quando si rimuove un quadro dal muro, il muro appare in evidenza con il suo fondo originale. Allo stesso modo, quando tutte le attività della mente cessano, la mente è naturalmente a riposo (nirvikalpa). La realizzazione della propria natura non è altro che questo. Non è l’ottenimento di qualcosa che sta qui o lì. Questo è un punto su cui molti dotti si confondono. Invece è realizzato dal saggio in un istante. O Aṣṭāvakra! Si possono distinguere tre gradi di cercatori. I migliori realizzano il Brahman con l’ascolto (śrāvaṇa) dell’insegnamento. Presso di loro la riflessione (manana) e la meditazione (nididhyāsana) avvengono nello stesso istante in cui ascoltano l’insegnamento. Per costoro non c’è alcun ostacolo. Ti racconterò la mia esperienza personale. Era estate e l’intero universo era splendente per la luce della luna e io sedevo con mia moglie nel giardino davanti al mio palazzo. Lontano, dal cielo, arrivarono ai miei orecchi le parole dei grandi siddha riguardo la natura non duale della Realtà. Una subitanea realizzazione avvenne in me. Io riflettei sulle parole penetrandone lo spirito e realizzai la verità del Sé. Rimasi in questo stato un’ora e mezza e poi rimasi in un samādhi privo d’oggetti per tre ore. Mi sentii dissolto in un oceano di beatitudine. Tornando alla mia coscienza di veglia, cominciai a pensare: ‘Oggi, tra tutti i giorni della mia vita, ho realizzato questo meraviglioso oceano di beatitudine. Tornerò a questo stato perché anche i piaceri del cielo non sono paragonabili nemmeno a una minima frazione di questa gioia. Neppure le gioie del mondo di Brahmā sono paragonabile a questo. Come ho fatto a perdere tutti questi anni della mia vita invano? È stato come chi elemosina di porta in porta per una manciata di farina, dimenticando la propria ricca eredità. È così che la gente vive e spreca le sue vite cercando i piaceri dei sensi, ignorando la loro propria essenza, che è la fonte di ogni gioia. Com’è strana la gente! Cerca le gioie esteriori! S’inebria ignorando questa suprema Beatitudine! Così finisce questa noiosa routine quotidiana! Cosa si ottiene con ciò? È noioso come voler macinare della farina. Tutto ciò è insignificante e non vale la pena. Guardare lo stesso cibo, la stessa ghirlanda e la stessa carrozza: cosa c’è di interessante in tutto questo? Si ripetono gli usati piaceri! Come mai anch’io non ho preso a noia questa routine quotidiana? Che stupidità!’ O Aṣṭāvakra, così pensando, mentre mi rivolgevo al mio interno dissolvendo il mondo esterno, ebbi questo pensiero: ‘Com’è che la mia mante è ancora illusa? Come posso pensare di fare qualcosa per realizzare quella Beatitudine che è onnipervadente? Cosa devo raggiungere ancora? E che cosa non ho raggiunto in passato che ora posso ottenere? Qual è il modo, il mezzo e il luogo per provarla? Come può un’azione limitata essere pensata nell’infinita Coscienza? Il corpo, i sensi e la mente sono illusori come un sogno. Essendo io Coscienza omogenea senza parti, ogni parte comunque mi appartiene. A che fine mettere sotto controllo la mia mente? Non mi appartengono anche le altre menti che sono fuori controllo? Tutte esse sono una e appartengono alla stessa identica Coscienza. È la Pura Coscienza, il Supremo, che illumina tutte le menti che siano sotto controllo o no. La natura della Coscienza o dell’‘Io’, in quanto Pura Coscienza, è tale che non può essere ritirata dalle azioni rivolte all’esterno, come fanno tutte menti, che, in qualche modo, ottengono lo stato di ritrazione. Come si può immaginare che il Sé si ritragga dall’azione se è ancora più illimitato dello spazio! Come si può pensare al samādhi e alla ritrazione nel Sé, che è pura Beatitudine? Quale merito o demerito può essere attribuito a quello che è pieno di beatitudine e più pervasivo dello stesso spazio? Che azione potrebbe fare? Cosa importa se sono compiute azioni meritevoli oppure no, essendo l’‘Io’ che illumina tutto? Illumina tanto i meriti quanto i demeriti. Il Sé trascende tutti i ‘doveri’, l’‘Io’ non deve né fare né non fare. Perciò, qual è la necessità di controllare la mente? Il Sé, essendo pieno e perfetto, è Esistenza ed è colmo di Beatitudine sia nel controllo sia nel non controllo. Perché dovrei preoccuparmi della mente e del corpo? Lascia che seguano il loro corso a seconda dei loro saṃskāra e pure che s’attacchino o si distacchino dagli oggetti. Cosa