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33. Il Feudalesimo e la Cavalleria

    Il Feudalesimo e la Cavalleria

    Carlo Magno (742-814) iniziò a strutturare l’Impero sulla base dell’organizzazione iniziatica militare romana, compito che fu portato a termine dall’Imperatore Enrico II il Santo, della dinastia di Sassonia (978-1024). La società fu divisa in quattro classi sociali: i sacerdoti, i nobili, gli uomini liberi e i servi. I monaci non erano compresi nel clero, essendo considerati al di fuori e al di sopra delle divisioni della società cristiano-latina.
    I preti, dopo l’opera di correzione del clero intrapresa prima dai monaci culdei, poi da San Bonifacio e infine da Carlo Magno, potevano sposarsi, ma erano puniti severamente in caso di concubinato con una o più donne. In quei due ultimi secoli del primo millennio, grazie alla progressiva instaurazione del principio d’ereditarietà, spesso diventavano preti i figli maschi dei preti stessi: si stava profilando così la costituzione di una vera e propria casta sacerdotale. Le gerarchie superiori, vescovi, arcivescovi e patriarchi1 erano prevalentemente assegnate a ecclesiastici non sposati, senza che questo rappresentasse un impedimento codificato. La ragione di questa scelta consisteva nel fatto che i vescovi erano gli eredi degli apostoli e quindi soltanto essi esercitavano appieno il ministero sacerdotale. Infatti solo i vescovi potevano consacrare altri vescovi e ordinare i preti2. Si potrà notare, quindi, che per il Cristianesimo la distinzione tra l’alto clero e il basso clero è strutturale e non una contingenza storico-sociale, come si sostiene dalla Rivoluzione francese in poi3. Gli appartenenti alle le classi più umili e più povere sceglievano spesso di diventare preti per trovare una qualche certezza di sostentamento e uno stato sociale più dignitoso4, andando così a ingrossare il numero del basso clero.
    La seconda classe sociale per ordine d’importanza era la nobiltà. Tra le quattro classi sociali del cristianesimo latino medievale sopra elencate, la nobiltà è l’unica che si è costituita come una vera e propria casta per diritto di nascita. È sorprendente quanto i “medievisti” abbiano arruffato i documenti a loro disposizione per confondere le idee a questo riguardo. Nei loro studi, la nobiltà appare come una concezione incomprensibile per l’uomo moderno, anche se l’aristocrazia è stata privata dei suoi poteri e prerogative soltanto da qualche decina d’anni o, al massimo, da due secoli5. La nobiltà, che rappresentava la spina dorsale del Sacro Romano Impero, era tale “da tempo immemorabile” nel vero senso del termine6. Vale a dire che a essa non poteva essere attribuita una origine storica determinata7. Nel caso specifico, due erano le provenienze tradizionali dell’aristocrazia: la prima, rappresentata dal patriziato di origine romana (e prima ancora albana, troiana, iperborea)8. La seconda era costituita dalla nobiltà germanica e dai cavalieri celti, che rappresentavano la continuazione imbarbarita dell’aristocrazia iperborea. Queste due correnti nobiliari, che si riconoscevano reciprocamente e che frequentemente stringevano alleanze matrimoniali, rimasero tuttavia distinguibili per diversi secoli: generalmente i patrizi reggevano le città e le villæ, i nobili di origine barbarica amministravano i feudi e i castelli. Poiché il Sacro Romano Impero fu strutturato sulla base delle vie iniziatiche della casta nobiliare, fin dall’inizio le cariche amministrative, giuridiche e militari che lo governavano rispecchiarono i tre gradi principali dell’iniziazione guerriera. I nobili iniziati alla via cavalleresca, infatti, passavano attraverso tre fasi corrispondenti alla loro realizzazione. Il primo gradino era quello di barone: questa denominazione deriva dal termine latino vir9, e distingueva il barone dal nobilis homo (più tardi nobil homo, o nobiluomo), vale a dire il nobile di nascita, ma non iniziato10.
    Il barone era dunque il grado di “apprendista” nella via iniziatica dell’Eroe. Il secondo gradino, che già presupponeva il raggiungimento delle prime esperienze interiori procurate dalla costante applicazione del metodo (sskrt. prakriyā), era quello di conte (lat. comes)11, vale a dire “compagno” del maestro. Costui, infatti, proprio per la maggiore esperienza interiore, per delega del maestro poteva dirigere spiritualmente i semplici iniziati12. Il terzo grado, quello che propriamente si applicava al maestro, era quello del principe (lat. princeps). Perciò la gerarchia che governava l’Impero di Carlo Magno e dei suoi successori corrispondeva esattamente a questi tre gradi iniziatici. Ognuno di questi gradi prevedeva un ulteriore sviluppo di potere. Accadeva perciò che il barone che estendeva le sue potenzialità in modo completo fosse riconosciuto come visconte; il conte, che avesse pienamente sviluppato le facoltà inerenti al suo grado di realizzazione, diventava “conte del marchio” o marchese13. Così anche il princeps, il maestro realmente perfetto, otteneva il titolo di duca (dux, colui che conduce i discepoli)14. Ovviamente il Gran Maestro, principe dei principi e duca dei duchi, capo di tutte le organizzazioni iniziatiche (sskrt. kula, saṃpradāya) guerriere, era il medesimo Imperatore-Imperator.
    In questo modo l’Impero fu strutturato come una fratellanza guerriera. Ciò significa che, in origine, i baroni che amministravano le baronie, i conti che governavano le contee, i marchesi che stavano a capo delle marche ecc., erano davvero iniziati di gradi maggiori o minori, a cui erano affidate responsabilità esteriori allo scopo di far uscire il cattolicesimo dalla parentesi barbarica15. Questo spiega perché all’epoca di Carlo Magno e dei suoi immediati successori, alla morte di un conte o di altro nobile titolato, l’Imperatore nominasse al suo posto un conte di pari dignità e sapienza, che non aveva, però, alcun legame agnato o cognato16 con il suo predecessore. Fu volontà imperiale, tuttavia, che le strutture statali esteriori si stabilizzassero in forma permanente, seguendo il modello delle istituzioni castali. Così, nel breve giro di poche generazioni, prevalse il principio di ereditarietà17. In questo modo avvenne che barone fosse il figlio di un barone e duca il figlio di un duca e così via18. Un tale cambiamento fu portato a termine in poche generazioni: è però evidente che questo regime non garantiva più una effettiva corrispondenza tra la funzione sociale e la realizzazione interiore. Garantiva peraltro una perfetta forma organica allo stato, impostato sulla fiducia e la lealtà, e questo era lo scopo dell’esteriorizzazione della via iniziatica militare d’origine romana.
    Con la fondazione dell’Impero feudale, tale scopo fu ampiamente raggiunto e le vie iniziatiche della casta nobiliare ritornarono a rientrare nel dominio dell’esoterismo sotto la forma della Cavalleria, con cui concluderemo questo capitolo. Il feudalesimo consisteva, come s’è già detto, in un certo numero di vassalli, grandi feudatari, principi e duchi, che prestavano giuramento di fedeltà e omaggio all’Imperatore, ricevendone in cambio il beneficio (lat. beneficium), ossia il possesso di un feudo19, nonché la responsabilità della sua amministrazione e difesa. A loro volta, i vassalli concedevano, alle medesime condizioni, parti minori dei loro feudi ad alcuni valvassori, conti e marchesi. Questi ultimi potevano ulteriormente ritagliare piccoli feudi a dei valvassini, baroni e visconti20. Questi ultimi potevano concedere qualche beneficium a cavalieri, al basso clero e a uomini liberi. Nonostante la leyenda negra inventata in epoca rinascimentale, e poi illuministica, il feudalesimo funzionò a meraviglia, poiché il comportamento della nobiltà e, per emulazione, dell’intera popolazione, era fondato sulla lealtà, la fedeltà e l’onore. I cosiddetti “secoli bui” rappresentano, al contrario, uno dei momenti di massimo splendore della Tradizione in Occidente. Furono, al contrario l’ipocrisia e la brama di potere terreno della Chiesa, assieme all’avidità del popolo grasso, a mettere in crisi l’ordine feudale.
    Sulla Cavalleria sono stati scritti ponderosi tomi per cercare di spiegarne lo spirito e le sue origini storiche. Purtroppo questi scritti hanno prodotto come unico risultato quello di rendere incomprensibili entrambi quegli argomenti poiché, in chiave liberale o marxiana, fanno dipendere la nascita di quell’istituzione da ragioni esclusivamente economiche21. Da ciò risulta che chiunque avesse avuto sufficienti denari per acquistarsi un cavallo e un’armatura avrebbe potuto avere l’ambizione di diventare cavaliere22. Ignorare l’esistenza dell’iniziazione ha condotto costoro a invocare anche alcune innovazioni tecnologiche, quali l’invenzione della staffa o l’assunzione della lancia lunga, per spiegare il sorgere della Cavalleria. Le cose sono molto più semplici: basta rifarsi ai dati tradizionali per impostare correttamente questo tema. Quando l’Impero cristiano fu saldamente organizzato ricopiando la struttura gerarchica e le virtù delle vie iniziatiche guerresche dei patricii ed equites dell’antica Roma, quelle stesse organizzazioni ritornarono ad assumere il consueto riserbo23. La Cavalleria fu semplicemente questo. Il nobile che avesse voluto essere iniziato a quella via, si recava in giovane età presso il castello o la villa di un nobile che fosse anche un celebrato maestro o upaguru.
    Là, dopo aver prestato servizio (sskrt. seva) per un certo numero di anni come paggio (o donzello, signorino), cominciava un duro periodo di addestramento alle armi e all’esercizio delle virtù gentili24. In questa fase il giovane diventava scudiero (portatore di scudo) del suo maestro, detto anche valletto (vassalletto). Quando il maestro, fosse barone o duca, lo riteneva pronto, s’apprestava il rito d’iniziazione alla Cavalleria: “L’iniziato preparavasi a ricevere le armi con digiuni, preghiere e penitenze, vestendo di bianco, bagnandosi spesso e recidendosi i capelli sul davanti, per essere più sciolto nelle pugne e a schivare che, perduto l’elmo, l’avversario non l’acciuffasse. Dopodiché si presentava al principe o al signore che doveva armarlo, e questo si eseguiva con gran cerimonia. Anticamente il re solo poteva conferire la cavalleria, ma in seguito tutti i cavalieri ebbero il diritto di fare altrettanto; e gli eletti restavano legati essiloro di una specie di parentela, sicché mai per verun caso dovean portare le armi contro i signori che li aveano fatti cavalieri, altrimenti sarebbero stati reputati felloni ed infami.”25 L’investitura fu riconosciuta dalla Chiesa come un sacramentale, con veri effetti spirituali.
    Nemmeno è vero che i cavalieri (equites o milites) fossero sempre i cadetti poveri di potenti famiglie, condannati a una vita di stenti e peregrinazioni per colpa della legge salica. Molti signori di castelli e di villæ erano cavalieri e potevano così trasmettere ad altri più giovani, che venivano ospiti come paggi, l’iniziazione che essi stessi avevano ricevuto. Potevano essere cavalieri anche i fratelli cadetti che convivevano nella medesima magione del loro fratello maggiore. Oppure potevano intraprendere l’ascetica vita del cavaliere errante. Questo caso è paragonabile a quello dei monaci che si ritiravano a fare gli eremiti. Il cavaliere errante andava in cerca dell’avventura, ossia l’occasione per mettere alla prova le sue virtù e le sue abilità marziali a difesa dei deboli, delle vedove e degli orfani. Egli aveva diritto a far precedere il suo nome dal titolo di Dom. (dominus), nella forma latina, o nelle lingue volgari da Sire, Sir, Monseigneur. Era difensore della religione, portava la spada a forma di croce, davanti a cui pregava; la spada aveva un nome divino che il cavaliere ripeteva come un mantra, soprattutto quando la usava per la giustizia. Aveva il potere sacerdotale di battezzare e di benedire. Il cavaliere, per i riti della sua sādhanā, chiedeva l’intermediazione di una figura celeste femminile al fine di raggiungere il Signore Iddio con maggiore efficacia. In questo modo si può riconoscere nel metodo iniziatico cavalleresco una indiscutibile tendenza śākta. Ritorneremo a fondo su questo argomento di primaria importanza più avanti, quando ci occuperemo degli Ordini della Cavalleria fondati nel basso medioevo.
    La società Imperiale comprendeva, come s’è già detto, la classe dei plebei, chiamati borghesi perché nei borghi esercitavano la mercatura, le arti e i mestieri. Spesso questi uomini liberi riuscivano ad accumulare notevoli sostanze. Alcuni di loro svolsero delle attività di grande utilità per il consorzio umano della città o del feudo, come la tessitura, l’architettura, la giurisprudenza, distinguendosi tra la popolazione e ottenendo dal consiglio nobile o dal feudatario di potersi fregiare di un blasone privo di corona26. I borghesi erano raggruppati per gilde a secondo dell’arte o mestiere (sskrt. śreṇi) esercitato, all’interno delle quali esistevano le vie iniziatiche corrispondenti a ogni singola forma artigianale. Al giorno d’oggi rimane una pallida traccia di queste corporazioni nella Libera Muratoria e nel Compagnonaggio.
    Alla base della piramide sociale si trovavano i contadini e i servi, generalmente accorpati alla famiglia dei loro padroni, ecclesiastici, nobili o uomini liberi che dir si voglia.

