June 9, 2019

38. I deleteri risultati della secolarizzazione della Chiesa

I deleteri risultati della secolarizzazione della Chiesa

Le gravi perturbazioni dell’ecumene imperiale, provocate dalle sconsiderate riforme di secolarizzazione della Chiesa cattolica promosse dai papi dell’XI secolo, provocarono delle conseguenze imprevedibili.
Questi i protagonisti di tanta rovina: i papi dell’inizio de XI secolo furono in gran parte marionette o esponenti della famiglia dei conti di Tuscolo. Costoro, di origini plebee, imparentandosi con la rivale famiglia de’ Crescencii, patrizia romana, divennero sempre più influenti a Roma, controllando l’elezione papale e la destituzione dei papi imperiali. Sergio IV Boccadiporco (!) (1009-1012), figlio d’un calzolaio, fu il primo della serie dei papi imposti dai Tuscolo; Benedetto VIII, conte di Tuscolo (1012-1024), fu il primo a riformare la Chiesa in chiave secolare; Giovanni XIX (1024-1032), conte di Tuscolo, passò alla storia per la concessione di favori religiosi in cambio di denaro (simonia) a favore della propria famiglia; Benedetto IX, conte di Tuscolo, fu papa per tre volte (1033-1044; 1045; 1047-1048). Comprò e vendette il trono papale, finché non fu deposto. Di lui disse S. Pier Damiani: “Sguazzante nell’immoralità, un diavolo venuto dall’Inferno travestito da prete, […] apostolo dell’Anticristo, saetta scoccata da Satana, verga di Asur, figliolo di Belial, puzza del mondo, vergogna dell’umanità.” Silvestro III (1045), patrizio de’ Crescencii, regnò solo tre mesi; Gregorio IV (1045-1046), zio di Benedetto IX, comprò dal nipote il trono pontificio per 2000 lire. Dopo aver incassato, Benedetto rivolle indietro la carica. Gregorio fu uomo pio e ingenuo e chiamò al suo fianco il diabolico Ildebrando di Soana, che così iniziò la sua arrampicata al soglio pontificio; Clemente II (1046-1047), signore di Morsleben e Hornburg, fu eletto papa per sottrarre Roma alla malefica influenza dei conti di Tuscolo. Fedele all’ideale imperiale, fu avvelenato per ordine di Benedetto IX. Gli successe Damaso II (1047-1048), della famiglia de’ Curagnoni di Bressanone, filo imperiale, che fu probabilmente avvelenato da Ildebrando di Soana per ordine di Benedetto IX. Leone IX (1049-1054), conte di Egisheim-Dagsburg, venne eletto con l’appoggio imperiale. Inizialmente cercò di correggere le gravi colpe dei suoi predecessori sostenendo la collaborazione dei due massimi poteri del cattolicesimo, la Chiesa e l’Impero. Si avvicinò all’Impero d’oriente per ricostituire la solidarietà della Romanità sempre più divisa. Cercò poi di contenere il potere dei normanni, barbari privi di scrupoli, che si erano attestati ai confini meridionali del Patrimonio di S. Pietro. Ma ben presto subì l’influenza di Ildebrando di Soana, tradì l’ideale imperiale, scomunicò la Chiesa ortodossa provocando lo scisma, si alleò con i normanni e favorì i nuovi nazionalismi dei regni di Francia e Inghilterra in chiave antimperiale. Vittore II (1054-1057), conte di Calw, Dollnstein e Hirschberg, inizialmente intenzionato a porre rimedio ai gravi danni prodotti dal suo predecessore, ben presto fu anch’egli manipolato da Ildebrando di Soana e indotto a proseguire nell’opera antimperiale dei suoi predecessori, appoggiandosi ai normanni, ai Canossa e ad altri feudatari ribelli. Stefano IX (1057-1058), della famiglia Gozzelon dei duchi di Lorena, fu l’ultimo papa a voler ristabilire l’unità del cattolicesimo, del Sacro Romano Impero, a riprendere i contatti con la Chiesa greca e a cacciare i normanni dall’Italia meridionale. Cercò di allontanare Ildebrando di Soana dalla corte papale, ma la sua improvvisa e sospetta morte vanificò la realizzazione del suo progetto. Nicolò II (1058-1061), monaco cluniacense, usò S. Pier Damiani per togliere le antiche prerogative di indipendenza dell’arcivescovo di Milano appoggiandosi alla Pataria. Seguì supinamente i consigli di Ildebrando di Soana, investendo i capi normanni dei feudi italiani, in cambio del loro vassallaggio e del loro supporto militare. Alessandro II (1061-1073), monaco cluniacense, creatura di Ildebrando di Soana, divenne papa nonostante il veto imperiale. Tutta la sua attività fu caratterizzata da un’accanita lotta contro il Sacro Romano Impero. A questo fine, tentò perfino di allearsi con il Basileus bizantino per negare ogni legittimità di successione romana all’Imperatore d’Occidente. Il suo successore fu l’infernale Ildebrando di Soana, “San” Gregorio VII (1073-1085), di cui si è già scritto in queste pagine. Si deve notare che la Chiesa Cattolica continua a considerare papi legittimi tutta questa sequela di farabutti, intervallata solo da due o tre papi corretti, ma presto eliminati.
Si può affermare che la distorsione del mondo moderno in Occidente e nel mondo intero ebbe inizio da lì. Elenchiamo rapidamente gli effetti immediati e mediati delle riforme del cattolicesimo latino:

  1. La Chiesa di Roma si contrappose all’Impero rivendicando la sua supremazia sul potere temporale dell’Occidente. Al contrario dell’ideale sacrale del Sacro Romano Impero che governava la cristianità in nome di Dio, la Chiesa intraprese un’attività di politica profana al fine di affermare il sistema di potere del papa-re.

