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Due volte nati, tre volte nati, mai nati.

    Gian Giuseppe Filippi

    Due volte nati, tre volte nati, mai nati.
    La dottrina vedāntica dell’immortalità

    In tutta l’India s’usa ripetere, in un sanscrito popolaresco, il motto che comincia con “Prathama guru tataḥ mātā”: invero, il primo guru è la madre. Questa concezione è talmente condivisa sia dagli ambienti iniziatici dediti alla metafisica più elevata sia da incolti rappresentanti di quel buonsenso, che si usa definire “saggezza popolare”, che la credenza diffusa vuole che si tratti di un qualche aforisma vedico proveniente da un non meglio identificato testo sacro. In realtà, pur esprimendo una concezione dottrinalmente ineccepibile, il motto non è niente più di un proverbio della cui origine si sono perse le tracce. Ciò nondimeno il motto, che prosegue con “il padre è il secondo, il guru è il terzo”, è una sorta di felice sintesi di varie affermazioni testuali, laddove si conferma tassativamente la triplicità della funzione magistrale.
    Il passaggio scritturale più importante e, probabilmente, il più arcaico sull’argomento, è espresso all’inizio del Bhīṣma Parva del Mahābhārata1. In questo episodio epico il principe Yudhiṣṭhira interroga Bhīṣma, morente sul campo di battaglia, su quale sia il dovere più importante per il Sanātana Dharma2. Senza indugio l’anziano invitto eroe risponde che ciò corrisponde all’adorazione (pūjā), anzitutto della madre, poi del padre e, infine, del guru, obbedendo ai loro comandi anche qualora potessero apparire contrari al Dharma3. Qui il termine guru è usato in una accezione diversa da quella dichiarata dal proverbio citato in apertura. Guru letteralmente significa ponderoso, grave, anziano, per intendere una persona importante, illustre, eccellente, saggia. Questo primo significato s’addice all’uso in cui ci siamo imbattuti nel proverbio menzionato in apertura: non c’è dubbio che la madre, il padre e il maestro siano importanti, vale a dire “guru”, per la vita del figlio. Tuttavia il titolo di guru è impiegato soprattutto in forma onorifica per designare sia l’ācārya sia l’upādhyāya4. E, in modo particolare, quest’ultimo, il vero maestro iniziatico (dīkṣāguru).
    Quanto Bhīṣma afferma, rispondendo a Yudhiṣṭhira, corrisponde esattamente al seguente passo della Manu Smṛti:

    Chi venera la propria madre ottiene questo mondo, chi venera il proprio padre ottiene il mondo che sta a metà [tra terra e cielo], e chi obbedisce al guru raggiungerà il cielo più alto (Brahmaloka). […] Onorando questi tre si compie ogni dovere dell’essere umano. Questo è il dovere più sublime a cui tutti gli altri sono subordinati.5

    Questa citazione aggiunge, inoltre, alcuni particolari significativi in quanto specifica quali sono i risultati karmici (phala) dell’adorazione (pūjā) che il figlio riserva rispettivamente alla madre, al padre e al padre spirituale, il guru.
    Ritornando al Mahābhārata, Bhīṣma afferma che, da un certo punto di vista, il guru più importante è la madre. Infatti se un upādhyāya, un guru di una specifica scienza iniziatica vedica, è dieci volte superiore a un ācārya, il padre vale dieci ācārya e la madre è dieci volte più importante del padre: nessun guru può eguagliare l’importanza della madre6. In tutta evidenza l’importanza primaria attribuita alla madre consiste nel fatto che ella presta il suo sangue e la sua carne al figlio, permettendogli di entrare in questo mondo come essere umano dotato d’un corpo grosso vivente (dehadhārin)7. Questo perché in una visione trasmigratoria,

    […] la nascita umana è fra tutte la più difficile da ottenere.8

    Nascita umana che fornisce l’occasione, forse unica, di uscire dalla ridda delle nascite e rinascite, delle morti e ri-morti che l’avvicendamento dei mondi manifestati (saṃsāra) produce. La madre, offrendo la preziosa opportunità della nascita umana, è perciò il guru che, per lo meno in modo virtuale, avvia l’individuo trasmigrante (saṃsāri prāṇin) a un’esistenza che, opportunamente fruita, può permettere il compimento del proprio dharma individuale (svadharma). Qualora il figlio fosse provvisto delle necessarie qualifiche (adhikāra), questa nascita potrebbe condurlo a vivere una vita colma di soddisfazioni (nāndī) e di benessere (sampad), ad accumulare meriti (puṇya) per ottenere la salvezza nell’altra vita (svarga); oppure, tramite una via iniziatica (sādhana mārga) a raggiungere con sacrifici e devozione il più alto dei cieli (Brahmaloka) e persino seguire una via di preparazione all’ottenimento della Liberazione (mokṣa, mukti) dai legami (baṅdha) del saṃsāra: si sa, infatti, che la Liberazione si può raggiungere proprio prendendo come supporto questa vita corporea. La nascita umana (manuṣyajanman) che la madre offre al figlio è precisamente la prima nascita visibile (dṛṣṭa janman) alla vita attuale, quella che ogni vivente sta sperimentando qui, ora. La madre è per questa ragione la personificazione della terra (pṛthivī)9, com’è affermato nella smṛti10; e proprio per questo garantisce ai figli, durante la loro vita corporea, la possibilità della fruizione (bhukti o bhoga) e della conquista di tutto ciò che nel suo corso si dispiega. Questo non si limita al solo godimento degli oggetti necessari alla sopravvivenza, ma anche dell’intera totalità delle ricchezze, relazioni, attività, conoscenze che il corpo grossolano (sthūla śarīra) permette (o non permette11 che ha condotto l’anima trasmigrante (saṃsāri jīva) a nascere dalla matrice (yonijanman) della propria madre.
    Tra i benefici più immediati che la madre, in quanto primo guru, procura ai figli, certamente il più importante è quello di condurli verso il padre, al quale infine li affiderà. Questo avviene regolarmente attorno ai sei-otto anni d’età. Il bambino allora sarà introdotto dal padre alle prime istruzioni necessarie per essere accettato nella casta della famiglia da cui proviene12. Medhātithi, il principale commentatore della Manu Smṛti, afferma che il fanciullo è sottoposto all’upanayana saṃskāra (rito d’aggregazione alla casta) all’età di otto anni se proviene da famiglia di brāhmaṇa, di undici se kṣatriya, di dodici se vaiśya13. “La più probabile ragione di questa differenziazione sembra essere che, nei tempi antichi, nel caso degli studenti (brahmacārin) di casta brāhmaṇica, il maestro fosse proprio il padre. Perciò non era per loro scomodo che fossero “iniziati”14 in giovane età, perché per essere istruiti non avevano bisogno di lasciare casa loro. Non altrettanto per i bambini di casta kṣattriya [sic.] e vaiśya, che dovevano separarsi dai loro genitori per ricevere gli insegnamenti15. Perciò essi avrebbero potuto essere a disagio a trovarsi separati dai genitori in così giovane età.”16
    Qualora il padre non fosse in grado di ottemperare a questa funzione educativa, vuoi perché privo della preparazione testuale necessaria, vuoi perché non brāhmaṇa, allora si fa ricorso a un ācārya.

    Il maestro è allora chiamato padre affinché possa insegnare il Veda [al ragazzo].17

    Il commento tradizionale a questo passo aggiunge:

    Stando così le cose, fino a quando il maestro non abbia assunto la funzione di padre, il bambino non può ottenere la seconda nascita. Finché non è diventato un due volte nato (dvija), egli non avrà alcuna regola che disciplini il suo comportamento, poiché si trova in uno stato precedente l’upanayana.18

    Dopo una notte di veglia silenziosa, il figlio consuma l’ultima colazione assieme alla madre. Il padre, a questo punto, lo prende in consegna e lo conduce a casa dell’ācārya. Dopo un bagno lustrale e la rasatura del capo, il bambino, vestito di bianco, raggiunge il maestro presso il fuoco sacro e chiede di essere ammesso all’insegnamento del più sacro mantra vedico, la Gāyatrī. L’ācārya, a questo punto, lo accetta come brahmacārin o studente brāhmaṇico. Gli cinge i fianchi con una cintura di erba kuśa, (da non confondere con lo yajñopavīta, che porterà per il resto della sua vita sociale) novello cordone ombelicale, che segna la sua seconda nascita (dvijanman), e lo abilita a compiere i riti tradizionali. Dopo una circoambulazione dell’altare del fuoco, il padre o l’ācārya gli fanno ripetere la Gāyatrī:

    Salutiamo la terra, l’atmosfera e il cielo:
    meditiamo sulla luce eccelsa del Sole divino,
    che possa illuminare le nostre menti. Oṃ!19

    “Nei tempi antichi l’upanayana e la dīkṣā potevano essere compiute nello stesso tempo. Ciò accade ancor oggi quando il ragazzo di casta brāhmaṇa ha il padre che è sia un ācārya sia un guru”20.

    Tuttavia, al giorno d’oggi, per molti adolescenti l’upanayana e l’imposizione del cordone (yajñopavīta), portato sulla spalla sinistra in obliquo fino al fianco destro, rappresentano la conclusione del rito di acquisizione dello stadio della vita21 di studente o brahmacarya. Egli ora è un dvija e un nobile (ārya), ed è abilitato a compiere i rituali tradizionali della sua casta, del suo clan, della sua famiglia, strumenti potenti per il raggiungimento della salvezza (svarga)22. Per molti il saṃskāra si conclude qui.
    Ma per chi volesse continuare la propria istruzione vedica, scegliendo un giorno particolarmente fausto in una data successiva al rito dell’upanayana che abbiamo appena descritto, gli è fissato il rito di introduzione allo studio del Veda (vedārambha) e alle sue pratiche, secondo la tradizione familiare del brahmacārin23. Il vedārambha può anche culminare con il conferimento della dīkṣā. In questo caso un officiante vedico (ṛtvij) consacra il guru come madre del brahmacārin per mezzo di diversi rituali che si concludono con un’oblazione sacrificale (homa) nel fuoco dell’altare vedico. Conferito il dovuto salario (dakṣinā) al ṛtvij, l’upādhyāya procede al rito per trasmettere l’iniziazione (dīkṣā) al suo nuovo discepolo (śiṣya)24.

    Il maestro, accettandolo come discepolo (upanī), prende il brahmacārin al suo interno come un feto e lo tiene nel suo ventre per tre notti. Gli dèi si riuniscono per vederlo nascere.25

    Dopo essere stato partorito dalla madre e dopo esser nato la seconda volta con l’upanayana, l’iniziazione costituisce per il fanciullo propriamente la terza nascita26. Ma seguiamo la descrizione dell’iniziazione allo studio del Veda, che rappresenta il modello preso a esempio per tutti gli altri rituali d’iniziazione del Sanātana Dharma.

    Coloro che lo conducono a ricevere la dīkṣā sono i celebranti del sacrificio, i quali lo trasformano nuovamente in embrione. Lo cospargono d’acqua; e l’acqua è il seme. Dopo averlo reso identico al seme, lo conducono nella capanna dell’iniziazione; la capanna dell’iniziazione per l’iniziato è il grembo [materno…]. Lo coprono con un indumento, che per l’iniziato è l’omento […] Sopra a questo gli mettono una pelle d’antilope nera; quest’ultima è la placenta che copre l’omento, ed essi lo ricoprono veramente con una placenta.27​

    L’iniziando rimane ivi recluso per tre o nove notti,

    Alla fine, uscito dalla pelle d’antilope nera, va a fare un bagno purificatore.28

    Tuttavia, questo non è più propriamente un ritorno alla vita normale, come era accaduto dopo la prima e seconda nascita. Ora l’iniziato (dīkṣita) è morto alla vita ordinaria ed è rinato nello spirito avendo la possibilità di raggiungere l’immortalità interiore e, una volta lasciato questo corpo, seguire la via degli Dei (devayāna)29, al fine di incorporarsi in Hiraṇyagarbha30. Per costui il trasmigrare tra cieli (svarga) e inferni (naraka), tra rinascite buone o cattive, perde ogni significato, perché, almeno virtualmente, egli ha già superato per sempre la morte. Infatti:

    Agni e Soma [e tutti gli altri Dei] prendono tra le loro fauci chi sta ottenendo la dīkṣā […], l’iniziato diventa cibo per gli Dei e per questo l’hanno preso tra le fauci […] e per questo egli ne esce esclamando: “Evviva!
    Mi sono liberato dal cappio di Varuṇa [della morte].”31

    Infatti queste tre nascite sono precedute da altrettante morti. La morte allo stato embrionale segna la nascita come individuo autonomo; la rinascita come due volte nato corrisponde alla morte all’infanzia libera da responsabilità, stadio di vita animale, secondo natura (laukika); infine la terza nascita è la morte alla vita profana e l’entrata nel dominio della purificazione dell’individualità. Questo almeno in un primo tempo, e poi, eventualmente, della realizzazione spirituale tramite conoscenza. Altrove abbiamo dimostrato, con l’apporto di prove scritturali e secondo ragione, che la morte iniziatica, lungi dall’essere il compimento d’un rituale in forma drammatica, è una morte reale, persino più reale dell’abbandono del corpo, poiché coinvolge l’individualità integrale32.
    A questo punto, ritornando al Mahābhārata con cui avevamo iniziato le nostre citazioni, è ben lecito che Bhīṣma sollevi qualche dubbio sulla valutazione delle funzioni dei tre guru. Infatti, non appena egli afferma l’importanza della madre come guru, come abbiamo già citato, egli aggiunge che però, a suo parere, il più importante dei tre è quel maestro che conferisce l’iniziazione (dīkṣāguru). I genitori sono invero importanti per quello che riguarda la vita del figlio, ma il guru, il vero upādhyāya, permette di raggiungere quel cielo in cui si è esenti da vecchiaia e morte33. Il dubbio di Bhīṣma è più che legittimo: sta di fatto che trova conferma nella Manu Smṛti:

    Se paragoniamo un genitore naturale con chi insegna il Veda, colui che insegna il Veda è il padre più venerabile, perché la rinascita del brahmacārin è eternamente lo stesso Veda [la conoscenza] sia qui sia nell’altra vita.34

    Quest’ultimo è il punto di vista iniziatico, quello più autorevole. Il riconoscimento dell’importanza fondamentale delle funzioni materna e paterna non toglie che esso sia possibile soltanto da un punto di vista esclusivamente naturale e mondano (prakṛtibhava, laukika). La terza nascita corrisponde dunque a un totale cambiamento di prospettiva e all’accesso al dominio del sacro (pavitra, alaukika).