    Gian Giuseppe Filippi

    1. Nel periodo di riferimento i patriarchi latini erano: il papa di Roma, l’arcivescovo di Grado e quello di Aquileia. Tra questi, le chiese greche riconoscevano solamente il patriarcato di Roma.[↩]
    2. Usiamo i verbi al passato in considerazione del fatto che la Chiesa cattolica attuale è un vero cadavere in decomposizione.[↩]
    3. Ciò nonostante, sebbene alcuni vescovi e papi provenissero da famiglie nobili, l’origine sociale dell’alto clero era generalmente espressione degli strati bassi della popolazione, spesso perfino di estrazione servile.[↩]
    4. Come si è anticipato nei capitoli precedenti, diventava monaco chi proveniva già da un livello culturale elevato e sentiva il desiderio per una vita solitaria di rinuncia dai beni mondani. A questo scopo i monasteri e gli eremi erano costruiti in luoghi impervi, lontani dal consorzio umano. Solamente alcuni monaci accedevano anche al sacerdozio e in questo modo garantivano all’interno dei loro monasteri il compimento dei riti esteriori obbligatori. Qualora l’abate eletto dai suoi confratelli fosse stato anche sacerdote, cosa per nulla necessaria, egli assumeva automaticamente una dignità vescovile (detto in lat. Abbas Mitratus per la facoltà di portare la mitria, copricapo a forma di testa di pesce tipico dei vescovi, allusivo del potere piscatorio, potestas piscatoria, dei successori degli apostoli), senza che questa carica gli fosse delegata da una qualsiasi autorità superiore. Non si deve dimenticare che è all’interno dei monasteri che si trasmetteva la vera iniziazione sacerdotale sia d’origine giovannea sia di derivazione druidica. Al contrario, il clero esteriore non iniziato (adīkṣita) poteva trasmettere soltanto i sacramenti esteriori, paragonabili per molti versi ai saṃskāra dell’induismo.[↩]
    5. L’incapacità o il rifiuto di capire il concetto di nobiltà è per tanti versi paragonabile all’assoluta incomprensione dei moderni nei confronti del sistema castale. Cfr. Jean Flori, Cavalieri e cavalleria del Medioevo, Torino, Einaudi Ed., 2008 (I ed. Paris, Hachette, 1998), pp. 65-76. La ragione di una tale chiusura è attribuibile sia al pregiudizio culturale dell’egualitarismo sia alla istintiva tendenza di studiosi e storici recentemente acculturati e provenienti da basse classi sociali. (Dante spiega il significato della parola nobilis con non vilis). Trasferendo alla nobiltà la problematica plebea che suona “Come si diventava nobile?”, come se si trattasse di un mestiere o di una professione, gli storici evoluzionisti continuano a confondere l’essere con il divenire.[↩]
    6. Si comprende bene che quando si afferma che qualcuno è diventato nobile, si ammette che egli in precedenza non lo era stato. Questo tipo di “nobilitatio” cominciò ad apparire a partire dalla seconda metà del XIII secolo. I principi conferivano per lettera un riconoscimento di nobiltà a un plebeo. Il primo caso di nobilitazione per lettera fu nel 1270 quello di Raoul, argentiere di Filippo l’Ardito di Francia (Goffredo di Crollalanza, Enciclopedia araldico-cavalleresca. Prontuario nobiliare, Pisa, Giornale Araldico, 1876-77, p. 434, a-b). Con plebeo, fin dai tempi più antichi di Roma, si definivano principalmente gli “uomini liberi”, nel medioevo detti anche borghesi o popolo grasso. Con la nobilitazione era riconosciuto al plebeo uno status superiore per aver acquisito certe sue benemerenze. Spesso essi prestavano del denaro e indebitavano i veri nobili; essi ottennero spesso la nobilitazione in cambio dell’estinzione del debito. Perciò, putroppo, spesso furono nobilitati degli strozzini. È certo che questa nuova nobiltà, con il passare dei secoli e grazie a matrimoni con famiglie autenticamente aristocratiche da tempo immemorabile, alla fine venne accettata di fatto. In questo contesto tradizionale, non possiamo tener d’acconto la frequente nobilitazione negli ultimi due secoli di plebei da parte di monarchie liberali o perfino da parte di dittature popolari, spesso caricati di titoli fantasiosi e roboanti. Va, comunque, ricordato che i plebei erano chiaramente distinti dagli appartenenti alle classi servili.[↩]
    7. Giandonato Rogadeo, Del ricevimento de’ Cavalieri e degli altri Fratelli dell’Insigne Ordine Gerosolimitano, presso Vincenzo Orfino, Napoli, 1785, p. 98. Il capostipite della famiglia spesso era identificato con un Dio o un Semidio, dando così origine alla gens (sskrt. gotra). Questo prolungava ancor più l’origine immemorabile del clan a un tempo non umano.[↩]
    8. Il patriziato romano, che in origine svolgeva sia la funzione sacerdotale sia quella regia, dopo il passaggio dell’Impero al cristianesimo, perse le prerogative propriamente sacrali (a eccezione del potere di benedizione). Per questa ragione i patrizi di origine romana, durante il medioevo, di fatto non furono più distinti dalla classe degli equites, classe esclusivamente guerriera.[↩]
    9. “[…] dicono che baro è alterazione di vir, e adducono in argomento il romanico varo, uomo grave, possente. Infatti, e il Menage ne conviene, nella bassa latinità baro era ablativo di vir, ossia equivaleva a viro, e significava uomo prode e valente […]”.Crollalanza, Enciclopedia araldico-cavalleresca, cit., p. 97, a.[↩]
    10. Non è un caso che nelle vie tantriche dell’Induismo (vīramārga), l’ārya, o nobile solo per nascita castale, appena iniziato è considerato ancora un pāśu, un essere ancora legato da certi condizionamenti; più avanti diventa vīra (eroe, lat. vir). Per il dīkṣita tantrico è questo, infatti il primo stadio di realizzazione.[↩]
    11. Questo grado, nel caso che fosse raggiunto da patrizi d’origine romana, prendeva il nome di signore (lat. Dominus). Signorie e Principati fecero parte del sistema feudale fin dall’inizio e non come dichiarano gli storici ufficiali, che postdatano infondatamente questi feudi all’epoca rinascimentale.[↩]
    12. In questo si riconosce facilmente la distinzione tra un semplice dīkṣita e un sādhaka. Quest’ultimo infatti è colui che ha proceduto nella via iniziatica. Nelle vie iniziatiche tantriche al princeps corrisponde il grado di divya, “uomo luminoso o divino”. I più stretti collaboratori dell’Imperatore erano i conti palatini, i paladini, in origine in numero di dodici. Costoro erano veramente i pari del sovrano e rispecchiavano il collegio degli apostoli stretti attorno al Cristo-Re o Messia.[↩]
    13. È interessante notare che nella Massoneria inglese del Marchio, il compimento del secondo grado era segnato dal titolo di “uomo del marchio” (in seguito abusivamente innalzato al grado di Mark Master). Di fatto i marchesi erano coloro che portavano il sigillo del sovrano e avevano il diritto di battere moneta in sua vece. Va osservato che l’apprendista massone operativo, non essendo nobile per nascita, non può essere definito vir-barone. È però definito “uomo libero”, vale a dire appartenente al Terzo Stato e non di condizione servile. In questa prospettiva chiaramente tradizionale non possiamo tenere in considerazione i numerosi aristocratici e ricchi mercanti che furono “accettati” in Massoneria a partire dal XVII secolo; nel linguaggio massonico “accettato” è colui che è riconosciuto massone honoris causa. Questa “moda” comportò l’entrata in massa di individui non appartenenti alla gilda muratoria, cosa che provocò, alla fine, la perdita dell’operatività e del metodo che a essa s’appoggiava e la conseguente degenerazione dell’Istituzione.[↩]
    14. Nel caso dei Re, non c’è dubbio che essi nell’alto Medioevo non fossero molto diversi dai principi e duchi. Erano perciò vassalli dell’Impero. Sarà dopo il XI secolo che i Re cominciarono a identificarsi con una singola nazione e quindi ad assumere un atteggiamento concorrenziale nei confronti dell’Impero, sostenendo che “il Re è Imperatore nel suo regno”. Anche in questo caso grave responsabilità va riconosciuta alla politica eversiva del Papato. Infatti i papi, perseguendo la loro politica di usurpazione del Potere temporale, costantemente istigarono i Re a non riconoscersi subordinati all’Impero.[↩]
    15. La vera estensione del grado di Maestro, nella Massoneria sopra menzionata, è quello di navigatore dell’Arca (Ark Mariner), che allude al superamento del diluvio delle invasioni barbariche.[↩]
    16. Familiarità di sangue o acquisita per alleanza matrimoniale.[↩]
    17. L’ereditarietà seguiva la legge salica promulgata da Clodoveo. Secondo questa legge, la carica ereditata spettava esclusivamente al primogenito maschio, a meno che il padre non prevedesse che a disporre del titolo fosse un altro erede diretto maschio. In tal caso il padre chiamava il figlio non primogenito a condividere il suo incarico mentre era ancora in vita. Quest’ultimo principio è stato seguito spesso anche in India, non solo per l’ereditarietà familiare nella casta kṣatriya, ma anche per garantire continuità a una paramparā iniziatica di un kula o d’un pīṭha.[↩]
    18. Solamente quella dell’Imperatore non divenne mai una carica dinastica, poiché egli doveva essere acclamato dall’esercito, dal Senato e dal popolo romano o dai suoi Principi Elettori. Questo contribuì a mantenere alto il carisma imperiale, anche se, nella pratica, si rivelò una debolezza dell’istituzione.[↩]
    19. Si trattava di possesso e non di proprietà. Vale a dire che il feudo era concesso in amministrazione e usufrutto, la cui proprietà spettava a Dio soltanto, grazie alla mediazione imperiale. L’assegnazione di un beneficio o infeudazione era ritualmente rappresentata dalla concessione di un vessillo araldico da parte del principe, le cui figure e colori poi diventavano il simbolo portato sullo scudo della famiglia.[↩]
    20. Non era raro che anche Vescovi, Arcivescovi e Abati Mitrati potessero essere infeudati di baronie, marche o principati. In tal caso il feudo coincideva con la stessa Diocesi ecclesiastica. Tuttavia questi feudatari dell’alto clero dovevano anche essere nati da famiglie aristocratiche.[↩]
    21. Per es.: Jean Flori, Cavalieri e cavalleria del Medioevo, cit.; Franco Cardini, Alle radici della cavalleria medievale, Milano, Sansoni, 2004.[↩]
    22. Gli autori citati hanno anche in comune la tendenza a separare nettamente la Cavalleria dalla nobiltà, riducendo i cavalieri a soldatacci di nascita popolare, abili nelle armi e spesso dediti al brigantaggio. A causa delle loro strabilianti imprese, alla fine del medioevo i cavalieri sarebbero stati dapprima riconosciuti quasi come fossero nobili. In seguito, a ridosso del Rinascimento, la nobiltà si sarebbe riversata nella Cavalleria, che da allora si sarebbe trasformata in un ambiente raffinato ed estremamente chiuso. A riprova di questa interpretazione essi citano qualche caso di avventurieri di condizione borghese o persino servile che sarebbero stati armati cavalieri fingendosi discendenti di magnanimi lombi. Questa argomentazione dimostra esattamente il contrario: per quale motivo quei millantatori si sarebbero fatti passare per nobili se la Cavalleria, come essi sostengono, era aperta a tutte le classi sociali?[↩]
    23. Dopo Carlo Magno non è chiaro quale dei suoi successori, oltre a essere Imperatore, fosse anche Imperator delle vie iniziatiche nobiliari. Ci sono vari indizi per supporre che quello fosse il caso di Federico II Hohenstaufen. Invece sappiamo, grazie all’autorità di Dante, che l’Imperatore Arrigo VII di Lussemburgo fu anche l’Imperator iniziatico.[↩]
    24. Nel linguaggio cavalleresco con “gentile” si allude sempre a qualcosa di iniziatico. Ci ritorneremo quando tratteremo del basso medioevo, dei trovadori e dei Fedeli d’Amore. Il termine non assume mai il tono di dispregio come nell’uso giudaico della parola goyim, che designa chi non fa parte del “popolo eletto”; e nemmeno corrisponde al britannico “gentleman”, che indica l’appartenente al ceto medio che ha frequentazioni clientelari con l’aristocrazia.[↩]
    25. Crollalanza, Enciclopedia araldico-cavalleresca, cit., p. 166, a.[↩]
    26. La corona era privilegio esclusivo della nobiltà. Gli inglesi, che ampliarono in forma eccessiva il divario tra il Re e il semplice nobile, attribuiscono la corona solo al sovrano, mentre ai nobili è riservata la “coronet”.[↩]

