10 Luglio, 2017

12. N) Il mondo non è reale

N) Il mondo non è reale

Obiezione: Analogamente al serpente, che è erroneamente visto nella corda, anche in sogno appare un inesistente mondo fatto di dualità. È lecito affermare per la medesima ragione che questo mondo della veglia, fatto di dualità, e il saṃsāra che esiste in lui siano fenomeni concepiti erroneamente? Non si può affatto affermare che il mondo empirico sia una mera apparenza portando soltanto un paio di esempi. La semplice affermazione che l’asino raglia, e perciò il musicista, suonando, si comporta esattamente alla stessa maniera, non è sufficiente a decretare che l’armonia d’un musicista sia come lo sgraziato raglio dell’asino. Così quando si paragona per gentilezza la voce stridula d’una certa donna al canto del cuculo, per quanto sforzo d’immaginazione usiamo, quella voce non sarà mai un suono dolce e melodioso. Lasciamo pure che l’esempio della corda e del serpente o quello del sogno illustrino una falsa apparenza. Ma partendo da questa base non si potrà stabilire la realtà del mondo empirico.

Risposta: Come appaiono gli oggetti che hanno una mera parvenza, esattamente così appare anche il mondo empirico. Come i mezzi validi di conoscenza (pramāṇa) eliminano l’errore di credere reali il serpente o il mondo del sogno, allo stesso modo gli stessi pramāṇa eliminano l’errore sulla realtà del mondo. Perciò non c’è alcuna differenza fra gli oggetti di mera apparenza degli esempi e questo mondo empirico di dualità. Per esempio, considera il mondo che appare nel sogno. Proprio come il mondo della veglia, anche il mondo del sogno appare tentacolare davanti a noi; proprio come nello stato di veglia paiono esistere molti esseri umani, animali e uccelli, anche lì, nel mondo del sogno, esistono molti esseri umani, animali e uccelli. Come nel mondo della veglia i jīva nascono, agiscono per un certo tempo e poi muoiono, così nel mondo del sogno pensiamo che i jīva nascano, agiscano per un certo tempo e poi muoiano. Come abbiamo contatti con altri jīva e altri oggetti grossolani nel mondo della veglia, lo stesso accade nel mondo del sogno. Che altro dire? Durante il tempo in cui assistiamo a tutti i fenomeni del sogno crediamo di essere in stato di veglia, anzi, ne siamo convinti. Dal momento che non esiste alcun modo particolare per dimostrare che lo stato che ora chiamiamo veglia non sia un sogno, non esiste nemmeno alcun pramāṇa o alcuna evidenza per dimostrare che solo il mondo dello stato di veglia sia reale. Inoltre, l’esempio dell’esperienza del sogno non è affatto un esempio vano e futile; infatti è un’esperienza universalmente condivisa, una conoscenza intuitiva, sufficiente a convincere chiunque che il mondo empirico della veglia è irreale. Da ciò s’arriva anche alla verità che il mondo della veglia è considerato erroneamente come se fosse Ātman.

Obiezione: Ciò non ci pare corretto. Perché solo dopo che il sogno scompare e appare la veglia, il sogno risulta falso e irreale. Ma, dopo che la veglia scompare, qual è lo stato reale in cui la veglia è considerata falsa? Stando solo nella veglia, è esatto e razionalmente sostenibile affermare che la veglia e il mondo che vediamo nello stato di veglia sono entrambi falsi?

Risposta: Non è importante che dopo essere tornati alla veglia dal sogno, quest’ultimo sia riconosciuto falso; ora dobbiamo esaminare il problema se quella conoscenza sia corretta o no. Essa è veramente corretta, perché nella veglia il mondo del sogno non esiste in nessun luogo. Se il mondo del sogno fosse vero, allora lo potremmo immaginare esistere da qualche parte anche ora. Ma non abbiamo questa esperienza. Abbiamo verificato che il mondo del sogno non esiste affatto né durante il tempo del sogno né ora, nel tempo della veglia. Perciò il sogno e il suo mondo sono entrambi falsi; sono cioè una mera apparenza che si manifesta in quel periodo di tempo. Allo stesso modo, quando siamo in sogno, dov’è il mondo della veglia? Non esiste affatto in nessun luogo. Anche la credenza che il mondo della veglia esista da qualche parte non è presente in noi durante il nostro sogno. Se affermassimo che quando vediamo il sogno, il nostro mondo della veglia, cioè quel mondo che si manifesta solo quando siamo svegli, esiste, allora sarebbe come dire che sperimentiamo allo stesso tempo sia il sogno sia la veglia. Questa affermazione si contraddice da sé. Perciò, dobbiamo per forza affermare che anche il mondo della veglia, come il mondo del sogno, è veramente inesistente (asatya). Comunque, il sogno non è reso falso soltanto per il fatto che usciamo dal sogno e veniamo in un altro stato; abbiamo concluso che esso non è reale dopo aver accertato la sua natura essenziale. Allo stesso modo, quando accertiamo la natura essenziale della veglia, anche quest’ultima sarà riconosciuta irreale. Per decidere in questo modo non è affatto necessario andare in un altro stato di coscienza.

