September 8, 2019

41. La Tavola Rotonda e la cerca del Graal – II

La Tavola Rotonda e la cerca del Graal – II

Naturalmente tutto il racconto arturiano è una allegoria, i cui nodi si devono sciogliere interpretandone i simboli. Finora abbiamo descritto le avventure della Tavola Rotonda come il normale avvicendamento di eventi nel corso della vita di cavalieri. Per essere più chiari, l’aspirante cavaliere si rivolgeva a re Artù qualificandosi nobile di nascita e specificando la sua famiglia e il nome del padre; quindi chiedeva di essere ammesso all’iniziazione cavalleresca. Il Re lo tratteneva presso di sé oppure lo dirottava presso qualche altro castellano, conte, duca o altro Re, noti per la loro conoscenza dell’arte della cavalleria. L’aspirante cavaliere passava così alcuni anni come paggio, a servizio (sskrt. sevā) del castellano, dove imparava le regole, le virtù e i comportamenti richiesti dalla cavalleria. Poi, diventava scudiero ed era affidato a un cavaliere esperto per essere istruito all’uso delle armi e all’arte della guerra. Una volta dimostrate le sue qualifiche intellettuali, morali e le capacità fisiche, il Re, o altro maestro in sua vece, lo iniziava cavaliere.​ Seguiva la trasmissione dei rituali (sskrt. prakriyā) e delle invocazioni (sskrt. japa). Infine, il cavaliere era mandato alla ventura di castello in castello, di monastero in monastero, per mettere in pratica la sua rettitudine e le sue abilità belliche, al fine di accumulare esperienze.​
Nel caso della cerca del Graal, invece, la narrazione è apparentemente simile, ma va interpretata in forma interiorizzata. L’errare da un castello a un altro deve intendersi come un percorso interiore. Ogni castello è una tappa che corrisponde alla conquista d’una conoscenza, d’una virtù e d’un dominio sugli elementi. In ogni castello il cavaliere gode degli amori e delle cure di una dama. Spesso, tra una tappa e l’altra, è istruito a nuove conoscenze e più elevate virtù da un sapiente eremita. Ogni sosta è intercalata da prove iniziatiche, come lo scontro con cavalieri fantasma, draghi, giganti, streghe, che il viandante deve superare e dominare. È evidente che ogni castello rappresenta un centro sottile (sskrt. cakra) e che in ogni castello egli è aiutato a proseguire da una amorevole fata o da una dama angelicata (sskrt. yoginīḍākhinī).​ Gli eremiti simboleggiano le divinità (sskrt. devatā) che insegnano al cavaliere nuove invocazioni (sskrt. bīja mantra), e che impartiscono le conoscenze corrispondenti (sskrt. mahāvidyā). Alla fine, l’iniziato raggiunge la vetta del monte della salute, corrispondente al più alto ventricolo del cuore. Lassù si erge il castello di Corbenic, il cui significato è che il suo interno è nero come un corvo. All’interno del cuore la tenebra che appare in realtà è la luce accecante del Graal lì custodito. L’iniziato conclude la sua cerca bevendo con gli occhi l’essenza divina contenuta nel sacro calice. La Realtà suprema, in questa tradizione iniziatica, è chiamata Amore (lat. Amor): questo spiega l’importanza dell’amore delle dame che il cavaliere ottiene a ogni sosta lungo il cammino del Graal. Quegli amori sono anticipazioni graduali dell’infinito Amore che spetta al cavaliere che concluderà la cerca. Le dame sono dunque fate o potenze divine (sskrt. śakti) che aiutano il maestro interiore, il Re Pescatore, a condurre il sādhaka alla meta. È per questa ragione che nella via cavalleresca la dama è spesso considerata una iniziatrice.​ Ma il nome simbolico della Divinità cercata dai cavalieri ha anche un altro significato: Amor deve anche essere interpretato come a-mors, che in latino significa non-morte, immortalità. Dopo la conquista del Santo Graal, il cavaliere può rimanere al castello di Corbenic; oppure, se ha una speciale missione, può ritornare nel mondo esteriore per raddrizzare la tradizione grazie alla sua nuova conoscenza. Dopo la morte i cavalieri sono assunti nel Regno dei Cieli alla corte di Dio, che, in questa prospettiva, è identica al Brahmaloka dell’Induismo. Il Brahmaloka è la trasposizione celeste del Montsalvat. Vista l’importanza che in questa via iniziatica assume il ruolo femminile, è evidente la sua somiglianza con una sādhanā tantrica, in maniera particolare, con Śrī Vidyā.
Parsifal, per esempio, dopo essere stato iniziato alla cavalleria da Artù, si reca al castello di Sir Gornemant de Gohort per essere istruito. Questo cavaliere esperto, considerate le domande troppo ingenue che gli rivolge Parsifal, gli consiglia di non chiedere mai più spiegazioni per non apparire stupido. Dopo essersi sposato con la nobile dama Kondwiramur, parte alla cerca del Graal. Sulla via s’imbatte in molte avventure, duelli e amori e, passando da un castello all’altro, giunge a un lago nelle vicinanze di Montsalvat. Lì incontra il Re del Graal sotto l’apparenza di un semplice pescatore.​ Mentre dialoga con il Re, Parsifal vede passare una meravigliosa processione di dame e cavalieri che trasporta una coppa sfolgorante di luce. Incuriosito, ma reso scioccamente prudente dal consiglio di Gornemant, non osa chiedere al Re Pescatore che cosa sia quel prodigio. Non avendo posto la domanda, Parsifal fallisce nella sua missione di impadronirsi del Graal. Così la terra continua a essere guaste e il Re rimane ferito. La necessità della domanda illustra l’importanza per l’iniziato di invocare la conoscenza da parte del maestro. Se il discepolo non pone la domanda, il maestro non dà la risposta e il simbolo, allora, rimane senza spiegazione.​