    *
    *      *

    Come si diceva, l’iniziazione alla conoscenza dei testi vedici e dei rituali sacrificali (yajñakriyā), che segue il vedārambha, rappresenta il modello rituale a cui tutti gli altri riti d’iniziazione (dīkṣākriyā) dell’Induismo35 si conformano, in riconoscimento della sua preminenza dovuta al fatto che essa è l’unica iniziazione descritta nei minimi dettagli nella śruti, ossia nel Veda. In realtà quel rituale è applicato solamente nel caso in cui l’aspirante appartenga a una famiglia sacerdotale di tradizione karma kāṇḍa śrauta, ossia che per trasmissione familiare si dedichi al compimento dei sacrifici vedici e al mantenimento perpetuo nella propria casa del fuoco sacrificale (abhyāhitāgni)36. Quelle famiglie rappresentano un settore strettamente minoritario all’interno della stessa casta brāhmaṇica, poiché in realtà la massima parte dei brāhmaṇa si dedica alla tradizione smārta37. Altri sono preposti a trasmettere la tradizione gnostica del Veda, jñāna kāṇḍa38, ma in questo caso non per via familiare trattandosi di saṃnyāsin. Perciò due riti d’iniziazione vedica sono attuati solamente per l’ammissione ai due darśana vedici più elevati: alla Pūrva Mīmāṃsā e all’Uttara Mīmāṃsā (o Vedānta)39. In tutti gli altri casi, nelle diverse correnti dello Yoga, del tantrismo, dello śaktismo, delle scienze e arti tradizionali (vidyā śāstra, śilpa śāstra), il rito d’iniziazione assume forme proprie che si discostano parzialmente dalla dīkṣā descritta nella śruti, adattandosi alle caratteristiche delle loro dottrine particolari.
    Fatte queste dovute precisazioni, ritorniamo a considerare il modello vedico, che qui riprende a essere considerato orientativo per ogni altro rito d’iniziazione hindū.
    Colui che compie i riti vedici, senza aver ottenuto la corrispondente iniziazione, ambisce a ottenere meramente una posizione migliore in questo mondo e, dopo la morte, a raggiungere i cieli (svarga) per poi trasmigrare in altri mondi (loka) per mezzo di una rinascita auspicabilmente migliore a quella della presente vita[41]. Ciò corrisponde con esattezza alla concezione della salvezza caratteristica delle religioni monoteistiche, ed, esaurita la durata dell’esistenza in quei prolungamenti sottili (sūkṣma pravṛtti), all’ottenimento di una nuova rinascita.
    Tuttavia, dopo aver ricevuto l’iniziazione si riesce a capire che:

    Sia chi conosce sia chi non conosce, tutti compiono i riti [nella medesima forma]. Ma conoscenza e ignoranza sono differenti: diventa più efficace (vīryavattaram)40 solo quel rituale che si compie (karoti) con l’aggiunta della meditazione interiore (upaniṣadā)41, della śraddhā42 e della conoscenza (vidyā)43. 44

    È necessario spiegare accuratamente questo passaggio della śruti. Anzitutto non si vuole affatto negare l’efficacia dei riti esteriori, ma semplicemente riconoscerne la minore portata: per questo si dice “diventa più efficace”, sottintendendo che i riti iniziatici hanno una efficacia maggiore di quella dei riti vedici esteriori compiuti dagli ignoranti. E qui con ignoranti s’intende coloro che, sebbene nati in una casta ārya, essendo anche due volte nati (dvija) e pur conoscendo anche dettagliatamente gli atti, le formule, i tempi e i luoghi dove officiare, non sono iniziati.
    Gli iniziati, di cui parla la śruti citata, di quale tipo di conoscenza sono dotati? Śaṃkara, nel suo Commento ai Brahma Sūtra aggiunge a questo passaggio questa breve e illuminante considerazione:

    La conoscenza è qui intesa come facente parte di un certo rito. Perciò questa conoscenza non può di per sé portare alla Liberazione.45

    ​Infatti:

    [… l’azione (karma)…] che sia compiuta con attaccamento al fine di fruire dei suoi risultati, oppure perché è una prescrizione obbligatoria, o persino quando è eseguita con distacco nei confronti dei suoi frutti, produce necessariamente un suo effetto; ma, evidentemente, non è in grado di condurre alla Liberazione poiché, essendo quest’ultima eterna, non può affatto essere il risultato di alcuna azione.46

    Bisogna, di conseguenza, stabilire di quale tipo di conoscenza si tratti allorché essa sia riferita all’ambito dei riti, seppure iniziatici. Infatti, per quale ragione le , accanto alla conoscenza suprema (parajñāna) del Brahmātman, menzionano anche quelle vidyā che fanno parte integrante della sezione ritualistica del Veda (karma kāṇḍa)? La prima ragione, per la quale la śruti tratta del divenire e delle azioni rituali di vario genere, consiste nel fatto che questa scienza del dharma (dharmajñāna) può essere considerata utile per avviare verso la cerca dell’ultima Realtà coloro che non possono ambire a un approccio diretto con la realtà assoluta (pāramārtika sattā).

    Le Upaniṣad contengono due insiemi d’insegnamenti che riguardano il Brahman, [cioè] la Realtà, indirizzati a due differenti livelli mentali. Al più elevato livello di aspiranti appartiene sia il discepolo che ha ottenuto in questa vita la preparazione mentale necessaria per affrontare questo tipo di ricerca sia colui che è dotato di una mente rivolta all’interiorità come risultato di una disciplina eseguita nelle sue ultime esistenze […] Secondo Śaṃkara, l’altra categoria d’insegnamenti upaniṣadici consiste nelle ingiunzioni47 alla meditazione di ciò che si definisce Aparabrahman, il Brahman non-Supremo. […] Come la meditazione insegnata nelle religioni non hindū, anche la meditazione upaniṣadica di Brahman [non-Supremo] assicura il raggiungimento postumo del Cielo supremo, qui chiamato Brahmaloka.48

    Si distinguono, dunque, due categorie intellettuali d’iniziati; la prima è costituita da coloro che sono qualificati al raggiungimento diretto della Conoscenza suprema (paravidyā) o Conoscenza metafisica49 (pāramārthika vidyā). La seconda, comprende coloro che, meno dotati, devono intraprendere un avvicinamento conoscitivo indiretto e per gradi tramite l’azione; è ciò che fa parte delle conoscenze e scienze del dominio del non-Supremo (aparavidyā)50. Si osservi ora più da vicino cosa s’intende con Conoscenza suprema e con “azione conoscitiva”.
    Sulla Conoscenza suprema la Kaṭha Upaniṣad afferma:

    Il Sé cosciente non nasce né muore, non è originato da nulla e nulla ha origine da lui. È non-nato (aja), immutabile (nitya), esente da decadenza, originario.51 […] La pace eterna non spetta ad altri se non a coloro che discriminano e realizzano nei loro cuori l’Essere immutabile tra gli esseri mutevoli, che è Coscienza pura tra gli oggetti apparentemente dotati di coscienza51, che elargisce a molti ciò che massimamente desiderano [il mokṣa].52​

    Per questa ragione la śruti dice che l’Assoluto è “satyam jñānam anantam Brahma”53, Realtà, Conoscenza e Infinito e non attribuisce al Brahman nulla che lo coinvolga con alcuno sforzo (ānayāsa), azione, movimento, o con l’idea di mutamento, di tempo, di causalità, ovvero con il divenire.
    Al contrario,

    la parola jñapti54, che esprime la conoscenza come una azione intesa a conoscere, non può essere applicata al Sé. Perché il Sé non è sottoposto ad alcun cambiamento, poiché sappiamo dalle Upaniṣad che egli è immutabile.55

    La parola jñapti significa sforzo per apprendere, perciò non può essere attribuita all’Ātman, in quanto lo sforzo per apprendere indica un’azione o un mutamento nella natura di chi s’impegna nella jñapti. Chi compie un’azione tesa a ottenere conoscenza di alcunché, necessariamente acquista qualcosa che anteriormente non possedeva; vale a dire che costui cambia, si modifica a seconda del grado di conoscenza progressivamente raggiunto. Perciò, in luogo di jñapti, nel caso dell’Ātman è più appropriato l’uso di jñāna (Conoscenza) e caitanya (Coscienza). Oltre tutto, se così non fosse, si dovrebbe supporre che l’Ātman dovrebbe partire da uno stato d’ignoranza (ajñāna o avidyā) per raggiungere la Conoscenza, cosa che sarebbe contraria sia alla śruti sia alla ragione, perché si sa che il Sé è pura Coscienza-Conoscenza e che è immutabile.

    La conoscenza, nel senso di strumento dell’azione di conoscere, è applicabile all’intelletto e non al Sé, poiché non esiste uno strumento senza un agente che lo utilizzi. La medesima parola “conoscenza” non può nemmeno essere attribuita al Sé quando con essa s’intende l’oggetto dell’azione di conoscere.Il Sé non può mai essere conoscibile né può essere indicato direttamente con parole, essendo, com’è, eternamente immutabile, libero da sofferenza e piacere, e assolutamente Uno.56

    Se si suppone che esista qualcosa che, usando come strumento l’azione conoscitiva, s’appresti a conoscere qualcosa di conoscibile, ossia un oggetto che alla fine di questo processo d’indagine diventi conosciuto, questo “qualcosa” può essere soltanto l’intelletto (buddhi)57 e certamente non l’Ātman. Infatti, mentre la buddhi, produzione di prakṛti, è sottoposta al mutamento provocato dai guṇa che le sono connaturati, l’Ātman non è agente, perciò non può essere ridotto a qualcosa che usa uno strumento conoscitivo per conoscere. Se con conoscenza s’intende un’azione volta a conoscere, questo tipo di conoscenza non può dunque essere davvero attribuito all’Ātman, ma all’intelletto. La buddhi, inoltre, assume la funzione di ahaṃkāra, che significa “ciò che produce l’io individuale” (aham o jīva-jīvātman)58. Da ciò deriva che colui che compie l’azione conoscitiva è solamente l’individuo. Allo stesso modo in cui non si può attribuire all’Ātman alcuna azione, nemmeno quella conoscitiva, così esso non può essere oggetto di alcuna azione: perciò nemmeno dell’azione di conoscere. L’Ātman perciò non può essere conoscibile né tanto meno conosciuto. Non può essere né soggetto né oggetto di alcun verbo che indichi azione, essendo immutabile, uno e al di là della dualità: l’Ātman è Coscienza-Conoscenza, non è un agente di alcuna conoscenza. Se potesse essere soggetto o oggetto di modificazione, allora sarebbe lo sperimentatore del saṃsāra come erroneamente sostengono alcuni.

    Se l’ego fosse il Sé, allora una parola potrebbe descrivere il Sé in senso letterale. Ma secondo la śruti, l’ego non è il Sé, dal momento che è sottoposto a fame ecc.59

    L’ego è il riflesso del Sé nella sfera individuale. Se l’ego fosse identico al Sé, quest’ultimo sarebbe facilmente descritto tramite una parola corrispondente a un’idea. Ma, sull’autorità della śruti, l’ego non è il Sé, essendo sottoposto a tutte le limitazioni derivanti dalla sua esistenza empirica, come la fame, la sete, la gioia e il dolore.
    Tuttavia le vie che appartengono al domino della conoscenza del non-Supremo (aparavidyā) prendono questo ego (aham, jīvātman) come punto di partenza per la loro sādhanā. E, poiché l’individuo altro non è che un aggregato di molteplici modalità, queste vie iniziatiche cominciano assumendo come primo supporto il corpo grossolano (sthūla śarīra), usandolo come strumento (karaṇa, hetu) per compiere rituali, per controllare il respiro e i ritmi degli organi corporei. Dopo un certo periodo, raggiunto il controllo della modalità corporea, si risale attraverso una indefinità di gradi rappresentati da modalità sottili, introvertendo la voce o la vista (gli indriya) a una dimensione mentale, per poi arrivare a un livello di scelta intellettuale (bauddhika vikalpa). Rimane da risolvere, a questo punto, il problema dell’esistenza apparente di un che non è il Sé, la cui soluzione è abitualmente rimandata alla condizione in cui l’iniziato (sādhaka) si troverà nella prosecuzione postuma della propria vita individuale.
    Il metodo del Vedānta è chiamato sākṣāt sādhana, di solito tradotto come metodo diretto60. La traduzione è soddisfacente, in quanto si tratta d’un metodo che non s’appoggia su nulla che possa fare da intermediario tra il sādhaka e la meta prefissata. Quindi, l’advaitin non farà alcun uso di meditazioni, di supporti simbolici, yantra, mantra, tantra, di azioni rituali corporee, vocali o mentali che siano. L’indagine realizzatrice (jijñāsā) di questo sādhaka si basa esclusivamente sulla ricerca del Brahman per mezzo del proprio Sé; ma, essendo il Sé di ciascuno sempre identico al Brahman, appare evidente che esso non può consistere in alcun mezzo, supporto, strumento o simbolo. Perciò un metodo immediato non può essere che un metodo diretto. Per spiegare meglio il significato di sākṣāt sādhana aggiungeremo che l’indagine sul Brahman o, se si preferisce, la cerca del Brahman, è compiuta dal proprio Ātman inteso come Sākṣin, vale a dire il Testimone diretto.