Obiezione: Ammettiamo pure che anche il mondo della veglia sia esattamente una mera apparenza come il mondo del sogno. Ma quale evidenza c’è per sostenere che questa apparenza è erroneamente presa per l’Ātman che è della forma di satya jñāna ānanda? Qual è la nostra esperienza sulla cui base possiamo affermare che il nostro Ātman è della natura di satya jñāna ānanda?

Risposta: A tal fine dobbiamo considerare l’esperienza del sonno profondo. Sebbene nella veglia e nel sogno riconosciamo in noi l’individualità (jīvātva) e il mondo della dualità (jagat), noi esistiamo veramente nel sonno profondo. Poiché nella veglia, nel sogno e nel sonno profondo la nostra vera natura d’Ātman esiste immutabilmente e perennemente, non è nemmeno possibile immaginare che esso non esista. Da ciò si trae che Ātman è la nostra vera natura (satya svarūpa); per la medesima ragione l’Ātman conosce come Testimone (Sākṣin) tutti i jīva e l’intero mondo grossolano inanimato, sia nella veglia sia nel sogno. Egli sperimenta, sempre nella forma di Testimone cosciente (Sākṣin caitanya), lo stato di sonno profondo, ove è assente ogni traccia del mondo della dualità, da cui si evince che Egli è della natura di Coscienza-conoscenza (jñāna svarūpa). Qualsiasi cosa appaia nella veglia e nel sogno è oggetto del suo desiderio [di possesso, mama]. Invece nel sonno profondo, dove non esiste alcun oggetto, l’Ātman sperimenta beatitudine della sua propria pura e assoluta esistenza: da ciò si capisce che la sua vera natura è ānanda. Da questa intuizione si comprende che, dal punto di vista dell’eterna esistenza di Ātman, la conoscenza del mondo della dualità, come si manifesta negli stati di veglia e di sogno, è errata. Ciò significa che il mondo della dualità non esiste affatto indipendentemente dall’Ātman.


11. M) Come il sogno appare a causa dell’illusione del sonno, così appare il mondo

M) Come il sogno appare a causa dell’illusione del sonno, così appare il mondo

Prima di fornire una soluzione a queste obiezioni, dobbiamo per forza affrontare un certo problema. Vogliamo dire che l’oppositore è rimasto intrappolato nell’esempio della corda-serpente. Ha pensato, infatti, in questa maniera: «Come in determinate circostanze, una persona erroneamente vede un serpente nella corda, così, trovandosi in una data condizione, si sovrappone il mondo della dualità ad Ātman
Però da un simile ragionamento sorgono molte difficoltà e contraddizioni. Se osserviamo basandoci sull’intuizione, ci si renderà conto che nessuno ha mai fatto l’errore di immaginare che la natura di Śiva fosse il mondo della dualità (saṃsāritva) come nell’esempio [della corda e del serpente]. Ma se ci si pone in una particolare angolatura, ci si convincerà di essere un jīva¸ di vivere in un mondo che comprende molti jīva anch’essi senzienti, assieme a molte altre cose insenzienti completamente diverse. Da un altro punto di vista, guardando la realtà, comprendiamo invece che l’“Io” è veramente il Sé non duale (advitīya Ātman), privo di qualsiasi condizionamento individuale (jīvātva), che è essenzialmente Verità, Coscienza-conoscenza e Beatitudine (satya jñāna ānanda). Tra queste due concezioni, solo la seconda è corretta, perché non appena questa concezione sorge, noi realizziamo, cioè conosciamo intuitivamente che il mondo della dualità (saṃsāritva) è irreale e falso (asatya). Si usa il simbolo della corda-serpente soltanto per affermare questa verità, senza pretendere che tutte le implicazioni di quell’esempio debbano essere coerenti con ciò che simboleggia. Perciò sarà opportuno portare un altro esempio allo scopo di risolvere la terza e la quarta obiezione: quando una persona ha un sogno prodotto dall’ottundimento dovuto al sonno della mente (nidrā), quante fantasmagorie e bizzarrie può allora vedere! Costui dimentica completamente la propria natura e pare perfino rivestito di una forma del tutto diversa; sebbene sia solo, egli testimonia come se davanti a lui esistesse un mondo pieno di esseri umani, animali, piante e alberi, molte cose insenzienti come pietre, sabbia ecc., e vede se stesso come uno in mezzo a quella moltitudine. Anche in questo caso, qual è la realtà? Sia il mondo del sogno (svāpna prapañca), sia la forma in cui la persona (svāpna puruṣa) appare lì presente, sono falsi, irreali (asatya). Infatti, solo per il fatto di svegliarsi, tutto ciò scompare e tutto questo multiforme spettacolo sembra essere stato un’esistenza sperimentata all’interno di sé, nella propria mente. Da questo esempio si trae che nessuno di noi volutamente immagina il sogno: esso appare da solo, spontaneamente, ma non è reale. Si può dire la medesima cosa della propria individualità (jīvātva) e del mondo (jagat) che hanno una apparenza di realtà nella veglia. Anch’essi sono immaginati e sovrapposti erroneamente sul nostro Ātman, che è della natura essenziale di Verità, Coscienza-conoscenza e Beatitudine (satya jñāna e ānanda).