Bors e Galahad, invece, poiché hanno scelto una vita casta (sskrt. brahmacārya), non si limitano alla contemplazione del simbolo del Graal; essi pongono la domanda e quindi hanno accesso alla contemplazione di ciò che è contenuto nella coppa. Galahad, ammirando il Mistero Supremo ivi contenuto, si fonde con esso e lascia il corpo. Quindi, assieme al Graal spirituale, vola al più alto dei cieli dove rimarrà perpetuamente immerso nella beatitudine.​
Anche Bors conquista il Graal e così guarisce il Re ferito. Decide di portare la sacra coppa a Camelot, ma è troppo tardi per instaurare l’Impero universale: si è scatenata una guerra civile che devasta ancor più la terre guaste. La lotta si conclude con la morte del ribelle Mordred. Anche Artù è ferito a morte ed è trasportato prodigiosamente, nell’isola di Avalon, in mezzo all’oceano. Lì rimarrà tra la vita e la morte in attesa di ritornare e riportare la tradizione in Occidente.
Pure essendo tra loro connessi, i racconti che riguardano la cerca del Santo Graal sono ben distinti da quelli di Artù e la Tavola Rotonda. La cerca è la rappresentazione del percorso interiore degli iniziati alla cavalleria, delle esperienze provate, dell’acquisizione delle conoscenze e virtù. Per alcuni la via iniziatica si arresta a qualche tappa iniziale o intermedia. In questo caso, il cavaliere rimane preso d’amore per una bella castellana e tralascia di continuare la cerca; oppure è fatto prigioniero da una fata malvagia, da un orco, da un cavaliere-fantasma, finendo così prematuramente la sua ricerca interiore. Altri rinunciano all’impresa e ritornano a condurre una vita esteriore nel castello di Camelot. Pochi, invece, raggiungono il castello di Corbenic e ottengono la visione del Graal. Solo due eroi (sskrt. vīra) alla fine si abbeverano alla Santa Sapienza. Per loro le possibilità sono due: o rimanere fino alla morte al castello a contemplare il divino oggetto come Re del Graal o come suo cavaliere. Oppure ritornare al mondo per poter irraggiare anche all’esteriore i benefici della sapienza divina.
Questa parte può essere considerata come un manuale per seguire il cammino di perfezionamento interiore, fino all’ottenimento dello stato spirituale più elevato.
Invece il racconto della Tavola Rotonda, che fa da introduzione alla cerca del Graal, è la descrizione della restaurazione nel dominio essoterico di un Impero Universale che sostituisca il collassato Impero Romano. Artù, seguendo la guida del suo maestro-druida Merlino, fonda un regno di pace e di giustizia e crea l’ordine iniziatico dei cavalieri della Tavola Rotonda. Tuttavia, fino a quando un cavaliere non avrà realizzato interiormente la scienza del Graal, il grandioso disegno di restaurazione non potrà essere spiritualmente completato. Artù, dunque, è una figura in cui si riconoscono Carlo Magno e i suoi successori più consapevoli della missione imperiale.
Malauguratamente, i romanzi di Artù attestano il parziale o totale fallimento di questo progetto. Il progetto del Sacro Romano Impero non poté essere completato per mancanza di cavalieri tanto qualificati da riverberare anche all’esterno la luce divina. Se alcuni Imperatori o feudatari furono in possesso di conoscenze elevate, circostanze e personaggi avversi li ostacolarono nella realizzazione dell’ordine religioso, statale e sociale. L’Impero rimase sempre un progetto esoterico incompiuto per la fondazione di una tradizione completa. Il fatto che Artù, ferito a morte e in stato d’incoscienza sarebbe potuto ritornare per portare a termine il suo progetto universale, dichiara però che tutto non era definitivamente perduto.​
Così i romanzi apparvero nel breve periodo decritto come guide per indicare come edificare correttamente la tradizione cristiana medievale Questa visione profetica dei romanzi qualche volta fu sul punto di realizzarsi davvero. Ma, anche in questo caso, Galahad-Bors arrivò troppo tardi. L’ultimo cavaliere “migliore del mondo” fu Dante Alighieri, possessore della sapienza completa della tradizione iniziatica guerriera. Ma anch’egli, come vedremo, arrivò troppo tardi per restaurare l’Impero.​
A questo proposito è interessante notare il comportamento della Chiesa cattolica nei riguardi della leggenda del Graal. Il monaco cistercense francese Hélinand (1160-1229), che per primo riportò la storia di Giuseppe d’Arimatea e del Graal, scrisse:

