Jagadguru Śaṃkarācārya Śrī Śrī Candraśekharendra Sarasvatī Mahāsvāmī
01. Guru
a cura di Maria Chiara de’ Fenzi
Ācārya
Generalmente usiamo le parole guru e ācārya come fossero sinonimi. Ma, secondo i saggi, vi è una certa differenza tra i due. Ācārya è collegato a parole come ācaraṇa, ācāra, cara. Cara significa letteralmente ‘camminare’, ‘andare’. Carita e caritra significano condotta. Una successione continua di eventi può indicare sia il deśa caritra, la storia di una regione, sia il jīvya caritra, la biografia. L’andare, anziché il rimanere fermi, secondo un determinato ordine di movimento, costituisce un ‘cammino’. Caritra significa procedere lungo un sentiero, secondo un determinato ordine. La radice sanscrita cara, che significa ‘camminare’ o ‘andare’, dà origine a ācāra, cioè a una norma di condotta conforme ai dettami del dharma. Questo è ācaraṇa.
Ciò che è importante per un ācārya è offrire, attraverso la propria vita, un esempio comportamentale ordinato. Non nuocere (ahiṃsā), essere veritieri (satyavāditā) e altre virtù fanno parte del dharma comune. Ma l’hindū dharma comprende nel suo ambito molte tradizioni o saṃpradāya, ciascuna delle quali possiede anche i propri testi sacri (śāstra) che prescrivono ai rispettivi seguaci particolari norme di condotta (ācāra). Gli śrīvaiṣṇava hanno un ācāra, i mādhva ne hanno un altro. Vi sono poi i seguaci di altri maestri, come Caitanya e Nimbārka, che hanno i propri ācāra, regole e consuetudini. Ogni saṃpradāya ha i propri testi, contenenti i riti da osservare per i devoti e il modo in cui essi devono essere compiuti. Nello śivaismo (māheśvaratā) vi sono numerose sottoscuole, come il vīraśivaismo, lo śivaismo kaśmirī, il pāśupata, lo śaiva siddhānta, ecc. Tra i viṣṇuiti, essi comprendono gli ekāntin, i vaikhānasa e i pāñcarātrin. Ciascun gruppo ha un insieme di norme da osservare. Gli advaitin seguono le regole contenute nelle Upaniṣad.
Un ācārya è colui che vive secondo gli śāstra della propria tradizione. Egli, infatti, mostra, attraverso l’esempio della propria vita, le pratiche della tradizione cui appartiene. C’è uno śloka che definisce il termine ācārya:
Ācinoti hi śāstrārthān
Ācāre sthāpayatyapi
Svayam ācarate yaśca
Tam ācāryam pracakṣate
Un ācārya è colui che indaga il significato degli śāstra. È sottinteso, benché non esplicitamente menzionato, che egli istruisca anche gli altri negli śāstra; vive conformemente a essi e induce anche gli altri a conformare la propria vita ad essi tramite l’esempio della sua. Questo è il significato dell’espressione ‘precetto e pratica’ (śāstrārtha). In altri termini, l’ācārya non si limita a insegnare gli śāstra o a commentarli: offre agli altri un esempio vivendo secondo i testi o le norme del proprio saṃpradāya.
Parliamo di precetti (ācāra)e della loro messa in pratica (anuṣṭhāna) come di un’espressione unitaria. Allo stesso modo, parliamo di śāstra saṃpradāya come termini strettamente interconnessi. In effetti, un saṃpradāya, o tradizione iniziatica, si è sviluppato secondo le norme codificate negli śāstra e destinate a essere osservate nel corso della vita. Vi sono molte dottrine e concezioni sulle quali gli śāstra si fondano. I diversi saṃpradāya si sono formati selezionando determinate concezioni e conferendo loro una forma definita. Così, all’interno dello stesso dharma vedico, esistono i diversi saṃpradāya, come quello di Śaṃkara, di Rāmānuja e di altri ancora.
Quando usiamo le parole śāstra e saṃpradāya, dobbiamo anche fare un’altra distinzione. Lo śāstra è come un codice di regole di carattere permanente, mentre un saṃpradāya non ha nulla di giuridico, ma consiste nelle consuetudini o nelle dottrine seguite da tutti i membri di una determinata comunità, compresi coloro che conoscono gli śāstra. Lo śāstra è la scrittura; il saṃpradāya è la sua trasmissione, la sua pratica. Lo śāstra è comune a tutti coloro che lo seguono, invece la sua pratica in uso nel saṃpradāya può variare da una regione all’altra. Le consuetudini e le osservanze possono differire da un’organizzazione o famiglia iniziatica (kula) all’altra, e da una regione (deśa) all’altra. Ci sono così il kulācāra e il deśācāra.
