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Vedānta vicāra sullo stato di sogno

    Śrī Śrī Svāmī Prakāśānandendra Sarasvatī Mahārājajī

    VEDĀNTA VICĀRA SULLO STATO DI SOGNO

    (Svapnāvasthā Vicāra)1

    Per il soggetto (viṣayin), il mondo (prapañca) è oggetto (viṣaya) d’indagine e di esperienza. Con mondo s’intende la totalità dei cinque elementi (adhibhūta) che danno realtà al sole, alla luna, alle stelle, alla nostra terra (bhūmi), nonché a tutti gli avvenimenti che si possono osservare con i cinque sensi mentre si sviluppano nelle coordinate di tempo e spazio. Il mondo, nella descrizione che ne dà Śaṃkara commentando la Māṇḍūkya Upaniṣad (II), è dunque il dominio di Viraṭ, la proiezione grossa (sthūla) di Hiraṇyagarbha, che si identifica così all’etere (ākāśa), principio onnipervadente della manifestazione grossolana. Il soggetto che osserva il mondo è, invece, l’aggregato di corpo (deha), mente (manas), intelletto (buddhi)e il senso dell’io (ahaṃkāra). Sempre nel medesimo commento śaṃkariano già citato, il soggetto è definito viśva (completo) perché non è soltanto un aggregato di oggetti sensibili composti dai bhūta, ma comprende anche tutte le modalità sottili che formano l’individualità; esso perciò è anche chiamato piṇḍātman (Ātman incorporato) o adhyātmika (dotato di Ātman). Il soggetto, perciò, per sua esperienza sensoria, si ritiene cosciente (cit), mentre osserva attorno a sé l’universo che percepisce come non cosciente (acit) in quanto lo indaga come dominio grossolano esclusivamente attraverso i sensi2]. La sintesi di soggetto e oggetto, di viśva e di Viraṭ, forma uno stato, avasthā. Lo stato pervade il mondo, pervade l’individuo: ciò vuol dire che il mondo e l’individuo sono inclusi nello stato. L’uomo ordinario pensa che il mondo abbia un’esistenza indipendente e che, per esempio, svegliandosi si entri nel mondo di veglia come se si entrasse in una stanza; e che quando se ne esce, addormentandosi, la stanza resti lì. Questo è un errore. Lo Śāstra dice che il mondo della veglia non è indipendente dallo stato di veglia. Il mondo della veglia è sperimentato nello stato di veglia, il mondo del sogno nello stato di sogno. Quando si lascia il sogno svegliandosi, il sogno continua? Il mondo del sogno, prima che si iniziasse a sognare, non esisteva. Quando una persona sogna, vede il mondo del sogno. Il mondo del sogno è del sognatore. Quando è nel sogno, al sognatore pare di essere nel mondo della veglia. Egli riconosce che si tratta d’un sogno solo quando ne esce. Nell’Ātmā Bodha si dice: “Nel sogno si sperimenta il mondo del sogno come se si fosse in veglia.” Nessuno sperimenta il sogno come sogno3. Lo si definisce sogno solo quando se n’è usciti.
    Come si possono investigare i tre stati di veglia, sogno e sonno profondo? Esaminando i propri stati. Gli psicologi esaminano gli stati degli altri, che non sono loro esperienze; perciò quell’esame non ha alcun valore per la via della conoscenza (jñāna mārga). Infatti, gli stati degli altri, come per esempio il sogno, sono esperienze altrui. Quando s’interpreta il sogno d’un altro, non s’interpreta la propria esperienza. Ognuno deve vedere il suo stato di veglia, il suo stato di sogno, il suo stato di sonno profondo. Lo stato di veglia deve essere considerato dal vegliante, lo stato di sogno dal sognatore, lo stato di sonno profondo dal dormiente.