  2. Mentre l’Impero manteneva una struttura fondamentalmente d’ispirazione iniziatica, ancora collegato all’esoterismo cavalleresco che continuava a trasmettersi nell’ambito del cattolicesimo latino, la Chiesa assumeva sempre di più atteggiamenti mondani e anti iniziatici. Se il Sacro Romano Imperatore continuava a essere iniziato ai misteri della cavalleria, o perfino talvolta si identificava alla funzione esoterica dell’Imperator, i papi sempre più raramente provenivano dai ranghi del monachesimo. Gli unici monaci che fossero divenuti papi provenivano dall’Ordine Benedettino di Cluny, che aveva abbandonato la contemplazione per dedicarsi alla politica attiva. L’Impero si basava su una concezione gerarchica ordinata, molto simile a quella castale dell’India, considerando che la religione e il potere temporale dovevano essere amministrati dai migliori (aristocrazia). Diversamente, la Chiesa del XI secolo favorì la scalata sociale alla sua gerarchia ecclesiastica degli appartenenti alle più basse classi sociali o dei rappresentanti di membri felloni della falsa nobiltà. Con l’andar del tempo la Chiesa romana assunse un atteggiamento sempre più ostile all’esoterismo, che giungerà, come vedremo nella continuazione del nostro excursus, alla più violenta persecuzione.

  3. Forse la più grave conseguenza della riforma del secolo XI fu la secolarizzazione del monachesimo e la progressiva scomparsa dell’iniziazione contemplativa esicasta nel cattolicesimo latino. Quest’ultima sopravvive ancora nella Chiesa ortodossa. C’è anche da ricordare che i normanni, che avevano invaso l’Italia meridionale, scatenarono in quell’area una vera e propria caccia all’esicasta con la benedizione pontificia. Alla deviazione e perdita dell’iniziazione da parte dell’Ordine cluniacense corrispose la degenerazione in senso pauperistico delle rimanenti correnti dell’Ordine benedettino. Come sempre accade, la “ricerca della purezza originaria evangelica”, condusse a risultati spiritualmente scadenti con la sopravvalutazione del moralismo. Così se, per esempio, l’Ordine benedettino cistercense declinò dal suo scopo contemplativo più lentamente rispetto alla rapida deviazione di Cluny, tuttavia non c’è dubbio che esso fu infettato gravemente dalla Pataria eretica e antireligiosa. In questo modo si può notare che i monaci cluniacensi abbandonarono la contemplazione e l’inclinazione iniziatica per mescolarsi alla politica dei potenti, soprattutto dei papi di Roma, del Re di Francia e dei duchi e poi Re normanni. Al contrario i monaci cistercensi lasciarono i loro eremi per predicare al popolaccio contro la ricchezza, il potere e l’oppressione degli aristocratici e dell’alto clero. Anche i cistercensi nel corso di un paio di secoli voltarono le spalle all’iniziazione.

  4. La Chiesa romana secolarizzata assecondò la politica perseguita da Cluny. Dichiarò che il potere temporale dell’Imperatore non era di origine sacrale, ma puramente laico. Ugualmente erano dei semplici laici anche i feudatari che dall’Impero traevano la loro autorità, Re, Principi, Duchi, Conti o Baroni che fossero. Togliendo ogni riconoscimento sacrale, gli inferiori di ogni ordine e grado avevano il diritto di ribellarsi ai loro superiori e infrangere i giuramenti di fedeltà. Così si disconosceva del tutto l’autorevolezza che derivava a nobili, patrizi e cavalieri dall’iniziazione guerriera che era la fonte del loro riconosciuto potere. In un secondo tempo, però, i papi corressero questa impostazione profanante nei confronti dei Re. Essi si resero conto che i Sovrani nazionali come i Re di Francia, d’Inghilterra, di Castiglia, di Leon, d’Ungheria e via dicendo ambivano a rendersi indipendenti dall’Impero universale cattolico. Perciò, pur mantenendo la contestazione sulla sacralità del Sacro Romano Imperatore, riconobbero che i Re, nel loro regno, traevano direttamente il loro potere da Dio. In questo modo i Re nazionali divennero i fedeli vassalli del papa a scopo antimperiale. In seguito, proprio quella Francia, che obbligò i papi alla cattività avignonese, fu proclamata dalla Chiesa romana “Figlia primogenita della Chiesa”, sottraendo tale prerogativa all’Impero. La Francia umiliò anche i “legisti” papali dell’Università di Bologna con i propri legulei della Sorbona per dimostrare la totale autonomia dalla Chiesa, grazie all’”unzione” di Reims che faceva dipendere il Re direttamente da Dio.

