3. Tripurā Rahasya
3. Tripurā Rahasya
Il Mistero della Dea Tripurā
Jñāna kāṇḍa
Traduzione e note a cura di Maitreyī
IX. Capitolo
Sentito il significato del racconto della moglie, Hemācūḍa ne fu gradevolmente sorpreso. Le disse: “Mia cara, tu sei benedetta e davvero intelligente. Non so proprio come qualificare la profonda saggezza del tuo racconto. Finora non conoscevo la tua elevatezza. Ora tutto mi è evidente, come un frutto di mirabolano posto sul palmo della mano. Ora capisco il fine dell’uomo; ma dimmi ancora chi è tua madre? Perché è senza inizio? Chi siamo noi e qual è la nostra vera natura?” A queste domande Hemalekhā così rispose: “O mio signore, ascolta attentamente ciò che sto per dirti perché è molto sottile. Si deve indagare sulla natura del Sé con mente purificata. Esso non è un oggetto che si percepisce né che si descrive. Come potrò parlartene? Tu conosci la madre solo se conosci il Sé. Il Sé non ammette specificazioni, perciò nessuno può insegnarlo. Osserva in te tesso il tuo Sé che dimora nella mente pura. Esso pervade tutto, da Brahmā fino al filo d’erba, ma non è conoscibile dalla mente e dai sensi. Non illuminato da agenti esterni, esso illumina tutto ovunque e sempre ed è al di là della dimostrazione e della discussione. Se mi chiedi come, dove e quando descriverlo, è come se mi chiedessi di mostrarti i tuoi occhi. Neanche il migliore dei maestri potrebbe farti vedere i tuoi stessi occhi. Egli ti può soltanto guidare verso il Sé e nulla più. Ti spiegherò i metodi di realizzazione: ascoltami con attenzione. Finché sarai contaminato dalle nozioni di io e mio, cioè la ‘mia’ casa, il ‘mio’ corpo, la ‘mia’ mente, il ‘mio’ intelletto, il Sé non sarà trovato, perché esso è oltre la cognizione e non può essere realizzato come il ‘mio’ Sé. Ritirati in solitudine, osserva e discrimina quelle cose che sono conosciute come mio; eliminale tutte e trascendile, cerca il Sé reale. Per esempio, tu mi conosci come tua moglie e non come tuo Sé. Io sono solo relazionata a te, non sono una parte di te. Osserva ogni cosa in questo modo e, poi, eliminala. Conosci ciò che rimane, che trascende tutto al di là dei concetti di possesso e di rinuncia. Quello è il Sé. Quella conoscenza è la Liberazione finale.” Avendo ricevuto questi insegnamenti dalla moglie, Hemācūḍa si alzò in fretta dal suo seggio e, montato a cavallo e uscì della città. Entrò così in un palazzo di cristallo in mezzo a un bel giardino. Ordinò ai suoi attendenti di non far entrare nessuno mentre era in contemplazione, fossero essi ministri o, perfino, il Re in persona. Si diresse a una stanza al nono piano che guardava in tutte le direzioni. Seduto su un morbido cuscino, con la mente concentrata, iniziò la contemplazione. “Veramente tutti questi sono illusi! Nessuno conosce minimamente il Sé, ma tutti agiscono per il bene di se stessi. Alcuni recitano le scritture, altri studiano i loro commentari, altri ancora accumulano ricchezze, amministrano terre; alcuni combattono il nemico, mentre altri cercano i lussi della vita. Impegnati in questa attività egoistica, non si chiedono mai che cosa possa essere il Sé. Perché c’è tutta questa confusione? Quando non si conosce il Sé tutto è vano, si è come in un sogno. La mia casa, la ricchezza, il regno, il tesoro, le donne e il bestiame, nessuna di queste cose sono ‘io’: sono soltanto ‘mie’. Io prendo il corpo per il Sé, ma esso è semplicemente un mio strumento. Io sono un figlio di Re, di magnanimi lombi e di bell’aspetto. Anche gli altri sono presi dalla stessa idea e pensano che i loro corpi siano il loro ego.” Riflettendo così, egli considerava il corpo e, non potendo riconoscerlo come Sé, cominciò a discriminarlo. “Questo corpo è ‘mio’, non è me; è composto da sangue e ossa e cambia in ogni momento. Come potrebbe essere il Sé immutabile e omogeneo? È diverso da me come il corpo della veglia da quello del sogno. Io non posso essere il corpo né il prāṇa può essere il Sé; la mente e l’intelletto, essendo miei strumenti, non possono essere me. Io sono sicuramente diverso da tutte queste cose, dal corpo all’intelletto. Sono sempre cosciente, ma non realizzo quello stato puro di Coscienza. La ragione di questa mia incapacità non mi è chiara. Forse non esisto perché non sono manifesto? No! Io sono sempre manifesto. Qual è la luce di cui splendo? Non lo so chiaramente. Gli oggetti sono conosciuti attraverso i sensi e in nessun altro modo; un vaso si rivela alla vista e l’aria è percepita dal tatto; la mente è dedotta dalla percezione degli oggetti. Lo stesso vale per l’intelletto. Da chi l’intelletto è testimoniato? Non