ne potrebbe perdere il Sé, che è Assoluto, non relazionato e pieno di Beatitudine, dal ritrarsi o non ritrarsi della mente? Cosa si guadagnerebbe con questo? Così è come ho raggiunto la realizzazione del Sé. Da allora io sono in pace con me stesso e sono diventato la stessa dimora della Beatitudine. Questo sole dell’illuminazione non tramonta e quindi io sono sempre completo, perfetto e distaccato da tutto. In questo modo ti ho parlato dello stato del cercatore del tipo più elevato. Il cercatore di grado medio ha bisogno dei tre, śravaṇa, l’ascolto delle parole del guru, manana, la riflessione su di esse, e la ferma attenzione, nididhyāsana. Egli ottiene la conoscenza dopo tutto questo. Invece il cercatore del grado più basso, realizza il Supremo solo dopo la disciplina per molte vite. Il samādhi della Coscienza priva di oggetto è una cosa rara, mentre molti vanno in un samādhi senza oggetti senza una esatta consapevolezza il che è del tutto inutile. Accade spesso che mentre si percorre una via si vedono molte cose senza prestarvi attenzione e, naturalmente, esse non vengono conosciute e se ne rimane ignoranti. È per questo che un samādhi di lunga o corta durata è inutile senza la realizzazione del Sé. La vera consapevolezza del Sé sta nel non avere alcuna distrazione della mente. Anche se il Sé è la base di tutte le conoscenze limitate, esso rimane sconosciuto perché velato dalle attività del pensiero. E lo stesso Sé è riconosciuto poi nella consapevolezza di se stessi. Non c’è bisogno di prendere alcunché dal di fuori. È così che si realizza il Sé. Avendo ascoltato tutto questo, saprai come conoscerlo. Otterrai allora la realizzazione del Sé.” Avendo istruito Aṣṭāvakra e avendogli dimostrato il rispetto dovuto3, il Re Janaka gli diede alcuni altri insegnamenti. Aṣṭāvakra, tornato a casa, meditò su ciò che aveva udito. Quando fu completamente a conoscenza della verità realizzò il Supremo. Tutti i suoi dubbi furono rimossi. Allora divenne jīvan mukta.»
XVIII. Capitolo
«O maestro, ciò che hai detto mi è difficile da comprendere. Non capisco come l’oggetto del pensiero sia proprio della natura della Coscienza.» Śrī Dattātreya rispose: «O Paraśurāma, ti ho detto come si realizza la Pura Coscienza, lo stato senza oggetto. Anche nella vita quotidiana ci sono molte occasioni in cui la si sperimenta. Tuttavia, non la si riconosce perché si è illusi dagli oggetti. Solo coloro che hanno una visione interiore la riconoscono. In breve, ti dirò l’essenza di ciò. Tutti gli oggetti sono conosciuti dalla luce della Coscienza, ma il Conoscitore non è mai conosciuto in quanto oggetto. La Coscienza esiste di per sé anche senza essere cosciente di oggetti. Devi tenere a mente questo. La mente, senza la necessità di conoscenza degli oggetti è, quindi, conosciuta come Pura Coscienza. Quando ha la caratteristica di illuminare e conoscere, è conoscibile. Se fosse necessario qualcos’altro oltre al Sé per conoscerla, quel qualcosa avrebbe bisogno di qualcos’altro come strumento per conoscere e quello, ancora, di qualcos’altro e così all’infinito. Così nulla sarebbe conosciuto e illuminato. Consideriamo ora la questione da un altro punto di vista. Sei cosciente di te stesso quando sei cosciente di un oggetto, cioè quando conosci un oggetto? In verità è abbastanza inutile porre la domanda se si è veramente coscienti di se stessi. Come potresti desiderare la tua Liberazione se sei non esistente come un fiore nel cielo? E come si potrebbe raggiungere il Sé se esso non esistesse? Potresti dire che, sebbene ‘Io’ sia la base di tutta la conoscenza, non conosco me stesso in modo distintivo, dato che non posso conoscere me stesso distintamente come oggetto. Poiché è proprio la natura del Sé a essere la base di tutta la conoscenza, non è conoscibile in modo distintivo. Perché non comprendi questo? Invece di comprendere questo, perché cadi nell’illusione? La conoscenza degli oggetti si differenzia a seconda della qualità dell’oggetto, ma, dato che la conoscenza del Sé avviene attraverso esso stesso, non ha alcuna caratteristica distintiva. Supponi che tu sia cosciente del Sé solo quando sei cosciente del corpo: questo vorrebbe dire che sei cosciente del Sé solo fintanto che sei cosciente del corpo, cioè finché illumini il tuo corpo. Ma tu esisti anche quando non sei cosciente del tuo corpo. Paragona questo con la tua esperienza personale. Quando