1 Luglio, 2018

26. Il primo secolo del Cristianesimo

Il primo secolo del Cristianesimo

Dopo che lo Spirito prese possesso dei loro cuori, gli apostoli e i discepoli del Cristo cominciarono ad andare in giro per villaggi e città compiendo guarigioni prodigiose. Spesso nuovamente posseduti, parlavano lingue che non conoscevano. Non erano i soli. In Palestina, quel periodo era segnato da agitazione, violenza e fanatismo religioso e ovunque agitatori sociali si proclamavano profeti o Messia, predicando il crollo dell’Impero Romano, l’avvento del Regno di Israele su tutta la terra e la prossima fine del mondo. Compivano prodigi, miracoli e magie. Gli ebrei di tutte le correnti partecipavano a questa atmosfera frenetica e spesso scoppiavano tumulti, ribellioni e atti di terrorismo. Questa follia influenzava anche le tante comunità di ebrei della Diaspora, residenti nelle grandi città dell’Impero. Questo contrastava con l’atmosfera generale di tutti gli altri popoli che facevano parte del vastissimo Impero Romano. La restaurazione della monarchia nella forma imperiale aveva garantito ovunque pace e prosperità. I sudditi di Roma riconoscevano nella pace romana (pax Romana) il favore degli Dei e consideravano l’Imperatore come un divino rappresentante del cielo sulla terra. Questo ambiente idilliaco era considerato come un ritorno dell’Età dell’Oro. L’unica eccezione era la Palestina dove la follia degli ebrei e dei cristiani offuscava l’armonia imperiale. I romani avevano conquistato la Palestina nel 63 a.C. Avevano però lasciato il regno della Palestina alla dinastia ebraica degli erodiani. Si trattava perciò di un protettorato con ampia autonomia.
Anche se Erode il Grande diede ordine di ricostruire il Tempio di Gerusalemme, gli ebrei odiarono lui e i suoi successori perché avevano una mente aperta alla cultura greco-romana. Oggetto dello stesso odio furono anche i sadducei, i kohanim del Tempio che costituivano il Sinedrio, governo e parlamento dello stato ebraico, sospettati di collaborazionismo con i Romani. Davanti alle continue violenze provocate da nazarei e zeloti, i Romani assunsero per due volte il diretto controllo della Palestina nel tentativo di restaurare l’ordine.
La situazione era davvero grave: sicari, assassini e zeloti infestavano le città e i villaggi; le campagne erano devastate da briganti che approfittavano del caos generale per assaltare carovane e fattorie. La costa pullulava di barche pirate camuffate da barche da pesca. Nazarei e farisei assalivano i sacerdoti del Tempio e le loro famiglie, e si combattevano tra loro oppure denunciavano i rivali all’autorità romana per disfarsi di loro. La Chiesa si era strutturata a immagine del Sinedrio, perciò era fatale che tra il vero Sinedrio del Tempio e quello nazareo della Chiesa scoppiasse una rivalità spesso feroce.
Gli apostoli avevano tentato di convincere gli ebrei delle comunità del medio oriente perché riconoscessero Gesù come Messia, ma gli ebrei continuavano a considerare il Messia come un Re trionfante, perciò non accettavano come tale Gesù, vinto e giustiziato. Perciò gli  apostoli preferirono convergere su Gerusalemme che era diventata sede del primo vescovado. Al contrario S. Paolo, più colto e con una preparazione iniziatica più profonda, continuava a riscuotere consensi e conversioni negli ambienti di ebrei e di semiconvertiti (ger-toshab) della Diaspora. Questi cominciarono a versare alla Chiesa di Gerusalemme la tassa che prima destinavano al Tempio. Con questi numerosi seguaci e con il loro peso finanziario, S. Paolo si presentò al primo Concilio cristiano di Gerusalemme. In quella riunione egli sostenne che l’antica legge mosaica era ormai abrogata e sostituita dall’insegnamento di Gesù e perciò si dovevano abolire le restrizioni alimentari, la circoncisione e l’intera legge esteriore ebraica. Chi aderiva al Cristianesimo doveva seguire solo gli insegnamenti di Gesù, Verbo di Dio, e abbandonare come superstizioni tutti gli usi e costumi precedenti. I cristiani, nuovo popolo eletto in senso spirituale, non dovevano più identificarsi con una singola razza. La sua abilità oratoria, la sua cultura, il prestigio di essere cittadino romano, gli appoggi delle comunità della Diaspora riuscirono ad aver la meglio sui rozzi apostoli recalcitranti. Certamente molti non accettarono di respingere la legge mosaica e così si formò una frattura tra la Chiesa paolina e la Chiesa nazarea. Quest’ultima a poco a poco rientrò nell’ebraismo fino a scomparire. 
