Mahāmahopādhyāya Prof. Dr. R. Sathyanarayana
(Śrī Guru Satyānanda Nātha Mahārājajī)
1. Śrīvidyā e il Tantra
INTRODUZIONE SINOTTICA
A cura di Durgā Devī
Tra le innumerevoli vie di realizzazione praticate dal sādhaka indù, il Tantra occupa un posto d’onore unico. Non solo permea i vari livelli dell’esperienza spirituale, ma si estende anche in diverse altre dimensioni. Le radici della magia, della musica, della danza e del disegno, ad esempio, sono profondamente confitte nel terreno del Tantra.
Il termine Tantra deriva da due radici, tan e trai, ed è definito come la disciplina che amplia la conoscenza del Sé e protegge l’iniziato. La natura e il dominio del Tantra possono essere spiegati tramite significati diversi, ma tra loro affini. Perciò esso sta a significare la diffusione della luce della conoscenza sul mondo, l’effulgenza dell’Ātman che perdura nel tempo in quanto è della natura di Brahman, il mezzo concesso al sādhaka per tendere verso e a raggiungere l’esperienza di Brahman, la preparazione nei confronti della via per la realizzazione del Sé, indirizzare il procedere (gati)1 del cercatore verso il mokṣa, insegnare la Brahmavidyā, compiere sacrifici, offrire il sé individuale al Sé universale, ecc.
Il postulato dottrinale fondamentale del Tantra è che Parabrahman o Brahman Supremo, quale causa primordiale del Cosmo, può essere considerato con o senza parti (kala-akala)2, ed è anche definito come Prakṛti, Śakti, Māyā, ecc. Senza kala (niṣkala), è nirguṇa e immutabile. Nella sua forma sakala3, la Śakti è un agente da esso generato che è ugualmente senza inizio e integrato al Brahman. In questo stadio, la manifestazione procede attraverso un prakāśa4 del Brahman in quanto sostrato, su cui è sovrapposta un’apparente molteplicità chiamata vimarśa (dispiegamento)5 per azione della Śakti. Per mezzo di tale evoluzione cosmica, la Śakti passa attraverso diverse fasi successive, come kala (vibrazione primordiale), bindu (manifestazione seminale) e nada (suono espresso). Assume le tre qualità (guṇa)6 e si evolve progressivamente attraverso le categorie della creazione cosmica, sviluppandosi così dal sottile al grossolano nella manifestazione. Questa Brahmaśakti7 è chiamata Kuṇḍalinī nella sua forma microcosmica. Opera in un modo esattamente parallelo al dispiegarsi del macrocosmo e in un senso esattamente inverso durante il processo di dissoluzione. Il microcosmo è una miniatura esatta del macrocosmo e può essere usato come strumento per il compimento dei puruṣārtha8. Il mokṣa è la realizzazione della propria esperienza nella direzione invertita rispetto allo sviluppo della Śakti, culminante nella fusione con il Prakāśarupin Brahman9, chiamato anche Śiva. Tale unione è chiamata empatia (samarasya) e questo stato, che rappresenta il brahmajñāna10, non è diverso dallo stato del Brahman. Questo è il motivo per cui il Tantra è chiamato Brahmavidyā.
Il Tantra è praticato in sei modi, a seconda della divinità scelta per l’upāsanā (meditazione): saura, se dedicato al Sole (Sūrya), vaiṣṇava a Viṣṇu, śaiva a Śiva, kaumāra a Subrahmaṇya, gaṇayatya a Gaṇapati, e śākta alla Śakti (la Devī). Quanto sopra è in gran parte la visione degli Śākta Tantra, ma si applica ugualmente, mutatis mutandis, anche alle altre vie, perché il postulato centrale nel Tantra è la Śakti. Il sādhaka compie l’upāsanā di quelle divinità direttamente come Śaktirūpa (come fosse una forma della Śakti) o come consorte del rispettivo principio femminile che rappresenta la Śakti.
