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2. Tripurā Rahasya

Il Mistero della Dea Tripurā
Jñāna kāṇḍa

Traduzione e note a cura di Maitreyī

V. Capitolo

Paraśurāma, udendo le parole del maestro sul satsaṅga,fu compiaciuto e continuò a chiedere. «Hai detto bene, o Signore. Il satsaṅga è strumento principale per raggiungere la meta finale. Io stesso l’ho sperimentato di persona (quando rimasi presso il saggio Saṃvarta). Ciò che si raggiunge interiormente è sempre determinato dalla qualità della compagnia che si frequenta. Tutti in quel regno avevano fruito del sommo Bene grazie alla loro associazione diretta o indiretta con Hemalekhā, sebbene ella fosse solo una donna. Sono ansioso di udire come Hemācūḍa fu guidato da lei alla conoscenza (jñāna). Ti prego di dirmelo, tu che sei Signore di misericordia.» A questa richiesta Dattātreya rispose: «O Bhārgava, continuerò ora il mio racconto: avendo ascoltato ciò che Hemalekhā aveva detto, il principe cessò d’interessarsi ai godimenti; anzi provò disgusto per essi e divenne pensieroso1. Ma in lui rimaneva ancora l’impulso delle abitudini. Quindi non poteva né gioirne né astenersene. Essendo troppo orgoglioso per confessare la sua debolezza, lasciò passare del tempo. Quando le sue abitudini lo spingevano verso le vecchie inclinazioni, ricordando le parole della moglie, se ne vergognava e la sua mente era agitata. Non trovava interesse né per cibi deliziosi né per begli abiti né per gioielli né per affascinanti fanciulle né per cavalli né per i suoi cari amici. Divenne triste, come se avesse perso tutto, diventando pallido e malinconico. Hemalekhā, accortasi del suo cambiamento, gli chiese: “Perché non sei più allegro come prima? Appari triste, anche se in te non si vede alcun sintomo di malattia. Le malattie sono dovute alla mancanza di armonia tra i tre umori del corpo. Le malattie rimangono latenti nei corpi a causa della mancanza di quell’armonia, che può essere dovuta al cibo, agli abiti, alle parole udite, alle cose viste, a oggetti toccati, a cambiamenti di stagione o a viaggi in paesi stranieri”. Avendo enumerato tutte le malattie, Hemalekhā chiese al principe la causa della sua tristezza. Il principe rispose: “Ti dirò ora, mia cara, la causa della mia sofferenza. Ciò che mi hai detto mi ha allontanato da tutti i piaceri, cosicché adesso non trovo nulla che mi renda felice. Non riesco a godere di nulla, proprio come il condannato a morte non gode delle ultime volontà che gli sono concessi per ordine regio. Ciò nonostante mi trovo coinvolto nei piaceri dalle mie precedenti abitudini come colui che è obbligato a fare qualcosa per forza”. Dopo averlo ascoltato, Hemalekhā pensò che quello stato di disperazione fosse dovuto alle sue parole. “Se ti appaiono questi sintomi, vuol dire che hai le qualifiche richieste per ambire al sommo Bene. Se le mie parole, che ho accuratamente usato, non avessero prodotto in te il più piccolo cambiamento, non avresti alcun interesse per la Liberazione. Lo stato in cui ti trovi, insorge solo in chi con continua devozione compiace Tripurā che dimora nel cuore”. In questo modo la saggia moglie desiderò trasmettere la sua saggezza al marito. Soppesando le parole, espose al principe la conoscenza segreta: “Ascolta, o principe, la mia storia passata. Mia madre mi assegnò una dama di compagnia che era buona di natura, ma che, in seguito, si fece un’amica che era da evitare, molto brava a produrre cose strane e meravigliose. Anch’io, all’insaputa di mia madre, mi avvicinai a lei. La mia dama di compagnia divenne molto intima di questa indesiderabile donna e anch’io fui portata a fare lo stesso per amore della mia amica. Non potevo lasciare la mia dama di compagnia nemmeno per un istante, tanto ero attratta dal suo indubbio candore; e così mi avvicinai sempre più anche a quella strega che manifestava sempre nuove fascinazioni. Di nascosto quella donna presentò alla mia amica suo figlio Ingannatore (Moha), che era uno sciocco ignorante con gli occhi iniettati di sangue dal bere. La mia amica godeva della sua compagnia ed era posseduta da lui anche in mia presenza, tanto che io stessa ne ero attratta. Da quell’unione nacque uno sciocco come suo padre che crebbe ereditando l’ottusità paterna e i poteri ingannevoli della nonna. Questo ragazzo, che si chiamava Stolto (Asthira), fu allevato dal padre, il signor Ingannatore, e da sua nonna, la signora Vacuità (Śūnyatā). Così la mia amica, sebbene di natura fosse buona, divenne sciocca e triste per la frequentazione di queste parsone negative. Cominciò ad allontanarsi da me, anche se io continuavo per affetto a sentirmi legata a lei. Il marito, il signor Ingannatore, sebbene godesse di lei, cercò di farmi violenza, ma non ci riuscì per la mia natura pura: ciò nonostante, ci fu uno scandalo che mi coinvolse. È allora che la mia amica mi affidò suo figlio Stolto, che crebbe sotto la mia cura e si sposò con una donna che sua nonna approvava. Il suo nome era Mutevole (Capalā). Era sempre inquieta e volubile e assumeva diversi aspetti per compiacere il marito. Grazie alla sua straordinaria capacità di cambiamento e furbizia, ella lo controllava completamente. Mutevole era anche