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Marzo 2018

21. Le religioni semitiche

    Le religioni semitiche

    I Sumeri arrivarono nella Mesopotamia meridionale (l’attuale Iraq) intorno al 4000 a.C. Secondo le loro fonti scritte, arrivarono via mare dall’Oriente1. Le popolazioni che hanno trovato in quell’area e che hanno sottomesso erano il ramo semitico dei popoli del mare, che abbiamo già trovato come eredi della civiltà degenerata di Atlantide. La civiltà sumera fu la prima che in Asia occidentale usava una forma di scrittura, prima in forma pittografica, poi in un alfabeto cuneiforme stilizzato2. La loro lingua per molti versi sembra simile agli idiomi austroasiatici da un lato e quelli turchi dall’altro. I Sumeri non formarono mai un’unità statale, ma furono organizzati in diverse città-stato indipendenti. Per questo motivo ogni città aveva la sua divinità protettrice e perciò è piuttosto difficile avere un’idea unificata della loro religione. Certamente tutti riconoscevano una triade principale di dei: An, Dio del cielo, Enlil, Dio dell’atmosfera ed Enki, Signore della terra e delle acque sotterranee3. Ma fin dai primordi, il Dio più potente di tale triade fu considerato Enki (il Signore della Terra), dimostrando che la religione pan-sumera era stata ben presto influenzata dal sostrato sociale semitico. La casta sacerdotale, riconosciuta in tutte le città sumere come la più elevata classe sociale, era costituita dai caldei. Erano i rappresentanti sulla terra del Dio del cielo, An e di altri poteri celesti come la dea Namma, le acque superiori, Inanna, il pianeta Venere che era anche la dea dell’amore, Ningal, la dea della Luna e Utu, il sole4.
    I Sumeri si auto definivano “le teste nere”5, mentre il nome con cui sono conosciuti ancor oggi deriva dalla parola accadica “Šumer”. La popolazione accadica, stabilita a nord del territorio sumero, era di origine semitica, ma la sua classe dominante era certamente composta da sacerdoti caldei e kṣatriya provenienti dall’India, come dimostra il nome di alcuni dei loro Re più famosi, come Naramsin. Pertanto, non è improbabile che identificassero il territorio sumero con il centro del mondo rappresentato dall’aureo monte Meru (Su-Meru). D’altra parte, è ben noto che anche più a nord, nell’area attualmente compresa tra Iraq, Siria e Turchia, vi era una civiltà di origine simile a quella sumera e accadica: la civiltà dei Mitanni. Questi ultimi hanno lasciato alcune steli di pietra con incise invocazioni agli dei vedici Mitra, Varuṇa, Indra e ai gemelli Nasatya (Nāsatyau, cioè gli Aśvin). Con il passare dei secoli, tuttavia, i più bassi strati semitici della popolazione di queste antiche civiltà si ribellarono e rovesciarono le più alte caste dal potere. Intorno al 2000 a.C. la confederazione sumera fu sopraffatta dalla rivolta babilonese, e così questa popolazione semita prese il potere e fondò il regno di Babilonia nel sud della Mesopotamia. E qui si può notare una delle caratteristiche tipiche di tutte le civiltà semitiche. Gli Dei di altre tradizioni, considerati uguali ai peggiori demoni, furono sostituiti da quelli semitici6. Così Namma, la Dea Sumera delle acque superiori e la moglie del dio delle acque inferiori, Apsu (Sskr. Aspa), chiamata dai Babilonesi Tiāmat (Sskr. Devīmāta), fu trasformata in un mostro marino che doveva essere combattuto e ucciso. Marduk, il dio babilonese degli uragani o dei tornado di sabbia infuocata7, riuscì a usurpare il trono al dio sumero e a uccidere la dea Tiāmat. Tuttavia, accanto al nuovo sacerdozio babilonese, la tradizione sacerdotale dei caldei rimase viva e sopravvisse anche quando il ricordo dei babilonesi era scomparso. Peggior sorte colse la tradizione sumero-accadica nel suo complesso: intorno allo stesso periodo, all’inizio del secondo millennio a.C., il substrato semitico emerse anche nel nord della Mesopotamia quando fu stabilito il regno assiro8 distruggendo la civiltà accadica. Come afferma il loro stesso nome, gli Assiri (Asur) passarono alla storia per la loro crudeltà: sterminarono i membri del sacerdozio caldeo, così come intere popolazioni che avevano sottomesso. Gli Assiri rovesciarono anche le gerarchie degli Dei Sumeri e stabilirono il loro Dio Assur come la divinità suprema.
    Nel diciannovesimo secolo a.C. un gruppo di tribù semitiche, che comprende anche gli ebrei, invase la Mesopotamia dall’attuale Palestina e da lì penetrarono in Egitto. Gli egizi chiamavano questi invasori Hyksos, cioè “Re barbarici”. Gli Hyksos fondarono la quindicesima dinastia che regnò su tutto il nord dell’Egitto, mentre il Sud rimase sotto il controllo dei Faraoni della debole dinastia autoctona del XVI secolo. Gli Hyksos riconobbero come divinità suprema il Dio delle tempeste del deserto, che gli egizi riconoscevano come il demone Set. Il dominio Hyksos sull’Egitto fu aspro e intollerante e, approssimativamente nel XVI secolo a.C., non appena gli invasori diedero i primi segni di indebolimento, gli egizi si ribellarono, cacciando tutte le tribù Hyksos dall’Egitto. L’oppressione semitica era stata così pesante che gli egizi, generalmente tolleranti e aperti alle civiltà straniere, cancellarono ogni traccia della dominazione straniera. Questa storia del dominio e dell’espulsione degli Hyksos, come raccontato da Flavio Giuseppe, è descritta nella Bibbia ebraica come la fine della schiavitù del popolo ebraico e dell’Esodo dall’Egitto9. È proprio da questa espulsione dall’Egitto che gli ebrei cominciarono a distinguersi tra le diverse tribù Hyksos. Gli ebrei, sotto la guida del loro maestro (in ebraico Rav10) Mosè, seguirono il loro Dio attraverso il deserto, che appariva come un’enorme colonna di fuoco11. Solo dopo un paio di generazioni si stabilirono nella terra di Canaan. Tuttavia, la loro influenza religiosa rimase in Egitto ancora per un paio di secoli. Certamente, Akhenaton (1375-1334 a.C.), Faraone della XVIII dinastia, deve essere stato educato alle credenze semitiche quando ha abrogato il culto di tutti gli Dei ancestrali, perseguitato i loro sacerdoti e imposto la religione monoteistica del Dio Aton, il sole fisico. Anche in questo caso gli egizi si ribellarono e, alla morte del successore di Akhenaton, restaurarono gli antichi culti, distruggendo ogni traccia di quella nuova religione anti-tradizionale.
    Le origini del popolo ebraico e della loro religione sono enigmatiche a causa delle molte alterazioni che la Tōrāh12 (il loro libro sacro è anche l’unica fonte della loro storia) ha subito durante i diversi e disgraziati eventi della loro storia. Questo testo si riferisce ad Adamo come antenato di tutta l’umanità. Tuttavia, il fatto che Adamo in ebraico significhi “uomo rosso” lo collega ad Atlantide e quindi non può essere considerato davvero il primo uomo in termini assoluti, ma come il primo antenato della civiltà atlantidea. Inoltre, nella Tōrāh sono menzionati sette misteriosi re di Edom13, considerati in molte fonti sapienziali ebraiche come rappresentanti delle discipline scientifiche pre-adamitiche, come l’alchimia, l’astrologia, la medicina ecc.
    Nella Tōrāh, Adamo è stato creato da Elohīm, che significa “gli Dei”. Più tardi, quando gli ebrei passarono al loro culto monoteistico, Elohīm fu interpretato come un nome singolare dell’unico Dio, reso al plurale in una inspiegabile forma anomala. In realtà, fino ad un’epoca ben nota, vale a dire fino a poco prima del loro ritorno dalla prigionia babilonese (520 a.C.), anche gli ebrei riconoscevano una molteplicità di Dei. Tra tutti gli Dei delle religioni semitiche, gli ebrei scelsero Yehovah14 come protettore della loro nazione. Con il passare del tempo, considerarono gli Dei delle altre nazioni come rivali del loro Dio, al punto da descriverli come dei veri diavoli. Seguendo il caratteristico esclusivismo dei semiti15, proclamarono Yehovah come l’unico vero Dio e loro stessi come “il popolo eletto” da quel Dio, che non avrebbe mai mescolato il suo prezioso sangue con quello delle altre nazioni16. Si dice che gli ebrei siano discendenti del terzo figlio di Adamo ed Eva, Seth, nel cui nome riconosciamo il Set degli egizi. Seguì una serie di patriarchi, culminati in Noè, colui che salvò l’umanità, gli animali e le piante dal Diluvio Universale. Questa storia è stata chiaramente copiata dal mito babilonese di Ziusudra che, a sua volta, fu una rielaborazione dell’antico mito sumero di Utnapishtim. Quest’ultima storia è così simile a quella di Manu e del Matsyāvatāra che è impossibile non riconoscere una fonte comune. Tuttavia, il racconto della Tōrāh aggiunge che l’umanità ricominciò di nuovo con i tre figli di Noè: Sem, progenitore di tutti i Semiti, Cam, antenato dei Camiti, gli abitanti non semiti dell’Asia occidentale e Japheth, antenato di tutti gli altri popoli. Eber, uno dei figli di Sem, è menzionato come l’antenato degli ebrei. Ma in realtà questo personaggio è completamente irrilevante nello stesso racconto biblico e sembra essere una interpolazione tardiva. È quindi più plausibile che Eber derivi da una radice che significa “Occidente”17 che denuncia l’origine atlantidea degli ebrei. Secondo la Bibbia, dopo il diluvio universale, che corrisponde allo sprofondamento di Atlantide, i discendenti di Sem si stabilirono in Mesopotamia. Per sfuggire al nuovo dominio babilonese, intorno al 1900 a.C., Abramo emigrò dalla città di Ur. Per molti secoli il popolo di Abramo si dedicò alla vita nomade, vagando tra Mesopotamia, Arabia, Egitto e Siria. Erano costantemente impegnati in guerre violente, che finirono spesso con lo sterminio totale dei loro nemici18. Dopo la loro espulsione dall’Egitto, infine, intorno al 1000 a.C., gli ebrei si insediarono in un’area fissa, scegliendo come capitale la città siriana-amorrea di Gerusalemme, che avevano conquistato. Lì stabilirono il loro primo regno. Il terzo re di Israele, Salomone, costruì il Tempio, l’unico centro spirituale della religione ebraica19. Tuttavia, le guerre con i popoli vicini e le lotte intestine continuarono. Poco dopo la morte di Salomone il regno si divise in due: il regno di Giuda e quello di Israele. L’indipendenza non durò a lungo: nel 587 a.C. Nabucodonosor, re dei Babilonesi, conquistò i due regni ebraici, distrusse il Tempio di Gerusalemme20 costruito da Salomone e deportò tutti gli ebrei a Babilonia. La prigionia degli ebrei durò fino al 538 a.C., quando il re dei Persiani, Ciro il Grande, invase il regno babilonese. Ciro restituì la libertà agli ebrei che poi tornarono alla terra che erano stati costretti ad abbandonare. Tuttavia, mezzo secolo di deportazione era stato fatale per la nazione ebraica. Durante quel tempo avevano perso il modo di pronunciare il nome del loro Dio21. La Bibbia fu radicalmente modificata in modo monoteistico e l’antica mitologia semitica e la pluralità dei suoi Dei scomparvero. Questa nuova versione della Tōrāh, retrodatata e attribuita alla rivelazione fatta dal Dio degli ebrei a Mosè, era accompagnata dal Talmud babilonese, senza il quale non si poteva avere una corretta lettura della Bibbia. Poiché c’erano stati molti matrimoni misti con i Babilonesi, si stabilì che solo le persone con una madre ebrea potevano essere considerate ebree, una regola matriarcale che resiste fino a oggi. Così, la religione israelita si identificò sempre più con la razza ebraica. Ritornando alla loro terra, gli ebrei costruirono un secondo Tempio sulle rovine di quello di Salomone22. Ma l’indipendenza della nazione ebraica non sarebbe durata a lungo: tra la conquista di Alessandro Magno nel 331 a.C. e la definitiva annessione all’impero romano nel 65 a.C., gli ebrei conoscebbero solo un secolo di relativa indipendenza. Le deportazioni, le conquiste e il nomadismo non completamente sopiti nell’animo degli ebrei, avevano portato a una diaspora (dispersione) verso le terre più lontane. Nel IV secolo a.C. esisteva già una comunità ebraica nella città di Roma, e molti gruppi ebraici si erano rifugiati nelle colonie greche, fenicie e cartaginesi del Nord Africa fino alla lontana Spagna.
    La religione israelita è stata pesantemente condizionata dalla convinzione degli ebrei di essere il “popolo eletto” dal loro Dio per dominare il mondo intero. È l’unica religione sulla terra che non ha cura dei destini postumi dei suoi fedeli. La Tōrāh menziona vagamente un aldilà, la Gehenna o lo Sheol, come un luogo triste dove si va dopo la morte; ma non distingue tra anime salvate e dannate, non fa distinzioni tra i risultati di un comportamento virtuoso e peccaminoso. Ciò che è importante è l’affermazione storica della potenza di Israele in questo mondo. Quindi l’individuo è considerato virtuoso se contribuisce attivamente a questo ultimo trionfo mondano di coloro che appartengono alla religione ebraica per sangue e per credenza. Per questo motivo la Bibbia è un libro che racconta principalmente la storia dei successi mondani del “popolo eletto”, o lamenta vittimisticamente le ferite subite da “nazioni impure”. Quindi, gli impegni e le preghiere religiose sono indirizzate solo alla conquista del potere e della ricchezza, alla maggior gloria di Dio e del Suo “popolo eletto”. Questo riguarda l’essoterismo israelita. Il lato esoterico della tradizione ebraica, che deriva in gran parte dagli antichi insegnamenti caldei, è ciò che in seguito sarà chiamato Qabbalah (cioè la tradizione). A differenza della religione esteriore, la Qabbalah insegna un percorso di perfezione interiore che l’individuo deve seguire, ascendendo attraverso i centri sottili (sefiroth = cakra) che sono proiezioni nel corpo umano dei diversi mondi superiori. La fine di questa ascesa corrisponde al ripristino dello stato di perfezione che Adamo aveva nell’Eden prima del peccato originale. Questa purificazione dell’individualità integrale consente quindi all’uomo di contemplare il volto di Dio e diventare il suo “amico”. Torneremo ancora sull’Ebraismo, poiché esso è stato di fondamentale importanza per la nascita del Cristianesimo. Inoltre, la cultura ebraica in Europa riemerse alla fine del Medioevo, influenzando lo sviluppo di alcuni aspetti del Rinascimento e nei tempi moderni contribuendo pesantemente alla nascita della mentalità contemporanea.