La letteratura del Tantra Śāstra è generalmente divisa in viṣṇukrānta (percorso da Viṣṇu), rathakrānta (percorso in carro) e aśvakrānta (percorso a cavallo). Ognuna di queste categorie contiene sessantaquattro trattati. I testi tantrici sono più di cinquecento, alcuni completamente disponibili, altri conosciuti da estratti o da citazioni. Sono anche classificati per gruppi; Āgama sono i Tantra che sono stati rivelati alla Devī da Śiva; Nigama sono quelli rivelati dalla Devī a Śiva. Il Tantra insegna la sāttvika upāsanā (meditazione spirituale) mentre lo Yamala [l’accoppiamento di Śiva e Sakti] e il Ḍāmara [l’evocazione terrifica] usano tecniche metodiche rispettivamente rājasa e tāmasa11].
Gli argomenti trattati nei Tantra riguardano sarga (la creazione), pratisarga (la dissoluzione), mantranirṇaya (la spiegazione dei mantra), yantranirṇaya (la spiegazione degli yantra), adhyātmavarṇana (descrizione del mondo interiore), tīrthavarṇana (descrizione dei luoghi di pellegrinaggio), narakavarṇana (descrizione degli inferi), āśrama dharma (i doveri rituali delle quattro fasi della vita), yuga dharma (le caratteristiche rituali dei diversi cicli), rāja dharma (i doveri dei Re), dāna dharma (le regole per le elemosine e per i doni), devatā saṃsthāna (lo stato degli Dèi), bhūta saṃsthāna (lo stato delle anime in pena), jyotiṣa saṃsthāna (lo stato dei corpi celesti), viprasaṃsthāna (lo stato dei saggi), vibudhotpatti (il raggiungimento dell’illuminazione), vyavahāra (il mondo delle relazioni), vrata paribhāṣā (definizione dei voti), purāṇa (la storia antica), ākhyāna (l’epica), kośa (gli involucri [del Sé]), strīpuṃlakṣaṇa (le carattersistiche dei due sessi), haracakra (il cakra dell’enegia [due dita sotto l’ombelico]), śaucāśauca (purezza e impurità), ecc. Ogni Tantra può contenere alcuni questi argomenti o tutti. L’Āgama descrive la sṛṣṭi (la manifestazione), il pralaya (la dissoluzione), devatārcana (l’adorazione delle divinità), sādhanā (la via iniziatica), puraścaraṇa (i preliminari dei rituali), ṣaṭkarma (le sei azioni prima di praticare lo yoga), e dhyāna yoga (la contemplazione). Lo Yamala descrive la sṛṣṭi (la manifestazione), il jyotiṣa (l’astrologia), nityakṛtya (i riti obbligatori), karmasūtra (la descrizione dei rituali), varṇabheda (le distinzioni castali), jātibheda (le differenze di nascita), yugadharma (i doveri rituali adatti a ogni yuga) e ākhyāna (l’epica). Il Ḍāmara è così chiamato perché insegna le māyā siddhi (poteri dell’illusione) e i camatkāra (i prodigi e i fenomeni soprannaturali). Lo Śambara (la magia) è un’altro tipo di testi tāntrika che descrivono le siddhi (i poteri) di produrre illusioni e allucinazioni.