lo so…, però so di essere sempre cosciente. La realizzazione di questa pura Coscienza è impedita da altri fattori (appartenenti al non-sé) che interferiscono. Non devo più percepirli. Senza la mia immaginazione mentale, essi non possono apparire né possono ostacolare la Realtà del Sé se non apparendo.” Pensando così, egli arrestò volutamente i suoi pensieri e, istantaneamente, si impose uno stato di tenebra (tamas). Allora pensò che quella tenebra fosse il Sé; ne fu molto felice e di nuovo prese a meditare. “Lo farò di nuovo”, e s’immerse in essa. L’irrequietezza della mente fu così portata sotto controllo ed egli vide una illimitata luce sfolgorante. Tornando alla coscienza di veglia, cominciò a pensare a ciò che era accaduto. “Non c’è permanenza in quell’esperienza e il Sé non può essere molteplice. Voglio ripetere e osservare” disse, immergendosi di nuovo. Ma questa volta cadde in un lungo sonno ed ebbe meravigliosi sogni. Svegliandosi, si mise a pensare intensamente. “Com’è che sono stato preso dal sonno e ho cominciato a sognare? L’oscurità e la luce, che avevo visto prima, possono anche essere della natura del sogno. I sogni sono immaginazioni mentali: come posso superarli? Controllerò i miei pensieri e vediamo cosa succede.” Disse e si immerse di nuovo nella beatitudine: la sua mente fu pacificata per un certo tempo. Poco dopo riacquistò lo stato originale [la veglia], avendo la mente di nuovo ripreso la sua funzione. Pensò: “Cos’è questo? Un sogno o una allucinazione della mente? La mia esperienza è un fatto, ma sorpassa la mia immaginazione. Perché questa beatitudine è unica e del tutto diversa da tutto ciò che ho sperimentato finora? La più elevata delle mie esperienze non si può paragonare neppure a una parte infinitesimale dello stato di beatitudine in cui ero. Era come un sonno, nella misura in cui non ero cosciente dell’esterno. Ma, allo stesso tempo, c’era una particolare felicità. La ragione non mi è chiara, perché non c’era nulla che potesse darmi piacere. Sebbene abbia cercato di realizzare il Sé non ce l’ho fatta. Forse realizzo il Sé e, al tempo stesso vedo anche altre cose come oscurità, luce, sogni o piacere ecc. O forse questi sono gli stadi della realizzazione del Sé? Non capisco. Chiederò a mia moglie.” Avendo così deciso, fece venire Hemalekhā da lui. Dopo un’ora ella saliva le scale del palazzo come la Luna, regina della notte si muove nel cielo. Trovò il principe, suo consorte, con la mente pacificata e sotto controllo. Sedette accanto a lui. In quel momento egli aprì gli occhi e la vide. Rivolgendosi al marito, chiese che cosa potesse fare per lui e per quale ragione era stata convocata a palazzo. Il principe rispose: “Mia cara, come consigliato da te, mi sono ritirato in un posto solitario, dove sono impegnato a meditare e a indagare sul Sé. Ho avuto diverse visioni ed esperienze. Pensando che la costante consapevolezza del Sé è oscurata dalle interferenze delle attività mentali, ho represso con sforzo i miei pensieri e sono rimasto calmo. È sopraggiunta l’oscurità; poi apparve una luce; poi sopravvenne il sonno e, infine, una beatitudine unica si è impossessata di me per un breve periodo. È questo il Sé o è qualcos’altro? Ti prego di analizzare le mie esperienze e di spiegarmi in modo che anch’io possa contemplarlo.” Dopo aver ascoltato attentamente, Hemalekhā dolcemente gli rispose: “Ascoltami, mio caro. Ciò che hai fatto, sopprimendo i pensieri con la mente rivolta all’interno, è un buon inizio ed è lodevole. Senza questo, nessuno ha mai avuto successo. Tuttavia, ciò non produce la realizzazione del Sé, perché il Sé è sempre realizzato in ogni istante. Se fosse un prodotto, non sarebbe il Sé, perché il Sé come potrebbe essere qualcosa di nuovo? Allora non si potrebbe mai ottenerlo. Si ottiene qualcosa che non si possiede già. Ma c’è un qualche momento in cui il Sé non è il Sé? Neppure il controllo della mente è un mezzo per ottenerlo. Ti porterò qualche esempio. Come le cose che non sono viste nell’oscurità sono viste quando questa è rimossa da una luce e che, quindi, sembrano recuperate dall’oblio. Come un uomo confuso dimentica la sua borsa col denaro, ma la ricorda e la localizza mantenendo la mente imperturbata e calma. Costui dice “ho ritrovato la mia borsa perduta”, anche se non è stata la stabilità della sua mente a trovarla. Così nemmeno il controllo della tua mente è la causa della realizzazione del Sé. Sebbene il Sé sia sempre lì, non lo riconosci nemmeno mettendo sotto controllo la mente, semplicemente perché non lo conosci. Proprio come un sempliciotto che non ha