Quel bacile o coppa, che è chiamata Graal, è una scodella larga e alquanto profonda, in cui, secondo un suo rito, sono presentati con solennità cibi preziosi […] Non sono riuscito a trovare questa storia in latino, ma solo in francese, scritta da alcuni nobili; non è stato un compito facile, ma, come si suol dire, [cercando, alla fine] si può trovare tutto.”

Malgrado il suo carattere decisamente religioso, la leggenda non fu riconosciuta dalla Chiesa e dal clero. Nessuno scrittore ecclesiastico ci racconta del Graal. Nella così ricca letteratura ecclesiastica a noi pervenuta, in nessun luogo troviamo ricordato nemmeno il nome del Graal, ad eccezione del cronista Hélinand. E tuttavia ai loro autori non poté restare sconosciuto il meraviglioso racconto del simbolo della fede.
Essi debbono piuttosto aver ordito intorno alla leggenda una congiura del silenzio.

​Come dicevamo in apertura, i testi relativi al Graal sono apparsi in un breve lasso di tempo per poi ritrarsi come se si fosse avvertito un ostacolo od un pericolo preciso.​
Al Concilio di Verona del 1184, papa Lucio III istituì l’Inquisizione contro gli eretici e gli scismatici. Subito, però, l’Inquisizione fu utilizzata dal Papato anche per altri scopi. Da una parte per colpire l’Impero, visto come una minaccia al potere temporale del Papa; dall’altra per reprimere le organizzazioni iniziatiche che, essendo al di sopra della sua autorità religiosa, sfuggivano al suo controllo. La conseguenza fu che le vie iniziatiche dell’Europa Occidentale, anche se protette dal favore imperiale, da quel momento dovettero ancor più occultarsi per poter operare e sopravvivere.

