Svāmī Prakāśānandendra Sarasvatī Mahārāja
04. Bṛhadāraṇyaka Upaniṣad IV.3.5-8
Note al Commento di Śaṃkarācārya Bhagavatpāda
A cura di Devadatta Kīrtideva Aśvamitra
Con l’aiuto di quale luce vive e sperimenta un essere umano? Questa era la domanda del Re Janaka. A questo, il Maestro rispose: “Ātmaivāsya jyotiḥ: lo stesso Sé è il jyotis, la luce”. Non c’è alcun jyotis esterno, nessuna luce esterna. Quando tutte le luci esterne sono spente, quando sono annullate anche le percezioni che possono sostituire la vista, come l’udito portato a esempio da Yājñavalkya, si ha comunque esperienza, si ha comunque vita: si è sempre vivi e si sperimenta.
La stessa vita, il fatto d’essere vivo, è luce; anche sperimentare è luce. Quindi, con quale luce si vive e si sperimenta quando non ci sono luci esterne? A questo quesito Yājñavalkya rispose «Ātmaivāsya jyotiḥ». Ātmā è l’unica luce. Ātman significa ciò che non è parte dell’aggregato (saṃghāta) di corpo, di sensi e di mente. Non essendo parte di questo aggregato, è indipendente da esso; ed è ciò che illumina questo stesso aggregato. Ciò significa che l’Ātman è consapevole del corpo, dei sensi e della mente. Quella Coscienza è la vera fonte della nostra luce. Luce nella quale la nostra vita vive e sperimenta. Questo è il senso di Ātmaivāsya jyotiḥ.
A questa dichiarazione, il pūrvapakṣin pone alcune obiezioni: “Perché presenti una coscienza al di fuori del corpo, dei sensi e della mente? Sono proprio la mente, i sensi e il corpo a essere la coscienza.” Egli sostiene che gli occhi sono in grado di vedere e gli occhi sono parte del corpo. La mente è in grado di concepire e anch’essa è una parte del corpo”. In Occidente è in corso un dibattito per definire cos’è la coscienza.: alcuni scienziati e filosofi dicono che è il cervello. Altri la considerano una parte, una funzione del cervello o, perfino l’elettricità che, presuntamente, lo attiva,. Anche se sanno che il cervello è un organo corporeo, pensano che quando quest’organo è funzionante e agisce in un certo modo, si produca la coscienza. Così affermano che la coscienza è un prodotto di un oggetto grossolano: dunque, a loro parere, una cosa inerte e non senziente produrrebbe la coscienza. È come dire che si potrebbe prendere una pietra, un po’ di fango, un pugno di sabbia, combinarli assieme e produrre la coscienza1. Ma può la Coscienza essere prodotta da cose prive di coscienza? Qui la śruti dichiara chiaramente che la Coscienza non è una proprietà né una caratteristica degli oggetti non senzienti. La coscienza è indipendente da essi.
L’oppositore del Vedānta aggiunge: “svapna smṛtyor dṛṣṭasyaiva darśanāt: nel sogno e nel ricordo si vede soltanto ciò che è già stato visto”.
Ma il Vedāntin ribatte che è solo la Coscienza che ha il potere di ricordare. Gli occhi e gli altri organi corporei sono soltanto strumenti. Sono come una finestra; se apri la finestra, sei in grado di vedere ciò che sta fuori. Con un microscopio e con un telescopio si possono vedere oggetti vicini e lontani. Ma ciò non significa che quegli stessi strumenti possano vedere. Quindi, chi vede è solo il Testimone cosciente.”
Oppositore:Anche gli antichi sostenitori indiani del naturalismo2 affermavano che le azioni come il vedere, ecc., appartengono soltanto al corpo, non a qualcosa di distinto da esso.