capace di viaggiare per centinaia di miglia in un baleno e vagava senza sosta. In qualsiasi posto volesse andare suo marito e qualsiasi cosa desiderasse, la signora Mutevole era pronta a creare nuovi scenari per compiacerlo. Gli diede cinque figli che erano molto devoti ai genitori. Ognuno di essi aveva una specifica abilità. Anch’essi mi furono affidati dalla mia dama di compagnia. Per l’amore che le portavo, li allevai con cura, facendoli crescere forti. In seguito, essi eressero splendidi palazzi in cui invitarono il loro padre intrattenendolo a turno. Il figlio maggiore lo intratteneva con dolci musiche, con la recitazione di formule vediche, con la lettura delle scritture, il cinguettio degli uccelli e altri dolci suoni. Il padre era compiaciuto del figlio finché non gli offrì anche suoni paurosi e aspri, come il ruggito del leone, il rombo del tuono, l’infuriare del mare, il brontolio del terremoto, le urla dei litiganti e i lamenti di dolore. Invitato dal secondo figlio, il padre si trasferì nella di lui dimora; lì trovò soffici divani, morbidi letti, bei vestiti e stoffe ruvide, oggetti caldi e freddi e così via. Egli si compiacque delle cose gradevoli e provò avversione per quelle sgradevoli. Andò poi dal terzo figlio dove vide molte scene incantevoli, oggetti brillanti rossi, bianchi, gialli, blu, verdi, rosa, grigi, bruni, viola, neri, cangianti. Vide oggetti spessi e stretti, larghi e lunghi, rotondi, oblunghi, ovali, alcuni graziosi e altri rozzi, opachi o traslucidi, alcuni piacevoli e altri sgradevoli. Poi, trasferitosi dal quarto figlio, godette di frutti e bevande, cibi da succhiare, leccare, masticare, nettari rinfrescanti, alcuni dolci, altri acidi, piccanti, amari, salati e astringenti e li provò tutti. Alcuni erano sapori mischiati diversamente per produrre gusti variati. L’ultimo figlio l’ospitò nella sua dimora e gli offrì frutti, fiori, erbe aromatiche di differenti profumi, dolci, pungenti, acri, soavi, come anche altri stimolanti, fetidi e soporiferi. Stolto, non solo godette di queste cose, ma passava di continuo dal piacere alla sofferenza, a seconda che percepisse oggetti gradevoli o sgradevoli. I figli erano così devoti al padre che in sua assenza non toccavano nulla. Di nascosto dai figli, egli prendeva anche alcuni oggetti e li condivideva con l’amata moglie, la signora Mutevole. A questo punto arrivò una certa Donna Insaziabile (Mahāśanā), sorella di Mutevole. Stolto s’innamorò di lei ed essi devennero amanti. Per farle piacere, egli era solito accumulare enormi quantità di leccornie ch’ella consumava in un attimo, diventando sempre più affamata. Non era appagata né dalle attenzioni di Stolto né dal cibo procurato dai suoi cinque figli ed esigeva sempre di più, essendo del tutto ingorda. Dopo breve tempo partorì due figli: Bocca Fiammeggiante (Jvalamukha) ed Egoismo (Nindyvṛtta), entrambi molto cari alla madre. Ogni qualvolta Stolto stringeva tra le sue braccia Donna Insaziabile, il corpo gli era bruciato dalle fiamme di Bocca Fiammeggiante e cadeva incosciente per il dolore. Quando coccolava il figlio più giovane, si comportava in modo tanto abietto, che era peggiore della morte. Così Stolto sperimentò indicibili sofferenze. E anche la mia amica dama di compagnia, che era buona per natura, era addolorata per le tribolazioni di suo figlio Stolto. Stando sempre in compagnia dei due nipoti, Bocca Fiammeggiante ed Egoismo, era scottata crudelmente ed era oggetto di biasimo e di antipatia da parte di tutti. Poiché eravamo inseparabili, anch’io per molti anni vissi in modo miserabile. Con questo secondo matrimonio, Stolto, completamente dominato da Donna Insaziabile, perse ogni libertà. A causa delle sue azioni fu poi condannato a vivere nella città dalle dieci porte. Qui visse con sua madre, con Donna Insaziabile e i loro due figli, sempre in cerca di piacere, ma ottenendo solo sofferenza, essendo sempre conteso tra le sue due mogli. Andava nelle case dei cinque figli, ma non ne traeva alcuna felicità. Anche la mia amica era afflitta dalla difficile situazione del figlio, tanto da cadere quasi in uno stato di follia, pur continuando a vivere nella stessa città. I due figli di Donna Insaziabile, Bocca Fiammeggiante ed Egoismo, furono allevati dalla bisnonna Vacuità e da Ingannatore, suo suocero, con l’aiuto dell’altra moglie Mutevole. Essa andava d’accordo con l’altra moglie, Donna Insaziabile, e riuscì a dominare completamente il marito, il signor Stolto. Continuai a vivere lì per amore della mia amica: infatti nessuno di loro sarebbe rimasto nella città senza di me che ero la loro protettrice, sebbene fossi sconvolta dalla situazione della mia cara dama di compagnia. Talvolta diventavo come vuota per effetto dalla signora Vacuità, resa stolta dal signor Stolto, instabile a causa del signor Instabile, mutevole come la signora Mutevole, collerica come Bocca Fiammeggiante, egoista come Egoismo. Si proiettavano su di me tutti gli umori della mia amica, la quale sarebbe morta se l’avessi lasciata solo per un momento. A causa di questa frequentazione, la gente comune mi giudicava male, mentre coloro che avevano discriminazione si rendevano conto che ero sempre rimasta intatta.

