February 14, 2021

La menzogna dell’invasione “ariana”

Gian Giuseppe Filippi

La menzogna dell’invasione “ariana”

(Quale ostacolo geografico frenò gli “ariani” a entrare in Cina?)

L’invasione immaginaria

Scopo di questo elaborato è la denuncia di una clamorosa falsificazione della storia usata a scopi politici, economici e ideologici. In questo caso ci occuperemo dell’India, che è stata ed è tuttora l’obiettivo privilegiato di una dissolvente critica storica applicata all’archeologia e agli studi letterari, perché rappresenta la civiltà più antica del mondo con la letteratura più ricca e che ha sviluppato il pensiero più alto mai prodotto dall’umanità. Per questo motivo l’India è in assoluto la tradizione più aristocratica. Questo è fastidioso, soprattutto nell’attuale periodo di appiattimento culturale, di mediocrità intellettuale, di egualitarismo sociale, tutto finalizzato alla realizzazione del secondo principio della termodinamica adattata alla specie umana.

Il nostro argomento è infatti la teoria della cosiddetta Invasione “ariana”. Cercheremo di fare un po’ di luce su questa teoria e di indicare le ragioni e gli scopi per cui è stata inventata. Prima di tutto, dobbiamo analizzare il significato del termine ārya. È un aggettivo, spesso sostantivato, che deriva dalla radice verbale sanscrita ‘’ che significa stare in alto o muoversi in alto, alzarsi. Nella śruti e nella smṛti, ārya significa eccellente in saggezza, dignità e comportamento. Essendo il vertice della società umana, ārya è identico all’arcaico greco ari (ἄρι), elevato, alto, buono, distinto. Nel greco classico è rimasta solo come prefisso (soprattutto nella sua forma comparativa aristos-on, migliore) per nomi e aggettivi, compresi aristocratico, aristocrazia, e per i nomi propri come Arione, Aristide, Aristeo, Aristogitone, Aristocle, Aristofane e Aristotele, sempre con il senso di distinto, superiore. Ārya può quindi essere paragonato al latino nobilis, nobile, esimio, egregio, eminente, illustre, fuori dal comune.

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  • Ārya: termine identico al greco ἄρι (leggi ari, AarI), che significa elevato,alto, buono, distinto
  • Ārya: significato paragonabile al Latino nobilis, nobile, esimio, egregio, eminente, illustre, fuori dall’ordinario
  • “Ariano”: deformazione accademica di ārya che suggerisce una falsa assonanza con l’eresia ariana del cristianesimo

Coloro che hanno inventato la teoria dell’invasione evitano il termine sanscrito ārya preferendo invece l’uso del neologismo “ariano”. Questa parola è mutuata dal nome di un’eresia paleocristiana, l’arianesimo, una dottrina eterodossa predicata da un sacerdote chiamato Ario (256-336 d.C.). Questa eresia si diffuse soprattutto tra i popoli germanici e anglosassoni. La scelta del termine “ariano” al posto del sanscrito ārya non è quindi innocente: è un uso adattato all’uopo di un termine familiare agli occidentali. Per i sostenitori della teoria dell’invasione, gli “ariani” sarebbero stati un popolo, una razza, se nell’attuale clima di libertà ci fosse ancora permesso l’uso di questa parola, con tratti antropologici ben definiti. Nella loro fantasia, gli “ariani” dovevano essere un popolo nomade di alta statura, robusto, biondo, dalla pelle chiara, con occhi chiari, simile a certe popolazioni nordiche anglosassoni o scandinave, di temperamento aggressivo ed esponente di una civiltà barbara e nomade. Di certo erano una popolazione violenta, barbara e rozza, anche se, curiosamente, erano già in possesso della tecnologia della lavorazione del ferro (ayas) e avevano già domato anche il cavallo.

  • Nomade
  • Proveniente da nord (Eurasia)
  • Alto, robusto, di pelle, capelli e occhi chiari
  • Aggressivo, rozzo e di temperamento guerriero
  • Conoscitore della fusione del ferro e dell’addomesticamento del cavallo
  • Sedentari
  • Autoctoni
  • Bassi, gracili, di pelle, capelli e occhi scuri
  • Pacifici, dediti all’agricoltura e al commercio
  • Con una struttura sociale e una tecnologia altamente sviluppate, ma ancora all’età del bronzo

Tutto il contrario rispetto alle caratteristiche etniche delle popolazioni indigene, che con lo stesso sforzo della fantasia sono descritte di bassa statura, di struttura gracile, con pelle e capelli scuri, di natura pacifica e dotate di una civiltà tecnologicamente avanzata e sedentaria. Sebbene più progredite, erano ancora allo stadio tecnologico di lavorazione di uno pseudo bronzo, composto da rame e arsenico, da cui la loro presunta inferiorità militare. Come prova si vogliono ancora distinguere due diversi tipi umani tra gli attuali abitanti del Subcontinente: il primo sarebbe diretto discendente degli “ariani”; il secondo, rappresentato dai dravida e da certi gruppi chiamati ‘tribali’ . In breve: la banale distinzione marxista tra oppressori e oppressi.

Perché è sbagliato trattare gli “ariani” e i dravida come due etnie? Perché il primo termine si riferisce a un’élite sociale, il secondo a una divisione linguistica. Questi aggettivi appartengono a due ambiti diversi che non si sovrappongono. È come distinguere il colore rosso dal gusto salato. Quello che sappiamo è che la famiglia linguistica dravidica non è imparentata con nessun’altra lingua in Eurasia. Per quanto riguarda l’origine geografica delle persone che parlano le lingue dravidiche ci sono due ipotesi non suffragate da alcuna evidenza. La prima sostiene che siano indigeni, la seconda che provengano da qualche zona dell’attuale Iran e, sempre ipoteticamente, da una precedente dimora africana.

L’antica civiltà della valle del Bholan è stata ormai riconosciuta come la vera fonte della civiltà Indo-Sarasvatī. Fin dai tempi della civiltà Bholan i cosiddetti “ariani” e dravida coesistevano già in un’unica civiltà. Per tornare alla valle dell’Indo-Sarasvatī, tale composizione mista della popolazione è stata confermata anche dagli scheletri rinvenuti a Mehrgarh in Baluchistan, risalenti al 6-5 mila a.C. I rari cimiteri rinvenuti a sud delle città e dei villaggi di questa vasta area, che coprono un periodo che va dal settimo millennio al 1500 a.C., confermano questi dati antropici.

Pertanto, non erano presenti tipi umani scandinavi o simili. Ciò che è sconcertante, tuttavia, è che in tanti millenni non ci sia mai stata una mutazione nella composizione etnica della popolazione di quell’area fino ai tempi attuali. Quindi, non c’è traccia di presenza straniera in India, fino alle invasioni persiane, degli sciti e dei parti avvenute tra il III secolo a.C. e il III secolo d.C. Allo stesso tempo, tra più di mille e duecento siti che sono stati scavati, nessun insediamento della civiltà dell’Indo-Sarasvatī mostra tracce di violente distruzioni, incendi o massacri. Per lungo tempo gli archeologi hanno discusso su ventiquattro scheletri trovati bruciati e calcinati sulla superficie dello strato più esterno di Mohanjo Daḍo. I primi scavatori britannici hanno ipotizzato che fossero i resti di un massacro compiuto dagli “ariani” durante la distruzione della città. Questa ipotesi è stata confutata.

Innanzitutto quei resti umani sono stati trovati sopra le rovine dello strato archeologico più superficiale. Poi è stato dimostrato che portavano tutti i segni di un’epidemia di tifo. Alla fine, la conclusione più recente è la seguente: i malati di tifo erano stati espulsi dai villaggi circostanti, in un periodo che risale al XV secolo a.C., e si erano rifugiati tra le rovine dell’antica città. Una volta morti, i loro corpi erano stati bruciati per evitare il contagio. Nessuno scheletro presentava segni di pugnalate o ferite d’ascia. In altre parole, l’archeologia nega l’arrivo di qualsiasi popolazione straniera e di una conseguente invasione bellica. Qual era, quindi, la composizione della popolazione di quelle grandi città e porti fluviali, come Mohanjo Daḍo, Kalibhangan, Harappa, Surkotada, dei porti marittimi di Dholavira e Lothal, più l’altro migliaio di città e villaggi? Semplicemente la stessa di oggi.