Gaṇapati

41. The Round Table and the Quest for the Grail – II

The Round Table and the Quest for the Grail – II

The whole Arthurian narrative is an allegory, whose knots must be solved by interpreting the symbols. So far, we have described the adventures of the Round Table as the normal turn of events in the course of the life of knights. To be clearer, the aspiring knight arrives at the presence of King Arthur and presents his nobility by birthright, specifying his father’s name and lineage.  He then sets firth his request to receive the knightly initiation. The King then either keeps him close by his side or entrusts him to some other castellan, earl, duke or King, who is well-known for his knowledge on the art of chivalry. The aspiring knight passes his early years  at the service (sskrt. sevā) of the Lord of a castle, learning the rules, virtues and behaviors required by the chivalry order. He, then, advances to squire and is entrusted to an experienced knight who trains him in the use of weapons and the art of war. Once his intellectual, moral and physical abilities are proved, the King, or another master on his behalf, initiates him to knighthood. The transmission of rituals (sskrt. prakriyā) and invocations (sskrt. japa) follow immediately after. Finally, the knight sets out to venture from castle to castle, from monastery to monastery, putting into practice his righteousness and his fighting skills in order to accumulate experience and merits.​
In the case of the Grail’s quest, the narrative is apparently similar. However, it must be interpreted in an internalized form. Wandering from one castle to another must be understood as an inner path. Each castle is a stage that corresponds to the conquest of a knowledge, a virtue or a domain over the elements. In each castle the knight enjoys the love and care of a Lady. Often, between stages, he is taught new knowledge and higher virtues by a wise hermit. Each stage presents initiatic tests, such as the fight with ghost-knights, dragons, giants, witches, which the errant knight must overcome and dominate. It is evident that each castle represents a subtle center (sskrt. cakra) and that in each castle he is helped in the search by a loving fairy (sskrt. yoginīḍākhinī).​ Hermits symbolize the deities (sskrt. devatā) who teach new invocations (as bīja mantra) and impart the corresponding knowledge (sskrt. mahāvidyā) to the knight. Eventually, the initiate reaches the summit of the mountain of salvation, corresponding to the highest ventricle of the heart. Up there stands Corbenic Castle, whose literal meaning is ‘the site black as the crow’s wing’. But what appears as darkness inside the heart is actually the blinding light of the Grail guarded there.​ The initiate concludes his quest by satiating his eyes with  the divine essence contained in the sacred vessel. The supreme Reality, in this initiatic tradition, is called Love (lat. Amor). This explains the importance of the love that the knight obtains from the Ladies encountered at every step along the path to the Grail. Those loves are gradual anticipations of the infinite Love that the knight will conquer with the conclusion of his quest. The Ladies are therefore fairies or divine powers (sskrt. Śaktis) that help the inner master, the Fisher King, leading the sādhaka to his goal. It is for this reason that in the chivalrous path the Lady is often considered as an initiator.​ But the symbolic name of the Divinity sought by the knights has another meaning. Amor must also be interpreted as a-mors (sskrt. a-marta or a-mṛta), which in Latin means non-death, immortality. After the conquest of the Holy Grail, the knight can remain at Corbenic Castle; or, if he has a special mission, can return to the outer world to straighten tradition in virtue of his new knowledge. After his death, he ascends to the Kingdom of Heavens at the court of God, which in this perspective is identical to the Brahmaloka of Hinduism. The Brahmaloka is the celestial transposition of Montsalvat. Given the importance of the female role in this initiatic path, it is evident its resemblance to a tantric sādhana, in particular to Śrī Vidyā.
Parsifal, for example, after being initiated to chivalry by Arthur, departs to the castle of Sir Gornemant de Gohort to be educated. This experienced knight, considering Parsifal’s questions overly naive, advises him never to ask for explanations again so not to appear foolish. After marrying the noble Lady Kondwiramur, he embarks in the quest for the Grail. Along his journey, he comes across many adventures, duels and loves, and wandering from one castle to another he eventually reaches a lake near Montsalvat. There he runs into the King of the Grail under the guise of a simple fisherman.​ While conversing with the King Fisher, Parsifal sees a wonderful procession of ladies and knights passing by and carrying a vessel blazing of light. Intrigued, but made prudent by Gornemant’s advice, he does not enquire with the Fisher King on that prodigy. Having not asked the question, Parsifal fails in his mission to seize the Grail. Thus, the land remains waste and the King wounded. The necessity of the question illustrates the importance for the initiate to invoke knowledge from his master. If the disciple does not ask the question, the teacher does not give the answer and, therefore, the symbol remains without explanation.​
Bors and Galahad, on the other hand, having chosen a caste life (sskrt. brahmacārya), are not limited to the contemplation of the symbol of the Grail. They ask the question and, therefore, gain access to the contemplation of what is contained in the vessel. Galahad, surrendering to the Supreme Mystery contained in the vessel, merges with it and leaves his body. Then, along with the spiritual Grail, ascends to the highest of heavens where he remains forever immersed in bliss.
