17 Marzo, 2019

36. Il conflitto tra Impero e papato

Il conflitto tra Impero e papato

Sull’argomento che stiamo per trattare sono stati scritti fiumi d’inchiostro. Purtroppo il pregiudiziale odio contro la Tradizione, che da allora domina il pensiero occidentale, ne ha dato una descrizione partigiana. A volte, nell’interpretazione dei fatti la realtà è stata rovesciata; per questa ragione cercheremo di darne una versione tradizionale, che rispecchi realmente ciò che accadde. Come abbiamo detto nel capitolo precedente, la restaurazione della Chiesa latina fu una iniziativa imperiale per la salvezza della cristianità. Lo strumento prescelto fu l’ordine monastico. Il monachesimo, fino allora, era costituito da cenobi ed eremi totalmente autocefali. L’unico rapporto che i monasteri avevano con i vescovi locali riguardava la celebrazione dei riti obbligatori, in quanto i monaci evitavano accuratamente di farsi ordinare preti secolari. Essi, perciò, ricorrevano ai servizi liturgici dei preti che i vescovi mettevano a loro disposizione. I rapporti tra monasteri e vescovi erano basati sul reciproco rispetto, senza che ci fosse la minima dipendenza degli uni dagli altri. Questo rispetto era rafforzato dal fatto che i monaci provenivano quasi sempre da famiglie aristocratiche, poiché la regola monastica richiedeva inclinazione agli studi e alla contemplazione. Similmente, i vescovi provenivano dal medesimo ambiente nobiliare che dava garanzie di capacità di governo e di preparazione culturale
Ricorderemo al lettore che il vescovo era eletto dal capitolo della diocesi tra i più capaci collaboratori del predecessore. Al placet dei vescovi della medesima contrada, seguiva la consegna dell’anello e del pastorale da parte dell’Imperatore in persona o da parte di un suo delegato. In alcuni casi, laddove la diocesi del vescovo coincideva con l’estensione di un feudo, il prelato era anche investito del beneficio feudale corrispondente. Quello che è bene rammentare è che all’interno dei monasteri continuava a trasmettersi l’iniziazione monastica, anche se la funzione di maestro non corrispondeva necessariamente con la carica di abate. Allo stesso modo, non tutti i monaci diventavano obbligatoriamente discepoli dell’Ars sacerdotalis, ma solamente quelli più qualificati. Anche nel sistema feudale si manteneva la trasmissione delle vie iniziatiche guerriere tramite l’istituzione della cavalleria, che aveva come vertice l’Imperator.
Abbiamo già visto che l’Abazia di Cluny, impegnata nel raddrizzamento della Chiesa romana, rapidamente degenerò in un centro di potere ecclesiastico-politico. Sebbene meno rapidamente, per altri versi anche i rami cistercensi e camaldolesi del monachesimo decaddero, abbracciando un forte pauperismo per influenza della Pataria lombarda.​
In un modo o nell’altro, più che riformare la Chiesa romana, queste attività sociali riformarono il monachesimo benedettino, frantumandolo in correnti tra loro rivali e sempre più coinvolte negli affari del mondo. L’esteriorizzazione del monachesimo spalleggiò le ambizioni mondane del papato e privò l’Impero del suo sostegno spirituale. Da parte sua la Chiesa di Roma, inizialmente ostile alla Pataria, seppe approfittare del malcontento delle classi più basse per scatenarle contro la nobiltà milanese e contro lo stesso arcivescovo legato alla fedeltà verso l’Impero.
L’Imperatore, come il Basileus suo omologo, da secoli godeva del titolo di Vicarius Christi, successore del Messia-Re. Inoltre, l’Imperatore doveva la sua autorità sacra alla trasmissione della funzione iniziatica romana di Imperator. Grazie a questo duplice carisma egli era Rex et Sacerdos, spiritualmente alla pari dei vescovi. Soli Gesù Cristo e l’Imperatore potevano essere ritratti con in mano il globo del mondo. Con Ottone I venne in uso l’unzione da parte del papa, rituale che risaliva all’epoca di Meroveo, per l’incoronazione dei Re di Francia. Ottone accettò con piacere questa modifica della consacrazione Imperiale, che faceva di lui anche un successore dei Re biblici Davide e Salomone. L’Imperatore non s’accorse della trappola che gli era stata tesa: con il rito dell’unzione egli veniva abbassato a una dignità pari a quella del Re di Francia. Inoltre, impersonando Davide, Re biblico degli ebrei, egli implicitamente riconosceva la supremazia dei preti sul sovrano da loro unto.
In seguito sia il Re di Francia sia il Re normanno d’Inghilterra cominciarono a sostenere la dottrina secondo cui il Re era come l’Imperatore nel suo Regno. Era una dichiarazione di indipendenza dal Sovrano Universale e costituiva la prima spaccatura dell’ecumene cristiana. Anche in questo caso il papa prese le parti dei Re nazionali, ben sapendo che così si minava dalle fondamenta l’unicità del Sacro Imperatore, che diventava uno dei tanti Re, perdendo il suo prestigio di unico difensore del cristianesimo e unico successore di Cristo.​