    33. Feudalism and Chivalry

      Feudalism and Chivalry

      Charlemagne (742-814) began structuring the Empire on the basis of the Roman military initiatic organization, an undertaking that was completed by Emperor Henry II the Saint, of the dynasty of Saxony (978-1024). Society was divided into four classes: priests, nobles, free men and servants. The monks were not considered part of the clergy, being in all respects outside and above the divisions of Christian-Latin society.
      The priests, after the work of correction of the clergy undertaken first by the Culdean monks, then by Saint Boniface and finally by Charlemagne, were allowed to marry. However, severe punishments were inflicted in case of concubinage with one or more women. In the last two centuries of the first millennium AD, thanks to the progressive establishment of the principle of inheritance, the male offspring of the clerics often pursued priesthood. The constitution of a true priestly caste was thus emerging. The upper hierarchies, bishops, archbishops and patriarchs1, were predominantly assigned to unmarried priests, without this constituting any codified rule. The bishops were the heirs of the apostles and, therefore, only they could fully exercise the priestly ministry. In fact, only a bishop could consecrate another bishop and ordain priests2. It will be noted, therefore, that in Christianity the distinction between the high and the low clergy is merely structural and not a social-historical contingency, as claimed from the French Revolution onwards3. The members of the most humble and poor classes often chose to become priests to find some means of sustenance and a more decent social status4, thus swelling the ranks of the low clergy.
      The second social class, by order of importance, was the nobility. Among the four social classes of medieval Latin Christianity, nobility is the only one constituted as a true caste by right of birth. It is surprising how medievalists have ruffled the documents at their disposal to confound the ideas in this regard. From their studies, nobility emerges as an incomprehensible conception for modern man, even though western aristocracy has been deprived of its powers and prerogatives no more than a few decades ago, although this process began at the end of the 18th century5. The nobility, which represented the backbone of the Holy Roman Empire, was such ‘from time immemorial’ in the true sense of the term6. That is to say that no specific historical origin could be attributed to it7. Two were the traditional origins of western aristocracy. The first is represented by the patricians of Roman descent (of Alban, Trojan and Hyperborean origins)8. The second was constituted by the Germanic nobility and by the Celtic knightly class, which represented the barbarized continuation of the hyperborean aristocracy. Nevertheless, these two noble groups, which mutually recognized each other and frequently forged marriage alliances, maintained their distinctive traits for several centuries. In general, the patricians were the keepers of the cities and the villæ, whereas the nobles of barbaric origin administered the fiefs and castles. Since the Holy Roman Empire was structured on the basis of the initiatic organizations of the noble caste, its administrative, juridical and military offices reflected, since their inception, the three main degrees of warrior initiation. The nobles who took the knightly path, in fact, passed through three phases corresponding to their level of realization. The first step was that of ‘baron’: this term derives from the Latin word vir9, setting the baron apart from the nobilis homo (later nobil homo, or nobleman), that is to say the noble birth, for the latter was not an initiate10.
      The baron was therefore the grade of ‘apprentice’ in the initiatic path of the Hero. The second step, which already presupposed the attainment of the first inner experiences procured by the constant application of the method (sskrt. prakriyā), was that of count (lat. comes)11, that is to say ‘companion’ of the master. In fact, precisely because of the greater inner experience, by delegation of the master, he could guide the novices in the their spiritual journey12. The third degree, the one that suitably applied to the teacher, was that of the prince (lat. princeps). Thus the hierarchy that governed the Empire of Charlemagne and his successors corresponded exactly to these three initiatory degrees. Each of these degrees allowed for a further development of power. It therefore happened that the baron who extended his full potentialities was recognized as a viscount; the count who had fully developed the faculties inherent in his degree of realization, became ‘count of the mark’ or marquis13. Thus also the princeps, the truly perfect teacher, could have obtained the title of duke (dux, he who leads the disciples)14. Obviously the Grand Master, prince of the princes and duke of the dukes, head of all the initiatic warrior organizations (sskrt. kula, saṃpradāya), was no one but the very Emperor-Imperator.
      The Empire was, therefore, structured as a warrior brotherhood. This means that, originally, the barons who administered the baronies, the counts who governed the counties, the marquises who ruled over the borderlands, etc., were indeed initiates of different degrees, to which external responsibilities were entrusted for the purpose of raising Catholicism after the barbarian past15. This explains why at the time of Charlemagne and his immediate successors, at the death of a count (or other noble) the Emperor appointed in his place a count of equal dignity and wisdom, without, however, having any agnate or cognate16 relations with his predecessor. On the other hand, it was indeed intention of the Empire to consolidate the external structure of the state in a permanent configuration that followed the model of the caste institutions. Thus, in the short span of a few generations, the principle of inheritance eventually prevailed17. In this way, it happened that the son of a baron was a baron and the son of a duke was duke and so on18. Such a change was completed only in few generations. It is evident, however, that this regime no longer guaranteed an effective correspondence between the social function and the inner realization of the feudal lords. On the other hand, it guaranteed a perfectly organic form to the state, based on trust and loyalty, and this was the aim of the externalization of the military initiatic way of Roman origin.
      This objective was widely achieved with the foundation of the feudal Empire. Thus, the initiatic ways of the noble caste returned once again to the domain of esotericism in the form of Chivalry, with which we will conclude this chapter. As it has already been said, Feudalism consisted of a certain number of vassals, great feudal lords, princes and dukes, who swore an oath of loyalty and tribute to the Emperor, receiving in return the beneficium, the possession of a fief, as well as, the responsibility of its administration and defense19. Under similar conditions, the vassals granted minor parts of their fiefs to some vavasours, counts and marquises. The latter ones could further cut smaller fiefdoms to the vavasour’s vassals, i.e. barons and viscounts20. In turn, the vavasour’s vassals could grant certain beneficia to the knights, the low clergy and the freemen. Despite the leyenda negra invented during the Renaissance and the Enlightenment, the feudal system worked wonders thanks to the adherence to strong bonds and to a code of conduct founded on loyalty, fidelity and honor respected not only by the nobility but also by the rest of the population. Contrary to what is commonly believed, the so-called “dark ages” represented one of the periods of maximum splendor of the Tradition in the West. Rather, it was the hypocrisy and the lust for earthly power of the Church, together with the greed of the middle class, to undermine the feudal order.
      There is a great deal of literature on the Chivalry that attempts to explain its spirit and its historical origins. Unfortunately, these writings have only produced much misinterpretation and misunderstanding. Both the liberal and Marxist interpretations make the establishment of this institution purely dependent on economic reasons21. On the basis of this assumption, whoever had sufficient money to buy a horse and an armor could have the ambition to become a knight22. By ignoring altogether the existence of initiation, they were led to believe that only technological innovations, such as the stirrup and the long spear, can explain the rise of the Cavalry. The explanation, however, is much simpler.  In fact, it is possible to set this subject correctly by simply referring to the traditional record. When the Christian Empire became firmly settled according to the hierarchical structure and the virtues of the warrior initiatic ways of the patricii and the equites of ancient Rome, these same organizations returned to their original reserve23. Chivalry was simply this. A noble scion who wished to pursue such initiatic path, had to betake himself  to the castle or the villa of a Lord who was also a celebrated master or an upaguru.
      There, after having served (sskrt. seva) for a certain number of years as page, he began a hard period of training in arms and the exercise of ‘gentle’24 virtues. At this stage the young man became a squire (shield bearer) of his master, also called ‘valet’ (young attendant). When the master, baron or duke thought his apprentice was ready, the initiation rite of the Chivalry was then organized: “The initiate prepared himself to receive the arms with fasting, prayer and penance, dressing in white, often bathing and cutting his hair on the front, to be more at ease in battle, and to dodge the adversary’s slashes in the event his helmet was lost. He then presented himself to the prince or the nobleman who was to arm him, and this was done with a solemn ritual. In ancient times, the King alone could confer the cavalry, but later all the knights had the right to do the same; and the elect remained bound by a kind of kinship, so that in no case should they raise arms against the Lords who had knighted them, otherwise they would have been considered felons and infamous.”25 The investiture was recognized by the Church as a sacramental, with real spiritual effects.
      Neither is it true that the knights (lat. equites or milites) were always the poor cadets of powerful families, condemned to a life of hardships and wanderings due to the fault of the Salic law. Many Lords of castles and villæ were knights and could thus transmit to young prospects, who served them as pages, the same initiation that they had once received. The cadet brothers who lived in the same mansion as their elder brother could also be knights; or, in alternative, they could pursue the ascetic life of the knights-errant. This case is comparable to that of the monks who retired to hermitic life. The knight-errant passed his life wandering in search of adventure, seeking the opportunity to test his virtues and his martial skills in defense of the weak, of the widows and the orphans. His name was preceded by the title of ‘Dom.’ (Dominus), in the Latin form; or by the vernacular ‘Sire’, ‘Sir’, ‘Monseigneur’. He was the defender of religion and his weapon was the cross-shaped sword before which he prayed. The sword was given a divine name that the knight repeated like a mantra, especially when unsheathed in the name of justice. He also had the priestly power to baptize and to bless. The knight, for the rituals of his sādhanā, appealed to the intermediation of a female celestial figure in order to reach the Lord God more effectively. In this way, an unquestionable śākta tendency can be recognized in the chivalric initiatic method. We will come back to this topic of primary importance later when we deal with the Orders of Chivalry founded in the late Middle Ages.
      As already mentioned, the Imperial society included also the class of plebeians, later called bourgeois because they exercised commerce, arts and professions in the villages (the boroughs). Often these free men were able to accumulate a considerable wealth. Some of them carried out activities of great utility for the human consortium of the city or of the fief, such as weaving, architecture and jurisprudence, distinguishing themselves among the population and obtaining from the noble council or from the feudal lord the right to blazon a shield without crown26. The freemen were grouped by guilds according to their art or craft (sskrt. śreṇi), within which existed different initiatic ways corresponding to each single craft form. Nowadays, a pale trace of these medieval corporations remains in the Freemasonry and in the Companionage.
      At the base of the social pyramid were the peasants and the servants, generally affiliated to the families of their ecclesiastic, noble or freeman masters.