    Diverso da quell’agente, che è l’oggetto noto come ego, è il Testimone che risiede in tutti gli esseri, il medesimo in tutti, l’unico, immutabile, eterno Puruṣa, Sé di tutti e di ciascuno, che non è mai rivelato ad alcuno per mezzo della sezione rituale del Veda o da vie meditative.61

    Il jñāni è consapevole fin dall’inizio del suo sādhana di essere l’Ātman, e che l’Ātman è il Brahman. Egli dovrà quindi dedicarsi a discriminare il non-sé (anātman) dal Sé:

    Quando si è liberi, la nozione illusoria di essere soggetti a dolore e piacere, che è provocata dalla propria identificazione con il corpo [sensi, mente e intelletto] è cancellata per sempre dalla conoscenza discriminante (viveka)62 che rimuove ciò che occulta l’evidenza dell’identità del Sé con il Brahman, esattamente come quando, togliendosi gli orecchini, si rimuove l’idea di essere “colui che porta gli orecchini”.63

    Per citare il grande maestro di Vedānta Svāmī Satcidānandendra Sarasvatī:

    Dal punto di vista contingente (vyāvahārika) tutti i seguenti concetti paiono ‘reali’: 1) Abbiamo strumenti di conoscenza e azione come il corpo, i sensi e la mente. 2) Usando questi strumenti compiamo varie azioni e ne traiamo meriti (puṇya) o demeriti (pāpa). 3) A causa di questi meriti o demeriti si producono future nascite. Ma quello che stiamo seguendo ora è il punto di vista metafisico (pāramārtika). Da questo punto di vista sia il mondo della dualità (jagat) sia il corpo, che in esso esiste, sono illusori (māyika). Non possiamo affermare che sia la nostra vera natura essenziale ad avere qualche relazione con il corpo, perché nello stato di sogno non abbiamo alcuna relazione con esso; e nel sonno profondo addirittura non abbiamo alcun corpo64. Inoltre, se continuiamo a conservare questo punto di vista, in verità non abbiamo nemmeno kartṛtva, ovvero, la qualità di essere un agente, in quanto solo quando siamo associati all’ego (ahaṃkāra) pensiamo di star compiendo tale o talaltra azione. Desiderare un oggetto e, allo scopo di appropriarsene, provare la volontà (saṃkalpa) e decisione (niścaya) di compiere un’azione (karma) volta ad acquisirlo, tutti questi pensieri dipendono da ahaṃkāra e non possono essere attribuiti alla nostra vera natura (svarūpa).65

    Perciò:

    Io non sono mai nato, cresciuto e morto. Queste qualità di Prakṛti, che sembrano essere in me, in verità appartengono al corpo. Kartṛtva [il fatto di essere un agente], bhoktṛtva [il fatto di essere un fruitore] ecc. appartengono solo ad ahaṃkāra e non a me che sono fatto di pura Coscienza (cinmāyā). Io sono l’unico Śiva.66

    Nella prospettiva della metafisica pura (śuddha paramārtha), dunque, tutto ciò che è mutevole è saṃsāra: in questa visione del vero non c’è modo di attribuire alcuna realtà alla morte, sia quella ordinaria (dehānta) sia quella iniziatica. Morte non è altro che una concezione temporale, che non s’addice a chi ha la visione dell’Eterno. Solamente l’Ātman-Testimone può avere questa visione, ossia colui che ha raggiunto la Coscienza-Conoscenza perfetta, il mukta. Ma in questo caso non potremo tradurre questo termine con “liberato”67, perché egli è libero, eternamente libero, infinitamente libero, e non è mai esistito nulla che lo abbia limitato, impedito, ostacolato. Perciò egli non muore perché non è mai nato (aja). Solamente chi non è mai nato è realmente immortale. Solamente chi è ignorante può pensare altrimenti.

    Solamente coloro che in questo mondo avranno la conoscenza più perfetta, incrollabilmente sapranno che la Suprema Realtà è senza nascita e senza distinzione. Ma l’uomo ordinario questo non lo potrà comprendere.68