Mentre la neonata Chiesa cristiana si spaccava nelle due fazioni paolina e nazarea, anche l’ebraismo regolare subiva la medesima sorte. Poiché i kohen del Tempio, gli unici veri sacerdoti del Giudaismo, erano quasi tutti sadducei, i pochi sacerdoti della minoranza farisea avevano deciso di separarsi appoggiandosi alla classe degli scribi. Costoro non erano della tribù di Levi, quindi non appartenevano alla casta sacerdotale. Erano dei dottori della legge laici, provenienti dalle tribù di Giuda e Beniamino, che avevano studiato i testi sacri e che gradualmente erano diventati indispensabili per l’amministrazione dell’Ebraismo mosaico. I farisei, con il loro appoggio, diedero nascita alle sinagoghe, luoghi di riunione che ben presto rivaleggiarono con il Tempio. Nelle Sinagoghe non potevano essere compiuti riti e sacrifici, perciò tutto si limitava a pubbliche preghiere, letture e prediche. Gli scribi tuttavia usurparono la benedizione del Sommo Sacerdote, che essi impartivano a conclusione delle assemblee. Con il passare del tempo anche nelle Sinagoghe i farisei di nascita sacerdotale scomparvero assorbiti dagli scribi che da allora assunsero il titolo di rabbini.
Nel frattempo gravi disordini scoppiarono in molte città dell’Impero. Nel 64 d.C. la stessa Roma fu devastata da un incendio che distrusse quattro quinti della città, che allora ospitava un milione e mezzo di abitanti. La responsabilità fu subito attribuita a ebrei e cristiani che così volevano realizzare una profezia ebraico-egiziana secondo la quale Roma sarebbe perita in un incendio. L’imperatore Nerone ordinò una indagine minuziosa e alla fine furono condannati a morte solo i cristiani che si dichiararono spontaneamente colpevoli. Poi l’Imperatore si prodigò per ricostruire la “capitale del mondo” (Caput Mundi). La repressione calmò le turbolente acque nelle città della Diaspora. Tuttavia nel 66 d.C. si scatenò a Gerusalemme una repentina rivolta sorta da futili motivi.​
Dopo alcuni primi successi i rivoltosi dovettero ripiegare e rinchiudersi in Gerusalemme. Alla guerra parteciparono due Imperatori: Vespasiano e suo figlio Tito. Fu una guerra sporca e crudele, in cui tutti combatterono contro tutti. Quando i Romani entrarono a Gerusalemme, gli zeloti si asserragliarono nel Tempio. Qui passarono a fil di spada i sacerdoti che accusarono di essere stati collaborazionisti dei Romani. Poi il Tempio fu distrutto, di lui non rimase pietra su pietra e Tito fece uccidere gli ultimi sacerdoti superstiti.​ La guerra finì nel sangue com’era cominciata: Tito fece arrestare e giustiziare tutti i discendenti diretti di re Davide, in modo da impedire che qualcuno più si proclamasse Messia. In questo modo l’antica religione ricevette un colpo dal quale non si sarebbe più ripresa: già in passato con la cattività babilonese i giudei avevano perso la pronuncia del nome del loro Dio, l’arca dell’alleanza e dieci tribù del loro popolo con le relative funzioni sociali. Ora era distrutto il Tempio e la casta sacerdotale, il che significava la perdita del loro centro religioso, dei riti e sacrifici sacerdotali. L’ebraismo antico era morto e al suo posto rimaneva solo la nuova riforma rabbinica. Gli scribi-rabbini non si rifacevano direttamente alla Tōrāh come i kohen, ma ai commenti orali (Mishnah) e scritti (Gemara) della tradizione rabbinica, il cosiddetto Talmud, ch’essi considerarono ancor più sacri. Con la scomparsa del sacerdozio ebraico, anche le comunità essene, i cui membri erano prevalentemente della tribù di Levi, entrarono in crisi e scomparvero. L’esoterismo giudaico continuò sotto forma di Qabbalah all’ombra delle sinagoghe e con trasmissione rabbinica.