Colui che conduce una vita disciplinata secondo gli ācāra, le consuetudini e le pratiche regolate dallo śāstra e dal saṃpradāya cui appartiene è un ācārya. Oltre a vivere secondo le norme del dharma comuni a tutti, un ācārya dev’essere d’esempio agli altri; egli è esperto nello śāstra del proprio saṃpradāya e vive conformemente a esso. Ma non basta che viva secondo lo śāstra. Affinché un ācārya sia veramente tale, deve avere almeno un discepolo. Deve insegnargli i dharmācāra del proprio saṃpradāya e ispirarlo a vivere in conformità ad essi. Per insegnare, dev’essere un uomo profondamente erudito, un vidvān. Inoltre, dev’essere in grado di dissipare i dubbi che alcuni possono avere riguardo allo śāstra di cui è esperto; deve anche saper rispondere alle critiche rivolte al proprio saṃpradāya e alla sua dottrina. Un discepolo deve formarsi a lungo sotto la sua guida per apprendere tutto questo.
Oggi, quelli che più somigliano agli ācārya di sempre sono gli insegnanti delle scuole e delle università. Essi, tuttavia, non si occupano del dharma, né raddrizzano la loro vita personale né aderiscono al loro insegnamento. Invece, nell’antichità vi erano ācārya che insegnavano le scienze naturali e le arti e persino coloro che insegnavano il Dhanurveda (l’arte della guerra) erano degli ācārya, come Kṛpācārya e Droṇācārya. Quegli ācārya conoscevano i Dharmaśāstra e il loro saṃpradāya, ed erano rispettati non solo per la loro erudizione e la loro abilità, ma anche per la loro condotta conforme all’ācāra loro prescritto.
Guru
Vivere con un ācārya e studiare ai suoi piedi: tale corso di studi (vidyābhyāsa) è chiamato gurukulavāsa (vita presso la casa del guru). Non si parla mai di ācāryakulavāsa. Ciò indurrebbe a pensare che l’ācārya e il guru siano la stessa persona. Si noti il titolo di Jagadguru Śaṃkarācārya: da esso si può dedurre che lo stesso individuo possa essere sia un guru sia un ācārya. Ma, per lo stesso motivo, poiché i due appellativi sono usati per la stessa persona, sembra anche che se ne possa trarre che l’ācārya e il guru siano diversi.
Che cosa significa letteralmente la parola guru? Abbiamo già definito il termine ācārya; ma come si definisce guru? Guru significa ‘grave’, ‘ponderoso’, ‘grande’. In altre parole, vuol dire ‘chi possiede peso, grandezza’, ‘chi è importante’. Come guru, anche Brahman significa ‘grande’ o ‘vasto’. Perché si chiama importante un grand’uomo? Un grande uomo è forse grande perché ha una corporatura imponente? Anche mahān significa grand’uomo. Grande in che cosa? Voi mi chiamate Guru per rispetto o perfino mahān. Considerando il mio peso e la mia corporatura, non è logico né ragionevole chiamarmi mahān. Se un uomo è chiamato con uno di questi nomi, significa che è ‘pesante’ o grande interiormente, per dottrina, per esperienza e per carisma (śraddhā). Per il semplice fatto che al mio nome è associato quello di Śaṃkara Bhagavadpāda, vi lasciate indurre a credere che io condivida le sue qualità di grandezza e così mi chiamate guru, mahān e con altri appellativi elogiativi.
In definitiva, così si riconosce che guru significa colui che è interiormente grande. Le qualità o le qualifiche di un ācārya sono esteriormente riconoscibili dal suo ruolo di maestro e dalla sua condotta. Sebbene sia vero che le sue qualifiche interiori si manifestano con il suo comportamento esteriore senza che ostenti di essere di nobile carattere. Ovvero egli si dimostra tale all’esterno tramite il proprio stile di vita e la qualità dei suoi insegnamenti.
E il guru? Non è necessario che egli ‘faccia’ esteriormente qualcosa di percepibile al mondo. Non è necessario che sia un uomo dotto nel senso ordinario del termine, né che sia tanto erudito da aver raggiunto il dominio della conoscenza degli śāstra. Non è neppure necessario che, come l’ācārya, dia esempio con la propria vita degli insegnamenti di un determinato śāstra, di un kula o di un saṃpradāya. Anzi, non è neppure necessario che apra bocca per insegnare alla gente o per impartire upadeśa. Dopotutto, ci sono stati tanti mauna guru, ossia guru che avevano fatto voto di silenzio.