Nel 1059 papa Nicolò II cambiò le regole dell’elezione papale con il Decretum in electione papæ. I cardinali nominati dal papa divennero i soli ad avere il privilegio di eleggere il papa tramite un Conclave.
Il papato allora cominciò una lotta sotterranea contro l’alto clero incitandogli contro le classi più basse. Facendo leva sulle invidie sociali, la corte papale romana accusò gli alti prelati di due colpe: la prima, chiamata ‘simonia’, consisteva nell’acquisto delle cariche ecclesiastiche in cambio di denaro o di favori. La seconda colpa (definita ‘nicolaismo’) consisteva nel matrimonio o il concubinato dei prelati. Papa Leone IX (1049-1054), dunque, stabilì definitivamente che il celibato dei preti era obbligatorio.
Leone IX dichiarò anche che il papa non doveva essere considerato come un primus inter pares, come era accaduto fino a quel momento. Il papa era il capo assoluto di tutti i vescovi, compresi i patriarchi dell’Impero d’Oriente. Il suo potere era indiscutibile e a lui e solo a lui spettava la nomina dei vescovi. Questa pretesa spaccò la cristianità in due parti in modo inconciliabile. La Chiesa di Costantinopoli rifiutò questa novità, attirandosi la scomunica del vescovo di Roma, a cui il patriarca di Bisanzio rispose con uguale scomunica. Da allora le due Chiese non si ricongiunsero più. Più delle differenze dottrinali, davvero minime, furono le pretese di supremazia politica del papa che causarono quello che è conosciuto come il “Grande Scisma”.​
Tutti questi stravolgimenti della tradizione cristiana furono compiuti con pazienza, in forma strisciante e ipocrita. La curia romana, però, era pronta a rimangiarsi ogni rivendicazione in caso di necessità: come quando Enrico III depose i tre papi che si contendevano la cattedra di Pietro, per nominarne uno a suo piacimento: nessuno, allora, ebbe a protestare.
Le ambizioni dei vescovi di Roma vennero però spudoratamente alla luce allorché Ildebrando di Soana diventò papa Gregorio VII (1073-1085). Nato da una famiglia di contadini, percorse rapidamente la carriera ecclesiastica grazie agli aiuti finanziari di suo zio materno, lo strozzino Leone Baruch.
Prete e falso monaco, divenne l’eminenza grigia di ben cinque papi, prima di diventare lui stesso papa per mezzo di una semplice acclamazione del popolaccio romano influenzato dalla pataria. Egli per quarant’anni ordì una rete di alleanze in odio all’Impero, accordandosi con i patarini, con i Re di Francia e d’Inghilterra e, soprattutto, con i normanni dell’Italia meridionale.​
Questo individuo era dotato di una abilità e protervia che perfino i suoi contemporanei riconobbero come “luciferina”. Seppe cogliere l’occasione della tenera età del successore di Enrico III al trono di Germania per fomentare rivalità tra i grandi feudatari, tra i feudatari ecclesiastici e tra tutti questi e il trono imperiale vacante. Pubblicò un Dictatus Papæ in cui dichiarava che l’Imperatore era un semplice laico e che non aveva alcun potere sacerdotale. Il Papa era il vero Vicarius Christi e aveva suprema autorità su tutti i sovrani e i vescovi della cristianità. Inoltre, solo il papa aveva il potere di consacrare i vescovi.I preti, indipendentemente dal loro grado, erano gli unici che avevano il potere di compiere riti: questo faceva del clero l’unico intermediario tra Dio e il resto dell’umanità.​
Così, rivalutando le funzioni del basso clero, il papa ridimensionava a suo favore l’autorità degli altri vescovi. Gregorio VII dichiarò anche che il papa aveva il potere di sciogliere i sudditi dal giuramento di fedeltà nei confronti del loro signore. Questa presa di posizione fu un colpo mortale per il sistema feudale, basato sulla fedeltà, la lealtà e il senso dell’onore. Quando Enrico IV, ventiseienne Rex Romanorum (Re d’Italia), intervenne per convalidare l’elezione dell’arcivescovo di Milano, Gregorio lo scomunicò e lo dichiarò decaduto per essersi intromesso negli affari del clero. Era la prima volta che un vescovo usava la scomunica come arma politica. Dato che il papa aveva giustificato moralmente la slealtà, molti feudatari tedeschi, soprattutto gli ecclesiastici influenzati da Cluny, si ribellarono al loro sovrano. Enrico IV dovette umiliarsi recandosi come pellegrino a chiedere perdono al papa.​
Ottenuto il perdono, Enrico stroncò la ribellione dei vassalli fedifraghi e riprese il controllo dell’Impero. Tuttavia, l’umiliazione del sovrano rimase come un brutto precedente. Il papa lo scomunicò nuovamente, e questa volta l’Imperatore rispose assediando Roma. Il papa chiese l’aiuto dei suoi alleati normanni. Questi ultimi misero a ferro e fuoco Roma e, poi, si ritirarono trascinando con loro il papa. Gregorio VII fece una miserabile morte, prigioniero dei suoi infidi amici.
Ma i danni ormai erano stati compiuti e i loro effetti furono, in seguito, disastrosi per l’ecumene medievale: accusando l’Imperatore di essersi impossessato di prerogative sacerdotali, il papa usurpò totalmente il potere temporale.