    1. The Mahābhārata, V.S. Sukthankar et al. (Eds.), 19 vols., Poona, Bhandarkar Oriental Research Institute, 1933-1966, XII vol., 109.[↩]
    2. Il Dharma, termine applicabile per certi versi anche al Jainismo e al Buddhismo, è di solito tradotto erroneamente con “religione”. In particolare, Sanātana Dharma, il Dharma eterno, si riferisce alla norma di origine non umana che regge l’intero universo di esseri senzienti e insenzienti ivi presenti fino dall’alba dei tempi. L’idea di eternità (nitya), in questo caso, esprime in senso secondario la permanenza perenne o perpetua del Dharma per tutto il corso degli innumerevoli cicli cosmici, in quanto in ogni manvantara i primi uomini l’avrebbero ricevuto in trasmissione dall’umanità del ciclo precedente. In ragione della sua primogenitura rispetto a tutte le altre forme tradizionali, esso è anche definito Anādi Paramparā, Tradizione primordiale o senza inizio, in quanto non dipende da una fondazione, rivelazione o alleanza con Dio avvenute nel corso della storia della presente umanità. Pur non essendo più rappresentato soltanto da individui perfetti (haṃsa), com’era nei primordi, a causa delle attuali condizioni del Kali yuga, il Sanātana Dharma comunque pone, come fine ultimo dell’uomo (mukhya puruṣārtha), non la salvezza o la santità, ma direttamente il mokṣa. Per questa ragione è l’unica forma tradizionale vivente con un’organizzazione iniziatica, il Vedānta, specificamente finalizzata a insegnare la metafisica pura che, sola, conduce alla meta ultima. Il Sanātana Dharma si adatta, per regole rituali, comportamentali e dottrinali, alle caratteristiche di ogni singolo individuo sotto forma di svadharma. Ciò significa che nel Dharma non esiste una regola esteriore indistintamente uniforme e obbligatoria per tutti, poiché i suoi riti, comportamenti e dottrine sono modulati e adattati alla naturale posizione gerarchica dei singoli esseri umani, in una prospettiva aristocratica anziché egualitaria. Il Dharma comprende sia la realtà mondana (laukika sattā) sia quella iniziatica (dīkṣita sattā) che, sebbene distinte per la portata del loro dominio, non sono separate in un essoterismo dogmatico e un esoterismo inteso al recupero della primordialità perduta, come avviene presso le altre tradizioni storicamente fondate da un qualche individuo missionato.[↩]
    3. Ibid. XII.109.2-4.[↩]
    4. Con ācārya qui s’intende il guru che compie il rito dell’upanayana, e insegna le scienze vediche ai brahmacārin; talora s’identifica con il dīkṣāguru, il maestro che conferisce l’iniziazione. Più propriamente ācārya designa il guru che domina i sei darśana, avendo conoscenza approfondita delle scritture, come nel caso dei grandi esponenti delle diverse diramazioni del Vedānta. Talvolta, in senso onorifico, lo si è attribuito anche a personalità di una singola scienza cosmologica che abbiano raggiunto eccezionale competenza e chiara fama. Recentemente è anche diventato un titolo (corrispondente al diploma di M.Phil.) rilasciato ai laureati in sanscrito in alcune Università dell’India contemporanea. Ovviamente tale titolo accademico non ha affatto il significato che ha nell’uso tradizionale.[↩]
    5. Manu Smṛti II. 233; 237[↩]
    6. MBh XII.109.16.[↩]
    7. G.G. Filippi, “The secret of the Embryo according to the Garbha Upaniṣad”, Annali di Ca’ Foscari, XXXI, 3 (SO 23), Venezia, 1992.[↩]
    8. Vivekacūdāmaṇi, 453. Questa strofa prosegue affermando: “Ed è più difficile nascere maschio; ancor più difficile è nascere brāhmaṇa, e [tra i brāhmaṇa] nascere in modo da seguire una via iniziatica vedica. Più difficile di [tutto] ciò è nascere per seguire la [via della] discriminazione tra Sé e non-sé [vale a dire il Vedānta]. Ma la Liberazione, rimanendo nello stato di non dualità tra Brahman e il Sé, può essere realizzata soltanto dopo miriadi di miriadi di rinascite.” Ci siamo soffermati su questa lampante affermazione in quanto sintetizza l’intero sviluppo della nostra argomentazione. Vivekacūdāmaṇi non è, come comunemente si crede, opera autentica di Śaṃkara, non essendo fedele alla dottrina advitīya in alcune affermazioni poiché mischia tra loro concezioni di Yoga e Vedānta. Ciò non toglie che il brano citato sia nel suo senso del tutto ineccepibile.[↩]
    9. Nella prima età, il Satya yuga, gli esseri umani non erano ancora generati dall’unione di padre e madre, ma erano spontaneamente prodotti dalla terra (pṛthivī). Questa umanità semidivina non aveva neppure, proprio in ragione della nascita diretta dalla terra, la necessità di ricevere ritualmente una iniziazione (dīkṣa) per percorrere la via della conoscenza per ottenere la Liberazione, in quanto era naturalmente predisposta all’introversione. Quegli uomini pressoché perfetti (haṃsa) erano quindi in contatto naturale con il proprio Sé, il guru interiore (sadguru). Alla luce di tali considerazioni si comprende facilmente come la madre, anche ai nostri giorni, possa essere onorata del titolo di guru in quanto personificazione della dea della terra.[↩]
    10. MS II. 226.[↩]
    11. Nondimeno quanto stiamo descrivendo è ben distinto dal concetto di predestinazione, tendenza eterodossa sempre latente in seno ai monoteismi. Il libero arbitrio (svatantra o svacchanda) nel Dharma hindū è sempre considerato lo strumento per controllare l’inerzia proveniente dal karma passato. Un anziano guru ci confidò che una signora del tutto qualificata (guṇādhikārī) per l’iniziazione non riusciva a entrare in contatto diretto con un maestro a causa delle ostruzioni prodotte dal suo prārabdha karma (v. la prossima nota). Per annullare l’ostacolo karmico, fu lo stesso guru a recarsi da quella signora per conferirle l’iniziazione. D’altra parte è noto che, in casi di difficoltà ancora maggiore, è lo stesso guru interiore che assume sembianze umane (le sembianze di Dattātreya, secondo l’Induismo) per concedere iniziazioni a coloro che si trovano ostacolati dal loro karma. Se ci si chiede come mai i monoteismi siano periodicamente afflitti da movimenti ereticali che sostengono qualche tipo di predestinazione, se ne troverà la risposta considerando che essi, pur avendo la concezione della provvidenza (daiva) e della libera volontà, sono sprovvisti d’una esauriente spiegazione riguardante il destino e la trasmigrazione, essendo privi della dottrina del karma.[]) di sperimentare nel corso della vita. La potenzialità di fruire e sperimentare tutto quello che offre la vita corporea è permessa dal karma passato[[Il karma passato (saṅcita karma) produce dal seno materno la nuova vita umana per mezzo del dispiegarsi delle possibilità corporee che costituiscono il prārabdha karma (karma in sviluppo). Śaṃkara usava il termine ārabdha, sebbene con accezioni leggermente diverse (Brahma Sūtra Bhāṣya, IV.1.15). Alcuni hanno sostenuto che il prārabdha karma condiziona il liberato a rimanere in vita fino alla caduta del corpo. Questo è un errore, perché nessun karma può opporsi alla conoscenza. È necessario comprendere che il karma è strumentale riguardo le trasmigrazioni nel saṃsāra. La trasmigrazione ha come unica causa l’ignoranza che spinge il jīva a desiderare di trasmigrare in altri mondi. Il desiderio spinge all’azione (karma) al fine di godere dei suoi risultati (karma phala).[↩]
    12. Il bambino deve essere ritualmente riconosciuto quale membro attivo della casta familiare tramite il rito upanayana. Per ragioni riconducibili all’attuale situazione ciclica del kali yuga, egli, pur facendo parte integrante dell’Induismo per nascita, sarà considerato, fino al compimento di quel rituale, come appartenente alla casta basica degli śūdra.[↩]
    13. Medhātithi, Manu Bhāṣya, II.36.[↩]
    14. Le virgolette sono nostre per sottolineare che il termine è usato impropriamente. L’influenza della “storia delle religioni” e dell’“antropologia culturale” che uniforma qualsiasi rituale verso il basso in una medesima categoria di atti esteriori, senza tener conto del grado d’influenza spirituale messa in gioco, esercita un fascino malefico anche sugli accademici indiani. Questi soffrono di un complesso d’inferiorità nei confronti dei loro colleghi occidentali, a meno che non ripetano le loro medesime corbellerie. Nel caso specifico, l’upanayana è un saṃskāra, ossia uno dei pochi riti obbligatori per tutti gli hindū di casta (sebbene ogni casta e famiglia abbiano varianti rituali specifiche): si tratta perciò di una pratica esteriore, di portata ritualmente sociale, ergo, per nulla iniziatica. Ne sia prova definitiva il fatto che l’upanayana per le donne coincide con la celebrazione del matrimonio, poiché esse assumono  la tradizione della famiglia del marito.[↩]
    15. Nel Sanātana Dharma il guru è obbligatoriamente di casta brāhmaṇica al fine di garantire l’inalterabilità della trasmissione. I guru possono sempre delegare dei loro rappresentanti (upaguru) appartenenti anche ad altre caste; in questo caso, costoro sono esclusi dalla successione. Questa informazione fa chiarezza su molti falsi guru così popolari in occidente.[↩]
    16. Rajbali Pandey, The Hindū Saṃskāras, II ed., Delhi, Motilal Banarsidass, 1969, pp. 117-118. L’autore di questo pur ricco e utile volume sembra attenersi esclusivamente alla lettura dei testi, senza guardarsi attorno per verificare la tradizione vivente. Se è esatto quanto egli afferma a proposito di Uddālaka Āruṇi, Jamadagni e altri guru della śruti, è altresì vero che ancor oggi, in molte case di brāhmaṇa qualificati, è il padre a conferire il cordone brahmanico al figlio tramite l’upanayana. Quanto poi alle ragioni “pratiche” che egli adduce per giustificare le diverse età dei bambini in cui ricevere il sacro cordone, sebbene palesino una mentalità utilitaristica, nondimeno corrispondono a una certa realtà contingente.[↩]
    17. MS II. 171.[↩]
    18. Medhātithi, MS II.171.[↩]
    19. Ṛg Veda, III.62,10.[↩]
    20. R. C. Prasad, The upanayana: The Hindu Cerimonies of the Sacred Tread, Delhi, Motilal Banarsidass, 1997, p. 149.[↩]
    21. I quattro stadi della vita dell’ārya sono: brahmacarya, lo studentato di cui si sta trattando; gārhasthya, lo stadio di capofamiglia; vanaprastha, il ritiro nella foresta, ossia l’abbandono degli impegni sociali; saṃnyāsa, la rinuncia totale a beni, affetti e a qualsiasi relazione con altro dal Sé.[↩]
    22. Nonostante la loro indiscussa utilità, non si deve attribuire ai riti esteriori finalità trascendenti. Il rito non è altro che una zattera utile per attraversare il flusso del divenire. Ciò non toglie che, per chi è in grado di farlo, sia possibile raggiungere l’altra riva a nuoto. Ovviamente questa possibilità è diventata sempre più rara man mano che si procede nel Kali yuga. Ma certamente non si può escluderla, ed è un errore della prospettiva essoterica rendere tale esclusione un dogma.[↩]
    23. Si tratta delle tradizioni familiari che si tramandano da tempo immemorabile lo studio di un Veda, ovvero di due, tre o quattro Veda, come è espresso dai cognomi Ekaveda, Dvivedin, Trivedin e Cāturvedin, molto diffusi tra i brāhmaṇa anche al giorno d’oggi.[↩]
    24. Rajbali Pandey, cit., pp. 142-143.[↩]
    25. Atharva Veda, XI.5.3.[↩]
    26. Curiosamente, pur essendo tale simbolismo evidente in tutti i testi sacri rituali (Karma Kāṇḍa Śāstra), non è riportata mai la voce trijanman, terza nascita.[↩]
    27. Aitareya Brāhmaṇa, I.3.1-3.[↩]
    28. Ibid. I.3.5.[↩]
    29. Dal canto nostro ci siamo occupati a più riprese di questi argomenti: “On some aspect of Bhūtas during Birth-Death Passage”, in Bh. Saraswati (ed. by), Prakṛti, the Integral Vision, New Delhi, DK Printworld, 1995, 5th vol.; Mṛtyu: the concept of Death in Indian Traditions, New Delhi, DK Printworld, 1996; Dialogo di Naciketas con la Morte: Taittirīyabrāhmaṇa, III.11.8 – Kaṭha-upaniṣad, Venezia, Cafoscarina, Collana Cina e altri Orienti, 2001; “The Guru and Death”, in Guru, a cura di A. Rigopoulos, Venezia, Indoasiatica 2/2004, Cafoscarina; “Considerazioni sull’Inno 135, Ṛgveda, X maṇḍala, dedicato a Yama dal ṛṣi Kumāra Yāmāyaṇa, in versi anustubh”, in Annali di Ca’ Foscari, XLV, 3 (SO 37), Venezia, 2006, pp. 201-213.; “La dottrina indiana sulla circolazione delle acque”, in I fiumi sacri, a cura di G. G. Filippi, Venezia, Indoasiatica 6/2009, Cafoscarina; Il mistero della morte nell’India tradizionale, Vicenza-Bassano, Collana Indoasiatica, Itinera Progetti, 2010; “Le porte solstiziali ed equinoziali nelle antiche tradizioni dell’India e del mondo classico”, in Miti stellari e cosmogonici: dall’India al Nuovo Mondo, a cura di Monia Marchetto, San Marino, Quaderni di Indoasiatica, il Cerchio, 2012; “La morte nella cultura indiana”, in Storia della definizione di morte, a cura di Francesco Paolo de Ceglia, Milano, Franco Angeli, 2014; Discesa agli Inferi, cit.; “Considerazioni upaniṣadiche sull’ineluttabilità della morte”, in Vita oltre la Morte, a cura di Thomas Dähnhardt, Aprilia, Quaderni di Indoasiatica, Novalogos, 2017, pp. 15-40; Il post mortem dei sādhaka secondo la dottrina di Śaṃkarācārya, di prossima pubblicazione su questo Sito Veda Vyāsa Maṇḍala.[↩]
    30. Hiraṇyagarbha, l’Embrione d’oro, è la Divinità personale Brahmā che regge il nostro attuale mondo e corrisponde esattamente al Dio creatore dei monoteismi. In codeste forme tradizionali, per la loro rigida struttura essoterica, si evita di descrivere questo grado di realizzazione minore come un’“incorporazione” (saṃyojana o saṃghāta) o come una “unione” (samādhi, yoga) con il Dio; si preferisce usare i termini di ‘prossimità’, ‘vicinanza’, ‘amicizia’ con Dio. Sebbene per altre ragioni, anche l’Advaita Vedanta respinge l’idea che sia possibile per un essere relativo identificarsi con l’Assoluto, fosse anche nella sua forma saguṇa; per questo preferisce usare termini che esprimono il concetto di “incorporazione” o “associazione”. L’unica identità riconosciuta è quella tra Ātman e Brahman, che non è l’unione di due esseri diversi, ma una realtà unica eternamente non-duale.[↩]
    31. Śatapatha Brāhmaṇa, III.6.19.20. Sulla sconfitta della morte v. il nostro Discesa agli inferi. La morte iniziatica nella tradizione hindū, Aprilia, Novalogos, 2014.[↩]
    32. Discesa agli Inferi, cit., pp. 79-88.[↩]
    33. MBh XII.109.17: “[…] jātiḥ sā divyā sājarāmarā”.[↩]
    34. MS II.146.[↩]
    35. Termine d’origine persiana derivato dall’aggettivo hindū, d’uso relativamente recente, per definire la tradizione vigente a oriente del fiume Hindu (sskrt. Sindhu), l’Indo. Sulla base del citato lemma straniero ‘hindū’, oggi il Sanātana Dharma è ovunque più noto come Induismo (alcuni pedanti scrivono “Hindūismo”, dimenticando che “Induismo” e “indù” fan parte del lessico italiano da almeno tre secoli). Quanto a noi, utilizziamo indifferentemente nei nostri scritti Induismo o Sanātana Dharma, giacché, se persino le autorità tradizionali dell’India lo impiegano correntemente non ritenendolo inappropriato, non vediamo la ragione per la quale se ne dovrebbe evitare l’uso.[↩]
    36. Per la verità nel Veda è anche descritto il rito d’iniziazione vājapeyam dei Re (non degli kṣatriya in generale) simile a quello brāhmaṇico; ma anche in questo caso il compimento del rito fa parte delle competenze dei brāhmaṇa del karma kāṇḍa, essendo il Re semplicemente il recipiendario.[↩]
    37. Vale a dire alla trasmissione delle conoscenze riferite alla smṛti; questo è il significato specifico del termine smārta. Tuttavia dobbiamo segnalare che c’è un suo uso più generale: in quel caso, smārta designa semplicemente il brāhmaṇa ortodosso, in quanto seguace del Dharma (ossia della Manu Smṛti). In questa accezione, gli śrauta sono compresi nella categoria più vasta dei brāhmaṇa che seguono il Dharma, come quando si dice che il “generale è un soldato”, senza con ciò voler intendere che ogni soldato sia un generale.[↩]
    38. Il Sanātana Dharma, come è già stato dichiarato sopra, non può essere suddiviso in essoterismo ed esoterismo, come accade alle tradizioni a forma religiosa o a quella estremo orientale. Tuttavia è nettissima la separazione qualitativa tra jñāna kāṇḍa e karma kāṇḍa, vale a dire tra la sfera della pura contemplazione e rinuncia (nivṛtti dharma) e quella dell’azione. Il karma kāṇḍa, definito in tal caso pravṛtti dharma o dharma dinamico, comprende tutte le attività ritualistiche tradizionali sia quelle volte al semplice ottenimento della salvezza sia quelle usate metodicamente per la purificazione della mente, ossia la restaurazione dello stato primordiale. Nello Hindū Dharma il vero salto di qualità non consiste, dunque, nel passaggio dal dominio essoterico a quello esoterico, come avviene in tutte le altre forme tradizionali, ma dal superamento della sfera dell’azione per l’ottenimento della Conoscenza pura (śuddha jñāna).[↩]
    39. L’iniziazione vedāntica coincide con quella al saṃnyāsa. Coloro che, invece, hanno purificato la mente in questa vita o in una precedente, tramite il karma yoga e desiderano proseguire sulla via della conoscenza, possono essere accettati come discepoli da un guru di Vedānta, essendo sempre valida l’iniziazione già ricevuta dal maestro precedente. Oppure possono optare di assumere il saṃnyāsa.[↩]
    40. Vīryavattaram significa ‘proprio dell’iniziato’ (vīra), ossia più efficace in paragone allo stesso rito compiuto da un non iniziato. L’efficacia (vīrya), di cui si tratta, consiste nell’infusione di una maggiore potenza (śakti), conferita dall’influenza spirituale iniziatica (śaktipāta o siddhyā anugraha), che si sovrappone o si sostituisce alla semplice influenza spirituale non iniziatica (asādhaka anugraha) del ritualismo esteriore.[↩]
    41. In questo caso sinonimo di upāsanā, rito interiorizzato, vale a dire meditazione; lo si deve distinguere da vipaśyana, raccoglimento, esame di coscienza, che è un’attitudine devozionale in senso esteriore, non iniziatico (adīkṣita).[↩]
    42. Gli occidentali credenti o agnostici che siano, condizionati comunque dalla loro cultura d’origine, traducono śraddhā con “fede”. Qui si tratta invece della retta intenzione, della dedizione costante e determinata a ciò che si conosce e della certezza del fine che si persegue. La śraddhā comunque dipende dall’inclinazione naturale di ogni persona. La Bhagavad Gītā (XVII. 2-6) distingue tre tipi di śraddhā che corrispondono dall’indole sāttvika, rājasa o tāmasa dell’individuo. Le prime due śraddhā sono proprie rispettivamente del jñāna kāṇḍa e del karma kāṇḍa. Solamente nell’ultimo caso, nell’assenza di vera conoscenza dovuta a tamas, si può parlare di fede cieca. È il caso di chi ripone istintivamente la sua fiducia in teorie esclusiviste, ideologie, dottrine politiche, fanatismi settari e credenze errate, perfino diaboliche (rākṣasa pratīti).[↩]
    43. Come argomentato in seguito, vidyā o śāstra, nel caso delle vie che si basano sulla meditazione (upāsanā), significa scienza applicata al microcosmo o al macrocosmo, e non direttamente jñāna come nel Vedānta. Nel caso specifico della citazione, significa scienza del metodo (prakriyā o sādhana-vidyā).[↩]
    44. Chāndogya Upaniṣad, I.1.10. L’uso iniziatico di rituali esteriori deve obbligatoriamente dipendere da una scienza segreta, conferita da un guru in grado di infondere efficacia realizzatrice a quello che è un mero strumento d’azione corporea, vocale o mentale. Che un iniziato compia un rituale essoterico senza tale trasmissione non trasforma affatto quest’azione in un rito iniziatico. È opportuno sottolineare questo aspetto per evitare una delle tante illusioni che gli occidentali si fanno a questo riguardo. Al contrario, non è necessaria alcuna scienza segreta per far scendere un rito iniziatico a livello essoterico.[↩]
    45. Brahma Sūtra Śaṃkara Bhāṣya, III.4.4.[↩]
    46. Bhagavad Gītā Śaṃkara Bhāṣya, VI.0.3.[↩]
    47. Si definiscono ingiunzioni (vidhi) le prescrizioni metodiche ordinate al discepolo da un guru di karma kāṇḍa senza la necessità di una preliminare preparazione dottrinale. Usualmente, a domanda del discepolo (śiṣya), il guru risponde che egli ne comprenderà il significato una volta realizzati gli effetti del metodo. Il discepolo, perciò, deve attenersi alle ingiunzioni rimettendosi alla propria fede nel maestro. Ciò è impensabile nel jñāna mārga, per il quale il metodo consiste proprio nella conoscenza stessa.[↩]
    48. Svāmī Satcidānandendra Sarasvatī, Dottrina e Metodo dell’Advaita Vedānta, a cura di G.G. Filippi, Quaderni di Indoasiatica, Aprilia, NovaLogos, 2015, pp. 37-38.[↩]
    49. La parola metafisica è spesso abusata. Infatti nell’ottica pāramārtika affermare che esistano “riti metafisici” o “riti con effetti metafisici” è un puro controsenso.[↩]
    50. A differenza dalla Conoscenza del Supremo Brahman, che, per sua natura, non può essere che unica e non-duale, il dominio del non-Supremo comprende numerose vie iniziatiche (sādhana mārga) che utilizzano i più diversi metodi (sādhana), tecniche (prakriyā), meditazioni (upāsana), poggianti su simboli (lakṣaṇa, ketana o liṅga), compiuti corporalmente (kriyā), ripetuti verbalmente (mantra japa), pensati mentalmente (mānasa mantra-yantra), diretti verso centri e canali sottili (cakra, nāḍī). Non tutti quei sādhana conducono, poi, all’unione (yoga) con il non-Supremo Brahman, ma possono arrestarsi prima, a un determinato grado di prossimità o di distanza. In molti casi non è nemmeno preso in considerazione il non-Supremo né come meta (lakṣya) né come dato dottrinale (vicāra).[↩]
    51. KU I. 2. 18.[↩][↩]
    52. KU II. 2. 13.[↩]
    53. Taittirīya Upaniṣad, II.1.1.[↩]
    54. Qui contrapposta a jñāna, la Conoscenza suprema.[↩]
    55. Śaṃkara, Upadeśa Sāhasrī, XVIII.55.[↩]
    56. Śaṃkara, US XVIII.56-57.[↩]
    57. Oppure, in subordine d’importanza, la mente (manas) o, ancora, le facoltà di senso (jñānendriya).[↩]
    58. L’individualità, nella sua modalità sottile, è denominata sinteticamente antaḥkaraṇa, lo strumento interno; generalmente, in una visione analitica, è considerato tripartito in manas, ragione, ahaṃkāra, senso dell’io, e buddhi, intelletto. Nel Vedānta vi si aggiungono spesso anche citta, memoria, kalpanā, immaginazione e jñānendriya, i cinque sensi, considerati tutti come un’unica ‘mente’.[↩]
    59. Śaṃkara, US XVIII.58.[↩]
    60. Sākṣin è in origine un termine giuridico che significa testimone oculare, e designa chi ha visto o sperimentato direttamente, non essendo pervenuto a conoscenza “per sentito dire”. In questo senso sākṣāt significa esperienza o visualizzazione diretta, priva di intermediazione. Sākṣin, inoltre, diventa sinonimo di Ātman in quanto testimone dell’ego.[↩]
    61. BSŚBh I. 1. 4.[↩]
    62. Qualcuno potrebbe pensare che l’Advaita Vedānta si limiti a un riconoscimento teorico dell’identità tra Ātman e Brahman; ma questa rimarrebbe semplicemente una convinzione intellettuale. Infatti il sādhaka deve discriminare tra il non-sé e il Sé, tramite il metodo contemplativo diretto (sākṣāt sādhana), per uscire dall’illusorietà di essere un saṃsāri, metodo descritto nel testo già citato Dottrina e Metodo dell’Advaita Vedānta. La lettura di questo libro può illustrare abbondantemente che, pur privo di sforzo (ānayāsa) e di concentrazione mentale, il sākṣāt sādhana è ben più intellettualmente difficile da seguire dell’impegno richiesto per la meccanica ripetizione di un japa.[↩]
    63. Śaṃkara, US XVIII.161.[↩]
    64. Allusione ai tre stati di coscienza (avasthātraya) che rappresentano i primi tre pāda di Ātman della Māṇḍūkya Upaniṣad. Il metodo del Vedānta consiste nel raffrontare intellettualmente le incongruenze che si sperimentano durante la veglia, il sogno e il sonno profondo. In base a questa discriminazione si realizza che unicamente il Quarto (Turīya) è assolutamente reale. Proseguire su queste considerazioni riguardanti il metodo Vedānta vicāra ci porterebbe troppo lontano dall’argomento cui dobbiamo attenerci. D’altra parte abbiamo già trattato l’argomento altrove.[↩]
    65. Svāmī Satcidānandendra Sarasvatī: “Le cinque Gemme dell’Advaita”, in https://www.vedavyasamandala.com/prefazione-e-introduzione; vel Satcidānandendra Sarasvatī, Le cinque Gemme dell’Advaita, Milano, Ekatos ed. privata, 2019.[↩]
    66. Śaṃkarācārya, Advaita Pañcaratnam, 5, in https://www.vedavyasamandala.com/g-io-sono-siva; vel Satcidānandendra Sarasvatī: Le cinque Gemme dell’Advaita, Milano, Ekatos ed. privata, 2019.[↩]
    67. Il termine “liberato” ha senso solamente se lo si applica per spiegare dall’esteriore la situazione di chi ha ottenuto la Liberazione dall’ignoranza e dalla trasmigrazione. Tuttavia questo rimane un linguaggio con cui l’uomo ordinario cerca di esprimere inadeguatamente lo stato di eterna libertà e immortalità del jīvan mukta in termini temporali. Con ciò si vuol dire che, agli occhi di colui che è un saṃsāri, il realizzato totale appare come se avesse ottenuto la Liberazione in un certo momento della vita terrena; il che sottintende che prima di quel momento egli non sarebbe stato ancora liberato. Ma ciò non soltanto è un punto di vista contingente, ma, metafisicamente, del tutto erroneo (mithyā dṛṣṭi).[↩]
    68. Māṇḍūkya Upaniṣad Gauḍapāda Kārikā, IV. 95.[↩]