Può essere qualcuno che vive completamente isolato e immedesimato in se stesso. Coloro che giungono a riconoscere la potenza della sua luce interiore lo potranno scegliere come loro guru. Non è necessario che egli insegni loro le dottrine degli śāstra. Tuttavia, la sua potenza interiore (anugraha), il suo stato di beatitudine, si irradia in chi lo avvicina. Egli può anche non considerarli suoi śiṣya in senso formale. Ma coloro che diventano suoi discepoli riceveranno da lui, come benedizione, ciò che cercano.
Vi sono stati moltissimi guru che erano del tutto estranei allo studio e all’erudizione. Vi sono stati anche guru che non tennero mai alcuna lezione. Il primissimo guru (Ādiguru), Dakṣiṇāmūrti, non aprì mai bocca. Vi sono stati, inoltre, numerosi guru non vincolati dalle prescrizioni degli śāstra. Alcuni di essi erano come apparizioni, altri come folli che vagavano per il mondo, altri ancora come ativarṇāśramin. Dattātreya ignudo, ‘vestito di spazio’ (digambara), è celebrato ovunque con parole di altissimo elogio in quanto guru realizzato (avadhūta).
Ācārya è colui che rappresenta una scuola (prasthāna ). Egli rappresenta una determinata tradizione (saṃpradāya, paramparā) fondata su determinati śāstra. Deve avere studiato in modo sistematico le opere appartenenti a quella tradizione e le questioni ad esse relative. Inoltre, egli insegna anche agli altri in maniera sistematica. Soprattutto, egli stesso deve vivere in modo coerente con la dottrina che rappresenta e costituire un esempio per gli altri.
Non vi è alcun obbligo che un guru sia come un ācārya. Il suo è un mondo di esperienza o di realizzazione interiore. È perché ha realizzato il proprio Sé che viene chiamato mahān. Ed è il ‘peso’ (gaurava) di questa esperienza interiore che gli conferisce il diritto di essere chiamato guru. Il guru è al di là di ogni connotazione caratteriale e di condotta. Forse indaghiamo sul carattere e sulla condotta di Bhagavān? Lo stesso vale per il guru. I guru non hanno bisogno di agire conformemente agli śāstra. Essi possono essere conoscitori (jñānin) ed essere uno con Brahmātman, vale a dire con Īśvara o Bhagavān. Oppure possono essere yogin che, mantenendo la mente sotto perfetto controllo, entrano in samādhi.
I guru interiormente grandi possono essere, allo stesso tempo, esteriormente degli ācārya, risplendenti di sapienza, che istruiscono i loro discepoli e agiscono conformemente agli śāstra. Śaṃkara Bhagavatpāda e gli ācārya appartenenti a scuole e correnti diverse dalla sua erano, in questo senso, sia guru sia ācārya.
Gli ācārya del passato (vidyābhyāsa ācārya), sebbene alcuni non fossero ancora arrivati alla realizzazione del Sé né avessero raggiunto lo yaugika samādhi, anch’essi erano ‘grandi’ per la loro vita interiore. Dev’essere questa la ragione per cui il periodo di studio trascorso presso i loro āśrama era chiamato gurukulavāsa. Vi furono anche guru che, pur non appartenendo ad alcuna corrente particolare, impartivano upadeśa basati sulla propria esperienza come anche upadeśa fondati sugli śāstra.
In tempi arcaici, sebbene ciò che un ācārya insegnava durante la sua vita non fosse conosciuto come una dottrina fondata sugli śāstra, con il tempo assunse la forma di uno śāstra definito. Tale insegnamento, allora, era chiamato con il suo nome, ed egli stesso fu ricordato come il suo ācārya originario o ṛṣi. Tra questi, molti ācārya che appartenevano esteriormente a questo o a quello śāstra furono interiormente guru di elevatissima sapienza. Vi sono stati anche guru i cui nomi non sono associati ad alcuna scuola particolare.
Il guru interiore e il mondo esteriore
Un guru può non voler insegnare in modo sistematico, ma desidera invariabilmente elargire la sua grazia ai suoi discepoli e devoti. Possono esservi dei mahātman che hanno cercato rifugio presso di lui. In tali casi, è Īśvara stesso che li benedice attraverso il guru, poiché i discepoli che hanno cercato il guru con piena fede in lui non devono essere abbandonati.