    Le persone in stato di veglia cercano di ricordare il sogno. Del sogno si ha un parziale “ricordo”, mentre in parte lo si dimentica. Mentre ci si sforza di “ricordarlo”, la mente interpreta il sogno; perciò la mente della veglia interferisce con il “ricordo”. In genere si considera presente lo stato di veglia e passato quelli di sogno e di sonno profondo: “Ho sognato…”, “Ho dormito profondamente”. Perciò quando esaminiamo o cerchiamo di “ricordare” lo stato di sogno e di sonno profondo, siamo in stato di veglia4. Noi consideriamo il sogno e il sonno profondo mentre siamo in un altro stato, quello della veglia. Perciò la mente della veglia interferisce con gli altri stati. Lo Śāstra afferma che si deve investigare nel proprio stato. Nello stato di veglia c’è passato, presente e futuro, ma dire che il sogno è nel passato è errato, perché il sogno fa parte d’un altro tempo, d’un altro mondo, d’un altro stato. Quindi il tempo della veglia interferisce con il sogno. Siccome usualmente si investigano le altre avasthā a partire dallo stato di veglia, gli altri due stati sono relegati a esserne come fossero sue appendici secondarie. Invece il Māṇḍūkya Upaniṣad Śaṃkara Bhāṣya insegna che sono tutti e tre indipendenti tra loro. Non ci si deve interessare allo stato in quanto tale, ma a capire noi in quello stato. S’indaga, si fa vicāra, non per interesse per quello stato, ma per quello che si è in quello stato. Cioè: “Io sono la persona che appare nello stato di veglia, quella che appare in stato di sogno e in quello di sonno profondo.” Se si considera tutto soltanto dal contesto della veglia, la veglia appare eterna. Invece lo Śāstra dice che il mondo della veglia c’è soltanto per chi sta vegliando. Il mondo della veglia non esiste nel sogno, perciò, come può essere la veglia eterna? La medesima impressione vale anche per il mondo del sogno. Quando si sogna, quel mondo appare come eterno, senza inizio né fine. Anche nel sogno si sperimenta il senso del passato, presente e futuro. Si vedono i propri genitori e si sa che sono nati prima del figlio-sognatore. Si sperimenta dunque il sogno con le sue regole: è il mondo del sognatore che, sognando, lo sperimenta. Nel mondo della veglia, pur considerandolo eterno, si sa d’essere nati e che, prima, c’era qualcos’altro e qualcun altro. Lo stesso accade nel mondo del sogno. Quando si è nel mondo del sogno, non si considera che ha avuto un inizio e avrà una fine: lo si considera senza inizio né fine. Si sogna di essere con altre persone. Quando ci si sveglia, gli altri dove sono? Non ci sono più perché appartengono al mondo del sogno, e il sognatore, il sogno e gli oggetti del sogno appartengono a quello stesso mondo. Quando la persona sogna è un sognatore e “ha” il mondo del sogno. Quando è sveglia “ha” il mondo della veglia. Nessuno porta con sé nella veglia il mondo del sogno. È anche errato considerare il mondo della veglia separato dalla persona che veglia, il vegliante. Sarebbe come considerare gli oggetti senza un soggetto: gli oggetti, senza un soggetto, sono inesistenti. L’oggetto non è un oggetto per sua natura, ma lo è per il soggetto che lo vede. Non si può immaginare il mondo senza un soggetto che lo vede. Lo stato di sogno è confinato nel mondo del sogno, lo stato di veglia è confinato nello stato di veglia. Il sādhaka deve esaminare i propri stati perché anche gli altri sono parte di lui. Questo vale anche per il sogno: l’ajñāni pensa che il sogno sia strettamente personale, mentre è convinto che la veglia sia un’esperienza comune a tutti. È il pregiudizio del vegliante. Invece anche il mondo della veglia è il “mio proprio” mondo. Infatti quando non si è veglianti, non c’è nessun altro. Si vede il mondo della veglia solo quando si è svegli. Tutti gli altri sono parte della veglia del vegliante e tutto il mondo della veglia è parte della sua coscienza. Infatti il mondo non è indipendente dallo stato: lo stato pervade il mondo. Perciò, se il mondo non è indipendente dallo stato vuol dire che il mondo non è affatto indipendente. Il mondo è un’esperienza, non è un’entità indipendente. Non stiamo parlando d’un oggetto del dominio individuale: è un’esperienza.