Mia madre, infatti, è quel Bene supremo, che è sempre puro, più estesa dello spazio, più sottile del sottile; ella è onnisciente senza conoscere alcunché; agisce anche se rimane non agente; è il sostrato di tutto, pur non essendo sostenuta da nulla; tutto dipende da lei ed ella è indipendente; tutte le forme sono sue, ma è senza forma; tutto appartiene a lei, ma è senza attaccamento; sebbene illumini tutto, non è oggetto di conoscenza da parte di alcuno in nessuna circostanza; ella è la Beatitudine; non ha né padre né madre, ma innumerevoli sono le sue figlie, come me. Le mie sorelle sono numerose come le onde del mare. Tutte, o principe, si comportano come me. Sebbene condividessi la vita di quella famiglia, possiedo il più potente dei mantra2, in virtù del quale sono esattamente della stessa natura di mia madre. Quando il figlio della mia amica si ritirava per riposare, dormiva profondamente (√susvap) in grembo di sua madre; e quando il signor Instabile dormiva, tutti, compresi i suoi figli, dormivano. In tali occasioni, la città era vigilata dal signor Soffio (Prāṇa), che si moveva in continuazione ed era intimo amico del signor Instabile. La mia amica, madre del signor Instabile, assieme a lui e alla sua cattiva amica, che era anche sua suocera, vigilava su tutta la famiglia che dormiva. In quell’intervallo mi rifugiavo da mia madre e rimanevo beata nel suo abbraccio. Ma ero costretta a ritornare alla città non appena i dormienti si risvegliavano. Il signor Soffio, l’amico di Instabile, era il più potente e li teneva tutti in vita; sebbene sia solo uno, egli si moltiplica, pervadendo tutta la città e proteggendo tutti i cittadini. Senza di lui, essi si sarebbero sparpagliati come le perle di una collana il cui filo s’è spezzato. Egli era il legame tra tutti costoro e me. Quando quella città collassa, egli raduna gli abitanti, li conduce a un’altra e rimane come loro capo. In questo modo il signor Instabile governa sempre su tutte le città, pur rimanendo sotto l’influenza del suo amico Soffio. Sebbene sia sostenuto da un così potente amico, anche se è nato da una madre tanto virtuosa e cresciuto da me, è sempre miserando perché è sballottato dalle sue mogli e dai suoi vari figli, prova sempre una intensa sofferenza ed è sottoposto a tutti i loro vizi. Ciò nonostante, è vissuto con loro in ogni luogo, buono o cattivo, in foreste infestate da belve, in deserti assolati, in luoghi gelati e in caverne tenebrose ecc. La mia dama di compagnia era sempre più presa della sofferenza causata dalle disgrazie di suo figlio e così provavo io. Chi potrebbe trovare un po’ di felicità se si trova in cattiva compagnia? Ci si può forse dissetare all’acqua del miraggio? Tuttavia, una volta questa mia amica venne a cercarmi e, consigliata da me, trovò un buon marito, soppresse suo figlio Instabile e uccise i due figli di quest’ultimo e imprigionò gli altri cinque; poi, da me accompagnata, si recò alla presenza di mia madre ed essendo pura, la abbracciò. Allora, immediatamente s’immerse nell’oceano di Beatitudine, diventando ella stessa beata. Allo stesso modo anche tu puoi vincere le tue inclinazioni errate, che sono solo cose illusorie. Così, mio signore, otterrai mia madre, l’eterna Beatitudine. Così ti ho raccontato la mia propria esperienza.