sei cosciente delle cose altre dal tuo corpo, sei allora cosciente del tuo corpo? Tu sei cosciente del tuo Sé, ma non attraverso il corpo. Dato che la reazione alla conoscenza di ogni oggetto ti rende cosciente del Sé, tutti questi oggetti diventerebbero il tuo Sé. Questo è esattamente ciò che si deve accettare dal tuo punto di vista. Allora, non sarai solo corpo, ma ogni cosa4. Perciò si conferma che l’essenza del Conoscitore non è in alcun caso l’oggetto conosciuto, dato che le forme di conoscenza, assieme agli oggetti, cambiano a ogni momento. Il Conoscitore (Jñātṛ) è sempre il Testimone (Sākṣin), il Sé, il Vedente (Dṛṣṭa); perciò il Testimone non può mai essere il conosciuto. È auto-illuminato, sebbene sia rivestito dal conosciuto, cioè dalla presenza del corpo e dalla distinzione di spazio e tempo ecc. Tuttavia, non ha nessuna di queste apparenze oggettive. Ti voglio chiarire questo punto: il Sé è Pura Coscienza, quello che si realizza quando l’agitazione o il movimento dei pensieri sono assenti, ossia quando la mente è in pace e in tranquillità. La causa dell’apparenza del mondo, māyā o ignoranza, sarà dissolta solo quando si è realizzata l’essenza del Sé, anche se si può ancora essere coscienti del corpo e di altri oggetti. Questa è la Liberazione. La Liberazione non è sulla terra né sotto la terra né in qualche luogo nel cielo. Quando si è trascesa l’attività del pensiero o delle forme mentali, quella è Liberazione. Essendo questa l’essenza dell’individuo, è raggiungibile qui ora, altrimenti non è mai raggiungibile. Si è soddisfatti non appena svanisce l’illusione di essere coinvolti nel mondo. Non c’è nessun’altra Liberazione. Qualsiasi cosa ottenuta dall’azione è impermanente. Se la Liberazione fosse qualcosa di differente dalla conoscenza del Sé sarebbe non esistente come le corna della lepre. Come potrebbe esserci una qualche Liberazione diversa dalla realizzazione del Sé? Se fosse la realizzazione di qualcosa d’altro dal Sé onnipervadente, sarebbe qualcosa come un riflesso sullo specchio, sarebbe realizzare qualcosa di asat. La Liberazione è rendere asat il legame (bandha), ma la verità che libera è sat. Si potrebbe anche dire che la Realtà è sia sat sia asat, essendo entrambe e nessuna. Ma questo è difficile da concepire. Si potrebbe argomentare che gli oggetti del sogno sono sat, nel senso che si sono sperimentati, e asat in quanto sono falsificati nella veglia. La risposta a questo sarebbe che il reale non è mai contraddetto nemmeno in sogno e qualsiasi cosa che si pensi possa essere contraddetta, è irreale. I sogni sono falsificati nella vita di veglia e non possono mai essere considerati reali. La Coscienza in quanto tale non può mai essere immaginata come non esistente, perché anche per immaginare che sia non esistente, è necessaria la Coscienza. Se la realizzazione di qualcosa di altro da Sé portasse alla Liberazione, non sarebbe mai qualcosa di reale. La Liberazione è meglio descritta come l’unica Pura Coscienza della reale natura del Sé ed è una realizzazione senza sforzo in quanto pienamente Coscienza auto esistente non appena la conoscenza degli oggetti è rimossa. L’illuminazione degli oggetti è una coscienza ridotta. In assenza di ciò, la Coscienza rimane auto esistenza senza limiti. Se dici che la Coscienza è limitata da tempo e spazio, queste attribuzioni limitanti sarebbero coscienti o non coscienti? Se non lo fossero, non sarebbe possibile provarne l’esistenza; se lo fossero, allora tali limitazioni sarebbero del tutto pervase dalla Coscienza. La materia non cosciente per sua natura non può limitare la Coscienza e neanche la Coscienza lo può fare, essendo identica e onnipervadente. Nessun’altra limitazione può essere concepita. Qualsiasi cosa sia sperimentata nella vita quotidiana come coscienza limitata è essa stessa illuminata da questa Coscienza onnipervadente. La relazione tra conoscibile e Coscienza non può essere parziale perché in tal caso non si potrebbe provare che esista la parte del conoscibile che rimane sconosciuta. Tutto ciò sarebbe possibile solo quando si accettasse l’idea che la coscienza-conoscenza di un oggetto sia possibile senza il soggetto. Ma tale posizione si contraddice da sola. Senza soggetto cosciente non è possibile provare alcunché. L’esistenza separata dalla Coscienza è inconcepibile. Alcuni dicono che tempo e spazio sono relazionati alla