Petrus Simonet de Maisonneuve

36. The Conflict between Empire and Papacy

The Conflict between Empire and Papacy

Rivers of ink have been written on the subject we are about to present. Unfortunately, the prejudicial hatred against Tradition, which has since dominated Western thought, has given it a partisan description. Sometimes, in the interpretation of facts, reality has been overturned. For this reason, we will try to offer a traditional revision, which reflects what really happened. As we said in the previous chapter, the restoration of the Latin Church was an initiative of the Empire for the salvation of Christendom. The chosen instrument was the institution of the monastic orders. Until then, monasticism consisted of cœnobia and hermitages that were completely autocephalous. The only relationship that the monasteries had with the local bishops concerned the celebration of obligatory rituals, since monks carefully avoided being ordered as secular priests. They therefore resorted to the liturgical services of the priests that the bishops put at their disposal. The relations between monasteries and bishops were based on mutual respect, without the slightest dependency on each other. This respect was strengthened by the fact that the monks almost always were of aristocratic origins, as the monastic life required an inclination for study and contemplation. Likewise, bishops came from the same noble environment that gave guarantees of administrative capacity and cultural preparation.​
We will remind the reader that a bishop was elected by the prelates of the diocese among the most capable collaborators of his predecessor. To the placet (consent) of the bishops of the same district, followed the delivery of the ring and pastoral stick by the very Emperor or by one of his delegates. In some cases, where the bishop’s diocese coincided with the extension of a fiefdom, the prelate was also invested with the corresponding feudal benefice. What needs to be remembered is that the monastic initiation continued to be transmitted within the monasteries, even though the function of guru did not necessarily correspond to the office of abbot. Similarly, not all monks could become disciples of the Ars sacerdotalis, but only the most qualified among them. Moreover, in the feudal system the transmission of the warrior initiations was maintained through the institution of the chivalry, which had at its helm the Imperator.​
We have already seen that the Abbey of Cluny, engaged in the rectification of the Roman Church, quickly degenerated in a centre of ecclesiastic-political power. Although less rapidly and under different circumstances, also the Cistercian and Camaldolese branches of monasticism declined, embracing radical forms of pauperism as the result of the influence exercised by the Lombard Pataria.​
Somehow, these social activities, instead of restoring the Roman Church, reformed the Benedictine monasticism, breaking them down into rival currents increasingly involved in secular affairs. The exteriorization of monasticism backed the worldly ambitions of the papacy and deprived the Empire of its spiritual support. For its part, the Church of Rome, initially hostile to the Pataria, was able to take advantage of the discontent of the lower classes and to unleash them against the Milanese nobility and against the archbishop himself tied to loyalty to the Empire.
The Emperor, like his homologous the Basileus, for centuries enjoyed the title of Vicarius Christi, successor of the Messiah-King. Moreover, the Emperor owed his sacred authority to the transmission of the Roman initiatic function of the Imperator. Thanks to this dual charisma he was Rex et Sacerdos, spiritually equated to the bishops. Only Jesus Christ and the Emperor could be portrayed holding the globe of the world in their hands. With Otto I was introduced the practice of the anointing of the Emperor by the pope, a ritual for the coronation of the Kings of France that dates back to the time of Meroveus. Otto accepted with pleasure this modification of the imperial consecration, which made him also successor of the biblical Kings David and Solomon. The Emperor did not realize the trap that had been laid for him. With the rite of anointing he was lowered to a dignity equal to that of the King of France. Furthermore, with the impersonation of David, the biblical King of the Jews, he was implicitly recognizing the supremacy of the priests over the sovereign who was anointed by them.
Later, both the King of France and the Norman King of England began to support the doctrine that the King was like the Emperor in his Kingdom. It was a declaration of independence from the Universal Sovereign and constituted the first crack in the Christian ecumene. Also, in this case, the pope took the side of the national Kings, knowing that in this way the uniqueness of the Holy Emperor was undermined. Thus, the Emperor became one of the many Kings, losing his prestige as the only defender of Christianity and the sole successor of Christ.​
In 1059, with the Decretum in electione papæ, pope Nicholas II changed the rules for electing a new pope. The cardinals, who were directly appointed by the pope, became the only ones to have the privilege of electing the pope through a conclave.