Così, anche se un guru non cerca di propria iniziativa il gurutva (la funzione di guru), quando si trova ad avere un discepolo, si crea una relazione attraverso la grazia che gli impartisce. In questo contesto, un altro significato della parola guru appare assai appropriato. Si è già detto che guru è colui che è «grave», «ponderoso» interiormente, senza essere in relazione con il mondo esteriore. Poiché la sua attenzione è interamente rivolta alla vita interiore, non vi è nulla che il guru debba fare. Qual è l’altro significato? Gu significa oscurità; ru indica chi rimuove: così guru significa colui che dissipa l’oscurità. Deva è colui che illumina (prakāśarūpin). L’oscurità è ignoranza (ajñāna). “Tamaso mā jyotir gamaya”: tamas, ossia l’ignoranza, è ajñāna e jyotis è la conoscenza. È consuetudine dire che l’assenza di conoscenza (ajñāna) e la falsa conoscenza (māyā) sono oscurità e che jñāna è luce. Jñāna e ajñāna māyā non sono usati soltanto nel contesto del Sé. Prendete qualsiasi soggetto o argomento: l’ignoranza riguardo ad esso è l’oscurità del non conoscere; la conoscenza o la consapevolezza di esso è luce (buddhi prakāśa). Un argomento illuminato dal guru è afferrato dal suo śiṣya con la sua comprensione o dalla sua mente. Il guru è colui che diffonde la luce. Soprattutto, è il guru che, più avanti, nella vita del discepolo, gli conferisce l’illuminazione del jñāna.
Un grande uomo può non aver studiato gli śāstra; può non agire secondo gli śāstra; e può non insegnare gli śāstra. Ciò nonostante, se qualcuno lo considera il proprio guru, egli dissiperà l’oscurità che è in lui. Come risultato della grazia di questo grande uomo, sarà fatta luce anche su argomenti o vidyā che non sono stati studiati.
Quando definiamo il guru come colui che dissipa l’oscurità, intendiamo che la sua funzione consiste nel rimuovere qualcosa. La sua potenza o grandezza interiore si manifesta anche esteriormente. Invece di rimanere in se stesso, egli entra in relazione con un altro. Impartendo upadeśa oralmente, o attraverso l’esempio della propria vita, oppure mediante la grazia (può anche darsi che egli stesso non conferisca consapevolmente questa grazia, ma lo faccia attraverso Īśvara), egli dissipa l’ignoranza del suo discepolo, sia nelle piccole questioni sia nelle grandi questioni, come quelle che riguardano il Sé.
Se il Guru svolge la sua funzione in favore del suo discepolo, deve esserci un legame tra i due. Deve esserci un filo che colleghi la centrale elettrica con la lampadina che si accende nella nostra casa. Se l’acqua del Red Hills (uno dei bacini idrici della città di Madras) arriva al rubinetto della nostra casa, significa che esiste una conduttura che collega l’uno all’altro. Allo stesso modo, se l’intelletto del discepolo deve illuminarsi e se in lui deve instaurarsi un flusso di conoscenza, deve esserci un collegamento tra lui e il suo guru. Quando un argomento è spiegato oralmente da un guru, le sue parole costituiscono il collegamento con il suo discepolo. Quando la conoscenza è acquisita attraverso l’esempio della vita del guru, anche quello è un tipo di comunicazione, un tipo di collegamento. Anche se qualcosa non è manifestato apertamente dal guru e il suo significato è soltanto suggerito interiormente, questo è un insegnamento (upadeśa), perché tutto ciò che il guru fa per dissipare l’ignoranza del suo discepolo dev’essere chiamato upadeśa. L’upadeśa impartito da un guru non per mezzo di discorsi, ma mediante l’esempio della propria vita, è diverso dal messaggio verbale: in quel caso, la vita stessa del guru è un messaggio. Il legame dell’upadeśa tra il guru e il discepolo esiste sia in forma grossolana sia in forma sottile.
L’insegnante che ha il dovere di istruire uno studente oralmente e attraverso l’esempio della propria vita è chiamato ācārya. L’ho detto all’inizio. Ho anche detto che, anche se il guru non impartisce l’upadeśa al suo discepolo verbalmente né attraverso l’esempio della propria vita, la sua stessa grazia diventa un collegamento tra i due, e anche questo è upadeśa.
Qualunque cosa rimuova l’ignoranza e accenda la lampada della conoscenza è upadeśa.