    D. K. Aśvamitra

    1. Ciò suggerirebbe un’origine indiana, perché i Sumeri, nei loro scritti, parlano spesso dei loro principali partner commerciali, il popolo di Meluḫḫa, una terra ad est, oltre il mare. È quindi probabile che questa fosse l’antica civiltà dell’Indo-Sarasvatī.[↩]
    2. Dai tempi dei Sumeri fino all’istituzione dell’impero persiano nell’Asia occidentale, il cuneiforme fu il solo modo di scrivere in uso. I Fenici, che vivevano nell’odierna Libano e Palestina, svilupparono un alfabeto derivato dalla scrittura della civiltà dell’Indo-Sarasvatī, dalla quale si svilupparono gli alfabeti semitici moderni come l’ebraico e l’arabo. S.R. Rao, “New Light on Indus Script and Language”, in Frontiers of the Indus Civilization, Janakpuri, Books and Books, 1983.[↩]
    3. En-ki, figlio di An e della Dea della terra Ki.[↩]
    4. La pronuncia di tutti questi nomi è convenzionale perché è stata ricostruita principalmente sulla base di confronti linguistici con l’accadico (misto di lingue sanscrite e semitiche), il babilonese (una lingua semitica) e l’elamita (di un ceppo linguistico sconosciuto).[↩]
    5. Molte antiche popolazioni o gruppi sociali si facevano chiamati “teste nere”: gli egiziani, gli etiopi e persino i cinesi; ricordiamo anche i kālamukha, un popolo favoloso menzionato nel Mahābhārata e i tantrici kālamukha yogin. Avere una testa nera era evidentemente il segno dell’appartenenza a un’élite, più spirituale che sociale.[↩]
    6. Persino i persiani, sebbene di origine indiana, subirono una forte influenza semitica quando conquistarono la Persia e la Mesopotamia. Oltre all’assunzione del sistema grafico cuneiforme, hanno rovesciato la normale relazione tra Dei e demoni. Per i Persiani, infatti gli Dei sono chiamati Ahura (Sskr. Asura) e Diva i loro demoni (Sskr. Deva). In seguito, questa influenza semita facilitò la conversione del popolo persiano alla religione islamica sciita.[↩]
    7. Abbiamo già descritto questa terribile divinità che gli egizi chiamavano “Set”, i greci “Typhon” e i Maya del Messico “Hurekan” (uragano). È la forma più spaventosa del demone atlantideo dalla testa di asino. Vedi il capitolo 8 in questo sito, “Atlantis. Other sources (II)”.[↩]
    8. “Asur”, in lingua accadica.[↩]
    9. Un’altra caratteristica di tutte le religioni semitiche è il sistematico vittimismo. Dopo l’occupazione dell’Egitto e la loro espulsione attraverso una guerra di liberazione da parte degli egizi soggiogati, gli ebrei hanno continuato a narrare la storia invertendone il significato. Nella Bibbia, infatti, è narrato  che si trovavano in Egitto come schiavi degli egizi e che alla fine sarebbero stati liberati dalla schiavitù fuggendo![↩]
    10. Mosè è anche riconosciuto come un profeta. In generale, per gli ebrei, Adamo, Noè, Abramo, Isacco, Giacobbe e altri sono chiamati patriarchi (Ebr. Abot); David, Salomone e altri tre personaggi sono Re (Ebr. Melachim; il Re che anche stato unto è chiamato Messia, Ebr. Mašīaḥ). Infine c’è un certo numero di profeti (Ebr. Nevi’ìm). Tutti sono stati ispirati da Dio, ma le loro funzioni sono completamente diverse l’una dall’altra. I cristiani accettano queste categorie, con la sola eccezione che il Messia è uno solo, cioè Gesù Cristo. Per i musulmani tutte queste funzioni sono unite in una, quella dei profeti (Ar. Nabiyyin). Il profeta che stabilisce una legge è chiamato anche messaggero (Ar. Rasul). Pertanto le tre religioni monoteiste non sono d’accordo sulle funzioni attribuite agli stessi personaggi.[↩]
    11. È facile riconoscere nella colonna di fuoco la forma delle trombe di sabbia del deserto. La tendenza degli ebrei verso il monoteismo non era ancora diventata completamente esclusivista come sarebbe accaduto poi: infatti, a quel tempo, stavano ancora praticando il culto di altri Dei, come il vitello d’oro e il serpente di bronzo, che provocò la gelosia di Yehovah.[↩]
    12. La Tōrāh corrisponde approssimativamente all’Antico Testamento della Bibbia Cristiana. Tuttavia, i testi noti come Talmud e Midrash, versioni scritte di insegnamenti rabbinici orali, sono considerati ancora più autorevoli.[↩]
    13. Adam e Edom hanno la stessa radice consonantica ADM.[↩]
    14. Come risultato della loro storia tormentata, gli ebrei persero la vera pronuncia del nome del loro Dio. Da quel momento in poi, quel nome è stato tramandato pronunciando o scrivendo solo le sue quattro consonanti che lo compongono: Yod, Hé, Vau, Hé, YHVH, (Hebr.: יהוה).[↩]
    15. Questa intolleranza semitica fu anche ereditata dalle religioni che si separarono dal Giudaismo. Perciò sia il Cristianesimo sia l’Islam si proclamano l’unica religione definitiva per l’umanità. Tuttavia, mentre il Cristianesimo e l’Islam sostengono un missionarismo sempre più estremo, il Giudaismo tende ad identificarsi con la consanguineità razziale del “popolo eletto”, che dovrà dominare sul resto dell’umanità. Ovviamente, se l’intolleranza assunta da una religione semitica verso tradizioni non semite ha spesso avuto gravi conseguenze, la convivenza interna tra le religioni semitiche è risultata sempre molto più esplosiva. L’odierna intolleranza reciproca e violenta tra cristiani, ebrei e musulmani è di per sé evidente. Tuttavia, queste religioni creano sempre un fronte comune contro le tradizioni non semitiche in nome del loro monoteismo comune, o come dichiarano i musulmani della loro “comune origine abramica”.[↩]
    16. “… [I nostri] figli hanno sposato le loro figlie e il popolo eletto è stato contaminato dai popoli di quei paesi” (Esdra 9: 2). “Come potremmo spezzare i tuoi comandamenti e mescolare il nostro sangue con questi popoli abominevoli?” (Esdra, 9, 14).[↩]
    17. Questa è un’etimologia comune all’ebraico eber, che significa tramonto, occidente; al greco Erebos, oscurità (nome di un inferno occidentale); al greco e al latino Hiber, occidente; e al latino Hiberia (Spagna) e Hibernia (Irlanda ).[↩]
    18. “E il Signore ascoltò la voce di Israele e gli consegnò i Cananei; e distrusse completamente loro e le loro città “. (Numeri, 21.3); “E il Signore nostro Dio ce lo ha consegnato; e abbiamo ucciso lui, i suoi figli e tutta la sua gente. E allora bbiamo preso tutte le sue città e distrutto completamente gli uomini, le donne e i bambini di ogni città, non ne lasciammo in vita nessuno “(Deuteronomio, 2, 33-34); “Quando il Signore Dio tuo ti porterà nel paese che stai per possedere, scaccerà molte nazioni davanti a te, gli Hittiti, i Girgashiti, gli Amorei, i Cananei, i Perizziti e gli Eviiti e i Gebusei, sette nazioni più grandi e più potenti di te; e quando il Signore tuo Dio li lascerà in tuo potere li colpirai e li distruggerai completamente; non farai alleanza con loro e non avrai pietà di loro “(Deuteronomio, 7-2); “Ma delle città di questo popolo, che il Signore Iddio tuo ti ha dato in eredità, tu non risparmierai nulla di vivo che respiri; ma li distruggerai completamente; cioè gli Ittiti, gli Amorei, i Cananei, i Perizziti, gli Hivvei e i Gebusei come il Signore tuo Dio ti ha comandato. “(Deuteronomio, 20.16-18); “E distrussero completamente tutto ciò che era nella città, uomo e donna, giovani e vecchi, buoi, pecore e asini, e li passarono a fil di spada”. (Giosuè, 6,21); “E presero le cose che Michea aveva fatto e che il sacerdote possedeva, e andarono a Laish, dove un popolo stava tranquillo e al sicuro: e lo passarono a fil di spada e bruciarono la città con il fuoco . “(Giudici, 18.27); “I loro archi faranno a pezzi anche i bimbi; e non avranno pietà del frutto dei grembi; il loro occhio non risparmiò nessun bambino“ (Isaia, 13,18) (citazioni tratte dalla Bibbia di Re Giacomo). E così via: nella Tōrāh si annoverano più di trenta stermini simili per ordine di Dio di intere popolazioni o di tutti gli abitanti di città nemiche.[↩]
    19. In realtà, le sinagoghe non sono templi, ma, come le moschee islamiche, sono solo luoghi di preghiera e di riunione. Come per i giudei, l’unico tempio dell’Islam è la Ka’ba della Mekka.[↩]
    20. In effetti ci sono seri dubbi sul fatto che Gerusalemme sia la città che conosciamo oggi con lo stesso nome. Nessun reperto archeologico dimostra la presenza di ebrei nell’area della città attuale prima del II secolo a.C. Nemmeno un frammento del Tempio di Salomone è stato trovato in situ. È quindi probabile che i reami di Israele e Giuda e la città di Gerusalemme si trovassero molto più a sud, nel deserto del Negev arabo, dove rovine attribuibili a una presenza ebraica sono abbondanti. Keith W. Whitelam, The invention of ancient Israel, London & New York, Routledge, 1996; Kamal Salibi, The Bible came from Arabia, Beirut, Naufal 2007.[↩]
    21. Questa misteriosa perdita ha certamente prodotto serie conseguenze d’efficacia nell’uso dei mantra cabalistici.[↩]
    22. Nemmeno di questo secondo Tempio ci sono tracce archeologiche. In effetti i resti del Tempio che si trovano a Gerusalemme appartengono alla ricostruzione del santuario iniziata da re Erode nel primo secolo a.C. Le rovine, come il Muro del Pianto, appartengono solo a questa tarda ricostruzione. Vedi Adolfo Roitmam, Envisioning the Temple, Jerusalem, The Israel Museum, 2003; Nadia Abu El-Haj, Facts on the Ground. Archaeological Practice and Territorial Self-Fashioning in Israeli Society, Chicago & London, The University of Chicago Press, 2001.[↩]

    21. The Semitic Religions

      The Semitic Religions

      The Sumerians arrived in the South Mesopotamia (current Iraq) around 4000 BC. According to their written sources, they arrived by sea from the East1. The populations that they found and subjugated in that area were the Semitic branch of the Sea Peoples, which we have already found as heirs of the degenerate Atlantean civilization. The Sumerian civilization was the first that in western Asia used a form of writing, first in a pictographic form, then in a stylized cuneiform alphabet2. Their language in many ways looks similar to the Austroasiatic idioms on one side and the Turkish ones on the other. The Sumerians never formed a statal unity, but were organized into different independent state-cities. For this reason, every city had its own protective Deity, and this is the reason why it is so difficult to have a unified idea of their religion. Certainly everyone recognized a principal triad of gods: An, God of the sky, Enlil, God of the atmosphere and Enki, Lord of the earth and of the groundwater3. But since the earliest times, the most powerful God of such triad was considered Enki (the Lord of the Earth), demonstrating that the Sumerian common religion was soon influenced by the Semitic social background. The priestly caste, recognized in all Sumerian cities as the highest social class, was constituted by the Chaldeans. They were the representatives on earth of the God of the sky, An, and of other heavenly powers as the goddess Namma, the superior waters, Inanna, the planet Venus who was also the goddess of love, Ningal, the goddess of the Moon and Utu, the Sun4.
      The Sumerians called themselves “the black heads”5, but the name by which they are known even today derives from the Akkadian word “Šumer”. The Akkadian population, established north of the Sumerian territory, was of Semitic origin, but its ruling class was certainly composed of Chaldean priests and kṣatriyas proceeding from India, as is shown by the name of one of their famous Kings, Naramsin. Therefore, it is not unlikely that they would identify the Sumerian territory with the center of the world represented by the golden Mount Meru (Su-Meru). On the other hand, it is well known that even further north, in the present area between Iraq, Syria and Turkey, there was a civilization of similar origin to the Sumerian and Akkadian: the Mitanni civilization. The latter has left some stone stelae with engraved invocations to the Vedic Gods Mitra, Varuṇa, Indra and to the twins Nasatya (Nāsatyau, i.e. Aśvinau). With the passing of the centuries, however, the low Semitic strata of the population of these ancient civilizations rebelled and overthrew the highest castes from power. Around 2000 BC the Sumerian confederation was overwhelmed by the Babylonian uprising, and so this Semitic population took power and founded the kingdom of Babylon in the south of Mesopotamia. And here we are witnessing one of the typical characteristics of all Semitic civilizations. The Gods of other traditions were considered to be equal to the worst demons and were replaced by Semitic ones6. Thus Namma, the Sumerian Goddess of the upper waters, and wife of the lower waters God, Apsu (Sskr. Āpas), called by the Babylonians Tiāmat (Sskr. Devīmāta), was transformed in a sea monster that must be killed. Marduk, the Babylonian God of the hurricanes or the sand tornadoes7, succeeded to the Sumerian God Ea usurping his throne and killing the Goddess Tiāmat. However, alongside the new Babylonian priesthood, the priestly tradition of the Chaldeans remained alive and also survived when even the memory of the Babylonians had disappeared. Much worse happened to the Sumerian-Akkadian tradition. Around the same time – the beginning of the second millennium BC, the Semitic substrate emerged in the north of Mesopotamia when the Assyrian8 kingdom was established by destroying the Akkadian civilization. As their very name states, the Assyrians (Asur) went down in history for their cruelty: they exterminated the members of the Chaldean priesthood, as well as, entire populations that they had subdued. The Assyrians also overthrew the hierarchies of the Sumerian Gods and established their God Assur as the supreme deity.
      In the 19th century BC a group of Semitic tribes, including the Hebrews, invaded from Mesopotamia the present-day Palestine and from there they swept into Egypt. The Egyptians called these invaders Hyksos, ie “Barbarian Kings”. The Hyksos founded the 15th dynasty that reigned over the whole northern Egypt, while the South remained under the control of the Pharaohs (Kings, in Egyptian language) of the weak 16th native dynasty. The Hyksos recognized as supreme deity the God of desert storms, which the Egyptians recognized as identical to the demon Set. The Hyksos’ rule over Egypt was harsh and intolerant and, approximately in the 16th century BC, as soon as the invaders gave the first signs of weakening, the Egyptians rebelled, throwing all the Hyksos tribes out of Egypt. The Semitic oppression had been so heavy that the Egyptians, usually tolerant and open to foreign civilizations, erased any traces of the foreign domination. This history of the domination and the expulsion of the Hyksos, as told by Flavius Josephus, are described in the Bible as the end of the slavery of the “Sons of Israel” and the “Exodus from Egypt”9. It is precisely from this expulsion from Egypt that the Jews, among the different tribes, began to be distinguished. The Jews, under the guidance of their master (in Hebraic language Rav10) Moses, followed their God through the desert, appearing like a huge column of fire11. Only after a couple of generations they settled in the land of Canaan. However, their religious influence remained in Egypt for a couple of centuries. Certainly, Akhenaton (1375-1334 BC), Pharaoh of the 18th dynasty, must have been educated to Semitic beliefs when he abrogated the cult of all the ancestral Gods, persecuted their priests and imposed the monotheistic religion of the God Aton, the physical sun. Also in this case the Egyptians rebelled and, at the death of Akhenaton’s successor, they restored the ancient cults, destroying all traces of that new anti-traditional religion.
      The origins of the Hebrew people and of their religion are enigmatic due to the many alterations that the Tōrāh12- the sacred book that is their only historical source – has undergone during the different and wretch events of their history. This text refers to Adam as the ancestor of all humanity. However, the fact that Adam in Hebraic language means “red man” connects him to Atlantis and therefore he cannot be considered indeed the first man in absolute terms, but as the first ancestor of the Atlantean civilization. Moreover, in the Tōrāh are mentioned some seven mysterious Kings of Edom13, considered in many Jewish sapiential sources as the representatives of pre-Adamic humanities.
      In the Tōrāh Adam was created by Elohīm, which means “the Gods”. Later, when the Jews passed to their monotheistic cult, Elohīm was considered a singular name of the unique God anomalously rendered in a plural form. In reality, up to a well-known epoch, that is to say before their return from the Babylonian captivity (520 BC), the Jews also had recognized a multiplicity of Gods. Among all the Gods of the Semitic religions the Jews chose Yehovah14 as the protector of their nation. With the passing of time, they considered the Gods of other nations as rivals of their God, to the point of considering them as real Devils. Following the characteristic exclusivism of the Semites15, they proclaimed Yehovah as the only true God and themselves as the “people chosen by that God” that would not have their precious blood mixed with that of other nations16. The Hebrews are said to be descendants of the third son of Adam and Eve, Seth, in whose name we recognize the Set of the Egyptians. A series of patriarchs follows, culminating with Noah, the one who saved mankind, animals and plants from the Universal Deluge. This story has been clearly copied from the Babylonian myth of Ziusudra which, in turn, was a reworking of the ancient Sumerian Flood myth of Utnapishtim. This last story is so similar to that of Manu and Matsyāvatāra that it is impossible they had no common source. However, the Tōrāh tale adds that then humanity restarted again through Noah’s three sons: Shem, progenitor of all the Semites, Ham, ancestor of the Hamites, the non-Semitic inhabitants of Western Asia, and Japheth, forefather of all the other peoples. Eber, one of the sons of Shem, is mentioned as the ancestor of the Hebrews. But in reality this character is completely irrelevant in the same biblical tale and seems to be a late interpolation. It is therefore more plausible that Eber derives from a root which means “West”17, and which indicates the Hebrews’ Atlantean origin.
      According to the Bible, after the Universal Deluge, which corresponds to the sinking of Atlantis, the descendants of Shem settled in Mesopotamia. To escape the new Babylonian rule, around 1900 BC Abraham emigrated from the city of Ur. For many centuries the people of Abraham engaged in nomadic life, wandering between Mesopotamia, Arabia, Egypt and Syria. They were constantly engaged in violent wars, often ending with the total extermination of their enemies18. After their expulsion from Egypt, finally, around 1000 BC, the Jews settled in a fixed area, choosing as capital the Syrian-Amorite city of Jerusalem, which they had conquered. There they established their first kingdom. The third King of Israel, Solomon, built the Temple, the only spiritual center of the Jewish religion19. However, wars with neighboring peoples and internal infighting continued. Shortly, after the death of Solomon the kingdom split in two: the kingdom of Judah and that of Israel. Independence did not last long: in 587 BC Nebuchadnezzar, King of the Babylonians, conquered the two Jewish kingdoms, destroyed the Temple of Jerusalem20 built by Solomon and deported all the Jews to Babylon. The captivity of the Jews lasted until 538 BC, when the King of the Persians, Cyrus the Great, invaded the Babylonian kingdom. Cyrus restored freedom to the Jews who then returned to the land they had been forced to abandon. Yet, half a century of deportation was fatal to the Jewish nation. During that time they lost the way to pronounce the name of their God21. The Bible was radically altered in a monotheistic manner, and the ancient Semitic mythology and the plurality of its Gods disappeared. This new version of the Tōrāh, backdated and attributed to the revelation that the God of the Jews made to Moses, was accompanied by the Babylonian Talmud, without which one could not have a correct reading of the Bible. As there had been many mixed marriages with the Babylonians, it was established that only people with a Jewish mother could be considered Jewish, a matriarchal rule that exists until now. Thus, the Israelite religion increasingly identified itself with the Jewish race. Returning to their land, the Jews built a second Temple on the ruins of that of Solomon22. But the independence of the Jewish nation would not last long: between the conquest by Alexander the Great in 331 BC and the definitive annexation to the Roman empire in 65 BC, the Jews knew only one century of relative independence. The deportations, the conquests and the nomadism not completely dormant in the Jewish soul, led to a diaspora (dispersion) towards the most distant lands. In the fourth century BC there was already a Jewish community in the city of Rome, and many Jewish groups took refuge in Greek, Phoenician and Carthaginian colonies of North Africa up to the faraway Spain.
      The Israelite religion has been heavily conditioned by the Jews’ belief that they were the “people chosen” by their God to dominate the whole world. It is the only religion on the earth which has no care for the posthumous destinies of its faithful ones. The Tōrāh dimly mentions an afterlife, the Gehenna or the Sheol, as a sad place where one goes after death; but it does not distinguish between saved and damned souls, it does not distinguish between the results of a virtuous and a sinful behavior. What is important is the historical affirmation of the power of Israel in this world. Thus the individual is considered virtuous if he actively contributes to this final worldly triumph of those who belong to the Jewish religion for blood and belief. For this reason the Bible is a book that tells mostly the story of the worldly successes of the “chosen people”, or complains victimistically the injuries suffered by “impure nations”. Then, religious commitments and prayers are addressed only to the conquest of power and wealth, to the greater glory of God and of His “chosen people”. This is about Israelite exoterism. The esoteric side of Jewish tradition, which derives largely from ancient Chaldean teachings, is what will later be called Qabbalah (i.e. tradition). Unlike exterior religion, Qabbalah teaches a path of inner perfection that the individual must follow, ascending through subtle centers (sefiroth = cakra) which are projections in the human body of the different superior worlds. The end of this ascent corresponds to the restoration of the state of perfection that Adam had in the Eden before the original sin. This purification of integral individuality thus allows man to contemplate the face of God and become His “friend”. We will return further on Judaism, as it has been of fundamental importance for the birth of Christianity. Moreover, Judaism resurfaced at the end of Middle Ages, influencing the development of certain aspects of the Renaissance and in modern times contributing heavily to the birth of the contemporary mentality.