Vedāntin: Invece, vedere, sentire, ecc., sono funzioni coscienti, ma soltanto nel senso che sono funzioni della Coscienza. Vedere, sentire, toccare e pensare, sono tutte funzioni della Coscienza. Non sono funzioni del corpo. Se le attività come il vedere, ecc., appartenessero soltanto al corpo, allora nel sogno non ci sarebbe alcuna visione, alcuna percezione, dato che il corpo grossolano non va in sogno. Se la Coscienza fosse corporea, il sogno non potrebbe accadere. In sogno si vede ciò che abbiamo visto e vissuto durante la veglia. Si vedono lì le stesse esperienze, le stesse cose, in quanto lì la Coscienza rimembra le esperienze della veglia. Si ricordano le esperienze della veglia e le si immaginano lì.
Se gli organi della vista fossero ciò che vede, in sogno non si potrebbe ricordare ciò che si è visto in veglia, perché gli occhi corporei non vanno in sogno. Infatti, quando un cieco sogna, vede ciò che ha visto in veglia quando aveva ancora gli occhi funzionanti: esattamente allo stesso modo, può ricordare durante la veglia qualunque cosa abbia visto prima di perdere la vista. Così non può ricordare in veglia forme e colori che non ha visto perché è diventato cieco né può richiamarli in sogno. Ovviamente questo esempio non vale nel caso del cieco dalla nascita, ma per chi aveva la vista che in seguito ha perduto. Questo argomentazione è valida allorché si considera che il sogno sia solo un ricordo della veglia. Vedremo in seguito come anche questa idea faccia parte della fase di adhyāropa. Per il momento atteniamoci a questo punto di vista della veglia, per il quale sembra che le esperienze di veglia siano ricordate e immaginate nel sogno. Questa è la spiegazione ordinaria che è condivisa da tutti in veglia. Ma, anche rimanendo al punto di vista della veglia, qualunque cosa appaia e che si sperimenti può essere osservata più attentamente per scoprire qualcosa di più profondo.
Pertanto, si pensa che qualunque cosa si immagini in sogno sia stata precedentemente vista in veglia. Quindi: colui che ricorda è lo stesso che prima aveva visto. Solo chi abbia sperimentato qualcosa la può ricordare. Tu non puoi ricordare la mia esperienza, né io posso ricordare la tua esperienza. Se questo organo (golaka) chiamato occhio fosse cosciente, sarebbe quello a vedere; ma in sogno non si ha questo corpo né tale organo. Questo corpo e questi organi di senso sono privi della tua coscienza. Infatti, quando vai in sogno, li lasci. Ti disidentifichi dal corpo per andare in sogno. Quindi, in sogno non porti questo corpo con i suoi organi di senso. E, viceversa, se l’occhio fosse il vero osservatore dell’esterno, tu non saresti in grado di ricordare in sogno queste esperienze di veglia.
Perciò, l’occhio è solo come una finestra, mentre la Coscienza è qualcosa di più dell’occhio, di più del corpo. Per lo scienziato moderno il corpo è necessario alla Coscienza, come anche lo è il cervello. Ma ciò non vuol affatto dire che il cervello sia la Coscienza o che produca la Coscienza.
Puoi vedere le cose che stanno all’esterno solo quando la finestra è aperta. Se la finestra è chiusa, non puoi vedere le cose esterne. Questo prova che la finestra sia il vedente? Che la finestra da sola sia cosciente? La finestra è solo un mezzo, uno strumento che facilita la vista. Allo stesso modo, l’occhio soltanto permette alla Coscienza interna di vedere l’oggetto esterno. La Coscienza è oltre il corpo, al di là degli occhi. La Coscienza è in grado di vedere gli oggetti esterni quando gli occhi sono in funzione. L’occhio non è la Coscienza, gli organi di senso non sono la Coscienza. L’organo del tatto, la pelle, non è la Coscienza. Tutti questi sono mezzi, come la finestra.
Lo stesso dicasi per il cervello. L’uomo comune dice che si è coscienti solo quando il cervello è in buone condizioni. Se hai il cervello disturbato, o hai un incidente e il tuo cervello è danneggiato, perdi la coscienza. Pertanto, il cervello è la Coscienza. Questa è la sua logica.