    3. L’autentica dottrina di Śaṃkara sull’avidyā

      Svāmī Satcidānandendra Sarasvatī

      3. L’autentica dottrina di Śaṃkara sull’avidyā

      Avidyā Śaṃkara Siddhānta

      La dottrina vedāntica secondo la scuola Bhāmatī

      Sebbene Vācaspati Miśra, il fondatore della scuola Bhāmatī, non avesse accettato mūlāvidyā, i sub-commentatori post-śaṃkariani affermano che anch’egli, in realtà, aveva sostenuto in qualche modo questa teoria. A ogni buon conto, è quasi certo che il promotore della corrente Bhāmatī in molte occasioni non ha seguito le orme di Śaṃkara, ma abbia utilizzato a suo piacimento molte parti della dottrina di Maṇḍana Miśra. Come risultato, Vācaspati ha elaborato una sua propria dottrina di cui diamo alcuni esempi.

      Quel è la natura e la funzione di avidyā?

      Da tempo immemorabile, il jīva ha due avidyā indescrivibili (anirvāca): kāraṇa avidyā e kārya avidyā (ignoranza-causa e ignoranza-effetto). Kārya avidyā è della natura della sovrapposizione (adhyāsa) (B 40). La mancanza di discriminazione (viveka agrahana) è la stessa kāraṇa avidyā (B 16). L’adhyāsa si produce a causa dell’individualità e, inversamente, la sovrapposizione genera il jīvatva in una sequenza permanente. Adhyāsa e jīvatva, proprio come il seme e il suo germoglio, sono senza inizio (anādi) (B 45). Sia nel caso della falsa conoscenza (mithyā jñāna) sia in quello dei suoi effetti latenti (saṃskāra), adhyāsa e jīvatva non esistono senza che l’una segua l’altra. L’adhyāsa dell’attuale corpo, sensi ecc., avviene proprio a causa dei saṃskāra della falsa conoscenza (mithyā jñāna) accumulata nell’esistenza precedente. Inoltre, questo adhyāsa appare di nuovo perché corpo e sensi continuano a produrlo (B 17). Questa avidyā è la causa delle relazioni del saṃsāra (B 16). Kārya avidyā è chiamata vikṣepa (apparizione, differenziazione) e kāraṇa avidyā è detta laya (scomparsa, fusione). In suṣupti, come nel pralaya, esiste l’aspetto potenziale di vikṣepa e, in quello stato, vi è anche l’ignoranza che ha la caratteristica della fusione (laya lakṣana avidyā) (B 335). Nel pralaya ogni cosa rimane fusa in kāraṇa avidyā (B 333). In suṣupti sussiste solo il prāṇa (B 335). Tuttavia, nella Bhāmatī non si trovano chiare affermazioni circa la teoria di mūlāvidyā, separata o differente da laya e vikṣepa, dato che si sostiene che nel pralaya ogni cosa esiste in kāraṇa avidyā in forma di potenza sottile (sūkṣma śaktirūpa) (B 333). Ciò indicherebbe che anche Vācaspati avesse accettato in qualche modo una bhāva avidyā (ignoranza sostanziale). In particolar modo, questa è la valutazione dell’autore del Kalpataru, uno tra i sub-commentatori post-śaṃkariani, che ha affermato che nella Bhāmatī è accettata la teoria di mūlāvidyā (KT 333). Nella Bhāmatī non c’è alcuna prova a sostegno di questa presunta accettazione della bhāva avidyā; l’autore del Kalpataru, perciò, ha voluto darne una interpretazione solo alla luce della dottrina del Vivaraṇa.

      Chi è sottoposto ad avidyā e in che modo?

      A causa di avidyā i jīva diventano il sostrato (āśraya) e Brahman è l’oggetto (viśaya). Proprio come la corda è il sostrato per l’apparizione del serpente, che è causata da avidyā, allo stesso modo il Brahman è il sostrato del mondo della dualità, proiettato dall’avidyā del jīva come causa materiale (vivarta upādāna), che è una forma apparente o illusoria. Quindi: “Sebbene avidyā abbia realmente come sostegno solo jīva, è stata sostenuta da Īśvara, come ha stabilito Śaṃkara” (B 378). Questa è l’opinione del Bhāmatīkāra. Poiché non è possibile determinare “se questa avidyā è differente sia da Īśvara sia dal jīva oppure no, è indescrivibile (anirvācya)” (B 377). Per questo, essa è chiamata anche illusione (māyā), non manifestata (avyakta), e che appare non manifesta (avyākṛta) ecc.
      Questa avidyā esiste distribuita in ogni jīva come un fenomeno molteplice. Ma, poiché ogni cosa è in verità avidyā, la si riferisce al singolare (B 377; 378). Questa è l’opinione di Vācaspati Miśra ed è caratteristica di questo prasthāna.

      Come si rimuove l’avidyā

      L’avidyā è distrutta da vidyā. Solo quel jīva che raggiunge vidyā distrugge l’avidyā (B 377). Poiché l’individualità (jīvatva) è causata da adhyāsa in quanto falsa conoscenza (mithyā jñāna), essa è rimossa dalla conoscenza della Realtà (tattva jñāna) (B 45). L’argomento se ci debba essere una distruzione dell’ajñāna senza inizio sembra non essere stato affrontato nella Bhāmatī.

      Qual è la natura di vidyā che rimuove avidyā?

      Questa vidyā è un particolare concetto mentale o costruzione del pensiero (antaḥkaraṇa vṛtti) come visualizzazione o realizzazione dell’ultima Realtà non duale (advitīya Brahma sākṣatkāra). Essa non solo rimuove avidyā, ma mostra anche la vera natura dell’Assoluto (Brahma svarūpa) (B 89). Questa conoscenza è paragonabile all’apprendimento delle sei note della scala musicale. Il saṃskāra ottenuto dalle pratiche spirituali come śrāvaṇa, manana ecc., diventa la causa o il mezzo per ottenerla (B 114). Śrāvaṇa e manana stanno per concentrazione (dhāraṇā), nididhyāsana vuol dire meditazione (dhyāna) e visione (darśana) significa samādhi (B 615). Questa realizzazione (sākṣatkāra) rimuove il punto di vista del mondo della dualità ed essendo esso stesso incluso nel mondo (prapañca), distrugge anche se stesso (B 150).

      Il jñāni, avendo un corpo, può avere relazioni empiriche?

      Sebbene la contemplazione del Brahman (Brahma sākṣatkāra) rimuova le azioni non ancora iniziate (anārabdha), esso non può annullare il prārabdha karma. Perché, avendo il prārabdha già iniziato a sviluppare il suo effetto, quel potente karma necessita di un periodo di tempo più lungo per essere rimosso. Non c’è nessuna regola per cui, solo a causa del sorgere di vidyā, tutti i karma debbano essere istantaneamente distrutti. L’affermazione degli śāstra per cui: “Dopo essere diventati jīvan mukta, per un certo tempo il jñāni sperimenta il prārabdha karma”, conferma questa argomentazione logica. Poiché questa condizione di dualità e di esperienza empirica, causate dal prārabdha, sono indescrivibili (anirvacanīya), quello stato di dualità non è affatto l’assoluta realtà (paramārtha). Quindi ciò non intacca in alcun modo vidyā (B 958-959).
      La mukti insorge dopo che il prārabdha karma è esaurito. Infatti, mokṣa significa solo raggiungere Brahma svarūpa che è paramānanda ghana (massa di assoluta beatitudine), privo di qualsiasi sofferenza (duḥkha). Essendo la propria natura (svabhāva) non deve essere acquisito. Però, per colpa dell’indescrivibile ignoranza senza inizio (anirvāca anādi avidyā) pare che il mokṣa non sia raggiunto. Sebbene esso sia auto luminoso (svayamprakāśa), sembra come se dovesse essere illuminato da qualcun altro; sebbene sia differente dal corpo e dai sensi, appare non differente da essi. Quando avidyā è distrutta come abbiamo detto sopra, vuol dire che si è raggiunto mokṣa (B 78).

      La dottrina vedāntica secondo il Vartikā Prasthāna di Sūreśvara

      Fra Śaṃkara e Sūreśvara non ci sono sostanziali differenze. Sūreśvara ha anche scritto il suo sub-commentario riferendo a suo sostegno alcune argomentazioni (yukti) di Śaṃkara. Egli non ha accettato mūlāvidyā, come invece ha fatto Prakāśātman nel Vivaraṇa. Sūreśvara non ha affermato che l’avidyā venga distrutta soltanto con la ripetizione della pratica di jñāna (jñāna abhyāsa), come fece l’autore della Bhāmatī. Infatti, il tratto saliente della Vartikā è la continua affermazione che “solo per mezzo del jñāna, tutto l’ajñāna è distrutto; perché il jñāna insorga è essenziale il vicāra, come è suggerito dai Vedānta Mahāvākya”. Secondo il metodo della Vartikā, non c’è alcun altro ostacolo al jñāna eccetto i tre aspetti [di avidyā], ossia la non conoscenza (ajñāna), il dubbio (saṃśaya) e la conoscenza erronea (mithyā jñāna) (VP 4.4.787). Lo stesso ajñāna [che non è diverso da avidyā] è l’essenza delle altre due varianti, cioè saṃśaya e mithyā jñāna (VP I.4.440). Quando, dal punto di vista dell’ignoranza affermiamo la divisione di Ātman e anātman, ajñāna ha Ātman come sostrato, in quanto appare sovrapposto al Sé. La natura dell’ignoranza sorge soltanto avendo per base Ātman (Naiṣkarmyasiddhi, 3.1). Avidyā è rimossa solo da jñāna e da null’altro; esiste invariabilmente anche in suṣupti (Nai 3.58). Avidyā sembra esistere solo nello stato di non discriminazione (avicāra daśa); una volta che jñāna sia insorto, l’avidyā non può più sussistere (Nai 3.111-113; 4.59; VP 2.3.192; 4.3.1181; 2.4.101). Quando jñāna insorge, l’avidyā è completamente distrutta. Nessuna traccia di essa permane o sussiste ancora (Nai 3.117; Var 2.1.279; 2.4.437; Sambandhavārttika 234). La conoscenza dell’identità tra il Sé e l’Assoluto (Brahmātman jñāna) che nasce dall’evidenza vedāntica (Vedānta vākya) è proprio la vera vidyā; solo per suo mezzo l’avidyā è distrutta. Quindi, ne deriva la certezza che avidyā non esiste nei tre periodi di tempo, passato presente e futuro (Nai 3.47; SamVar 183). Poiché per mezzo del Brahmātman jñāna, originato dal Vedānta vākya, sorge la mukti, non c’è alcuna necessità di ripetute pratiche di jñāna (Var 4.4.775; SamVar 438). Nididhyāsana non significa meditazione (dhyāna), ma intuizione o conoscenza che armonizza, unisce e realizza ciò che è appreso per mezzo di śrāvaṇa e manana (Var 2.4.217, 233). Poiché non è ragionevole che avidyā esista o persista anche dopo l’insorgere di jñāna, non c’è alcuna necessità che il corpo debba cadere (deha pāta) per ottenere la Realtà assoluta (Brahma prāpti) [cioè la videha mukti] (Var 4.4.560, 914, 956).