    Non c’è un mondo in comune tra sogno e veglia. Tuttavia i tre stati hanno qualcosa in comune: non è il mondo, non è il tempo, non è la mente, non è l’individualità. Ciò che è comune è l’Ātman, il Sākṣin. Si chiama abhimāna l’identificazione con il mondo della veglia. Perché tutti sono pronti a considerare secondario lo stato di sogno? Perché c’è abhimāna con lo stato di veglia. Ossia l’identificazione con il corpo, i sensi e la mente.
    Quando si guarda un oggetto rosso e poi se ne vede uno blu, la vista è sempre la stessa. Cambia solo l’oggetto. Quello che rimane comune è la vista. Quando si vede si è un vedente; quando s’ascolta si è un udente. È la coscienza che guida la mente (antaḥkaraṇa) e rende la persona un vedente o un udente. Questa capacità della mente di cogliere gli oggetti esterni si chiama vista, udito, tatto ecc. Ma si tratta sempre della coscienza. La coscienza prende consapevolezza del colore o del suono. Quando si ha consapevolezza del colore, la mente si chiama vista e quando si ha consapevolezza del suono, la si chiama udito. La vista non è indipendente dall’oggetto che vede. La vista è tale se c’è qualcosa da vedere, l’udito è tale se c’è qualcosa da ascoltare. Al di sopra di tutto c’è la coscienza, che si chiama udito o vista a seconda degli oggetti dell’udito o della vista. Il pensiero non è differenziato, è uno; sono le esperienze che lo modificano. Nella mente si ha soltanto la conoscenza del colore, del suono, del tatto ecc. La conoscenza in sé è una e si differenzia a seconda degli oggetti. I diversi colori appartengono agli oggetti, non alla vista. La vista rimane la stessa. La vista non diventa rossa quando vede un oggetto rosso. La coscienza rimane una, come quando, senza vedere, ascolta. La coscienza è indipendente da vista e udito. Queste sono come finestre aperte sul mondo. Quando le finestre sono chiuse non si vede né si ode, ma la coscienza rimane. Perciò nemmeno le finestre sono la coscienza. Anch’esse sono oggetti. I jñānendriya non sono oggetti: sono pensieri che chiamiamo facoltà di senso: è lo stato che permette di vedere il colore e di udire il suono. Se l’attenzione verso gli oggetti è ritratta, la coscienza è solo coscienza.

    Ci sono cinque tipi di oggetti: gli oggetti visibili corrispondono alla vista, quelli udibili, corrispondono all’udito e così via. L’unica coscienza ha cinque stati o posture, per conoscere quegli oggetti. È come lo stare in piedi, seduto e sdraiato, che sono tre posture del corpo, pur essendo il corpo uno solo. Quando si vede il mondo si è nel mondo. Si vede il mondo attorno a sé. Quindi ci s’identifica al corpo e perciò si pone il proprio corpo al centro dello spazio. Il corpo è il punto di collocazione nello spazio. La coscienza è nel corpo e ha consapevolezza dello spazio che gli sta attorno. Per esempio, se ci si pone al centro di una sala, si ha un davanti e un dietro, una destra e una sinistra. La visione della sala è commisurata alla propria coscienza identificata al corpo. Perciò, per le caratteristiche del corpo [umano] non si vede dietro, ma solo davanti. Se si vuole vedere tutta la sala ci si deve porre al margine. Il corpo è nello spazio e lo spazio è nello stato di veglia. Lo spazio e il mondo sono una sola cosa e io vedo lì gli oggetti differenziati. Invece di vedere i singoli oggetti, si deve vedere lo stato in quanto tale. Quando si esce dal sogno, si riesce a vedere tutto lo stato di sogno. Quando ci si è distaccati dal corpo del sogno, si vede tutto il mondo del sogno. Il distacco non è nello spazio di sogno, che è indefinito, come lo è anche nella veglia. Quando si è identificati e collocati nel corpo del sogno, si è al centro del mondo del sogno. Come si fa a uscirne? Ci si deve distaccare dal corpo del sogno. Così si permea tutto lo stato del sogno. Come nell’esempio della sala. Se ci si toglie dal centro e si esce, si diventa tutta la stanza. Per uscire ci si deve identificare con tutto lo stato di sogno. Invece, identificarsi con un oggetto del sogno vuol dire entrare nel sogno. Non ci si deve identificare più con tempo, spazio e oggetti del sogno. Non ci si identifica a uno spazio né a un tempo. Ci si deve identificare con tutto, e allora lo stato di sogno diventa un attimo e scompare. Analogamente, nella veglia l’uomo comune s’identifica con il corpo. Il corpo è un punto dello spazio. La coscienza è identificata con questo punto, perciò vede il mondo tutt’intorno. La coscienza limitata al senso dell’io (ahaṃkāra), è situata in questo corpo. Se non ci fosse questa collocazione, non ci sarebbe l’io (aham). Se si toglie la collocazione rimane solo la coscienza (Caitanya). La coscienza assume una collocazione e diventa un individuo. Quando si toglie questo limite, si diventa il tutto.

