25 Gennaio, 2020

46. Dante: la Divina Commedia

Dante: la Divina Commedia

O voi ch’avete l’intelletti sani
mirate la dottrina che s’asconde.
sotto ‘l velame de li versi strani.
(Inferno, IX. 61-63)

A conclusione della Vita Nova, Dante annunciava di aver raggiunto la “mirabile visione”. In quel libro aveva descritto la sua vicenda interiore, a partire dalla rinascita iniziatica alle esperienze interiori sempre più elevate, cadenzate da periodi rappresentati simbolicamente dal numero nove, fino alla realizzazione effettiva del grado di maestro perfetto. La “mirabile visione” corrisponde, invece, alla universalizzazione di questa perfezione individuale. La Commedia descrive questa universalizzazione che conduce il Poeta non soltanto a “indiarsi”, com’egli scrive, ma anche a tornare sulla terra degli uomini (sskrt. mānuṣa loka) con una missione di restaurazione dell’ordine in Occidente. Infatti la Divina Commedia è tutta intessuta da ricorrenti allusioni alla Croce, simbolo dell’Autorità Spirituale (sskrt. brāhma), e all’Aquila, simbolo del Potere Temporale (sskrt. kṣātra). Nel medioevo, la prima era rappresentata dalla Chiesa e la seconda dall’Impero. Tuttavia, il papato da alcuni secoli aveva usurpato l’autorità della Chiesa, che, dopo aver rivolto la sua attenzione al potere terreno, aveva perduto la conoscenza sacra e l’iniziazione monastica.​ Aveva perfino perso progressivamente l’interesse per la teologia, trasformata sempre più in una filosofia razionalistica, trascurando anche la semplice conduzione delle anime verso la salvezza postuma. L’unico scopo evidente del papato era quello si soppiantare l’Impero nella conduzione delle cose temporali della cristianità. L’Impero era rimasto indebolito dalla sovversione capeggiata dal papato e dalle tendenze centrifughe di molti regni e principati, prima fra tutti la Francia. L’Impero conservava un rapporto diretto con le iniziazioni cavalleresche e artigiane, ma pagava un grave prezzo per la sua formale lealtà nei confronti dell’Autorità Spirituale, sebbene questa ne fosse indegna e completamente profana. Anche l’Ordine del Tempio, che rappresentava il collegamento iniziatico tra Chiesa e Impero, ne aveva risentito, trovandosi a dover ubbidire al papato, che gli diventava sempre più ostile. Anche i suoi rapporti iniziatici con l’Impero, erano complicati dalle continue scomuniche a scopo politico inflitte agli Imperatori. Questa posizione in bilico dei Templari spiega anche il loro indebolimento spirituale e militare. L’élite templare, rappresentata dalla Fede Santa, rimaneva l’unico baluardo intellettuale per le vie iniziatiche della cristianità. Tuttavia la continua minaccia di persecuzioni stava spingendo i Fedeli d’Amore ad assumere posizioni sempre più critiche nei confronti dell’Autorità Spirituale, erroneamente identificata con il papato corrotto (Morte Villana).​
Questo non era ciò che Dante, Imperator dell’esoterismo cattolico, dall’alto della sua sapienza, considerava essere la soluzione alla grave crisi della tradizione occidentale. Il suo disegno o, meglio, la sua missione, lo spingeva a una azione di riparazione da effettuare in due tempi: in primis restaurare la potenza e il prestigio dell’Impero, stroncando le pretese al dominio temporale perseguito dal papato;​riportare nei loro confini naturali le ambizioni indipendentiste dei Re nazionali; restaurare i legittimi governi aristocratici nelle città e nelle