In prossimità della guerra giudaica, il governo della Chiesa cristiana, cioè il Sinedrio nazareo, si rifugiò a Pella, per evitare arresti e rappresaglie da parte dei Romani, del Sinedrio del Tempio e delle diverse fazioni ribelli. Tuttavia zeloti e sicari cristiani parteciparono attivamente all’insurrezione, tanto che, a fine guerra, i Romani li perseguitarono in tutto l’oriente dell’Impero. Il Sinedrio nazareo dovette nascondersi e subire in continuazione perdite di vite umane e diserzioni di fedeli. Roma facilmente soffocava rivolte guidate da qualcuno che si proclamava Messia. Era però molto più preoccupante per l’Impero il fanatismo di chi seguiva un Messia morto che doveva ritornare in vita miracolosamente, per vincere Roma e dominare l’intero mondo.
Nel resto dell’Impero le comunità ebraico-cristiane della Diaspora non parteciparono alla ribellione. I motivi sono due: anzitutto quegli ebrei risiedevano da secoli in quelle città straniere e lì avevano i loro interessi, i loro beni e le loro reti commerciali; quasi tutti avevano perso l’uso dell’ebraico e dell’aramaico, in favore del greco e del latino e così erano stati profondamente influenzati dalla cultura ellenistico-romana. In secondo ordine veniva il timore per l’inflessibile punizione della giustizia imperiale, di cui avevano avuto prova nell’episodio dell’incendio di Roma.
La comunità ebraico-cristiana di Roma non aveva accolto con favore la predicazione di S. Paolo.​ Quando S. Paolo rimase per un paio d’anni agli arresti domiciliari a Roma, ricevette molte visite dei semi-convertiti, ma non di ebrei di nascita. Ma dopo la fine della guerra giudaica, gli ebrei romani si affrettarono ad assumere le dottrine di S. Paolo, che non erano ostili ai romani e che descrivevano Cristo non come un Re ebreo, ma come una manifestazione divina. Questo era un punto di vista molto più accettabile per i romani sia in senso religioso sia in senso politico. Le epistole di S. Paolo erano allora gli unici testi scritti del Nuovo Testamento. La comunità Cristiana di Roma le fece circolare in tutte le città dell’Impero, e questo spiega perché i Vangeli, che furono scritti almeno trent’anni più tardi, non fanno mai dire a Gesù di essere il Messia. In questo modo, dopo la scomparsa del Sinedrio del Tempio e dopo la dispersione del Sinedrio Nazareo, l’episcopato di Roma divenne egemone su tutti gli episcopati delle altre città dell’Impero. Alla fine del primo secolo d.C. Roma, capitale del vasto Impero, cominciava a imporsi anche come sede della più alta autorità cristiana, quella che assumerà poi il titolo sacerdotale romano di Pontefice Massimo, il Papa. L’antica religione mosaica così si spaccò in due nuove forme religiose: l’ebraismo riformato dei rabbini e la Chiesa cristiana di Roma.