    Dalla veglia al sogno non c’è movimento. Se ci si continua a muovere, allora c’è spazio. Se si elimina il movimento non c’è più spazio. Il movimento tra gli stati è una idea erronea: dalla veglia al sogno e viceversa non c’è movimento. Quando ci si distacca dalla vista, udito ecc., questi non ci sono più e rimane solo la coscienza. I cinque sensi e la collocazione nel corpo sono nella coscienza. La veglia non è nel corpo. La coscienza è nel corpo o il corpo è nella coscienza? Se si colloca la coscienza nel corpo, si vede il mondo della veglia tutt’attorno. E come si è consapevoli delle cose che ci stanno attorno, si è anche consapevoli del proprio corpo. Perciò anche il corpo della veglia è nella coscienza. La coscienza della veglia non è localizzata nel corpo; il corpo è nella coscienza allo stato di veglia.

    Noi abbiamo un’immagine del nostro corpo che è influenzata anche dall’apporto di altri. Ci si guarda allo specchio e si costruisce la propria immagine in base a quello che si vede. Se qualcuno non si guarda allo specchio per cinque anni, alla fine non si riconosce. La propria immagine è quella che si vede, ma è anche  modificata dalle opinioni di chi ci circonda. Così la propria immagine è quella di un uomo o di una donna, giovane o vecchio, alto o basso. Ma quando si chiudono gli occhi si è solo la propria coscienza. Anche tornando indietro nel tempo con la memoria, ci si rende conto che la propria coscienza è sempre la stessa. In realtà ogni essere è un foglio di carta bianca, su cui non c’è scritto nulla. Ma comunque si è questo foglio. Le immagini sullo specchio vanno e vengono, ma lo specchio è sempre lo stesso. Perciò l’immagine del proprio corpo, la lingua che si usa, la nazionalità che si ha dalla nascita ecc. sono solo sovrapposizioni (adhyāsa). Tutto questo deve essere rimosso. Alla fine si deve risolvere il problema della collocazione del corpo. Si continua a pensare: “io sono qui”. “Qui” è nello spazio. Anche il pensiero dello spazio è nella propria coscienza quando si dice: “Io sono qui”, e poi si dice: “Io sono a Delhi”; ma la coscienza non è né qui né lì. “Qui” e “lì” sono relativi. È per il corpo che esistono “qui” e “lì”. Lo spazio è onnipervadente e per identificare la distanza di un punto se ne deve determinare un altro. Analogamente, quando ci si tocca una gamba o la testa, si ha coscienza di questo toccamento. Per la coscienza non ci sono distanze, perciò la testa toccata è non più lontana della gamba toccata o viceversa. La coscienza, infatti, pervade tutto il corpo. Ma la coscienza non è localizzata nel corpo: allorché si sono rimossi i sensi, si rimuove anche la propria immagine del corpo. Allora la coscienza è libera dalla localizzazione nel corpo. “Io sono conscio del corpo e di tutto”. La coscienza è libera dalla collocazione nel corpo. Perché il corpo e il mondo sono nella coscienza. Si è allora coscienti del mondo e del corpo. Il corpo e il mondo sono nella coscienza senza distanze. La coscienza dello stato di veglia è unica, perciò questo corpo e questo mondo stanno tutti dentro a questo stato di veglia. Senza considerare Caitanya, la dottrina della tre avasthā è del tutta inutile e non può essere utilizzata come metodo per la realizzazione (sākṣātkāra) della propria eterna Libertà.