ville, sottraendo queste ultime alle avide e invadenti amministrazioni della nascente borghesia. In seguito, una volta realizzato questo progetto, sarebbe stato compito della Fede Santa riempire il vuoto spirituale installato nel cuore della Chiesa. Per essere precisi, Dante era pronto a trasmettere la sua Santa Sapienza (Beatrice) alle gerarchie ecclesiastiche al fine di raddrizzare la Chiesa. Così avrebbe restaurato un’autentica Autorità Spirituale al posto di quella forma priva di contenuto a cui s’era ridotta la Chiesa, da cui si poteva produrre ogni deviazione. Se alcuni Fedeli d’Amore di scarsa comprensione non avessero inteso seguirlo in questa impresa, egli era pronto a “fare parte per se stesso” e proseguire da solo. Per l’attuazione del piano divino, era però necessario indentificare un principe che avesse potesse seguire le direttive di questo sacro progetto e che avesse, al tempo stesso, il potere necessario per agire. Questo personaggio si presentò nella persona dell’Imperatore Arrigo VII di Lussemburgo. Si era perciò trovato l’Imperatore che avrebbe potuto attuare i disegni dell’Imperator Dante. Illustreremo le vicende storiche di questa impresa nel capitolo seguente.​
A differenza della Vita Nova, che narrava la sola realizzazione personale (sskrt. ādhyātmika kṣetra) del Poeta, la Commedia descriveva le possibili ricadute della sua esperienza interiore sull’ambiente umano (sskrt. ādhibhautika kṣetra) e divino (sskrt. ādhidaivika kṣetra). Perciò non si trattava più del racconto delle tappe spirituali a partire dall’iniziazione ricevuta dal maestro Guido Cavalcanti, fino al suo compimento; qui lo stesso percorso è stato esposto come una chiamata a una missione.​
Per questo motivo nella Commedia l’iniziazione di Dante e l’intero suo sentiero interiore era rappresentato come l’effetto di una volontà divina. Questa gli aveva predisposto i mezzi per raggiungere Dio (indiarsi) affinché, in seguito, egli potesse operare il raddrizzamento della Tradizione in Occidente. In questa prospettiva universale Dante abbandonò del tutto lo stereotipato e artificioso stile trovadorico del gergo (trobar cloz), per usare il vero simbolismo tradizionale. È quanto il Poeta definì “dolce stil novo”. Non è nostra intenzione condensare in poche righe un poema così vasto, complesso e articolato. Ci limiteremo a darne una breve sintesi sottolineando i punti più salienti.​
Arrivato a metà della durata della vita, a trentacinque anni, Dante si era smarrito nella selva oscura della vita profana. Non riusciva a uscirne perché gli sbarravano il passo una lonza, un leone e una lupa, che rappresentano incontinenza (avidità), matta bestialità (violenza) e frode (malafede), cause di ogni altro peccato. La lupa famelica, particolarmente, si dimostrava aggressiva. In quel mentre gli apparve Virgilio, il grande poeta latino del circolo augusteo, rappresentante dell’iniziazione imperiale romana, tramandatasi fino a Dante tramite il Sacro Romano Impero.​
Virgilio si proponeva di condurre in salvo Dante. Tuttavia questo percorso doveva comprendere una discesa all’inferno e, poi, una risalita lungo la montagna cosmica del Purgatorio, fino a raggiungere il più alto dei cieli (sskrt. Brahmaloka). Questo “lungo andare” era obbligato, perché ancora non era sceso dal cielo il Veltro che avrebbe cacciato all’inferno la lupa e aperto un “breve andare”, una via diretta, per andare direttamente in paradiso.