  5. Il papato incoraggiò i movimenti pauperistici e vi si appoggiò, facendo leva sulle invidie sociali dei più bassi strati della popolazione cittadina. In maniera particolare usò la Pataria per destabilizzare l’ordine sociale delle città governate dal patriziato d’origine romana e da vescovi che avevano fatto delle città il centro amministrativo della loro diocesi. Le antiche villæ fondiarie dei patrizi, centri di conservazione della tradizione romana, si erano sviluppati in villaggi, con la progressiva aggregazione di artigiani e mercanti, diventando sedi di mercati, di palazzi di giustizia, di forze predisposte alla difesa dall’esterno e all’ordine interno. I villaggi, che si sviluppavano e diventavano nodi importanti lungo l’antica rete stradale romana, erano promossi a città dall’Imperatore o dai Re. In tal caso la città era amministrata da un consiglio patrizio (se composto solamente da patrizi) o consiglio nobile (se vi partecipavano anche rappresentanti dell’aristocrazia feudale residenti in città), prendendo a modello il Senato Romano. Al centro della città era costruita la cattedrale, la chiesa di un vescovo (o arcivescovo o patriarca). Il capitolo vescovile era rappresentato nel consiglio. Ogni vescovo basava sulla cittadinanza dei fedeli la sua autonomia da Roma ed era tradizionalmente eletto dal capitolo con l’approvazione del consiglio e l’acclamazione del popolo. La città, inoltre, rispecchiava l’ordine feudale in forma oligarchica anziché monarchica e, di conseguenza, prestava giuramento di fedeltà al vassallo da cui dipendeva o direttamente all’Imperatore. Scatenando invidie e gelosie negli strati più bassi della popolazione, che propriamente non godevano nemmeno della cittadinanza, la Chiesa si fece responsabile degli atti di violenza “spontanea”. Lo scopo fu quello di togliere alla nobiltà urbana il governo della città eliminando così la fedeltà al Sacro Romano Imperatore, e di indurre a sottomissione i vescovi che ancora non riconoscevano il nuovo ruolo del pontefice come unico sovrano della Chiesa.

  6. Come sempre successe nel corso della storia, il popolaccio fu usato per destabilizzare l’ordine. Ma non essendo in grado di sostituire la classe dirigente aristocratica, la Chiesa incitò il terzo stato dei cittadini, conosciuto come popolo grasso o, da quel momento storico, come borghesia, a prendere il potere nella città. Costoro, rappresentati da commercianti e artigiani, costituivano lo strato benestante della popolazione, con un minimo di esperienza d’amministrazione dei propri beni e guadagni. Le città in cui questo rovesciamento dell’ordine ebbe successo furono denominate “comuni”. Gli esponenti dell’aristocrazia cittadina o abbandonarono la città per i loro castelli e villæ rurali oppure si adattarono a vivere nel “nuovo ordine” per mantenere i palazzi e i beni che possedevano entro le mura. Per rimanere, furono però costretti a iscriversi alle gilde o corporazioni di mestiere della borghesia: mercanti, medici e speziali, produttori di lana, tessitori e tintori. Questo appiattimento sociale comunistico fallì rapidamente, in quanto le corporazioni, che corrispondevano a mestieri più remunerativi (Arti Maggiori), presero subito il sopravvento politico sulle frange più deboli della borghesia (Arti minori). Anche all’interno delle gilde si formò una gerarchia economica e professionale divisa in maestri d’arte, lavoratori e apprendisti. Si formarono anche milizie cittadine composte da mercanti e artigiani, ma di cui i nobili rimasti nel comune presero subito la guida. L’esperimento comunale durò per due o tre secoli, presto riassorbito nell’ordine più vasto dei Principati.

  7. Le tendenze pauperistiche della Pataria, fondamentalmente antireligiose, si mescolarono all’eresia dualista di provenienza balcanica dei Bogomili, noti in Italia settentrionale e in Occitania con il nome di Catari o Albigesi. Come s’è già detto, la corrente cistercense dell’Ordine benedettino, perseguendo il falso ideale di un ritorno della Chiesa cattolica alla povertà evangelica, collaborò invece alla realizzazione del piano eversivo del sistema feudale. Molti cistercensi abbandonarono i loro eremi e cenobi per accorrere nelle città e nei comuni per svolgere un’azione “sociale” in favore dei “poveri”, tradendo così completamente la regola di S. Benedetto e gli ideali di isolamento e contemplazione. È su questa traccia che più avanti furono fondati gli ordini dei Frati Minori o Francescani e dei Frati Predicatori o Domenicani. A lungo in odore di eresia, questi ordini segnarono la fine del monachesimo latino.