VI. Capitolo

Hemācūḍa rimase sconcertato ascoltando il racconto della sua amata. Poiché era ancora ignorante, sorrise al racconto e chiese alla saggia principessa: “Mia cara, ciò che mi hai raccontato sembra pura fantasia. Le tue parole sono senza senso. Non hai forse detto che sei figlia di una apsaras e sei stata cresciuta dal ṛṣi Vyāghrapada nella foresta? Sei ancora giovane, ma parli come se tu fossi vecchia di molte generazioni. Non posso credere alla tua storiella. Dimmi dov’è la tua amica e chi è il figlio che ha soppresso. Dove sono quelle città e qual è il significato del tuo racconto? Non so nulla della tua dama di compagnia: se vuoi, puoi chiederlo a mia madre. Ma, nel Palazzo di mio padre non c’è nessun’altra dama oltre a tua suocera. Dimmi subito dove si troverebbe questa dama e dove sono i suoi figli. Penso che il tuo racconto sia come il famoso detto del figlio della madre sterile. Un buffone una volta raccontò la storia del figlio di una madre sterile, montato su un carro riflesso in uno specchio e decorato d’argento preso dalla conchiglia della madreperla; era armato di armi fatte di corna umane, combatté sul campo di battaglia del cielo, uccise il Re del futuro, sottomise la città dei gandharva sulle nuvole, godette con fanciulle di sogno sulle rive delle acque d’un miraggio. Mi sembra che le tue parole siano simili. Non possono essere vere.” Dopo aver ascoltato le parole dell’amato, la saggia fanciulla riprese: “Signore, come puoi dire che il mio racconto sia senza senso? Le parole che escono da labbra come le mie non possono mai essere senza senso. Non c’è menzogna presso le persone virtuose stabili nella verità. Ascolta o principe. Un cieco non può curare la sua vista ascoltando la prescrizione del medico. È sciocco chi prende i retti insegnamenti per falsità. Come puoi pensare che io, tua moglie, ti possa ingannare con una storiella? Cerca di ragionare ed esaminare con attenzione queste mie apparenti fole. Non è intelligente chi giudica i grandi segreti del mondo controllando solo dettagli trascurabili. Ora ti presenterò le mie prove. Prima, le mie parole ti erano piaciute. Perché hai cambiato opinione solo dopo aver udito quest’ultimo racconto? Le mie parole erano sincere e così saranno in futuro. Ascoltami, o principe, con intelletto attento e senza pregiudizi. Il dubbio è una strada che porta alla rovina. La certezza (śraddhā) è come una madre amorosa che non manca mai di aiutare il figlio in una situazione pericolosa. La certezza sostiene il mondo e come potrebbe un figlio avere dubbi su sua madre? Come potrebbe un amante provare gioia se dubita della sua amata? Senza la certezza il mondo delle relazioni (vyavahāra) va verso la sua rovina. Come potrebbe l’umanità esistere senza la certezza universalmente riconosciuta3? Se mi ribatti, invece, che è la legge di causa ed effetto a reggere il mondo, ti dirò; ascoltami. La gente crede in una legge per cui una certa causa produce un certo risultato. Questa credenza appare come se fosse una certezza. Se fosse preso dal dubbio, un uomo non oserebbe respirare per paura di infezioni e, di conseguenza, ne morirebbe. Quindi, per aspirare alla suprema Beatitudine, impegnati a riflettere sulla certezza4. Se tu, o principe, pensi di avere a che fare con una incompetente, questa tua idea è basata solo su una credenza”. Sentendo le argomentazioni della sua amata, Hemācūḍa disse: “La fiducia dovrebbe essere riposta in persone degne, in modo da raggiungere la meta. Chi è alla ricerca del sommo Bene non dovrebbe mai fidarsi di una persona incompetente, altrimenti incorrerebbe nella sofferenza, come il pesce attratto dall’esca finisce preso all’amo. Quindi bisogna riporre fiducia in persone degne e non in quelle indegne. Io posso credere in te solo dopo aver accertato la tua autorevolezza”. Udendo ciò, Hemalekhā rispose: “Come si può giudicare se uno è degno di fede o no? Bisognerebbe fissare delle regole (lakṣaṇa). Quali sono i validi mezzi di conoscenza (pramāṇa) che stabiliscono tali regole? C’è da fidarsi di loro? In questo modo si ricadrebbe nel regressus ad infinitum. Bisognerebbe anche valutare la competenza dell’osservatore e anche così non si arriverebbe mai alla fine. Così la vita si appoggia solo sulla fede. Invece io ti dirò qual è lo strumento logico per raggiungere il sommo Bene per mezzo della certezza. La gente non otterrà nulla in vita o dopo la morte con infinite discussioni o per cieca adesione. Tuttavia, ci sarebbe qualche speranza per chi segue quest’ultima e nessuna per chi si perde nelle prime. Una volta, sulle rive della Godāvarī, sul monte Sahyaviveva un saggio chiamato Kauśika. Era sereno, puro e pio poiché aveva conoscenza della suprema Realtà. Molti discepoli lo seguivano. Una volta, essendosi allontanato il maestro, i discepoli iniziarono una discussione confrontando i loro punti di vista. Passò di là un brāhmaṇa di vaste conoscenze di nome Śuṇga che facilmente confutò con la sua logica tutte le loro argomentazioni. Era un uomo senza fede e privo di convinzioni, ma abile dialettico. Quando dissero che la verità doveva essere accertata in base a un valido mezzo di conoscenza (pramāṇa), egli, discutendo sulla base di una interminabile serie di regole, li confutò. Concluse il suo discorso dicendo: “Ascoltate o brāhmaṇa: le regole non sono applicabili per accertare meriti o demeriti e per arrivare così alla verità. Perché regole sbagliate non sono valide come prove. Per cominciare, bisogna stabilire la loro correttezza. Per provarle sono richiesti altri pramāṇa; ma questi, a loro volta, sarebbero poi infallibili? Procedendo in questo modo si cade nel regressus ad infinitum (anavasthā). Perciò nessuna prova certa è possibile. Essendo impossibile accertare la verità senza che sia provata, nulla può essere vero. Persino questo stesso enunciato può non essere vero, come anche colui che lo sostiene. Quindi a cosa s’arriva? Che tutto è nulla, tutto è vuoto. Anche questo non può essere sostenuto da prove affidabili; quindi, anche l’affermazione che tutto è vuoto finisce nel vuoto.” Udendo questo discorso, impressionati dalla forza della sua logica, alcuni diventarono sostenitori della dottrina del vuoto (il śūnyavāda buddhista) e si persero nel labirinto di quella filosofia. I discepoli con maggiore capacità critica riportarono quelle argomentazioni al loro maestro e furono da lui illuminati. Così ottennero pace e felicità. Perciò, anche tu, o principe, evita le polemiche della logica secca (śuṣka tarka). Usa solo la logica in accordo con gli āgama5 (śrauta tarka), che avvia alla Liberazione.” Hemācūḍa, attonito, disse: “O mia cara, non avevo sondato la tua profondità. Sei beata a essere così saggia e lo sono anch’io a essere in tua compagnia (satsaṅga). Hai detto che la certezza conduce al sommo Bene. Com’è che lo fa? Le scritture differiscono nei loro insegnamenti e così pure i maestri. Anche i commentari sono diversi. Quale deve essere seguito e quale rifiutato? Ognuno sostiene il proprio punto di vista e critica quello degli altri! Stando così le cose, non posso decidere io da solo. Chi ha sostenuto la teoria del vuoto, a sua volta attacca gli altri. Perché quella scuola non dovrebbe essere rispettata, avendo suoi sostenitori e una sua dottrina? Spiegami, mia cara, tutte queste cose che tu certamente ben conosci”.