Gian Giuseppe Filippi

26. The first century of Christianity

The first century of Christianity

After the Spirit took possession of their hearts, the apostles and the disciples of the Christ began to wander villages and cities performing miraculous healings. Often once again possessed, they spoke languages they did not know. They were not the only ones. In Palestine, that period was marked by turmoil, violence and religious fanaticism and everywhere social agitators proclaimed new prophets or Messiah, preaching the collapse of the Roman Empire, the advent of the Kingdom of Israel over the whole earth and the coming of the end of the world. They performed wonders, miracles and magic. The Jews of all the currents participated in this frantic atmosphere and riots, rebellions and acts of terrorism often broke out. This folly also influenced the many communities of Jews in the Diaspora, residing in the great cities of the Empire. This was in contrast with the general atmosphere of all the other peoples who were part of the vast Roman Empire. The restoration of the monarchy in the Imperial form had guaranteed peace and prosperity everywhere. The subjects of Rome recognized in the Roman peace (Pax Romana) the favor of the Gods and considered the Emperor as a divine representative of heaven on earth. This idyllic setting was considered a return to the Age of Gold. The only exception was Palestine where the madness of the Jews and Christians overshadowed the Imperial harmony. The Romans had conquered Palestine in 63 B.C. They, however, had left the kingdom of Palestine to the Jewish dynasty of the Herodians. It was therefore a protectorate with wide autonomy.​ Although Herod the Great gave orders to rebuild the Temple of Jerusalem, the Jews hated him and his successors because they had an open mind towards Greco-Roman culture. Also the Sadducees, the kohanim of the Temple who constituted the Sanhedrin, government and parliament of the Jewish state, were under susppicion of collaborating with the Romans. Due to the continuing violence caused by Nazareans and Zealots, the Romans twice took direct control of Palestine in an attempt to restore order. The situation was very hard: assassins, sicarians and zealots infested cities and villages; the country was devastated by bandits who took advantage from the general chaos assaulting caravans and farms. The coast was teeming with pirate boats disguised as fishing boats. Nazareans and Pharisees attacked the priests of the Temple and their families, and fought each other. They also denounced their rivals to the Roman authority to get rid of them. The Church of Jerusalem was structured in the image of the Sanhedrin; so it was inevitable that between the original Sanhedrin of the Temple and the new Nazarean Church a often ferocious rivalry broke out.​ The apostles had tried to convince the Jews of the Middle East communities to recognize Jesus as Messiah. But the Jews continued to regard the Messiah as a triumphant King, so they did not accept as Messiah the defeated and executed Jesus. For this reason the apostles preferred to converge on Jerusalem which had become the seat of the first Bishopric. On the other hand St. Paul, more educated and with a deeper initiatic preparation, continued to collect consents and conversions in the circles of Jews and semi-converted (ger-toshab) of the Diaspora. They began to pay to the Church of Jerusalem, the tax which they previously had assigned to the Temple.​ With these numerous followers and with their financial weight, St. Paul participated to the first Christian Council in Jerusalem. During that meeting he maintained that the ancient Moses’ law was now to be repealed and replaced with the teaching of Jesus. Therefore, food restrictions, circumcision and the entire Jewish exterior law had to be abolished. Those who adhered to Christianity had to follow only the teachings of Jesus, the Verb of God, and let go and consider as superstitions all the previous customs and habits. Christians, the new people elected in spiritual sense, no longer had to identify with a single race or nation. His oratorical skills, his culture, the prestige of being a Roman citizen, the support of the Diaspora communities succeeded in overcoming the uncouth recalcitrant apostles. Certainly many of them did not accept to reject the Moses’ law and so a fracture grew between the Pauline Church and the Nazarean Church. The latter gradually was reabsorbed in Judaism until its disappearance.​
When the newborn Christian Church split into the two Pauline and Nazarean factions, also the regular Judaism suffered the same destiny. Since the kohens of the Temple, the only true priests of the Jewish religion, were almost all Sadducees, the few priests of the Pharisees minority decided to separate themselves by leaning on the class of scribes. They were not from the tribe of Levi, so they did not belong to the priestly caste. They were secular doctors of the low, born in the tribes of Judah and Benjamin who had studied the sacred texts and gradually became indispensable to the administration of Moses’ Judaism. The Pharisees, with their support, gave birth to the synagogues, meeting places that soon rivaled the Temple.