Śrividyā
Lo Śākta Tantra è chiamato Śrīvidyā: porta questo nome per diversi motivi. La divinità centrale che vi si adora è la Śakti in quanto Madre, chiamata Śrī e Vidyā. Vidyā è qui sinonimo di Brahmavidyā o paravidyā. Il mantra di questa Vidyā trova il suo culmine nello Śrībīja (il praṇava tantrico); il suo yantra è chiamato Śrīyantra. Pertanto, è ciò che dona apavarga (la perfezione finale) o mokṣa12, simboleggiato da Śrī; è anche ciò che concede il trivarga13 rappresentato da Lakṣmī, Sarasvatī, Śobha, Sampat e Vibhūti14 che sono sempre tutte simboli di Śrī. In effetti, Śrīvidyā è popolarmente seguita a questo scopo, in quanto è essenzialmente una disciplina pratica ed esperienziale. Un gran numero di indù, sebbene non iniziati alla Vidyā, eseguono la recitazione (pārāyaṇa) dei Lalitāsahasranāma (mille nomi di Lalitā), dei Triśatī (trecento nomi di Rudra), dei Aṣṭottaraśatanāma (centotto nomi di Śiva), dei Saptasatī (settecento nomi di Durgā), e altri ancora, se non quotidianamente, almeno il martedì e il venerdì. Si afferma che il Sahasranāmapārāyaṇa (la recitazione dei mille nomi) sia particolarmente efficace nei giorni di saṅkrānti (il primo giorno d’ogni mese solare, quando il sole passa da un segno zodiacale a un altro), viśuvatsaṅkrānti (quando il sole passa per il punto equinoziale), i tre giorni del proprio janmanakṣatra (compleanno), navamī (il nono giorno dalla mezzaluna), caturdaśī (il giorno di mezzaluna) e quello di luna piena (pūrṇimā). Il caṇḍīhoma, l’oblazione nel fuoco, è compiuta nella navamī d’autunno e, in quell’occasione, lo Śrīyantra è oggetto d’adorazione anche da parte di molti che non hanno ricevuto l’iniziazione (dīkṣā). Tutte queste modalità di culto promettono l’esaudimento di molti desideri e la rimozione di mali, sofferenze, ostacoli o sfortuna. Le kāmya vidhi15 prescritte per il mantra, yantra, homa e parāyaṇa (la lettura ad alta voce di un intero testo) di questa disciplina sono probabilmente più complete e varie di tutte le altre forme tantriche. In effetti, l’indù ordinario difficilmente considera tantrica la pratica delle tecniche di Śrīvidyā per la trivarga sādhanā16. Alcune forme di upāsanā (meditazione) offrono solo la Liberazione o apavarga ma non possono dare la perfezione del trivarga, mentre altre possono dare solo i kāmya bhoga (fruizione dei desideri mondani) ma non il mokṣa; Śrīvidyā è l’unico upāsanā mārga (via di meditazione) che dia entrambi, qui e ora. Bhāskara Makhin, per esempio, dice:
Chi fruisce non ottiene la Liberazione
Chi ottiene la Liberazione non fruisce.
Chi è devoto alla bella Dea
Ottiene sia la fruizione sia la Liberazione
La Vidyā afferma di comprendere circa 640 milioni di mantra, ciascuno dei quali può essere impiegato per entrambi gli scopi; ha migliaia di yantra e maṇḍala e diverse centinaia di forme iconiche. Come sarà menzionato in seguito, la Vidyā è praticata in diverse versioni. Tutti questi strumenti possono essere impiegati per ottenere benefici spirituali o materiali. La maggior parte delle forme di culto o di adorazione della Śakti in India e nell’India Maggiore, possono essere alla fin fine ricondotti a Śrīvidyā, anche se in una forma popolare o deformata. Non è quindi un’esagerazione dire che Śrīvidyā è, tra i Tantra, la forma di culto più conosciuta e praticata e il cui metodo di realizzazione è più preciso.
Origine
Le origini di Śrīvidyā sono inevitabilmente perse nelle nebbie del tempo. Come culto della madre può essere, naturalmente, ricondotto alla culla delle antiche civiltà indù, cinese, egizia e greca. La proto-civiltà della Valle dell’Indo, per esempio, rivela chiari segni del culto della Madre. Alcuni storici del Tantra sostengono che Śrīvidyā, almeno nella sua forma kaula17, sia stata importata dal Tibeṭ. Ci sono ampie prove che dimostrano che è vero il contrario. Questo Śākta Tantra fu esportato in Tibet da missionari buddisti indiani e questo, dopo una storia movimentata, ritornò in India in una forma modificata chiamata cīnācāra (sinizzata)18. Se si volesse considerare un’origine esterna, potrei pensare che la cultura vedica abbia preso in prestito e adattato qualcosa dalla cultura dravidica, come probabilmente ha fatto con lo Yoga e il culto vrātya19. Come nel caso di molti altri prestiti e assimilazioni nel corpo della tradizione vedica (Vaidika Dharma), si tratta di un’antica tendenza a conferire al Tantra carattere o derivazione dal Veda e, in special modo, a Śrīvidyā. È un principio fondamentale del nostro Sānatana Dharma che il Veda non sia di origine umana (apauruṣeya), che sia onnicomprensivo, essendo il libro che dà origine all’intera creazione cosmica. Si fa derivare dal Veda direttamente o indirettamente tutto quello che riguarda la vita devota, spirituale, religiosa, secolare o corporea. Il Tantra non fa eccezione.