Coscienza solo in parte e non come un tutto e quindi essi limitano la Coscienza. Anche questo non è sostenibile, dato che quello che è separato dalla Coscienza sarebbe non esistente. Nulla può essere conosciuto senza la luce della Coscienza. In breve, l’intero mondo dell’oggettività è contenuto nell’oceano della Coscienza. Nessun oggetto, quindi, può mai essere un fattore limitante per la Coscienza. Bisogna capire che qualsiasi cosa illuminata dalla Coscienza deve essere della natura del riflesso sullo specchio. Non è possibile per due cose esistere l’una nell’altra, altrimenti gli oggetti non sarebbero distinguibili. Inoltre, ti ho già detto che tutte le manifestazioni esterne sono di apparenza illusoria per natura. Come possono avere un’esistenza indipendente dalla Coscienza, dipendendo esse stesse dalla luce della Coscienza? La realtà è che l’Ātman-Coscienza appare come fosse la molteplicità.» Paraśurāma, dopo aver ascoltato tutto questo, fu preso da ancora maggiori dubbi. Non colse l’essenza di ciò che gli era stato detto e cominciò a porre obiezioni. Egli disse: «O maestro! Tutto ciò che mi hai detto mi sembra impossibile. 1) Come può la stessa Pura Coscienza apparire così molteplice? La Coscienza e gli oggetti di cui si è coscienti sono cose differenti. Questo è evidente. Anche accettando che la Coscienza sia autoluminosa e illumini altro, quello che illumina è qualcosa di differente da se stessa. In questo caso la luce e gli oggetti che illumina sono diversi. Per mia esperienza gli oggetti non sono della stessa natura della Coscienza. 2) Il Re Janaka sosteneva che la non oggettività (cioè la Pura Coscienza) si raggiunge quando tutta l’attività mentale è acquietata e proprio questo acquietare l’attività mentale comporta la dissoluzione del mondo e la realizzazione del Sé. Tutto ciò sembra vero, ma come ci si arriva? La mente, in quanto strumento del Sé è assolutamente necessaria per la conoscenza come anche per l’azione. Se fosse assente, difficilmente si distinguerebbe il Sé dalla materia inerte. Inoltre, la mente è la causa sia del legame sia della Liberazione. Lo stato privo di oggetti è la Liberazione e il suo opposto è la limitazione. La mente dell’uomo non può essere il Sé dato che è solo uno strumento. Nello stato di pura consapevolezza (nirvikalpa samādhi), se questo strumento è presente, la dualità di soggetto e oggetto rimane. 3) È comunemente accettato che quando qualcuno cade in preda dell’illusione, l’oggetto dell’illusione è sicuramente falso, ma il fatto di essere nell’illusione non lo è. Da tutto questo non è affatto provata l’assoluta non dualità del Reale. E ancora, non si mai è vista una cosa non esistente produrre un effetto visibile. Gli oggetti del mondo sono concreti e producono effetti visibili. Come possono essere considerati falsi? Se ogni cosa è illusoria, come si può distinguere tra vero e falso? Come possono tutti cadere nella stessa illusione? Ti prego, spiegami questo chiaramente.» L’onnisciente Dattātreya, fu molto compiaciuto udendo queste domande e disse: «O Paraśurāma, queste domande mi sono state poste molte volte ed è giusto che tu me le abbia chieste. È naturale porre domande fintanto che i dubbi non siano stati chiariti e la mente soddisfatta. Come potrebbe il Guru conoscere a che punto sei se non poni domande? Ognuno ha un approccio differente e il modo di pensare traspare dalle sue domande. Nessuno può liberarsi dai dubbi finché non ha espresso la sua opinione. Solo chi pone domande può raggiungere la certezza e la corretta conoscenza. Questo è il seme del retto apprendimento della conoscenza. Come può capire chi non ha espresso i suoi dubbi? Quindi si devono esternare i dubbi al Guru affinché siano spiegati. Ora fammi rispondere alle tue domande una per una: 1) Proprio come lo stesso specchio assume differenti forme dai riflessi degli oggetti, così è per la Pura Coscienza. La mente in sogno non sperimenta forse la tripuṭi del vedente, della vista e del veduto? Qual è la difficoltà nel capire che la Pura Coscienza crea e illumina varie forme attraverso l’attività mentale? La Coscienza distingue il conoscere e il conosciuto anche nei sogni e tuttavia anch’essi sono illusori. Perché è difficile accettare lo stesso nello stato di veglia? Quando siamo in veglia, la luce e gli oggetti illuminati dalla luce, sono facilmente distinguibili, ma si possono percepire