Di solito, il potere o l’energia spirituale della benedizione di un guru permea lo studente attraverso il legame stabilito dall’upadeśa impartito sotto forma di un mantra. Vediamo anche che i mahātmā, i quali non tengono discorsi né spiegano alcuna dottrina o śāstra, impartiscono ai loro discepoli soltanto il mantropadeśa. Nelle storie leggiamo di questo o quel discepolo che rimane a lungo ai piedi di un grande essere, sperando di essere elevato da lui. E un giorno il grande gli impartisce un mantra. Da quel momento egli sperimenta in sé la luce del jñāna. Gli uomini hanno desiderato ottenere in qualche modo il mantropadeśa dalla bocca del loro guru e, a tal fine, hanno praticato austerità oppure sono ricorsi a degli stratagemmi.
Kabīrdās desiderava ardentemente ricevere lo Śrīrāma mantropadeśa dal santo Rāmānanda. Era musulmano; o, secondo un’altra tradizione, era nato hindū, ma era stato allevato come musulmano in una famiglia islamica. Kabīr temeva che per questo Rāmānanda potesse non concedergli l’upadeśa. Così ricorse a uno stratagemma. Un giorno, alle prime ore del mattino, cioè durante il Brāhmamuhūrta (il muhūrta dell’alba è un lasso di tempo di due ore), quando era ancora buio, si sdraiò sui gradini di uno dei ghāṭ della Gangā, proprio lungo il percorso che Rāmānanda percorreva abitualmente. Quando il santo giunse per il suo bagno mattutino, non vide Kabīr disteso sui gradini; così lo calpestò involontariamente. Kabīr considerò ciò come una pāda dīkṣā. Rāmānanda si rese immediatamente conto di aver inavvertitamente calpestato un essere umano. È consuetudine esclamare spontaneamente: «Śiva! Śiva!» oppure «Rāma! Rāma!», come frase di scusa. Rāmānanda, che era un guru, per il dispiacere d’aver calpestato una creatura vivente (in questo caso un essere umano), esclamò ad alta voce: «Rāma! Rāma!». Kabīrdās lo prese come upadeśa. Si era infatti sdraiato appositamente sul ghāṭ affinché Rāmānanda, calpestandolo inconsapevolmente, pronunciasse il salvifico (tāraka) mantra del Rāma nāma. In questo modo aveva ottenuto il suo upadeśa.
Lo scopo per cui ho raccontato questa storia è che, anche se un guru non intende pronunciare nemmeno una parola, egli stabilisce una connessione vitale con il suo discepolo attraverso il mantropadeśa. Questo mantropadeśa è chiamato vārttā (voce, parola). Il termine eka vārttā ricorre in alcuni inni per significare che non sono necessarie altre parole per l’upadeśa, basta il mantra di una sola parola. Tāyumānavar espresse questo concetto quando diceva che per colui che inizia il suo cammino di devozione nei confronti della mūrti (immagine), del talam (trono) e del tīrtham (fiume o stagno sacro connesso a un luogo santo), vi è la possibilità che l’Essere Supremo pronunci una sola parola come satguru.
Colui che impartisce un mantra dev’essere considerato guru. Un uomo che è grande interiormente diventa un guru proprio perché è connesso con il proprio discepolo. Questa relazione si stabilisce principalmente attraverso il mantropadeśa. È sufficiente che un guru impartisca il mantropadeśa una sola volta. Non è necessario che faccia sedere il discepolo ai suoi piedi e gli spieghi il mantra. Un addestramento così prolungato rientra nelle responsabilità di un ācārya, ma un grande guru può pronunciare un mantra come per caso e, poi, andarsene. Anche così, si stabilisce sottilmente un legame tra lui e il discepolo che si trova a portata di voce del guru. Attraverso il mantra, l’energia dell’anugraha del guru comincia a operare nel discepolo; oppure si potrebbe dire che il potere del mantra è la fonte della grazia.
Se il guru è un personaggio di grande levatura e il discepolo stesso è maturo di mente e pronto a ricevere la luce, non vi è bisogno di alcun mantropadeśa verbale. Ma deve comunque esserci un legame tra i due. Com’è allora creato questo legame in simili casi? Se il guru getta anche una sola volta lo sguardo sul suo discepolo, ciò diventa un upadeśa e costituisce il legame necessario. Il katākṣa (occhiata) del guru entra in lui e opera per la sua illuminazione. Anche il fatto che il guru tocchi lo studente o gli imponga le mani, è upadeśa. Ma talvolta non è necessario neppure uno di questi atti. Se il guru pensa tra sé: «Questo ragazzo merita d’essere benedetto!», basta questo per diventare un upadeśa e subito si crea un legame tra lui e il discepolo.