familiarità con le luci abbaglianti della sala delle udienze reali durante la notte e ne ignora la magnificenza, così hai misconosciuto il Sé. Il nulla tenebroso (tamas) ti diventa visibile dopo che hai controllato i tuoi pensieri. Nel breve intervallo tra il controllo della mente e l’apparizione l’oscurità, c’è stata una condizione libera dallo sforzo del controllo e dalla percezione dell’oscurità. Ricorda sempre quella condizione come di perfetta e trascendente felicità. Tutti sono ingannati in quella condizione perché le loro menti sono abituate a essere rivolte all’esterno. Per quanto la gente possa essere istruita e abile, tuttavia, prova e riprova, non riesce a stabilirsi in quella condizione beata. Senza conoscere quella condizione si soffre giorno e notte. La semplice visione di una scultura non fa mai uno scultore. Sebbene un paṇḍita possa essere dottissimo in dottrina e abile nelle discussioni filosofiche sul Sé, non può realizzare il Sé perché esso non è realizzabile, essendo già realizzato. La realizzazione non è ottenuta andando lontano, ma solo restando in pace; non con il pensiero, ma con la cessazione del pensiero. Lo sforzo rivolto alla realizzazione è come tentare di imprimere l’orma del piede sulla propria ombra. Come il bimbo inconsapevole di cos’è uno specchio cerca di afferrare in esso il suo proprio riflesso, così la gente comune è tutta presa dai suoi proiezioni mentali sullo specchio del puro e luminoso Sé, e non è cosciente dello specchio perché non ha familiarità con il Sé. Sebbene la gente conosca lo spazio, non è cosciente di esso perché è presa dagli oggetti che stanno nello spazio. Capiscono l’universo nello spazio, ma non considerano lo spazio in sé. Così si comportano riguardo al Sé. Oh, mio Signore, rifletti. Il mondo consiste di conoscenza e di oggetti conosciuti. Gli oggetti sono non-sé percepiti dai sensi. La conoscenza è autoevidente; in assenza di conoscenza non esiste il mondo. La conoscenza è la prova diretta dell’esistenza degli oggetti che, tuttavia, dipendono dalla conoscenza. La conoscenza dipende dal conoscitore per la sua esistenza. Il conoscitore non ha bisogno di alcuna prova per conoscere la propria esistenza; quindi, il conoscitore è l’unica Realtà che sta dietro alla conoscenza e agli oggetti conosciuti. Ciò che è autoevidente senza necessità di essere provato da mezzi di conoscenza (pramāṇa), è la sola Realtà, non gli altri oggetti. La sua esistenza è provata proprio perché non dipende da alcun mezzo di conoscenza. Stabilito il soggetto della conoscenza, sorge la domanda circa l’esistenza degli oggetti in assenza della loro conoscenza. Gli oggetti e la loro conoscenza sono solo riflessi nella Coscienza suprema, eterna e autoluminosa, che è lo stesso conoscitore e che è l’unica Realtà. Il dubbio che il riflesso debba essere di tutti gli oggetti simultaneamente, senza riferimento a tempo e spazio (in contrasto con la nostra esperienza), non sorge perché tempo e spazio sono essi stessi concetti conoscibili e riflessi. L’osservazione degli oggetti che si trovano nello spazio ha come obiettivo la natura specifica del riflesso. Quindi, o principe, considera con mente calma la tua propria natura, la pura e indivisibile Coscienza soggiacente alla mente irrequieta e che comprende tutto l’universo nella sua diversità. Se ci si stabilisce in quel sostrato dell’universo (cioè nel Sé), si diventa il Creatore dell’universo stesso. Ti dirò come realizzarlo. Ti assicuro, sarai Quello. Conosci con mente quieta lo stato tra sonno e veglia, l’intervallo fra la cognizione di un oggetto dopo l’altro o l’intervallo tra due percezioni. Questo è il Sé reale in cui non si è più soggetti all’illusione. Non conoscendo questa verità, la gente ordinaria è soggetta alla sofferenza. La vista, il gusto, l’odorato, il tatto, l’udito, sofferenza e piacere, l’atto di ottenere e l’oggetto ottenuto, nessuno di questi trova posto in quella Realtà che è il sostrato di tutto e che è l’Essere in tutto. Ma non solo: questo è il supremo Signore, il creatore, il mantenitore e il distruttore dell’universo e l’eterno Essere. Ora fa che la tua mente estroversa si rivolga all’interno; controllala e osserva il Sé ricordando sempre che colui che indaga è egli stesso l’essenza dell’Essere, il Sé del Sé. Sii anche libero dal pensiero ‘io vedo’; rimani distaccato dal vedere come un cieco. Quello che trascende la visione [veglia e sogno] e la non-visione [sonno profondo], Quello sei tu.” Hemācūḍa seguì questo insegnamento, e avendo ottenuto quello stato rimase in pace a lungo, non cosciente di alcunché oltre al Sé.