VII Capitolo

Hemalekhā, così interpellata dal marito, rispose con la sua sacra conoscenza sulla natura dell’universo: “Mio caro, ciò che è conosciuta come mente è sempre irrequieta come una scimmia. Perciò l’uomo comune è perennemente in preda a turbamenti, mentre è felice nel sonno profondo per assenza di tale irrequietezza. Quindi, tieni la mente sotto controllo per ascoltare ciò che ti dico, perché udire con mente distratta è come non udire; le parole, allora, non sono d’alcuna utilità e assomigliano ai ricchi frutti d’un albero dipinto. Si ottiene rapidamente beneficio se ci si allontana dalla inutile logica secca e si intraprende una discussione sui contenuti. Allo sforzo iniziale segue una retta discussione e l’uomo ne trae profitto nella misura dell’ardore impiegato. Solo con sforzo l’uomo ottiene cibo, gli Dei il nettare, gli asceti la Beatitudine più alta e gli altri ciò che desiderano. Se qualche ostacolo facesse perdere quell’ardore, si andrebbe incontro alla propria rovina. Guidati dalla giusta scelta, accompagnati dallo zelo e dall’impegno, si procede infallibilmente verso la via che conduce alla Liberazione. Si dice che ci siano molte vie che indirizzano a questa meta6. Scegli la più sicura. La scelta è fatta in base alle proprie qualifiche di comprensione e all’esperienza dei maestri. Quindi inizia la pratica immediatamente, come ti spiegherò ora in dettaglio. La migliore è quella che ti allontana dalla sofferenza. Per l’uomo d’intelletto, la sofferenza appare in tutti gli aspetti della vita. Qualsiasi cosa comporti sofferenza non può essere buona; ricchezza, figli, donne, regno, tesori, gloria, fama, erudizione, intelligenza, corpo, bellezza e prosperità, sono tutti transeunti e già nelle fauci della morte, ossia del tempo. Può essere definito buono ciò che è solo seme di sofferenza e di dolore? La retta via li fa trascendere, mentre, al contrario, l’illusione produce il desiderio di possederli. L’illusionista massimo è Maheśvara che, essendo il creatore dell’universo, inganna tutti. Se perfino un prestigiatore dai poteri limitati può ingannare gli spettatori, chi potrebbe sfuggire all’illusione evocata da Mahādeva? Solo pochi sono in grado di scoprire il trucco dell’illusionista senza esserne ingannati; anche l’uomo può così imparare a superare la māyā universale solo con l’aiuto del Signore. Non si può sfuggire alla sua māyā senza la sua graziaPerciò deve essere adorato da coloro che desiderano attraversare l’oceano della māyā. Il Signore si compiace di chi è dotato di mahāvidyā, la suprema conoscenza per mezzo della quale sa superare l’oceano della māyā. Ci sono anche altri metodi utili allo stesso scopo, ma sono condannati al fallimento se privi della grazia del Signore. Quindi, come punto di partenza, adora il Creatore dell’universo e sii devoto a lui. Presto ti permetterà di aver successo nei tuoi tentativi di rimuovere l’illusione. Chiaramente, l’universo deve avere una qualche origine. Sebbene questa origine sia avvolta nel mistero, investighiamo la causa partendo dall’effetto visibile, guidati dalle sacre scritture. Allora si arriverà alla conclusione che c’è un Creatore che non è affatto paragonabile a qualsiasi agente (kartṛ) noto. Le affermazioni contrarie sono state confutate da molti testi autorevoli. Il sistema che ammette solo prove percepibili è solo un sofisma di filosofi e non conduce da nessuna parte7. La sua meta non è la Liberazione, ma il suo frutto è la dannazione. Anche la logica secca deve essere condannata. Un altro sistema filosofico dichiara che l’universo è eterno, senza inizio né fine; ciò conduce a dire che l’universo e i suoi fenomeni sono auto esistenti. Così la materia insenziente sarebbe ciò che lo ha creato e che lo mantiene, il che è assurdo perché l’azione implica all’origine una coscienza e nessun esempio può essere citato per smentire ciò8. Le scritture affermano che ciò che manifesta è un principio intelligente e sappiamo che l’azione ha sempre origine da una origine intelligente. Così il mondo è ricondotto al suo Creatore, che differisce in tutto e per tutto da qualsiasi agente a noi noto. Vedendo la grandezza del creato, il suo potere deve essere incommensurabile e in grado di mantenere le sue proprie creature. Abbandonati dunque a lui senza riserve. Posso portare un esempio a titolo di prova. Nella vita quotidiana sappiamo che un sovrano, pur con mezzi limitati, assicura sempre la sua protezione a chi gli è sinceramente devoto e si compiace ad accordargli la sua benevolenza. Ma il Sovrano dell’universo è un oceano di misericordia. Fra i metodi per avvicinarsi al Signore ci sono: l’adorazione9 per superare le difficoltà, malattie, angosce in cui ci si dibatte; l’adorazione per ottenere ricchezze, potere, vantaggi, ecc.; l’adorazione