Tutti questi insediamenti umani hanno caratteristiche simili, appena cambiate nel corso dei secoli. La città era progettata con un piano urbano razionale. In essa possiamo ancora oggi distinguere i quartieri caratterizzati da residenze più ricche, da quelli con edifici riservati agli artigiani e ai mercanti, da quelle con case meno ricche ma ancora funzionali e dignitose. Appena fuori le mura della città, su una collina artificiale è stata costruita una cittadella fortificata, con edifici pubblici, forse templi, una piscina di abluzione e alcuni edifici residenziali. Solo in alcuni casi la cittadella era racchiusa all’interno delle mura cittadine. Non è difficile riconoscere come la cittadella, più alta del resto della città, rappresentasse il centro religioso e governativo. La struttura urbana, quindi, corrisponde ai modelli delle più recenti città indiane.

Le mappe delle due città perfettamente coincidenti 

Nel 2000 ho diretto personalmente gli scavi della città di Kāmpilya, localmente conosciuta come Drupad Kilā, scoperta dal mio team vicino a Farrukhabad, che nel Mahābhārata è menzionata come la capitale del regno di Re Drupad del Pañcāla meridionale. La mappa di Kāmpilya, sorprendentemente, può essere perfettamente sovrapposta a Dholavira per forma, dimensioni e orientamento.

Ciò dimostra che nel corso dei secoli l’urbanistica del Vastu Śāstra non è cambiata. Soffermiamoci un po’ sull’archeologia. Un’intera corrente di filologi occidentali e di filologi indiani di fede marxista o cristiana ha cercato di interpretare gli scritti della civiltà dell’Indo-Sarasvatī. Si sono mossi con l’intenzione unanime di dimostrare che la lingua scritta per mezzo di pittogrammi era una lingua dravidica. In particolare sono state le scuole filologiche sovietiche e finlandesi a indagare su questa materia per decenni, utilizzando strumenti informatici e multimediali sempre più sofisticati. Fiumi d’inchiostro sono stati scritti per dimostrare la certa origine dravidica: tutto al fine di affermare che il sanscrito, parlato dall’ipotetica popolazione degli “ariani” oppressori, era una lingua estranea all’India. Tutti questi sforzi sono stati vani: la scrittura della Valle dell’Indo-Sarasvatī non è mai stata decifrata.

Invero il sanscrito appartiene a una famiglia linguistica che è stata chiamata indoeuropea, diversa dal ceppo delle lingue dravidiche. Fino a qualche decennio fa prevaleva la filologia ottocentesca che descriveva lo sviluppo delle lingue a partire da un linguaggio primitivo, sul modello dell’‘albero della vita’ darwiniano. Ora, però, poiché l’opinione degli esperti è cambiata e le lingue sono raggruppate in famiglie, sono state riconosciute tre famiglie principali dell’indoeuropeo: il sanscrito-iranico, le lingue tuttora prevalenti in Europa e il tocarico.

Mi si permetta la seguente osservazione: glottologi e filologi confrontano metodicamente il sanscrito ṛgvedico con il persiano avestico, non considerando, in perfetta malafede, che c’è un divario di oltre duemila anni tra Ṛg Veda e Avesta. L’Avesta, infatti, è stato scritto in persiano dell’epoca sasanide (III-VII secolo d.C.). I rapporti tra le tre famiglie linguistiche citate, sono semplicemente segnati da affinità dovute alle reciproche influenze e non procedono da un’unica origine come richiede l’applicazione filologica della teoria darwiniana. Pertanto, la ricostruzione della cosiddetta lingua proto-indoeuropea è il risultato di un esercizio di fantasia, non diverso dal linguaggio artificiale esperantista.

Infine, poiché la scrittura della civiltà dell’Indo-Sarasvatī non è mai stata decifrata, non è possibile stabilire quale lingua vi si parlasse. Sembrerebbe che la scrittura sia stata scritta da destra a sinistra, come suggerisce un esempio di sovrapposizione. Nemmeno questa osservazione porta ad alcuna conclusione definitiva. Infatti, anche le lingue pracrite e il sanscrito delle iscrizioni in Brāhmī e Kharoṣṭhī sono state scritte indifferentemente da destra a sinistra e viceversa. Oggi, anche l’audace ipotesi di un’origine semitica di questi due alfabeti è stata negata. Pertanto, l’indagine sul sistema grafico harappano non porta alcun indizio sulla sua corrispondente lingua.

Tuttavia, l’archeologia ci porta alcune testimonianze materiali di grande utilità per ricostruire soprattutto l’aspetto religioso della civiltà con cui abbiamo a che fare. Ad esempio, la presenza di diversi liṅgam ci dice molto a riguardo. Un famoso glifo, inoltre, mostra un asceta con una testa di bufalo, assalito da una tigre che porta sulla schiena una figura umana.

Intorno all’asceta sono collocati una forma umana, un bufalo, un rinoceronte, un elefante. Con ogni probabilità è la rappresentazione iconica del mito di Mahiṣāsura e del suo duello con la dea Durgā. Come è noto, Mahiṣa, durante la battaglia narrata nel Devī Mahātmya, assunse la forma di un uomo, un rinoceronte, un bufalo, un elefante e d’una tigre. Questa seconda tigre è assente dal sigillo, che è mutilo. Nel Kālikā Purāṇa il mito è narrato negli stessi termini, ma la conclusione è un po’ diversa: dal cadavere dell’asura emerge infatti Rudra, che è la vera identità di Mahiṣa. E non è certo un caso che sotto il sedile dell’asura compaiano due gazzelle, che ricordano il mito vedico di Rudra che uccide due gazzelle, tradizionalmente identificate come Prajāpati e Uṣas.

Questi e altri dettagli alludono chiaramente alla tradizione tantrica. Molti indologi, soprattutto occidentali, sostengono che il tantrismo fosse l’antica religione pre-ariana, senza portare alcuna prova a questa teoria.

Essi, al contrario, sostengono che è impossibile trovare tracce della tradizione vedica nella civiltà dell’Indo-Sarasvatī. Ma questo non è affatto vero: anche il dott. Asko Parpola, pur ardente sostenitore delle origini dravidiche di questa civiltà, ha scritto un libro che prova il contrario della sua stessa credenza. Questo libro analizza attentamente le sculture che si trovano in questa vasta area e che rappresentano le figure sacerdotali brahmaniche. In particolare, si concentra su quello che è comunemente noto come il Re Sacerdote. Questo dimostra al di là di ogni dubbio che l’abito indossato dai sacerdoti era una dhotī (sskr. dhautī) di forma esattamente uguale a quella indossata da brāhmaṇa ancora oggi. Si nota che l’abito indossato dal Re Sacerdote porta ancora tracce di colori rosso e blu negli interstizi del suo disegno che rappresenta il cielo stellato. Il dott. Parpola ha brillantemente identificato in questa dhotī l’abito tarpyā utilizzato dai sacrificatori vedici per i rituali più solenni. Oltre alle piscine d’abluzione circondate da colonne di mattoni, a Kalibhangan e a Lothal sono stati scoperti altari vedici del fuoco.

Un’altra caratteristica fu l’attenzione che gli abitanti della zona rivolsero ai bovini. Glifi, figure in argilla, decorazioni vascolari riproducevano ogni tipo di toro, bufalo, zebù, oltre ad altri animali cornuti. Ci sono centinaia di figure di un bovino considerato da alcuni come unicorno: si tratta evidentemente di un tipo di bue le cui corna appaiono sovrapposte. Le corna di bovino, inoltre, erano anche direttamente applicate alla testa di figure umane o innestate su un copricapo; anche tigri ed elefanti erano talvolta coronati da un paio di corna di bovino. Questo suggerisce una particolare attenzione religiosa al toro, che rimane oggi con il rispetto degli hindū per la mucca, il vitello e il toro, divinizzato come Nandin.

Inoltre, figure di persone in posizioni yogiche in sculture o incise nei glifi sono abbastanza comuni.

È anche indubbio che le sepolture erano piuttosto rare, mentre abbondano ceneri di cremazione raccolte in vasi di terracotta. A questo punto possiamo trarre alcune conclusioni. La tradizione religiosa di questa antica civiltà indiana ha lasciato chiare tracce di coesistenza della religione sacrificale vedica e del tantrismo, esattamente come si può verificare nell’attuale realtà del sanātana dharma.