  8. Le attività “sociali” degli ordini mendicanti non si limitarono all’assistenza alimentare, sanitaria ed economica dei poveri, ma i frati dettero grande importanza all’educazione del popolino. I conventi dapprima diventarono scuole per ragazzi al fine di avviarli a trovare un lavoro presso le diverse gilde comunali. Alla fine, però, francescani e, soprattutto, domenicani fondarono le Università presso le cattedrali o i conventi, al fine di formare una classe dirigente prevalentemente ecclesiastica e borghese. All’inizio vi furono insegnate solamente le discipline del Diritto canonico e del Diritto romano (utrumque jus), ma ben presto le facoltà si moltiplicarono aprendosi alle discipline più profane e scientifiche. Lo scisma dalla cristianità ortodossa bizantina spinse la teologia cattolica insegnata nelle Università ad abbandonare la patristica e a creare una filosofia scolastica appoggiata alla logica aristotelica. La scolastica, con il passare del tempo, divenne sempre più razionalistica, con l’apporto della filosofia araba di Avicenna e Averroè, fino a uscire dai limiti consentiti dalla fede. Con Abelardo, Duns Scoto e Occam, l’aristotelismo scolastico si tradusse alla fine in un semplice nominalismo e naturalismo. Gli ordini pauperistici e mendicanti contribuirono così pesantemente alla creazione di una cultura laica e, in definitiva, antireligiosa.

  9. Per la verità, gli ordini mendicanti, nonostante il pauperismo, erano l’espressione del terzo stato, di quella borghesia a cui appartenevano sia S. Domenico de Guzman sia S. Francesco d’Assisi. La trasformazione delle città in comuni comportò un totale rivolgimento della visione del mondo in un’ottica mercantile ed economica. Essa perdura ancor oggi e ha invaso come una pestilenza l’intero globo terracqueo. Fu cancellato il concetto di possesso in favore dell’idea di proprietà. Il possesso era la concezione feudale, per cui tutti i beni erano di unica appartenenza della Divinità. La Divinità concedeva transitoriamente all’Imperatore (sskrt. samrāṭ), suo rappresentante terreno, il possesso dell’universo. Il Sovrano poi concedeva temporaneamente a seconda dei meriti e delle esigenze, parti grandi o piccole del suo dominio ai sudditi, al fine di amministrarle, migliorarle, ingrandirle, a maggior gloria di Dio. La proprietà, al contrario, proclama l’appartenenza totale del bene al singolo individuo. Quest’ultima concezione fu adottata, praticata e diffusa proprio dagli ordini mendicanti. La teoria e la pratica del libero mercato, infatti, sono germogliate, ben prima di Adam Smith, nel mondo cattolico e non in quello protestante. I filosofi scolastici furono ben attenti all’economia comunale, anticipando alcune acquisizioni teoriche fondamentali come la concezione soggettiva del valore. I domenicani Alberto Magno (1193-1280) e il suo grande allievo San Tommaso d’Aquino (1225-1274), come anche gli scolastici successivi, pensavano che il giusto prezzo di un bene non dipendesse da qualche sua qualità intrinseca, ma fosse quello determinato dalla communis opinio o dalla communis æstimatio, cioè dalla richiesta del mercato. Inoltre il francescano provenzale Pietro Giovanni Olivi (1248-1298) fu il vero scopritore della teoria della soggettività del valore-prezzo; e l’altro francescano, San Bernardino di Siena (1380-1444), oltre a fornire una magistrale analisi delle virtù e della funzione dell’imprenditore, alle soglie del Rinascimento riportò in auge la teoria del valore soggettivo sviluppata da Olivi.

  10. Lo sconvolgimento religioso, politico e sociale iniziato nel XI secolo, assieme alla scomparsa dell’iniziazione nel monachesimo latino, non poteva esimersi dall’influenzare l’arte. In contrapposizione con il romanico, che aveva le sue radici nell’arte sacra imperiale romana e bizantina, si impose un nuovo stile, il gotico, il cui ideologo fu l’Abate Suger de Saint-Denis. La sua concezione dell’edificio sacro prevedeva che il Dio trascendente illuminasse dall’esterno la parte interiore della chiesa attraverso grandi vetrate. La luce, rappresentazione simbolica dell’amore divino, penetrava nel chiuso illuminando le tenebre del cuore umano. Grande oppositore di Suger fu San Bernardo, il quale gli contestò l’idea che Iddio non fosse presente anche all’interno. Anzi, la chiesa tenebrosa rappresentava il cuore dell’uomo, in cui Dio è sempre lì nella sua presenza reale sotto forma eucaristica. La chiesa secondo San Bernardo è, dunque, un hortus conclusus, rappresentazione sia dell’intero universo sia del corpo dell’uomo, al cui centro è collocato l’onnipervadente Divinità. L’affermazione per cui Dio sarebbe solamente esteriore all’individuo umano comporta una concezione dualistica inconciliabile con la deificazione (theósis). Un monaco occidentale, ancora praticante la contemplazione iniziatica, qual era San Bernardo, denunciava in questo modo l’abbandono di un punto di vista metafisico. Inoltre egli lamentava la perdita dell’essenzialità delle forme del romanico, adatte a indurre alla meditazione, e l’adozione di forme complesse, meravigliose e ricche d’ornato del gotico, fonte di distrazione. Le cose però stavano precipitando: nonostante l’opposizione del grande abate di Clairvaux, il gotico si affermò, sull’onda dell’imborghesimento della Chiesa cattolica. Per costruire le cattedrali gotiche all’interno delle mura comunali, vennero chiamate le corporazioni dei muratori che, fino ad allora, avevano costruito solo castelli e palazzi, in armonia con la loro appartenenza all’Ars Regia. Le abazie, i monasteri e le basiliche romaniche, invece, erano state opera degli stessi monaci, essendo l’edificazione di luoghi sacri pertinenza dell’Ars Sacerdotalis. L’adozione di un complesso simbolismo ermetico nelle nuove cattedrali risultava inusitato. Esso fu considerato appartenere a una visione troppo naturalistico della tradizione, e perciò fu censurato da San Bernardo e dai suoi discepoli. Essi giudicarono che tale simbolismo proveniva dal dominio delle scienze intermediarie e magiche (goetia) e non dalla teologia; per questa ragione quell’arte fu definita gotica.