​ In the Synagogues rites and sacrifices could not be performed, so everything was limited to public prayers, readings and sermons. The scribes, however, usurped the blessing of the High Priest, which they gave at the conclusion of the assemblies. With the passing of time even in the Synagogues the Pharisees of priestly birth disappeared absorbed by the scribes who since then assumed the title of rabbis. Meanwhile, serious riots broke out in many cities of the Empire. In 64 d.C., Rome itself was devastated by a fire that destroyed four fifths of that city with one and a half million inhabitants. The responsibility was immediately attributed to Jews and Christians who wanted to realize a Hebrew-Egyptian prophecy according to which Rome would perish in a fire. Emperor Nero ordered a meticulous investigation and at the end only the Christians who spontaneously declared themselves guilty were condemned to death. After that the Emperor strove to rebuild the “Capital of the world” (Lat.: Caput Mundi). The repression calmed the turbulent waters in the cities of the Diaspora. However in 66 d.C. a sudden revolt arose in Jerusalem from futile motives.​ After some initial successes, the rebels had to withdraw and barricade themselves up in Jerusalem. Two Emperors participated in the war: Vespasian and his son Titus. It was a dirty and cruel war, in which everyone fought against everyone. When the Romans entered Jerusalem, the Zealots barricaded themselves in the Temple. Here they put to the sword the priests accused of being collaborators of the Romans. Finally the Temple was destroyed being torn down stone by stone; and Titus killed the last surviving priests.​ 
In this way the ancient religion received a blow from which it would not have recovered: in the past, during the Babylonian captivity, the Jews had lost the pronunciation of the name of their God, the Ark of the Covenant and ten tribes of their people with the relative social functions.​ The Temple and the priestly caste were completely destroyed; this caused not only the loss of the priestly rites and sacrifices but also the loss of their own very religious center. The war ended in blood as it began: Titus arrested and executed all the direct descendants of King David, so as to prevent anyone proclaiming himself Messiah. Ancient Judaism was dead and in its place it only the new rabbinical reformed religion remained. The scribes-rabbis did not refer directly to the Tōrāh like did the kohens, but mostly to the oral comments (Mishnah) and writings (Gemara) of the rabbinic tradition, the so-called Talmud, that they considered even more sacred then the Old Testament. With the disappearance of the Jewish priesthood, even the Essenian communities, whose members were predominantly of the tribe of Levi, suffered the same crisis and disappeared. The Jewish esoterism continued in the form of Qabbalah in the shadow of the synagogues and with a rabbinic transmission.
On the eve of the Jewish war, the government of the Christian Church, i.e. the Nazarean Sanhedrin, took refuge in the city of Pella, to avoid arrests and reprisals by the Romans, by the real Sanhedrin of the Temple and by the different rebel factions. However, Christian zealots and sicarii actively participated in the insurrection, to such an extent that, at the end of the war, the Romans persecuted them everywhere in the East part of the Empire. The nazarean Sanhedrin had to hide and suffer losses of human lives and desertions from the faith. Rome easily stifled revolts led by someone who proclaimed himself Messiah. But for the Empire the fanaticism of the followers of a dead Messiah who was supposed to return miraculously to life, to win Rome and dominate the whole world, was more dangerous.
In the West part of the Empire, the Jewish-Christian communities of the Diaspora did not participate in the rebellion. There are two main reasons for this behavior. First of all, the Jews who had lived in foreign cities for centuries had their interests, assets and commercial networks there. Most of them had lost the use of Hebrew and Aramaic languages, in favor of Greek and Latin, and so had been profoundly influenced by Hellenistic-Roman culture. Secondly, they feared of the inflexible punishment of Imperial justice, which they had suffered during the fire of Rome. The Jewish-Christian community of Rome did not welcome the preaching of St. Paul. While St. Paul was under house arrest for a couple of years in Rome, he received many semi-converted visitors, but none of them was Jews by birth. After the end of the Jewish war, Roman Jews followed the doctrines of St. Paul, which were not hostile to the Romans and did not describe Christ as a Jewish King, but as a divine manifestation. This was a much more acceptable to the Romans both in the religious and in the political sense.​
The epistles of St. Paul were then the only written texts of the New Testament. The Christian community of Rome diffused them in all the cities of the Empire, and this explains why the Gospels, which were written at least thirty years later, never describe Jesus as the Messiah. In this way, after the disappearance of the Sanhedrin of the Temple and after the dispersion of the Nazarean Sanhedrin, the episcopate of Rome became hegemonic over all the episcopates of the other cities of the Empire. At the end of the first century AD Rome, capital of the vast Empire, established itself as the seat of the highest Christian authority, assuming the Roman priestly title of Pontifex Maximus, the Pope. Thus the ancient Moses’ religion split into two new religious forms: the Talmudist Judaism reformed by the rabbis and the Christian Church of Rome based on the pauline doctrine.

Gian Giuseppe Filippi