Ora prenderemo rapidamente in considerazione le informazioni contenute nel monumento letterario più arcaico del mondo, la Ṛg Veda Saṃhitā. Secondo la teoria dell’invasione, il Ṛg Veda sarebbe stato elaborato, in un sanscrito ‘primitivo’, come testo sacro di un proto-induismo chiamato ‘Vedismo’, intorno al 1200 a.C., data vicina alla presunta invasione “ariana” dell’India settentrionale. Consideriamo brevemente queste prime affermazioni. Prima considerazione: il sanscrito vedico, lungi dal rappresentare una lingua primitiva, era in realtà più complesso del sanscrito classico di Pānini e di Patañjali: il sostantivo aveva otto casi invece di sette, la coniugazione dei verbi conosceva il modo congiuntivo, che è scomparso nel linguaggio classico, e l’ottativo aveva quattro tempi invece di uno solo. Inoltre, qui la regola biologico-darwiniana applicata alla linguistica di un’evoluzione da ‘semplice a complessa’ è completamente contraddetta.

Seconda considerazione: la datazione dei Veda è stata proposta da Friedrich Max Müller, il sanscritista della corte vittoriana, in seguito a questo ragionamento. Buddha visse nel 500 a.C. circa. Questo, almeno, fu stabilito dagli indologi europei di epoca coloniale. Tradizionalmente i buddhisti lo datavano intorno al mille a.C. Poiché alcune Upaniṣad, quali la Bṛhadāraṇyaka, la Chāndogya e la Taittirīya sono evidentemente pre-Buddhiste, quindi dovevano essere state scritte intorno al 600 a.C. Le Upaniṣad sono una letteratura altamente sofisticata e astratta. Pertanto, evoluzionisticamente parlando, devono rappresentare uno stadio avanzato della civiltà umana rispetto ai tecnicismi ritualistici di Brāhmaṇa e Āraṇyaka. Essendo quindi considerati ‘meno avanzati intellettualmente’, questi testi sono stati collocati in un periodo compreso tra l’800. e il 600 a.C. Le Sāma e Yajus Saṃhitā, su cui si basano Brāhmaṇa e Āraṇyaka, sarebbero state composte tra il 1000 e l’800 a.C. Il Ṛg Veda, che presenta il linguaggio più arcaico, è stato quindi datato da Max Müller intorno al 1200 a.C. Esso rappresenterebbe quindi il giovane e spontaneo canto poetico dei guerrieri “ariani” durante la loro invasione dell’India settentrionale.

Sono passati centocinquant’anni da quando è stata formulata questa datazione completamente ascientifica e arbitraria, e finora nessun indologo o sanscritista, nemmeno indiano di nascita, ha avuto il coraggio di denunciare la sua totale insensatezza.

  • 500 BC           datazione della vita di Buddha
  • 600 BC           Upaniṣad prebuddhiste
  • 800 BC           Brāhmaṇa e Āraṇyaka
  • 1000 BC         Sāma e Yajus Saṃhitā
  • 1200 BC         Ṛg Veda Saṃhitā
  • 1500 BC         supposta invasione “ariana”

A dire il vero, la data del Ṛg Veda in particolare, va riportata a tempi più antichi. In questa saṃhitā, soprattutto, il fiume sacro per eccellenza non è la Gaṅgā, ma la Sarasvatī, il più copioso, impetuoso e divino corso d’acqua a paragone degli altri fiumi della regione dei sapta sindhu (sette fiumi).

La Sarasvatī aveva origine dall’Himalaya orientale e scorreva da nord-est a sud-ovest quasi parallelamente all’Indo, attraversando il deserto di sale del Rann nel Kach (Kutch) in Gujarat. Abbondante di acqua per diversi millenni, alimentata dai ghiacciai rimasti dall’ultima era glaciale, la Sarasvatī nel tempo perse il suo slancio, dividendosi in corsi d’acqua minori. Alla fine scomparve, inghiottita dal deserto del Thar (di cui il Rann è una propaggine), perché il suo sottosuolo non ha uno strato impermeabile di argilla. Abbondanti studi idrogeologici hanno dimostrato che il fiume Sarasvatī è scomparso completamente tra il 2000 e il 1900 a.C., lasciando solo alcuni sporadici meandri emergenti come il Gagghar, Hakra, Satlej e altri minori. Questo dimostra che i Veda, e il Ṛg Veda in particolare, attestano un’antichità molto più grande di quella ripetuta continuamente non solo nei libri di divulgazione, ma anche nei manuali universitari. C’è, però, un altro strumento di datazione che i Veda offrono e che non è falsificabile, cioè la memoria di eventi celesti. Il Ṛg Veda (V.40.5-9) descrive un’eclissi parziale di sole avvenuta sul meridiano di Kurukṣetra, nel pomeriggio del giorno seguente il solstizio d’estate. Questa eclissi può essere avvenuta solo il 26 luglio 3928 a.C. Herman G. Jacobi, nel 1894, basandosi sullo studio della precessione degli equinozi, retrodatò la composizione di Ṛg Veda intorno al quinto millennio a.C. Yajur Veda e Atharva Veda collocano l’equinozio di primavera, che oggi è in Pesci, in Kṛttikā nakṣatra (le Pleiadi), cioè dal 26° 40’ dell’Ariete al 10° del Toro; lo stesso vale per il solstizio d’estate, oggi in Cancro, che cade in Magha nakṣatra, dall’8° al 13° 20’ del Leone. Questi due dati corrispondono all’incirca al 2400 a.C. In questo modo il periodo di elaborazione dei Veda si collocherebbe tra il 4000 e il 2000 a.C. E sembra incredibile che tali dati non siano affatto presi in considerazione.

  • 2000 BC: scomparsa della Sarasvatī
  • 3928 BC: descrizione dell’eclisse solare (Ṛg Veda V.40.5-9)
  • 2400 BC: ricordo dell’equinozio vernale nelle Pleiadi (Yajur Veda e Atharva Veda)

È notevole che le datazioni, ottenute raffrontando i dati geo-archeologici sulla scomparsa della Sarasvatī con i calcoli astronomici basati sulle descrizioni astrali letterarie, coincidano perfettamente. La civiltà descritta nei Veda e nel Ṛg Veda, in particolare, coincide con la fase matura della civiltà di Bholan e il suo sviluppo nella pianura dei sette fiumi. Gli ārya vi appaiono come una classe colta e raffinata, non certo votata al nomadismo, anche se si registrano colonizzazioni di nuove terre. Il famoso termine ayas, spesso tradotto come ‘ferro’, in realtà significa metallo in generale. E questo corrisponde esattamente ai risultati degli scavi archeologici che non hanno trovato alcuna presenza di manufatti in ferro in India se non dal 1300 a.C. in poi, cioè quando la civiltà vedica si era trasferita nel Doab, la terra tra il Gange e Yamunā, a causa della desertificazione del Thar e della scomparsa della Sarasvatī. È in quel periodo dell’età del ferro che il Gange fu riconosciuto come il principale fiume sacro dell’India.

Non c’è poi alcuna traccia di popolazioni indigene, più civili ma più deboli, da soggiogare. Tuttavia l’immaginazione dei sostenitori dell’invasione “ariana” ha trovato il modo di colmare questa lacuna. E così, le lotte mitologiche tra deva e asura, tra āditya e daitya o dasyu, sono state interpretate come guerre per la conquista dei territori degli abitanti originari (ādivāsi) da parte degli invasori “ariani”. Purtroppo i Veda raccontano che āditya e daitya erano fratellastri, figli dello stesso padre, Kaśyapa, e di due sorelle: Aditi e Diti. Anche il rapporto tra deva e asura è simile: in molti passaggi gli asura sono definiti come antenati dei deva, come nella mitologia greco-romana i titani erano avi degli dei. Il passaggio dagli Dei della notte agli Dei solari avviene con il passaggio attraverso l’alba, Uṣas; ed è un dato di fatto che Varuṇa, il Dio della volta celeste, appare alternativamente come asura e deva. Inoltre, sia i deva sia gli asura sono divisi in quattro caste: per esempio Bṛhaspati è il Dio di casta brahmanica. Allo stesso modo, Vṛtra è un brāhmaṇa tra gli asura. Nel mito vedico, dopo aver ucciso Vṛtra, Indra ha dovuto subire lunghe penitenze perché lui, uno kṣatriya, aveva osato uccidere un brāhmaṇa. È definitivamente dimostrata essere pura ideologia la teoria secondo la quale nei Veda gli Dei siano le controfigure degli Ariani e gli asura o dasyu (o dāsa, cioè servo) della popolazione indigena schiava degli invasori.