  11. Lo scisma della chiesa cattolica da quella ortodossa provocò un ulteriore allontanamento e una nuova ostilità nei confronti dell’Impero bizantino. Le stesse crociate, con il passaggio di numerosi eserciti “franchi” attraverso i domini dell’Impero d’Oriente, impoverirono e indebolirono Bisanzio. La quarta crociata, poi, fu una vera pugnalata alle spalle rivolta alla cristianità orientale. La conquista latina, soprattutto veneziana, di Costantinopoli costituì un colpo dal quale la potenza bizantina non poté mai più essere ripristinata. Dopo il fallimento delle diverse crociate, quando l’Europa cattolica abbandonò ai suoi destini il vicino Oriente, l’Impero bizantino fu praticamente offerto su un piatto d’oro all’invasione e alla conquista islamica. Questa deve essere considerata come una delle più oscure pagine della storia della cristianità. Le crociate, tuttavia, ebbero un risvolto positivo: esse rappresentarono un incentivo per la rinascita dell’ideale cavalleresco e imperiale. Ma su ciò ritorneremo in seguito.

Come si può dedurre dalle ultime righe, nonostante la devastazione dell’Impero prodotta dalla riforma ecclesiale dell’XI secolo, l’ideale imperiale e cavalleresco aveva ancora diverse carte da giocare. Ancora per tre secoli gli iniziati alle vie guerriere del mondo latino seppero emergere in forma sorprendente, parando i ripetuti colpi che la Santa Sede continuò a infliggere.

Petrus Simonet de Maisonneuve

38. Deleterious results of the Church’s secularization

Deleterious results of the Church’s secularization

The serious disturbances of the Imperial Ecumene caused by the reckless reforms of Catholicism promoted by the popes of the 11th century caused unpredictable consequences.
These are the protagonists of such ruin: the popes of the early 11th century were largely puppets or exponents of the Counts of Tusculum family. Of plebeian origins, they intermarried with the rival Roman patrician family of the Crescencii, becoming increasingly influential in Rome. They became the schemers behind the papal election and the dismissal of the imperial popes. Sergius IV, born Boccadiporco (i.e. Pig Snout!) (1009-1012), son of a cobbler, was the first of the long list of popes imposed by the Tusculum; Benedict VIII, Count of Tusculum (1012-1024), was the first reformer of the Church in a secular sense; John XIX (1024-1032), Count of Tusculum, passed into history for his concession of religious favours in exchange for money (sin of simony) in benefit of his own family; Benedict IX, Count of Tusculum, was pope three times (1033-1044; 1045; 1047-1048). He bought and sold the papal throne, until he was deposed. Saint Peter Damian said of him: “wallowing in immorality, a devil from Hell disguised as a priest, […] an apostle of the Antichrist, arrow from the quiver of Satan, rod of Asur, son of Belial, stench of the world, shame of humanity.” Sylvester III (1045), of the patrician Crescencii family, reigned only three months; Gregory IV (1045-1046), uncle of Benedict IX, bought the papal throne from his nephew for 2000 liras. After collecting, Benedict requested back the papal charge. Gregory was a pious and naive man who called at his side the diabolical Hildebrand of Sovana, beginning in this way his climb to the papal throne; Clement II (1046-1047), Lord of Morsleben and Hornburg, was elected pope to rescue Rome from the evil influence of the Counts of Tusculum. Faithful to the imperial ideal, he was poisoned by order of Benedict IX. He was succeeded by Damasus II (1047-1048), of the de’Curagnoni family of Brixen, a pro-Imperial pope, who was probably poisoned by Hildebrand of Sovana by order of Benedict IX. Leo IX (1049-1054), Count of Egisheim-Dagsburg, was elected with the Imperial support. Initially he tried to correct the grave faults of his predecessors: he promoted the collaboration of the two greatest powers of Catholicism, the Church and the Empire. He approached the Eastern Empire to reconstitute the increasingly divided solidarity of Romanity. He tried to contain the rising of the Normans, unscrupulous barbarians who had settled on the southern borders of the Patrimony of Saint Peter. However, he soon suffered the influence of Hildebrand of Sovana, betraying the Imperial ideal, excommunicating the Orthodox Church causing the schism, allying himself with the Normans and favouring the new nationalisms of the kingdoms of France and England against the Empire. Victor II (1054-1057), Count of Calw, Dollnstein and Hirschberg, initially committed to remedy the serious damage caused by his predecessor, soon fell under the manipulative sway of  Hildebrand of Sovana who induced him to continue in the anti-Imperial programme of his predecessors, leaning on the Normans, on the Canossa and on other rebel feudatories. Stephen IX (1057-1058), of the House of Gozzelon, dukes of Lorraine, was the last pope who tried to re-establish the unity of Catholicism and the Holy Roman Empire, to resume the relations with the Greek Church and to expel the Normans from southern Italy. He tried to remove Hildebrand of Sovana from the papal court, but his sudden and suspicious death thwarted the realization of his project. Nicholas II (1058-1061), a Cluniac monk, used Saint Peter Damian to remove the ancient prerogatives of independence from the archbishop of Milan by leaning on the Pataria. He supinely followed the advice of Hildebrand of Sovana, investing the Norman chiefs of the Italian fiefdoms in exchange for their vassalage and military support. Alexander II (1061-1073), also a Cluniac monk and a creature of Hildebrand of Sovana, became pope despite the Imperial veto. All his activity was characterized by a fierce struggle against the Holy Roman Empire. To this aim, he even tried to ally himself with the Byzantine basileus to deny any legitimacy of Roman succession to the Western Emperor. His successor was the infernal Hildebrand of Sovana, “Saint” Gregory VII (1073-1085); who has already been presented in these pages. It should be noted that the Catholic Church continues to consider such series of scoundrels as legitimate popes, punctuated only by two or three respectable personalities who, however, were soon eliminated.
It can be said that the distortion of the modern world in the West began there and spread worldwide. We would like to concisely list the immediate and mediated effects of the Latin Catholicism reforms:

  1. The Roman Church opposed the Empire by claiming its supremacy over the temporal power of the West. Contrary to the sacral ideal of the Holy Roman Empire which was ruling Christianity in the name of God, the Church undertook a profane political activity in order to affirm the system of power of the Pope-King.

  2. While the Empire maintained a fundamentally initiatory structure, still connected to the esoteric knightly ways that continued to be transmitted in the ambit of Latin Catholicism, the Church took on an increasingly worldly and anti-initiatory orientation. If the Holy Roman Emperor continued to be initiated into the mysteries of chivalry, sometimes even identifying himself with the esoteric function of the Imperator, the popes came less and less from the ranks of monasticism. The only monks who had become popes proceeded from the reformed Benedictine Order of Cluny, which had already abandoned contemplation to devote itself to active politics. The Empire was based on an orderly hierarchical conception, very similar to the Indian caste system, according to which both religion and temporal power had to be administered by the optimates (aristocrats). On the contrary, the Church of the XI century favoured the social ascent within its ecclesiastical hierarchy of the lower social classes or of the felon members of the false nobility. With the passage of time, the Roman Church assumed an increasingly hostile attitude towards esotericism, which will degenerate, as we shall see in the continuation of our excursus, in the most violent persecution.

  3. Perhaps the most serious consequence of the 11th century’s reforms has been the secularization of monasticism and the progressive disappearance of the contemplative Hesychast initiation from the Latin Catholicism. As we already wrote, it still survives in the Orthodox Church. It should also be remembered that the Normans, who had invaded Southern Italy, carried out in that area a real hunt of the Hesychast with the pontifical blessing. To the deviation and loss of initiation in the Cluniac Order corresponded the degeneration of the ideal of poverty in the remaining currents of the Benedictine Order. As always happens, the “search for the original evangelical purity” has only led to spiritually poor results with the overestimation of moralism. Thus if, for example, the reformed Cistercian Benedictine Order declined from its contemplative purpose more slowly than the rapid deviation of Cluny, there is, however, no doubt that the latter was seriously infected by the heretic and anti-religious movement of the Pataria. Therefore, it can be noted that the Cluniac monks abandoned contemplation and the initiatory inclination to mingle with the politics of the mighty, especially with the popes of Rome, the King of France and the Norman dukes, later Kings. On the contrary, the Cistercian monks left their hermitages to preach to the populace against the wealth, power of the oppressive aristocrats and the high clergy. Thus, even the Cistercians in the course of a couple of centuries eventually turned their backs on initiation. Once this was abandoned, the monks subordinated themselves to the popes and bishops, losing their true raison d’être and becoming instrumental to the social activities of the secular clergy.

  4. The secularized Roman Church supported the policy pursued by the monastery of Cluny. It declared that the temporal power of the Emperor was not of sacred origin, but purely secular. In this way, all feudal lords who had obtained their authority from the Empire, Kings, Princes, Dukes, Counts or Barons, were also simple lay people. Be removing any sacred acknowledgment, the subordinates of every order and degree were empowered to rebel against their superiors and break their oaths of loyalty. Thus, the authoritativeness of nobles, patricians and knights resulting from the warrior initiation which was the source of their acknowledged power, was completely disregarded. Later on, however, the popes corrected their plan of secularization of the function of the Kings. They realized that the national Sovereigns like the Kings of France, of England, of Castile, of Leon, of Hungary and so on, sought to make themselves independent from the universal Catholic Empire. Thus, while maintaining the dispute over the sacredness of the Holy Roman Emperor, they recognized that a King, in his own Kingdom, draws his power directly from God. In this way, the national Kings became the faithful vassals of the popes for anti-Imperial purposes. Later the Roman Church proclaimed France “the Church’s firstborn daughter”, subtracting this prerogative from the Empire. This was the same France that later would have forced the popes to the Avignon captivity and that would have humiliated the papal “legists” of Bologna with their lawyers from the Sorbonne to demonstrate its total autonomy from the Church in virtue of  the “anointing” of Reims that made the King depend directly on God only.