Si possono, dunque, trovare diversi riscontri per riconoscere a Śrīvidyā la Veda upavāsati (il segno dell’indiscussa autorevolezza del Veda). La maggior parte di questi riscontri sono tardi, risalendo al XVII e al XVIII secolo d.C. Alcune interpretazioni sono fantasiose, mentre altre sono plausibili e altre ancora del tutto certe. Si dice persino che il Vedapuruṣa20 custodisca in sé Śrīvidyā come un segreto e la riveli a coloro che hanno una speciale qualifica (adhikara). Così il saggio Durvāsas21 afferma che il vagbhava (l’essenza del suono) del bīja mantra “ai” nasalizzato dal punto soprastante (bindu) preso dal Praṇava sia formato dalle lettere iniziali della trai vidyā Gāyatrī come essenza del Veda. La forma tripāda (di tre versi) di questo mantra è conosciuta da tutti; invece, quand’è assieme al suo quarto verso segreto, è appannaggio di Śrīvidyā. Infatti, il mantra pañcadaśī è considerato implicito nei tre versi della Gāyatrī. Diverse Upaniṣad come la Tripurā, la Bhāvana, la Bahvṛca, la Tripurātāpinī, la Sītā, la Alla, la Dvitīya, la Kāmarāja, la Kīlitodhara, la Kālikā, la Kālīmedhadīkṣita, la Guhyakālī, la Guhyaśodha, la Pītāmbarā, la Rājaśyāmala, la Śyāma, la Śrīcakra, la Śrīvidyātāraka, la Śoda, la Sumukhī, la Haṃsaśodha, la Gāyatrī, la Gāyatrīrahasya e molte altre, rivelano questa Vidyā. Nessuna di esse è per davvero antica: probabilmente furono composte di volta in volta sia per conferire conferma e autorità vedica sia per focalizzare l’attenzione su diverse forme o aspetti della Vidyā. Tra esse, la Tripurā Upaniṣad, chiamata anche Śāṅkhāyana Śruti, contiene il mantra fondamentale, il pañcadaśī, per mezzo di un simbolismo mnemonico. Le espressioni “Conoscenza primordiale” (ādividyā)e Madre dell’universo” (viśvamātā), in quel passaggio, sono del tutto allusive della nostra Vidyā.
Tuttavia, l’autorità vedica di Śrīvidyā non è soltanto apocrifa. Il Veda ha passaggi che possono essere interpretati solo se riferiti a questo Tantra. Lo Śrī Sūkta e il Durgā Sūkta ne sono la prova. Come indicano i loro stessi nomi, comportano l’upāsanā di Śrī e di Durgā, che è il nucleo stesso di questa Vidyā.
Oltre a ciò, si possono indicare brevemente altri tre passaggi dal Veda che ammettono soltanto un’interpretazione plausibile di concetti di Śrīvidyā. Il primo è il famoso Praśnī Sūkta dell’Aruṇā Upaniṣad, una parte autentica e antica che si trova all’inizio del Taittirīya Āraṇyaka. Come indica il nome, l’intero brano riguarda Aruṇā (la Rossa), che è Śrī. Il ṛṣi che ha avuto la visione di questa Upaniṣad e della Devī è correttamente chiamato Aruṇaketu [cometa rossa]. Durante un Sattra22, un clan di muni chiamati pṛṣni insegnò la Vidyā in forma di dialogo. In secondo luogo, il prologo dello stesso testo menziona varie volte un’upāsanā sulla Devī.
Inoltre, in un altro passaggio dello stesso testo che inizia con “putro nirṛtyā vai dehaḥ” e termina con “tatsaṃbhavasya vratam”, si trova un’esegesi che allude a Śrīvidyā.