  • Rivalità tra āditya e daitya. (āditya = “ariano”, daitya o dāsa, servo = dravida)
  • Lotta tra deva e asura, quale memoria mitica dell’invasione “ariana”: deva = “ariani”, asura = dravida
  • Āditya e daitya erano fratellastri
  • Asura erano progenitori dei deva
  • Varuṇa, Dio del cielo, di notte è asura e durante il dì è deva

Uno degli argomenti più forti a favore della teoria dell’invasione “ariana” è stata a lungo l’assenza di immagini di cavalli tra i risultati degli scavi della civiltà Indo-Sarasvatī. Erano stati trovati un paio di statuette in terracotta, forse giocattoli, e un unico sigillo raffigurante un cavallo; ma il dubbio restava se si trattasse di cavalli, asini o onagri, allora come oggi numerosi nel Gujarat. Infatti, i Veda fanno spesso riferimento all’importanza di questo animale domestico, che trascinava i carri da battaglia dei guerrieri ārya. Fu la vittima privilegiata dell’aśvamedha, il solenne sacrificio che, nel giro di un anno, consacrava un re (adhipā, rājanya) al rango universale di imperatore (samrāt, cakravartin). Sono noti anche nella mitologia vedica, Dadhikrā, il cavallo del re Trasadasyu, Dadhiañc, il saggio dalla testa di cavallo, i gemelli divini Aśvini, medici degli dei dalla testa di cavallo con il loro destriero Paidva, ed Etaśa, il cavallo del sole e molti altri.

Infine, però, a Surkotada sono stati trovati sei scheletri di cavallo databili tra il 2200 e il 1700 a.C. Quindi anche questo problema è stato definitivamente superato. La cosa più interessante è che questi scheletri hanno 34 costole, come i cavalli arabi, e non 36 come i cavalli dell’Asia centrale; questo conferma che non sono stati importati da invasori provenienti da Nord. Rimane irrisolto il problema del perché il cavallo compaia una sola volta nei glifi, forse a causa di qualche divieto religioso. D’altra parte, nemmeno il leone indiano è mai raffigurato, anche se la regione dei sette fiumi è l’habitat naturale di questo grande felino.

C’è però un episodio importante narrato in Ṛg Veda (VII.18 e LXXXIII.4-8) che gli studi accademici non tengono sufficientemente in considerazione. È il racconto della Guerra dei Dieci Re. In sintesi si tratta del conflitto tra Sudāsa, Re dei Purus orientali, le tribù alleate di Tṛtsu e di Bharata da una parte, e un’alleanza di dieci tribù dall’altra. Prima del conflitto, tutti i partecipanti di entrambe le schiere erano ārya. Ci asteniamo dal raccontare l’intero episodio. Basterà raccontare che alla fine Sudāsa prevalse, spingendo il nemico ai confini della patria ārya, l’āryāvarta. Alcuni di loro furono dichiarati anārya, ignobili, e scomparvero dall’area del Subcontinente. Le dieci tribù erano:

Alina: tribù di tipo Iranico che fu dichiarata anārya; occupò l’attuale Nuristan;

Anu: tribù ārya che rimase stabile in India;

Bṛghu: tribù ārya che rimase stabile in India;

Bhalana: tribù di tipo Iranico che fu dichiarata anārya; si stanziò nella valle del Bholan in Baluchistan;

Dāsa: in Persiano Daha, tribù di tipo Iranico che fu dichiarata anārya; migrò nell’attuale Turkmenistan;

Druhyu: tribù ārya che risiedeva nel Gandhara;

Matsya: tribù divisa in due gruppi: il primo, ārya, si stanziò sulla riva destra della Yamunā a sud del Pañcāla; il secondo, dichiarato anārya, chiamato Madhya in Iranico, cioè i Medi, si stanziò in Persia;

Parśu: i Persiani, tribù di tipo Iranico che fu dichiarata anārya;

Puru o Pṛthu era anche divisa in due gruppi: il primo, ārya, si stanziò nel Pañcāla del nord. I Kuru discendevano da quello; il secondo, diventò la tribù anārya dei Parti che si mossero verso la Persia;

Pani or Parni: tribù di tipo Iranico che fu dichiarata anārya; popolo conosciuto anche con il nome di Sciti o di Śāka, migrò in Transoxiana.

A proposito di questa guerra c’è un episodio importante che racconta di una battaglia vicino alla città di Hariyūpīyāh, dove i Puru furono sconfitti. Possiamo ipotizzare che Hariyūpīyāh sia oggi il villaggio di Harappa; è noto che i nomi geografici cambiano raramente. Molti toponimi sono di origine veramente preistorica.

Con questo mi sembra sia abbastanza chiaro che l’invasione degli “ariani” non ha un vero e proprio fondamento e che è stata prodotta in epoca coloniale per scopi precisi, che ora esamineremo.

Motivazioni pregiudiziali:

  1. Pregiudizio religioso. Per i cristiani, soprattutto i protestanti più attenti all’Antico Testamento della Bibbia, è poco tollerabile l’idea che ci possa essere una religione più antica di quella ebraica di Abramo e Mosè. La religione espressa nella Bibbia deve essere in ogni modo all’origine della storia spirituale dell’uomo. Pertanto, le civiltà apparse prima di quella ebraico-semita, devono essere postdatate per adattarsi alla Bibbia. E Max Müller è sempre stato un fervente luterano.
  2. Pregiudizio culturale. La civiltà storica più evoluta è la greca, che si è diffusa nel mondo antico attraverso l’espansione imperiale romana. Vale a dire, la civiltà occidentale. Tutto ciò che è diverso dalla civiltà occidentale deve essere considerato barbaro, corrotto, vizioso, dispotico. In una parola: ‘orientale’.
  3. Pregiudizio religioso-culturale. È la mescolanza dei primi due pregiudizi: la sublime civiltà greco-romana è stata perfezionata dalla rivelazione del Dio della Bibbia. Questo rappresenta la superiorità assoluta della civiltà occidentale sul mondo intero.
  4. Pregiudizio sociale. La schiavitù, cioè dove un essere umano è proprietà di un altro essere umano, è stata mantenuta fino al 1833 in Inghilterra; ma in India il sistema di obbligazioni o di schiavitù per debiti è stato usato dai Britannici fino al 1920. La schiavitù fu abolita solo nel 1848 in Francia e nel 1865 negli Stati Uniti, e così via. Nonostante ciò, gli europei continuano a criticare il sistema delle caste come disumano, sistema che è destinato a uomini liberi anche se gerarchicamente organizzati. Ciò ha portato a una valutazione moralistica sfavorevole all’India e a tutta la sua storia.
  5. Pregiudizio darwiniano. Nel corso dei millenni gli uomini sono progrediti grazie alla selezione naturale e all’adattabilità alle nuove circostanze. Una civiltà rimasta immutata per secoli e millenni deve essere il prodotto di una razza umana non evoluta. Pertanto, la razza bianca, e in particolare quella anglosassone, è la più evoluta e destinata a guidare le altre razze meno fortunate. Darwin stesso ha teorizzato i principi del razzismo biologico nel suo The Descent of Man, and Selection in Relation to Sex.
  6. Pregiudizio progressista. In accordo con il punto precedente, una razza non evoluta non progredisce tecnologicamente, sociologicamente, politicamente.

Motivazioni ideologiche:

In questo contesto, gli stessi dati falsi sull’invasione di cui abbiamo parlato finora sono utilizzati in due modi diversi e apparentemente opposti. Il primo modo assume una visione favorevole all’invasione “ariana”:

  1. Ideologia colonialista. Secondo l’ipotesi darwiniana, il più forte deve sopravvivere e dominare. Gli “ariani” erano un popolo giovane, pieno di energia, perciò hanno prevalso sui deboli e decadenti indigeni, i cosiddetti dravida. Successivamente ci furono altre ondate di “ariani” che arrivarono in India, sottomettendo le ondate precedenti: i Parti, gli Sciti, i Sasanidi. Ognuna di queste ondate aveva il diritto del più forte di sottomettere l’ondata precedente, perché è allo stesso tempo una regola biologica e storica. È così che procede il progresso dell’umanità, che legittima il diritto di invasione. L’ultima invasione “ariana” legittima sarebbe stata quella britannica. Questo è stato affermato più volte nel Parlamento da Winston Churchill quando era segretario di Stato per le Colonie (1921-1922).