      D. K. Aśvamitra

      1. This would suggest an Indian origin, because the Sumerians, in their writings, often speak of their main trading partners, the people of Meluḫḫa, a land to the East, beyond the sea. It is, therefore, probable that this was the ancient civilization of Sarasvatī.[↩]
      2. From the Sumerian times up to the establishment of the Persian Empire in Western Asia, cuneiform was  the writing system in use. The Phoenicians, who lived in today’s Lebanon and Palestine, developed an alphabet derived from the writing of the Sarasvatī civilization, from which the modern Semitic alphabets such as the Hebraic and Arabic developed.[↩]
      3. En-ki, son of An and of the Earth Goddess Ki.[↩]
      4. The pronunciation of all these names is conventional because it has been mainly reconstructed on the basis of linguistic comparisons with Akkadian (mixed of Sanskrit and Semitic languages), the Babylonian (a Semitic language) and the Elamite (of unknown linguistic stock).[↩]
      5. Many ancient populations or social groups were called “black heads”: the Egyptians, the Ethiopians and even the Chinese; we remember also the kālamukhas, a fabulous people mentioned in the Mahābhārata, and the tantric kālamukha yogins. Having a black head was evidently the sign of belonging to an élite, more spiritual than social.[↩]
      6. Even the Persians, although of Indian origin, suffered a strong Semitic influence when they conquered Persia and Mesopotamia. In addition to the assumption of cuneiform graphic system, they overturned the normal relationship between Gods and Demons. For the Persians, in fact the Gods are called ahura (Sskr. asura) and the Demons diva (Sskr. deva). Later, this Semitic influence facilitated the conversion of the Persian people to the Shi’ite Islamic religion.[↩]
      7. We have already described this terrible deity that the Egyptians called “Set”, the Greeks “Typhon” and the Maya of Mexico “Hurekan” (hurricane). It is the scariest form of the donkey-headed Atlantean demon. See chapter 8 in this Website. “Atlantis Other sources (II)”.[↩]
      8. “Asur” in Akkadian language.[↩]
      9. Another characteristic of all the Semitic religions is their overt victimhood. After the occupation of Egypt and their expulsion through a war of liberation by the hand of the subjugated Egyptians, the Jews have continued to narrate the History by reversing its meaning. In the Bible, in fact, they give an account of being in Egypt as slaves of the Egyptians and that eventually they would have been freed from slavery by fleeing![↩]
      10. Moses is also recognized as a prophet. In general, for the Jews, Adam, Noah, Abraham, Isaac, Jacob and others are called patriarchs (Hebr. Abot); David, Solomon and three other characters are Kings (Hebr. Melachim; the anointed King is called the messiah; Hebr. Mašīaḥ). Finally there is a certain number of prophets (Hebr. Nevi’ìm). All of them were inspired by God, but their functions are completely different from each other. The Christians accept these categories, with the only exception that the messiah is one only, i.e. Jesus Christ. For Muslims all these categories are unified into one, that of the prophets (Arab. Nabiyyīn). The prophet who establishes a law is called messenger (Arab. Rasul). Therefore the three monotheistic religions do not agree on the functions attributed to the same characters.[↩]
      11. It is easy to recognize in the column of fire the shape of the sand desert tornadoes. The tendency of Jews towards monotheism had not yet become completely exclusivist as it would eventually happen: in fact, at that time, they were still practicing the cult of other Gods such as the Golden Calf and the Bronze Serpent, which provoked the jealousy of Yehovah.[↩]
      12. The Tōrāh corresponds roughly to the Ancient Testament of the Christian Bible. However, the texts known as the Talmud and Midrash, written versions of oral rabbinical teachings, are considered even more authoritative.[↩]
      13. Adam and Edom have the same root ADM.[↩]
      14. As a result of their troubled history, the Jews missed the true pronunciation of the name of their God. From that moment on, that name was handed down by pronouncing or writing only its four composing consonants: Yod, Hé, Vau, Hé, YHVH, (Hebr.: יהוה).[↩]
      15. This Semitic intolerance was also inherited by the religions that split from Judaism. Therefore both Christianity and Islam proclaim themselves to be the only definitive religion for humanity. However, while Christianity and Islam advocate an increasingly extreme missionarism, Judaism tends to identify itself with the racial consanguinity of the “chosen people”, which will have to dominate over the rest of humanity. Obviously, if the intolerance assumed by a Semitic religion towards non-Semitic traditions often has serious consequences, the internal cohabitation between Semitic religions always results to be much more explosive. Today’s reciprocal and violent intolerance among Christians, Jews and Muslims is in fact self-evident. Nevertheless, these religions always create a joint front against non-Semitic traditions in the name of their common monotheism, or as the Muslims call it: the Abrahamic Religions.[↩]
      16. “… [Our] sons have married their daughters and the chosen people have been polluted by the peoples of those countries” (Bible, Ezra 9: 2). “How could we break Thy commandments and mix our blood with these abominable peoples?” (B. Ezra, 9. 14).[↩]
      17. This is an etymology common to the Hebraic ‘Ereb, sunset, west, to the Greek Erebos, darkness (name of a western Hell), to the Greek and Latin Hiber, west, and to the Latin Hiberia (Spain) and Hibernia (Ireland).[↩]
      18. “And the Lord hearkened to the voice of Israel, and delivered up the Canaanites; and they utterly destroyed them and their cities.” (Bible, Numbers, 21.3); “And the Lord our God delivered him before us; and we smote him, and his sons, and all his people. And we took all his cities at that time, and utterly destroyed the men, and the women, and the little ones, of every city, we left none to remain.” (B. Deuteronomy, 2, 33-34); “When the Lord thy God shall bring thee into the land whither thou goest to possess it, and hath cast out many nations before thee, the Hittites, and the Girgashites, and the Amorites, and the Canaanites, and the Perizzites, and the Hivites, and the Jebusites, seven nations greater and mightier than thou; and when the Lord thy God shall deliver them before thee; thou shalt smite them, and utterly destroy them; thou shalt make no covenant with them, nor shew mercy unto them.” (B. Deuteronomy, 7. 1-2); “But of the cities of these people, which the Lord thy God doth give thee for an inheritance, thou shalt save alive nothing that breatheth: but thou shalt utterly destroy them; namely, the Hittites, and the Amorites, the Canaanites, and the Perizzites, the Hivites, and the Jebusites; as the Lord thy God hath commanded thee: that they teach you not to do after all their abominations, which they have done unto their gods; so should ye sin against the Lord your God.” (B. Deuteronomy, 20.16-18); “And they utterly destroyed all that was in the city, both man and woman, young and old, and ox, and sheep, and ass, with the edge of the sword.” (B. Joshua, 6.21); “And they took the things which Micah had made, and the priest which he had, and came unto Laish, unto a people that were at quiet and secure: and they smote them with the edge of the sword, and burnt the city with fire.” (B. Judges, 18.27); “Their bows also shall dash the young men to pieces; and they shall have no pity on the fruit of the womb; their eye shall not spare children.” (B. Isaiah, 13.18) (quotes taken from the King James Bible). And so on: in the Tōrāh more than thirty similar exterminations of entire populations or of all the inhabitants of enemy cities are enumerated, by order of God.[↩]
      19. In fact, synagogues are not temples, but, like the Islamic mosques, they are only places of prayer and assembly.[↩]
      20. Indeed there are many doubts that Jerusalem is the city we know today with the same name. No archaeological finds prove the presence of Jews in the area of the current city before the 2nd century BC. Not even a fragment of the Temple of Solomon was found in situ. It is therefore likely that Israel and Judah realms and Jerusalem city were located much further south, in the Arabian Negev desert, where the ruins attributable to a Jewish presence are plentiful. Keith W. Whitelam, The invention of ancient Israel, London & New York, Routledge , 1996; Kamal Salibi, The Bible came from Arabia, Beirut, Naufal 2007.[↩]
      21. This mysterious loss has certainly produced serious consequences to the use of Qabbalistic mantras.[↩]
      22. Neither of this second Temple is there any archaeological trace. In fact it was completely rebuilt by King Herod in the first century BC. Ruins, such as the Wailing Wall, belong to this late reconstruction. See Adolfo Roitmam, Envisioning the Temple, Jerusalem, The Israel Museum, 2003; Nadia Abu El-Haj, Facts on the Ground. Archaeological Practice and Territorial Self-Fashioning in Israeli Society, Chicago & London, The University of Chicago Press, 2001.[↩]

      20. La Tradizione Celtica

        La Tradizione Celtica

        Con il nome di Celti, s’identifica un gruppo di tribù che intorno al 1000 a.C. discesero dal nord e si diffusero in Scozia, Inghilterra e Irlanda e da lì, in buona parte dell’Europa continentale. Il nome di questo gruppo etnico deriva da quello della casta sacerdotale che le aveva accomunate con la sua dottrina. Celt, come Caldeo e Culdean era quindi il nome della loro classe sacerdotale pre-druidica. I greci ritennero che questo termine derivasse dalla radice KEL (κελ) che significa “misterioso”, “occulto”. Diogene Laerzio1 sostiene che le dottrine più elevate, prima della nascita della filosofia greca, furono praticate tra gli Indiani (Gimnosofisti2, cioè gli Yogi), i persiani (Magi), gli assiri (Caldei) e i Celti (Druidi3).
        Il nome corretto di questi popoli era certamente espresso dalla radice GAL, “il potente”. I romani e i greci li chiamavano più correttamente Galli e Galati (γαλάται, leggi galàtai), come testimoniano anche il nome dei loro ultimi discendenti spagnoli contemporanei, i Gallegos, il nome delle lingue celtiche-gaeliche che ancora vivono nelle isole britanniche e i popoli Gael della Scozia, dell’Irlanda e del Galles (Gael), che gli inglesi, incapaci di pronunciare correttamente il loro nome, hanno finito per chiamare “Wales” (“paese straniero”!).

        Ciò che colpisce di più dei popoli celtici è che la loro organizzazione sociale era suddivisa in caste molto simili a quelle della tradizionale struttura della società indiana.
        È certo inoltre che la tradizione celtica derivava della fusione di due diverse correnti tradizionali: la prima raggruppava le organizzazioni cavalleresche, le corporazioni mercantili e servili, nonché gli ordini inferiori della casta sacerdotale (i kelt) che erano certamente di origine atlantidea. Ciò si evince dall’indole violenta dei suoi guerrieri, dai sanguinosi sacrifici animali e umani, e dall’attrazione per i fenomeni magici. La seconda corrente era invece rappresentata dai druidi, la categoria più elevata della casta dei sacerdoti. Senza dubbio i druidi rappresentavano la corrente proveniente dal Nord che Posidonio4 dichiarò di origine iperborea e che Clemente di Alessandria5 considerava la fonte della saggezza da cui Pitagora aveva tratto la sua dottrina, forse grazie alla mediazione dell’iperboreo Abaris.

        Secondo la tradizione irlandese, la corrente druidica settentrionale era chiamata Tuatha Dé Danann, la “Tribù dei divini conoscitori delle arti”6. Il più importante dei testi tradizionali dell’Irlanda, La battaglia di Maige Tuired (Cath Maige Tuired)7, ce ne dà la seguente descrizione:

        “I Tuatha Dé Danann vivevano nelle isole del Nord del mondo; studiavano il druidismo, coltivavano la conoscenza, l’arte e la magia e in queste discipline erano superiori a tutti. La battaglia di Maige Tuired ebbe luogo dopo lo sbarco del Tuatha Dé Danann sulle coste dell’Irlanda. Lì furono affrontati dalle schiere degli abitanti delle isole, i Fomoires, descritti da tutte le cronache come demoni guerrieri. Il loro capo era un gigante con un occhio solo che fu ucciso quando una pietra lo colpì proprio in quello8”.

        A questo punto vorremmo richiamare il capitolo 6° “L’Età dell’Oro – gli Iperborei”: nelle terre limitrofe alla regione Iperborea, vivevano gli Arimaspis, barbari dediti alla metallurgia che avevano un solo occhio ed erano nemici degli Iperborei9. Non sfuggirà che l’aspetto ciclopico richiama un’evidente relazione dei Fomoires con Atlantide: a questo punto si può dire che la battaglia di Maige Tuired rappresenta la vittoria del Tuatha Dé Danann su precedenti popolazioni celtiche di origine atlantidea e sancisce la supremazia della casta sacerdotale dei druidi iperborei su tutta la società celtica. La diversità dei druidi rispetto al resto della società era così netta che il Prof. Myles Dillon del Trinity College di Dublino10, dopo aver effettuato accurati studi sui rituali, le tradizioni attribuite ai druidi e sul confronto tra gaelico e termini sanscriti, si è spinto a sostenere l’idea che i druidi erano in realtà brāhmaṇa provenienti dall’India!