X. Capitolo
Hemalekhā s’accorse che il marito aveva ottenuto la pace del (nirvikalpa) samādhi e così non lo disturbò. Dopo un po’ egli si svegliò, aprì gli occhi e vide la moglie lì vicino. Desideroso di immergersi di nuovo in quello stato, chiuse gli occhi e, subito, Hemalekhā gli prese le mani e gli chiese dolcemente: “O mio Signore, dimmi cosa hai ottenuto chiudendo gli occhi e cosa perdi se li apri.” Incalzato dalla domanda egli la guardò come fosse ebbro e con riluttanza rispose: “Mia cara, io ho trovato una felicità pura e immacolata. Non posso trovare il minimo piacere nelle attività del mondo, perché la sofferenza aumenta quando esso finisce. Non provo alcuna soddisfazione, come se fossi una canna da zucchero spremuta. Provo pena per coloro che ignorano la beatitudine del Sé. Come l’uomo che chiede l’elemosina in giro senza sapere che vi è un tesoro nascosto sotto il suo pavimento, così io rincorrevo i piaceri dei sensi, senza sapere dell’infinito oceano di beatitudine al mio interno. Gli ottenimenti mondani sono carichi di sofferenza e i piaceri sono transeunti. Ma io ero così infatuato che li consideravo duraturi e non cessavo di rincorrerli. Infelici sono gli uomini che cercano piacere e ottengono solo sofferenza. Ti prego, mia cara, permettimi di immergermi ancora nella pace del mio Sé beato e mi addoloro per te che, pur conoscendo quello stato, non ti stabilisci in esso.” La saggia fanciulla sorrise e rispose: “O mio Signore, tu ancora non conosci il più elevato stato che non è contaminato dalla dualità, raggiungendo il quale, il saggio trascende la dualità. Quello stato è così lontano da te come il cielo dalla terra. La tua saggezza limitata non è saggezza, perché non è incondizionata, ma rimane condizionata dal chiudere e aprire gli occhi. La perfezione non può dipendere dall’azione o dal suo contrario [l’inerzia] né dallo sforzo o dal non-sforzo. Come può quello stato essere perfetto se l’attività fisica o mentale può influenzarlo, o se l’apertura della palpebra per la grandezza di un grano d’orzo fa tutta quella differenza? E, ancora. come potrebbe essere perfetto se è riposto solo all’interno? Cosa posso dire della tua confusa saggezza? Ascolta o principe, ti dirò dell’altro. Fintanto che questi nodi non saranno tagliati non troverai beatitudine. Tali innumerevoli nodi sono creati dal legame dell’illusione che altro non è che l’ignoranza del Sé. Essi fanno sorgere idee sbagliate, la principale delle quali è l’identificazione del corpo con il Sé, che, a sua volta, fa scorrere la corrente perenne di felicità e sofferenza in forma di ciclo di nascite e morti. Il secondo nodo è la differenziazione del mondo dal Sé che, in quanto Coscienza, è lo schermo sul quale i fenomeni sono semplicemente proiettati. Similmente gli altri nodi includono la differenziazione del Sé dal Signore universale e quella dei sé fra loro. Essi hanno origine da tempo immemorabile e si ripresentano a causa dell’ignoranza ininterrotta. L’uomo non è libero finché non ha sradicato tutti questi nodi dell’ignoranza. Il tuo chiudere gli occhi per raggiungere quello stato è insufficiente, perché la pura Coscienza e la Realtà eterna è quella trascende qualsiasi altra cosa e che tuttavia fa da magnifico specchio per riflettere i fenomeni. Prova, se puoi, a dimostrarmi quando dove e in che modo possa non essere presente. Qualsiasi cosa consideri conosciuta è collegata a quella Coscienza. Tutto ciò che è sconosciuto a quella Coscienza è una fantasia dell’immaginazione, è inesistente come il figlio di una donna sterile. Non ci può essere nulla che non sia basato sulla Coscienza, proprio come non ci può essere riflesso senza una superficie riflettente. Quindi, la tua esperienza di perdere quello stato o la tua conoscenza aprendo gli occhi, quello è il nodo da tagliare e se può essere ottenuto, non è affatto un ottenimento perfetto. Quello che consideri stato beato ottenuto con il movimento delle tue palpebre, non può in verità essere perfetto perché è intermittente e non incondizionato. Alla dissoluzione dell’universo c’è forse qualche luogo in cui non ci sia la maestosa