Il secondo tipo di ideologia considera l’invasione in modo negativo.

  1. Ideologia missionaria cristiana. Gli “ariani” hanno invaso l’India per imporre il loro dominio con la violenza sulle pacifiche popolazioni native. L’occupazione è stata poi mantenuta con l’imposizione del sistema delle caste. Gli invasori si imposero nelle tre caste dominanti, così i nativi, i veri abitanti dell’India, furono costretti a diventare servi degli “ariani”. Con la conversione e il battesimo, la casta dei servi poteva riacquistare un nuovo e più dignitoso status sociale. Anche gli inglesi erano cristiani protestanti, così gli ‘ādivāsi’ potevano acquisire diritti se non di uguaglianza, almeno di miglioramento sociale. In pratica, questo portò a una serie di conversioni, soprattutto tra i cosiddetti tribali. Nell’ambiente tribale, i missionari cattolici furono particolarmente attivi, aggiungendo un elemento rivoluzionario contro le alte caste considerate discendenti degli invasori, gli “ariani”. Dall’indipendenza dell’India in poi, s’è fatta spazio l’aberrante teologia della liberazione, con il conseguente sostegno dei missionari cattolici al terrorismo, soprattutto a quello tribale naxalita. Tuttavia, questa azione di sostegno ai gruppi eversivi si è spesso rivolta contro i suoi stessi propagatori. La buddhizzazione del movimento Dalit ha fortemente limitato i successi missionari cristiani.
  2. Ideologia marxista di varie tendenze. La predicazione dei diversi movimenti marxisti, marxisti-leninisti o maoisti era per molti versi simile a quella dei missionari cattolici, se non in collusione con essi. Anche qui l’obiettivo era quello di convertire gli strati più bassi della popolazione alle varie “chiese” comuniste. L’obiettivo era quello di scatenare una rivoluzione sociale e politica contro le classi dirigenti razziste, capitaliste e sfruttatrici, al soldo delle potenze imperialiste ed ex-colonialiste, per fare dell’India un vassallo dell’Unione Sovietica o della Cina.
  3. Pratica del Divide et impera: In questa pratica sono coinvolti centri di potere molto diversi tra loro, per indebolire l’Unione indiana o addirittura per spezzarla, continuando il lavoro iniziato con la Partizione. Si tratta di gettare i semi dell’odio tra i dravida del sud e gli “ariani” del nord e di predicare la secessione. Prima di tutto vi è la Cina con la sua politica di egemonia su tutta l’Asia, assistita dal Pakistan e in parte dal Nepal e dal Bangladesh, in secondo luogo, alcune multinazionali nordamericane, banche e speculatori finanziari. Questi ultimi gruppi si appoggiano per lo più alle sette protestanti e agli interessi israeliani, spesso in contrasto con quelli dei loro governi. Infine, la Chiesa cattolica e il suo piano di conversione di massa per far leva sulle classi più povere.

Bibliografia di base:

  • Koenraad Elst, Still no trace of an Aryan Invasion: A Collection on Indo-European Origins, New Delhi, Aryan Books International, 2018.
  • David Frawly, Myth of the Aryan Invasion of India, New Delhi, Voice of India, 2005.
  • Swaraj Prakash Gupta, The lost Sarasvati and the Indus Civilization, Jodhpur, Kusumanjali Prakashan, 1984.
  • S.P. Gupta, The Indus-Sarasvati Civilization, Delhi: Pratibha Prakashan (1996)
  • Braj Basi Lal, The earliest Civilization of South Asia, New Delhi, Aryan Books International, 1997.
  • B.B. Lal, The Rigvedic People: ‘Invaders’? ‘Immigrants’? or Indigenous?, New Delhi, Aryan Books International, 2015.
  • B.B. Lal, India 1947-1997: New Light on the Indus Civilization, New Delhi, Aryan Books International, 1998.
  • Bhagwan Singh, The Vedic Harappans, New Delhi, Aditya Prakashan, 1995.
  • Navaratna Srinivasa Rajaram, Aryan invasion of India: the myth and the truth, New Delhi, Voice of India, 1993.
  • N.S. Rajaram, Sarasavati River and the Vedic Civilization: History, Science and Politics, New Delhi, Aditya Prakashan,2006.
  • Shrikant Talageri, The Aryan Invasion Theory: A Reappraisal, New Delhi, Aditya Prakashan, 1993.
  • Shrikant Talageri, The Aryan Invasion Theory and Indian Nationalism, New Delhi, Voice of India, 2003.
  • Sh.G. Talagheri, Rigveda and the Avesta: Final Evidence, New Delhi, Aditya Prakashan, 2009.
  • Sh.G. Talagheri, The Rigveda: Historical analysis, New Delhi, Aditya Prakashan, 2015.
  • Sh.G. Talagheri, Genetics and the Aryan debate: “Early Indians” Tony Joseph’s Latest Assault, New Delhi, Voice of India, 2019.

The Hoax of the Aryan Invasion

Gian Giuseppe Filippi

The Hoax of the Aryan Invasion

(What geographic feature stopped the “Aryans” from moving into China?)

The imaginary invasion
 

The purpose of this paper is to denounce a blatant falsification of history used for political, economic and ideological purposes. In the present case, we will deal with India, which has been and still is the “privileged” objective of a historical dissolvent criticism applied to archaeology and literary studies, because it represents the most ancient civilization in the world with the richest literature and the highest thought ever produced by humanity. For this reason, India is the most aristocratic tradition in the world. This is annoying, especially in this period of cultural flattening, intellectual mediocrity, social egalitarianism, all aimed at the realization of the second principle of thermodynamics adapted to the human species.

Our topic is the theory of the so-called “Aryan” Invasion. We will try to shed some light on this thesis and indicate the reasons and purposes for which it was invented. First of all, we must analyze the meaning of the term ārya. It is an adjective, often substantive, which derives from the verbal Sanskrit root ‘’ which means to stand high or to move high, to rise. In the śruti and smṛti, ārya means excellent in wisdom, dignity and behaviour. Being the summit of human society, ārya is identical to the archaic Greek ari (ἄρι), elevated, high, good, distinguished. In classical Greek, it remained only as a prefix (especially in its comparative form aristoson, better) for names and adjectives, including aristocrat, aristocracy, and proper names such as Arion, Aristides, Aristeus, Aristogiton, Aristocles, Aristophanes and Aristotle, always with the sense of distinct, superior. Ārya can therefore be compared to the Latin nobilis, noble, eximious, egregious, eminent, illustrious, out of the ordinary.

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  • Ārya: term identical to the Greek ἄρι (read ari, AarI), meaning “elevated”, “high”, “good”, “distinguished”
  • Ārya: meaning comparable to Latin nobilis, “noble”, “eximious”, “egregious”, “eminent”, “illustrious”, “out of the ordinary”
  • Aryan”: academical deformation of Ārya suggesting false assonance with the Arian Christian heresy

Those who invented the theory of invasion avoid the Sanskrit term ārya preferring instead the use of the neologism “Aryan”. This word is borrowed from the name of an early Christian heresy, Arianism, an unorthodox doctrine preached by a priest called Arius (256-336 A.D.). This heresy spread mainly among the Germanic and Anglo-Saxon peoples. The choice of the “Aryan” term instead of the Sanskrit ārya is therefore not innocent. It is an appropriately adapted use of a term already familiar to Westerners. For the supporters of the invasion theory, the “Aryans” would have been a population, a race -if in the current climate of freedom, we are still allowed to use this word – with well-defined anthropological traits. In their fantasy, the “Aryans” were a nomadic people tall, robust, blond, light-skinned, with light-coloured eyes, similar to certain northern Anglo-Saxon or Scandinavian populations, of aggressive temperament and fine representants of a barbaric and nomadic civilization. Certainly, they were barbaric, rough and violent, but curiously enough, they owned the technology of ironworking (ayas) and they had already tamed the horse too.

