30 Aprile, 2017

4. Filosofia

Filosofia

Nella Grecia arcaica, chiunque non fosse soddisfatto dei risultati limitati della pratica essoterica, poteva rivolgersi a un santuario per ricercare l’iniziazione ai Misteri.
In quella sede il mistagogo preparava ritualmente l’aspirante all’iniziazione, prescrivendogli purificazioni, digiuni e altre ritualità preliminari. Dopo l’iniziazione che si svolgeva nell’arco di diversi giorni, il neofita riceveva il mantra della divinità a cui era stato consacrato. Dopo di ciò si procedeva alla sua istruzione dottrinale. Gli iniziati hanno mantenuto un rigoroso segreto per secoli, perciò poco si sa di questi insegnamenti. La dottrina era divisa in due tappe: la Fisica cioè la cosmologia e Metafisica, il cui significato etimologico rimanda a ciò che sta “oltre la Fisica”. Chi cresceva in conoscenza e virtù raggiungeva la saggezza, la sophìa (σοφία), diventando un sophòs (σοφός, in sskrt. un vidvas). Chi desiderava raggiungere la saggezza, ma non era ancora iniziato, era definito filosofo (φιλόσοφος, leggi philòsophos): in realtà la filosofia (Φιλοσοφία, leggi Philosophìa) significa amare, desiderare (φιλεῖν, leggi philèin) la saggezza (σοφία, leggi sophìa). Durante il VI secolo a.C. Pitagora si lamentava già del fatto che i veri saggi stavano scomparendo e che rimanevano solo i filosofi.
Questo grande sophos è stato il primo a definire i filosofi nel senso moderno del termine, vale a dire amanti della speculazione teorica, libresca e mentale. Nessuno voleva più subire le rinunce e le austerità necessarie per diventare un sophòs. Quindi filosofia assume il significato di teoria individualmente elaborata da un filosofo che esprime le sue idee personali, le sue ipotesi e le sue speculazioni come spiegazione della sua visione del mondo, dell’uomo e dei loro destini. Essendo le sue teorie solo pensieri individuali, ogni filosofo rifiuta invariabilmente le speculazioni dei suoi predecessori. Con la sola eccezione della scuola pitagorica, che conservò la sua paramparā (attraverso la trasmissione della scuola Neoplatonica) fino al V secolo d.C., le altre scuole filosofiche greco-romane s’erano ridotte a mere istituzioni accademiche, senza alcuna guruśiṣyaparamparā, dīkṣā, rituale ecc. Quindi è un errore dichiarare che i vidvas, i guru, i paṇḍita, i jñāni dell’induismo siano dei filosofi e le loro dottrine delle filosofie.

Devadatta Kīrtideva Aśvamitra

4. Philosophy

Philosophy

In Archaic Greece anyone who was not satisfied of the narrow aims and means of religious exoterism, had to applay to a sanctuary of some Mysteries to be initiated. There, the mystagogue ritually prepared the aspirant to initiation, prescribing him purifications, fasts and other preliminary rituals. After initiation, lasting several days, the neophyte received the mantra of the deity to which he had been addressed. After that he received doctrinal instructions. Having the initiates maintained strict secrecy for centuries, little is known about these teachings. The doctrine was divided in two stages, Physic – i.e. cosmology – and Metaphysic, whose meaning is “beyond the Physic”. Who was growing in knowledge and virtue reached wisdom, sophìa (σοφία), becoming a sophòs (σοφός), a vidvas. Who desired to reach wisdom but was not yet initiated, was defined philosopher (φιλόσοφος, read philòsophos): actually philosophy (Φιλοσοφία, read Philosophìa) means to love, to desire (φιλεῖν, read philèin) wisdom (σοφία, read sophìa).
Unfortunately, during the 6th century B.C. Pythagoras was yet complaining that real wise men were disappearing, and that only philosophers remained. This great sophòs has been the first to define the philosophers in the modern sense of term. That is to say lovers of theoretical, bookish, mental speculation. No one wanted anymore to undergo the renunciations and austerities to become a sophòs.
Therefore philosophy means an individual theory elaborated by a philosopher, expressing his personal ideas, hypothesis and speculations as explanations of his own view of world, man, and their destinies. Being only individual thoughts, every philosopher invariably refutes his predecessor’s theories.
With the exception of Pythagorean school, which preserved its paramparā (through the Neoplatonics stream) until the 5th century A. D., the other Greek-Roman philosophical schools were reduced to mere academic institutions, without any guruśiṣyaparamparādīkṣā, rituals etc.
Therefore it is wrong to declare that the hindū vidvas, gurus, paṇḍitas, jñānis, are philosophers and their doctrines philosophies.

