Gian Giuseppe Filippi

Il post mortem dei sādhaka secondo la dottrina di Śaṃkarācārya

Il post mortem dei sādhaka secondo la dottrina di Śaṃkarācārya – I

Recentemente abbiamo avuto modo di rileggere, a quarantuno anni dalla sua pubblicazione, un nostro breve lavoro giovanile. Pur riconoscendo in generale a quel saggio un assetto correttamente impiantato, siamo rimasti sorpresi dalle numerose imprecisioni presenti nel testo, per non parlare di alcuni errori dottrinali: pochi, fortunatamente, ma di una certa gravità e passibili di sviluppi devianti. All’epoca in cui lo avevamo scritto, le nostre fonti d’informazione riguardanti il Vedānta śaṃkariano si limitavano all’opera di René Guénon e alle traduzioni inglesi dei Bhāṣya di Śaṃkara Bhagavatpāda con testo sanscrito a fronte.

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Il post mortem dei sādhaka secondo la dottrina di Śaṃkarācārya – II

La descrizione dei due destini postumi denominati pitṛyāṇa e devayāna ha come fonte primaria due brani della Bṛhadāraṇyaka e della Chāṅdogya Upaniṣad, dal contenuto pressocché identico.

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Il post mortem dei sādhaka secondo la dottrina di Śaṃkarācārya – III

Com’è che il jīvātman se ne va dal corpo? Abbiamo già visto, come riporta il passaggio della Bṛhadāraṇyaka Upaniṣad, che egli è seguito dalla conoscenza, dal karma e dall’esperienza passata. "Proprio come un orafo fonde una piccola quantità d'oro e ne modella un'altra, una forma nuova e migliore, così il [jīva]ātman abbandona questo corpo, lo rende insenziente, e se ne fa un altro – una forma nuova e migliore adatta a [fruire] del mondo degli antenati, dei gandharva, degli Dei, di Prajāpati, di Brahman o di qualsiasi altro essere."

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