  • Nomadic
  • Descended from North (Eurasia)
  • Tall, robust, fair complexion, hair and eyes
  • Aggressive, rough and warrior disposition
  • Iron craftmanship and horse taming
  • Sedentary
  • Autochthonous
  • Short, frail, dark complexion, hair and eyes
  • Peaceful, agricultural and mercantile disposition
  • Highly developed technology and social structure but still in the Bronze Age

All the opposite of the ethnic characteristics of the native populations, which with the same effort of fantasy, have been portrayed as tiny, frail, with dark skin and hair, with a peaceful nature and endowed with an advanced technologically sedentary civilization. Although more advanced, they were still at the technological stage of processing a pseudo-bronze, composed of copper and arsenic, from which their supposed military inferiority. As evidence they pretend to distinguish two different human types of today’s inhabitants of the Subcontinent: the direct descendant of the “Aryans”; and the Dravidians, by some called “tribal” groups. In short: the trivial Marxist distinction between the oppressors and the oppressed.

Why is it wrong to treat the “Aryans” and the Dravidians as two ethnic groups? Because the first term refers to a social elite, the second to a linguistic division. These adjectives belong to two different domains not overlapping. It is like distinguishing the red colour from the salty taste. What we know is that the Dravidian language family is not related to any other language in Eurasia. As for the geographical origin of the people who speak Dravidian languages, there are two hypotheses not supported by any evidence. The first claims that they are indigenous, the second that they came from some area of present-day Iran and, always hypothetically, from a former African cradle.

The ancient Bholan valley civilisation has now been recognised as the true source of the Indo-Sarasvatī civilisation. Since the time of the Bholan civilization both the so-called “Aryans” and the so-called “Dravidians” already coexisted in a single civilization. Let us now return to the Indus-Sarasvatī valley, the mixed composition of the population has also been confirmed by the skeletons unearthed at Mehrgarh in Baluchistan, dating from 5000-6000 BC. The rare cemeteries found south of the towns and villages of this vast area and covering a period from the 7th millennium to 1.500 BC confirm these anthropic data.

No Scandinavian or similar human types were present. What is disconcerting, however, is that in so many millennia there was never a mutation in the ethnic composition of the population of that area up to the present time. Therefore, there is no trace of foreign presence in North India until the Persian, Scythians and Part invasions (III century BC to the III century AD) At the same time, among the over 1200 Sites that have been excavated, no settlement of the Indus-Sarasvatī civilization shows any traces of violent destruction, fire or massacre. For a long time, archaeologists have debated over the twenty-four skeletons found burnt and calcined on the surface of the outermost layer of Mohanjo Daḍo. Early British excavators speculated that they were the remains of a massacre carried out by the “Aryans” during the destruction of the city. This hypothesis has been refuted. First of all, the human remains were found above the ruins of the most superficial archaeological layer. Secondly, it was proved that they all bore the signs of a typhoid epidemic.

In the end, the most recent conclusion is as follows. The typhoid sick people had been expelled from the surrounding villages in a period dating back to the XV century BC; they had taken refuge among the ruins of the ancient city. Once dead, their bodies had been burnt to prevent contagion. No skeleton bore signs of stab or axe wounds. In other words, archaeology denies the arrival of any foreign population and any consequent war invasion. What was, then, the composition of the population of those big cities and river ports, such as Mohanjo Daḍo, Kalibhangan, Harappa, Surkotada, and the seaports of Dholavira and Lothal, plus another thousands of towns and villages? Simply the same as today. All these human settlements have similar characteristics, barely changed over the centuries.

All these cities were planned with rational urbanisation. In them we can still today distinguish the housing estates, characterised by more wealthy residences, from those with buildings reserved to craftsmen and merchants and those with less wealthy but still functional and dignified houses. Just outside the city walls, a fortified citadel was built on an artificial hill, with public buildings, perhaps temples, an ablution kuṇḍa and some residential buildings. Only in some cases, the citadel was enclosed within the city walls. It is not difficult to recognize how the citadel, higher than the rest of the city, represented the religious and governmental centre. The urban structure, therefore, corresponds to the patterns of the more recent Hindu cities.

The two perfectly overlapping city maps

In the year 2000, I directed the excavations of the city of Kāmpilya, locally known as “Drupad Kila”, discovered by my team near Farrukhabad, which in the Mahābhārata is mentioned as the capital of King Drupad’s kingdom of South Pañcāla. The plan of Kāmpilya, surprisingly, can be perfectly overlapped to Dholavira in shape, size and orientation

This proves that over the centuries the urban planning of the Vastu Śāstra had not changed. Let’s stay a little longer in archaeology. A whole current of Western philologists and Indian philologists of Marxist or Christian faith have tried to interpret the writings of the Indo-Sarasvatī civilization. They moved with the unanimous intention to prove that the language written using pictograms was a Dravidian language. In particular, it was the Soviet and Finnish philological schools that for decades focused their efforts in this direction, using increasingly sophisticated computer and multimedia tools to support their claim. Rivers of ink have been written to demonstrate with certainty this Dravidian origin to prove that Sanskrit, spoken by the hypothetical population of the oppressor “Aryans”, was a language foreign to India. All these efforts have been in vain: the writing of the Indo-Sarasvatī Valley to date remains undeciphered.

Sanskrit indeed belongs to a linguistic family that has been called Indo-European, different from the stream of Dravidian languages. Until few decades ago prevailed the XIX century philology, which describes the development of languages from a primitive one, following the model of the Darwinian family tree. Now, however, the opinion of experts has changed and the languages are grouped into families. Three main Indo-European families have been recognised: the Sanskrit-Iranian; the languages today still prevalent in Europe and the Tocharian.

Allow me an observation: glottologists and philologists compare methodologically the Ṛgvedic Sanskrit to the Avestan Persian, not considering, in complete bad faith, that there is a gap of more than two thousand years between the Ṛg Veda and the Avesta. The Avesta, in fact, was written in the Persian language in use in the Sasanian era (III-VII century AD). The relations among the three mentioned linguistic families, are simply marked by affinities due to reciprocal influences and not proceeding from a single origin, as required by the philological application of the Darwinian theory. Therefore, the reconstruction of the so-called proto-Indo-European language is the result of an exercise of fantasy, not different from Esperanto language experiment.

Finally, since the writing of the Indo-Sarasvatī civilization has never been deciphered, it is not possible to establish which language they spoke. It does seem that the writing could have been written from right to left, as one example of overlapping suggests. However, not even this observation leads to any definitive conclusion. Indeed, Sanskrit and Prakrit languages of the Brahmi and Kharoṣṭhī inscriptions were written indifferently from right to left and vice versa. Today, even the outlandish hypothesis of a Semitic origin of these two alphabets has been denied. Therefore, the investigation of the Harappan graphic system does not bring any evidence about its language.

However, archaeology brings us some material evidence of great utility to reconstruct mostly the religious aspect of the civilization we are dealing with. For example, the presence of liṅgams is very telling in this respect. A famous glyph, moreover, shows an ascetic with a buffalo head, attacked by a tiger carrying a human figure on its back.

Around the ascetic are placed a human form, a buffalo, a rhino and an elephant. In all probability, it is the iconic representation of the myth of Mahiṣāsura and his duel with the goddess Durgā. As it is well known, Mahiṣa, during the battle narrated in the Devī Mahātmya, took the form of a man, a rhino, a buffalo, an elephant and a tiger. This second tiger is absent from the seal, which is mutilated. In Kālikā Purāṇa the myth is narrated in the same terms, but the conclusion is a bit different: in fact, from the corpse of the asura emerges Rudra, who is the real personality of Mahiṣa. And it is certainly no coincidence that two gazelles appear under the seat of the asura, recalling the Vedic myth of Rudra killing two gazelles, traditionally identified as Prajāpati and Uṣas.

These and other details clearly allude to Tantric tradition. Many Indologists, especially Westerners, maintain that Tantrism was the ancient pre-Arian religion, without however bringing any proof to this theory

On the contrary, they maintain that it is impossible to find traces of Vedic tradition in the Indo-Sarasvatī civilization. But this is not true at all. Even Dr Asko Parpola, an ardent supporter of the Dravidian origin of this civilization, has written a book that proves the opposite of his belief. This book carefully analyses the sculptures representing Brahmanic priestly figures found in this vast area. In particular, it focusses on what is commonly known as the King-Priest. This proves beyond any doubt that the dress worn by the priests is a dhotī (Sskr. dhautī) of exactly the same shape as that worn by brāhmaṇas even today. In particular, the dress worn by the King-Priest still bears traces of red and blue colours in the interstices of its pattern representing the starry sky. Dr Parpola brilliantly identified in this dhotī the tarpyā dress used by Vedic sacrificers for the most solemn rituals. In addition to ablution kuṇḍas surrounded by brick-pillars, Vedic fire altars were discovered in Kalibhangan and Lothal.