Un altro passaggio che inizia con le parole “tadin dhanurityajyaṃ” e termina con “pratyeva tiṣṭhati”, è stato interpretato come una menzione dei principi di Śrīvidyā. E ancora, il Taittirīya Brāhmaṇa, nel terzo prapāṭhaka, ha un breve passaggio che inizia con “igraṃ vāvasaradhā”, che si presta facilmente a una tale interpretazione. L’Atharva Veda descrive chiaramente lo Śrīcakra nel seguente passaggio:
[Il corpo è come] una città santa con otto cerchi [di mura] e nove porte.
In questa dimora c’è un sacello d’oro in cui si trovano i luminosi mondi celesti.
Allo stesso modo si possono riportare diversi esempi dalle prime o più antiche Upaniṣad per dimostrare che questa Vidyā era ben inserita nel contesto del Veda e praticata in India in tempi molto antichi. Questi passaggi sono invariabilmente occultati [nei testi] e devono essere osservati con dovuta attenzione per riconoscere la loro relazione con l’ambiente tantrico. Mi accontenterò di fornire un solo esempio tratto dalla Śvetāśvatara Upaniṣad: (IV.5)
Lì c’è l’unica Dèa, bianca, rossa e nera, priva d’origine
e che produce numerose figlie a essa somiglianti.
Versatilità di Śrividyā
Śrīvidyā condivide con altre scuole tantriche il contenuto dottrinale generale. Tuttavia, le sue basi e le sue spiegazioni sono più articolate e raffinate, pur mantenendo la sua natura altamente pragmatica ed esperienziale. Professa il pariṇāma, la teoria della trasformazione cosmica, sostenendo che la causa materiale (upādāna kāraṇa), cioè il Brahman, si manifesta trasformandosi nella molteplicità. Questo allontanamento dalle affermazioni classiche dell’Advaita è reso necessario dal fatto che qui Lalitā, la Madre cosmica, è al tempo stesso prakāśa e vimarśa. Mentre nell’Advaita classico Puruṣa o Brahman genera l’azione intermedia di Māyā, in Śrīvidyā è la stessa Lalitā che genera la polarità maschile al fine di diventare molteplice.
Śrīvidyā deve la sua ampia pratica e la sua diffusa accettazione al fatto che offre una vasta gamma di realizzazioni di desideri (kāmya siddhi) e di tecniche di meditazione (upāsanā), atte a soddisfare le più diverse qualifiche (adhikara) e inclinazioni (abhiruci). Inoltre, non permette che il suo contenuto dottrinale (vidyā), che non è comunque molto rilevante per le sue pratiche, sia d’ostacolo alla sua attuazione. La versatilità della Vidyā si riflette in molti modi. Il Buddhismo Mahāyāna è essenzialmente tantrico ed è evidentemente ispirato da Śrīvidyā, essendone una forma modificata, sia nella teoria sia nella pratica, in special modo nella sua forma cīnācāra (tibetana). I concetti di vajra (diamante), maṇi (gioiello), prajñā-upaya (la conoscenza e i suoi strumenti), l’adorazione di Tārā, Chinnamastā, ecc., sono derivati e modificati dalla Śrīvidyā dell’Induismo. Anche il Taoismo ha diverse pratiche di adorazione della Madre che possono essere ricondotte a questa origine. Il Jainismo ha sviluppato il culto tantrico di Jvālāmālinī, una evidente variante della corrispondente divinità del Pantheon indù, mentre il culto di Vāsāṅtikā risente chiaramente della nostra Vidyā.