  5. The papacy supported and encouraged paupers’ movements, relying on the social envy of the lowest strata of the urban population. Particularly, it used the Pataria to destabilize the social order of the cities governed by the patriciate of Roman origin and by the bishops who had made the cities the administrative centres of their dioceses. The ancient rural patrician villæ, preserving centres of the Roman tradition, had developed in villages with the progressive aggregation of artisans and merchants, becoming venues of markets, palaces of justice and militias to protect from external foes and to maintain the internal order. The villages that developed and became important nodes along the ancient Roman road network were promoted to cities by Imperial decree or by the great feudal lords. Based on the model of the Roman Senate, the city was administered by a patrician council (if made only of patricians) or a noble council (if the representatives of the feudal aristocracy residing in the city also participated). In the centre of the city were built the Palace of the Lords and the cathedral, that is the church of a bishop (or archbishop or patriarch). The episcopal chapter was represented in the council. Each bishop based his autonomy from Rome on their faithful citizens and was traditionally elected by the chapter with the approval of the council, the acclamation of the people and the Imperial placet. The city also reflected the feudal order in an oligarchic rather than a monarchical form and, as a result, it swore allegiance to the vassal on whom it depended or directly to the Emperor. By unleashing envy and jealousy in the lower strata of the population, which befittingly did not enjoy citizenship rights, the Church became responsible for acts of “spontaneous” violence. The aim was to remove the rule of the city from the urban nobility, thus to eliminate its loyalty to the Holy Roman Emperor, and to lead to submission the bishops who still did not recognize the new role of the pontiff as the sole ruler of the Church.

  6. As always happened throughout history, the populace was used to destabilize the order. But failing to replace the aristocratic ruling class, the Church incited the third state of the citizens, known from that historical moment on as bourgeoisie, to take power in the city. Composed of traders and artisans, they represented the wealthy layer of the population, with a basic experience in the administration of their goods and earnings. The cities in which this overturning of the order was successfully actualized were called “communes”. The exponents of the urban aristocracy had no choice but to abandon the cities for their rural castles and villæ or to adapt to live in the “new order” in order to keep their palaces and possessions within the walls. In exchange, however, they were forced to join the guilds or crafts of the bourgeoisie, becoming merchants, doctors and apothecaries, wool producers, weavers and dyers. This communistic social flattening was, however, destined to a rapid failure as the corporations that corresponded to the most profitable professions (Major Arts) immediately took the political upper hand over the weaker fringes of the bourgeoisie (Minor Arts). An economic and professional hierarchy soon appeared within the guilds, dividing their members into masters of art, workers and apprentices. City militias made up of merchants and artisans were also formed. However, the nobles who remained in the towns immediately took the leadership. The municipal experiment lasted for two or three centuries, soon reabsorbed in the larger order of the Princedoms. The city returned to be governed by the noble council; however, the subversive experience of the communes had left an indelible imprint in the mentality of the third state, the bourgeoisie.

  7. The pauper’ tendencies of the Pataria, fundamentally anti-religious, blended with the dualist Balkan heresy of the Bogomils, known in Northern Italy and in Occitanie with the name of Cathars or Albigensians. As we have already said, the Cistercian current of the Benedictine Order, pursuing the false ideal of a return of the Catholic Church to a presumed evangelical poverty, was instead instrumental to the realization of the subversive plan against the feudal system. Many Cistercians abandoned their hermitages and monasteries to rush to the cities and communes to carry out a “social” action in favour of the poor people, thus completely betraying the rule of Saint Benedict and the ideals of isolation and contemplation. It is following their footsteps that later the orders of the Friars Minor, the Franciscans, and of the Friars Preachers, the Dominicans, were founded. Long in suspicion of heresy, these orders marked the end of Latin monasticism.

  8. The “social” activism of the mendicant orders was not limited to providing food, health and economic assistance to the poor. The friars gave great importance to the education of the populace. The convents first became schools for children in order to help them find employment in the different municipal guilds. However, the Franciscans and, above all, the Dominicans eventually founded the universities, initially in cathedrals and convents, in order to form a predominantly ecclesiastical and bourgeois ruling class inspired by their anti-feudal ideology. In the beginning, only the disciplines of canon law and Roman law (utrumque jus) were taught, but soon the faculties multiplied, opening up to the most profane and scientific disciplines. The schism from Byzantine Orthodox Christianity prompted the Catholic theology taught in universities to abandon the Patristics and to create a Scholastic philosophy supported by Aristotelian logic. With the passage of time, Scholasticism became increasingly rationalistic, also with the contribution of the Arab philosophy of Avicenna and Averroes, to the point of exiting its accepted dogmatic limits. With Abelard, Duns Scotus and Occam, scholastic Aristotelianism eventually translated into nominalism or naturalism. In such a grave way have the paupers and mendicant orders contributed to the creation of a secular and, ultimately, anti-religious culture.