Another feature is the attention that the inhabitants of the area paid to bovine cattle. Seals, clay figures, vascular decorations reproduced all kinds of bull, buffalo, zebu, as well as other horned animals. There are hundreds of figures of a bovine considered by some to be a unicorn, but evidently it is a kind of bovine whose horns appear superimposed. Furthermore, Bovine horns were also affixed on the heads of human figures, either directly or grafted on a headgear. Even tigers and elephants were sometimes adorned with a pair of bovine horns. This suggests a special religious attention to the bull, which has survived to the present time in the Hindū respect for the cow, calf and bull, deified as Nandin.

Moreover, depictions of characters in yogic positions both in sculptures and engraved in glyphs are quite common.

It is also beyond doubt that burials were rather rare, while there are traces of cremation ashes collected in terracotta pots abound. At this point, we can draw some conclusions. The religious tradition of this ancient Indian civilization has left clear traces of the coexistence of the Vedic sacrificial religion and Tantrism, exactly as can be verified in the present reality of the sanātana dharma.

We will now quickly consider the information contained in the world’s most archaic literary monument, the Ṛg Veda Saṃhitā. According to invasion theory, the Ṛg Veda would have been elaborated in a “primitive” Sanskrit, as the sacred text of a proto-Hinduism called ‘Vedism’ around 1200 BC, a date close to the supposed “Aryan” invasion of Northern India. Let us briefly consider these early statements. First consideration: Vedic Sanskrit, far from representing a primitive language, was more complex than the classical Sanskrit of Pānini and Patañjali: the noun has eight cases instead of seven the conjugation of the verbs included also the conjunctive mode, which disappeared in the classical language, and the optative tense has four tenses instead of only one. The Darwinian rule of evolution from “simple to complex” applied to linguistics here is completely contradicted.

Second consideration: the dating of the Veda was proposed by Friedrich Max Müller, the Victorian court sanskritist, and is based on the following reasoning: Buddha lived about 500 BC. This was unilaterally established by the European indologists of the colonial era. Traditionally, however, the Buddhists dated it to about 1000 BC. Since several Upaniṣads, among which the Bṛhadāraṇyaka, Chāndogya and Taittirīya are evidently pre-Buddhist, they must have been written around 600 BC. The Upaniṣads are highly sophisticated and abstract literature. Therefore, evolutionistically speaking, they must represent an advanced stage of human civilization compared to the ritualistic technicalities of Brāhmaṇas and Arāṇyakas. Being, therefore, considered “less intellectually advanced”, these texts have been placed in a period between 800 and 600 BC. The Sāma and Yajus Saṃhitās, on which Brāhmaṇas and Arāṇyakas are based, would have been elaborated from 1000 to 800 BC. The Ṛg Veda, which presents the most archaic language, was consequently dated by Max Müller around 1200 BC, thus representing the young and spontaneous poetic work of the “Aryan” warriors during their invasion of Northern India.

One hundred and fifty years have passed since this completely unscientific and arbitrary dating was formulated, and to date, no indologist or sanskritist, not even any Indian ones, has dared to denounce its total senselessness.

  • ‏‏‎ ‎‏‏‎ ‎500 BC – Buddha’s life
  • ‏‏‎ ‎‏‏‎ ‎600 BC – Pre-Buddhist Upaniṣads
  • ‏‏‎ ‎‏‏‎ ‎800 BC – Brāhmaṇas and Arāṇyakas
  • 1000 BC – Sāma and Yajus Saṃhitās
  • 1200 BC – Ṛg Veda Saṃhitā
  • 1500 BC – Alleged “Aryan” invasion

As a matter of fact, the dating of the Ṛg Veda, refers to more ancient times. Especially in this saṃhitā, the sacred river par excellence is not the Gangā, but the Sarasvatī, the most copious, impetuous, divine watercourse of the sapta sindhu rivers.

The Sarasvatī originated in the eastern Himalayas and ran from north-east to south-west almost parallel to the Indus, crossing the salt desert of the Rann in the Kach (Kutch) of Gujrat. Abundant with water for several millennia, fed by the remaining glaciers of the last ice age, the Sarasvatī lost its impetus over time, dividing itself into smaller watercourses. In the end, it disappeared, swallowed up by the Thar desert (of which the Rann is an offshoot), because its subsoil does not have an impermeable layer of clay. Extensive hydrogeological studies have shown that the Sarasvatī river disappeared completely between 2000 and 1900 BC, leaving only some sporadic emerging meanders such as the Gagghar, Hakra, Sutlej and other minor ones. This proves that the Vedas and Ṛg Veda, in particular, attest to a much greater antiquity than what is continually repeated not only in popularization books but also in university manuals. But there is another instrument of dating which the Vedas offer and which is not falsifiable, namely the mentions of celestial events: Ṛg Veda (V.40.5-9) describes a partial solar eclipse, which took place on the meridian of Kurukṣetra, the day after the summer solstice in the afternoon. This eclipse could only happen on 26 July 3928 BC. In 1894, Herman G. Jacobi, based on his study on precession of the equinoxes, placed the composition of Ṛg Veda around the fifth millennium BC. Yajurveda and Atharvaveda place the vernal equinox, which today is in Pisces, in Kṛttikā nakṣatra, the Pleiades, i.e., from the 26° 40’ of Aries to the 10° of Taurus; the same goes for the summer solstice, today in Cancer, which fell in Magha nakṣatra, from the 8° to the 13° 20’ of Leo. These two data correspond roughly to 2400 BC. In this way, the period of elaboration of the Vedas would be between 4000 and 2000 BC. It seems incredible that such relevant data are not taken into any consideration.

  • 2000 BC Sarasvatī river’s disappearance
  • 3928 BC – Solar eclipse (Ṛg Veda V.40.5-9)
  • 2400 BC – Vernal equinox in Pleiades (Yajur Veda and Atharva Veda

Remarkably, the dating obtained from the geo-archaeological data compared with the descriptions of the impetuous Sarasvatī and the comparison between astronomical calculations and literary astral descriptions coincide. The civilization described in the Vedas and Ṛg Veda, in particular, correspond to the mature phase of the Bholan civilization and its development in the seven rivers plain. The āryas appear there as a cultured and refined class, certainly not dedicated to nomadism, although colonization of new lands occurred. The famous term ayas, frequently translated as “iron”, actually means metal in general. This corresponds exactly to the results of archaeological excavations that have found no presence of iron artefacts except from 1300 BC onwards, that is when the Vedic civilization had moved to the Doab, the land between Ganges and Yamunā, due to the desertification of the Thar and the disappearance of the Sarasvatī. It is in that period of the Iron Age that the Ganges was first recognized as the main sacred river of India.

Therefore, there is no trace of any indigenous populations, more civilised but weaker, to be subjugated. But the imagination of the supporters of the “Aryan” invasion found a way to fill this gap. And so, the mythological struggles between devas and asuras, between ādityas and daityas or dasyu, have been interpreted as wars for the conquest of territories of the original inhabitants (ādivāsi) waged by the “Aryan” invaders. Unfortunately, the Vedas tell that ādityas and daityas were half-brothers, children of the same father, Kaśyapa and two sisters: Aditi and Diti. The relationship between devas and asuras is also similar: in many passages, the asuras are defined as ancestors of the devas, just as in Greco-Roman mythology the Titans represent the parents of the gods. The passage from Gods of the night to solar Gods takes place with the passage through dawn, Uṣas; and it is a fact that Varuṇa, the God of the celestial vault, appears alternately as an asura and a deva. Furthermore, both Gods and asuras are divided into four castes: for example, Bṛhaspati is the Brahmanic caste God. Similarly, Vṛtra is a brāhmaṇa among the asuras. In the Vedic myth, after killing Vṛtra, Indra had to undergo long penances because he, a kṣatriya, had dared to kill a brāhmaṇa. The theory according to which in the Vedas the Gods are the counterfigures of the Aryans and the asuras or dasyus (or dāsa, meaning servant) of the native population enslaved by the invaders is definitively proved to be pure ideology.