      Come compiere la cerca per raggiungere lo scopo dei Bhāṣya (Bhāṣyārtha) śaṃkariani

      Poiché i sub-commentatori hanno proposto diverse interpretazioni per sostenere che questo è l’unico e vero significato dei Bhāṣya di Śaṃkara, bisogna dunque chiarire quale sia la sua vera dottrina. La questione fondamentale, ora, è come compiere questa cerca (vicāra). Senza un solido metodo, la possibilità di capire e intuire correttamente il siddhānta sarebbe per noi davvero difficile. Perciò, diventa essenziale illustrare queste poche norme da seguire per compiere l’indagine:

      1. Ogni volta che sorge una disputa fra sub-commentatori su un certo argomento, dovremo necessariamente rapportarci ai testi originali di Śaṃkara. Anche se non abbiamo motivo di dubitare che tutti i sub-commentatori post-śaṃkariani siano stati dotti conoscitori del metodo tradizionale, quando essi non accettano l’interpretazione di un altro, è ragionevole cercare conferma in Śaṃkara. si Come si deve accettare solo la śruti quando sorge una contraddizione tra śruti e smṛti, anche nel presente caso si dovrà dare la preminenza all’affermazione di Śaṃkara; ciò non può essere evitato da chi davvero segue la Tradizione.
      2. Bisogna riconoscere che, piuttosto di basarsi sugli strumenti di confutazione logica adottati da altri commentatori non advaitin dei testi fondamentali del Vedānta (Prasthānatraya), si dovrà propendere per l’opinione di coloro che appartengono alla vera via iniziatica dell’Advaita (advaita saṃprādaya). L’opinione di Śaṃkara sarà assolutamente determinante. Sebbene altri commentatori possano essere dotati d’immense capacità ed erudizione, non è possibile pensare che abbiamo avuto una visione più profonda di quella di Śaṃkara; quando le loro opinioni contraddicono l’advaita siddhānta, esse perdono ogni valore. A questo proposito Rāmānuja e Madhva non si sono chiesti quale fra il Vivaraṇa prasthāna e il Bhāmatī prasthāna sia la vera dottrina di Śaṃkara. Infatti, entrambi hanno confutato questi prasthāna post-śaṃkariani [convinti di contraddire l’Advaita śaṃkariano]. Il bhedābhedavādin1 Bhaskarācārya ha affermato che gli advaitin in generale sostengono che il bheda darśana (cioè la percezione della differenza o dualità) è esso stesso avidyā, e ha tentato di confutare così l’Advaita Vedānta. Sebbene Maṇḍana Miśra, contemporaneo di Śaṃkara, nella sua Brahmasiddhi abbia rifiutato un paio di yukti menzionate nei Bhāṣya, tentando di stabilire la dottrina advaita con un suo proprio metodo, non ha detto alcuna parola su bhāva avidyā (ignoranza sostanziale). Infatti, ha chiamato avidyā con il nome agrahana (non comprensione) e mithyā jñāna, falsa conoscenza. La Brahmasiddhi può essere definita per molti aspetti la fonte primaria del Bhāmatī prasthāna. Per tutte queste ragioni si deve concludere che non è possibile stabilire la vera dottrina di Śaṃkara sulla base dei testi di scuole estranee, scritti al fine di confutarla.
      3. Quando nei loro trattati (prakaraṇa grantha), che sono diventati famosi quanto gli stessi testi śaṃkariani, si riscontrano contraddizioni, è inevitabile rifarsi al commentario originale (mūlabhāṣya) di Śaṃkara come unica prova (pramāṇa) per determinare la verità. Questa è una norma di grande importanza, perché molti trattati, come Vivekacūdāmaṇi, Aparokṣānubhūti, Śataślokī, Vākyavṛtti, Pañcīkaraṇa e Upadeśa Sāhasrī sono generalmente ritenuti opere autentiche di Śaṃkara, ma in alcuni di essi s’afferma che l’ignoranza è realmente esistente (bhāvarūpa avidyā). Altri stabiliscono che l’errata conoscenza è essa stessa avidyā; secondo altri ancora, il jñāna sorge solo per mezzo di sentenze scritturali (vākya) e, quindi, al jñāni non rimane null’altro da fare. Altri testi arrivano ad affermare che anche dopo aver raggiunto il jñāna, il cercatore dovrebbe ripetutamente praticare le discipline spirituali come śrāvaṇa, finché la conoscenza non diventi del tutto stabile. In certuni si afferma addirittura che è necessaria la pratica di esercizi yogici e che senza il raggiungimento del nirvikalpa samādhi nessuno può ottenere la conoscenza diretta del Sé (aparokṣa Ātma jñāna). Poiché vi si trovano opinioni tra loro contraddittorie su punti importanti, non ci si può basare solo su queste opere per determinare la vera dottrina di Śaṃkara.
      4. Dovremo riconoscere che nei commenti śaṃkariani ai testi fondamentali (prasthāna bhāṣya) anche su questioni e argomenti particolari, gli aforismi usati per indicare l’ultima Realtà (tatpara vākya) sono del tutto autorevoli. Spesso nei suoi Bhāṣya Śaṃkara confuta una particolare opinione utilizzando anche i mezzi logici di una scuola rivale; ma non è possibile dichiarare, soltanto in base a ciò, che questi strumenti logici siano propri dell’insegnamento finale di Śaṃkara. Per esempio, in certi contesti, i ragionamenti dei buddhisti sono confutati per mezzo degli strumenti dialettici dei logici (tārkika) [del Nyāya]. Altrove le stesse argomentazioni (yukti) dei tārkika sono confutate con quelle dei mīmāṃsāka. Sebbene nei Bhāṣya si trovino esempi di tale uso strumentale, quando Śaṃkara alla fine deve discutere del suo insegnamento spirituale supremo (paramsiddhānta), confuta anche le yukti dei mīmāṃsāka con le proprie potenti argomentazioni logiche. Questo è lo stile inimitabile dei suoi commentari. Così, se nei suoi Bhāṣya, talvolta, usa argomenti del Sāṃkhya o dello Yoga, quando espone insegnamenti più profondi, Śaṃkara ha fatto uso dei suoi paramsiddhānta. Perciò non si può prendere una particolare affermazione in un certo contesto e considerarlo come il suo più profondo insegnamento, se non lo si contestualizza. Inoltre, quando nel siddhānta tratta di rituali (karma), meditazioni (upāsana) ecc., anche Śaṃkara si pone a quel livello. In molti di quei passaggi [attenendosi al brano che sta commentando] non ha espresso le sue opinioni, che sono di un livello molto più elevato. Come quando nella śruti sembrano emergere contraddizioni noi ne accettiamo l’insegnamento sull’autorità dei Veda (Veda vihita), così dovremo soppesare le sentenze di Śaṃkara e valutarne la portata (balābala).
      5. Dovremmo cogliere il vero e più elevato senso delle affermazioni di Śaṃkara sulla conoscenza del Sé, in modo che non contraddicano né l’anubhava2 né la yukti3. Lo stesso Śaṃkara sottolinea il fatto che le sentenze vedantiche non sono pramāṇa come fossero affermazioni dogmatiche, ma che bisogna affrontarle di volta in volta anche alla luce dell’anubhava e delle yukti. Quindi gli argomenti che sono proposti in accordo con yukti e anubhava possono essere confutati solo per mezzo di sentenze basate su yukti e anubhava ancor più potenti e autorevoli. Ma basarsi solamente sulla autorità delle scritture (śruti prāmāṇya) e quindi affermare che questa è l’opinione di Śaṃkara non può essere accettato dai saggi. In questo contesto, anche la parola anubhava assume un significato peculiare: Śaṃkara in certe occasioni ha menzionato l’esperienza del realizzato (jīvanmukta anubhava), l’anubhava degli yogi e altri tipi d’esperienze. In tali occasioni, queste esperienze portate a esempio sono dette “affermazioni a sostegno” (āptavākya). Ma esse non possono essere considerate come sentenze basate sull’intuizione (anubhava vākya), perché, ovviamente, pur dando credito a quelle esperienze personali degli yogi portate come esempio da Śaṃkara, i jijñāsu non possono averle verificate di persona. Invece, l’argomento dottrinale proposto (siddhānta), basato sull’esperienza ordinaria della gente comune (loka anubhava) o sull’esperienza universale (sārvatrika anubhava) può essere sperimentato con la propria intuizione, e per questo è qualificato chiunque. Quanto a noi, ci siamo rifatti solo a quelle sentenze che sono in accordo con l’anubhava. Si può affermare che le sentenze basate sull’anubhava, come anche le argomentazioni logiche (yukti) che si sostengono sull’anubhava, sono i mezzi più importanti per comprendere la dottrina di Śaṃkara.

      È necessario che tutti coloro che sanno che l’Advaita è una dottrina in consonanza con l’anubhava tengano a mente questa peculiarità. Basandosi su queste cinque regole, si potrà ora procedere oltre. Si dovrà quindi mettere da parte ciò che è irrilevante e cogliere l’essenziale: perché essenziale è la cerca sulla natura del proprio Ātman, meta di ogni essere umano.

      ​

      1. Il Bedābedavāda è la dottrina vedāntica della “differenza-non-differenza”, molto diffusa all’epoca di Śaṃkara [N.d.C.].[↩]
      2. L’esperienza, l’Intuizione universale. Invece nello Yoga è la modificazione mentale prodotta da un’esperienza o intuizione [N.d.C.].[↩]
      3. Connessione, argomentazione, ragionamento, causa, ragione, prova dialettica [N.d.C.].[↩]

      40. La Tavola Rotonda e la cerca del Graal – I

        La Tavola Rotonda e la cerca del Graal – I

        Dal punto di vista storico i romanzi della Tavola Rotonda e del Graal fanno pensare ad una corrente sotterranea affiorata ad un dato momento, ma subito ritrattasi e resasi nuovamente invisibile, come se si fosse avvertito un ostacolo o un pericolo preciso1. Infatti, tali racconti appaiono in un breve lasso di tempo che, approssimativamente, inizia nell’ultimo quarto del XII secolo e termina nel primo quarto del XIII2, periodo che, in Europa, segna l’inizio del declino della tradizione medievale.
        Da dove proveniva questa corrente sotterranea? Tutti i personaggi e gli avvenimenti che si incontrano in questi testi si manifestano in una precisa area geografica: Irlanda (Iweriu, lat. Hiberia o Scotia), Galles (Cymru, lat. Cambria), Scozia (Caled, lat. Caledonia) Inghilterra (Prydain lat. Britannia Major) e Bretagna (Prydain, lat. Britannia Minor o Armorica). Questi luoghi corrispondono al cuore della Tradizione Celtica. Chi trasmise queste leggende al cristianesimo furono i Druidi (corrispondenti ai brāhmaṇa dell’India). In particolare, furono i Bardi, la categoria sacerdotale (sskrt. jāti) che manteneva i rapporti con i cavalieri (come purohita), che si dedicava allo svolgimento dei riti regali, alla composizione dell’epica, dei poemi mitici e al mantenimento della memoria delle genealogie (sskrt. vaṅśacarita) della casta guerriera (sskrt. kṣatriya)3. Come vedremo, pur essendo la coppa del Graal un simbolo esoterico di origine cristiana, anche nella tradizione druidica c’era il “Calderone del Dagda4” che svolgeva funzioni analoghe, essendo il ricettacolo della bevanda d’immortalità5.
        Le storie narrate in questi romanzi6 iniziano nel periodo del collasso dell’Impero Romano. La terra era sconvolta dalla violenza e dal disordine delle invasioni barbariche e appariva necessario ristabilire l’ordine cosmico con la fondazione di un nuovo Impero che riportasse pace e giustizia. Predestinato a questa restaurazione fu Artù7, figlio illegittimo del re Uther Pendragon. Crebbe nell’anonimato fino a quando non riuscì a sfilare una spada confitta verticalmente in una roccia. Questo fu il segno che lo fece riconoscere da tutti come il legittimo Re di Britannia. È piuttosto evidente che la spada nella roccia è un simbolo dell’asse polare che attraversa il globo terrestre e la sua estrazione dalla roccia indica il cambiamento di stella polare su cui punta l’asse terrestre. Infatti, il sovrano precedente, Uther Pendragon, il cui nome significa “Capo del Drago”, rappresenta il periodo, dal 4000 al 1000 a.C., in cui l’asse della terra era diretto verso la precedente polare α Draconis (la stella Thuban8). Artù, dunque, deve rappresentare la nuova stella polare, α Ursæ Minoris9. “Ora una prima osservazione filologica si impone. La forma esatta del nome data dai manoscritti in francese antico è Artus (soggetto) e Artu (nei casi flessi) il che conduce a una radice Art, vera base filologica del nome. A questo proposito, la testimonianza delle lingue celtiche è formale: si tratta di un antico nome dell’orso [sskrt. atri]10.” L’orso (gr. ἄρκτος, leggi àrctos) in astronomia corrisponde alle costellazioni polari dell’Orsa Maggiore e di quella Minore (sskrt. saptaṛkṣa) ed il suo simbolismo è strettamente connesso a quello della “montagna polare” (Meru) che rappresenta l’axis mundi11. L’elemento polare-sacerdotale e l’elemento zodiacale-regale convergono quindi in Artù in modo confuso. Infatti, dobbiamo tenere presente che, come spiegava Nennio12, “Artur latine sonat ursum horribilem” (Artù in latino suona come orso orribile). Nel suo aspetto selvaggio e guerriero, venne però affiancato e guidato dal Druida (= sskrt. brāhmaṇa) Merlino, il vero ordinatore e ideatore del regno di Artù. In questo racconto simbolico, si può notare che vi è descritta la nascita di quel dualismo tra la funzione regale e quella sacerdotale, che corrisponde alla diarchia medievale Imperatore-papa: divisione di poteri che porterà alla reciproca concorrenza e distruzione. Myrddin, latinizzato in Merlinus Ambrosius (Merlino l’immortale)13, in gaelico è il nome di un tipo di falco. Anche qui si può notare una interferenza tra i due poteri, essendo il falco, come l’aquila, animale che rappresenta la casta guerriera. Tuttavia, egli è anche conosciuto con il nome di ‘cinghiale di Brocelandia’, attributo tipicamente sacerdotale14. All’inizio della storia Merlino si comporta veramente come il purohita del Re e guru personale di Artù. Quest’ultimo, seguendo le sue istruzioni, fece costruire, nel suo castello di Camelot15, la Tavola Rotonda intorno alla quale dovevano sedersi i dodici più puri, coraggiosi e leali cavalieri del Regno16. Se da un certo punto di vista la Tavola Rotonda era simile a un governo istituito al fine di restaurare l’ordine e la prosperità nel regno di Britannia e nel mondo, da un altro essa rappresentava anche un centro iniziatico17. Artù iniziava i guerrieri più qualificati alla cavalleria. Questi poi si recavano come cavalieri erranti a visitare diversi castelli ed eremi, dove i feudatari o i monaci li istruivano alle pratiche interiori del metodo (sskrt. prakriyā). Allo stesso tempo si prodigavano a difendere i deboli, gli orfani e le vedove dalle angherie dei malvagi, accumulando meriti (sskrt. puṇya) per sé, raddrizzando l’ordine del Regno e diffondendo la pace. La Tavola Rotonda era forata al centro e lì si trovava il ‘seggio periglioso’. Si trattava di un trono sul quale poteva sedersi soltanto un cavaliere puro e altamente qualificato. Chiunque si fosse seduto senza possedere tali qualifiche sarebbe sprofondato direttamente all’inferno. Il ‘migliore cavaliere del mondo’, colui che avesse superato la prova, avrebbe potuto concludere la via iniziatica che lo avrebbe condotto a restaurare l’Impero, prendendo il posto di Artù e trasformando il Regno di Britannia in un Impero universale18. Furono tre i cavalieri che dimostrarono di essere capaci di raggiungere il summum bonum della via iniziatica cavalleresca: Parsifal (o Perceval)19, Bors20 e Galahad21. Furono perciò inviati a concludere il loro percorso iniziatico consistente nella cerca del Santo Graal. Il Graal è un simbolo complesso, perché in esso sono confluite correnti tradizionali diverse. Come abbiamo già accennato, i Druidi del celtismo usavano un calderone di bronzo o d’argento in cui facevano bollire la spremitura di diverse piante sacre, tra cui la principale era il vischio. Ottenevano così una bevanda d’immortalità che offrivano in oblazione agli Dei, mentre il resto era distribuito tra gli iniziati presenti22. La tradizione esoterica cristiana parla, invece, di una coppa23. Quando Lucifero, il più elevato tra gli angeli, si ribellò a Dio, dalla sua corona cadde sulla terra un grosso smeraldo divino, il lapsit exillis24. Altri angeli scolpirono poi quello smeraldo prodigioso dandogli la forma di una coppa. Coloro che avessero bevuto da quel calice avrebbero ottenuto la conoscenza di Dio. Questo stesso, tramandato di generazione in generazione, fu usata dal Cristo durante l’ultima cena per consacrare l’eucarestia. Giuseppe d’Arimatea la conservò segretamente e la usò per raccogliere il sangue che sprizzava dalla ferita sul costato di Gesù durante la crocefissione. Questo avvenimento dà la possibilità di interpretare il nome della coppa come fosse Sang Real, il ‘vero sangue’ o il ‘sangue regale’. In seguito, i due discepoli segreti di Gesù, Nicodemo (che era un sacerdote-cohen) e Giuseppe d’Arimatea (Arimatea è interpretato come un titolo in quanto significa ‘principe di sangue divino, ovvero regale’, ha rama theo25), che rappresentano rispettivamente l’autorità spirituale e il potere temporale, trasportarono il Graal in Britannia. Lì la sacra coppa sarebbe stata conservata nascostamente in un castello inaccessibile, in una regione compresa tra due mari, in mezzo a montagne selvagge26 dai discendenti di Giuseppe, conosciuti come i Re del Graal. I cavalieri che fossero riusciti a raggiungerlo e ad avere la visione del Graal, lì si fermavano, diventavano discepoli del Re, vivendo a lungo in uno stato edenico. Con il passare dei secoli, però, il numero dei nuovi arrivati diminuì drammaticamente a causa della degenerazione del mondo e dell’umanità. Il Re del Graal, in questo modo, riuscì a stento a trasmettere la santa sapienza proveniente dalla coppa miracolosa, e non poté più a generare un numero sufficiente di discepoli. Per questo gli ultimi Re furono descritti come ammalati o feriti nelle proprie capacità generative. Così, avendo molto tempo libero dall’insegnamento, essi trascorrevano gran parte della giornata a pescare nel lago montano nei pressi del castello27. Il titolo di Re Pescatore, ovviamente, allude al fatto che egli aveva assunto una funzione atta ad attirare nuovi discepoli28, uscendo un po’ dalle mura del castello, dalla riservatezza esoterica, in attesa del ‘miglior cavaliere del mondo’. Costui sarebbe diventato il discepolo prediletto del Re Pescatore e suo successore come Re del Graal. Questo figlio spirituale avrebbe guarito il Re ferito dalla sua incapacità di generare spiritualmente e, portando la sacra coppa alla Tavola Rotonda e sedendo sul tredicesimo posto periglioso, avrebbe fatto rifiorire la Terre guaste29.