    1. II Upadeśa, 17.12.2015.[↩]
    2. Anche gli altri esseri appaiono al soggetto conoscente solamente nel loro aspetto fisico; perciò essi gli si mostranono come oggetti grossolani acit. È soltanto in seconda battuta che, per deduzione, perciò in forma indiretta, il soggetto arriverà a riconoscere anche agli altri esseri una natura altrettanto cosciente. Tuttavia, lo ripetiamo, questa non è la conoscenza diretta del mondo esterno, che è garantita soltanto dai cinque jñānendriya. [N.d.T.[↩]
    3. Alcuni hanno obiettato a questa considerazione advitīya che nel “sogno lucido” il sognatore è consapevole di sognare. Ciò è un errore, perché il detto “sogno lucido” è una condizione alterata dello stato di veglia, paragonabile all’allucinazione, all’intossicazione, alla transe sciamanica, alla visione mistica ecc. Quando si è davvero in sogno si è parte del mondo del sogno e la veglia allora non esiste. Il sogno stesso rappresenta “la veglia” del sognatore. Di converso, quando si è in veglia, il sogno non esiste. Perciò è impossibile essere simultaneamente in veglia e in sogno. [N.d.T.].[↩]
    4. In realtà non si tratta di un ricordo: ricordo è un’esperienza conclusa in un determinato stato, che poi rimane riposta nella memoria (citta). L’esperienza passata, vissuta in stato di veglia (jāgrat avasthā), è propriamente un ricordo della veglia. Il sogno è un’esperienza compiuta nello stato di sogno (svapna avasthā), perciò non può essere un ricordo della veglia. Questo è il motivo per cui in veglia si ricorda perfettamente ciò che si è sperimentato pochi minuti, ore o giorni prima, mentre il sogno, al risveglio, sfuma in pochi secondi. Il ricordo della veglia diventa impreciso con il passare degli anni, ma è sempre possibile recuperarlo se ci si appiglia a qualche suo particolare più significativo. Perciò il recupero del sogno, quando avviene al risveglio, e la sua successiva memorizzazione, in realtà non è il sogno stesso, ma la sua ricostruzione arbitraria fatta dalla mente della veglia. La questione sul perché al momento del risveglio per qualche istante si ha ancora coscienza di quanto si stava sognando, ha la risposta in essa implicita. L’uscita dal sogno e l’entrata nella veglia passano attraverso la coscienza (Caitanya). Solo la coscienza è comune alle tre avasthā e le sperimenta come Sākṣin. [N.d.T.].[↩]