The papacy then waged a subterranean struggle against the high clergy by inciting the lowest classes against them. Leveraging on social envy, the Roman papal court accused the high prelates of two sins: the first, called ‘simony’, consisted in the purchase of ecclesiastical offices in exchange for money or favours. The second sin (defined ‘nicolaitism’) consisted in the marriage or the concubinage of the prelates. Pope Leo IX (1049-1054), therefore, definitively decreed that the celibacy of priests had to be obligatory.
Leo IX also declared that the pope was no longer to be considered as a simple primus inter pares. The Pope became then the absolute leader of all the bishops, including the patriarchs of the Eastern Empire. His power was unquestionable, and thus he unilaterally assumed the authority to appoint bishops. This claim split Christianity in two, beyond repair. The Church of Constantinople rejected these conditions, resulting with its excommunication by the bishop of Rome. The patriarch of Byzantium replied then with an equal excommunication. Since then the two Churches have never come back together. More than the very minimal doctrinal differences it was the claims of political supremacy of the pope that caused what is known as the “Great Schism”.​
All these upheavals of the Christian tradition were carried out patiently, in a sneaky and hypocritical way. The Roman curia, however, was always ready to abandon every claim in case of necessity, as it was in the case when Henry III deposed the three popes contending for the see of Peter and appointed one of his choice. No one, then, had anything to object.
The ambitions of the bishops of Rome, however, shamelessly emerged when Hildebrand of Sovana became pope under the name of Gregory VII (1073-1085). Born of a peasant family, he quickly pursued his ecclesiastical career thanks to the financial help received from his maternal uncle, the moneylender Leo Baruch. Scheming as a priest and pretending to be a monk, he became the master puppeteer behind five popes before becoming pope himself with an irregular acclamation by the Roman populace influenced by the Pataria. Motivated by a hatred of the Empire, he deviously masterminded for forty years a network of alliances and underhand dealings, coming to an agreement with the Patarines, with the Kings of France and England and, above all, with the Normans of southern Italy.​
This man possessed such a malicious inclination for subterfuge and hubris that even his contemporaries recognized his traits as “luciferin”. Taking advantage of the young age of Henry III’s successor to the throne of Germany, he fomented the rivalry first among the great feudal lords, then among the feudatory prelates and, finally, between all these and the vacant Imperial throne.​
He published a Dictatus Papæ in which he declared that the Emperor was a simple layman and that he had no priestly power. Moreover, only the Pope was the true Vicarius Christi with supreme authority over all the sovereigns and bishops of the world. In addition, only the pope had the power to consecrate the bishops.
Finally, only the priests, regardless of their rank, had the power to perform rites. This made the clergy the only intermediary between God and the rest of humanity. Thus, by re-evaluating the functions of the lower clergy, the Pope succeeded in reducing the authority of the other bishops to his advantage. Gregory VII also declared that the pope had the power to release the subjects from the oath of loyalty to their Lords. The results of this will be fatal for the feudal system that was based on loyalty, fidelity and honour.​
When Henry IV, the twenty-six years old Rex Romanorum (i.e. King of Italy), intervened to validate the election of the archbishop of Milan, Gregory excommunicated him and declared him lapsed for having interfered in the affairs of the clergy. This was the first time that a bishop applied excommunication as a political weapon. Since the pope had morally justified disloyalty, many German feudal Lords, especially Cluny-influenced clergymen, rebelled against their sovereign. Henry IV was practically forced to humble himself by going as a pilgrim to ask the pope for pardon.
Obtained the forgiveness, Henry struck the rebellion of his untrustworthy vassals and regained control of the Empire. However, the humiliation of the sovereign remained as a disgraceful precedent. The Pope excommunicated him again, but this time the Emperor replied by besieging Rome. The Pope then requested the help of his Norman allies. These put Rome on fire and then retreated to their lands dragging the Pope along with them. Prisoner of his treacherous friends, Gregory VII eventually suffered a miserable death. However, an irreparable damage had already been done, and their effects would later manifest themselves in all their harmfulness for the medieval ecumene. By accusing the Emperor of taking possession of priestly prerogatives, the pope in fact usurped the temporal power without reservation.

Petrus Simonet de Maisonneuve