      Gian Giuseppe Filippi

      1. The Latin patriarchs of that period were the pope of Rome, the archbishop of Grado and that of Aquileia. Among these, only the patriarchate of Rome is recognized by the Greek Orthodox Churches.[↩]
      2. We use here the past tense in consideration of the fact that the Catholic Church is currently only a decomposing corpse.[↩]
      3. Nonetheless, although some bishops and popes came from noble families, the social origin of the high clergy was generally the expression of the lower strata of society, often even of servile extraction.[↩]
      4. As anticipated in the previous chapters, he who pursued a monastic life was usually someone proceeding from a highly educated stratum, seeking a solitary life and renouncing all worldly things. For this purpose, monasteries and hermitages were built in inaccessible places, far from the worldly mass. Only few monks had also access to the priesthood. In this way it was  guaranteed the fulfillment of the obligatory external rites in the Monasteries. If the abbot elected by his brothers had also been a priest, which by no means was necessary, he would have automatically assumed also the bishop’s dignity (called in Latin Abbas Mitratus for the faculty of wearing the miter, the characteristic headgear of the bishops shaped like a fish head, allusive to the piscatorial power (potestas piscatoria) of the successors of the apostles), without this charge being conferred to him by any superior authority. It should not be forgotten that it is within the monasteries that the true priestly initiations were transmitted, either of Johannite or Druidic derivation. Differently, the uninitiated exterior clergy (adīkṣita) could transmit only the obligatory sacraments, comparable in many ways to the saṃskāra of Hinduism.[↩]
      5. The incapacity or refusal to understand the concept of nobility is in many ways comparable to the absolute incomprehension of the moderns with regards to the caste system. Cf. Jean Flori, Cavalieri e Cavalleria del Medioevo, Turin, Einaudi Ed., 2008 (I ed. Paris, Hachette, 1998), pp. 65-76. This cliché finds its origin in both the cultural prejudice of egalitarianism and in the instinctive tendency of recently acculturated scholars and historians of low social origin (Dante explains the meaning of the word nobilis with non vilis). By considering nobility from a plebeian standpoint exemplified by the eternal question “How could one become noble?”, as if it were an activity or a profession, evolutionist historians continue to confuse ‘being’ with ‘becoming’.[↩]
      6. It is well understood that when it is said that someone has become noble, it logically implies that before a certain defining event he was clearly not. This type of ‘nobilitatio’ (ennobling) made its first appearance in the second half of the 13th century, when the princes began to bestow with a letter the recognition of nobility to a plebeian. The first case of ennoblement by letter was that of Raoul, silversmith of King Philip the Bold of France in 1270 (Goffredo di Crollalanza, Encyclopedia araldico-cavalleresca. Prontuario Nobiliare, Pisa, Giornale Araldico, 1876-77, p.443, ab). Since the most ancient times, the plebeians were the ‘free citizens’ of Rome; known in Middle Ages with the term ‘burgess’. As a result of the ennoblement, the plebeian was then elevated to a superior status ascribed to certain merits. They used to lend money eventually indebting the true nobles, often obtaining the ennobling in exchange for the extinction of the debt. In this way, unfortunately, many families of usurers  were, therefore, ennobled. With the passing of the centuries and through marriages with authentic aristocratic families, this new noble class was eventually accepted. In this traditional context, we cannot take account of the frequent ennoblements of plebeians granted in the last two centuries by liberal monarchies or even by popular dictatorships, often embellished with fanciful and bombastic titles. It must be remembered, however, that the plebeians were clearly distinguished from the members belonging to the servile class.[↩]
      7. Giandonato Rogadeo, Del ricevimento de’ Cavalieri e degli altri Fratelli dell’Insigne Ordine Gerosolimitano, Vincenzo Orfino, Napoli, 1785, p. 98. The ancestor of the family was often identified with a god or a demigod, thus giving rise to the gens (sskrt. gotra). This pushes back the origin of the clan to an even more immemorial, non-human age.[↩]
      8. After the conversion of the Empire to Christian religion,  the Roman patriciate, originally eligible to carry out both the priestly and the regal functions, lost its sacral prerogatives (with the exception of the power of blessing). For this reason, during the Middle Ages the patricians of Roman origin were in fact no longer distinguished from the knights (equites), a class reserved exclusively to the warriors.[↩]
      9. “[…] some believe that baro is an alteration of vir, and they maintain that its origin comes from the Romanic varo, a severe and powerful man. In fact, as agreed by Menage, in low Latin baro was the ablative of vir, equivalent to viro, meaning ‘brave and valiant man’ […]”.Crollalanza, Enciclopedia araldico-cavalleresca, cit., p. 97, a.[↩]
      10. It is no coincidence that in the tantric ways of Hinduism (vīramārgas), the term ārya, or noble by caste birth, indicated an individual that, in spite of his initiation, was still considered a pāśu, a being bound by certain conditions; only later will he become a vīra (hero, Lat. vir). In fact, this is only the first stage of realization of the tantric dīkṣita.[↩]
      11. When this degree was reached by a patrician of Roman origin, the title attributed was that of Lord (Lat. Dominus). Lordships and Principalities were therefore part of the feudal system from the very beginning, differently from what has been declared by the official historians who incorrectly relegated these categories of fiefs to the Renaissance period.[↩]
      12. Here the distinction between a simple dīkṣita and a sādhaka is easily recognized. The latter in fact is the one who has proceeded in the initiatic path. In the tantric initiatic ways, to the princeps corresponds the degree of divya, ‘luminous or divine man’. The closest collaborators of the Emperor were the Counts Palatine, the paladins, originally twelve in number. They were truly the peers of the sovereign, mirroring the college of apostles around to the Christ-King or Messiah.[↩]
      13. It is interesting to observe that in the English Mark Masonry, the fulfillment of the second degree was designated with the title of ‘Mark Man’ (later abusively raised to the rank of Mark Master). In fact, the marquises were those who carried the sovereign’s seal and had the right to coin money on his behalf. It should also be noted that the operative mason apprentice, not being noble by birth, could not be called a vir-baron. Instead he received the title of ‘freeman’, identifying him with  the third class and not with the servile one. In this clearly traditional perspective we cannot take into consideration the numerous aristocrats and wealthy traders who were ‘accepted’ in Freemasonry from the 17th century onwards. In the Masonic language, ‘accepted’ is he who is recognized as an honorary member. This ‘fashion’ consisted in the entry of a great deal of individuals who did not belong to the masonry guild by birth, resulting in the eventual loss of the operability and the method on which this initiatic way was based, provoking the degeneration of this institution.[↩]
      14. With regard to the Kings, there is no doubt that in the early Middle Ages they were not very different from the princes and the dukes. They were, therefore, vassals of the Empire. It will be only after the eleventh century that the Kings began to identify themselves with a single nation and thus assumed a competitive stance towards the Empire, claiming that “the King is Emperor in his kingdom”. Also in this case, much of the blame must be attribute to the subversive politics of the Papacy. In fact, the popes, pursuing their policy of usurpation of the temporal power, constantly instigated the Kings not to recognize themselves as subordinate to the Empire.[↩]
      15. The true extension of the degree of Master in the above mentioned Masonry is that of ‘Navigator of the Ark’ (Ark Mariner), which alludes to the overcoming of the flood of barbarian invasions.[↩]
      16. Familiarity of blood or acquired by marriage alliance.[↩]
      17. Heredity followed the Salic law promulgated by Clovis. According to this law, the inherited position belonged exclusively to the first-born male, unless the father foresaw that to dispose of the title was another direct male heir. In this case the father called the non-firstborn son to share his office while he was still alive. This last principle was often followed also in India, not only for the family inheritance in the kṣatriya caste, but also to ensure continuity to an initiatic paramparā of a kula or a pīṭha.[↩]
      18. Only that of the Emperor never became a fully fledge dynastic office, since his confirmation required the acclamation by the army, the Roman people or his Electoral Princes. This helped to keep the imperial charisma high, although in practice a weakness of the institution was revealed.[↩]
      19. The fief was a possession and not a property. That is to say that the fiefdom was granted in administration and usufruct, whose property belonged to God alone, through the imperial mediation. The assignment of a benefit, or enfeoffment, was ritually represented with the entrustment of a heraldic banner by the prince, whose figures and colors then became the symbol represented on the family’s shield.[↩]
      20. It was not uncommon for even Bishops, Archbishops and Mitred Abbots to become enfeoffed with baronies, marquisates or principalities. In this case, the fiefdom coincided with the ecclesiastical diocese. However, only members of the high clergy of aristocratic descent were entitled to such right.[↩]
      21. For inst.: Jean Flori, Cavalieri e cavalleria del Medioevo, cit.; Franco Cardini, Alle radici della cavalleria medievale, Milano, Sansoni, 2004.[↩]
      22. The cited authors also have in common the tendency to clearly separate Chivalry from nobility, reducing the knights to ordinary men-at-arms of humble birth, skilled in weapons and often devoted to banditry. According to this line of argument, at the end of the Middle Ages,  thanks to their amazing feats, these popular figures became recognized as  knights, as if they were nobles. Later, near the Renaissance, the nobility allegedly poured into the Chivalry, eventually transforming it into a refined elite circle difficult to access. As evidence of this interpretation, they advance some cases of adventurers of bourgeois or even servile birth armed knights after pretending to be descendants of some noble families. This argument, however,  proves exactly the opposite. Why would those boasters pass themselves off as nobles if the Chivalry, as they claim, was open to all social classes?[↩]
      23. After Charlemagne, it is not clear which of his successors, besides being Emperor, were also Imperator of the noble initiatory paths. There are various indications to suppose that this was the case of Frederick II Hohenstaufen. On the contrary, thanks to the authority of Dante, we know for certain that the Emperor Henry VII of Luxembourg was also the initiatic Imperator.[↩]
      24. In the language of Chivalry, the term ‘gentle’ always refers to something pertaining to initiation. We will return to this when we speak about the late Middle Ages, particularly with regard to the troubadours and the Faithfuls of Love (it. Fedeli d’Amore). Therefore, it never assumed the denigratory sense as in the Jewish usage of the word goyim (the gentes), designating those who do not belong to the “chosen people”; nor does it correspond to the British ‘gentleman’, which indicates those who belong to the middle class and enjoy client patronage with the aristocracy.[↩]
      25. Crollalanza, Enciclopedia araldico-cavalleresca, cit., p. 166, a.[↩]
      26. The use of the crown was the exclusive privilege of the nobility. Only the British, who have excessively widened the gap between the King and any other noble, attribute the crown only to the sovereign, while to the nobles is reserved the ‘coronet’.[↩]