Coscienza che brilla come del fuoco cosmico? Tutto si dissolverà in quel fuoco senza alcun residuo. Similmente, anche il fuoco della realizzazione brucerà tutto il tuo karma, perciò per te non ci sarà altra azione da compiere. Sii forte, sradica i tuoi pensieri e taglia i nodi del tuo cuore profondamente radicati, quali “io vedrò”, “io non sono Quello”, “questo è non-sé” ecc. Trova da qualsiasi parte ti rivolga, l’unico Sé indiviso, eterno, beato. Guarda l’intero universo riflesso come sorge e permane nel Sé. Vedi il Sé sia fuori sia dentro di te. Tuttavia, non sovrapporre il Sé che vede all’interno con il sé che vede l’universo all’esterno, perché entrambi sono lo stesso. Sta nella pace del tuo reale Sé interno, privo di tutti i fenomeni.” Alla fine del suo discorso, la confusione di Hemācūḍa sparì cosicché poté stabilirsi nel perfetto Sé privo di qualsiasi distinzione esterna o interna. Essendo sempre equanime, egli condusse una felice vita con Hemalekhā, governò il suo regno rendendolo prospero, ingaggiò con i suoi nemici guerre, conquistandoli, studiò le scritture e le insegnò agli altri, aumentò il suo tesoro, compì sacrifici richiesti dalla sua casta e visse ventimila anni come un jīvan mukta. Il re Muktācūḍa, avendo udito che il figlio era diventato un liberato, si consultò con l’altro figlio Maṇicūḍa. Entrambi furono d’accordo che Hemācūḍa, pur essendo lo stesso di prima, fosse cambiato in modo tale da non essere toccato dai maggiori piaceri o dai peggiori dolori, trattando amici e nemici allo stesso modo. Era indifferente al guadagno o alla perdita, compiva i doveri regali come l’attore in una commedia e sembrava sempre ebbro, e compiva il suo dovere perfettamente anche se aveva la mente assente. Essi rifletterono su di ciò e decisero di chiedergli la ragione di tale cambiamento in privato. Avendolo sentito parlare della sua realizzazione, anch’essi desiderarono d’essere istruiti da lui e alla fine divennero liberati come lo stesso Hemācūḍa. Anche i ministri, a loro volta, furono desiderosi di ottenere quello stato, e lo raggiunsero dopo aver ricevuto i giusti insegnamenti da parte del Re. Così fecero i cittadini, gli artigiani e tutte le varie caste della città. Tutti ottennero il summum bonum della vita e trascesero il desiderio, l’ira e la lussuria. Perfino i bimbi e gli anziani non furono più preda delle passioni. In questo stato ideale c’erano ancora relazioni mondane perché tutti consciamente impersonavano le loro parti come gli attori di uno spettacolo in accordo con il resto della creazione. La madre dondolava la culla con ninne-nanne che raccontavano la più alta verità, mentre i servi s’intrattenevano nella luce della verità. Così facevano gli attori e i cantanti nei loro spettacoli. Tutto lo stato era così composto solo di saggi, fossero uomini o donne, servi o ancelle, attori o artigiani, ministri ecc. Nessuno ricordava il passato o speculava sul futuro per ottenere piacere o evitare dolore. I ṛṣi, Sanaka e altri, avendola visitata, la chiamarono la “Città della Conoscenza”. Anche i pappagalli e le gracule, nelle loro gabbie, usavano parole di saggezza, dicendo “Considera il Sé come pura Coscienza priva di conoscenza degli oggetti. Ciò che è conosciuto non è diverso da quella Coscienza; è come una serie d’immagini riflesse in uno specchio. L’universo è la Coscienza assoluta; sono Io stesso ed è tutto ciò che può essere pensato, oggetti senzienti e insenzienti, mobili e immobili. Ogni cosa è da essa illuminata essendo autoluminosa. Fa che le persone che desiderano Cit si allontanino dalla conoscenza illusoria e contemplino il loro proprio Sé, la Coscienza assoluta, che illumina tutto il resto e che è anche il loro Essere.” La città dove anche gli animali condividevano questa suprema saggezza è conosciuta come la Città della Conoscenza sulla terra. Questa reputazione si deve alla saggia principessa Hemalekhā, seguendo i cui saggi consigli Hemācūḍa divenne un jīvan mukta.» E Dattātreya continuò: «Come vedi, Parśurāma, la causa principale della Liberazione è la frequentazione dei saggi. Quindi, innanzitutto segui quel consiglio.»