        Dall’Irlanda i druidi si espansero nel resto delle isole britanniche e in Armorica, l’attuale penisola francese della Normandia. I druidi non arrivarono a diffondersi nel resto dell’Europa celtica; tuttavia gli ordini inferiori dei sacerdotali dei celti li rappresentavano fedelmente ovunque andassero. Tale era il prestigio che veniva loro riconosciuto che i druidi erano considerati alla stregua di divinità in forma umana. Il nome di questa casta sacerdotale deriva dalla composizione di due parole stranamente identiche a due radici sanscrite: DHRU che significa “stabile” e VID da cui “conoscenza”. Druido, quindi, significa colui che è “stabile nella conoscenza”. Questi due termini erano simbolizzati dalla quercia simbolo di stabilità e dal vischio11 simbolo della conoscenza; quest’ultimo cresce sui rami delle querce, ma non è prodotto da queste, come la conoscenza non è originata dalla stabilità.

        “I Druidi non consideravano nulla di più sacro del vischio e della quercia su cui cresce12”.

        I druidi erano divisi in due ordini: il primo, i cui membri vivevano nelle profondità delle foreste, si dedicava alla cerca metafisica e all’accettazione di discepoli che avrebbero fornito servizio (sskrt. seva13). Si sa poco del loro insegnamento poiché veniva dispensato rigorosamente da bocca a orecchio. Tutti gli autori dell’antichità che trattano dei druidi attestano la segretezza della loro dottrina; sappiamo solo che riguardava l’immortalità dell’anima, la sua trasmigrazione in altri mondi attraverso diverse rinascite, la via per sfuggire a questo destino attraverso la conoscenza e la periodica distruzione del mondo manifestato attraverso l’acqua o il fuoco. Questo era sufficiente perché i romani vi riconoscessero una somiglianza con la dottrina pitagorica. Il discepolo di un druido “deve memorizzare un gran numero di versi”14. Gli insegnamenti in versi, rigorosamente orali, erano una condensazione della conoscenza dottrinale che era stata trasmessa; tuttavia il discepolo arrivava a comprenderli solo dopo aver ascoltato i commenti esplicativi e l’esegesi dell’insegnante.

        Il secondo ordine druidico era composto da sacerdoti che vivevano in prossimità dei villaggi e si dedicavano a solenni rituali pubblici; tuttavia non facevano sacrifici animali, si vestivano di bianco ed erano rigorosamente vegetariani. Alcuni di loro vivevano alla corte di un Re (Rix) e svolgevano una funzione simile a quella di purohita15.

        Vi era anche un’altra sotto-casta sacerdotale che risaliva al periodo precedente l’arrivo dei druidi e quindi d’origine kelt: costoro erano chiamati file16,veggenti (sanscrito ṛṣi): erano compositori di poemi, astrologi e depositari di sentenze sapienziali. Generalmente vivevano alle corti dei principi, presso i nobili o i più valorosi cavalieri; eseguivano rituali divinatori e sacrifici sanguinosi, insegnavano scienze cosmologiche e assegnavano incantesimi (mantra) ai loro discepoli.
        Erano anche molto abili nell’improvvisazione degli inni, maestria che si tramandò di padre in figlio fino al XVII secolo d.C., quando scomparve insieme a loro, a causa della persecuzione di Cromwell17.

        Un grado sacerdotale ancora più basso era rappresentato dai bardi che si dedicavano alla composizione dei poemi di guerra che cantavano accompagnati dal suono delle loro lire, vagando di castello in castello e da un villaggio all’altro.
        Sebbene non fossero qualificati per comporre poesie sapienziali, essi contribuirono a diffondere con le loro canzoni i poemi dei File. Svolsero altresì la funzione di genealogisti delle più importanti famiglie della loro regione, imparando a memoria e trasmettendo i nomi degli antenati dei cavalieri. Svolsero anche un importante ruolo nella preparazione delle battaglie, sia perché compivano l’estremo tentativo di riconciliazione tra i due contendenti, sia perché lanciavano maledizioni contro l’esercito avversario. Per questo motivo i bardi avevano una certa familiarità con i cavalieri.

        Questi erano i principali ordini in cui era suddivisa la casta sacerdotale celtica, sebbene da molti testi risultano ulteriori suddivisioni di druidi, file e bardi in numerose altre sottocategorie che si caratterizzavano per la loro funzione.
        I cavalieri costituivano la seconda casta per importanza; il più coraggioso e autorevole tra loro veniva riconosciuto come Re18 e gli altri, che erano anche proprietari terrieri, costituivano l’esercito che annoverava anche le loro donne.
        Si addestravano continuamente nell’uso delle armi e seguivano certi insegnamenti dei bardi che consentivano, durante la battaglia, di entrare in uno stato di furiosa alterazione che i Romani chiamavano in latino furor gallicus: spogliandosi e brandendo le loro armi, affrontavano il nemico in uno stato di trance terribile e furiosa. All’inizio le legioni di Roma erano intimorite da questi atti di folle audacia, dall’alta statura dei cavalieri celtici e dalla loro prestanza fisica. Ben presto però i Romani capirono che questi attacchi scoordinati che imitavano l’aggressività dell’orso potevano facilmente essere respinti dalla disciplina e dall’arte militare. L’orso era l’animale che rappresentava i cavalieri, il cinghiale quello della casta dei druidi19; così nella tradizione celtica si ritrovano due importanti simboli iperborei.
        Il cinghiale allude all’isola Vārāhī, la terra artica da cui si dice che i Druidi (Tuatha Dé Danann) siano arrivati, mentre l’orso rimanda all’Orsa Maggiore, la costellazione del polo settentrionale.
        A completamento della società celtica vi erano la casta degli uomini liberi, artigiani e commercianti e quella dei servi e dei contadini.

        Gaṇapati

        1. Storico greco (180-240 d. C.).[↩]
        2. Il termine gimnosofisti o ginnosofisti, deriva dal latino Gymnosophistae e, a sua volta, dal greco Gynmnosophistaί (Γυνμνοσοϕισταί), traducibile con “sapienti nudi” (sophistái gymnói). Secondo quanto si ricava dalle fonti storiche greche, erano gli indiani che conducevano vita ascetica e filosofica, ossia coloro che erano dediti allo Yoga; essi furono scoperti dall’esercito di Alessandro Magno quando si diresse in India durante la sua campagna militare che lo condusse ai confini del mondo conosciuto [N. d. T.].[↩]
        3. Come si può notare, Diogene Laerzio usò il nome della casta sacerdotale per definire l’intero popolo celtico.[↩]
        4. Storico e geografo greco (135-51 a.C.).[↩]
        5. San Clemente di Alessandria, teologo e filosofo greco (150-215 d.C.).[↩]
        6. L’interpretazione filologica comune, che pretende di tradurre questo termine con “la tribù della dea Dana”, è errata in quanto non vi è alcun riferimento ad alcuna divinità dell’intera mitologia celtica di quel nome.[↩]
        7. F. Le Roux e C.J. Guyonvarch, I Druidi, Genova, Ecig, 1990, p. 392. [La battaglia di Mag Tuired è il nome di due saghe del “Ciclo mitologico”, uno dei quattro cicli principali della mitologia irlandese, descriventi le battaglie combattute dal popolo divino dei Túatha Dé Danann per ottenere il controllo dell’Irlanda. Nonostante il nome in comune, la tradizione colloca il luogo fisico dei due scontri in diverse località dell’antico regno del Connacht: la prima battaglia si consumò presso Cong, nella contea di Mayo, al confine con la contea di Galway; la seconda si svolse a Lough Arrow, nella contea di Sligo. Delle due, è soprattutto la seconda saga quella più ricca di informazioni, costituendosi, di fatto, quale testo fondamentale per la conoscenza della mitologia celtico-irlandese. N. d. T.].[↩]
        8. Questo episodio ricorda quello dell’accecamento del ciclope Polifemo per mano di Ulisse, come narrato nell’Odissea. Inoltre, Polifemo era il figlio di Poseidone, il dio più importante di Atlantide.[↩]
        9. Gli Arimaspi erano un popolo leggendario di cui fa cenno anche Plinio il Vecchio, abitanti in un territorio posto a nord-est della Grecia. Avevano la particolarità di avere un unico occhio e per questo venivano chiamati anche uomini monocoli e assimilati ai ciclopi. Secondo Erodoto, che cita un poema sugli Arimaspi di Aristea di Proconneso, il loro territorio si trovava tra quelli degli Iperborei e degli Issedoni, probabilmente nel nord della Scizia e quindi tra i monti del Caucaso ed il Mar Nero. Sono spesso rappresentati mentre combattevano con i grifoni (guardiani delle miniere) per il possesso dell’oro (o del miele).[↩]
        10. M. Dillon, Early Irish Society, Dublin, The Three Candles, 1954.[↩]
        11. Una pianta parassita che cresce sugli alberi. Produce piccoli frutti bianchi con la polpa costituita da un liquido viscoso. Il vischio è citato anche da Virgilio (Eneide, VI, 136-141 e 201-209): prima di discendere nell’Ade (il mondo dell’Aldilà), Enea scelse un ramo di vischio da una quercia che conferisce il permesso d’entrare negli inferi e uscirne ovvero “risorgere”, allontanando i demoni e conseguendo l’immortalità. J. Brosse, Mitologia degli alberi, Milano, Rizzoli 1994 pag.88.[↩]
        12. Plinio il Vecchio, Naturalis Historia, XVI, 249-251; Plinio fu un famoso naturalista e storico romano.[↩]
        13. Chi presta servizio al guru o a Dio.[↩]
        14. Giulio Cesare, De bello gallico, VI,14; tra il 58 e il 51 d.C., Cesare conquistò e soggiogò l’intera Gallia (l’odierna Francia).[↩]
        15. Purohita in India era il sacerdote di famiglia o cappellano domestico. Se ne intende l’importanza ove si pensi alla molteplicità delle osservanze e pratiche giornaliere, periodiche e di circostanza che costituiscono il corpo rituale attraverso cui si esprime il sentimento religioso [N. d. T.].[↩]
        16. File, plurale filid, poeta: nome irlandese del druida specializzato in pratiche magiche, divinatorie e in tutti i campi dell’attività intellettuale. Il file è etimologicamente un veggente e può accedere alla scrittura, contrariamente a quanto accade al bardo, il cantore di versi alla corte del re [N. d. T.].[↩]
        17. Oliver Cromwell (Huntingdon, 25 aprile 1599 – Londra, 3 settembre 1658) condottiero e dittatore protestante inglese. Dopo essere stato alla testa delle forze che abbatterono temporaneamente la monarchia inglese, instaurando la repubblica del Commonwealth of England, governò sull’Inghilterra, Scozia e Irlanda con il titolo di Lord Protettore, dal 16 dicembre 1653 fino alla morte, avvenuta probabilmente a causa di malaria. Dopo la sepoltura la sua salma fu riesumata e sottoposta al rituale dell’esecuzione postuma. Le imprese belliche di Cromwell lo hanno reso molto impopolare in Irlanda e Scozia, due nazioni prima indipendenti e che durante le guerre civili caddero a tutti gli effetti sotto il dominio inglese. In particolare, la brutale repressione delle forze realiste perpetrata da Cromwell in Irlanda nel 1649 ha lasciato un ricordo vivo ancora oggi nella memoria degli irlandesi. Fino a che punto volesse spingersi Cromwell nelle repressioni è argomento controverso. Non c’è dubbio che in generale considerasse gli irlandesi come nemici, tanto è vero che giustificò il saccheggio di Drogheda come ritorsione contro i massacri di protestanti avvenuti nell’Ulster nel 1641, spingendosi fino a definire il massacro come: “Il solenne giudizio divino contro questi vili barbari, che si sono macchiati le mani di sangue innocente”. Inoltre, si racconta di molte chiese cattoliche, come la cattedrale di Kilkenny, profanate e trasformate in stalle. Queste notizie che evidenziano attacchi diretti contro l’Autorità spirituale e il Potere temporale sembrano confermare la matrice antitradizionale dei piani di Cromwell [N. d. T.].[↩]
        18. In Gallia, tuttavia, al tempo della conquista di Cesare, la maggior parte dei regni celtici erano governati da oligarchie di cavalieri.[↩]
        19. Ritroveremo questa connessione più avanti quando tratteremo dell’influenza della tradizione celtica durante il Medioevo europeo. Infatti, nella saga medievale, Re Artù (gr. arktos, orso; sskrt. ṛkṣa) era un discepolo del suo purohita di corte, il druido Merlino, noto come “il cinghiale di Brocelandia”.[↩]

        20. Celtic Tradition

          Celtic Tradition

          With the name of Celts, we identify a group of tribes that, around 1000 BC, descended from the North and expanded into Scotland, England and Ireland and, from there, over a good part of continental Europe. The name of these similar populations comes from the name of the priestly caste that characterized them with their doctrines. Celt, as Chaldean and Culdean was therefore the name of all the categories of priests. The Greeks derived this term from the root kel (κελ) signifying “mysterious”, “occult”. Diogenes Laertius1 maintains that the highest doctrines, prior to the birth of Greek philosophy, were cultivated among the Indians (Gymnosophists, i.e. the Yogis), the Persians (Magi), the Assyrians (Chaldeans) and the Celts (Druids2). The correct name of these peoples was certainly expressed by the root gal, “the powerful”. The Romans and the Greeks were therefore right to call them Gauls and Galatians (γαλάται, read galàtai), as is also evidenced by the name of their last contemporary Spanish descendants, the Gallegos, and the name of the Celtic-Gaelic languages still living in the British Isles, the Gael peoples of Scotland, Ireland and Wales (Gaels), which the English, unable to pronounce their name correctly, have called “welsh” (the “foreigner”!).
          What is most striking about Celtic peoples is that their social composition was divided into castes, clearly very similar to the traditional social structure of India.
          It is certain, however, that Celtic tradition was the result of the merging of two different traditional currents. The first, which was represented by the warrior, mercantile and servile castes, as well as, by the lower orders of the priestly caste, that were certainly of Atlantean origin. This is evident for the violent tendency of its warriors, the bloody sacrifices of both animals and men, and for the attraction towards magic phenomena. The second current was instead represented by the Druids, the highest category of priests. There is no doubt that the Druids represented the current coming from the North, which Posidonius3 declared of Hyperborean origin and that Clement of Alexandria4 considered to be the source of wisdom from which Pythagoras had drawn his doctrine, perhaps thanks to the mediation of Abaris the Hyperborean.
          According to Irish tradition, the Northern druidic current was called Tuatha Dé Danann, the “Tribe of the divine knowers of the arts”5. The most important of the traditional texts of Ireland, “The Battle of Maige Tuired” (Cath Maige Tuired)6, describes the tribe: “The Tuatha Dé Danann lived in the islands in the North of the world studying druidism, knowledge, art and magic. They surpassed everyone in these arts. “The Battle of Maige Tuired came after the landing of the Tuatha Dé Danann on the shores of Ireland. There, they were faced by the ranks of the inhabitants of the islands, the Fomoires, described by all the chronicles as warrior-demons. Their leader was a one-eyed giant who was killed when a stone was casted to his eye7. At this point we would like to remind the reader of our previous article The gold age – the Hyperboreans, published in this same site: in the neighboring lands near Hyperborea, lived the Arimaspis, barbarians dedicated to metallurgy, who had only one eye and were enemies of the Hyperboreans. Now, the Cyclopean aspect also puts Fomoires in evident relation with Atlantis. Thus, the Battle of Maige Tuired represents the victory of the Tuatha Dé Danann over previous Celtic populations of Atlantean origin and sanctions the priestly supremacy of the Hyperborean Druids over the entire Celtic society. The diversity of the Druidic caste from the rest of society is so significant that pushed Prof. Myles Dillon of the Trinity College of Dublin8 to support the idea, based on ritual studies, traditions attributed to the Druids and on the comparison between Gaelic and Sanskrit terms, that the Druids were in fact brāhmaṇas from India!
          From Ireland the Druids expanded into the rest of the British Isles and into Armorica, the current French peninsula of Normandy. The Druids did not arrive in the rest of Celtic Europe. However, the minor priestly orders of the Celts faithfully represented them everywhere they went. Such was the prestige of the Druids that they were considered Deities in human form. The name of this priestly caste comes from the composition of two words, curiously identical to two Sanskrit roots: dhru, which means stable, and vid, to know. Hence, Druid means he who is “stable in knowledge”. These two terms were symbolized by the oak, symbol of stability, and by the mistletoe9, symbol of knowledge; the latter grows on the branches of oaks, but it is not produced by them, as knowledge is not produced by stability. “The Druids considered nothing more sacred than the mistletoe and the oak on which it grows.”10
          The Druids were divided into two subclasses: the first whose members lived in the depths of the forests devoting themselves to metaphysical research, welcoming disciples who would live with them to provide service (Sskr. seva). Little is known about their teaching, as this exercise was carried out strictly from mouth to ear. All ancient authors who speak of the Druids attest to the secrecy of their teachings. We only know that their doctrine concerned the immortality of the soul, its transmigration in other worlds and in multiple births, the way to escape this fate through knowledge and the periodic destruction of the manifested world through water or fire. This was enough for the Romans to recognize a similarity with the Pythagorean doctrine. The disciple of a Druid “must memorize a great number of verses”11. The teachings in verses, strictly oral, were a condensation of the doctrinal knowledge that was transmitted. However, the disciple was able to understand them only after having listened to their explanatory comments and the exegesis of the teacher.
          The second Druid subclass was composed of priests who lived near the villages. They devoted themselves to solemn public rituals. However, they did not make animal sacrifices, they dressed in white and were strictly vegetarian. Some of them lived at the court of a King (Rix) and performed a function similar to that of purohita.
          Below the Druids there was another priestly subclass that dated back to the period preceding the arrival of the “Nordic” current. These were called Files, seers (Sskr. rṣi). They were composers of sapiential poems, astrologers and judges. Generally, they lived at the courts of princes or the most important noble Knights. They performed divinatory rituals and bloody sacrifices, taught cosmological sciences and imparted enchantments (mantras) to their disciples. They were highly skilled at the improvisation of hymns, a mastery that survived from father to son until the seventeenth century AD, when it disappeared together with its masters due to the persecution of Cromwell.
          The lower priestly level was represented by the Bards. They dedicated themselves to the composition of war poems that went to sing at the sound of their lyres from castel to castle and from village to village. Although they were not able to compose sapiential poems, they spread the works of the Files with their songs. They performed the function of genealogists of the important families of their region, learning by heart and transmitting the genealogical tree of the ancestors of the Knights. They had an important role in the preparation of the battles, both for the extreme attempt of reconciliation between the two contenders, and for casting curses against the opponent army. For this reason, the Bards were very familiar with the Knights. These were the main subdivisions of the Celtic priesthood, although many texts further subdivided Druids, Files, and Bards into numerous and complex sub-hierarchies by their function.
          The Knights constituted the second caste in importance. The most courageous and authoritative among them was recognized as King12. The others were Land-lords and formed the army, which also included their women. They continuously practiced the use of weapons and, following certain teachings of the Bards, they were able to enter into a state of furious alteration during battle, which the Romans called in Latin furor gallicus. Stripping their clothes off and brandishing their weapons, they faced the enemy in a terrible and crazed state of trance. At first the Romans were frightened by these acts of insane audacity and the high stature and physical prowess of the Celtic Knights. However, soon the Romans understood that these uncoordinated attacks that mimicked the aggressiveness of the bear were easily repelled by discipline and military art.
          As the bear represented the Knights, the boar was the animal that represented the caste of the Druids13. Two Hyperborean symbols are found in Celtic tradition: the boar alludes to the island Vārāhī, the Arctic land from which the Druids (Tuatha Dé Danann) were said to come, whereas the bear alludes to Ursa Major, the constellation of the northern pole.
          Finally, the Celtic society was composed of the cast of free men, artisans and traders, and of the caste of servants and peasants.