      Avidyā e Māyā

        Śrī Śrī Satcidānandendra Sarasvatī Svāmījī

        Avidyā e Māyā
        Distinzione tra l’Ignoranza e l’Illusione nelle sue applicazioni metodiche 1

        Si sa che l’unico insegnamento delle Upaniṣad è che la Realtà è il Tutto unico senza secondo e che quella Realtà è chiamata Brahman, Principio più grande di qualsiasi grandezza, non essendo limitato da nulla. Esso è anche chiamato Ātman, perché è il vero Sé di ogni cosa e di ognuno di noi. Il così detto Universo, com’è inteso dalla gente, è solo un’apparenza. In altre parole, l’Universo è ignoranza (avidyā) e la verifica che esso è proprio così è conoscenza (vidyā). Questo modo di spiegare la verità e la realtà con il sostegno delle Upaniṣad appartiene alla tradizione di Śaṃkarācārya e di Gauḍapādācārya, suo maestro. Ci sono state altre scuole di Advaitin sia prima sia dopo Śaṃkara, e perfino tra i suoi discepoli sono sorte differenze d’opinione su come interpretare correttamente le Upaniṣad. Queste differenze sono nate perché è stato ignorato il metodo upaniṣadico dell’adhyāropāpavāda, che Śaṃkara ha spiegato nel suo Brahma Sūtra Bhāṣya. Non ci è possibile entrare qui nei dettagli2, perciò ci accontenteremo di affermare il vero insegnamento delle Upaniṣad e di citare importanti passaggi tratti dalle opere di Śaṃkara a sostegno del nostro punto si vista.
        Sarà utile ricordare che le Upaniṣad usano i termini vidyā e avidyā nel senso preciso di conoscenza autentica e conoscenza erronea, mentre con prakṛti e māyā indicano l’apparenza degli oggetti proiettata da avidyā.

        Poiché queste due, l’avidyā e ciò che è noto come vidyā, sono molto distanti, reciprocamente opposti tra loro e in movimento verso direzioni diverse, io considero te, o Naciketas, come un aspirante alla vidyā, in base al fatto che i molteplici oggetti di piacere non ti hanno fatto desistere dalla tua meta.3

        Si deve conoscere prakṛti come māyā.4

        A questo proposito Śaṃkara scrive:

        Nome e forma, considerati a causa di avidyā come identici al Signore onnisciente, [ma] che non possono essere definiti né identici né diversi da Lui, che costituiscono quel seme dell’intero sviluppo del saṃsāra, sono definiti dalla śruti e dalla smṛti māyā, prakṛti e śakti del Signore onnisciente. (Brahma Sūtra Śaṃkara Bhāṣya, II.1.14)

        Nonostante ciò, c’è lo spontaneo comportamento umano (che concerne le azioni della mente, della parola e del corpo) che si manifesta con “Io sono questo” e “Questo è mio”. Così facendo, mescola il reale e il non reale per colpa della conoscenza errata di entrambi questi [ahaṃkāra e mamakāra] e dei loro attributi che sono del tutto contraddittori, sovrapponendo la natura e le proprietà dell’uno sull’altro a causa della mancanza di discriminazione dell’uno dall’altro. (BSŚBh, Adhyāsa Bhāṣya)

        Di fronte alla precedente definizione inequivocabile di avidyā e māyā, i sottocommentari al Brahma Sūtra Bhāṣya di Śaṃkara hanno dato il via a una processione di ciechi guidati da un cieco, affermando enfaticamente l’identità di avidyā e māyā, e definendo l’avidyā non come l’ignoranza del soggetto, bensì come fosse un qualche oggetto che si sovrappone ad Ātman. In questo modo hanno distorto la natura di quest’ultimo, convertendo il purissimo Brahman in un’anima trasmigrante e nascondendo così la sua natura essenziale. Citiamo di seguito un breve estratto dalla Pañcapādikā, che probabilmente è il più antico commentario (Ṭīkā) al Brahma Sūtra Śaṃkara Bhāṣya, che ha segnato l’inizio di questa deviazione dalla tradizione śaṃkariana:

        Ciò che è variamente descritto in contesti differenti della Śruti, Smṛti, Itihāsa e Purāṇa come nāmarūpa, avyākṛta, avidyā, māyā, prakṛti, agrahaṇa, avyakta (non manifestato), tamas, karaṇa, laya, śakti, mahāsupti, nidrā, akṣara, ākāśa5; ciò che, avendo impedito a Caitanya di manifestare se stesso nella natura di Brahman, cioè nella sua caratteristica essenziale, porta alla sua individuazione (jīvatva); ciò che serve da schermo per immagini, illusioni, azioni e impressioni residue di cognizioni passate; ciò che esiste nel sonno profondo e che copre (āvaraṇa) la luce [dell’Ātman] rimanendo solo come impressioni mentali della proiezione del mondo (vikṣepa), questa è l’avidyā senza inizio. (Pañcapādikā, XXVI-95)

        Nella citazione di cui sopra, intesa a descrivere avidyā come causa materiale di ahaṃkāra6, è particolarmente degno di nota che nāmarūpa (il nome e la forma), avyākṛta (lo stato indifferenziato del mondo), avidyā, māyā, prakṛti, agrahaṇa (l’incomprensibile) e avyakta (il non manifestato) sono tutti dati come sinonimi di avidyā, in piena contraddizione con il Bhāṣya śaṃkariano che afferma espressamente che māyā o avyākṛta è avidyā kalpita, cioè una proiezione (o creazione) di avidyā detta anche adhyāsa (sovrapposizione).
        Possiamo citare un ulteriore passaggio di Śaṃkara che stabilisce espressamente che nāmarūpa o avyākṛta (lo stato seminale indifferenziato del mondo) è una immaginazione prodotta da avidyā.