Protestandosi indegno di tanto onore, Dante ribatté dicendo che in cielo da vivi erano andati personaggi ben più importanti di lui: Enea, progenitore della Roma imperiale, e San Paolo, fondatore della Chiesa di Cristo.​ La risposta di Virgilio è più che sorprendente: Dante era altrettanto degno di compiere il viaggio ultraterreno. Per volontà di Dio, la Vergine Maria aveva incaricato S. Lucia di fare in modo che Dante potesse uscire dalla selva oscura per salire al più alto dei cieli dopo aver attraversato gli inferni, il purgatorio e il paradiso terrestre.​ A sua volta Lucia aveva delegato a Beatrice questa missione e quest’ultima, la Santa Sapienza, aveva incaricato Virgilio di fare da maestro e da guida al poeta. Dante ancora non era consapevole di essere destinato all’altissima missione di riportare all’umanità il significato della sua “mirabile visione”. Per questa ragione non si rese conto d’essere egli stesso il Veltro, di cui parlava Virgilio, che dal cielo doveva ritornare in terra per ricacciare la lupa all’inferno. Questa missione di cui Dante sarebbe stato incaricato è confermata in altri due passaggi della Divina Commedia.
La seconda conferma proviene da Beatrice quando incontrò Dante nel Paradiso Terrestre: ella preannunciò la venuta di un inviato divino, il cui nome sarebbe stato “cinquecento, dieci e cinque”, ossia, in numeri romani, D X V. La terza conferma è pronunciata da Cacciaguida, trisavolo di Dante, cavaliere morto in Terrasanta durante la seconda crociata. Egli affermava che quel personaggio, del tutto distaccato da brame di potere e ricchezza, sarebbe vissuto alla corte di Cangrande. Tuttavia, la grandezza della sua missione non era ancora evidente in quell’anno 1300, perché costui era entrato in una nuova fase della vita (o vita nova) da soli nove anni. Cacciaguida, inoltre fornì a Dante una ulteriore informazione riguardante la sua famiglia: Il nome Alighieri, che poi avrebbe soppiantato l’antico cognome della famiglia di Dante, vale a dire Elisei, proveniva dal cognome Allighieri, dell’illustre famiglia di sua moglie. Costei era originaria di Val di Pado, presso Ferrara, che rimaneva esattamente a metà strada tra Feltre e Montefeltro. Ecco, dunque, spiegato perché Virgilio avesse affermato che il Veltro era originario di un luogo situato tra Feltro e Feltro. Inoltre, tutte queste informazioni ci danno la chiave per interpretare correttamente l’acronimo latino DXV come Dantes Xsti Veltris , Dante Veltro di Cristo. Alcuni potranno chiedersi come mai così alta missione non abbia prodotto alcun risultato. Anzi, storicamente pare essere stato un vero fallimento. In realtà il legato di Dante all’umanità occidentale rimane come un monumento unico per elevatezza e la sua carica spirituale non è affatto esaurita e ha assunto nel tempo una sempre maggiore rilevanza escatologica. Non fosse così, tutti gli inviati di Dio fra gli uomini dovrebbero essere ugualmente sconfessati come fallimentari, non essendo riusciti finora a conquistare l’umanità intera e a instaurare il promesso regno permanente di pace e giustizia.​
Non entreremo nella narrazione dettagliata della Commedia: l’argomento è ben noto e la sua lettura alla portata di tutti. Inoltre la descrizione della sua cosmologia spazio-temporale e degli eventi riportati sarebbe così complessa da risultare impossibile da coprire in poche righe. La prima parte del tragitto consiste nel passaggio attraverso l’Inferno. Per gli esteriori questo è il luogo di pena dei dannati; ma per chi sta compiendo la discesa agli inferi nel corso della vita, l’Inferno è la vita profana, che si deve superare tramite l’iniziazione. Per questa ragione nell’inferno sono già collocati alcuni che all’epoca di Dante erano ancora vivi, tra cui molti Re e papi. In questo caso la discesa agli inferi corrisponde alla presa di coscienza delle colpe e delle motivazioni che spingono al peccato (sskrt. saṅcita karma). Se le motivazioni sono sintetizzate in incontinenza, matta bestialità e frode, le azioni corrispondenti si articolano nei peccati di Lussuria, Gola, Avarizia-Prodigalità, Ira-Accidia, Eresia, Violenza e Frode.