Devadatta Kīrtideva Aśvamitra

2. B) Io non sono la mente né l’ego

Io non sono la mente né l’ego

All’inizio si pensa: «Io [aham] sono grasso, io sono di carnagione chiara, io sono giovane, io vedo, io odo». Poi, quando si discrimina, si diventa coscienti della diversità del corpo e dei sensi dall’“Io”, e allora si dice: «il mio [mama] corpo, il mio occhio, il mio udito». Corpo e sensi diventano, dunque, oggetti della nostra coscienza-conoscenza ed, esattamente come si è detto prima, sono riconosciuti come transitori. Perciò diventa evidente che noi non siamo né il corpo né i sensi. Così quando si pensa: “la mia mente”, questa mente, che per la nostra coscienza è un oggetto distinto, deve per forza essere separata e distinta dall’“Io”. Infatti, “Io” conosco con la mente usandola come uno strumento, ma non è che sia la mente in quanto tale che conosce. L’esempio summenzionato del telescopio può valere anche in questo contesto. Come il telescopio, che è indiscutibilmente un oggetto grossolano e non senziente, diventa un valido mezzo (pramāṇa) per osservare e conoscere gli oggetti minuscoli nello spazio, così anche la mente è uno strumento di conoscenza. I sensi sono strumenti esterni (bahiḥkāraṇa), vale a dire mezzi atti a percepire e conoscere gli oggetti nel mondo esterno; la mente  (manas), invece, è lo strumento interno (antaḥkāraṇa), cioè il mezzo di conoscenza situato nel corpo a livello psichico. Comunque sia, lo strumento (kāraṇa) è solo un mezzo grossolano e non senziente. L’“Io” che usa la mente come uno strumento, è in verità l’essere cosciente. Inoltre, la mente è ondivaga e mutevole. Possiamo conoscere un oggetto con la mente solo se la mente non è distratta e quando è collegata ai sensi. Per questa ragione spesso, anche quando udiamo un suono o vediamo un oggetto diciamo: «Cos’hai detto? Non ho sentito chiaramente. Sembra che qualcuno sia venuto e sia andato via. Non ho fatto caso». In certe occasioni la causa, per cui la mente non ha registrato o colto con la dovuta attenzione un suono o una forma, è dovuta al fatto che stava vagando altrove. Da ciò si deduce che la mente mutevole è diversa dall’“Io” stabile che sa conoscere i cambiamenti della mente.

Obiezione: Ammettiamo pure quello che è stato detto sopra. Nei pensieri quotidiani come “io conobbi, io vidi, io udii ecc.” si presuppone una conoscenza da parte dell’“Io”. In ognuna di queste azioni conoscitive c’è l’“Io”. Questo “Io” è la nostra natura essenziale o no? Se quell’“Io” è proprio la nostra natura essenziale, allora la credenza dell’uomo comune che afferma: «Io sono nel corpo, io conosco con la mente, io agisco per mezzo del corpo e dei sensi, il corpo esiste in una regione del mondo», è forse la corretta conoscenza? Se è così, come si può considerare sbagliato il pensiero dell’uomo comune? E allora come si può sostenere che: «Io sono Parameśvara, il Signore e Creatore eternamente puro e libero»?

Risposta: Quando usiamo l’io per le nostre azioni quotidiane, quell’io che è associato con ognuna di esse non è la reale essenza del nostro essere. È solo lo strumento interno (antaḥkāraṇa) della mente menzionato prima, che appare in noi in questa forma. I vedāntin chiamano mente (manas) quella modificazione dell’organo interno (antaḥkāraṇa) che compie l’azione di conoscere gli oggetti tramite i sensi. Invece la modificazione dell’organo interno che assume la forma di agente (kartṛ) dell’azione conoscitiva, la chiamano ahaṃkāra. Eccetto questa distinzione per cui appare come agente (kartṛ) e strumento d’azione (kāraṇa), ahaṃkāra non è per nulla differente da manas. Infatti, entrambi sono modificazioni e mutazioni di antaḥkāraṇa. Perciò, proprio come la mente è distinta dal nostro “Io” [Ātman], vale a dire dalla nostra reale natura, allo stesso modo quest’ahaṃkāra che chiamiamo io individuale (aham) esiste separatamente dalla nostra essenziale e reale natura di pura coscienza (caitanya svarūpa).
Per comprendere la verità che ahaṃkāra differisce dalla nostra natura essenziale, dobbiamo osservare molto attentamente certe condizioni. Nelle nostre azioni quotidiane la mente raramente è oggetto della nostra indagine; e altrettanto raramente s’indaga su questo ahaṃkāra. Sempre che non si faccia uno sforzo per prestarle attenzione, la nozione dell’“Io” non sorge in noi chiaramente perché siamo immersi e presi solo dagli oggetti grossolani esterni. L’ahaṃkāra diventa oggetto di conoscenza-coscienza soltanto per coloro che hanno deciso d’indagare sull’ultima assoluta Realtà separando l’“Io” da “questo” (idam). Per tutti gli altri questa nozione di aham come oggetto non è facilmente conoscibile; in maniera particolare ciò avviene quando si è in sonno profondo, perché lì non c’è alcuna traccia di questa nozione di “io”. Ciò nonostante nessuno può pensare che in sonno profondo la nostra natura essenziale (svarūpa) non esista. Perciò questa nozione di “io”, presente solo nella veglia e nel sogno, usato come strumento per le nostre azioni quotidiane in quei due stati (avasthā) di coscienza, in quanto ahaṃkāra appare distintamente separato dalla propria vera natura (svarūpa). Questa è la nostra conclusione finale.