Noi, senza dubbio, diciamo che è necessario possedere un cervello sano. Un cervello sano, funzionante, con una buona circolazione del sangue, è necessario. Tuttavia, la Coscienza non è il cervello. La Coscienza è qualcosa di più del cervello, qualcosa che usa il cervello come uno strumento, come una finestra. La Coscienza, per rimanere Coscienza, non ha bisogno del cervello. Ha bisogno del cervello per essere consapevole delle cose esterne, per richiamarle, per ricordarle, per pensarle. Śaṃkarācārya non usa mai l’esempio del cervello, usa come esempio l’occhio. Tuttavia ci è lecito usare il cervello per lo stesso ragionamento, posto che oggi la scienza ha avanzato le ipotesi sopra menzionate.
L’Ācārya dichiara: se il tuo corpo fosse il vero vedente -e qui con corpo intende gli occhi quali organi della vista- qualora te li strappassero cosa succederebbe? Saresti comunque in grado di richiamare in sogno tutto ciò che avevi già visto. Quindi, anche se questi occhi sono stati asportati o danneggiati, in sogno puoi vedere tutti gli oggetti, colori, forme, le cose e le persone viste in precedenza. Se questi occhi fossero i veri vedenti, in sogno potresti vedere gli oggetti e le loro forme anche qualora fossero danneggiati. Ciò dimostra che chi vede è superiore agli occhi, è qualcosa di più profondo degli occhi.
Chi è andato nell’Himālaya e ne ha visto le vette -nel corso di un pellegrinaggio al Mānasarovar, per esempio- quando torna a casa, in sogno può rivedere l’Himālaya anche se nel frattempo ha perso la vista. Ciò dimostra che il cieco può rivedere nel ricordo. Vedente o cieco, chiunque veda in sogno è lo stesso vedente che ha visto in veglia. Anche in veglia, colui che vede è “dietro” gli occhi: usa gli occhi per vedere le cose esterne. Per questa ragione, anche se privato degli occhi può vedere nel ricordo in veglia e sognando rivederli in svapna avasthā.
Quando la finestra è aperta si possono vedere le cose e le persone che si muovono fuori. Ma anche quando la finestra è chiusa si può vedere. Quando la finestra è chiusa, cosa si vede? Si può vedere la stessa finestra chiusa. Allo stesso modo quando gli occhi sono aperti (unmīlita cakṣus) si vedono le cose esterne. Quando hai gli occhi chiusi (nimīlita cakṣu) puoi vedere la condizione delle tue palpebre chiuse. Sei cosciente di avere gli occhi chiusi e questa è la vera Coscienza. Questo è l’Ātman. Alla luce di quell’Ātman puoi aprire e chiudere gli occhi. Chiudi gli occhi e sei cosciente, apri gli occhi e sei cosciente. Quello che è cosciente di entrambi è l’Ātman.Tu vivi alla luce di quell’Ātman.
Quello che è chiuso non è colui che vede: sono gli occhi a essere chiusi. Colui che vede durante la chiusura e l’apertura degli occhi, è il vero vedente. Quello è l’Ātman reale.
Questa è la spiegazione di Śaṃkarācārya. La Coscienza, che è consapevole dello stato di chiusura degli occhi, è la stessa Coscienza che vede anche quando gli occhi sono aperti. Ciò significa che la Coscienza è qualcosa di diverso dagli occhi, più profonda degli occhi., superiore agli occhi, ed è identica a se stessa sia nella chiusura sia nell’apertura degli occhi. Quando il corpo è morto, gli occhi non possono vedere. Se gli occhi stessi fossero ciò che vede, continuerebbero a vedere. Ma non è così. Ciò significa che colui che vede ha lasciato il corpo. La sola Coscienza che può vedere attraverso il corpo ha smesso di vedere attraverso il corpo. Non ha smesso di esistere. Esiste, ma ha smesso di usare il corpo. Quando il corpo è morto, cosa succede? È evidente che la Coscienza che stava usando il corpo ha smesso di usare il corpo anche se continua a esistere.
Il corpo può vedere quando in esso è presente che cosa? E smette di vedere in assenza di che cosa? Non si deve pensare letteralmente che l’Ātman sia assente. Chi usa il corpo? Usa il corpo Quello che vede attraverso il corpo: allora puoi dire che è presente. Se quello non lo sta usando, il corpo non può vedere. Ciò significa che il corpo stesso non è il vedente.