    Discriminazione tra Kāma e Mumukṣā

      Śrī Śrī Svāmī Prakāśānandendra Sarasvatī Mahārājajī

      Discriminazione tra Kāma e Mumukṣā

      (Kāma mumukṣā viveka)1

      In ogni jīva c’è il desiderio naturale di essere felice. Infatti i desideri del jīva da realizzare in questa vita o nell’aldilà non sono motivati da nulla di diverso dal desiderio di mokṣa. Istintivamente il jīva non vuole rimanere così com’è, perché si sente limitato dal fatto d’essere un agente (kartā) e un fruitore (bhoktā): vuole liberarsi da questi attributi per essere felice, ma non riconosce la vera natura di questo desiderio istintivo. Però il desiderio vero è l’aspirazione alla Liberazione. Poiché non sa comprendere la natura del desiderio per mokṣa né il modo per realizzarlo, il jīva dirige questo desiderio verso altre direzioni. Vale a dire che mischia, confonde e dirotta l’istintiva attrazione per mokṣa verso altri desideri. In realtà non ne esistono altri; esiste solo l’aspirazione per l’Assoluto, per la Liberazione dalla limitazione, che appare sotto forma di desideri differenti. È una sovrapposizione (adhyāsa) che si proietta come una molteplicità di bramosie, che ricopre come un miraggio la ricerca dell’esperienza di pace e felicità infinite. I desideri dunque nascondono l’aspirazione per mokṣa, come il serpente, la ghirlanda o il bastone celano la realtà della corda. Per esempio, nessuno vuole morire. Ciò significa che ognuno ambisce al mokṣa, perché la propria vera natura è immortale. Ātman è eterno. L’individuo ha perso questa sua natura di Ātman (Ātma svarūpa) essendosi identificato con il corpo; o, meglio, sembra che lo abbia perso e che, per questo, voglia recuperare la sua natura originale. Per tale ragione nessuno vuole morire, ma vivere, vivere, vivere eternamente perché l’immortalità è la sua vera natura. Ognuno vuole essere eternamente nella propria vera natura immortale, ma quando considera d’essere il corpo, si rende conto che esso è sottoposto alla morte. Nessuno accetta di morire. Tutti vogliono esistere per sempre e questo può essere realizzato solo se si è il Sākṣin. Finché il jīva si considera identificato al corpo, è sottoposto alla morte, è spaventato e non vuole cessare di vivere. Nessuno può accettare questo, ma si ignora come diventare eterni. Considerandosi un corpo non si può essere immortali. Quando qualcuno conosce il proprio Ātman è stabilito nell’eternità, perché l’eternità è naturale, è la propria vera natura. Chi non sa dove trovarla cerca di trattenere il corpo il più a lungo possibile. Tutti hanno paura della morte. L’ateo l’affronta pensando: “Dopo di me mio figlio erediterà quello che possiedo.” Oppure: “La mia fama continuerà.” Oppure: “Continuerò nella mia discendenza.” Pensa così che qualcosa di lui rimarrà dopo la morte che lo perpetuerà sotto altre forme. Cerca di appagare il desiderio di eternità attraverso il corpo, il che è impossibile. Oltre all’eternità, il jīva desidera la felicità. Vuole godere di piaceri corporei, emotivi, intellettuali e vuole essere felice infinitamente. Si crea, in tal modo, una confusione tra i desideri esteriori e l’aspirazione per l’Assoluto. L’individuo s’illude che ottenendo ricchezze, potere, fama ecc. resterà in una condizione pacificata e felice. Ma questo è l’eterno stato esclusivo di Ātman, mentre la condizione pacificata e felice di cui gode il jīva individuale è caduca e si conclude sempre con l’insoddisfazione e la sofferenza.
      Il vero desiderio per mokṣa è, quindi, soggiacente a tutti i desideri anche se ogni singola persona non ne ha coscienza. Chi invece se ne rende conto, si applica alla cerca della Realtà (tattva vicāra) per rimuovere l’identificazione con il corpo, la mente, l’intelletto ecc. La gente ordinaria ambisce alla sicurezza economica, affettiva, sociale e altro ancora, ma, in realtà, l’unica certezza è l’Ātman. La soluzione consiste nel lasciare il corpo, la mente, l’intera individualità e allora si raggiungerà quella certezza. L’uomo ordinario, tuttavia, cerca di raggiungere il mokṣa attraverso il corpo: vuole di diventare immortale, realizzando in forma dettagliata i suoi desideri e immagina di procedere sulla via che lo condurrà a raggiungere l’eterna felicità. Per questo motivo non si accetta di sottostare a nulla e a nessuno che limitino il proprio desiderio di libertà. Perché si vuole essere liberi? Perché Ātman è libero e tutti, confusamente, presentono di aver perduto la propria libertà, la libertà del proprio Sé. In realtà nessuno l’ha mai perduta veramente: semplicemente non si è più in grado di riconoscerla. Quando si è convinti d’essere un corpo, da esso si sono ricevuti piaceri e bisogna esserne grati ad altri: si dipende, dunque, da altri. Questo perché il corpo è contingente, limitato, mutevole ed è relazionato con altre persone e circostanze. L’uomo comune vuole raggiungere la natura del Sé attraverso il corpo, la mente e l’intelletto. A questo fine gonfia artificialmente il proprio ego (aham), per affermare la propria immagine davanti a se stesso, davanti agli altri e, così facendo, dispiega indefinitamente le sue “proprietà” (mama) nel mondo esterno. L’ego e il “mio” si espandono perseguendo i desideri mondani, che però nascondono l’inappagato desiderio per il mokṣa. Un vivekin, inizia la sua discriminazione chiedendosi perché ci siano tutte queste bramosie. Tutti vogliono essere sicuri, immortali, vogliono sapere, essere onniscienti, essere felici. Se qualcosa sfugge alla loro comprensione o al loro controllo, allora ne sminuiscono l’importanza, perché non possono sopportare l’insuccesso in questo tentativo di realizzare l’Assoluto (paramārtha) nell’esistenza empirica (vyāvahārika sattā). Il dubbio e l’ignoranza diventano insopportabili perché denunciano l’impossibilità di raggiungere una conoscenza infinita nel dominio del finito. La conoscenza infinita è Ātman. Si sente la mancanza dell’Ātman e perciò si prova questo senso di sofferenza, di limitazione e di incompletezza. Si cerca di sapere il più possibile, ma non ci si riesce; si minimizza l’importanza di ciò che ancora sfugge alla comprensione. L’individuo si sente orgoglioso della sua conoscenza limitata: sa poco, ma vuole che questa sua piccola conoscenza sia la conoscenza completa.