          Gaṇapati

          1. Greek historian (180-240 AD).[↩]
          2. ] As we can see, Diogenes Laertius already used the name of the priestly caste to define the entire Celtic people.[↩]
          3. Greek historian and geographer (135-51 BC).[↩]
          4. Saint Clement of Alexandria, Greek theologian and philosopher (150-215 AD).[↩]
          5. The common philological interpretation that pretends to translate “the tribe of the goddess Dana” is incorrect as there is no reference to any Deity the entire Celtic mythology known by this name.
            [↩]
          6. F. Le Roux & C.J. Guyonvarc’h, I Druidi, Genova, Ecig, 1990, p.392.[↩]
          7. This episode is reminiscent of that of the blinding of cyclops Polyphemus by the hand of Odysseus, as narrated in the Odyssey. Furthermore, Polyphemus was the son of Poseidon, the most important god of Atlantis.[↩]
          8. M. Dillon, Early Irish Society, Dublin, The Three Candles, 1954.[↩]
          9. A parasitic plant that grows on trees. It produces little white fruits with the pulp consisting of a viscous liquid. The mistletoe is also mentioned by Virgil (Aeneid, VI, vv. 136-141 and 201-209). Before descending into Hades (the Afterlife world), Aeneas picked a branch of mistletoe from an oak tree, which bestows the power to enter the underworld and get out of it and “rise again” driving away the demons and conferring immortality. J. Brosse, Mitologia degli alberi, Milano, Rizzoli 1994 pag.88.[↩]
          10. Pliny the Elder, Naturalis Historia, XVI. 249-251; Pliny was a celebrated Roman naturalist and historian.[↩]
          11. Julius Cesar, De bello gallico, VI 14; between 58 and 51 AD, Cesar conquered and subjugated the whole of Gaul (today’s France).[↩]
          12. In Gaul, however, at the time of Caesar’s conquest, most of the Celtic kingdoms were governed by oligarchies of Knights.[↩]
          13. We will find this connection later when we talk about Celtic tradition during the Middle Ages in Europe. In the medieval saga, in fact, King Arthur (arktos, bear; Sskr. ṛkṣa) was a disciple of his purohita of the court, the Druid Merlin, known as “the Boar of Brocéliande”.[↩]

          19. Roma: dal regno all’Impero

            Roma: dal regno all’Impero

            Alle origini Roma fu governata da sette Re che costituiscono il trait d’union fra la realtà mitica e il divenire storico; per tal motivo queste figure emblematiche sono paragonabili, sotto diversi aspetti, ai sette Manu1 purāṇici dell’India, poiché ognuno di loro ha dotato lo Stato d’una sua legislazione. Questi governanti ricordano anche i sette ṛṣi2 e i sette pianeti corrispondenti alle diverse scienze che si sono sviluppate durante i loro regni. L’ultimo re, Tarquinio il Superbo, è passato alla storia per la crudeltà della sua tirannia e per questo motivo il Senato e il popolo romano si sollevarono e lo bandirono dalla città. Lo Stato da quel momento fu radicalmente trasformato in una Repubblica.
            Il titolo di Rex (Re) rimase, ma come carica suprema che esprimeva la sola autorità sacerdotale, quindi privato di qualsiasi potere temporale. Al posto del Re come sovrano temporale, furono eletti due Consoli; uno era espressione della casta patrizia, l’altro di origine plebea: questa soluzione si proponeva di fare in modo che i consoli potessero controllarsi l’un l’altro e scongiurare così il pericolo di ricadere in un’altra tirannia. Inoltre, il mandato consolare aveva una durata di un solo anno. Questo cambio di regime ricevette l’approvazione autorevole dell’Oracolo di Delfi. Come si può notare, la religione dei Romani, che era di origine pitagorica, aveva molte somiglianze con quella dei greci. Le due religioni avevano in comune diversi santuari e si riconoscevano l’un l’altra; inoltre, sia i greci sia i romani si rispettavano e si riconoscevano reciprocamente non barbari. Lentamente, nel corso dei secoli, il patriziato dovette cedere maggiori poteri amministrativi ai plebei, specialmente alla classe dei guerrieri (cavalieri, lat. Equites, sskrt. Kṣatriya). Pur mantenendo il pieno controllo del Senato e delle funzioni sacerdotali, i patrizi con il ridimensionamento del potere temporale del Re e il depotenziamento degli uffici sacri, subirono una graduale perdita della loro supremazia, che cercarono di compensare con il rafforzamento della loro egemonia nell’esercito, che costituiva la spina dorsale della Repubblica romana. Infatti, la coorte di cavalieri d’élite era formata da giovani patrizi, mentre il resto della cavalleria era l’espressione degli Equites. La fanteria dell’esercito romano, ben organizzato, ben addestrato e disciplinato era, invece, composta da uomini liberi. L’arte e la scienza della strategia e della tattica raggiunsero valori così alti che nessun esercito in Europa, Africa e Asia occidentale avrebbe potuto eguagliarle.

            A Roma, la religione era chiaramente distinta in essoterismo ed esoterismo. L’essoterismo corrispondeva ai rituali familiari e pubblici; spesso si avvaleva di sacrifici collegati a eventi cosmici o a celebrazioni della Repubblica. L’esoterismo non doveva nascondersi per paura di persecuzioni o restrizioni da parte dei culti pubblici, come accadde nelle religioni di origine semitica. Semplicemente, le diverse sādhanā che, come in Grecia, avevano la forma di Misteri, mantenevano una certa riservatezza, in modo che i rituali non fossero sconsacrati dalla presenza di profani o curiosi. I patrizi che desideravano ricevere la dīkṣā, avevano a loro disposizione i Misteri pitagorici, di cui abbiamo già parlato in precedenza3. Le Matrone, le signore patrizie, ricevevano l’iniziazione ai Misteri della Bona Dea, di antica origine latina.
            Per i plebei c’erano iniziazioni (anch’esse d’origine pitagorica) caratterizzate dalle loro arti e mestieri. L’iniziazione cavalleresca aveva una gerarchia di tipo militare. Il generale (dux, inglese duke, duca) che eseguiva anche la funzione iniziatica di maestro (guru), aveva il titolo di Imperator (Imperatore). Al di sotto di questa funzione i suoi facenti funzione (upaguru) erano chiamati principi (principes), mentre gli iniziati (upāsaka4)più avanzati ai misteri cavallereschi avevano il titolo di compagni (o conti) dell’Imperatore (Comites Imperatoris). I neofiti erano detti “tirocinanti” (tirones).
            La fanteria era organizzata in compagnie di tipo religioso (sodalicia). Ogni compagnia aveva la sua organizzazione iniziatica diretta da sacerdoti di rango inferiore. Allo stesso modo i mercanti, i professionisti e i contadini erano raggruppati in confraternite simili (sodalicia), all’interno delle quali si poteva ricevere un’iniziazione professionale. Gli artigiani invece erano ordinati in collegi (collegia fabrorum), la cui organizzazione era molto simile a quella indiana delle śreṇi5. Alla testa di un collegium c’era un maestro delle arti (magister atrium, sanscrito śilpācārya, sthapatī) o primo capo (princeps). I discepoli progrediti erano chiamati compagni (sodales, sskrt. karmasārathi, takṣaka) e gli apprendisti, tirones (sanscrito upaśikṣa, vardhakī).

            La religione dei Romani rimaneva comunque molto aperta ai culti degli altri popoli, specialmente nei confronti dei Misteri dei greci. Molti giovani romani delle classi superiori erano soliti recarsi in Grecia per ricevere l’iniziazione ai Misteri Eleusini, Orfici, Kabiri o Dionisiaci6; questa tendenza aumentò quando Roma conquistò la Grecia nel 230 a.C. Mentre Roma stava acquisendo sempre nuovi territori, le religioni dei popoli vinti erano progressivamente integrate nel Pantheon romano. Così avvenne che a Roma, capitale dell’Impero, si trasferirono rami dei Misteri Isiaici provenienti dall’Egitto, i Misteri Mitraici dalla Persia, i Misteri Caldei della Mesopotamia meridionale, i Misteri di Cibele (in latino Magna Mater) dalla Frigia, quelli di Baal dalla Siria, ecc. Nel I secolo a.C. a Roma e nelle principali città dell’Impero si annoveravano persino comunità Brāhmaṇa hindū e Śramaṇa buddhisti7. A Roma furono costruiti templi per tutte le religioni che erano venute in contatto con l’Impero; inoltre vi erano diffuse, come pure in tutte le altre città dell’Impero, numerose comunità ebraiche. Ma il tipico esclusivismo delle religioni semitiche8, basato sulla convinzione che il proprio Dio è l’unico ad essere vero, fu sempre di ostacolo all’integrazione dei loro culti nel Pantheon romano9. Per questa ragione i Romani non potevano sopportare gli ebrei che si consideravano il “popolo eletto di Dio” e ritenevano che la loro religione fosse l’unica veritiera. Roma dunque adottò una politica particolarmente severa per gestire la “questione giudaica”: nel 70 d. C. i Romani devastarono il vassallo regno giudaico, distrussero il Tempio di Yehovah10 a Gerusalemme e dispersero gli ebrei deportandoli in tutte le province del loro vasto Impero.
            Anche le divinità celtiche, l’iniziazione druidica e la religione di Cartagine non furono del tutto ben accette a Roma, perché quelle popolazioni che i romani chiamavano i galli e i cartaginesi erano gli unici nemici che avessero rappresentato una seria minaccia alla sopravvivenza della Città11.
            Cartagine, che si trovava sulla costa settentrionale dell’Africa, dopo tre sanguinose guerre, fu definitivamente sconfitta dai Romani e completamente distrutta. Invece la Gallia e la Britannia (attualmente Francia e Inghilterra), conquistate da Giulio Cesare e Claudio12, si latinizzarono rapidamente. I Romani riconoscendo che la religione dei celti e gli insegnamenti segreti dei loro Druidi erano molto simili al Pitagorismo, rispettarono la tradizione dei celti, ma non se ne curarono mai molto perché consideravano i galli una popolazione barbara e potenzialmente ostile.

            Ovunque il dominio di Roma arrivasse, lì veniva stabilita la Pace Romana (Pax Romana). La cittadinanza veniva concessa in molti dei regni conquistati e così i membri della classe equestre straniera andavano a rafforzare l’esercito. Per molti secoli all’interno dell’Impero non ci furono più guerre da combattere e quindi lo Stato prosperò. Nel primo secolo d.C. la città di Roma raggiunse i quattro milioni di abitanti. La capitale, come anche altre città, era adornata con splendidi templi e palazzi.
            Strade lastricate collegavano tutte le province e ovunque gli acquedotti convogliavano l’acqua dalle montagne alle case private delle famiglie, ai pozzi e le fontane pubbliche. Fu in questo periodo di splendore che lo spirito austero dei Romani cominciò a rammollirsi e a corrompersi, soprattutto a causa dell’influenza dello stile di vita greco. La lotta tra le classi sociali germinò proprio per la suggestione esercitata della democrazia ateniese. Fu così che i gradi più alti fra gli iniziati ai Misteri Pitagorici unirono le loro forze a quelle dell’iniziazione cavalleresca e si formò un circolo culturale e intellettuale attorno al cavaliere Mecenate13 che raccoglieva i più grandi poeti pitagorici come Virgilio14, Orazio, Properzio e Tibullo. Costoro indussero il patrizio Augusto, capo dell’esercito romano (Imperator) e nipote di Giulio Cesare, a sovrapporre la sua autorità di comandante dei cavalieri alla diarchia dei due capi di stato, i consoli: da quel momento il titolo di Imperatore acquisì il suo attuale significato di capo supremo dell’Impero. Questo non fu in realtà un colpo di stato come si potrebbe pensare, perché lo Stato, in quanto entità civile, accettò di sottomettersi volontariamente a un’autorità iniziatica che era riconosciuta e rispettata per la sua natura superiore15. L’Imperatore, oltre ad essere il capo di tutte le organizzazioni iniziatiche romane e Comandante in Capo dell’Esercito, era anche Rex Sacrorum e Pontifex Maximus. Pertanto, questa riforma rappresentava in un certo senso una sacralizzazione dello Stato e il ripristino dell’antico Regno romano. Solo il Senato fu autorizzato a mantenere il suo potere di controllo al fine di impedire all’Imperatore una deriva autoritaria che avrebbe potuto condurlo alla tirannia. Con Augusto (63 a.C. – 14 d.C.) e la sua dinastia imperiale Giulia, Roma raggiunse la sua massima potenza e splendore.