        Gaṇapati

        1. J.L. Weston, The Quest of the Holy Grail, G. Bell & Sons, London 1913, p.4.[↩]
        2. J.Evola, Il mistero del Graal, Edizioni Mediterranee, Roma 1972, p.61. Se si prescinde dal grave errore dottrinale evoliano, che pone assurdamente l’azione al di sopra della conoscenza, per il resto questo libro è un’ottima raccolta di simboli, spesso egregiamente interpretati.[↩]
        3. Françoise Le Roux, Christian J. Guyonvarc’h, I Druidi, Ecig, Genova 1990, pp 563/564.[↩]
        4. “Molto divino”, nome del Dio-sacerdote dei Druidi, signore della conoscenza, simile al Bṛhaspati vedico.[↩]
        5. “Ci pare indubitabile che la leggenda del Graal debba essere riferita alla trasmissione di elementi tradizionali, di ordine iniziatico, dal druidismo al cristianesimo; questa trasmissione essendo stata operata regolarmente, e quali ne siano state le modalità, tali elementi fecero da allora parte integrante dell’esoterismo cristiano.” René Guénon, Aperçus sur l’ésotérisme chrétien, Editions traditionnelles, Paris 1971, pp. 92/93.[↩]
        6. Non è nostra intenzione citare le diverse fonti, spesso contraddittorie, attenendoci soltanto a trarre il senso generale che si evince da una lettura dei romanzi. D’altra parte, molti di questi racconti furono composti spesso da poeti e trovadori che riportavano informazioni segrete senza avere piena coscienza del loro significato. Tra coloro che dimostrarono consapevolezza del messaggio da loro tramandato, sono da annoverare certamente Chrétien de Troyes, Robert de Boron e Wolfram von Eschenbach. Thomas Malory (1415-1471), pur dimostrando consapevolezza di quanto scriveva, deve essere inserito in un filone ermetico, piuttosto che in quello della cavalleria medievale. In definitiva, una lettura analitica e rigorosamente filologica è il modo migliore per perdere di vista il significato spirituale che così è stato trasmesso.[↩]
        7. È inaccettabile l’ipotesi sostenuta da diversi autori secondo cui Artù sarebbe stato il personaggio storico Lucius Artorius Castus. Questi visse in Bretagna verso la metà del IV secolo e fu al comando della Sesta Legione in Armorica. Una semplice somiglianza del nome non può essere considerata una prova storica.[↩]
        8. Dall’arabo thuʿbān, pitone mostruoso, drago.[↩]
        9. Ciò corrisponde in modo sorprendente al mito di installazione di Dhruva, la nuova stella polare, nella mitologia indiana.[↩]
        10. P. Walter, Artù l’orso e il Re, Arkeios, Roma, 2005, pp. 73/74.[↩]
        11. L’aggettivo ‘artico’, che deriva da ‘orso’, è sinonimo di ‘boreale’. Ora, anche questo termine è connesso con la stessa parola, nel tedesco bär e in inglese bear. Tuttavia è possibile che anticamente Borea (gr. Βορέας, leggi Boréa, il Nord) derivasse dal termine inglese cinghiale boar, (sskrt. varāha). Ciò è certamente dovuto a un rovesciamento del simbolismo polare con quello zodiacale avvenuto con il passaggio al kaliyuga. Infatti, ancora oggi la stella chiamata Arcturus si trova in prossimità dello zodiaco, che segna la posizione astrologica dell’orso prima del kaliyuga. Poi, le orse sono state identificate con le due costellazioni prossime del Polo. Abbiamo già segnalato che, al contrario, anche la bilancia (sskrt. tula), da una posizione polare (le due orse erano i piatti della bilancia), è stata abbassata a livello zodiacale.[↩]
        12. Nennio fu autore di una Historia Brittonum composta fra l’VIII e il IX secolo.[↩]
        13. Nella Historia Regum Britanniæ di Geoffrey de Monmouth, Merlino Ambrosio è confuso con ‘Aurelio’ Ambrosio, fratellastro di Uther Pendragon. È una confusione carica di significati reconditi. Infatti, la figura semistorica di Aureliano Ambrosio, vincitore dei Sassoni, è per molti versi, indicativa: sarebbe stato l’ultimo governatore di Roma in Britannia, figlio di un patrizio romano e di una donna di ascendenze druidiche. In lui, perciò, confluivano la tradizione cristiano-latina e quella sapienziale celtica. Ferito a morte, avrebbe consacrato Uther quale primo Re di Britannia.[↩]
        14. In alcuni racconti Merlino è detto figlio del diavolo e in altri è descritto come un mago. Alla fine dell’avventura arturiana, Merlino abbandonerà al suo destino il suo discepolo Artù per dedicarsi ad amori, sconvenienti per un saggio, con Viviana, una fata o ninfa dei boschi (sskrt. yakṣiṇī). Perciò Merlino rappresenta una sapienza sacerdotale in declino, attratta dalla fruizione dei poteri (sskrt. siddhi).[↩]
        15. Probabilmente questo nome deriva dalla prima capitale romana in Britannia, Camalodunum. Plinio, Naturalis Historia, II.75.118.[↩]
        16. Dal punto di vista dell’ordine cosmico, si può affermare che, simbolicamente, i dodici personaggi rappresentino altrettante forme del sole, i dodici Āditya della tradizione hindū, in corrispondenza con i segni zodiacali. Infatti, ogni cavaliere eccelle in una particolare scienza e virtù. La stessa forma della tavola ricorda la simbologia della ruota, in particolare per la funzione sociale e iniziatica del Cakravartin. Nel rito vājapeya, come nel ciclo arturiano, la corsa dei carri e la ruota apposta in cima al palo sacrificale (sskrt. stambha) diventano simboli del Mondo in perenne movimento. Come vedremo, però, Artù rappresentò la sola funzione regale senza mai riuscire a realizzare quella imperiale di Cakravartin.[↩]
        17. Questo richiama alla mente l’organizzazione storica dei dodici conti palatini (o paladini) fondata da Carlo Magno per restaurare l’Impero d’Occidente.[↩]
        18. Per la verità anche Artù tentò la conquista del mondo intero. Si impegnò, però, a questa impresa con soli mezzi bellici esteriori, senza passare ritualmente attraverso un sentiero iniziatico che lo conducesse a diventare prima l’Imperator esoterico, per poi ambire a divenire l’Imperatore anche in senso temporale (come accade in India con il rito del sacrificio del cavallo, aśvamedha). Con varie spedizioni si era impadronito della Spagna, della Scandinavia e della Germania e si apprestava a portar guerra a ciò che restava dell’Impero Romano in piena decadenza. Tuttavia dovette desistere per rientrare in Britannia a combattere contro suo nipote, l’usurpatore Mordrein (‘il portatore di morte’, oppure, nella versione Modred, ‘il ‘limitante, ‘colui che pone ostacoli’).[↩]
        19. ‘Colui che apre la via’.[↩]
        20. Potrebbe significare ‘cinghiale’, cosa che lo caratterizza in chiave sacerdotale. È l’unico dei tre cavalieri che ritorna in Britannia dopo la cerca del Graal. Talvolta al suo posto appare Gawein, il cui nome indica un altro tipo di falco.[↩]
        21. ‘L’intrepido’.[↩]
        22. È evidente l’analogia con la ‘bollitura’ spontanea, la fermentazione, del Soma vedico nella coppa oblatoria, volta a ottenere l’amṛta. Faremo notare che quest’ultimo termine sanscrito etimologicamente è identico all’ambrosia (gr. ἀμβροσία, leggi ambrosìa, immortalità), il liquore d’immortalità con cui si nutrivano gli Dei greci. Ovviamente, non è casuale che Merlino si chiamasse Ambrosius, l’immortale.[↩]
        23. L’etimo più accreditato per Graal è il latino gradalis, coppa o bacile. “Il termine graaus (forma al soggetto; nei complementi, graal) è attestato, in lingua d’oïl, non come nome proprio, bensì come nome comune…” (G. D’Aronco, “Un romanzo per l’Europa”, La Grant Queste del Saint Graal, Udine, Amm. Comunale, 1990, p. 23.) Tuttavia, poiché è anche una conoscenza sacra, Graal potrebbe derivare da gradualis, che in latino designa un testo sacro, destinato soprattutto alla recitazione o al canto. Infatti, in alcuni romanzi di questo filone, è scritto che sulla superficie della coppa apparivano miracolosamente delle frasi scritte, tali da essere lette, recitate o cantate[↩]
        24. Questa formula in un latino gergale è interpretata in due modi: lapis exilii, la pietra esiliata sulla terra, oppure lapis ex cœlis, la pietra caduta dai cieli.[↩]
        25. Un’altra interpretazione del nome di questo discepolo segreto è fornita da Flavio Giuseppe, il cui nome in aramaico sarebbe stato ‘Johsef bar Matityahu’, ‘Giuseppe discendente di Matityahu’, ossia di Matteo, il fondatore della dinastia Maccabea. Flavio Giuseppe perciò sarebbe stato parente e omonimo di Giuseppe d’Arimatea. Comunque, entrambe queste ipotesi indicano che Giuseppe d’Arimatea era di famiglia reale.[↩]
        26. Il luogo in cui sorge il castello del Graal è chiamato Montsalvasch, monte selvaggio, che però diventa Montsalvat, monte salvato, della salute o del saluto per coloro che sono capaci di arrivarvi. Nei prossimi capitoli sarà spiegato l’uso iniziatico di questi due termini. Il castello di Corbenic è posto sulla vetta del Montsalvat.[↩]
        27. “Nel Brahmaloka, nel terzo piano del cielo [del tribhuvana], partendo da questa terra, esistono due mari chiamati Ara e Nya, dove si trova un lago pieno di cibo delizioso, dove c’è un banyan che trasuda ambrosia, dove si vede la cittadella di Brahman chiamata Aparājitā (l’inespugnabile) e dove si trova un palazzo d’oro fatto dallo stesso Signore” (ChU VIII.5.3).[↩]
        28. In consonanza con il versetto evangelico “… farò di voi pescatori di uomini” (Vangelo di San Marco, I.17).[↩]
        29. La terra sterile, la disordinata situazione del mondo causata dalla decadenza spirituale dell’umanità in questo periodo tenebroso. Tale decadimento spirituale e comportamentale fu la stessa causa della sterilità ‘iniziatica’ del Re Pescatore.[↩]