anche senza la vista. È possibile percepirli con altri mezzi. Il cieco non percepisce forse un oggetto con il tatto, in mancanza di percezione della luce? Ciò significa che l’oggetto è differente dalla luce, ma se fosse solamente dipendente dalla luce per essere percepito, non sarebbe differente dalla luce. Se sostieni che la percezione di forma e colore è solamente dipendente dalla luce e tuttavia la luce e la forma sono distinguibili come fossero due, allo stesso modo si potrà distinguere tra il conoscitore e il conosciuto. Ma la tua argomentazione è vana. Il fatto è che la forma può essere percepita senza la luce, in quanto la si può trarre dalla memoria. Non appena l’immaginazione è in movimento, le varie forme diventano evidenti. Il tuo esempio, perciò, non vale per la Coscienza, poiché si possono percepire le forme senza l’aiuto della luce attraverso la memoria. La luce della Coscienza non è a senso unico come la luce visibile. Nulla è conoscibile senza la luce della Coscienza. Proprio come il riflesso non è possibile senza uno specchio e un riflesso non può esistere se non in relazione a uno specchio, così non c’è nulla separato dalla Coscienza. Solo la Coscienza non duale esiste, perché gli oggetti non sono distinti dalla Coscienza. 2) La tua seconda domanda concerne la mente. Anche la mente non si distingue dalla Coscienza. Dato che la mente, durante un sogno, non è facilmente distinguibile nel sogno, così è anche quando si è svegli. Quando si è svegli non è differente dagli oggetti. La mente è stata considerata strumento solo per convenienza. È immaginaria quanto un’ascia è necessaria per tagliare un albero in un sogno. La funzione è tanto illusoria quanto lo strumento. Qualcuno ha mai rotto il corno d’un uomo? Gli oggetti della mente sono illusori come lo strumento percepito. È il potere della coscienza come mente che permette l’attività del sogno, come pure della veglia. Eccetto la Coscienza non c’è alcun’altra mente che funzioni e condizioni qualcosa. È la Pura Coscienza che crea la tripuṭi di vedente, vista e veduto e così si distingue dalla strumentalità della mente per libertà creativa. Talvolta rimane nel suo puro stato privo di oggetti. La Pura Coscienza, essendo auto esistente è anche auto luminosa proprio in quanto Coscienza. Perciò non è possibile paragonarla del tutto allo spazio. Il Sé è perfetto, sottile, senza macchia, senza inizio e fine, senza forma e base di tutto, distaccato e assoluto come lo spazio. Come lo spazio, pervade anche l’interno e l’esterno di tutte le cose; la sola differenza tra i due è che lo spazio non è cosciente. Se lo spazio fosse cosciente sarebbe il Sé. Eccetto questo, non c’è alcuna differenza tra i due. Proprio come per un gufo la luce del sole è oscurità a causa di un difetto della sua vista, così l’ignorante considera lo spazio come fosse il Sé. Il saggio capisce cosa s’intende quando si descrive l’infinita Coscienza come spazio. Tripurā Devī, l’assoluta Coscienza, manifesta se stessa in varie forme limitandosi attraverso la sua libertà illimitata, proprio come immagini infinitamente varie sono proiettate in sogno. Anche questa apparenza di forme varie è dovuta a un punto di vista limitato. Essa, tuttavia, rimane se stessa come Pura Coscienza. È proprio come il mago che crea molte cose da una sola per gli spettatori; per lui, tuttavia, è solo una. La Pura Coscienza di per sé, rimane identica a se stessa, e in essenza è omogenea e indivisa. Con il potere della sua māyā-śakti contrae se stessa e si proietta in varie forme limitate. Il potere velante di māyā appare di nuovo dal punto di vista limitato. Il potere di creare illusione nel caso dell’illusionista ha un effetto illusorio sugli altri, ma non su di lui. Andiamo oltre. Nella Coscienza-Sé, questo infinito potere è dovuto alla sua māyā śakti. Non vediamo forse nella nostra vita quotidiana che molti yogi e incantatori compiono molte cose meravigliose con i loro poteri limitati? Se vediamo questo con i nostri occhi cosa mai sarà impossibile per la Coscienza? La limitazione della Coscienza non è altro che l’identificazione con cose limitate, cioè collegando il senso dell’ego alle cose limitate. È come l’ignoranza. In breve, o Paraśurāma, ho affermato ripetutamente che la Pura Coscienza manifesta se stessa e appare come molteplice a causa del suo potere infinito. Non dimenticare questo e non aver