Quello che vede, che ascolta, che tocca, ha la stessa identità. Quello che vede è lo stesso che ascolta e che tocca. Quindi, l’Io che ha visto attraverso gli occhi, quello stesso Io tocca attraverso il senso del tatto. Se il vedente e colui che tocca fossero diversi, non potrebbero essere identificati nella stessa persona.
Se gli occhi non sono il vedente, può sorgere la prossima obiezione. Se si dice che gli occhi non vedono e la pelle non tange, allora il pūrvapakṣin dirà che la coscienza è la mente, in quanto gli organi di senso non sono in grado di percepire senza la mente. Pertanto la mente è il vero vedente e, dunque, è la coscienza. Ma Śaṃkarācārya lo confuta: anche la mente (antaḥkaraṇa)3 è un oggetto per la Coscienza, come lo sono gli organi di senso e gli oggetti esterni. Proprio come gli oggetti esterni sono conosciuti dalla Coscienza, come il corpo assieme gli organi di senso è conosciuto dalla Coscienza, anche la mente è conosciuta dalla Coscienza. Perciò la mente non è la Coscienza: la mente si presenta come se fosse la Coscienza, ma questo è un grande inganno. Prende solamente in prestito un’apparenza di consapevolezza di ciò che è altro da essa. Anche la mente è uno strumento come la finestra, soltanto che è uno strumento più sottile. La Coscienza che è al di là della mente, usa la mente come strumento, ma la mente stessa non è una coscienza autonoma. Quindi, Śaṃkara dice che anche la mente è un oggetto (manasopi viṣayatvat). La Coscienza, infatti, è consapevole di tutte le varie funzioni della mente, di quando la mente è presente e di quando è assente, mentre essa è sempre presente. Essa è presente anche in sonno profondo, quando la mente è assente. Come funziona la mente quando è presente? Funziona con i vari pensieri; anzi, la mente è semplicemente tutti i pensieri. La mente e i pensieri sono solo una cornice, come il telaio fisso della finestra. La mente è la cornice più ampia, è ciò che circonda la finestra. Gli occhi, che sono la finestra, possono far vedere solo forme esterne definite; ma la mente è più ampia degli occhi esterni.
La mente è come un tessuto, un tessuto spiegato e non cucito. Se lo si piega e cuce in forma di borsa, sarà qualcosa di concluso. Si adatterà a contenere solo certe dimensioni e non potrà ospitare oggetti di dimensioni maggiori. Se si tiene il tessuto spiegato e non cucito, come il mio abito ocra tradizionale da saṃnyāsin, allora si possono avvolgere oggetti più grandi o più piccoli. Similmente, la mente può avere vari pensieri: pensieri più grandi, pensieri più piccoli, ogni tipo di pensiero. Quindi è più ampia rispetto agli occhi e agli orecchi. Gli occhi e gli orecchi percepiscono cose definite. La mente, i pensieri, sono un po’ più ampi degli organi di senso, ma non sono autonomi. Sono proprio come le onde: sono solo una forma dell’acqua. Ma l’onda, le onde non sono cose indipendenti. È solo acqua che assume delle forme.
Allo stesso modo, la Coscienza assume una forma. La forma può essere più grande, più piccola, e quella è la mente. Forma più grande, forma più piccola, ma il contenuto è la Coscienza che non ha alcuna forma. Per questo la mente è conosciuta: la mente è una forma conosciuta dalla Coscienza, ma la Coscienza non può essere conosciuta perché non ha forma. Tutto il conoscibile è solo forma. Forma conoscibile significa un’idea, un concetto, un pensiero. La Coscienza non è conoscibile dal pensiero perché non ha forma, è arūpin. La mente conosce solo ciò che ha forma.