XI. Capitolo
Il cosmo non è altro che Coscienza
Avendo ascoltato questa meravigliosa storia di Hemācūḍa, Bhārgava rimase confuso e chiese: «O mio venerato Maestro! Quello che mi hai riferito come meraviglioso insegnamento mi pare contrario all’esperienza comune. Come può questo universo oggettivo e variopinto non essere altro che la Coscienza, che non è vista ma solo dedotta? La pura Coscienza priva di oggetti conosciuti non può essere immaginata e perciò non può essere postulata. Perciò tutta l’argomentazione basata su di essa non mi è affatto chiara. Ti prego di chiarirmi l’argomento, in modo che io lo possa capire.» A tale richiesta Dattātreya rispose: «Ti dirò ora la verità del mondo oggettivo. Ciò che è visto non è nient’altro che percezione visiva. Ti spiegherò questa affermazione. [In apparenza] tutto quello che è visto ha un’origine e quindi ci deve essere una causa che lo precede. Qual è l’origine da cui la cosa appare ex novo? Il mondo cambia ogni momento e la sua apparenza è nuova ogni momento, cosicché nasce a ogni momento. Alcuni dicono che la nascita dell’universo è infinita ed eterna ogni momento1. Alcuni possono contraddire questo punto dicendo che l’affermazione è vera per uno o più specifici oggetti, ma non per l’intero mondo che è un aggregato di tutto ciò che è visto2. I vijñānavādin rispondono così: i fenomeni esterni sono solo proiezioni del flusso di pensieri della tua mente; vale a dire che il soggetto e le azioni del mondo sono basate sui pensieri stessi. Ma la Coscienza, che essi chiamano vijñāna, collega tempo, spazio e fenomeni ed è infinita ed eterna in ogni momento della loro apparizione. Altri dicono che l’universo è un aggregato di materia mobile e immobile3. Ma tutti sono d’accordo a ritenere che l’universo abbia un’origine: perché allora dire che le creazioni transitorie sono eterne e infinite? La natura transitoria non può essere modificata dalle qualifiche menzionate. Non ha senso vestire un condannato prima che l’ascia dell’esecuzione scenda su di lui. Tuttavia, dire che la creazione è dovuta casualmente alla natura è forzare l’immaginazione ed è perciò insostenibile. I carvaka, i materialisti, argomentano che alcuni effetti non sono riportabili alle loro cause efficienti, e che sono accadimenti senza alcuna causa antecedente. Proprio come una causa non sempre prevede un evento, così l’evento non sempre ha bisogno di una causa. Ne consegue che il mondo è un accidente. Se una cosa può apparire senza una causa, non ci sarebbe alcuna relazione tra causa ed effetto e non ci sarebbe armonia nel mondo. Il lavoro del vasaio potrebbe dare prodotti del tessitore e viceversa, il che è assurdo. L’interdipendenza di causa ed effetto è accertata dalla loro sequenza logica e provata dal loro ruolo nella vita pratica. Come potrebbe l’universo essere un accidente? Essi deducono la causa da ciò che non è evidente e traggono la causa dall’effetto. Questo è conforme alla prassi universale, secondo cui la regola è che ogni accadimento deve avere una causa. Se la causa non è evidente, in ogni caso deve essere dedotta; altrimenti le attività mondane sarebbero vane, il che è assurdo. La conclusione è che ogni evento è un prodotto di una certa condizione o di più condizioni; questo fatto permette alla gente di compiere opere mirate. Così è nel mondo empirico. Quindi la teoria della creazione accidentale non è ammissibile. I vaiśeṣika presuppongono una causa materiale per la creazione e la chiamano ‘atomi immateriali’. Secondo tale dottrina questi atomi producono il mondo tangibile che non esisteva prima della creazione e che non rimarrà dopo la dissoluzione, l’esistenza del mondo prima o dopo è solo immaginaria e falsa, come il corno dell’uomo. Come una cosa potrebbe essere vera in un tempo e falsa in un altro? E, ancora, se gli atomi primordiali sono immateriali e senza dimensione e tuttavia permanenti, come possono creare prodotti materiali e transitori e dotati di grandezza? Come può la stessa cosa essere gialla e non-gialla, luminosa e oscura allo stesso tempo? Queste qualità non sono in armonia; l’intera teoria è confusa come se si cercasse di mescolare cose non mischiabili. E, ancora, come gli atomi primordiali s’uniscono formando diatomi e triatomi? Si sarebbero accordati tra loro (ma ciò è impossibile perché sono insenzienti)? Oppure per volontà divina? Ma allora l’azione sarebbe di Dio e non degli atomi. Altrimenti sarebbe come un Re che, dal suo palazzo, con la semplice volontà di uccidere il nemico, lanciasse le sue armi volanti per abbatterlo. È anche assurdo ciò che dicono i sāṃkhya, ossia