I fraudolenti più gravi sono i traditori dell’Impero e della Religione. Nel fondo dell’Inferno, al centro della Terra, è confitto Lucifero, scaraventato lì dall’alto dei cieli per il suo peccato di ribellione a Dio.
Lucifero ha tre volti. Nelle due bocche di destra e di sinistra sono perennemente masticati Bruto e Cassio, traditori dell’Impero. Nella bocca centrale è divorato Giuda, traditore della Religione. Arrampicandosi sul corpo gigantesco di Lucifero, Dante e Virgilio dal centro della terra risalirono per un cunicolo fino all’isola del Purgatorio, situata nell’oceano dell’emisfero meridionale.​
Da lì i due poeti scalarono la montagna cosmica del Purgatorio, sulla cui vetta si trova il Paradiso terrestre. Il Purgatorio è luogo di espiazione composto da sette cornici. Alla sua entrata, un angelo incise sulla fronte di Dante sette P (peccati). Ogni volta che Dante superava una cornice una P gli era cancellata dalla fronte. Si tratta in tutta evidenza di un percorso di purificazione mentale che dà come risultato la restaurazione dello stato primordiale, quello in cui si trovava Adamo prima del peccato. Arrivato nel Paradiso terrestre, dopo aver bevuto l’acqua dell’oblio del peccato, Dante vi trovò ad aspettarlo Beatrice, mentre Virgilio, il maestro umano, discretamente si faceva da parte.
Beatrice, non più persona umana (sskrt. amānava puruṣa), da questo momento, lasciando la Terra, condusse il Poeta attraverso i cieli verso l’Empireo o Paradiso Celeste. I cieli (sskrt. loka o svarga) da attraversare sono nove, rappresentati dai sette pianeti, dalle sette virtù e retti dalle diverse gerarchie angeliche, a cui s’aggiungono il cielo delle stelle fisse e, come nono, il cristallino o Primo Mobile.
Man mano che Dante saliva, incontrava con anime sempre più contemplative da cui fu istruito su dottrine di continuo più elevate. Superato il limite estremo del Primo Mobile, la prospettiva si rovescia. La Terra, invece di essere al centro del sistema tolemaico, diventa l’estrema periferia, mentre i cieli si fanno sempre più spirituali man mano che si procede verso il centro. L’intera manifestazione universale allora appare come una “Candida Rosa”, che ha al suo centro la presenza misteriosa di Dio. Dante avrebbe voluto chiedere spiegazioni a Beatrice, ma anche costei era silenziosamente scomparsa, sostituita da San Bernardo, l’ultimo monaco contemplativo della tradizione latina, patrono dell’Ordine del Tempio.​
Fu San Bernardo a condurre Dante verso la visione finale per “indiarsi”. Il Poeta osservò la divinità che pareva formata da tre cerchi di colori diversi, ma coincidenti. E uno di quei cerchi misteriosamente pareva avere forma umana, in cui Dante si riconobbe. La mente però non riusciva a comprendere come ciò potesse essere. Parrebbe che Dante non riuscisse a far quadrare il circolo di questa visione, quando, all’improvviso, la mente rimase folgorata: l’intuizione della realtà divina superò ogni capacità di immaginazione e di descrizione. Dopo di questa suprema visione riapparvero desiderio e volontà, ma questa volta non erano più dell’individuo-Dante, ma quelli di Amore “che move il sole e le altre stelle”.​ L’universalizzazione si era realizzata. Ora Dante poteva intraprendere la sua missione ritornando nel mondo degli uomini.