            D. K. Aśvamitra

            1. Colui che pensa, l’uomo archetipale, il primo uomo, la specie umana, l’uomo vero, immagine riflessa del Brahman che si esprime come Legislatore primordiale e universale; non si tratta di un personaggio né di un mito, ma del Principio prototipo dell’Uomo che rappresenta la funzione ordinatrice dell’Intelletto universale che dà la legge (Dharma) a un ciclo. In questo caso si tratta dei sette Legislatori che regolano i sette manvantara: Svāyambhuva (a Lui è attribuito il Codice di Manu), Svārociṣa, Uttama, Tāmasa, Raivata, Cākṣuṣa, Vaivasvata. Quest’ultimo, nato dal Sole, è il progenitore dell’umanità di questo manvantara [N. d. T.].[↩]
            2. Ṛṣi, letteralmente “veggente”. Saptarṣi, i sette saggi o cantori ispirati sono i Veggenti che riescono a “udire” le vibrazioni sonore primordiali, trasmettendone l’insegnamento negli inni sacri denominati Veda [N. d. T.].[↩]
            3. Cfr. Capitolo 12.[↩]
            4. Letteralmente “meditanti” [N.d.T.].[↩]
            5. Vivevano di commercio e di armi [N. d. T.].[↩]
            6. Cfr. Capitolo 11.[↩]
            7. Śramaṇa (sanscrito श्रमण) significa “colui che lavora, si affatica o si sforza (per uno scopo superiore o religioso)” o “cercatore, uno che compie atti di austerità e ascetismo”. Il termine si applica a diversi movimenti religiosi indiani che si sono separati dalla religione vedica. L’uso del termine śramaṇa è frequente nel Jainismo, nel Buddismo [N. d. T.].[↩]
            8. Le religioni monoteiste ebraiche, cristiane e musulmane sono tutte di origine semitica.[↩]
            9. Pantheon significa “tutti gli dei”. Nome di un tempio ancora esistente a Roma, dove erano riuniti le murti (le immagini) di tutti gli Dei adorati nei territori dell’Impero. [Una cosa analoga avveniva nella Ka’ba preislamica, che poi con l’avvento della nuova religione fu considerata un ricettacolo di idoli da eliminare del tutto N. d.T.].[↩]
            10. Nella Bibbia Dio dichiara: “Io sono Yehovah. Questo è il mio Nome; e non darò a nessun altro la mia propria Gloria” (Isaia 42.8). Yehovah è una ricostruzione fonetica per poter leggere le quattro consonanti ebraiche יהוה (YHWH, leggi Yavé) che rappresentano il nome divino, la cui vera pronuncia è andata perduta a causa della perdita delle tribù sacerdotali, durante la Diaspora [N. d. T.].[↩]
            11. I due casi di maggior pericolo per Roma furono il saccheggio della città ad opera del generale celtico Brenno, nel 390 a.C. prima di essere respinto e sconfitto in battaglia; e l’assedio posto da Annibale nel 211 a.C.[↩]
            12. Giulio era il nome della famiglia (gotra) di Cesare che era diretto discendente di Julus, figlio dell’eroe troiano Enea. Il nome di Cesare divenne così prestigioso che fu usato come sinonimo per definire “l’Imperatore” in due lingue: in tedesco Kaiser e in russo Zar. L’Imperatore Claudio conquistò l’attuale Inghilterra nel 43 d.C.[↩]
            13. Gaio Cilnio Mecenate (in latino: Caius Cilnius Mæcenas; Arezzo, 15 aprile 68 – 8 a.C.), nato da un’antica famiglia etrusca, fu un influente consigliere, alleato ed amico dell’imperatore Augusto [N. d. T.].[↩]
            14. Virgilio fu il guru di quel gruppo di poeti pitagorici e l’Eneide divenne l’epopea del passato di Roma. Il poema, accompagnato da insegnamenti dottrinali, simboli e iniziatici, racconta le origini troiane della città di Roma. La fama magistrale di Virgilio fu riconosciuta per molti secoli. Per questo motivo Dante Alighieri scelse Virgilio come guida per il suo viaggio nei tre mondi.[↩]
            15. L’unico esempio storico comparabile fu quando il Dalai Lama, la più alta autorità iniziatica del Buddhismo Vajrayāna, fu riconosciuto superiore al Re del Tibet, diventando così il capo di quello Stato. La differenza è che mentre il Dalai Lama è un monaco, l’Imperatore romano era un generale.[↩]

            19. Rome: from the Kingdom to the Empire

              Rome: from the Kingdom to the Empire

              In antiquity, Rome was ruled by seven Kings, characters participating in both mythical and historical reality. In fact, they are comparable in many ways to the seven Manus of the past, since each one of them brought a different legislation to the state. These rulers are reminiscent of the seven ṛṣi and the seven planets for the different sciences that were developed during their reigns. The last King, Tarquinius Superbus, has gone down in history for his cruelty and tyranny. For this reason, the Senate and the Roman people rebelled against him, banishing him from the city. The State was then radically transformed in a Republic. The title of Rex (King) remained just as the supreme priestly charge, but deprived of any temporal power. In place of the King, two Consuls were elected; one proceeding from the patrician caste and the second of plebeian origin, so that they could control each other, and avoid the danger of another tyranny. Moreover, the Consular mandate had a duration of one year only. This regime change received the approval from the very Oracle of Delphi. As it can be seen, the religion of the Romans, which was of Pythagorean origin, was very similar to that of the Greeks. The two religions had shrines in common and recognized each other; the Greeks didn’t regard the Romans to be barbarians nor the Romans considered the Greeks as barbarians.
              Gradually the patriciate had to surrender more administrative powers to the plebeians, especially to the class of warriors (knights, Lat. equites, Sskr. kṣatriya), but they retained full control of the Senate and of the priestly functions. However, with the closure of the King’s temporal power, the depowering of the sacred offices represented a loss of power for the patriciate. This loss of power was, on the other hand, compensated with the strengthening of the patrician presence in the army, which became the backbone of the Roman Republic. In fact, the élite cavalry cohort was formed by young patricians, while the rest of the cavalry was the expression of the knights. The infantry, on the other hand, was composed by free men. The Roman army was well organized, well trained and disciplined; the art and science of strategy and tactics reached such high points that no army in Europe, Africa and Western Asia could match it.
              In Rome, Religion was clearly divided into exoterism and esoterism. Exoterism corresponded to familiar or public rituals, often represented by sacrifices connected to cosmic events or celebrations for the Republic. Esotericism was not hidden by fear of persecution or restrictions by public cults, as happens in the religions of Semitic origin. Simply, the different sādhanās, just as in Greece, had the form of the Mysteries and therefore a certain reserve was maintained, so that the rituals were not deconsecrated by the presence of profane or curious people. Patricians who wished to receive the dīkṣā had at their disposal the Pythagorean Mysteries, of which we have already spoken on this Website1. The matrons, that is to say the patrician Ladies, received the initiation to the Mysteries of Bona Dea (Good Goddess), of very ancient Latin origin. Instead, for the plebeians there were initiations (also of Pythagorean origin) characterized by their activities and occupations. The knightly initiation had a military structure. The general (dux, En. duke), who also performed the sacred function of master (guru), had the title of Emperor (Imperator). Under him the upagurus were called princes (principes), the most advanced upāsakas had the title of Comrades of the Emperor (Comites Imperatoris Engl. Counts of the Emperor) and the neophyte initiates were known as “trainees” (tirones).
              The infantry was religiously organized in fellowships (sodalicia). Each of them had its initiatic organization under the guidance of priests of minor ranks. Likewise, the merchants, the artists and the peasants were grouped into similar brotherhoods (sodalicia), within which a professional initiation could be obtained. Instead, the artisans were organized in colleges (collegia fabrorum), whose organization was very similar to the Indian śreṇis. At the head of a collegium there was a master of arts (magister atrium, Sskr. śilpācārya, sthapatī) or prince (princeps). The advanced disciples were called companions (sodales, Sskr. karmasārathi, takṣaka) and the apprentices tirones (Sskr. upaśikṣa, vardhakī). The religion of the Romans, however, was very open to the religions of other peoples, especially towards the Greek Mysteries. Many young Romans of the upper classes used to travel to Greece to receive the initiation of the Eleusinian, Orphic, Kabyrian or Dionysian Mysteries2. This increased when Rome, in its territorial expansion, conquered Greece in 230 BC. As Rome was conquering new territories, the religions of vanquished peoples were progressively integrated into the Roman Pantheon. Thus it happened that in Rome, capital of the Empire, were transferred the branches of the Isiac Mysteries proceeding from Egypt, the Mithraic Mysteries from Persia, the Chaldean Mysteries from the southern Mesopotamia, the Mysteries of Cybele (Lat. Magna Mater), from Phrygia, those of Baal from Syria etc. In the first century BC in Rome and in the main cities of the Empire there were even communities of Hindū Brāhmaṇas and Buddhist Śramaṇas. In Rome temples were built for all the religions that had come into contact with the Empire.
              In Rome and in all the other cities of the Empire there were also Jewish communities. However, the typical exclusivism of the Semitic Religions3 claiming that their God is the only true one always obstructed the integration of their cult into the Roman Pantheon4. The Romans could not put up with the Jews who considered themselves to be the “God’s chosen people” and regarded their religion as the only true. Rome adopted a particularly strict policy to control the Judaic question. In 70 AD the Romans ravaged their vassal Judean Kingdom, destroyed the Jehovah’s Temple of Jerusalem and dispersed the Jews deporting them in all the provinces of their vast empire.
              Similarly Celtic deities and Druidic initiation nor the religion of Carthage were accepted in Rome, reason being that Celtic populations (the Gauls, Galli, as the Romans called them) and the Carthaginians were the only enemies that posed a serious threat to the survival of Rome5. Carthage, which was located on the northern coast of Africa, after three bloody wars, was eventually defeated by the Romans and completely destroyed. Instead, Gaul and Britannia (at present France and England), conquered by Julius Caesar and Claudius6, quickly became Latinized. The Romans recognized that the Religion of the Celts and the secret teachings of their Druids were very similar to Pythagoreanism. Rome, therefore, respected the religion of the Celts, but were never too fond of it, considering the Gauls a barbaric and potentially hostile population.
              Wherever the dominion of Rome extended, the Roman Peace (Pax Romana) was established. Roman citizenship was granted to many of the subjugated kingdoms, so the members of the knight class also increased strengthening the army. For many centuries within the Empire there were no more wars to fight and, therefore, the State prospered. In the first century AD, the city of Rome reached four million inhabitants. The capital, as well as other cities, were adorned with splendid temples and palaces. Paved roads connected all the provinces and everywhere aqueducts channeled the water from the mountains to the houses of private families. In that period of splendour, the austere spirit of the Romans began to be soften and corrupt, mostly due to the influence of Greek lifestyle. The struggle between social classes germinated under the influence of Athenian democracy. Thus, the highest initiates of the Pythagorean Mysteries joined their forces with those of the chivalric initiation. A circle was formed around the knight Mecenas, collecting the greatest Pythagorean poets such as Virgil7, Horace, Propertius and Tibullus. They induced the patrician Augustus, head of the Roman army (Imperator) and nephew of Julius Caesar, to superimpose his authority as master of the knights to that of the Chiefs of the State, the two Consuls. Thus the title of Emperor acquired its current meaning as supreme head of the Empire. This was not really a coup d’état, because the State, as a civil entity, agreed to voluntarily submit to an initiatic authority, that was recognized superior by nature8. The Emperor, in addition to being the head of all the Roman initiatory organizations and Commander-in-Chief of the Army, was also Rex Sacrorum and Pontifex Maximus. Therefore, in some way, this reform represented a sacralisation of the State and the restoration of the ancient Roman Kingdom. Only the Senate was allowed to maintain its power of control in order to prevent the Emperor from being tempted to become a tyrant. With Augustus (63 BC-14 AD) and his imperial Julia dynasty, Rome reached its maximum power and splendour.

              D. K. Aśvamitra

              1. See Ch. N° 12.[↩]
              2. See Ch. N° 11.[↩]
              3. The Jewish, Christian and Muslim monotheistic Religions are all of Semitic origin.[↩]
              4. “All the Gods”. Name of a still existing temple in Rome, where the murtis of all the Gods worshiped in the Empire were gathered.[↩]
              5. Brennus, a Celtic general, in 390 B.C., sacked the city of Rome, before being driving out and defeated in battle. The Carthaginian general Hannibal laid siege to Rome in 211 BC. These have been the two episodes of greatest danger for Rome.[↩]
              6. Julius was the family name (gotra) of Caesar because he was direct descendant of Julus, son of the Trojan hero Æneas. The name of Cæsar became so prestigious that his name is used to define the “Emperor” in two languages: in German “Kaiser” and in Russian “Czar”. The Emperor Claudius conquered the present-day England in 43 AD.[↩]
              7. Virgil has been the guru of that Pythagorean poet group. His poem, the Æneid, became the epic of Rome’s past. The poem, accompanied by doctrinal teachings and initiatic symbols, tells of the Trojan origins of the city of Rome. The masterly fame of Virgil was recognized for many centuries. For this reason Dante Alighieri chose Virgil as the guide for his journey in the three worlds.[↩]
              8. The only historical comparable example was when the Dalai Lama, the highest initiatic authority of Vajrayāna Buddhism, was recognized superior to the King of Tibet, becoming the head of that state. The difference is that the Dalai Lama is a monk, instead the Roman Imperator was a general.[↩]

              Alcune precisazioni sul Metodo dell’Advaita II

                Alcune precisazioni sul Metodo dell’Advaita II

                Nel Vedānta ci sono anche altre varianti metodiche1 per arrivare intuitivamente alla conoscenza della nostra natura assoluta e non duale. Una è, per esempio, l’indagine volta a riconoscere che la molteplicità, cioè la distinzione tra gli oggetti, come appare nel sogno e nella veglia, in realtà non ha sostanza né consistenza. A questo proposito Śrī Gauḍapāda ha scritto:

                Esattamente come il sogno e la magia sono riconosciuti non essere reali quanto una città vista [tra le nubi], così il saggio, in base al Vedānta, riconosce che questo universo è non reale.2

                Il che significa che il sogno, lo spettacolo del mago3 e la Fata Morgana tra le nuvole sono solo mera apparenza. Allo stesso modo i vedāntin affermano che questo mondo duale è mera apparenza. Dato che tutti i tre stati sono mutevoli per natura, quindi sono inaffidabili e fallaci, possiamo concludere che sono paragonabili alle apparenze prive di sostanza che la mente sovrappone a un oggetto reale, come il serpente alla corda, l’argento alla madreperla, il ladro al tronco d’albero ecc. Questo è il primo passo di questo metodo. Il secondo passo consiste nel riconoscere che la veglia è simile al sogno in tutti gli aspetti. Non è un’esperienza di tutti i giorni quella di vedere un oggetto apparentemente reale evocato dalla magia o di vedere inaspettatamente una città formarsi per caso tra le nubi, mentre il sogno è una esperienza generale comune. Vogliamo intendere che il sogno è sperimentato da ogni essere umano senza alcuna eccezione. In sogno appaiono molti oggetti di natura diversa, separati e differenti tra loro. Ma non appena ci si sveglia, si capisce che tutte quelle cose erano false e che erano state pure apparenze. Così dichiara Bādarāyaṇa nei Brahma Sūtra.