Bors also conquers the Grail and, thus, heals the wounded King. He then decides to bring the sacred vessel to Camelot. But it was too late to establish the Universal Empire. A civil war had broken out devastating even more the Waste Land. The conflict ends with the death of the rebel Mordred. Also Arthur is mortally wounded and transported prodigiously to the island of Avalon, in the middle of the Ocean. There, he remains between life and death, waiting to return and bring back the tradition to the West.
Although connected to each other, the tales on the quest for the Saint Grail are distinct from those of Arthur and the Round Table. The search is the representation of the inner path of the initiates of chivalry, of their endeavors and their acquisition of knowledge and virtue. For some knights, the initiatic path stops at some initial or intermediate stage. In this case, the knight remains madly in love with a beautiful chatelaine and neglects to continue his search. In other tales, he is taken prisoner by an evil fairy, an ogre, or a ghost-knight, thus prematurely ending his inner quest. Others renounce their quest and return to lead a worldly life in Camelot Castle. Few among them, however, reach Corbenic Castle and obtain the vision of the Grail. Only two heroes (sskrt. vīra) eventually drink at Holy Wisdom. After accomplishing this, they have two possibilities: they can either remain there until death to contemplate the divine vessel as King or knights of the Grail, or they can return to the exterior world radiating the benefits of the divine wisdom. Therefore, the tale of quest for the Grail can be considered as a handbook on the path of inner purification, leading all the way up to the highest spiritual goal.
Instead, the narrations of the Round Table, which are the introduction to the search for the Grail, are the description, in the exoteric domain, of the efforts for the restoration of a Universal Empire to replace the collapsed Roman Empire. Arthur, following the guidance of his druid-master Merlin, establishes a kingdom of peace and justice and founds the initiatic order of the knights of the Round Table. However, unless a knight realizes the inner knowledge of the Grail, the grandiose restoration design cannot be spiritually completed. Arthur, therefore, is a figure in which one can recognize Charlemagne and those successors of his who were most aware of the imperial mission.
Unfortunately, Arthurian novels testify to the partial or even complete failure of the Imperial restauration dream. The foundation of the Holy Roman Empire could not be completed due to a lack of knights qualified to reverberating the divine light into the outer world. Even though certain Emperors and feudal Lords possessed high knowledge, adverse circumstances and personalities hindered their efforts to realize the religious, political and social order. The Empire remained an unachieved esoteric project for the foundation of a complete Tradition. The lore concerning Arthur’s unconscious state following the fatal wound suffered in battle, hints to the possibility of a return to complete his universal dream, however, testifies to an undying awareness that not everything was lost.​
Thus, these literature appeared in the described historical period and served as written guides indicating how the Imperial Christian tradition could have been properly established. On several occasions, the prophetic vision narrated by these novels and tales was nearly realized. But, once again, Galahad-Bors arrived too late. The last “world’s best knight” was embodied by Dante Alighieri, master of the complete wisdom of the warrior esoteric tradition. But even he, as we will see soon, arrived too late to restore the Empire.​
It is interesting to note the behavior of the Catholic Church towards the legend of the Grail. The Cistercian monk Hélinand of Froidmont (1160-1229), who first reported the story of Joseph of Arimathea and the Grail, wrote:

That basin or vessel, which is called the Grail, is a large and quite deep bowl, in which, according to its own rituals, precious foods are presented with solemnity […] I have been not able to find this story in Latin, but only in French, written by some noblemen; it was not an easy task, but, as they say, [seeking, at last] you can find everything.

Despite its definitely religious character, the legend was not recognized by the Church and the clergy. No ecclesiastical writer tells us about the Grail. In the so rich ecclesiastical literature available, nowhere can we even recall mentioning the name of the Grail, except in work of the chronicler Hélinand. However, they could not have ignored the wonderful tale of this symbol of faith. Rather, they must have perpetuated a conspiracy of silence around the legend.

As we said at the beginning, the texts relating to the Grail appeared in a short period of time and then retracted as if a precise obstacle or danger had been felt.​
At the Council of Verona in 1184, pope Lucius III instituted the Inquisition against heretics and schismatics. At once, however, the Inquisition was also used by the papacy for other purposes; on the one hand to strike the Empire, seen as a threat to the temporal power of the pope, on the other hand to repress the initiatic organizations that, being above his religious authority, escaped his control. The consequence was that from that moment the initiatic ways of Western Europe, although protected by Imperial favor, had to hide even more in order to operate and survive.

Gaṇapati