Nella sua forma più generale, lo Śākta Tantra condivide interamente il pensiero e la pratica indù. Perciò accetta l’autorità dei quattro Veda; i sei darśana sono ritenuti essere i rami della via del Kaula mārga di Śrīvidyā. Condivide la dottrina della vibrazione sonora (śābda) dei Pūrva Mīmāṃsaka, modificandola solo un po’ attraverso l’evoluzione stratificata (parā, paśyantī, madhyamā e vaikharī)23, per adattarsi al Śākti Tattva (la Śākti in quanto principio). È in accordo con il Tāntra śivaita per quel che riguarda le trentasei categorie (tattva) della manifestazione cosmica, e il gruppo dei sei sentieri (adhvā), tattva, kalā, bhuvana, varṇa, pada e mantra24, come anche la bipolarità di Puruṣa (essenza) e Pradhāna (sostanza) che si manifestano sotto la forma della realtà apparente. Accetta il concetto del triplice corpo (śarīratraya)25 e dei tre stati di coscienza (avasthātraya)26; condivide con il Sāṃkhya il principio della trasformazione cosmica (pariṇāma) e lo applica all’evoluzione dell’anima individuale. Adotta il concetto dell’illusorietà (vivarta) dell’Advaita. Collega il corpo (śarīra), ai cinque soffi vitali(pañcaprāṇa) alle sette sostanze costitutive (saptadhātu)27 e ai tre umori(tridoṣa)28, ecc.
La rilevanza di Śrīvidyā è che rappresenta il punto d’incontro delle forme più importanti di yoga. Così i vari aspetti dello yoga di Patañjali, come la natura della modificazioni della mente (cittavṛtti), delle conoscenze pure (citividyā), il concetto dell’ignoranza (avidyā), dei cinque elementi sottili (pañca tanmātra), dei poteri yoghici (siddhi)29, degli strumenti di comprensione (upāya pratyaya), dei sei strumenti di preparazione [alla conoscenza](upāya parikarman), ecc., si trovano tutti spiegati nel Lalitā Sahasranāma. Sono anche integrati nella pratica (sādhanā)elementi dello Haṭhayoga, come le posizioni (āsana), i tre arresti della respirazione (tribandha), i gesti rituali(mudrā) e, soprattutto, lo yoga del suono (Nādayoga). Tuttavia, il contributo più distaccato di Śrīvidyā è lo yoga della dissoluzione (Layayoga) del Kuṇḍalinī Yoga, che in essa trova il suo grado più elevato di raffinatezza e di sviluppo. Il risveglio della Kuṇḍalinī, la sua penetrazione (bhedana) nei centri sottili (cakra) e nei nodi (granthi) [in cui s’incrociano le nāḍī], la collocazione (antarbhāva) in essi per mezzo di mantra e di yantra della Vidyā,sono tutti trattati in dettaglio nei nostri testi. Tuttavia, “saṅketavidyā guruvaktragamyā”: vale a dire, la trasmissione dell’esperienza è conservata solo tramite la successione di maestri (guruparamparā). Gli attributi psicofisici dei cakra e dei granthi, come pure l’ordine di successione della loro pratica, corrispondono alla realizzazione tramite meditazione (bhāvanā) sulle varie śakti simboliche collocate all’interno dei differenti cakra e maṇḍala.
Oltre a quanto sopra elencato, Śrīvidyā incorpora molti altri aspetti delle pratiche del dharma indù come il culto delle immagini (pratimā), del linga, dell’ammonite fossile (śālagrāma), il nyāsa30, la ripetizione del mantra (japa), il rito d’adorazione (pūjā), la recitazione di inni di lode (stotra), i riti apotropaici (kavaca), la contemplazione (dhyāna), i sedici riti di passaggio (ṣoḍaśa saṃskāra)31, il sacrificio del fuoco (homa), l’oblazione (bali), ecc.
Questa è una caratteristica specifica che dimostra il suo carattere non settario, poiché colloca tutti questi aspetti nell’ambito della tradizione vedica (āmnāya vyūha). Lo stesso dicasi delle divinità inserite nel culto di questa Vidyā, quali Gaṇapati, Karttikeya, Mṛtyuñjaya, Pratyaṅgirā, Vaṭuka, Śarabha, Bhetāla, Khaḍgarāvaṇa, Rāma, Sītā, Gopāla, Dhanvantari, Indirā, Indrākṣi, Dattātreya, Vasudeva, Lakṣmī, come anche altri Dèi che si trovano al di fuori dell’ambito dell’āmnāya. Così Śrīvidyā accoglie un vasto ventaglio di credenze, interessi, aspirazioni e acquisizioni.
