February 18, 2019

35. L'apogeo dell'Impero e la riforma del cattolicesimo

L’apogeo dell’Impero e la riforma del cattolicesimo

La deposizione nell’anno 887 di Carlo III il Grosso, gravemente invalido, rappresenta la conclusione della dinastia carolingia. L’Impero entrò in una fase di stallo a causa della vacanza imperiale. Gli storici in generale, abituati a vedere con gioia “rivoluzioni” ovunque, considerano questa una svolta storica dalla quale l’Impero sarebbe uscito radicalmente cambiato. Nulla di più falso. Durante quei sette decenni il sistema feudale si consolidò secondo le linee che erano state stabilite fin dall’epoca di Carlo Magno. Gran parte dei feudi divennero ereditari, stabilendo i loro legami di fedeltà e di beneficio con i Re e i duchi che, in assenza dell’Imperatore, lo rappresentavano. Il medesimo regime si strutturò anche tra i feudi dei valvassori e dei valvassini. Quello che bisogna comprendere con chiarezza è che la lealtà giurata era reciproca. Se il signore superiore di grado non rispettava il contratto del beneficio demandato al suo vassallo, questi aveva tutti i diritti di protestare davanti alla Dieta di Aquisgrana; al limite, poteva, a buon diritto, prendere le armi contro il suo signore per far valere le sue ragioni. Gli storici contemporanei confondono questo diritto con la ribellione, nell’incapacità di capire, ormai, il senso dell’onore, della fedeltà e della lealtà dell’uomo medievale.
Altri feudi erano concessi a vescovi o ad abati mitrati. In questo caso, ovviamente, l’ereditarietà era esclusa. La concessione proveniva dai Grandi dell’Impero, che faceva così coincidere la diocesi con il feudo. In generale il feudo ecclesiastico era usato per separare i possessi di dinastie nobiliari in storica competizione tra loro, con il risultato di mantenere la Pax Imperii. Come si è scritto nel capitolo precedente, il sistema tenne e mal ne incolse ai pochi avventurieri che si sforzarono di rovesciare l’ordine carolingio, cercando di estendere indebitamente i loro possessi o di impadronirsi indegnamente di titoli reali o, addirittura, quello imperiale. In questo periodo, tuttavia, il regno della Franconia occidentale o Francia, pur essendo ridotto a una piccola area intorno a Parigi, schiacciata tra i ducati di Normandia, Borgogna, Aquitania e le contee delle Fiandre e d’Anjou, e pur essendo retta da un ramo carolingio, cominciò la sua politica di distacco dall’Impero. Fu l’unico caso di ribellione embrionale che riscosse un certo successo nel corso dei secoli successivi. Come si vedrà nel seguito della nostra panoramica, il regno di Francia svolse sempre una funzione dissolvente dell’ecumene cristiano-medievale. La Franconia orientale era formata da quattro grandi ducati. Nel periodo di vacanza imperiale, i quattro duchi furono eletti a rotazione Re di Germania. Nel 955 Ottone di Sassonia, esponente di una dinastia imparentata con i carolingi, ottenne una vittoria definitiva contro gli ungari. Sconfitti, gli ungari si stabilirono nell’attuale Ungheria e divennero vassalli del Sacro Romano Impero. La fine della minaccia sul fronte orientale fu un grande successo di Ottone di Sassonia, che nel 962 fu acclamato e unto Sacro Romano Imperatore. Con la dinastia di Sassonia l’Impero raggiunse il massimo di stabilità politica ed economica. Tuttavia, la grandezza di Ottone I Imperatore fu quella di continuare il consolidamento dell’Impero nei suoi princìpi spirituali. Il Sacro Romano Impero ottoniano riuscì a sintetizzare una concezione universale e sacrale del Regnum, assumendo i simboli, le dottrine e i rituali dell’antico Impero Romano e del contemporaneo Impero bizantino. Ottone, sceso in Italia, fece pulizia tra i litigiosi feudatari, soprattutto tra quelli di origine longobarda, che avevano devastato l’Italia centro settentrionale nei decenni precedenti. Nell’Italia meridionale ridusse alla ragione i ducati longobardi che sopravvivevano e rispettò le enclaves bizantine. In Francia riuscì a riconquistare la lealtà del Regno di Borgogna, ma fallì nel ricondurre il Regno di Francia all’ecumene imperiale. Invece il ducato di Normandia continuò a sfuggire ai suoi legami di vassallaggio.
Gli interventi in Italia non potevano prescindere dai rapporti con il papato. Approfittando delle lotte intestine tra grandi feudatari che avevano turbato la situazione italiana nel periodo di vacanza imperiale, la famiglia, d’origini oscure, dei conti di Tuscolo spadroneggiò a Roma e nominò illegalmente ben cinque papi di loro gradimento. Ottone il Grande scese a Roma, fece ordine nell’Urbe, spodestò il papa irregolare e, alla fine, nel 974 fece eleggere regolarmente Benedetto VII. Assieme a questo nuovo papa Ottone riprese con energia l’opera di purificazione del cattolicesimo, già iniziata da S. Bonifacio e da Carlo Magno. L’imperatore riconobbe i feudi pontifici (anche quelli di cui i papi si erano impadroniti con la frode), ma comunque come vassallaggio dell’Impero: rinnovò la validità del suo diritto di conferma all’elezione papale sancito dalla Constitutio Romana di Ludovico il Pio. Infine, promulgò il Privilegium Othonis, il quale ratificava che l’Imperatore era il garante della correttezza dottrinale, liturgica e pastorale del cattolicesimo, con sacro potere di correzione dei pontefici trasgressori. Gli successero il figlio Ottone II, morto prematuramente, e il nipote Ottone III. Quest’ultimo si prodigò nei cinque anni del suo regno (996-1001) a rendere l’ideale dell’Impero universale sempre più carismatico e venerato in tutta la cristianità, mantenendo il papato strettamente sotto controllo e impegnandosi nella riforma della Chiesa. La dinastia degli “Ottoni” aperse dunque un periodo di splendore che continuò anche con la dinastia seguente, pur portando invisibili germi della sua rovina. Fu proprio la provvidenziale riforma del cattolicesimo a far emergere le pretese di rivalsa dei papi.