  • Rivalry between Ādityas and Daityas. (Āditya = “Aryan”, Daitya or Dāsa, servant = Dravidian)
  • Fight between Devas and Asuras, mythical memory of the “Aryan” invasion. Devas = “Aryans”, Asuras = Dravidians
  • Ādityas and Daityas were half-siblings
  • Asuras were progenitors of the Devas
  • Varuṇa, god of the sky, in night-time is Asura and in daytime is Deva

One of the strongest arguments in favour of the “Aryan” invasion theory was for a long time the absence of images of horses from the excavations of the Indo-Sarasvatī civilization. A couple of terracotta figurines, perhaps toys, and a single seal depicting a horse had been found; but the doubt remained whether they were horses, donkeys or onagers, then as now numerous in the Gujrat. Indeed, the Vedas often refer to the importance of this domestic animal, which dragged the battle chariots of the ārya warriors. It was the preferred victim of the aśvamedha, the solemn sacrifice that, within a year, consecrated a king (adhipā, rājanya) to the universal rank of emperor (samrāt, cakravartin). Also known in Vedic mythology are Dadhikri, the horse of King Trasadasyu; Dadhiañc, the horse-headed sage; the divine twins Aśvini, the horse-headed physicians of the gods with their steed Paidva; Etaśa, the horse of the sun; and many others.

Finally, however, six horse skeletons dated between 2200 and 1700 BC were found in Surkotada. So even this wrong assumption was eventually overcome. The most interesting thing is that these skeletons have 34 ribs, like the Arab horses, and not 36 like the Central Asian horses; this confirms that they were not imported by invaders from the North. The unresolved problem remains as to why the horse just once appears in the glyphs, perhaps due to some religious prohibition. On the other hand, not even the Indian lion is ever depicted, even though the region of the seven rivers is the natural habitat of this great feline.

There is, however, an important episode narrated in the Ṛg Veda (VII.18 and LXXXIII.4-8) that academic studies do not keep sufficiently in consideration. It is the tale of the Ten Kings War. In summary, it is about the conflict between Sudāsa, King of the Eastern Purus, his allied tribes of Tṛtsu and of Bharata on one side, and a rival alliance of ten tribes on the other. Before the conflict, all participants on both sides were āryas. We refrain from narrating the whole episode. Suffice to say that Sudāsa eventually prevailed, pushing the enemy to the edge of the ārya homeland, the āryāvarta. Some of them were declared anārya, ignoble, and disappeared from the area of the Subcontinent. The ten tribes were:

Alina: a tribe of Iranian type declared anārya; it occupied present-day Nuristan;

Anu: ārya tribe that remained in India;

Bṛghu: ārya tribe that remained in India;

Bhalana: a tribe of Iranian type declared anārya; it moved to the Bholan valley in Baluchistan;

Dāsa: in Persian language Daha, a tribe of Iranian type declared anārya; it moved to present-day Turkmenistan;

Druhyu: ārya tribe that settled in Gāndhāra;

Matsya: this tribe was divided into two groups: the first, ārya, moved to the right bank of the Yamunā south of the Pañcāla; the second, become anārya, called Madhya in Iranian language, the Medes, moved to Persia;

Parśu: the Persians, a tribe of Iranian type declared anārya;

Puru or Pṛthu were also divided into two groups: the first, ārya, moved to northern Pañcāla. The Kurus descended from it; the second became the anārya tribe of the Parthians and moved to what is now Persia;

Pani or Parni: a tribe of Iranian type declared anārya, known as Scythians or Śāka, migrated to Transoxiana.

Speaking of this war, there is an important episode that tells of a battle near the city of Hariyūpīyāh, where the Purus were defeated. We can speculate that Hariyūpīyāh is the present day the village of Harappa; it is well known that geographical names rarely change. Many toponyms are of truly prehistoric origin.

With this, it seems to me that the theory of the “Aryan” invasion has no real foundation and that it was produced in colonial times for precise purposes, which we will now examine.

Prejudicial motivations:

  1. Religious bias. For Christians, especially Protestants who are more attentive to the Old Testament of the Bible, the idea that there may be a religion older than the Jewish religion of Abraham and Moses is little tolerated. The religion expressed in the Bible must in every way be at the origin of man’s spiritual history. Therefore, the civilizations that appeared before the Hebrew-Semitic one had to be post-dated to fit the Bible. And Max Müller was always a fervent Lutheran.
  2. Cultural bias. The most developed historical civilisation is represented by the Greek one, which spread in the ancient world through the Roman imperial expansion. That is to say, Western civilisation. Everything different from western civilisation must be considered barbaric, corrupt, vicious, despotic. In one word: “oriental”.
  3. Religious-cultural prejudice. It is the mixture of the first two prejudices: The sublime Greek-Roman civilization was perfected by the revelation of the God of the Bible. This represents the absolute superiority of Western civilization over the entire world.
  4. Social prejudice. Slavery, i.e., where a human being is the property of another human being, was maintained until 1833 in England; but in India, the indenture system or debt bondage system slavery was maintained by the British until 1920. Slavery was abolished only in 1848 in France and 1865 in the United States, and so on. Despite this, Europeans keep criticizing the caste system as inhuman, which is made up of free men even if hierarchical. This led to a moralistic assessment that was unfavourable to India and its entire history.
  5. Darwinian prejudice. Over the millennia men progressed by natural selection and adaptation to new circumstances. A civilization that has remained intact for centuries and millennia must be the product of an unevolved human race. Therefore, the white race, and in particular the Anglo-Saxon, is the most evolved and is destined for leading the other less fortunate races. Darwin himself theorized the principles of biological racism in his The Descent of Man, and Selection in Relation to Sex.
  6. Progressive prejudice. According to the previous point, an unevolved race does not progress technologically, sociologically, politically.

Ideological motivations:

In this context, the same false data on the invasion are used in two different and only apparently opposed ways. The first one looks favourably on the “Aryan” invasion:

  1. Colonialist ideology. Darwinianly, the fittest must survive and dominate. The “Aryans” were a young people, full of energy; they invaded the weak and decadent indigenous people, the so-called Dravidians. Subsequently, there were other waves of “Aryans” who came to India, subduing the previous waves: the Parthians, the Scythians, the Sasanids. Each of these waves was entitled to subdue the previous by right of strength, as this is both a biological and historical rule. This is how humanity progresses, which legitimizes the right of invasion. The last legitimate “Aryan” invasion would be the British one. This was affirmed several times in Parliament by Winston Churchill when he was Secretary of State for the Colonies (1921-1922).

The second ideology considers the invasion negatively:

  1. Christian missionary ideology. the “Aryans” invaded India to impose their dominion by violence over the peaceful native populations. The occupation was then maintained with the imposition of the caste system. The invaders established themselves as the three dominant castes, so the natives, the true inhabitants of India were forced to become servants of the “Aryans”. Therefore, through conversion and baptism, the caste of the servants could regain a new, more dignified social status. Being the British Protestant Christians, the “ādivāsi” could aspire to right of social improvement, if not of equality. In practice, this led to a great deal of conversions, especially among the so-called tribals. In the tribal environment, Catholic missionaries were particularly active, adding a revolutionary element against the high castes considered descendants of the invaders, the “Aryans”. From India’s independence onwards, the aberrant “liberation theology” has gained ground, with the consequent support for terrorism from Catholic missionaries, especially the Naxalite tribal one. However, this action of support to insurgent groups often turned against its own propagators. The Buddhization of the Dalit movement has greatly limited Christian missionary success.
  2. Marxist ideology of various tendencies: the preaching of the different Marxist, Marxist-Leninist, Maoist movements has been in many ways similar to that of the Catholic missionaries, if not in collusion. Here too the aim was to convert the lower strata of the population to the various communist “Churches”. The aim was to unleash a social and political revolution against the racist, capitalist and exploitative ruling classes, in the pay of the imperialist and ex-colonialist powers, to make India a vassal of the Soviet Union or China.
  3. Practice of Divide et impera (divide and rule): very different powerful actors are involved in this practice aiming to weaken the Indian Union or even to break it apart, continuing the work begun with the Partition. It is a question of sowing the seeds of hatred between the southern Dravidians and the northern “Aryans” and preaching the secession. First of all, there is China with its policy of hegemony over all Asia, assisted by Pakistan and to some extent by Nepal and Bangladesh; secondly, certain North American multinationals, Banks and financial speculators. The latter groups mostly rely on Protestant sects and Israeli interests, often at odds with those of their governments. Finally, the Catholic Church and its mass conversion plan to leverage the poorer classes.

Basic Bibliography:

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