- Gati è il percorso, il sentiero, la via.[↩]
- Lett. divisione, parte; kala può anche essere reso come ‘attributo’, ‘qualità’ (guṇa) [N.d.C.].[↩]
- Fatta di parti.[↩]
- Coscienza illuminante.[↩]
- La manifestazione.[↩]
- Sattva, rajas e tamas.[↩]
- Potenza di Brahman.[↩]
- I quattro fini dell’uomo, kāma (desiderio), artha (potere), dharma (doveri rituali) e mokṣa (la Liberazione dal saṃsāra).[↩]
- L’autoluminoso Brahman supremo.[↩]
- Conoscenza realizzatrice di Brahman.[↩]
- Yamala si basa su riti sessuali e Ḍāmara su rituali cruenti e su potenze pericolose [N.d.C.[↩]
- L’unione con Brahman.[↩]
- Questo termine si riferisce ai primi tra fini della vita umana, dharma, artha e kāma.[↩]
- Effulgenza, benessere e prosperità.[↩]
- Rituali compiuti per esaudire i desideri.[↩]
- Ossia, per raggiungere l’obiettivo prescritto da dharma, artha e kāma.[↩]
- Lett. “famiglia iniziatica”, la tradizione Hādi di cui si tratterà in seguito [N.d.C.].[↩]
- Pratica diffusa al di là della catena himalayana.[↩]
- Corrente ascetica meridionale di anacoreti erranti, seguaci della mano sinistra [N.d.C.].[↩]
- Il Veda personificato. In lingua kannaḍa è usato come sinonimo di Īśvara [N.d.C.].[↩]
- Un antico ṛṣi menzionato nel Mahābhārata [N.d.C.].[↩]
- Serie di complessi sacrifici a cui possono presenziare soltanto i brāhmaṇa, finalizzati al raggiungimento di obiettivi spirituali o materiali. Questa pratica può comprendere lunghe sessioni rituali, spesso della durata di diversi anni, che consentono di fare offerte alle divinità e di soddisfare i desideri [N.d.C.].[↩]
- Si tratta dei quattro livelli del suono: para rappresenta il suono più elevato ed eterno, origine di tutta la creazione. Paśyantī ne è la comprensione intuitiva e il desiderio di esprimere quel suono. Madhyamā è la formulazione mentale dei pensieri prima che vengano pronunciati. Vaikharī è la manifestazione finale e udibile della parola [N.d.C.].[↩]
- Si tratta delle vie prāṇiche di risalita verso Śiva attraverso i canali sottili (nāḍī). I primi tre (tattva o realtà manifestate, kalā o componenti minime, atomi e bhuvana o mondi) sono estensioni dello spazio; i secondi tre (varṇa o sillabe, mantra o suoni seminalie pada o parole intere) sono le vibrazioni sonore che si prolungano nel tempo [N.d.C.].[↩]
- Corpo sottile, corpo grossolano e corpo causale.[↩]
- Veglia, sogno e sonno profondo.[↩]
- Rasa (linfa), asṛj (sangue), māṃsa (carne), medas (grasso), asthi (osso), majjā (midollo) e śukra (seme).[↩]
- Kapha (flemma), vata (aria) e pitta (bile).[↩]
- Aṇimā, il potere di diventare piccolo fino alle dimensioni d’un atomo; mahimā, il potere di ingrandirsi fino a riempire l’ìntero universo; garimā, la facoltà di accrescere o alleggerire il proprio peso fino a volare; prāpti, potere di onnipervadenza; prākāmya, potere di spostarsi a propria volontà; īśitva, il controllo sulle leggi della natura; vaśitva, il potere sulla altrui volontà; e laghima, la levitazione [N.d.C.].[↩]
- Gesto rituale con cui si “posizionano” nelle varie parti del corpo le potenze rappresentate dai mantra seminali (bīja) o dalle sillabe (mātṛkā) della lingua sanscrita [N.d.C.].[↩]
- I saṃskāra sono sedici riti che segnano le varie fasi della vita della persona dal concepimento fino al funerale [N.d.C.].[↩]