che il mondo sia creato quando l’equilibrio delle tre forze, sattva, rajas e tamas è alterato. Nello stato d’equilibrio come avvengono i cambiamenti? Il cambiamento non è possibile senza una causa intelligente. Così nessun darśana può spiegare la creazione. Solo le scritture sono la guida per comprendere la metafisica. Il resto non è autorevole a causa delle limitazioni individuali, per l’assenza di testi affidabili e per i ripetuti fallimenti di tentativi che ignorano il Signore. L’Universo deve avere un creatore che deve essere un principio intelligente, ma non d’un genere conosciuto, vista la vastità della creazione. Le scritture, la cui autorità è incontrovertibile, parlano dell’unico Creatore, che era prima della creazione essendo autosussistente. Egli creò l’universo con il suo proprio potere. Nella sua totalità e nei suoi dettagli, il mondo è un’immagine sullo schermo del Sé come il mondo del sogno lo è sulla coscienza individuale. L’individuo include il proprio corpo nel suo ego, proprio come il Signore fa con l’universo. Come il testimone del sogno non deve essere confuso non il sogno, così il Signore non deve essere confuso con la creazione. Come l’uomo sopravvive al suo sogno, così il Signore sopravvive alla dissoluzione della sua creazione. Proprio come si rimane sempre pura Coscienza oltre il corpo ecc., così è il Signore, Coscienza illimitata oltre l’universo. Dopo tutto, non è solo un’immagine ch’egli proietta sul suo Sé? Come potrebbe questa unica creazione essere altra da Lui? Non c’è altro che Coscienza. Dimmi di qualche luogo dove non ci sia Coscienza. Oppure, qualcuno potrebbe provare in qualche modo qualcosa al di fuori della Coscienza? La Coscienza è imprescindibile. Inoltre, questa Coscienza è l’unica Esistenza dell’intero l’universo. Proprio come non ci possono essere onde se non nell’oceano e luce se non nel sole, così l’universo non può essere concepito senza Coscienza. Il Supremo Brahman è così pura Coscienza. Tutto questo universo di cose immobili e mobili sorge, sta e si dissolve in Lui. Questa è la ben nota conclusione delle scritture. Per unanime consenso le scritture s’impongono come mezzo valido di conoscenza nel caso di oggetti non percepibili direttamente. L’Essere di cui parlano è eternamente esistente anche prima della nascita dell’universo e per la sua creazione non ha avuto bisogno di alcun aiuto materiale. Perciò il Signore è il Supremo, perfetto, puro e autosufficiente. L’universo è così originato solo come un’immagine sulla superficie dello specchio dell’Assoluto. Questa conclusione è in armonia con tutti i fatti. La creazione è come il trucco del mago ed è come la fatamorgana sulle nuvole. O Paraśurāma, ben conosci le creazioni mentali che sorgono nella tua mente e che sono piene di persone, vita e azione. Ci sono anche dubbi, discussioni e conclusioni, tutti immaginari, che sorgono nella mente, che lì rimangono e si dissolvono. Le immaginazioni mentali degli uomini sono proprio come castelli in aria. Così questa creazione è una immaginazione mentale di Śiva. Śiva è Coscienza assoluta senza alcuna forma. Śrī Tripurā è Potenza e Testimone di tutto. Quell’Essere è perfetto e rimane indiviso. Il tempo e lo spazio sono fattori di divisione nel mondo; lo spazio si riferisce alla localizzazione degli oggetti e il tempo alla sequenza degli eventi. Il tempo e lo spazio sono proiettati dalla Coscienza, e allora, come potrebbero dividere o distruggere il loro stesso sostrato e continuare a essere quello che sono? Si possono considerare tempo e spazio non permeati dalla Coscienza? Non sono nella tua Coscienza quando parli di essi? L’esistenza delle cose è dovuta solo alla loro illuminazione e niente di più e questa luce appartiene solo alla Coscienza che è autoluminosa. Gli oggetti non lo sono perché la loro esistenza dipende dalla loro percezione da parte degli esseri coscienti. La Coscienza è autoluminosa, ma non gli oggetti che, invece, dipendono dagli esseri coscienti per essere conosciuti. Se tu, invece, sostieni che gli oggetti esistono anche quando non sono percepiti da noi, ascolta quanto ti dico: senza questa luce non sarebbe possibile stabilire ciò che esiste e ciò che non esiste. La cognizione è l’unico fattore che lo determina. Proprio come i riflessi non hanno sostanza se non nello specchio, così le cose del mondo non hanno sostanza in se stesse se non nel fatto che sono conosciute. Le qualità delle immagini riflesse dipendono dalla qualità della superficie riflettente, come nel caso dell’acqua o di altre superfici riflettenti. Gli specchi sono insenzienti e non sono