dubbi su ciò. Molti sapienti si confondono su questo argomento. Non rivolgono il loro interesse verso il Sé perché attratti dalle cose esteriori. Anche questo te l’ho detto ripetutamente. Sia che il guru dica la verità o no, fintantoché non si cerca il significato rivolgendosi all’interno, non la si trova. La mera conoscenza verbale è del tutto inutile. Per questo ti ho chiesto di cercare in te stesso. La pura Coscienza rimane sempre nella sua essenza originaria senza diventare altro (l’oggetto) anche quando è cosciente degli oggetti. Questa Coscienza assoluta è diversa dalla materia non cosciente. È in realtà l’Io-Coscienza e questo è conosciuto come la pace del Sé. Gli oggetti non coscienti non possono mai apparire senza la luce della Coscienza, quindi non posseggono l’Io-Coscienza. Solo il Sé-Coscienza resta auto luminoso senza necessità d’essere illuminato da altro, perciò realmente possiede la qualità dell’Io-Coscienza. Tutte le apparenze oggettive sono riflesse in essa come in uno specchio, che rimane non toccato da alcuna distinzione e limitazione. Cosa può limitare la Coscienza? Non c’è nulla che possa limitarla. La Pura Coscienza è la totale illuminazione, è il suo infinito Io-Coscienza. Durante l’insegnamento è chiamata con vari nomi dovuti al suo potere. E questo potere è identico a essa. Non c’è nulla di distinto né di separato dalla Coscienza. Proprio come il fuoco ha entrambe le qualità di calore e luce, allo stesso modo è una e omogenea nonostante le duplici qualità di infinita libertà di espressione e di consapevolezza come senso dell’Io. La natura della sua māyā o śakti che crea tali meravigliose e incredibili cose, è tale che la Coscienza non perde la sua essenza unica nonostante le sue differenti apparenze che sono tutte create sulla sua propria essenza. Le limitazioni di Coscienza sono l’oggettività, che è ignoranza, incoscienza e materia e quella è anche la Prakṛti manifestata e non manifestata. Il grande vuoto, l’assoluta non esistenza, lo spazio, l’oscurità o la creazione primordiale, sono differenti nomi per questa originaria e limitata apparizione o manifestazione. Quando la Coscienza nell’infinita, pura, perfetta consapevolezza diventa suddivisa in ‘io’ e ‘questo’, questa riduzione della pura Coscienza è conosciuta come spazio. Lo spazio è come la Coscienza da cui il senso dell’‘Io’ è stato rimosso. Questa è la causa fondamentale della visione mondana che all’ignorante appare sotto diverse forme. Paraśurāma, cerca di capire che ciò che appare come spazio è la Coscienza che pervade ogni essere. Lo spazio che appare nel tuo corpo in quello degli altri, è il Sé come pienezza di Coscienza e Beatitudine. Quando lo si limita con la propria limitata coscienza è conosciuto come mente, pur non essendo altro che il Sé. Ora, questa limitazione che copre o nasconde il Sé essenziale, è la mente dal punto di vista dell’ignorante, e la mente è il conoscitore dal punto di vista della Coscienza quand’è coperta o nascosta. Ora, ulteriori complicazioni insorgono a causa della proiezione di solidità, densità e impurità sul tenue, sottile e puro aspetto della Coscienza che produce gli oggetti insenzienti. Poi, in seguito si manifesta come spazio e gli altri quattro elementi, fuoco, acqua, aria e terra. Inoltre, si relaziona con il corpo che è composto di questi quattro elementi e diventa coscienza del corpo o Sé incorporato. In quanto Sé incorporato, illumina il corpo come una lampada in una giara. Proprio come la luce fuoriesce dai fori della giara, così la coscienza esce attraverso gli organi di senso. In realtà non c’è un aspetto interno o esterno per la luce o coscienza. Solo appare fuoriuscire e rimuovere il velo di oscurità con il suo potere di conoscere. La funzione della mente è di rimuovere il velo di non coscienza. Quando la Pura Coscienza agisce in questo modo, è la mente, che è il Sé nella sua purezza. La funzione della Coscienza come mente è di dissolvere l’oscurità e questo è conosciuto come vikalpa, ovvero attività mentale. Dopo che tutte queste attività si sono acquietate, quello che rimane senza modificazioni o agitazioni è il Sé o la Coscienza assoluta che porta alla Liberazione. O Paraśurāma non pensare che l’ignoranza continui anche dopo che l’attività della mente è acquietata. In realtà non c’è stato mai alcun velamento o copertura da nessuna parte: è solo immaginazione. Proprio