      L’ego, in verità, è solo ajñāna. Cerca di ottenere l’Ātman attraverso l’anātman. Non vuole sottostare a nessuno, a nessuna regola, a nessuna ingiunzione perché vuole essere libero, ma l’unica libertà è l’Ātma jñāna. La superbia e la prepotenza dell’egoismo (asmitā) sono tentativi del jīva per raggiungere la natura del Sé attraverso l’esistenza individuale (jīva bhava), il corpo, la mente, l’intelletto. Il jīva lotta per ottenerla senza sapere quale sia la direzione giusta in cui cercare. Entra in conflitto per denaro, per lo status sociale, per la fama, usando violenza, sopraffacendo gli altri. Se qualcuno minaccia la sua individualità, il jīva ne rimane ferito. Ma se si riduce, rimuove e dissolve quell’ego che sta ostruendo la conoscenza del vero Ātman, allora si realizza che la propria vera natura è quel Sé onnipervadente, beato, esistenza eterna e onnisciente: eternità è sat, onniscienza è cit e pienezza di beatitudine è ānanda. Con beatitudine si deve intendere tutta la libertà e tutta la sicurezza. La totale sicurezza significa mancanza di paura (abhaya). Questa è la vera natura di ciascuno. Sentendone la mancanza, vivendo dunque nella paura (bhaya), il jīva lotta duramente contro ciò che ritiene un ostacolo per la propria affermazione. Cerca di ottenere la felicità terrena (laukika sukha) attraverso l’individualità (jīvabhava), ovunque e in qualsiasi forma sia. Tuttavia è impossibile raggiungere così la vera felicità eterna (nitya ānanda). Non si deve però pensare che questo errore di prospettiva sia dovuto a superbia o a malvagità. Si tratta d’ignoranza (avidyā o ajñāna). Nel Vedānta il problema morale del vizio e del male non ha alcuno spazio. Il vero problema è solo l’ajñāna e come rimuoverlo. L’aspirazione alla felicità non è qualcosa di riprovevole, anzi, è il primo stimolo necessario per cercare la Liberazione. Riprovevole è cercare la felicità nella direzione sbagliata a causa della propria ignoranza. Il jīva, in realtà, è quel Sé assolutamente perfetto (paripūrṇa Ātman) di cui sente la mancanza; non è affatto quella piccola cosa che crede di essere. Non può sopportare questa deficienza, perché intuisce che è privo di qualcosa che gli sarebbe naturale. Jīvātman è l’Ātman che vuole ritornare alla sua vera natura di Sé. Per questo ogni jīva soffre. Nelle sue conquiste mondane pensa di ottenere la felicità assoluta, mentre tutti i desideri terreni sono false espressioni del desiderio reale per mokṣa, la sua vera aspirazione. Finché a causa dell’ignoranza egli cercherà la libertà suprema nella direzione sbagliata, invaderà la sfera delle libertà altrui, commettendo soprusi e prepotenze. Il male è solo un riflesso secondario dell’avidyā. Allorché qualcuno dalla mente più pura capisce che sta cercando mokṣa dove non c’è, per lui allora sarà facile correggersi e cambiare la direzione in cui guardare. Diventerà così un cercatore della conoscenza (jijñāsu), un aspirante alla liberazione (mumukṣu).
      Mokṣa significa libertà dalla limitazione prodotta dall’ignoranza per tornare allo stato naturale, cioè di Brahmātman. L’individuo ha perso consapevolezza della sua natura e vuole riappropriarsene. È così insoddisfatto perché ha perso Se stesso. Come s’è detto, a questo fine la gente lotta e cerca di risolvere in modo effimero la propria insoddisfazione. L’appagamento dura ore, giorni e poi ricade nello scontento. Anche se si rimane felici per cento giorni e poi si ritorna all’infelicità per qualche ora, non ci si consola mai col pensiero: “Però sono stato felice per ben cento giorni.” Il jīva non riesce a sopportare nemmeno un minimo di sofferenza perché vuole essere eternamente felice e, oscuramente, presagisce che la libertà data dai piaceri mondani è limitata. Persino coloro che compiono le peggiori atrocità sono convinti di essere buoni, di agire spinti da una ragione superiore, avendo tutti un istintivo riconoscimento della purezza dell’Ātman che è nella loro natura, anche se non ne sono consapevoli. Pensano che il loro comportamento sia naturale: anche il malvagio, quello che noi chiamiamo mānuṣya rakṣas (demonio umano), si sente come tutti gli altri, con gli stessi desideri. Coloro che subiscono il suo comportamento stentano a riconoscergli questo aspetto. Ma se si dimentica per un attimo la propria sofferenza e ci si sforza a considerare il suo punto di vista, si comprende che anch’egli ama se stesso, la moglie, i figli, gli amici che a loro volta lo amano: per quanto in forma errata, anche il malvagio esercita il suo amore naturale per l’Ātman.
      L’Ātman è sempre puro, anche in colui che compie azioni che comportano colpa (pāpa). Per questa ragione noi vedāntin affermiamo che l’errore consiste nell’ignoranza. L’uomo ordinario ha confuso l’Ātman con il proprio corpo, con la propria mente, con il proprio intelletto. Si rivolge agli oggetti che appartengono al mondo esterno per impadronirsene; cerca in questo modo di colmare le manchevolezze del proprio jīva ampliando il raggio di dominio dell’aham e ingrossando il suo mama.
      Se si rivolge verso l’interno la propria mente, che per abitudine innata è sempre estroversa, allora diventa naturalmente pacificata. È come quando si guarda il proprio riflesso nello specchio: nella mente rivolta verso il proprio Sé si vede il riflesso di Ātman. In questo stato di pacificazione, si ritrova l’intima felicità che ricrea lo stato di totale appagamento naturale. Da quanto precede si può comprendere in che senso dietro a qualsiasi desiderio, anche a quello più profano, si celi l’unico vero desiderio, quello per il mokṣa. La persona che così conosce rinuncia a tutti i desideri transitori e contingenti, espressioni diverse, distorte, illusorie, segni, sotto forma empirica, dell’aspirazione per mokṣa o il mumukṣutva, vale a dire la mumukṣā. Quando si vive un piacere, se ne deve fruire intensamente non per quello che è, ma per quello che rappresenta. I piaceri del mondo acquisiti onestamente secondo il Dharma, non devono essere rigettati, ma essere oggetto di fruizione (bhoga), come un dono di Īśvara. Quando il sādhaka compie le azioni della vita come fossero un sacrificio (yajña), con distacco nei confronti dei suoi risultati (karma phala), il benessere che comunque ne deriva diventa parte di quel karma yoga di preparazione per affrontare il jñāna.