autosussistenti, mentre la Coscienza è sempre pura e autosussistente; non richiede un oggetto esterno per creare l’immagine. Gli specchi ordinari possono essere macchiati da sporcizia esterna, mentre la Coscienza non ha nulla al di fuori di essa, essendo sempre unica e indivisibile; quindi, i suoi riflessi non sono altro da essa. Le cose create non sono autoluminose e sono illuminate da una facoltà cognitiva altrui. La cognizione delle cose implica le loro immagini sulla nostra coscienza. Esse sono solo immagini. La creazione, quindi, è un’immagine. Non è autoluminosa e quindi non è autocosciente, ma diventa un fatto grazie alla nostra percezione di essa. Perciò io affermo che l’universo è solo un’immagine sulla nostra Coscienza. La Coscienza brilla nonostante la formazione di immagini su di essa; sebbene impalpabile, è fissata stabilmente e non vacilla. Proprio come le immagini nello specchio non sono separate dallo specchio, così anche le creazioni della Coscienza non sono da essa separate. Gli oggetti sono necessari per produrre immagini sullo specchio, ma non lo sono affatto per la Coscienza che è autosussistente. O Paraśurāma! Vedi come le allucinazioni e i sogni a occhi aperti sono chiaramente rappresentati nella tua mente anche in assenza di qualsiasi realtà dietro di essi. Come accade ciò? Al posto degli oggetti c’è una peculiare facoltà immaginativa della mente. Quando tale immaginazione è profonda, prende forma di creazione. La Coscienza è pura e immacolata quando è priva di immaginazione. Così puoi vedere come la Coscienza era assoluta e pura prima della creazione e come la sua peculiare facoltà o volontà produca questa immagine del mondo su di essa. Perciò il mondo non è altro che un’immagine sullo schermo della Coscienza e differisce da una immagine mentale per la sua lunga durata e ciò è dovuto alla forza di volontà che produce il fenomeno. L’universo appare utile, materiale e perfetto perché la volontà che determina la sua creazione è perfetta e indipendente; invece, i pensieri umani sono più o meno transitori a seconda della forza o della debolezza della volontà che sta loro dietro. Le limitazioni sono in qualche modo superate dall’uso di mantra, gemme magiche o erbe miracolose che stabiliscono una continuità. Con l’aiuto di quel puro yoga, o Rāma, osserva la creazione manifestata dalla volontà di qualcuno, come le allucinazioni prodotte dal mago. Gli oggetti del mondo possono essere maneggiati e usati, come le creazioni mentali; anche i sogni, presentano lo stesso fenomeno. Le creazioni del mago sono solo transitorie; le creazioni di uno yogin possono essere permanenti; entrambe sono esterne al creatore, mentre la creazione divina non può essere separata dal Signore onnipervadente. Poiché il Signore della Coscienza è infinito, la creazione può rimanere solo in Lui e il contrario è pura fantasia. Dato che l’universo è solo una proiezione sullo specchio della Coscienza, la sua natura falsa può diventare chiara solo con l’indagine. La realtà non può mai cambiare la sua natura, mentre l’irrealtà è sempre mutevole. Vedi quanto mutevole è la natura del mondo! Distingui tra l’immutabile Realtà e la mutevole falsità ed esamina il mondo comprendente questi due fattori: i fenomeni mutevoli e l’immutabile Coscienza, come la luce immutabile dello specchio e le immagini mutevoli su di esso. Il mondo non consente indagine a causa della sua natura mutevole e non reale. Come il gufo è accecato dalla luce solare, così il mondo sfila glorioso davanti all’ignoranza e scompare davanti al corretto esame. Quello che è cibo per uno è veleno per un altro, ciò che è una cosa per gli yogin è altra per altri. La lunga distanza per un veicolo, per un altro è breve. Lunghi intervalli di spazio riflessi su uno specchio sono su di esso e tuttavia sono irreali. Il modo di essere del mondo a una indagine attenta non appare permanente e stabile e l’unico fattore costante soggiacente è la Coscienza. Null’altro può esserci oltre a essa. Null’altro può starle accanto. Quello che brilla come ‘è’, è la maestà dell’assoluta Coscienza. Così l’universo è solo in Sé, l’uno non duale.
- Qui Dattātreya espone l’opinione dei buddhisti vijñānavādin.[↩]
- Questa è l’opinione dei vaiśeṣika.[↩]
- I vaiśeṣika atomisti sostengono che l’universo è composto dai cinque elementi, che sono permanenti, e da cose transitorie come un vaso o un vestito. Essi sono tuttavia incapaci di provare l’esistenza esterna del mondo, perché sostengono che gli avvenimenti della vita implicano la loro natura concettuale. Ne consegue che gli oggetti non coinvolti, sono inutili.[↩]