        Il Brahman diventa oggetto di “trasformazione” e di altri simili concetti, nel suo apparente aspetto di nome e forma, che l’avidyā Gli sovrappone. In questo modo, [questa idea di un Brahman] inteso sia come differenziato sia come indifferenziato, non può essere né definito tale [come Brahman] né diverso da Esso. Nella sua vera natura, tuttavia, Esso rimane al di là di tutti questi concetti. (BSŚBh II.1.27)

        Secondo Śaṃkara, tuttavia, non sarebbe sempre sbagliato parlare in forma figurata di avidyā come māyā e anche di māyā come avidyā. Nel suo senso primario avidyā, senza dubbio, significa ignoranza, perciò è una nozione riferita al soggetto; ma in un senso secondario, la parola può essere estesa a designare qualsiasi oggetto immaginato dall’ignoranza. In tal caso, l’uso consentirebbe affermazioni come “Tutto questo è avidyā“, con cui s’intende che ogni oggetto è solo frutto dell’avidyā e, dunque, non del tutto reale. Allo stesso modo, quando il termine avidyā è inteso nel senso di una modifica della mente, è evidentemente incluso nel mondo fenomenico e quindi può essere opportunamente chiamato māyā. Per evitare la confusione, dovremo usare i termini avidyā e māyā per denotare rispettivamente l’ignoranza e nāmarūpa; e avidyā sarà impiegata per denotare la reciproca sovrapposizione del Sé e del non sé, indipendentemente dal significato che qualsiasi altra scuola attribuisca a queste due parole.

        In conclusione, questi termini sono usati nel Vedānta per indicare la falsa conoscenza e gli oggetti fenomenici, ma solo come uno strumento per mettere in contatto il cercatore, per mezzo dell’adhyāropāpavāda, con quel principio trascendente chiamato Testimone, cioè con l’Ātman, e non per formulare teorie al fine di difendere un sistema. Quest’ultimo errore dilaga ancor oggi in certi ambienti: Rāmānujācārya, per esempio, ha confuso l’insegnamento di Śaṃkara su avidyā e māyā, da una parte con la teoria sulla natura dell’ignoranza dei post-śaṃkariani, dall’altra con la dottrina sulla māyā dei Buddhisti. Quel maestro si è impegnato a elaborare una complessa confutazione della teoria dell’avidyā e a chiamare gli advaitin con l’odioso epiteto di “cripto-buddhisti” (pravhanna māyāvādin). E il dott. Murti ha fatto le seguenti osservazioni su Śaṃkara e Gauḍapāda:

        Gauḍapāda e Śaṃkara mettono semplicemente in evidenza le implicazioni di questo punto di vista (dei Vedāntin più antichi) quando dichiarano il cambiamento, la differenza e la pluralità come illusorie; formulano, dunque, la dottrina complementare di avidyā per spiegare l’aspetto della differenza.7

        Che Śaṃkara non abbia formulato alcuna “dottrina di avidyā” per spiegare qualcosa, ma abbia semplicemente attirato la nostra attenzione su una naturale tendenza della mente umana, è stato reso abbondantemente chiaro citando le sue dichiarazioni esplicite. Da quanto segue sarà evidente che nemmeno Gauḍapāda può essere accusato di tale dottrina, poiché si era preoccupato semplicemente di richiamare l’attenzione dei cercatori sull’incontestabile Essere non duale, Coscienza o Ātman delle Upaniṣad che dir si voglia:

        Il sogno è di chi lo prende come [se fosse una realtà] diversa, e il sonno è di chi non ne conosce la realtà; quando l’equivoco su entrambi viene rimosso, si raggiunge la quarta dimora.
        (Māṇḍūkya Upaniṣad Gauḍapāda Kārikā, I,15)

        In questo passaggio Gauḍapāda con sogno vuole intendere sia la veglia sia il sogno, in quanto essi rappresentano una visione errata della Realtà, e con sonno profondo uno stato di non conoscenza. Per lui entrambe queste due sono idee sbagliate (viparyāsa) dal punto di vista del vero Ātman, che trascende sia la Coscienza sia la non-coscienza. Di fatto, Gauḍapāda in nessuna parte della sua opera ha usato la parola avidyā. Per lui sono errori (viparyāsa) sia il concetto falso (anyathāgrahaṇa) sia la non-coscienza (agrahaṇa), che chiama rispettivamente effetto (kārya) e causa (kāraṇa).

        Questa dualità è solo māyā, la Realtà è solo non duale. 
        (MUGK I.17)

        Qui il termine māyā è applicato al mondo della dualità: non c’è alcuna teoria sulla māyā da sostenere. In Gauḍapāda c’è solo un’apparente eccezione all’uso di quella parola:

        Perché vi è la śruti che afferma: “Qui non c’è alcuna dualità ” (KU IV.11), e anche Indra [il Signore Supremo] appare come multiforme tramite le māyā (BU II.5.10). Non essendo nato, è tuttavia nato in forme diverse per mezzo della māyā” (Taittirīya Āraṇyaka, III.13). (MUGK III.24)

        Queste sono citazioni dalla śruti, perciò egli qui non avanza alcuna teoria propria. L’espressione della Bṛhadāraṇyaka Upaniṣad “tramite le māyā” vuol significare “attraverso le percezioni sensoriali”, poiché nei Veda, la parola māyā è anche usata nel senso di conoscenza [tramite i sensi], com’è spiegato nel Nirukta di Yāska. Ci sono cinque sensi, ognuno dei quali presenta la Realtà in una forma particolare, come suono, tatto, ecc. Questa caleidoscopica varietà di conoscenze sensoriali è evidentemente illusoria quando si riferisce alla Realtà in sé. Qui il nome māyā è, dunque, applicato alla varietà della percezione dei sensi.
        Se si volessero ricordare come sono stati definiti con precisione la natura di avidyā, la sua funzione e il suo effetto nell’Adhyāsa Bhāṣya di Śaṃkara8, numerosi inutili dubbi e distinguo svanirebbero all’istante. Anzitutto avidyā è solo un termine tecnico per identificare la tendenza naturale, sedimentata nella mente umana, e non una teoria qualunque. In second’ordine, esso è usato dal Vedānta solo come strumento allo scopo di insegnare la verità e mai come qualcosa davvero reale che debba essere sostenuto. In terzo luogo, la sua funzione consiste nel postulare che ci sia un non-sé irreale come fosse qualcosa di diverso rispetto al Sé veramente reale e, confondendo il Reale con l’irreale (satyānṛte mithunīkṛtya), scambiasse l’identità e gli attributi dell’uno con quelli dell’altro. Tuttavia di fatto questo irreale non-sé non è una entità differente correlata all’Ātman reale, poiché Ātman è assolutamente privo di ogni attributo e, di conseguenza, non è un “numero uno” che richieda dopo di sé un “numero due”. Infine il suo effetto è quello di indurre a immaginare d’essere realmente un agente di azioni e uno sperimentatore dei loro frutti, sebbene azioni, strumenti utili a produrre azioni e i loro frutti siano realmente māyā, solo falsa apparenza.
        La forma di questo universo illusorio (māyika prapañca) non è percepita come è in realtà, e nemmeno la sua dissoluzione, il suo mantenimento e la sua comparsa9. L’avidyā che dà origine a questa apparizione è altrettanto senza inizio e senza fine, non essendo altro che una naturale sovrapposizione della mente umana e una nozione errata.
        È una perdita di tempo indulgere a una seriosa discussione sulla sua causa, la sua collocazione, il suo oggetto e numero come hanno fatto numerosi advaitin post-śaṃkariani. Infatti tutte quelle categorie appartengono ai fenomeni di magia prodotta da avidyā e che, inoltre, nemmeno possono mai essere attribuite all’avidyā medesima che proietta queste fantasmagorie.

        Le Upaniṣad perciò esortano alla conoscenza dell’unità di Ātman come unico antidoto per curare questa malattia, fonte di tutti i mali della vita.

        OṂ  TAT  SAT

        1. Tratto da: “Avidyā and Māyā”, in Essays on Vedanta, Holenarasipura, Adhyātma Prakāsha Karyālaya, 2008, pp. 41-48. Traduzione e note di Gian Giuseppe Filippi. [↩]
        2. Il lettore che fosse interessato a questo argomento è invitato ad affrontarne lo studio in Śrī Svāmī Satcidānandendra Sarasvatī, How to Recognize the Method of Vedānta, Holenarasipura, Adhyātma Prakāsha Karyālaya, 1995.[↩]
        3. Kaṭha Upaniṣad, I. 2.4. Con queste parole Yama inizia a insegnare a Naciketas l’Ātma vidyā.[↩]
        4. Śvetāśvatara Upaniṣad, IV.10.[↩]
        5. Nāmarūpa, nome e forma; avyākṛta, causa seminale; avidyā, ignoranza; māyā, arte o potere manifestante; prakṛti, materia prima; agrahaṇa, inconoscibile; avyakta (non manifestato), tamas, tenebra; karaṇa, causa; laya, occultamento; śakti, potenza; mahāsupti, sonno; nidrā, sonnolenza; akṣara, immobile; ākāśa; spazio, etere.[↩]
        6. La forma della mente che vorrebbe essere l’attribuzione condizionante dell’Ātman, per la quale quest’ultimo è preso erroneamente per lo sperimentatore individuale dei frutti delle azioni.[↩]
        7. Tiruppattur R. Venkatachala Murti, Central Philosophy of Buddhism: A Study in Madhyamika System, London, George Allen and Unwin, 1960.[↩]
        8. Si tratta dell’introduzione al commento dei Brahma Sūtra.[↩]
        9. Cfr. Bhagavad Gītā, XV.3.[↩]