Maria Chiara de’ Fenzi

46. Dante’s Divine Comedy

Dante’s Divine Comedy

O you possessed of sturdy intellects,
observe the teaching that is hidden here
beneath the veil of verses so obscure
(Inferno, IX. 61-63)

At the end of The New Life, Dante declared that he had reached the “admirable vision”. That work is the account of his inner journey, starting from the initiatic rebirth to the ever higher inner experiences, cadenced by periods symbolically represented by the number nine, up to the actual realization of the level of perfect master. On the other hand, the “admirable vision” corresponds to the universalization of such individual perfection. Dante’s Comedy  describes this universalization that leads the Poet not only to “indiarsi” (in Italian: to become one with God), as he writes, but also to return to the earth of men (sskrt. mānuṣa loka) with a mission to restore order in the West. In fact, the Divine Comedy is entirely woven by recurrent allusions to the Cross, symbol of Spiritual Authority (sskrt. brāhma), and to the Eagle, symbol of Temporal Power (sskrt. kṣātra) . In the Western Middle Ages, the former was represented by the Church and the latter by the Empire. However, it was already for several centuries that the papacy had usurped the authority of the Church, which, after turning its attention to earthly power, had lost both the sacred knowledge and the monastic initiation.
It had also gradually lost interest in theology, increasingly transformed into a rationalistic philosophy, neglecting even the simple responsibility of herding the souls towards their posthumous salvation. The only evident purpose of the papacy was to supplant the Empire in the leadership of the temporal things of Christianity. The Empire had been weakened by the subversion carried out by the papacy and the centrifugal tendencies of many kingdoms and princedoms, starting from France. The Empire maintained a direct relationship with chivalric and artisan initiations, but paid a serious price for maintaining its formal loyalty to the Spiritual Authority, although this was already unworthy and completely profane. Even the Order of the Temple, which represented the initiatic link between the Church and the Empire, had been affected, having to religiously obey a papacy that had become increasingly hostile. Even its initiatic relations with the Empire were complicated by the continuous politically motivated excommunications inflicted on the Emperors. This destabilized position of the Templars also explains their spiritual and military weakening. The Templar elite, represented by the Holy Faith, remained the only intellectual bulwark for the initiatic ways of Christianity. However, the constant threat of persecution was pushing the Faithful of Love to take increasingly critical positions towards the Spiritual Authority, which only erroneously was identified with the corrupt papacy (Morte Villana, i.e. Rude Death).
This was not what Dante, Imperator of the Catholic esotericism, from the height of his wisdom considered to be the solution to the serious crisis of the western tradition. His plan, or better his mission, entailed a repair action to be carried out in two stages: firstly, to restore the power and prestige of the Empire, cutting off the claims to the temporal supremacy pursued by the papacy; to bring the independence ambitions of the national Kings back to their natural borders; to restore the legitimate aristocratic governments in the cities and villas, taking them away from the greedy and intrusive administrations of the nascent bourgeoisie. Secondly, once this part of the project had been carried out, it would have been the responsibility of the Holy Faith to fill the spiritual void left in the heart of the Church. To be precise, Dante was ready to transmit his Holy Wisdom (Beatrice) to the ecclesiastical hierarchies in order to rectify the Church. Thus, he would have restored an authentic Spiritual Authority in place of that form devoid of any content to which the Church had been reduced, which for too long had been breeding ground for all sorts of deviations. If any Faithful of Love with poor understanding did not intend to follow him in this endeavour, he was ready to “be part with himself” and go on alone . However, to implement the divine plan, it was first necessary to identify a prince who could follow the directives of this sacred project and who possessed, at the same time, the necessary power to act. This character manifested in the person of Emperor Henry VII of Luxembourg. Thus was found the Emperor able to implement the designs of Dante the Imperator. We will illustrate the historical events of that enterprise in the following chapter.