      Questo mondo è limitato da azioni diverse da quelle fatte in sacrificio, o figlio di Kuntī. Libero d’attaccamento, compile come un sacrificio.2

      Quando poi arriva all’insegnamento vedāntico, egli riconosce che quello era il vero scopo di tanti tentativi inconsulti compiuti per l’ottenimento della felicità. Infatti l’azione si distingue in tre fasi o tre livelli: sakāma karma, gli atti compiuti per soddisfare i desideri mondani, tipico delle persone ordinarie; niśkāma karma, azione compiuta con distacco per i risultati durante il karma yoga di preparazione alla conoscenza.

      Qui, nel dominio del karma yoga non c’è perdita [degli effetti] di quelle buone intenzioni; né alcuna colpa può permanere. Anche un po’ di questa retta disciplina ti libera da grandi pericoli.3

      Infine il sarva karma saṃnyāsa, la rinuncia totale all’azione corrisponde all’entrata nella via della conoscenza (jñāna mārga) dell’Advaita Vedānta:

      Colui che rinuncia a tutti gli oggetti dei desideri si muove senza cercare nulla, e libero del tutto dal senso del ‘mio’ e dell’‘io’, conquista la pace.4

      Da quest’ultima citazione si deduce che la rinuncia a tutti i desideri non include l’abbandono dell’aspirazione al mokṣa. Anzi, è proprio il sarva karma saṃnyāsa che, esaltando il senso della mumukṣā, conduce al mokṣa, la meta ultima della vita umana (param puruṣārtha). Infatti, mentre tutti i desideri si rivolgono a dei fini che sono altro da se stesso, l’aspirazione al mokṣa è il desiderio di riconoscere che non si è altro dal Sé non duale.

      1. XXIII Upadeśa, 27.11.2017[↩]
      2. Bhagavad Gītā, III.9.[↩]
      3. BhG II.40.[↩]
      4. BhG II.71.[↩]