        32. Il Sacro Romano Impero

          Il Sacro Romano Impero

          Con l’incoronazione di Carlo Magno, non soltanto l’Impero Romano riaffiorava alla superficie delle acque diluviali delle invasioni barbariche, ma anche il titolo di Imperator che designava il capo dell’organizzazione iniziatica militare romana. Come si è letto nei capitoli che precedono, Augusto aveva fondato l’Impero, sovrapponendo alle istituzioni della Repubblica la struttura iniziatica degli equites romani, senza con questo abrogarle. Il capo delle gerarchie iniziatiche cavalleresche assumeva così direttamente ad interim il potere supremo dello Stato che le istituzioni politiche esteriori non erano state più in grado di esercitare1.​
          La carica di Imperator si era poi tramandata in forma invisibile presso le organizzazioni iniziatiche militari dei patrizi di stirpe romana o gallo-romana e presso il Senato della città di Roma. Nella notte di Natale dell’anno 800, una seconda volta un Imperator si manifestava all’esteriore per assumere il controllo della cristianità barbarica, sovrapponendo il Sacro Romano Impero2 al Regno dei Franchi, al Regno dei Longobardi, ai principati Sassoni, Avari, della Galizia, delle Asturie, della Scozia e ad altri domini, unificando le diverse istituzioni temporali in una monarchia universale.
          Nell’antica tradizione romana, con Regnum s’intendeva l’organizzazione sacra della Repubblica3. Il Regnum, anche se comprendeva uno spazio territoriale limitato, era considerato unico e universale, estendendo i benefici spirituali dell’ordine cosmico che garantiva, fino ai più remoti angoli della Terra. Il Regnum era l’erede diretto del regno di Saturno, il Re dell’Età dell’Oro (Satya yuga). Con l’instaurazione del governo consolare, il titolo di Rex fu ridotto alla sua semplice funzione rituale (Rex sacrorum), annullando ogni altro potere sacro e temporale. In questo modo s’iniziò a distinguere nelle funzioni tradizionali del Patricius Romanus il potere sacro da quello “profano”, tendenza che, con l’andar dei secoli, ridurrà sempre di più le caratteristiche carismatiche e spirituali del patriziato, in favore di quelle temporali.
          L’espansione territoriale di Roma, assieme al depotenziamento della carica del Rex sacrorum, rese evidente l’esistenza di una molteplicità di regni che vennero a federarsi al dominio romano. Fu quasi come se il Regnum primordiale si fosse frantumato in una moltitudine di monarchie che, prive di una funzione universale, si limitavano vicendevolmente. Con l’Impero, Augusto restaurò l’universalità del Regnum. Ciò accadde esattamente anche quando fu fondato il Sacro Romano Impero. Perciò l’Impero, in Occidente, ebbe sempre il senso di una restaurazione del Regno primordiale dopo la sua frantumazione causata dalle tribolazioni dell’Età del Ferro (Kaliyuga)4.
          Il rito d’incoronazione di Carlo Magno si concluse con l’atto di sottomissione del papa. In questo modo il papa assumeva la funzione di consacrazione religiosa dell’Imperatore, privilegio del suo status sacerdotale, e, allo stesso tempo, si dichiarava personalmente suddito dell’Impero. A sua volta, l’Imperatore assumeva l’incarico di protettore, garante della fede e giudice supremo della Chiesa, mentre affermava la sua fede nel papa in quanto ritualista. Come Protector Fidei, Carlo svolgeva la sua funzione di guerriero difendendo la Cristianità dai barbari ariani, dai seguaci dello sciamanesimo germanico o avaro o dall’aggressione islamica. Come garante della fede, egli interveniva per difendere la dottrina cristiana dalle distorsioni ed eresie: fu lui a prendere la posizione corretta nei confronti dell’iconoclastia, anche contro il parere confuso di Leone III. Fu lui che intervenne per sostenere la dottrina del Filioque nel Credo niceno5, superando l’incapacità del papa a prendere una posizione teologica. Egli, come Costantino prima di lui e i suoi contemporanei Basileis di Bisanzio, convocò e presiedette i Concili vescovili. Fu lui che, come giudice supremo, giudicava, puniva o assolveva papi, vescovi, preti e laici accusati di colpe, reati ed eresie, proseguendo la missione di correzione del clero e di ricristianizzazione dell’Europa intrapresa da S. Bonifacio. Egli si attenne con scrupolo e lealtà a questa sua funzione universale.​
          Il papa, a sua volta, garantiva ritualmente la sacralità della cristianità e dell’Impero. Tuttavia il vescovo di Roma approfittò della rinascita dell’Impero Romano d’Occidente per rompere quel vincolo di dipendenza che fino allora aveva mantenuto nei confronti del Basileus bizantino6. Ma ancor più sfruttò la situazione per prendere le distanze dai vescovi greci dell’Impero d’Oriente che, fino a quel momento era stato costretto a considerare suoi pari e, spesso, superiori a lui in sapienza. Infatti, nell’Europa latina il papa, avvalendosi del fatto che la sua sede era stata la capitale carismatica dell’Impero Romano, aveva già posto in uno stato di soggezione vescovi e arcivescovi d’Italia, Gallia, Germania, Britannia e Spagna. In questo modo il suo “primato petrino” era definitivamente sancito. Tuttavia, già prima della Restauratio Imperii, la corte papale aveva fatto circolare la Donazione di Costantino, quel documento falsificato che sanciva la nascita di uno Stato pontificio, che affermava la superiorità del papa di Roma su tutte le gerarchie ecclesiastiche cristiane e perfino sull’Imperatore. La dichiarazione di sudditanza del papa a Carlo Magno non poté, dunque, essere considerata sincera7. Infatti, nei primi anni del IX secolo la corte papale cominciò a far circolare subdolamente altri falsi documenti, datati in forma fraudolenta ai secoli precedenti, conosciuti come Decretales8. In essi s’insinuava che l’autorità imperiale dipendeva esclusivamente dalla consacrazione papale, perciò il papa doveva essere considerato superiore all’Imperatore. Come il papa consacrandolo “faceva” di un Re un Imperatore, così, di converso, lo poteva deporre sconsacrandolo con la scomunica. Tuttavia, finché Carlo fu in vita, queste pretese rimasero prudentemente occultate. Vennero lentamente a galla con i suoi successori, che certamente non dimostrarono la stessa determinazione e potenza interiore di Carlo Magno.​
          Infine, Carlo cominciò a plasmare la costituzione sociale del suo Impero modellandola sulla struttura dell’organizzazione iniziatica di cui era Gran Maestro (lat. Imperator, sskr. mahāsvāmī). Con lui e con i suoi successori, l’Impero assunse una nuova forma amministrativa che più tardi fu definita Feudalesimo.

          Gian Giuseppe Filippi

          1. La totale ignoranza di che cosa sia l’iniziazione impedisce agli storici moderni e contemporanei di comprendere la vera natura di questo processo. Giudicando la fondazione dell’Impero augusteo e di quello carolingio in base a concezioni e pregiudizi profani, essi considerano questi passaggi storici come “colpi di Stato” o “instaurazioni di dittature” riducendo alla portata della loro meschina mentalità ed erudizione eventi di portata universale. Per loro, infatti, rimane incomprensibile la continuità funzionale delle magistrature precedenti, nonostante l’avvento di quello che considerano una violazione della moderna idea sullo “stato di diritto”.[↩]
          2. Per ragioni del tutto incomprensibili, gli storici “medievisti”, come in italiano amano farsi chiamare, attribuiscono questa definizione ufficiale dell’Impero cristiano solo alla dinastia imperiale di Sassonia (962-1024). Altri, francesi e italiani, soprattutto in chiave nazionalistica anti tedesca, preferiscono definirlo “Impero Germanico” o “Sacro Romano Impero della Nazione Germanica”, al fine di ridurne la portata universalistica. Di fatto questa ultima definizione si riscontra per la prima volta durante il regno di Massimiliano I (1459-1519), ma non fu mai la dicitura ufficiale dell’Impero (Joachim Whaley, Germany and the Holy Roman Empire, vol. 1, Oxford, University of Oxford Publs., 2002, p. 17). La sua abrogazione nel 1806, richiesta da un Napoleone appena uscito dalla Rivoluzione Francese, fu ufficialmente la fine del Sacro Romano Impero fondato da Carlo Magno (James Bryce, Il Sacro Romano Impero, Paolo Mazzeranghi (a cura di), Crotone, D’Ettoris Ed., 2017 (I ed.: The Holy Roman Empire, London, Macmillan Ed., 1864), p. 204). In realtà la denominazione “Impero della Nazione Germanica” deve essersi riferita non allo Stato, ma all’organizzazione iniziatica militare che gli ha dato la sua forma all’esteriore. Infatti si trattava di una confraternita di militari (milites) che l’iniziazione faceva “rinascere fratelli” (lat. natione germani).[↩]
          3. Res publica in latino non ha mai avuto il senso moderno di “repubblica” come regime elettivo egualitario, triste risultato delle rivoluzioni borghesi. Res publica, la cosa pubblica, indicava la concezione sacra dello Stato inteso come il dominio dell’essoterismo, indipendentemente dalla sua forma di governo monarchico, aristocratico o democratico. Al contrario con Res abscondita (la cosa segreta) si intendeva l’esoterismo, dominio delle iniziazioni misteriche.[↩]
          4. Naturalmente, quanto stiamo esponendo riguarda l’Impero nella sua accezione tradizionale (com’è in India il Regno universale del Cakravartin) e non le sue caricature moderne, come gli imperi napoleonici né, tantomeno, le pure e semplici spudorate usurpazioni di questo titolo da parte dei re d’Inghilterra (“Impero” delle Indie), di Prussia (“Impero” di Germania) o d’Italia (“Impero” d’Abissinia). Infine non perderemo tempo a distinguere l’Imperium tradizionale dal suo rovesciamento liberale, fascista o comunista, vale a dire l’imperialismo coloniale francese, britannico, nipponico, sovietico, statunitense e cinese, che consiste nell’espansione territoriale violenta al fine di sfruttare economicamente nazioni più piccole o più deboli.[↩]
          5. Ritorneremo più avanti sulle differenze dottrinali tra Chiesa cattolica latina e Chiesa ortodossa greca.[↩]
          6. Fino a Leone III tutti gli eletti e acclamati papi dovevano attendere la conferma del Basileus per essere consacrati. Da Carlo Magno in poi il diritto di veto (Jus Exclusivæ) all’elezione papale passò come privilegio al Sacro Romano Imperatore, privilegio che passò poi al suo ultimo erede storico, l’Imperatore d’Austria. Questo privilegio scomparve con lo smembramento dell’Impero Austro-ungarico a conclusione della prima guerra mondiale. Cfr. Ambrogio Piazzoni, Storia delle elezioni pontificie, Bologna, Ed. Piemme, 2003.[↩]
          7. Questo comportamento disdicevole può essere spiegato con le generalmente basse origini sociali dei papi del periodo, innalzati spesso indegnamente a un posto di grande prestigio e di potere. Inoltre dopo S. Gregorio Magno (590-604) fino all’elezione di Leone III (795-816) si conta con un solo monaco eletto papa: S. Zaccaria (741-752). Molto poco, considerando che in quel periodo si succedettero ben 32 papi (Claudio Rendina, I Papi, storia e segreti, Roma, Newton Compton ed., 1984, pp. 219-222). Non si devono dimenticare le generali condizioni di corruzione e ignoranza miste a sete di potere e di ricchezza dei preti secolari di quel periodo. Inoltre, solamente in ambiente monastico si era mantenuta la trasmissione dell’iniziazione sacerdotale; in tutto l’alto medioevo negli antichi territori dell’Impero d’Occidente i monaci e il clero esteriore intrattennero dei rapporti tesi, essendo i preti secolari e le loro le massime gerarchie incapaci ormai di capire in cosa consistesse l’esoterismo. Questo spiega anche le future pessime relazioni tra Imperatori e Papi. I primi, infatti, erano espressioni di organizzazioni iniziatiche, mentre i secondi, se non erano monaci, generalmente non sapevano neppure cosa fosse l’iniziazione.[↩]
          8. H.C. Lea, Le origini del Potere Temporale dei Papi, Livorno, Bastogi Ed., 1976 (I ed. Mendrisio 1915), pp. 60-83.[↩]