Unlike The New Life, which focuses on the Poet’s personal realization (sskrt. adhyātmika kṣetra), the Comedy describes the possible consequences of his internal experience on the human (sskrt. adhibhautika kṣetra) and divine domains (sskrt. adhidaivika kṣetra). Therefore, it was no longer the mere account of his spiritual journey starting from the initiation, received from his master Guido Cavalcanti, to its completion; here the same journey was exposed as a mission call. For this reason, in the Comedy, Dante’s initiation and his entire inner path were represented as the effect of a divine will. This had provided him with the means to reach God (indiarsi, i.e. entering God) so that he later could operate the rectification of the Tradition the West. In this universal perspective, Dante completely abandoned the stereotypical and artificial troubadour style of jargon (trobar cloz) to use true traditional symbolism. This is what the poet called “dolce stil novo” (sweet new style). It is not our intention to condense such a vast, complex and articulated poem into a few lines. We will just give a brief summary underlining the most salient points.
Midway upon the journey of his life, at the age of thirty-five, Dante found himself lost in the dark forest of secular life. He could not get out of it because a lynx, a lion and a she-wolf barred his way. The three beasts represented incontinence (greed), mad bestiality (violence) and fraud (bad faith), origins of all other sins. The ravenous she-wolf, in particular, proved aggressive. At the same time Virgil appeared to him, the great Latin poet of the Augustan circle, representative of the Roman imperial initiation that had been conveyed to Dante through the Holy Roman Empire. Virgil offered to bring Dante to safety. However, this route had to include a descent into hell and then an ascent along the cosmic mountain of Purgatory, until reaching the highest of the heavens (sskrt. Brahmaloka). This “long path” was unavoidable, because the Veltro who would have driven the she-wolf to hell, opening thus a “short path” or direct way to Paradise, had not yet descended from heaven.
Pleading unworthy of such honour, Dante replied that far more important people than him had gone to heaven alive: Aeneas, progenitor of Imperial Rome, and Saint Paul, founder of the Church of Christ. Virgil’s answer is more than surprising: Dante was equally worthy of making the otherworldly journey. By the will of God, the Virgin Mary had commissioned Saint Lucy to ensure that Dante could get out of the dark forest to climb to the highest heaven after passing through Hell, Purgatory and the terrestrial Paradise. In turn, Lucy had delegated this mission to Beatrice, and the latter, the Holy Wisdom, had commissioned Virgil to act as teacher and guide to the poet. Dante was still not aware that he was destined for the very high mission of bringing back to humanity the meaning of his “admirable vision”. For this reason, he did not realize that he himself was the Veltro mentioned by Virgil, who from heaven had to return to earth to drive the she-wolf back to hell. The mission Dante was destined to fulfil is confirmed in two other passages of the Divine Comedy.
The second confirmation comes from Beatrice when she met Dante in the Terrestrial Paradise. She heralded the arrival of a divine envoy, whose name would have been “five hundred, ten and five”, that is, in Roman numerals, D X V. The third confirmation is comes from Cacciaguida, great-great-grandfather of Dante, a knight who died in the Holy Land during the second crusade. He said that envoy, completely detached from the lust for power and wealth, would have lived at the court of Cangrande della Scala. However, the magnitude of his mission was not yet evident in that year of 1300 AD, because he had entered a new phase of life (or vita nova) for only nine years. Cacciaguida also provided Dante with further information regarding his family. The surname Alighieri, which would later supplant Dante’s original family name, that is Elisei, derives from the surname Allighieri of Cacciaguida’s wife, an illustrious family. She was originally from Val di Pado, near Ferrara, which remained exactly halfway between Feltre and Montefeltro. Here, then, is explained why Virgil had claimed that the Veltro was originally from a place located between Feltro and Feltro (literally, between Felt and Felt). Furthermore, all this information gives us the key to correctly interpret the Latin acronym DXV as Dantes Xsti Veltris, Dante Veltro of Christ. Some may wonder why such a high mission has not produced any results. Indeed, historically it seems to have been a real failure. In reality, Dante’s legacy to the western world remains as a unique monument owing to his height. Its spiritual content is by no means exhausted and has assumed an ever-greater eschatological relevance over time. If this were not the case, all the envoys of God to mankind should be equally be considered as failures for having fallen short in touching all humankind and in establishing the lasting kingdom of peace and justice as promised.