come un sogno in cui qualcuno può immaginare se stesso sconfitto da un nemico, imprigionato e ucciso, ma tutto si risolve non appena il sogno si conclude. Un sogno non lascia dietro di sé alcun residuo, è senza fondamento. Così, Paraśurāma, fin dall’inizio del tempo nessuno è stato in schiavitù. Mostrami dove può esserci tale schiavitù. Pensare che ci sono cose come la schiavitù è realmente la massima schiavitù. È pericoloso e fatale come la paura di un immaginario spauracchio che uccide un bambino. Finché si ha l’illusione di essere in schiavitù nessuno può riscattarsi dal mondo, nonostante tutti gli sforzi e gli ingegni. Chi è schiavo? Dov’è la schiavitù? Come può la Pura e immacolata Coscienza essere schiava? Se il Sé potesse realmente essere vincolato dai riflessi nello specchio della sua pura consapevolezza, anche il riflesso del fuoco potrebbe bruciare qualcosa. Oltre alle due false credenze che ci sia una cosa come la schiavitù e una cosa come la mente, non c’è alcuna altra schiavitù per nessuno da nessuna parte. Finché uno non si è completamente purificato per mezzo del retto pensiero, nessuno può aiutarlo a distruggere il fantasma del mondo. Non solo io non posso farlo, ma neanche Brahmā, Viṣṇu e Śiva in persona, nemmeno la Dea Tripurā, che è la personificazione della conoscenza, può aiutarlo. O Paraśurāma, abbandona dunque queste tue false credenze. In breve, non c’è alcuna prova che ci sia dualità: anche per la mente è solo attività di pensiero nello stato di pura Coscienza, perché l’essenza di ogni cosa è il Sé. La mente è indissolubilmente relazionata alla coscienza di oggetti. Quando tutte queste attività sono annullate, ciò che rimane è la Pura Coscienza o il Sé. 3) Nell’esempio del confondere la corda con il serpente, ciò che è reale è la corda, non il serpente. La cancellazione del serpente non cancella la corda; così si è, poi, consapevole di essere stato in preda all’illusione. Ora, supponi che tale illusione fosse stata sperimentata in un sogno. Dato che la corda è tanto illusoria quanto il serpente proiettato su di essa, l’esperienza di essere stato in illusione sparisce senza traccia. Quindi quando l’oggettività è compresa correttamente, essendo la sua conoscenza della natura della consapevolezza, non è diversa dal principio cosciente, cioè il Sé. Non c’è alcuna possibilità di dualità. Se sostieni, sulla base della auto evidente esperienza quotidiana, posso solo replicare che esattamente lo stesso si prova anche nei sogni. La vividezza è anche sperimentata nei sogni. Perciò, perché dichiariamo falso il sogno e reale lo stato di veglia? La differenza tra la veglia e il sogno è solo che si capisce la falsità del sogno quando si è svegli, ma non mentre si sogna. Ma questo non prova la realtà della veglia. Gli oggetti del sogno non si sperimentano come stabili ed effettivi tanto quanto quelli che appaiono in veglia? Non si è svegli nel sogno e nella veglia non si sogna, ma ognuno è reale ed effettivo a suo modo. Non c’è alcun dubbio su ciò. Se pensi a questo, capirai che non c’è differenza tra un evento del sogno e quello della veglia. Tutti gli eventi del passato sono come sogni, come pure tutti gli eventi dello stato di veglia hanno la stabilità e l’effettività per lo stato di veglia come la creazione di una magica ragnatela. In base a questo, non si può chiamarlo reale. Fra questi, un uomo ordinario non distingue perché non ha corretta discriminazione tra ciò che è vero e ciò che è falso. Il vero è ciò che non ha la minima possibilità di non esistenza. Qual è la tua definizione di falso? Quello che appare in un momento e in quello successivo è passato. Proprio sulla base di questa definizione non diventa falso anche il mondo? Tutto questo scompare con la scomparsa del mondo ed è non esistente. Capendo questo, si trae che non c’è alcuna possibilità di non esistenza della Coscienza. Nel caso del mondo, essendo d’apparenza molteplice, le apparenze sembrano esistere a fianco di altre, ma nel corso del tempo le cose scompaiono una dopo l’altra. Ma si può pensare forse alla completa assenza e non esistenza della Coscienza? Ci deve essere una qualche Coscienza per sperimentare e affermare che nulla esiste. Se qualcuno dicesse che in un particolare tempo nulla appare o esiste, la sua consapevolezza sta proprio nella Coscienza dell’affermazione. Quindi, solo la Pura Coscienza è la Realtà