L’ordine ottoniano imposto all’Impero mise in evidenza l’inadeguatezza del clero secolare e dello stesso papato. Soprattutto nel periodo dell’interregno imperiale, preti e papi risprofondarono nella stessa ignoranza e abiezione comportamentale che si erano già affermate nella Chiesa latina prima dell’intervento dei monaci culdei. Sotto la dinastia di Sassonia l’alto clero italiano, borgognone e tedesco, godendo dei benefici feudali, era ormai espressione dell’aristocrazia, perciò possedeva un livello di preparazione religiosa più elevato. Abati, Vescovi e Imperatore si resero conto della tragica situazione romana e, nel progetto dell’universalizzazione dell’Impero, inclusero anche quello della purificazione della Chiesa. La strategia scelta fu quella di incaricare il monachesimo di riformare la Chiesa latina: e, quando si parla di monachesimo, s’intende quello benedettino, che aveva monopolizzato lo stile della vita anacoretica cattolica. Per essere in grado di operare tale correzione ecclesiastica, i monaci iniziarono a diventare preti. Ciò facilitò il loro compito, ma distorse alquanto i fini contemplativi previsti dalla Regola originale. Questo avvenne principalmente nel monastero di Cluny che fu fondato dal duca Guglielmo I d’Aquitania. Il duca sostenne tutte le spese di costruzione e installò come abate Bernone, a patto che, assieme ai suoi monaci, facesse atto di sottomissione al papa. Era la prima volta che un monastero rinunciava alla propria autocefalia, accettando la dipendenza diretta da Roma. I monaci, ormai quasi tutti preti, divennero difensori della più rigorosa liturgia, insegnando con pazienza e metodo il preciso modo di compiere i riti sacramentali. La loro purezza di comportamento li faceva apparire degli angeli tra il clero diventandone modelli da imitare. Essi impressero un nuovo significato alla castità, convincendo il clero esteriore a farsi mediatore tra i fedeli e Dio, e ad agire di conseguenza. Il risultato di questa rettificazione apparve quasi una monacazione del clero: fu certamente un successo. Tuttavia, questo comportò una clericalizzazione dei monaci cluniacensi, con un palese declino della tensione spirituale e della trasmissione iniziatica. Non tutti i monaci benedettini, ancora influenzati dal sapere culdeo, seguirono l’esempio di Cluny. In Italia, soprattutto, essi reagirono rinnovando gli ideali ascetici ed eremitici dell’antico monachesimo del deserto, della tebaide e del Monte Athos. San Romualdo (al secolo Romualdo duca degli Onesti), discepolo di Marino, monaco veneziano di rito bizantino, fondò l’eremo di Pereo, nei pressi di Ravenna, proprio in quella che era stata la capitale dei domini bizantini in Italia. In seguito, fondò vari piccoli cenobi ed eremi in Italia centrale, tra cui il più famoso rimane quello di Camaldoli dei primi anni del 1000. Questa esperienza, molto vicina all’esoterismo esicasta, nel corso del secolo XI diede origine ai monasteri di Cîteaux, in Borgogna, e, tra gli altri, all’eremo calabrese di Santa Maria, tutti fondati da San Brunone di Calabria. Quest’ultimo passò anni nella grotta dove, a suo tempo, si era ritirato Cassiodoro e dove aveva fatto costruire l’eremo Vivarium. Quasi a voler segnare una continuità di trasmissione da Pitagora, attraverso Cassiodoro, Brunone assunse il metodo iniziatico esicasta, probabilmente appreso da qualche anacoreta bizantino ancora presente nel “deserto verticale” di Copanello, in Calabria. Camaldolesi e cistercensi presero le distanze dai cluniacensi, considerando che l’opera di moralizzazione della Chiesa aveva intaccato l’aspetto ascetico della loro regola. Infatti, i cluniacensi trattavano alla pari con feudatari, Re, Imperatori, vescovi e papi. Ben presto Cluny divenne il monastero più ricco d’Europa per le donazioni e i benefici feudali che raccoglieva. Gli altri benedettini, invece, sottolineavano l’importanza della rinuncia ai beni mondani per guarire la Chiesa. L’influenza congiunta delle due tendenze benedettine, sotto la guida degli Imperatori della dinastia di Sassonia e di quella successiva di Franconia, ebbe un effetto superiore alle aspettative. Così, gli Imperatori rafforzarono le basi dell’ideale imperiale, tenendo strettamente sotto controllo l’elezione dei papi. In questo modo riuscirono anche a restaurare la Chiesa senza rendersi conto che quest’ultima, nuovamente autorevole, si sarebbe rivoltata conto di loro. Nubi di burrasca si addensavano all’orizzonte del secolo XI.

Petrus Simonet de Maisonneuve