che consiste nell’amorevole donazione di se stesso. Quest’ultimo è il metodo migliore e dà i risultati più sicuri. La stessa cosa accade nella vita quotidiana. Un padrone può impiegare lungo tempo per riconoscere un servo disinteressato, ma il Signore dell’universo, l’Abitante dei nostri cuori, conosce ogni cosa e concede presto la ricompensa appropriata. Nel caso di altri tipi di devoti, il Signore deve aspettare il corso del destino, secondo il suo ordinamento. Per il devoto non egoista il Signore è il suo unico rifugio. È tutto in tutti e prende cura di chiunque indipendentemente dal suo karma e dal suo svadharma. Egli ricompensa rapidamente il devoto e questo perché è il Supremo e Auto sussistente, non dipendendo da qualcos’altro. Il destino (karma) e la volontà degli Dei (daivya, la provvidenza) sono impotenti davanti a lui. Tutti sanno che egli ha cancellato il karma al suo devoto Mārkaṇḍeya10. L’idea per cui non si possa sfuggire al proprio destino è propria di menti deboli e insensate. Gli yogin che praticano il controllo del respiro vincono il karma che su di essi non può imporre i suoi frutti. Il karma condiziona solo le persone ordinarie. Conformarsi alla natura (prakṛti) e seguirla è karma, che è solo uno strumento per rispettare la volontà del Signore. Il suo fine è sempre certo e non può essere ostacolato. Tuttavia, questo limite può essere abbattuto dalla devozione per il Signore. Quindi elimina ogni vanità e prendi rifugio in lui. Egli ti porterà allo stato più elevato. Questo è il primo gradino della scala della Beatitudine11.”»

Dattātreya continuò: «O Paraśurāma, avendo udito il discorso della moglie, Hemācūḍa fu compiaciuto e le chiese: “Dimmi, mia cara, chi è questo Signore, il Creatore, l’Auto sussistente e ordinatore dell’universo in cui prendere rifugio? Talvolta è Viṣṇu, altre volte è Śiva o Gaṇeśa, talvolta Sūrya, Narasiṃha o altri avatāra; altri lo chiamano Buddha o arhat; altri ancora Vāsudeva, Prāṇa, Soma, Agni, il karma, la natura primordiale, gli atomi e così via. Ogni corrente di pensiero dà una origine differente all’universo: dimmi qual è la vera. In verità, penso che nulla ti sia ignoto, perché il celebre onnisciente saggio Vyāghrapada è stato benevolo con te, e una profonda saggezza brilla in te sebbene tu sia donna. Ti prego, parlami di queste cose.” A questa richiesta Hemalekhā rispose compiaciuta: “O principe, ti dirò la verità finale sul Signore. Egli è colui che vede tutto, che genera, pervade, sostiene e distrugge l’universo. Egli è Śiva, Viṣṇu, Brahmā, il Sole, la Luna ecc. È l’Uno che ogni scuola descrive in modo diverso. Ma, in realtà non è né Śiva né Viṣṇu né Brahmā né alcun altro. Ascoltami! Dire, per esempio che l’Essere Supremo è Śiva con cinque facce e tre occhi sarebbe come dire che il Creatore è dotato di corpo e di mente come un volgare vasaio. In verità, nel mondo non c’è alcun soggetto agente senza un corpo e una mente. Infatti, la facoltà creativa nell’uomo appartiene a qualcosa che sta tra il corpo e la mente. Inoltre, in sogno la mente opera separata dal corpo grosso ed, essendo intelligente, crea ambienti adatti alle sue inclinazioni latenti (saṃskāra). Questo indica chiaramene che il corpo è solo uno strumento per attuare uno scopo e che l’agente è l’intelletto. Per agire, gli uomini hanno bisogno di strumenti perché la loro capacità è limitata e non sono auto sussistenti. Al contrario, il Creatore dell’universo è perfetto in sé stesso e manifesta l’intero mondo senza aiuto esterno. Questo conduce all’importante conclusione che il Signore non ha corpo. Altrimenti sarebbe ridotto a un essere umano soggetto a cambiamento, richiederebbe innumerevoli strumenti per poter operare e sarebbe influenzato dall’ambiente e dalle stagioni come tutte le creature. Inoltre, la preesistenza di strumenti invaliderebbe la sua signoria e implicherebbe limiti al suo potere creativo. Questo è assurdo e contrario alle premesse. Perciò non ha corpo né altri supporti e tuttavia crea il mondo! Alcuni sciocchi attribuiscono un corpo all’Essere trascendente e lo adorano devoti e lo contemplano con un corpo, in accordo con le loro inclinazioni. Egli elargisce loro la sua grazia ed esaudisce il desiderio dei suoi devoti assumendo tali corpi pur essendo unico. Ciò nonostante, bisogna concludere che è pura Intelligenza e che la sua Coscienza è assoluta e trascendente12. Tale è la Coscienza-Intelligenza, l’Essere assoluto, la sola regina Parameśvarī al di là dei tre stati (avasthātraya) e che, quindi, è chiamata Tripurā. Perciò essa è un punto indivisibile e in Lei l’universo si manifesta in tutte le sue varietà come fosse riflesso in uno specchio autoluminoso. Il riflesso non può essere altro dallo specchio e, quindi, è uno con esso. Stando così le cose, non ci possono essere differenze di gradi di realtà13, per esempio come se Śiva e Viṣṇu fossero superiori l’uno all’altro. Il corpo è soltanto il pensiero (kalpanā) umano dell’ordine più basso e non ha nulla a che fare con Signore. Quindi, come fanno i saggi, impegnati nella contemplazione (nididhyāsana) di questa pura, assoluta e immacolata Dea. Chi non è capace di conoscere questo Essere puro, lo dovrà adorare in una forma concreta proiettata dalla propria immaginazione; se questa adorazione sarà compiuta senza attaccamento, costui raggiungerà ugualmente la meta, ma attraverso una via per gradi. Anche se si tentasse per milioni di rinascite, non si potrà trovare un’altra via.”