                Perché così capita anche all’ātman individuale a cui appaiono oggetti di svariati tipi.4

                Ciò significa che ogni singolo jīvātman vede il suo proprio sogno che non condivide con altri. Tuttavia il sogno è un’esperienza fatta da tutti. Gauḍapāda ha affermato che non esiste alcuna differenza tra l’esperienza della veglia e quella del sogno. Ora, ciascuno dei due stati è reale,   quando ci si trova nel suo tempo, nel suo spazio e nelle sue relazioni causali. Nelle circostanze ordinarie, le persone sveglie misurano sempre l’esperienza del sogno con il metro dell’esperienza della veglia, ritenuta pregiudizialmente reale. Al contrario l’esperienza onirica è ritenuta non reale, dal momento che, quando ci si risveglia, quest’ultima è cancellata e considerata una visione illusoria come il miraggio. Gauḍapāda ha anche dimostrato con un esame basato sulla propria esperienza intuitiva che, in realtà, entrambe sono esperienze che appartengono alla stessa specie. Perciò, quando si sta sperimentando il tempo del sogno, a ciascun jīva appaiono cose strane, bizzarre, e persino buffe. Sebbene, dunque, Paramātman sia uno e non duale, tuttavia in lui pare proiettarsi anche questo attraente e fantasmagorico mondo della veglia. Dunque, con l’esempio improntato all’esperienza dello stato di sogno, si dimostra, per deduzione, che anche l’esperienza della veglia è solo una falsa apparenza. Ma se si ricorre all’intuizione per approfondire queste esperienze tra loro simili nei particolari, ma identiche nella sostanza, non sarà affatto possibile decretare con assoluta certezza che l’uno è davvero veglia o che l’altro è realmente un sogno. Questo perché fra i due stati non è possibile trovare alcuna caratteristica che permetta di stabilire in un modo o nell’altro che l’uno è del tutto differente dall’altro. Gauḍapādācārya, a questo proposito, sostiene che:

                Considerando che le innumerevoli cose [che compongono il mondo della veglia e quello del sogno] sono talmente simili da rappresentare un unico oggetto di analisi deduttiva, il saggio afferma che lo stato di sogno e lo stato di veglia sono tra loro uguali.5

                Ciò significa che in entrambi gli stati gli oggetti che si percepiscono in realtà sono modificazioni della mente. Perciò sono concezioni soggettive, poiché la mente è il soggetto che concepisce l’idea degli oggetti della conoscenza di cose reputate esterne. Questa conoscenza è mediata dai sensi, perciò, come si è già dimostrato, la mente ha un’esperienza esclusivamente indiretta degli oggetti. Tuttavia i sensi non sono delle entità (tattva) indipendenti come il Sāṃkhya suppone, ma pensieri, ossia modificazioni mentali che prendono forme che si attribuiscono a degli oggetti. Perciò sia nella veglia sia nel sogno il soggetto ha una concezione personale di ipotetici oggetti per il tramite delle proprie modificazioni mentali. In base alla propria esperienza, si può facilmente sostenere che, se qualcosa appare come caratteristica particolare della sola veglia, la medesima cosa può apparire anche durante l’esperienza onirica come fosse caratteristica solo di quello stato. Perciò tutte e due queste cose possono essere considerate caratteristiche solo della veglia o solo del sogno. Dato che una delle due appare nel tempo di uno dei due stati, per poi scomparire e apparire nel tempo dell’altro stato, è lecito considerarle entrambe come un “sogno”6. Questa è la vera ragione per la quale la śruti parla di trayaḥ svapnāḥ per intendere che “tutti i tre gli stati sono solo sogno”, intendendo con “sogno” l’illusorietà (māyā).
                L’insegnamento spirituale che l’Ātman di noi tutti è non-nato (ajātivāda) può essere intuito anche per mezzo di questo secondo metodo. La prima forma dell’ajātivāda si basa sulla dichiarazione che “noi non siamo per nulla nati come sperimentatori dei tre stati di coscienza”. La seconda forma dell’ajātivāda afferma che “nella nostra natura reale di puro essere-coscienza-beatitudine non esiste in realtà alcuna molteplicità quando si raggiunge l’intuizione assoluta. Per entrambe queste forme di affrontare l’argomento della non nascita, sia la veglia sia il sogno sono mere apparenze e nient’altro. Gauḍapāda lo espone così:

                Non c’è alcuna dissoluzione, origine, limitazione, e nemmeno nessuno che si sforzi o aspiri alla Liberazione né alcun liberato. Questa è la Suprema verità.7

                Dal punto di vista della realtà metafisica (paramārtha dṛṣṭi), quindi, nulla è distrutto, niente è nato, nessuno è limitato, non c’è alcun cercatore né alcuno che s’impegna in discipline spirituali, nessuno può essere un mumukṣu, vale a dire qualcuno che sia desideroso di liberazione; e nemmeno ci può essere un mukta, un liberato. Lo scopo principale di questa Kārikā vuol significare che esiste solo l’Ātman non duale e non-nato, nel vero senso del termine.
                La parola mondo (prapañca) significa qualcosa che è somma di altre cose e, allo stesso tempo, che è suddivisibile in esse. Nel mondo esterno percepito da tutti esistono molti oggetti ciascuno dei quali è distinto e differente dagli altri, perciò l’uno separato dall’altro. Il mondo è quindi davvero prapañca. Invece l’Ātman non può essere in alcun caso saprapañca, cioè intaccato da questo prapañca. È infatti eternamente prapañcopaśama, ossia non infettato dal prapañca. Esso è, senza nascita (aja), uno e non duale, realtà eterna (nitya), indistruttibile (avināśi), immutabile (avikriyā) perché non sottoposto a nessuno dei sei cambiamenti (ṣaḍvikāra), che sono l’esistenza prenatale (asti), la nascita (jāti), la crescita (vṛddhi), la maturità (vipariṇāma), la decadenza (apakṣya) e la morte (vināśa)8, ed esente da qualsiasi molteplicità (vairūpya). Ātman, come abbiamo appena scritto, è la realtà suprema che nel linguaggio vedāntico si dice paramārtha.
                Abbiamo descritto due modi di considerare la non-nascita (ajāti): con la prima l’Ātman non ottiene nessuna nascita o manifestazione sotto forma dei tre stati: con la seconda l’Ātman non nasce in alcuna forma molteplice. Ora descriveremo un terzo modo con cui ajāti può essere concepita, che così sintetizziamo: Paramātman non è mai nato sotto forma di jīva, cioè come un’anima in trasmigrazione.
                Alle persone ordinarie la natura del jīva e quella di Paramātman appaiono totalmente differenti. Quando pensano al jīvātman, se lo figurano in trasmigrazione, dotato di una conoscenza limitata, prigioniero dalle antinomie come caldo e freddo, attrazione e repulsione (rāga e dveṣa), correttezza e scorrettezza (dharma e adharma)9, dotato di facoltà limitate, con una durata breve della vita, obbligato a compiere azioni (kartṛ) e a essere fruitore (bhoktṛ) dei loro risultati (phala). Invece credono che Paramātman o Īśvara sia onnisciente (sarvajña), indipendente (svatantra), onnipotente (sarvaśakta), eterno (nitya) e dispensatore al jīva dei frutti delle azioni. Il jīva deve compiere un percorso iniziatico (sādhana marga) per poter arrivare faticosamente alla Liberazione, mentre Paramātman è sempre libero (mukta). Essi trovano un sostegno a questo modo di vedere anche nella śruti, laddove s’afferma che i jīva provengono da Paramātman come scintille dal fuoco. Leggono che da Parameśvara sorgono sia i jīva trasmigranti, sia jagat, il mondo della dualità. Ciò conferma la loro esperienza ordinaria che li induce a credere che jīva e jagat siano tra loro differenti.
                Solamente coloro che, condotti da sicure letture e confrontandosi con amici sinceri e motivati, arrivano alle dottrine contenute nelle Upaniṣad possono cominciare a rendersi conto della fallacia del punto di vista empirico (vyāvahārika dṛṣṭi); così essi potranno essere spinti a cercare un maestro perfetto. Dalla bocca del guru potranno, infine, apprendere perché non esiste alcuna differenza di realtà tra l’esperienza della veglia e quella del sogno. Quando si riconosce questa verità, non sarà più possibile affermare che i jīva siano davvero nati e che sperimentino davvero continuamente nuove nascite nei mondi di trasmigrazione. L’indagine vedāntica dovrà anche provare che essi possono realmente raggiungere la Liberazione per mezzo del metodo spirituale. Ridimensionando la portata delle parti in cui la śruti descrive la manifestazione dei jīva, dei cinque elementi e degli oggetti empirici, il sādhaka fisserà la sua attenzione sulle affermazioni scritturali che riguardano l’Ātman non duale in conformità con la yukti, vale a dire il ragionamento intuitivo universale. Poiché questo argomento metafisico è in contraddizione con quello precedentemente menzionato, dobbiamo evidentemente considerarlo a un livello completamente diverso da quello che contiene affermazioni che riguardano la manifestazione. La gente ordinaria crede che lo spazio contenuto in vasi di argilla (ghatākāśa) sia ritagliato fuori dallo spazio totale (akhaṇḍākāśa). Perciò, allo stesso modo, in sogno, pensa di esser nata lì con un corpo, mente e sensi, com’è similmente convinta di essere nata come jīva in questo mondo della veglia. Invece corpi, menti e sensi della veglia e del sogno, anche se sono descritti nei passaggi della śruti che riguardano la manifestazione sono in verità pure parvenze sovrapposte all’Ātman, esattamente come non esistono tanti spazi nei vasi, ma un unico akhaṇḍākāśa indivisibile.
                L’affermazione per cui sia i jīva sia il jagat sono nati da Paramātman non s’oppone alla dottrina della “non-nascita” (ajātivāda). Dobbiamo però precisare che si tratta solamente di una nascita prodotta illusoriamente (māyā jāti), come quella dei prodigi fatti apparire dal prestigiatore. Così sul significato delle affermazioni upaniṣadiche: “Tutto questo mondo ha avuto origine dal Brahman”10 e “Così tutti gli esseri sono stati manifestati da Lui”11 si deve riflettere con attenzione, usando la śruti anche come strumento di conoscenza logica (śrutyanusāri yukti). Dai testi apprendiamo che l’effetto non è differente dalla causa e, grazie a questa affermazione, si è in grado di intuire che la totalità del mondo non è altro che il Brahman, e che tutti i jīva non sono nient’altro che il Sé supremo.
                I jijñāsu, a questo punto, potranno capire che quando le Upaniṣad descrivono la manifestazione del mondo e dei jīva, in verità vogliono esporre l’idea tipica degli ignoranti che sovrappongono una fantasmagoria illusoria (māyika utpatti) sulla realtà del Brahman. Chiarita la limitazione del punto di vista vyāvahārika, le scritture passano poi a insegnare il metodo della discriminazione basato sull’intuizione che, passo dopo passo, distingue ciò che non è reale dalla realtà del Sé non duale. Perciò se la śruti menziona meditazioni su Paramātman o Īśvara, lo fa per destinarle a iniziati mediamente qualificati (madhyamādhikāri) che partono dalla visione illusoriamente dualista (māyika dvaita dṛṣṭi), all’unico scopo di condurli per gradi fino alla soglia dalla quale si accede alla conoscenza del Supremo. Costoro, cominciando a meditare con impegno e sincerità su un dato simbolo che il guru impartisce a ciascuno personalmente, in quanto a loro particolarmente funzionale, potranno raggiungere la purificazione della mente (antaḥkāraṇa) e, per estensione, dell’intera individualità. In questo modo saranno preparati a desiderare la conoscenza del Sé (jijñāsa) e a liberarsi dall’ignoranza (mumukṣā). Ciò è possibile perché, anche se durante il percorso di purificazione non lo si avverte chiaramente per carenza d’istruzione dottrinale, qualunque cosa si adotti come oggetto di meditazione è in realtà il Sé supremo. Solo per questa ragione la śruti insegna che:

                Tutto questo è Brahman: ciò che ha origine, si dissolve ed esiste in Lui. Perciò, si deve meditare in pace. Ciò che l’uomo desidera in questo mondo, quello egli diventa quando se ne diparte. Perché ci si identifica con ciò che si desidera. Perciò si prende la forma di ciò che si desidera.12

                Lo śloka significa che tutto questo mondo e tutti gli oggetti che lo compongono, sono l’unico Brahman, perché tutto questo universo è nato proprio da lui, in lui si sviluppa e infine vi si immerge. L’uomo è colmo di desideri che brama di realizzare; se medita, raccoglie dopo la morte i risultati desiderati in proporzione all’impegno e alla determinazione impiegata in vita. Se non si è in grado di conoscere direttamente da soli il Brahman non duale, si dovrebbe meditare su Brahman come il proprio Sé cosciente con totale devozione e con costante determinazione al fine di diventare uno con Lui. Questo è anche dichiarato dallo śāstra:

                Con dedizione, devozione, meditazione e pratica si può intuire la Realtà.13

                Anche colui che è preda di attrazioni e repulsioni e indulge solamente ai desideri per oggetti esterni che procurano piacere, nascerà e rinascerà in continuazione nel ciclo del saṃsāra, in modo da fruire ripetutamente, e facendo così, continuamente morirà e ri-morirà. È il desiderio inappagato che lo spinge ad assumere un nuovo corpo, utilizzando il quale egli agirà (sarà un kartā) al fine di diventare un fruitore (bhoktā) dei frutti di quelle azioni (karmaphala). Chi, invece, desidera raggiungere e contemplare il Brahman, seguirà il medesimo percorso, ma interiorizzato:

                Perciò chi lo desidera14 conoscere come è, si auto controlla, diventa pacificato, si rivolge verso il suo interno, determinato e concentrato.15

                Questa via, come s’è già detto, può aprire differenti possibilità ed essere percorsa a livelli diversi. Per evitare possibili fraintendimenti, ci soffermeremo a precisare brevemente queste diverse possibilità, avendo ripetutamente verificato che su questi argomenti regna una sconcertante confusione tra gli occidentali interessati alla tradizione16. Il caso più elevato, sul quale ci siamo particolarmente soffermati, è quello di colui che riflette discriminando e mettendo in pratica il controllo della mente (śānta) e dei sensi (dama), concentrandosi verso la propria interiorità (uparati), rimanendo indifferente alle antinomie, come il piacere e il dolore, con il massimo distacco ed equanimità mentale (titīkṣa). Costui sarà capace di intuire la realtà assoluta del Brahman ed essere liberato eternamente o, meglio, prendere coscienza d’essere il Brahman eternamente libero. Poiché il tempo, essendo relativo e presente soltanto nella veglia e, in forma diversa, nel sogno, esso non può condizionare l’eternità che è assoluta, perciò l’apparente raggiungimento dell’intuizione della conoscenza suprema, che per sua natura è atemporale, non può essere ostacolato dal fatto di essere apparentemente un individuo vivente in un corpo grossolano.
                Chi, invece, avendo reso servizio (sevā) a un adepto e dopo aver meditato su un simbolo, avesse concluso il percorso a tappe capace di purificargli la mente (śuddhadhī), potrebbe ottenere lo stesso risultato se, desiderando il mokṣa, si rivolgesse a un maestro in grado di trasmettere la conoscenza del Sé (Ātmavidyā). Qualora questa conoscenza non potesse essere realizzata durante la vita, dopo la morte, a conclusione del devayāna, il jīva di colui che ha purificato la mente raggiungerà il Brahmaloka o, come lo chiamano i vaiṣṇava, il Vaikuṇṭha. Con Brahmaloka (o anche Satyaloka) s’intende il più elevato dei mondi contenuti in Hiraṇyagarbha. In esso, Hiraṇyagarbha dimora come Brahmā-Prajāpati, ossia come il non Supremo Brahman, principio universale della manifestazione individuale, sia che essa venga considerata come mondo della veglia, sia come mondo del sogno. Perciò Brahmā rappresenta il principio vitale degli individui17 e, quindi, il jīva che ottenesse di incorporarsi in lui non sarebbe ancora libero dalle limitazioni individuali. Tuttavia si dovranno considerare due casi separati di jīva dimoranti nel Brahmaloka. Coloro che in vita avessero purificato la mente senza aver alcuna idea o sentore dell’esistenza della conoscenza suprema (paravidyā), dopo aver fruito della beatitudine del Brahmaloka durante il lunghissimo periodo denominato Kalpa, sarebbero riassorbiti nel pralaya, per poi rinascere in un altro mondo di trasmigrazione. Per questa ragione le Upaniṣad, alludendo all’estrema lunghezza della durata dei loro godimenti celesti, dicono di loro “non ritornano, non ritornano”18. Tuttavia nel loro caso non si parla di mokṣa perché, non conoscendo il Supremo, non hanno consapevolezza che, durante il pralaya, essi si trovano reintegrati in Parabrahman.