We will not enter into the detailed narration of the Comedy. The subject is well known and its reading within everyone’s reach. Furthermore, the description of its space-time cosmology and of the events reported would result so complex as to be impossible to cover in a few lines. The first part of the journey consists in passing through hell. For the uninitiated, this is the place the damned receive their punishment. But for those who are making the descent into hell during the course of their lives, Hell is the secular life, which must be overcome through initiation. This is why several characters who were still alive in Dante’s time are already in hell, including numerous kings and popes. In this case, the descent into hell corresponds to the recognition of the faults and the motivations leading to sin (sskrt. saṃcita karma). If on the one hand the motivations are summarized in incontinence, mad bestiality and fraud, on the other hand the corresponding actions are articulated in the sins of Lust, Gluttony, Avarice-Prodigality, Wrath-Sloth, Heresy, Violence and Fraud.
The traitors of the Empire and of Religion are the worst among the fraudulent. Lucifer resides in the depths of hell, at the centre of the Earth, cast out from the heavens and thrown there over his sin of rebellion against God. Lucifer has three faces. In his right and left mouths, the traitors to the Empire Brutus and Cassius are constantly chewed by the fallen angel. In the central mouth Judas, the traitor to Religion, is devoured. Using the gigantic body of Lucifer as a ladder, Dante and Virgil climb up from the centre of the earth through a tunnel to the island-mountain of Purgatory, located in the Ocean of the southern hemisphere. From there the two poets clambered up the cosmic Mount of Purgatory, on whose summit is the Terrestrial Paradise. The Purgatory is a place for atonement made up of seven frames . Upon entering, an angel marked Dante’s forehead with seven Ps (sins, in Italian peccati) on. For each of the seven frames passed, a P was erased from his forehead. It is clearly a path of mental purification which results in the restoration of the primordial state, the one in which Adam was before the original sin. Once reached the Terrestrial Paradise, after drinking the water of the oblivion of sin, Dante found himself in front of Beatrice who was waiting for him there. Then Virgil, his first master, discreetly stepped aside.
From that moment, Beatrice, no longer a human person (sskrt. amānava puruṣa), left the Earth behind, led the Poet through the Heavens to the Empyrean or Celestial Paradise. There are nine Heavens (sskrt. loka or svarga) to be crossed, named after the seven planets representing the seven virtues and governed by different angelic hierarchies. That of the Fixed Stars is the eighth Heaven. Whereas as ninth is the Crystalline or Primum Mobile. During Dante’s ascent, he met with increasingly contemplative souls who instructed him to continuously higher doctrines. Once crossed the extreme limit of the Primum Mobile, the entire perspective turns upside down. The Earth, instead of being at the centre of the Ptolemaic system, becomes the extreme periphery, and the heavens become more and more spiritual as one proceeds towards the centre. The entire universal manifestation then appears as a “Snow-White Rose”, which has at its centre the mysterious presence of God. At that point, Dante turned to Beatrice hoping for an explanation, but she had already disappeared in silence, replaced by St. Bernard, the last contemplative monk of the Latin tradition and patron of the Order of the Temple. It was St. Bernard who led Dante towards the final vision to “indiarsi” (in Italian: to become one with God). The poet beheld the divinity which seemed to be made up of three coinciding circles of different colours. One of those circles mysteriously seemed to have human form, in which Dante recognized himself. But his mind was inadequate to understand how this could be. It would seem that Dante was unable to square the circle of this vision, when, suddenly, his mind obtained a dazzling intuition of the divine reality, exceeding any capacity for imagination and description. After this supreme vision, desire and will reappeared, but this time they belonged no longer to Dante the individual, but to the very “Love who moves the sun and the other stars”. Universalization had taken place. Dante was now ready to undertake his mission by returning to the world of men.

Maria Chiara de’ Fenzi