Cos’è conoscibile dalla mente? La forma è alla portata della mente. La mente può riconoscerla, ma la Coscienza non ha forma né può assumere una forma; perciò è inconoscibile alla mente. La mente può rivelare un oggetto assumendone la forma, come uno specchio. Uno specchio può assumere la forma di un oggetto e mostrarlo. Se gli si pone un oggetto davanti, può rifletterlo. Ma se gli si mette davanti una cosa senza forma, come lo spazio, cosa riflette? Lo spazio non ha alcuna forma. Lo specchio, in tal caso, rimane a riflettere il vuoto. Quindi, la mente assume una forma dell’oggetto e, in questo modo, ce lo riflette rivelandolo come un pensiero, un concetto, un’idea. Ciò significa che crea una forma di una cosa che può essere trasmessa a parole. Ma la Coscienza non ha alcuna forma; quindi, la mente non può afferrarla né trasmetterla.
Per le ragioni sopra esposte, con forma non s’intende solo una forma fisica; anche ciò che è mentale è forma. Il pensiero è una forma, l’immaginazione è una forma, l’emozione è una forma, il colore è una forma, il suono è una forma, il tatto è una forma, il caldo e il freddo sono forme. Forma significa qualsiasi pensiero, forma significa una forma di pensiero. Non stiamo parlando della forma degli occhi, ma della forma della mente. La forma della mente è qualsiasi pensiero. Può essere un’emozione, può essere una fantasia, può essere un impulso incontrollato, può essere un pensiero sperimentato, un pensiero richiamato alla mente o immaginato. Sono tutti pensieri. L’immaginazione è un pensiero, il ricordo, richiamare un’esperienza passata, è un pensiero, la percezione diretta è un pensiero, un sentimento è un pensiero. Essere preoccupato, è un pensiero, essere di buon umore, è un pensiero. Queste sono tutte forme della mente: varie forme, varie posture (bhaṅgī) della mente.
La mente, dunque, può oggettivare qualsiasi cosa che abbia forma; può percepirla, può comprenderla, può esprimerla. Invece, la Coscienza non può essere afferrata dalla mente perché non è nella sua portata. La Coscienza non ricade nella portata d’indagine della mente. La mente può afferrare solo ciò che può entrare nella sua portata, ossia ciò che può essere pensato come pensiero. Può afferrare ciò che è oltre il pensiero? La mente non può nulla su ciò che non può essere pensato. Invece, la mente può essere conosciuta dalla Coscienza, come anche tutte le sue varie forme, tutti i vari pensieri, buoni o cattivi, come fa con gli oggetti grossolani (sthūlaviṣaya). Con sthūla pratyakṣa qui si intende la percezione sensoriale degli oggetti grossolani del mondo esterno. La mente quando è rivolta al suo interno concepisce gli oggetti sottili (sūkṣmaviṣaya). Tutto questo è conosciuto dalla Coscienza.
Quindi la Coscienza stessa è consapevole di tutto: la Coscienza può accogliere tutto, può illuminare tutto, ma non è afferrabile da nulla. Quindi “manas rūpādi tasmāt antastam ādityādi”, cioè la mente ha forme, quindi è la Coscienza che sta all’interno come un sole. Pertanto, la Coscienza è luce. Il sesto mantra pone la domanda: qual è la luce con l’aiuto della quale una persona vive e sperimenta? La luce interna (antastam), non quella fuori: è dentro di noi. Il settimo mantra si propone di spiegare qual è la natura della luce interiore, ben diversa dalla luce esterna com’è stata descritta fino al quinto mantra.
Interno significa dove si ha l’esperienza (anubhava). Guarda all’interno dell’esperienza; non guardare allo stimolo esterno dell’esperienza. Quando hai un’esperienza di colore, allora vedi. L’esperienza di colore significa un pensiero di colore nella tua mente. Ciò che stimola questa esperienza di un colore è un oggetto esterno. Ma qui noi stiamo indagando l’esperienza interna. L’esperienza di un colore è un elemento più interno; quindi guarda all’esperienza, non al colore né al pensiero del colore né alla visualizzazione del colore. Per questa ragione il testo dice di guardare ‘dentro’.