ed esiste veramente. Ora ti dirò brevemente la distinzione tra Realtà e falsità. La Realtà è ben definita come ciò che è auto luminoso, ciò che non ha bisogno di null’altro oltre se stesso per essere conosciuto e, qualsiasi cosa che gli è contrario, è non reale o non vera. Questa sembra essere la definizione più semplice. La definizione che la Realtà è ciò che non è mai contraddetto, non è corretta, perché ci sono eccezioni. La conoscenza della corda, che contraddice l’illusione che fosse un serpente, se non insorge per il momento a causa di alcune circostanze, porterà qualcuno a credere alla realtà del serpente, in accordo con la precedente affermazione. La confutazione di una cosa significa la conoscenza della sua non realtà. Ma come succede spesso che si cada nell’illusione su cose che esistono realmente, così anche si può credere nella realtà di una cosa che di fatto è non reale. Tali eccezioni possono essere portate contro la nostra prima affermazione. Se la Coscienza fosse non esistente, ogni cosa sarebbe non esistente. Ma se qualcuno polemizzasse che se nulla esiste, anche la Coscienza sarebbe non esistente, dovrebbe capire che proprio quell’affermazione significa anche la non esistenza di se stesso. In quel caso, qual è lo scopo del discutere? Una persona che dubita dell’esistenza di se stesso, perché non è conosciuto oggettivamente, non può correggere gli altri. Se davvero credesse a ciò, allora anche una pietra non cosciente potrebbe parlare e istruire gli altri. Qualcosa non diventa reale semplicemente perché appare. Non c’è alcun dubbio che tutti i mezzi della conoscenza intellettuale sono illusori e vani. Ma accettare come vera l’illusione è cadere in una ancora più profonda confusione. O Paraśurāma, ti ho parlato molto spesso di questa grande illusione. Questo tipo di illusione continua finché non si discrimina sulla realtà delle cose oggettive. Questa apparenza oggettiva, per molti è diventata reale. Ma proprio come quando si ha la retta conoscenza della madreperla, per cui l’illusione che sia argento scompare, proprio così diventa evidente che tutta la cosiddetta conoscenza è illusione non appena si realizza il Sé. Come l’illusione che il colore del cielo sia blu è comune a tutti, così l’illusione di questo mondo appare a tutti a causa dello stesso difetto. Cosa c’è di strano in questo? Solo la consapevolezza di se stessi come Pura Coscienza è la vera conoscenza. Queste sono le logiche risposte alle tue domande. Ora devi essere completamente convinto e arrivare a una chiara comprensione. Ti risponderò su come la vita attiva in questo mondo sia possibile dopo che si è liberati, quando avrai capito quello che precede. Ascolta attentamente. I jñāni sono di tre gradi. Quelli che hanno realizzato il Sé, ma che continuano a soffrire dei piaceri e dei dolori della vita in accordo con il loro destino (prārabdha), sono del grado più basso. Altri, passano attraverso le sofferenze come i primi, ma non ne sono coinvolti, come se tutto fosse un sogno; questi sono del grado intermedio. Mentre quelli che rimangono impassibili e fermi, nonostante le innumerevoli sofferenze dovute al destino, sono i saggi più elevati. Non sono mai disturbati, nonostante la sofferenza, né sono turbati da grandi avvenimenti e neppure cono sopraffatti dalla gioia per le situazioni favorevoli. Rimanendo sempre in quiete, conducono le loro vite come tutti i mortali. Questi sono veramente liberati. Così le vite dei jñāni appaiono differenti e varie in base alla differenza di intelligenza, mancanza di maturità di realizzazione e per l’imperscrutabilità del destino. Anche essi vivono la loro vita quotidiana che non cessa.»
- L’onnipervadenza dello spazio non si estende al dominio sottile perché è limitata agli elementi. Infatti ākāśa è il primo bhūta principiale, che di differenzia negli altri quatto, aria, fuoco, acqua e terra [N.d.C.].[↩]
- In questo testo samādhi sta per ‘intuizione’ (anubhava), com’è in uso nella Bhagavad Gītā. Anche quando il Tripurā Rahasya si riferisce al pātañjala yoga, samādhi mantiene questa interpretazione tipica della Brahma vidyā [N.d.C.].[↩]
- Rispetto dovuto ad Aṣṭāvakra in quanto brāhmaṇa. Essendo uno kṣatriya, Janaka non poteva essere un dīkṣā Guru; tuttavia poteva insegnare quale jñānaguru, esattamente come fece Kṛṣṇa nei confronti di Arjuna [N.d.C.].[↩]
- L’avasthā come un tutt’uno [N.d.C.].[↩]