  9. Indeed, the mendicant orders, despite their pauperism, were the expression of the third state, of the bourgeoisie to which both Saint Dominic de Guzman and Saint Francis of Assisi belonged. The transformation of the cities into communes led to a complete revolution of the world view in a mercantile and economic perspective. It continues today and has invaded the entire terraqueous globe like a pestilence. The concept of possession has been replaced with that of property. Possession was the feudal conception, whereby all the goods belonged only to the Divinity. The Divinity temporarily conferred on the Emperor (sskrt. Samrāṭ), his earthly representative, the possession of the universe. Similarly, the Sovereign then temporarily granted, based on merits and needs, large or small parts of his dominion to his subjects, in order to administer them, improve them and grow them to the greater glory of God. Property, on the other hand, proclaims the complete belonging of the good to the individual. This last conception was adopted, practiced and spread by the mendicant orders. The theory and the practice of the free market in fact sprouted, well before Adam Smith, in the Catholic world and not in the Protestant one. Scholastic philosophers were attentive to the communal economy, anticipating some fundamental theoretical acquisitions such as the subjective conception of value. The Dominicans Albertus Magnus (1193-1280) and his great pupil Saint Thomas Aquinas (1225-1274), as well as the later Scholastics, thought that the right price of a good did not depend on some intrinsic quality, but was that determined by the communis opinio or communis æstimatio, that is by the market request. Likewise, the Provencal Franciscan Pietro Giovanni Olivi (1248-1298) was the first true proponent of the theory of the subjectivity of the value-based price. On the threshold of the Renaissance, Saint Bernardine of Siena (1380-1444), another Franciscan, in addition to providing a masterful analysis of the virtues and function of the entrepreneur, brought to the fore once again the theory of subjective value developed by Olivi.

  10. The religious, political and social upheaval that began in the 11th century, together with the disappearance of initiation in Latin monasticism, could not fail to influence art. In contrast with the Romanesque, which had its roots in the sacred Roman and Byzantine imperial art, a new style was imposed, the Gothic. The ideologist of the new style was the Abbot Suger of Saint-Denis. His conception of the sacred building implies that the transcendent God illuminates from the outside the interior part of the church through large windows. Light, a symbolic representation of divine love, penetrates the interior illuminating the darkness of the human heart. Great opponent of Suger was Saint Bernard, who challenged him with the idea that God is actually already present even inside. Indeed, the tenebrous church represent the heart of man in which God is always there in his real presence in the Eucharistic form. Therefore, according to Saint Bernard, the church is a hortus conclusus, a representation of both the entire universe and the body of man, at whose centre is located the all-pervading Divinity. The concept that God would only be external to the human individual entails a dualistic idea that is incompatible with the deification (theosis). Thus, a western monk who was still practicing the initiatory contemplation, as was Saint Bernard, denounced the loss of a metaphysical point of view. He also lamented the default of the essentiality of the Romanesque forms, suitable for inducing meditation, denouncing the adoption of complex and wonderful shapes and rich ornaments, typical of the Gothic style, as a source of distraction. But things were falling. Despite the opposition of the great abbot of Clairvaux, the Gothic became established in the wave of the embourgeoisement of the Catholic Church. To build Gothic cathedrals within the communal walls, the mason guilds were called. Until then, the masons had been employed only in the construction of castles and palaces, in harmony with their belonging to the Ars Regia. Previously, the Romanesque abbeys, monasteries and basilicas had been built by the monks themselves, as the building of places of worship was a prerogative of the Ars Sacerdotalis. Earlier to that, the adoption of a complex hermetic symbolism in the construction of new cathedrals was unusual. It was considered belonging to a too naturalistic perspective of the tradition, and therefore was censored by Saint Bernard and his disciples. They concluded that this symbolism came from the domain of intermediary and magical sciences (goetia) and not from theology. For this reason, that art was called Gothic.

  11. The schism of the Catholic Church from the Orthodox one provoked a further distancing and a renovated hostility towards the Byzantine Empire. The crusades, with the passage of numerous “Frankish” armies through the domains of the Eastern Empire, impoverished and weakened Byzantium. The fourth crusade was a real stab in the back of Eastern Christianity. The Latin conquest of Constantinople, carried out above all by Venice, constituted a blow from which the Byzantine power could never be restored. After the failure of the various crusades, when the Catholic Europe abandoned the Near East to its fate, the Byzantine Empire was practically offered on a silver platter to the Islamic invasion and conquest. This must be considered as one of the most obscure pages in the history of Christianity. The crusades, however, had a positive aspect, as they represented an incentive for the rebirth of the chivalrous and imperial ideal. We will return to this subject further on.

As one can infer from the last lines, despite the devastation of the Empire produced by the 11th century ecclesial reform, the Imperial and chivalrous ideal still had several cards to play. For three centuries the initiates in the warrior ways of the Latin world were still able to emerge with surprising tenacity, parrying the repeated blows that the Holy See continued to inflict.

Petrus Simonet de Maisonneuve