VIII Capitolo

«Avendo appreso dalla bocca del suo maestro competente, la sua sapiente moglie, che il vero significato di Tripurā è pura Coscienza ed Esistenza del Signore, il principe imparò anche il metodo di meditazione su Tripurā dotata di attributi. Con la grazia divina, Hemācūḍa raggiunse la purificazione della mente e, in seguito, si dedicò alla riflessione con intenso fervore14. Passarono così alcuni mesi. La grazia della Madre suprema discese su di lui e divenne del tutto indifferente ai piaceri, perché la sua mente era interamente assorbita nella cerca della verità. Tale stato è impossibile da raggiungere senza la grazia del Signore, perché la mente, occupata nella cerca della verità, è il più sicuro mezzo di Liberazione. O Paraśurāma! Se la cerca della verità non è intensa, altri supporti, per quanto numerosi, non porteranno mai alla Liberazione. Una volta ancora Hemācūḍa cercò la moglie, avendo la mente assorbita nell’indagine (vicāra). Ella, vedendo arrivare il marito, gli andò incontro offrendogli da sedere e dopo aver lavato i suoi piedi ed essersi prostrata, come richiesto dal suo rango, parlò con dolci parole: “O mio caro, ti rivedo dopo lungo tempo. Godi di buona salute? Invero, il corpo talvolta è soggetto a malattia. Dimmi perché mi hai trascurata per tutti questi giorni. Prima non passava giorno senza che conversassi con me. Come hai passato questo tempo? E come le tue notti?” Con queste parole lo abbracciò con amore. Sebbene abbracciato dalla moglie, rimase distaccato e disse: “Mia cara, non cercare di turbarmi. Sono sicuro della tua potenza e che nulla può intaccare la tua felicità interiore. Sei saggia e imperturbabile. Conoscendo questo mondo e altro ancora, come potresti essere toccata dall’illusione? Sono qui per chiederti consiglio. Spiegami il racconto che mi hai fatto a suo tempo come la storia della tua vita. Chi sono la madre, l’amica, il marito e i figli? Dimmi quali relazioni hanno con me. Non ho tutte le idee chiare e sono sicuro che mi hai raccontato una storia pregna di significato.” Hemalekhā, con il volto sorridente, dopo aver ascoltato il marito, pensò tra sé: “Ora egli ha la mente purificata ed è benedetto dalla Dea. È indifferente ai piaceri della vita e questo è dovuto solo alla grazia divina e ai meriti delle sue vite precedenti che stanno ora maturando. È giunto il momento che io lo illumini. Altrimenti in lui non può sorgere il distacco finale. È per grazia del Signore che la sua mente è rapita nella cerca della verità dopo aver rinunciato ai piaceri sensuali.” Gli disse: “Ti chiarirò ora il senso della storia della mia vita. Mia madre è l’Assoluto, la Pura Coscienza; la mia amica e dama di compagnia è l’intelletto (buddhi). La signora Vacuità è l’ignoranza (avidyā), l’indesiderata compagna dell’intelletto. Il potere dell’ignoranza è ben conosciuto; essa può illudere chiunque facendo scambiare una corda per un serpente e scatenando il terrore in chi la guarda. Suo figlio, il signor Ingannatore, è l’illusione universale (moha). A sua volta, suo figlio Instabile è la mente (manas) e sua moglie Mutevole è il pensiero immaginativo (kalpanā); i suoi cinque figli, l’udito, il gusto, la vista, il tatto, l’odorato, sono i sensi. Ciò che la mente trae da essi è il godimento per gli oggetti dei sensi che lascia in essa un’impressione (saṃskāra), che poi si sviluppa nelle sue inclinazioni. La signora Insaziabile è il desiderio; i suoi figli sono l’ira e l’avidità; il corpo è la città in cui vivono. Quello che è detto essere il più potente mantra è la consapevolezza del proprio Sé (Ātma pratyaya). L’amico della mente, che custodisce le città, è il prāṇa che si muove come soffio vitale. Le diverse foreste in cui transitarono sono gli inferni sperimentati tra una trasmigrazione e un’altra. L’incontro della buddhi con me stessa è il samādhi15 e l’ammissione alla dimora di mia madre è la Liberazione finale. Questo, in breve, è il significato segreto della mia vita che è anche la tua. Rifletti accuratamente su tale racconto e otterrai il sommo Bene.”