          32. The Holy Roman Empire

            The Holy Roman Empire

            With the coronation of Charlemagne, not only did the Roman Empire re-emerged on the surface of the diluvial waters of the barbarian invasions, but also the title of Imperator, which designated the head of the Roman military initiatic organization. As already mentioned in the preceding chapters, Augustus was the founder of the Empire. Under his direction, the initiatic structure of the equites was conveniently laid over the former Republican institutions with the purpose of preserving them. Thus, the head of the chivalry initiatic hierarchy directly assumed ad interim the supreme power of the State, which the exterior political institutions were no longer able to exercise1.​
            The office of Imperator then passed down in an inconspicuous guise within the initiatic military organizations of Roman or Gallo-Roman patrician descent and the Senate of the city of Rome. But on the Christmas night of 800, the Imperator came out into the open to take control of the barbarian Christianity and to superimpose the Holy Roman Empire2 to the Frankish and Lombard Kingdoms, to the Saxon, Avarian, Galician, Asturian, Scottish Princedoms and to other domains, unifying different temporal institutions into a universal monarchy.
            In ancient Roman tradition, the term Regnum designated the sacred organization of the Republic3. The Regnum, although limited within a specific territory, was considered unique and universal, extending the spiritual benefits of the cosmic order guaranteed by it to the most remote corners of the Earth. The Regnum was the direct heir of the Realm of Saturn, the King of the Golden Age (Satya yuga). With the establishment of the consular government, the title of Rex was reduced to its simple ritual function (Rex sacrorum), annulling all other sacred and temporal powers that originally came with it. In this way, in the traditional functions of the Patricius Romanus began to arise the distinction between the sacred and the “profane” powers, a tendency that with the passage of the centuries invariably diminished the charismatic and spiritual characteristics of the Patriciate in favor of the temporal ones.​
            The territorial expansion of Rome, together with the weakening of the role of the Rex sacrorum, made evident the existence of a multiplicity of kingdoms that came to federate under the Roman rule. It was almost as if the primordial Regnum had shattered into a multitude of monarchies that, without any universal function, were instead keeping each other within bounds. With the Empire, Augustus restored the universality of the Regnum. The same happened when the Holy Roman Empire was founded. Thus, the Empire, in Western civilization, was always propelled by a sense of restoration of the primordial Kingdom following the crushing caused by the tribulations of the Iron Age (Kali yuga)4.​
            The coronation ritual of Charlemagne ended with the act of submission of the Pope. In this way the Pope assumed the role of religious consecrator of the Emperor, privilege of his priestly status, declaring at the same time his submission to the Empire. In turn, the Emperor assumed the role of protector, guarantor of the faith and supreme judge of the Church, putting at the same time faith in the Pope as ritualist. As Protector Fidei (protector of religion), Charles played his function as a warrior who defended Christianity from the Arian barbarians, from the followers of the Germanic and Avarian shamanism, and from the Islamic aggression. As guarantor of the faith, he intervened to defend the Christian doctrine from distortions and heresies. It was he who took the correct stand in the Iconoclastic controversy, even against the confused opinion of Leo III. It was he who intervened in support of the doctrine of the Filioque in the Nicene Creed5, overcoming the Pope’s incapacity to take any theological position. Like Constantine before him and his contemporary Basileis of Byzantium, he convened and presided over the bishop’s councils. It was he who, as the supreme justice, judged, punished or absolved Popes, bishops, priests and lay people accused of transgressions, crimes and heresy, carrying on the mission of correction of the clergy and of the re-Christianization of Europe undertaken by St. Boniface. He was scrupulous and loyal to his universal function.​
            The Pope, in turn, ritually guaranteed the sacredness of Christendom and of the Empire. However, the bishop of Rome took advantage of the rebirth of the Western Roman Empire to break the bond of dependence on the Byzantine Emperor6 that he had maintained until then. But even more, he took advantage of the situation to distance himself from the Greek bishops of the Eastern Empire, whom until then he had to regard as his peers, if not even superior to him in wisdom. In fact, in Latin Europe, the Pope, with the excuse that his see was the charismatic capital of the Roman Empire, had already placed the bishops and archbishops of Italy, Gaul, Germany, Britain and Spain in a state of subjection. In this way the “Petrine primacy” was definitively sanctioned. However, even before the Restauratio Imperii (Empire restoration), the Papal Court had already circulated the so-called Donation of Constantine, that forged document that legitimized the birth of a Papal State, in which the superiority of the Pope of Rome over all Christian ecclesiastical hierarchies and even over the very Emperor was falsely affirmed. Therefore, the declaration of the Pope’s subjection to Charlemagne could not be considered sincere7. In fact, in the early years of the 9th century the Papal Court secretly began to circulate other false documents, fraudulently dated to previous centuries, known as Decretales8. In these documents it was insinuated that the Imperial Authority depended exclusively on the Papal consecration, therefore the Pope had to be considered superior to the Emperor. In the same way that the Pope could consecrate Emperor a King, so could also deconsecrate him with the excommunication. But until Charles was alive these claims remained prudently concealed. They began to spread slowly only with his successors, who certainly did not show the same determination and interior strength of Charlemagne.​
            Finally, Charles began to shape the social constitution of his Empire by modeling it on the structure of the initiatic organization of which he was the Grandmaster (lat. Imperator, sskr. mahāsvāmī). With him and his successors the Empire assumed a new administrative configuration that went down in history with the name of Feudalism.

            Gian Giuseppe Filippi

            1. The complete ignorance concerning the nature of initiation has prevented modern and contemporary historians from understanding the true significance of this process. By examining the foundation of the Augustan and the Carolingian Empires on the basis of their profane conceptions and prejudices, they regard these historical developments as “coups d’état” or “institution of dictatorships”, reducing events of universal scope to the extent of their petty mentality and erudition. For them, in fact, the operative continuity of the previous magistracies remains unexplainable and in blatant contradiction with the establishment of what they mistakenly identify as violations of the modern concept of the “rule of law”.[↩]
            2. For completely incomprehensible reasons, the medievalist historians have attributed this official definition of the Christian Empire only to the Imperial dynasty of Saxony (962-1024). Other French and Italian historians, especially in an anti-German nationalistic sense, have preferred to call it “Germanic Empire” or “Holy Roman Empire of the Germanic Nation”, in order to reduce its universalistic scope. In truth, this last definition appears for the first time during the reign of Maximilian I (1459-1519), without ever becoming however the official name of the Empire (Joachim Whaley, Germany and the Holy Roman Empire, Volume 1, Oxford, University of Oxford Publs., 2002, p.17). Its abrogation in 1806 requested by Napoleon, who had just emerged from the ashes of the French Revolution, was officially the end of the Holy Roman Empire founded by Charlemagne (James Bryce, Il Sacro Romano Impero, Paolo Mazzeranghi (ed.), Crotone, D’Ettoris Ed., 2017 (I ed .: The Holy Roman Empire, London, Macmillan Ed., 1864), page 204). In reality the name “Empire of the Germanic Nation” must be referred not to the State, but to the secret military initiatic organization which provided its external form. In fact, this was a confraternity of soldiers (lat. milites) whose initiates were “re-born brothers” (lat. natione germani).[↩]
            3. In Latin, Res publica never assumed the modern sense of “republic” as an egalitarian elective regime, the sad result of bourgeois revolutions. Res publica, the public matter, indicated the sacred concept of the State understood as the domain of exoterism, independently of its monarchical, aristocratic or democratic form of government. On the contrary, Res abscondita (the secret matter) meant esoterism, the domain of the mysteric initiations.[↩]
            4. Obviously, what we are exposing here deals with the Empire in its traditional meaning (as in India is with the Universal Kingdom of Cakravartin) and not with its modern caricatures, such as the Napoleonic empires, let alone the shameless usurpations of this title made by the kings of England (“Empire” of the Indies), of Prussia (“Empire” of Germany) and of Italy (“Empire” of Abyssinia), among others. Finally, we will not waste time in differentiating the traditional Imperium from its liberal, fascist or communist parodies, namely the French, British, Japanese, Soviet, American and Chinese colonial imperialism, which consist of violent territorial expansion with the sole purpose of exploiting economically weaker and smaller nations.[↩]
            5. We will return later on the doctrinal differences between the Latin Catholic Church and the Greek Orthodox Church.[↩]
            6. Until Leo III, all the elected and acclaimed Popes had to wait for the confirmation from the Basileus before being consecrated. From Charlemagne onwards, the right of veto (Jus Exclusivæ) on the papal election became prerogative of the Holy Roman Emperor, a privilege that later passed down to his last historical heir, the Emperor of Austria. This privilege disappeared with the dismemberment of the Austro-Hungarian Empire at the end of the First World War. See Ambrogio Piazzoni, Storia delle elezioni pontificie, Ed. Piemme, 2003.[↩]
            7. This deplorable behavior can be explained by the generally low social origins of the Popes of that period, often unworthily raised to a status of great prestige and power. Moreover, in the period between St. Gregory the Great (590-604 and Leo III (795-816) we count with only one monk elected pope: St. Zechariah (741-752). Very little if we consider that in this interval  32 popes succeeded each other (Claudio Rendina, I Papi, storia e segreti, Rome, Newton Compton ed., 1984, pp. 219-222). We must not forget the general conditions of corruption and ignorance combined with thirst for power and wealth of the secular priests of that period. Moreover, only in the monastic circles was the transmission of priestly initiation maintained. Throughout the High Middle Ages in the ancient territories of the Western Empire, monks and the exterior clergy maintained strained relations, being the secular priests and their highest hierarchies incapable of understanding what the esoterism consisted of. This also explains the future poor relations between Emperors and Popes. The former, in fact, were expressions of initiatic organizations, whereas the latter, when they were not monks, generally did not even know what initiation was.[↩]
            8. H.C. Lea, Le origini del Potere Temporale dei Papi, Livorno, Bastogi Ed., 1976 (I ed. Mendrisio 1915), pp. 60-83.[↩]