‘Dentro’ è una parola che comprende un campo molto vasto. È un’area vasta che comprende molti elementi e molti livelli. Tra questi, quale (kaḥ) ‘dentro’ devi cercare? Quale devi individuare? A questo proposito si può produrre, dunque, confusione o malinteso. A quale ‘dentro’ si riferisce qui il testo? Al ‘dentro’ cosciente. Alcuni dicono che gli organi di senso sono coscienti, altri che la mente è cosciente, e altri ancora che il solo Sé è cosciente. Tra questi, qual è davvero cosciente? Quello che è, per sua stessa natura, cosciente. Non quello che appare provvisoriamente dotato di coscienza. ‘Dentro’ non è un luogo relazionato a una coscienza. Non è una coscienza relativa, una coscienza temporanea. Quel ‘dentro’ è il contenuto stesso della Coscienza, il nucleo della Coscienza, la tua stessa natura. Quello è l’Ātman, nella cui luce la persona vive e sperimenta: Quello è essenzialmente Coscienza. Essenzialmente significa che la sua natura stessa è Coscienza: è cosciente spontaneamente, naturalmente e senza sforzo. Altre cose, come la mente e gli organi di senso, prendono apparentemente in prestito un riflesso di coscienza: non sono essenzialmente e naturalmente coscienti.
Kaḥ (quale?) nel Vedānta significa Brahman, il Supremo. A seconda del contesto, ogni parola può assumere più di un significato. Se stai leggendo la dottrina da un libro, puoi confonderti sul senso da attribuire a una parola sanscrita. Per questo è necessario il Guru che ti indirizzi sul suo vero significato in quel contesto. La Coscienza, in cosa è ‘dentro’? Vijñānamayaḥ prāṇeṣu significa che il Sé-Coscienza sta nei sensi (prāṇeṣu). Qui prāṇa è come dire indriya. La Coscienza è presente in tutti gli indriya, ma non è un organo di senso. È nell’udito, nella vista, nel tatto, nella mente e nella buddhi, è in tutti gli undici organi di senso, quale loro sostrato. La parola prāṇeṣu significa che è il sostrato di tutti gli organi di senso. Perciò la Coscienza è il fondamento di tutti gli organi di senso e, come tale, li attiva.
‘Dentro’ il cuore c’è la luce interiore (antastam hṛdyantar jyotiḥ). Hṛdaya (cuore) significa il locus di tutte le nostre esperienze. Tutte le nostre esperienze, inclusi la veglia, il sogno e il sonno profondo, tutte le singole esperienze della mente e dell’intelletto, le emozioni, i pensieri, le volizioni e perfino le esperienze yaugika profonde. Tali esperienze portano alla visione dell’iṣṭadevatā, come quella di Rāma, di Kṛṣṇa, di Śiva o della Devī. Qualsiasi visione tu abbia avuto, i vari gradi di purificazione, le esperienze degli yogin,tutto questo assieme è hṛdaya. Quindi, in hṛdaya c’è una luce interiore (antar jyotiḥ), quella stessa luce che illumina le varie esperienze interiori, yaugika e mistiche. Tutte quelle varie esperienze hanno come sostrato la Coscienza perché sono esperienze coscienti. Quindi la Coscienza sta alla base non soltanto di tutte le esperienze spirituali, ma anche delle allucinazioni e degli incubi di una persona mentalmente disturbata. Queste ultime sono definite anormali. Ci sono, dunque, tre tipi di esperienze: quella della mente umana normale che ha emozioni e pensieri, piaceri, stati d’animo gioiosi, o irati. Un’altra è l’esperienza anormale di chi ha uno stato mentale estremamente disturbato, che chiamiamo fobie, manie, ossessioni. Altra ancora è l’esperienza supernormale, quelle dei mistici, degli yogin e dei bhākta. Sono tutte esperienze da sādhaka, di un livello superiore a quelle dello stato normale. Qualunque sādhana tu segua, anche secondaria purché regolare, otterrai una piccola esperienza di questo tipo. Anche tra le esperienze supernormali ci sono molte varietà, molti livelli. Se si continuano a fare per qualche tempo un japa, un pārāyaṇa (recitazione di scritture), una qualche pūjā (rito di adorazione), la mente si modifica. Si sente il corpo leggero, la mente serena, si prova gioia, ecc. Quindi ci sono esperienze normali, anormali e supernormali. Tutto questo insieme è la mente.