                Gli Śāstra parlano di tre tipi di dissoluzione, quella quotidiana, quella naturale e quella assoluta. La dissoluzione quotidiana ha luogo nel sonno profondo, quando ogni cosa si dissolve nell’Ātman. Quella naturale avviene quando il mondo s’immerge in Brahman alla fine di ogni kalpa, o ciclo cosmico. Queste due dissoluzioni sono temporanee, empiricamente parlando, perché il sonno profondo e la dissoluzione del mondo avvengono in quanto risultati del karma, sia esso individuale o generale. Sebbene dal punto d’osservazione della Realtà assoluta le anime assieme al mondo facciano davvero tutt’uno con l’Ātman reale durante queste due dissoluzioni, i jīva non hanno consapevolezza di trovarsi lì nel Sé supremo. Come dice la Chāndogya Śruti:

                Tutti questi esseri, pur essendo diventati un tutt’uno con il puro Essere, non sanno di essere diventati uno con il puro Essere.19

                Tutti questi esseri, essendo provenuti dal puro Essere, non sanno di essere provenuti dal puro Essere.20

                In quello stato, ogni essere, dal più alto al più basso, è realmente unificato per sempre con la Realtà, in modo tale che non c’è nient’altro che la Realtà; in quello stato, ogni essere senza eccezione perde le apparenze che, sovrapponendoglisi, lo distinguono, cioè gli upādhi che hanno la forma del corpo, dei sensi e della mente. Ciò avviene nel sonno profondo o alla dissoluzione del mondo e, di conseguenza, in quegli stati non c’è neppure la parvenza dell’individualità. Ciò nonostante, gli esseri di tutte le condizioni, dalla più umile alla più elevata sono così inclini a favore della loro identificazione con le sovrapposizioni limitanti a cui sono associati in stato di veglia, da rifiutarsi di riflettere sulla loro innata natura come Realtà. Questa ignoranza, assieme alla pregiudiziale predilezione per la loro individualità dello stato di veglia, è ciò che il Vedānta definisce avidyā. Qualora essi abbiano la buona ventura di assicurarsi l’insegnamento orale di un maestro realizzato, essi riflettono sulla loro vera natura e subito riconoscono d’esser sempre stati l’unica Realtà non duale. Allora la loro ignoranza è effettivamente spazzata via dall’illuminazione e l’illusorietà della realtà, associata agli upādhi condizionanti, il corpo, i sensi e la mente, è dissolta per sempre. Questo è ciò che è chiamato ātyantika pralaya, la dissoluzione assoluta [il mokṣa].21

                Nel mondo supremo del Brahmaloka, più congeniale alla contemplazione, colui che in vita non solamente ha purificato la mente, ma è anche diventato un mumukṣu grazie agli insegnamenti d’un maestro vedāntin, potrebbe perfino raggiungere la conoscenza del Supremo (paravidyā) e, quindi, in prossimità della conclusione della lunghissima durata del kalpa in cui si sviluppa la vita di Hiraṇyagarbha22, ottenere la Liberazione in modo differito (krama mukti). Per meglio spiegare questa ultima affermazione, dobbiamo aggiungere che nei diversi gradi d’esistenza si distinguono i karma loka dai bhoga loka. Nei primi, gli esseri che vi sono nati possono agire e conoscere, riuscendo così a intervenire attivamente nei propri destini. Naturalmente, gli esteriori, coloro che in vita si limitano a compiere azioni virtuose (śubha karma) in armonia con il dharma, migliorati dai meriti (puṇya) accumulati, ottengono una nascita in un bhoga loka, un mondo di fruizione. In quella nuova esistenza ottenuta con l’azione, i jīva godranno passivamente23 dei risultati positivi del karma passato; ma lì non potranno intervenire attivamente per migliorare il loro destino24. I bhoga loka sono dunque i cieli (svarga loka o deva loka) in cui si gode della salvezza25. Invece nel karma loka l’individuo può avere desiderio per determinati risultati (phalakāma), per ottenere i quali agisce, vale a dire diventa un agente (kartṛ). Alcuni di questi desideri possono produrre risultati in questa stessa vita, come, per esempio la ricchezza, la figliolanza, la fama. Allora il kartṛ diventa anche fruitore (bhoktṛ) e così il medesimo karma loka in cui vive diventa per lui un bhoga loka. Oppure un individuo può desiderare di contemplare gli Dei, e quindi agire di conseguenza compiendo sacrifici, ascesi, meditazioni, preghiere. Tale risultato non può essere raggiunto nel mondo umano (manuṣya loka o bhū loka); perciò quella persona dovrà attendere la morte del corpo (dehānta) per ottenere i karmaphala  in un bhoga loka. La tradizione vuole che i bhoga loka siano innumerevoli, mentre il karma loka è solo il manuṣya loka, in altre parole il mondo in cui si nasce uomini26. Tuttavia il mondo degli uomini è anche il luogo in cui si può raggiungere la conoscenza suprema. Qualora il Vedānta vicāra non fosse concluso nel corso della vita terrena con la jīvan mukti, a seguito del devayāna i jīva si incorporeranno a Hiraṇyagarbha nel Brahmaloka, mantenendo la medesima consapevolezza conoscitiva acquisita sulla terra. Perciò manuṣya loka e Brahmaloka sono considerati jñāna loka, mondi di conoscenza. Infatti per il jñāni che si trovano nel Brahma loka la conoscenza del Supremo può essere raggiunta verso la conclusione del ciclo di manifestazione (kalpa) con la Liberazione differita (krama mukti). Con l’approssimarsi del pralaya, essi comprendono che il Brahmaloka, pur essendo sat, non è la beatitudine suprema, il mokṣa. Per quanto elevato, si tratta ancora di uno stato limitato proprio da quella dissoluzione, e che perciò Hiraṇyagarbha e tutti i jīva a lui incorporati, s’immergeranno nell’asat, per poi trasmigrare27. Brahman, invece, non è né sat né asat, ma puro Ānanda.Ne consegue in tutta evidenza l’importanza di trarre il massimo profitto da questa nascita umana (manuṣyajāti), perfino durante la sua permanenza nei prolungamenti sottili postumi. A questo proposito così affermava Śrī Cāndraśekara Bhāratī Mahāsvāmījī:

                Nelle Upaniṣad è stabilito con grande chiarezza che solamente il Brahmaloka e questo Bhū loka [mondo terrestre] sono mondi di conoscenza.28 Di questi due, il mondo di Brahmā è raggiunto solo da coloro che, com’è prescritto negli śāstra, abbiano accumulato i meriti richiesti che li rendono qualificati ad accedervi. […] Inoltre, per acquisire le qualifiche necessarie a esservi ammessi, le azioni virtuose prescritte dalla śruti devono essere tutte compiute qui, nel nostro mondo. […] Anche il non attaccamento [vairāgya], che è un requisito necessario per ottenere la Conoscenza, è possibile soltanto in questo mondo pieno di sofferenza e, una volta raggiunto, rimane per sempre. Nei mondi degli Dei e in altri mondi non c’è alcuna possibilità di raggiungere il distacco.29

                Il Jagadgurujī aggiunge una osservazione molto importante che servirà a chiarire alcuni aspetti del privilegio e della tremenda responsabilità della nascita umana. Dopo aver spiegato che la purificazione della mente si basa sulle attività che già abbiamo definito yantra, mantra, tantra, grazie al fatto che gli esseri umani stanno vivendo in un karma loka, egli aggiunge:

                Questo non è possibile nel caso degli Dei. Quando gli uomini compiono sacrifici e oblazioni, esclamano: “Questo non è mio”, abbandonando così il senso dell’attaccamento, cioè il senso del “mio” nei confronti della loro offerta. Poiché gli Dei sono superiori agli uomini, questi ultimi possono aspettarsi da loro delle grazie e, perciò, adorano gli Dei […], ma non esistendo altri esseri a loro superiori, gli Dei non possono compiere alcun rito. Non c’è dubbio che nei Purāṇa è scritto che Brahmā e altri Deva hanno compiuto sacrifici […, ma] quei sacrifici furono compiuti solo nel mondo terrestre, per mezzo della limitata forma umana assunta dagli Dei per quell’occasione.30

                Riassumendo, coloro che sono qualificati per la conoscenza intuitiva del Brahman-Ātman potranno realizzare in vita lo scopo per il quale si è ottenuta la nascita umana, per mezzo del metodo diretto (sākṣat sādhana), che consiste nell’ascolto degli insegnamenti upaniṣadici (śrāvaṇa), nella riflessione basata sull’esperienza intuitiva (manana) e nella contemplazione intuitiva (nididhyāsana). Coloro che, invece, non sono così qualificati per uno scopo tanto elevato, pratichino dapprima le meditazioni ingiunte nelle scritture, passando a tappe, uno a uno, i diversi fini della vita umana (puruṣārtha31) fino a dedicarsi al raggiungimento dello scopo ultimo, il mokṣa. Infine, coloro che non sono in grado di compiere nemmeno queste meditazioni si dedichino al karma yoga come è esposto nella Gītā, per ottenere il loro scopo della vita. Questo, in poche parole, è l’insegnamento del Vedānta.

                Oṃ Tat Sat

                1. Si tratta soltanto di altre applicazioni del metodo basato sull’avasthātraya, che il guru adatta alle caratteristiche del discepolo. Per la realizzazione metafisica, comunque, l’avasthātraya rappresenta un metodo imprescindibile.[↩]
                2. MUGK II.31.[↩]
                3. Nella Kārikā è usato il termine māyā anche nel senso di spettacolo di illusionismo (indrajāla).[↩]
                4. BS II.1.28.[↩]
                5. MUGK II.5.[↩]
                6. “Una volta Chuang Tse sognò d’essere una farfalla che svolazzava contenta, senza pensare che era Chuang Tse. Svegliatosi all’improvviso, si meravigliò di essere Chuang Tse. Non sapeva più se era Chuang Tse che aveva sognato d’essere una farfalla o una farfalla che sognava d’essere Chuang Tse. Ma tra lui e la farfalla c’era una differenza, quella chiamata ‘modificazione di essere’.” Chuang Tse, II. 19. È evidente che nel Taoismo è praticato il metodo caratteristico per raggiungere la realizzazione metafisica, quello basato sulla comparazione discriminativa tra le avasthā. Abbiamo adottato questa traslitterazione perché corrispondente alla pronuncia del mandarino colto e non il pinyin adatto al gergo dei bassifondi pechinesi, imposto dal PCC.[↩]
                7. MUGK II.32.[↩]
                8. BhGŚBh II.21.[↩]
                9. A livello di indriya, manas e buddhi, rispettivamente.[↩]
                10. KU II.3.2.[↩]
                11. MU II.1.6.[↩]
                12. ChU III.14.1.[↩]
                13. Kaivalya Upaniṣad, 2.[↩]
                14. Il desiderio di conoscenza, che equivale al desiderio di liberarsi dall’ignoranza, in realtà non è kāma. Perché kāma è il desiderio di altro da sé, di ciò che l’“io” (aham) non ha e che desidera diventi “mio” (mama). In questo caso, essendo l’oggetto del desiderio qualcosa di contingente, prendere “la forma di ciò che si desidera” significa assumere un’altra forma contingente. Questo è il saṃsāra. Invece jijñāsa-mumukṣā è il desiderio di Sé e non di altro da sé. Questo è mokṣa.[↩]
                15. BU IV.4.23.[↩]
                16. Soprattutto è incomprensibile la poca chiarezza d’idee sui rispettivi destini postumi di profani e di iniziati, spesso causata da confuse descrizioni coperte da uno spesso strato di religiosità, riscontrabili nei trattati iniziatici delle religioni semitiche.[↩]
                17. Hiraṇyagarbha, che contiene, oltre al Brahmaloka, anche tutti i cieli (svarga), è allora detto jīva ghana, agglomerato di vita (Anima Mundi) e comprende in sé tutte le forme di vita a livello sottile. Quando esso si proietta nel mondo della veglia, Hiraṇyagarbha assume la forma di Virāṭ, principio della manifestazione grossolana (adhibhūta). A un livello più specifico, nel caso della specie umana, per esempio, Hiraṇyagarbha appare come Manu, principio generale dell’umanità.[↩]
                18. “Na āvartante na āvartante”. ChU IV.15.5.[↩]
                19. ChU VI. 9. 2.[↩]
                20. ChU VI.10.2.[↩]
                21. Svāmī Satcidānandendra Sarasvatī, Dottrina e Metodo del Vedānta (a cura di G.G. Filippi), Quaderni di Indoasiatica, Aprilia, NovaLogos, 2015, pp. 160-161.[↩]
                22. Da un certo punto di vista Hiraṇyagarbha, in quanto jīva ghana, deve essere considerato una individualità universale, corrispondente, nel macrocosmo, al jīvātman microcosmico. Tuttavia questa è una visione erronea dovuta all’ignoranza: infatti, come il jīvātman in quanto essere separato non esiste, essendo in realtà l’Ātman stesso, così anche Hiraṇyagarbha è, in verità, il Brahman supremo.[↩]
                23. La fruizione (bhoktṛtva) presenta sempre un carattere di inattività, in quanto è susseguente all’esaurimento dell’azione che produce i frutti di cui fruire. Al contrario l’attività (kartṛtva) usa i karmendriya e perciò è, evidentemente, attiva nel produrre i phala.[↩]
                24. Per poterlo fare essi dovranno riassumere un corpo umano per mezzo di una nascita attiva (karma jāti) a esaurimento della fruizione dei risultati dell’azione nel bhoga loka. Ci sono dunque certe affinità tra la condizione dei salvati che hanno raggiunto gli svarga per mezzo dei riti esteriori e quella degli iniziati che si recano nel cielo della luna tramite pitṛyāṇa o che, a termine del devayāna, si collocano in qualche livello del Brahmaloka considerato come fosse uno svarga (bhoga loka). Infatti sia i salvati, sia gli iniziati che hanno raggiunto un bhoga loka hanno in comune il fatto di essersi affidati, seppure con diversa effettività, esclusivamente al karma e non alla conoscenza. Tuttavia non si devono confondere i destini dei profani con quelli degli iniziati: la differenza tra i defunti che hanno ottenuto la salvezza e quelli che sono stati iniziati durante la vita umana, seguendo poi il pitṛyāṇa o il devayāna, consiste nella qualità della nuova rinascita.[↩]
                25. Tutto ciò è valido anche in senso inverso: coloro che in vita compiono azioni perverse (aśubha karma), appesantiti dalle colpe (pāpa) accumulate, ottengono una nascita in un inferno (naraka) che è il loro bhoga loka.[↩]
                26. Si deve perciò considerare che il manuṣya loka è un bhoga loka per tutti gli altri esseri non umani che vi sono nati, come le bestie, gli uccelli, gli insetti, le piante ecc. D’altra parte è anche vero che nel nostro mondo, con il procedere del tempo, la fruizione (bhoktṛtva) sta estendendosi tra l’attuale umanità in proporzioni allarmanti a discapito della capacità di agire (kartṛtva) per influire positivamente sui propri destini. Ormai solo alcune aree ristrette del nostro mondo (karmabhūmi) sono adatte a compiere azioni secondo il dharma universale. “Dagli śāstra è noto che, come nello svarga e negli altri piani di esistenza, anche molte parti della Terra (bhūmaṇḍala) erano luoghi di mera fruizione (bhogabhūmi) e non di azione (karmabhūmi). Perciò fu stabilita una legge umana (mānavadharma) appositamente promulgata per gli uomini, che prevedeva rispetto, verità e altre virtù. Da sempre l’India è stata considerata karmabhūmi, la terra del sacrificio.” Svāmī Karapātrī, “Perché gli Avatāra si manifestano solo in India”, L’uomo e il sacro in India, Indoasiatica, Venezia, Cafoscarina, 2009, p. 215.[↩]
                27. I jīva di coloro che hanno percorso il devayāna in quanto avevano in vita raggiunto la purificazione della mente, ma senza essere diventati jijñāsu, dopo il pralaya che metterà fine al presente Kalpa del Cinghiale Bianco, trasmigreranno al Kalpa successivo. Infatti tutti i testi specificano che “non ritorneranno qui”.[↩]
                28. Si noti l’identica concezione dantesca dei due Paradisi, quello terrestre e quello Celeste, separati tra loro dai cieli: Duos igitur fines providentia illa inenarrabilis homini proposuit intendendos: beatitudinem scilicet huius vite, que in operatione proprie virtutis consistit et per terrestrem paradisum figuratur; et beatitudinem vite ecterne, que consistit in fruitione divini aspectus ad quam propria virtus ascendere non potest, nisi lumine divino adiuta, que per paradisum celestem intelligi dater. Ad has quidem beatitudines, velut ad diversas conclusiones, per diversa media venire oportet. Nam ad primam per phylosophica documenta venimus, dummodo illa sequamur secundum virtutes morales et intellectuales operando; ad secundam vero per documenta spiritualia que humanam rationem transcendunt, dummodo illa sequamur secundum virtutes theologicas operando, fidem spem scilicet et karitatem (De Monarchia, III.16.7-8). Dante prosegue attribuendo il raggiungimento del paradiso terrestre all’Ars Regia (all’Imperatore) e quello del Paradiso Celeste all’Ars Sacerdotalis (al Pontefice) (Ibid. 10). Dante, dunque, ben distingueva i due Paradisi dai cieli dei salvati, quando la teologia latina, già ai suoi tempi, confondeva gli uni con gli altri.[↩]
                29. R. Krishnaswami Aiyar (ed. by),The Call of the Jagadguru, Sringeri, Sri Jagadguru Shankaracharya Mahasamsthanam Dakshinamnaya Sri Sharada Peetam, 1958, pp. 207-208. Invero jñāna può essere raggiunto in qualsiasi loka, poiché nulla può contrapporsi alla conoscenza. Perciò jñāna loka è soltanto un modo di dire.[↩]
                30. Ibid, pp. 206-207.[↩]
                31. I fini dell’uomo (puruṣārtha) sono quattro: dharma, rettitudine, artha, la prosperità, kāma, il desiderio, mokṣa. Essi sono perseguiti durante le quattro fasi della vita: brahmacarya, periodo di studentato per l’apprendimento dei doveri rituali e della conoscenza dei testi; gṛhastha, lo stato matrimoniale, con le relative attività familiari, rituali, sociali e lavorative; vanaprastha; fase di un primo ritiro nella foresta, dedicata all’introspezione nel desiderio di ottenere un buon post mortem e una migliore rinascita. Infine il saṃnyāsa per raggiungere il mokṣa.[↩]