  1. Il racconto che segue deve essere, ovviamente, inteso accadere prima del raggiungimento della jīvan mukti da parte di Hemācūḍa [N.d.C].[]
  2. In questo contesto mantra significa mistero o segreto [N.d.C.].[]
  3. Si tratta dell’intuizione naturale condivisa universalmente da tutti di esistere e di essere coscienti (sarva loka prātyakṣika anubhava, ovvero l’Ātma pratyaya) [N.d.C.].[]
  4. Il testo si riferisce sempre all’Ātma pratyaya, la consapevolezza d’essere il Sé, certezza dovuta alla diretta coscienza di esistere [N.d.C.].[]
  5. Nel linguaggio della Brahma Vidyā, con āgama si intendono i Vedānta o i Tantra di Śrī Vidyā [N.d.C.].[]
  6. Molte sono le vie basate sull’azione corporea, verbale e mentale, percorse le quali si può accedere all’unica via della conoscenza (jñāna mārga) [N.d.C.].[]
  7. Il testo allude alle teorie sāṃkhya sarvāstivādin che affermano che la realtà del mondo è provata dal fatto che lo si può percepire [N.d.C.].[]
  8. Questa stroncatura delle teorie materialistiche cārvāka è perfettamente trasponibile a confutare anche l’evoluzionismo darwiniano e postdarwiniano [N.d.C.].[]
  9. Pūjā. Questo termine che qui traduciamo con ‘adorazione’ si riferisce al primo e più esteriore livello di Śrī Vidyā che comprende sia i rituali di preservazione dell’individualità (aham) sia quelli per ottenere maggiore potere (mama). Riferita alla donazione di se stesso, pūjā sta per meditazione (upāsanā), per indicare il secondo livello di Śrī Vidyā, quello del mantra [N.d.C.].[]
  10. Ṛṣi discendente, come Paraśurāma, da Bhṛgu. Gli era stata preconizzata una vita di appena sedici anni, ma intensamente devota. La devozione che dedicò al liṅga di Śiva fu talmente forte da vincere il destino. Il Dio, infatti, lo liberò dalla morte, aggiungendolo come ottavo al ristretto numero dei cirañjīvin, i santi uomini che rimangono in vita per tutta la durata del manvantara. Mito narrato in Mārkaṇḍeya PurāṇaBhagavata PurāṇaMahābhārata [N.d.C.].[]
  11. Ciò corrisponde alla purificazione della mente (śuddhadhī) che conclude il percorso iniziatico basata sul karma e sulla devozione (bhakti). Ciò permette l’accesso al devayana per fruire dei meriti (puṇya) nel Brahmaloka per mezzo dell’ānandamayakośa. Non si tratta ancora, dunque dell’Ānanda assoluto in cui ci si stabilisce con la jīvan mukti. Tuttavia, chi ha così purificato la mente potrà, sempre in vita, proseguire sulla via della conoscenza per ottenere la Liberazione dall’ignoranza[N.d.C.].[]
  12. Si conclude, dunque, con il terzo livello di Śrī Vidyā, la conoscenza vedāntica [N.d.C.].[]
  13. La Realtà è una e non duale: tutto il resto è illusione (māyā) [N.d.C.].[]
  14. Concluso, tramite karmayoga, il percorso a tappe corrispondente al karma kāṇḍa, ovvero la devozione nei riguardi della Dea dotata di attributi (saguṇā Tripurā), Hemācūḍa si dedica alla riflessione (manana) su quanto ha udito (śravaṇa) dalla moglie-guru. Vale a dire, egli passa al terzo livello di Śrī Vidyā, al vicāra del jñāna kāṇḍa o Vedānta [N.d.C.].[]
  15. Non si deve confondere quest’uso del termine samādhi con quello del Pātañjala Yoga. Qui, infatti, indica il riconoscimento dell’Ātman raggiunto dalla buddhi tramite discriminazione (viveka), come in Bhagavad Gītā: “Quando il tuo intelletto, dopo essere stato disorientato dall’aver udito la parola (śābda [pramāṇa]), diventerà incrollabile e fermo nel Sé, allora otterrai lo [AdhyātmaYoga che nasce dalla discriminazione” (BhG II.53). “Samādhau, in samādhi, vuole dire nel Sé; samādhi in senso derivato è ciò in cui l’intelletto diventa stabile” (BhGŚBh II.53). Ad attenta lettura apparirà evidente che Hemalekhā è l’Ātman inteso come maestro interiore, la vera natura del jīvātman. Nel prosieguo del Tripurā Rahasyasamādhi assume anche altri significati in uso presso la Brahma Vidyā, soprattutto per indicare l’attimo presente a-temporale [N.d.C.].[]