Antar jyotiḥ (luce interiore), significa guardare dentro la mente, non guardare un oggetto della mente. Oggetti della mente sono vari pensieri, il mondo e tutte le cose del mondo. Non si deve guardare un’esperienza prodotta dalla mente né un’esperienza prodotta da una fede o da una credenza. Si deve osservare quel qualcosa che è fondamento per tutte le esperienze della mente, che siano anormali, normali o supernormali. In tutte queste svariate condizioni della mente, c’è una Coscienza silenziosa comune sottostante. La Coscienza è allora chiamata Puruṣa (la Persona).
Quella Coscienza sperimenta, tramite la mente, sia questo mondo sia l’altro. La Coscienza si muove in vari loka, sia in questo mondo sia nell’altro mondo, sia nello stato di veglia sia nello stato di sogno. Si muove nei vari mondi (loka) perché viviamo in questo mondo o in mondi superiori celesti, fino al Brahmaloka, il più alto. Ci sono sette mondi superiori e sei inferiori al nostro. Si considera che ci siano quattordici loka, come i nostri Śāstra chiamano i diversi livelli di esperienza. Dopo la morte del corpo si va a sperimentare gioia o sofferenza in quei loka. Quindi quella Coscienza, che si pensa identificata alla mente, va da uno all’altro di questi mondi. Quando, invece, la si riconosce essere libera dalla mente, allora per essa non c’è alcun viaggiare nel tempo e nello spazio, perché la Coscienza stessa è onnipervasiva, è ovunque presente. Ma quando la si associa alla mente, allora si considera che la mente sia parte della Coscienza. Chi pensa così si muove da questo loka a un altro per mezzo di quella mente. Identificandosi con la mente, qui sperimenta certe esperienze buone e cattive, compie del karma per acquisire meriti (puṇya), demeriti (pāpa), impressioni (saṃskāra), cognizioni (vāsanā), ecc. Come risultato di ciò, dato che la mente si muove in preda all’azione, dopo morto ti porterà a piani superiori o inferiori. Quando, invece, capisci che non sei la mente, sei libero dall’andare ai loka (mondi). Per questa ragione i nostri Śāstra si sono focalizzati a spiegare che prima si deve purificare la mente inferiore fino a raggiungere quella più alta. Quando si arriva alla mente superiore, alla mente pura, si capisce che si deve trascendere la mente. La mente, in quanto attiva, contiene tutto il tamoguṇa, il rajoguṇa e il sattvaguṇa; ossia la mente bestiale, l’umana e la divina, che corrispondono alla condizione di asura (demone), manuṣya (umano) e deva (dio). Quindi la mente ha tre livelli. Finché sei identificato con la mente, sforzati di purificare la mente per essere una persona migliore. Ma una volta che la mente è purificata, va’ a un livello superiore e trascendila. Non si può trascendere la mente da un livello basso. Identificandosi a tutti i pensieri e a tutte le azioni, si va e si viene di continuo. Andando in sogno si trascende questo mondo di veglia. Ma questa ultima frase deve essere spiegata meglio, altrimenti si possono prendere continui abbagli. In questo mantra si accenna al sogno e nel prossimo mantra si dice che ci si muove tra veglia e sogno. Ma la Coscienza è indipendente da veglia e sogno. La Coscienza è come un grande pesce che si muove da questa sponda all’altra del fiume senza toccare alcuna riva. È indipendente dalla riva: così è la Coscienza.
- È oggi di attualità proprio l’argomento su come fornire l’intelligenza artificiale di coscienza tramite componenti inorganiche [N.d.C.].[↩]
- Aderenti alle antiche correnti materialiste dei cārvakā e dei lokāyatā, scomparse dall’India verso il XIV secolo dell’era volgare [N.d.C.].[↩]
- Rammentiamo al lettore che antaḥkaraṇa è la mente presa in generale e che comprende le quattro funzioni di buddhi, ahamkāra, manas e citta [N.d.C.].[↩]