        40. The Round Table and the Quest for the Grail – I

          The Round Table and the Quest for the Grail – I

          From the historical point of view, the novels of both the Round Table and the Grail suggest an underground current that emerged at a given moment. Soon, however, it retracted to become invisible, almost as if an obstacle or an imminent danger had been felt1. In fact, these novels appeared in a short period of time between approximately the last quarter of the twelfth century and the end of the first quarter of the 13th century2, a period marked by the first decline of the tradition in Europe.​
          Where did this underground current come from? All the characters and events present in this literature appear in precise geographical areas: Ireland (Iweriu, lat. Hiberia or Scotia), Wales (Cymru, lat. Cambria), Scotland (Caled, lat. Caledonia), England (Prydain lat. Britannia Major) and Britany (Prydain, lat. Britannia Minor or Armorica). These lands represent the heart of the Celtic Tradition. Those who passed on these legends to Christianity were the Druids (corresponding to the brāhmaṇas of India), particularly the Bards, the priestly caste (sskrt. jāti) responsible for maintaining the relations with the knights (as purohitas). The Bards were the performers of royal rites, the composers of the epic and the mythological poems and to the keepers of the warrior genealogies (sskrt. kṣatriya vaṅśacarita)3. Although the vessel of the Grail is an esoteric symbol of Christian origin, in the Druidic tradition the “Caldron of the Daghdha”4 performed a similar function, being the receptacle of the beverage of immortality.
          The chronicle of these tales5 starts with the collapse of the Roman Empire. The earth was devastated by violence and disorder caused by the marauding barbarians. The cosmic order needed to be restored with the foundation of a new Empire of peace and justice. Arthur6, the illegitimate son of King Uther Pendragon was destined to such feat His youth passed anonymously until he drew a sword stuck vertically into a rock. a sign universally recognized as worthy only of the legitimate King of Britain. It is self-evident that the sword in the rock is the symbol of the polar axis crossing the globe. Its extraction represents the change of the polar star on which the earth axis points.​
          In fact, the previous ruler, Uther Pendragon, whose name means ‘Head of the Dragon’, represents the period from 4000 to 1000 BC, when the earth axis pointed towards the previous polar star, α Draconis (Thuban7). Arthur, therefore, represents the new polar star, α Ursæ Minoris8.​

           “Now a first philological observation is required. The exact form of the name given by the manuscripts in ancient French is Artus (subject) and Artu (in inflected cases) leading to the root Art, true philological basis of the name.
          The testimony of Celtic languages is formal: it is an ancient name of the bear [sskrt. atri].”9

          ​The bear (gr. Ἄρκτος, read àrctos) in astronomy corresponds to both the constellations of the Ursa Major and Minor (sskrt. Sapta ṛkṣa) and its symbolism is closely related to “polar mountain” (Meru), which represents the axis mundi10. The polar-priestly element and the zodiacal-regal element converge in Arthur in an ambiguous fashion. In fact, we must keep in mind that, as Nennius11 explained, “Artur latine sonat ursum horribilem” (Arthur in Latin sounds like ‘horrible bear’).​ In his fierce and violent appearance, he was however accompanied and guided by the Druid (sskrt. brāhmaṇa) Merlin, the true architect and creator of Arthur’s reign.​ Therefore, in this symbolic tale is described the emergence of the dualism between the royal and the priestly functions corresponding to the medieval Emperor-Pope diarchy. This division of powers will lead to a mutual competition and destruction. In Gaelic, Myrddin (latinized into Merlinus Ambrosius, Merlin the Immortal)12 is the name of a type of hawk. One can easily appreciate the discordance between the two powers, as hawk (like the eagle), represents the warrior caste. In fact, he is also known as the ‘boar of Brocéliande’, a typically priestly attribute13. At the beginning of the tale, Merlin is the purohita of the King and Arthur’s guru. Following his instructions, Arthur founded in Camelot14 the Round Table, around which the twelve purest, bravest and most loyal knights of the kingdom15 were to sit.​
          If on one hand the Round Table in change of the restoration of the order and the prosperity in the kingdom, as well as in the world, on the other it also represented an initiatic center16. Arthur gave the chivalry initiation to the most qualified warriors.​  As errant knights they wandered from castle to hermitage where feudal lords and monks instructed them in the inner practices of the method (sskrt. prakriyā). At the same time, they continued devoting themselves to the protection of the weak, the orphans and the widows from the oppression of the wicked, accumulating merits (sskrt. puṇya), consolidating the order of the Kingdom reestablishing the peace. The center of the Round Table was holed. At the very center was the ‘perilous Siege’, a throne destined to the purest and most highly qualified knight.
          Anyone who sat without possessing such qualifications would have sunk directly into hell. Only he ‘the world’s best knight’, he who had passed the trial and concluded the initiatic path would be able to restore the Empire, take Arthur’s place and transform the Kingdom of Britain into a Universal Empire17. Three were the knights who proved to be worthy of the summum bonum of the knightly (chivalrous) initiatic path: Parsifal (or Perceval)18, Bors19 and Galahad20. Their final trial was the quest for the Holy Grail. The Grail is a complex symbol, because different traditional currents converged into it. As we have already mentioned, the Druids used a bronze or silver cauldron in which they boiled several sacred plants, among which the main one was the mistletoe, obtaining in this way the beverage of immortality offered in oblation to the Gods and distributed among the initiates21.
          Differently, the Christian esoteric tradition tells of a vessel22.​ When Lucifer, the highest of the angels, rebelled against God, a great divine emerald, the lapsit exillis, fell from his crown down to earth, where angels sculpted it into a vessel. Whoever drank from it would acquire the knowledge of God.​ The vessel, handed down from generation to generation, was then used by Christ during the last supper to consecrate the Eucharist. Joseph of Arimathea kept it secretly and used it to collect the blood spurted from the chest wound Jesus during his crucifixion.​ Consequently, the ‘Saint Grail’ has been interpreted as Sang Real, the ‘Real Blood’ or the ‘Royal Blood’. Later, the two secret disciples of Jesus, the cohen-priest Nicodemus and Joseph of Arimathea, representing respectively the spiritual authority and the temporal power, carried the Grail to Britain. The sacred vessel was covertly preserved by the descendants of Joseph, known as the Kings of the Grail, in an inaccessible castle located between two seas and in the middle of wild mountains23. The knights who succeeded in beholding the Grail, became disciples of the King, living there for a long time in an Edenic state.​ Over the centuries, the number of arrivals declined dramatically due to the degeneration of the world and humanity. Thus, the King of the Grail, strived in transmitting the holy wisdom of the miraculous vessel and in generating a sufficient number of disciples. For this reason, the last Kings were described as sick or wounded in their generative faculty. The latest Kings idled in the mountain lake near the castle, fishing all day long24. The title of Fisher King, obviously, alludes to the fact that he was fishing for new disciples25, often leaving the walls behind, that is breaking the esoteric discretion. The Fisher King expected the arrival of the ‘world’s best knight’ destined to become his beloved disciple and his successor as King of the Grail. This spiritual son will heal him and bring the sacred vessel to the Round Table where, sitting on the thirteenth dangerous place, he will make the Terre guaste flourish again26.

          Gaṇapati

          1. J.L. Weston, The Quest of the Holy Grail, G. Bell & Sons, London 1913, p.4.[↩]
          2. Julius Evola, Il mistero del Graal, Ed. Mediterranee, Roma 1972, p.61. Except for the Evola’s serious doctrinal error, which absurdly considers action above knowledge, this book is an excellent collection of symbols, often brilliantly interpreted.[↩]
          3. Françoise Le Roux, Christian J. Guyonvarc’h, I Druidi, Ecig, Genova 1990, pp 563/564.[↩]
          4. “Most divine”, name of the God-priest of the Druids, the lord of knowledge, similar to the vedic Bṛhaspati.[↩]
          5. For the sake of the reader we will not present all the sources and versions of the account that are often contradictory. We only want to draw the general sense emerging from these novels. Many of these tales were written by poets and troubadour who recited secret information without having full awareness of their deeper meaning. Among the most discerning, however, we remember Chrétien de Troyes, Robert de Boron and Wolfram von Eschenbach. Thomas Malory (1415-1471), although aware of what he wrote, must be included in a hermetic current rather in association with the medieval chivalry. Ultimately, the analytical and philological reading loses sight of the spiritual meaning transmitted.[↩]
          6. The hypothesis that Arthur was the historical Lucius Artorius Castus cannot be taken for certain. Artorius lived in Britannia in the mid-4th century and was in command of the Sixth Legion in Armorica. A simple similarity of names cannot be considered a historical proof.[↩]
          7. From the arab thuʿbān, monstrous python, dragon.[↩]
          8. This corresponds surprisingly to the myth of Dhruva as the new polar star in Indian mythology[↩]
          9. P. Walter, Artù l’orso e il Re, Arkeios, Roma, pp. 73/74. Arthur, l’ours et le roi, Paris, Imago, 2002[↩]
          10. The adjective ‘arctic’, which derives from ‘bear’, is synonymous of ‘boreal’ This term is also closely related to the German bär and the English bear. However, it is also possible that in more ancient times Borea (gr. Βορέας, read Boréa, the North) derived from the term ‘boar’, (sskrt. varāha). This is certainly due to a reversal of the polar symbolism with the zodiacal one occurred with the beginning of the kaliyuga. In fact, even today the star called Arcturus is located near the zodiac, that marks the correct astrological position of the bear before the kaliyuga. Only after were the two bears identified with the two neighbouring constellations of the Pole. Inversily, Libra (sskrt. tula) was associated to the zodiacal level. Prior to that, Libra was the polar constellation and the present two Ursæ were the plates of Libra.[↩]
          11. Nennius was the author of one Historia Brittonum composed between the 8th and 9th centuries.[↩]
          12. In the Historia Regum Britanniæ of Geoffrey de Monmouth, Merlinus Ambrosius is overlapped with Ambrosius Aurelianus, half-brother of Uther Pendragon. It is an ambiguity full of hidden meanings. In fact, the semi-historical figure of Ambrosius Aurelianus, winner of the Saxons, is in many ways symbolic. He was the last governor of Rome in Britain, son of a Roman patrician father and a Druidic mother. In him, therefore, converged the Christian-Latin and the Celtic sapiential traditions. Mortally wounded, he anointed Uther as the first King of Britain.[↩]
          13. In some tales Merlin is said to be the son of the devil, and in others it is described as a wizard. At the end of the Arthurian adventure, Merlin abandons his disciple Arthur to his fate to pursue love with Vivien, a fairy or nymph (sskrt. yakṣiṇī); a most inappropriate behaviour for a sage. Therefore, Merlin represents a priestly wisdom in decline, attracted to powers (sskrt. siddhi).[↩]
          14. Probably this name derives from the first Roman capital in Britain, Camalodunum. Plinius, Naturalis Historia, II.75.118.[↩]
          15. From the point of view of the cosmic order, we can say that, symbolically, the twelve knights represent the twelve forms of the sun, the Ādityas of Hindū Tradition, in correspondence with the zodiac signs. In fact, every knight excels in a peculiar science and virtue. The same shape of the table recalls the symbolism of the wheel, in particular for the social and initiatic functions of the Cakravartin. In the vājapeya rite, as in the Arthurian cycle, the chariot race and the wheel affixed at the top of the sacrificial pole (sskrt. stambha) become symbols of the World in perennial movement. As we will see, however, Arthur represented only the royal function without ever being able to fulfil the imperial role of Cakravartin.[↩]
          16. This is reminiscent of the historical organization of the twelve Palatine Counts (or Paladins) founded by Charlemagne to restore the Western Empire[↩]
          17. Actually, Arthur ambition was to conquer the entire world. However, he committed himself to this endeavour only with exterior means of war, neglecting the initiatic path that would have led him to become the esoteric Imperator. Only then he could have aspired to become the Emperor also in the temporal sense (as it happens in India with the ritual of sacrifice of the horse, aśvamedha). According to the legend, with several expeditions he conquered Spain, Scandinavia and Germany and was preparing to wage war to what remained of the declining Roman Empire. However, he had to return to Britain to fight against his nephew, the usurper Mordrein (‘the death bringer’, also called Modred, ‘the limiting’, ‘he who hinders’).[↩]
          18. ‘He who opens the way’[↩]
          19. It could mean ‘boar’, which defines him in a priestly manner. He is the only one of the three knights who returns to Britain after the quest for the Grail. Sometimes he is replaced by the figure of Gawain, whose name indicates another type of hawk.[↩]
          20. ‘The intrepid’.[↩]
          21. It is evident the analogy with the spontaneous ‘boiling’, the fermentation of the Vedic Soma in the oblatory bowl, to obtain the amṛta. This last Sanskrit term is etymologically identical to ambrosia (gr. ἀμβροσία, read ambrosìa, immortality), the liquor of immortality of the Greek gods. Obviously, it is not by chance that Merlin was called Ambrosius, the immortal.[↩]
          22. The most accredited etymology for Grail is the Latin gradalis, vessel or bowl. “The term graaus (subject form; in the complements, graal) is attested, in oïl language, not as a proper name, but as a common name…” (G. D’Aronco, “Un romanzo per l’Europa”, La Grant Queste del Saint Graal, Udine, Amm. Comunale, 1990, p. 23.) However, being a sacred knowledge, Grail could also derive from gradualis, which in Latin designates a sacred text, especially intended for acting or chanting. In fact, according to some novels written words miraculously appear on the surface of the vessel.[↩]
          23. The place where the Grail castle stands is called Montsalvasch, wild mountain, occasionally Montsalvat, saving mount. In following chapters, we will explain the initiatic meaning of these terms. The castle of Corbenic is placed on the peak of Montsalvat.[↩]
          24. “In the Brahmaloka, in the third level, the heaven [in tribhuvana], starting from this earth, there are two seas called Ara and Nya, where there is a lake full of delicious food, where there is a banyan that oozes ambrosia, where is seen the citadel of Brahman called Aparājitā (the impenetrable) and where is located a golden palace made by the Lord himself” (ChU VIII.5.3).[↩]
          25. In consonance with the evangelical passage, “…I will make you fishers of men.” (Gospel of Saint Mark, I.17).[↩]
          26. The barren land, the disordered situation of the world caused by humanity’s spiritual decline in this period of darkness. This spiritual decay was the very cause of the “initiatic” sterility of the Fisher King.[↩]