December 23, 2018

33. Il Feudalesimo e la Cavalleria

Il Feudalesimo e la Cavalleria

Carlo Magno (742-814) iniziò a strutturare l’Impero sulla base dell’organizzazione iniziatica militare romana, compito che fu portato a termine dall’Imperatore Enrico II il Santo, della dinastia di Sassonia (978-1024). La società fu divisa in quattro classi sociali: i sacerdoti, i nobili, gli uomini liberi e i servi. I monaci non erano compresi nel clero, essendo considerati al di fuori e al di sopra delle divisioni della società cristiano-latina.
I preti, dopo l’opera di correzione del clero intrapresa prima dai monaci culdei, poi da San Bonifacio e infine da Carlo Magno, potevano sposarsi, ma erano puniti severamente in caso di concubinato con una o più donne. In quei due ultimi secoli del primo millennio, grazie alla progressiva instaurazione del principio d’ereditarietà, spesso diventavano preti i figli maschi dei preti stessi: si stava profilando così la costituzione di una vera e propria casta sacerdotale. Le gerarchie superiori, vescovi, arcivescovi e patriarchi erano prevalentemente assegnate a ecclesiastici non sposati, senza che questo rappresentasse un impedimento codificato. La ragione di questa scelta consisteva nel fatto che i vescovi erano gli eredi degli apostoli e quindi soltanto essi esercitavano appieno il ministero sacerdotale. Infatti solo i vescovi potevano consacrare altri vescovi e ordinare i preti. Si potrà notare, quindi, che per il Cristianesimo la distinzione tra l’alto clero e il basso clero è strutturale e non una contingenza storico-sociale, come si sostiene dalla Rivoluzione francese in poi. Gli appartenenti alle le classi più umili e più povere sceglievano spesso di diventare preti per trovare una qualche certezza di sostentamento e uno stato sociale più dignitoso, andando così a ingrossare il numero del basso clero.
La seconda classe sociale per ordine d’importanza era la nobiltà. Tra le quattro classi sociali del cristianesimo latino medievale sopra elencate, la nobiltà è l’unica che si è costituita come una vera e propria casta per diritto di nascita. È sorprendente quanto i “medievisti” abbiano arruffato i documenti a loro disposizione per confondere le idee a questo riguardo. Nei loro studi, la nobiltà appare come una concezione incomprensibile per l’uomo moderno, anche se l’aristocrazia è stata privata dei suoi poteri e prerogative soltanto da qualche decina d’anni o, al massimo, da due secoli. La nobiltà, che rappresentava la spina dorsale del Sacro Romano Impero, era tale “da tempo immemorabile” nel vero senso del termine. Vale a dire che a essa non poteva essere attribuita una origine storica determinata. Nel caso specifico, due erano le provenienze tradizionali dell’aristocrazia: la prima, rappresentata dal patriziato di origine romana (e prima ancora albana, troiana, iperborea). La seconda era costituita dalla nobiltà germanica e dai cavalieri celti, che rappresentavano la continuazione imbarbarita dell’aristocrazia iperborea. Queste due correnti nobiliari, che si riconoscevano reciprocamente e che frequentemente stringevano alleanze matrimoniali, rimasero tuttavia distinguibili per diversi secoli: generalmente i patrizi reggevano le città e le villæ, i nobili di origine barbarica amministravano i feudi e i castelli. Poiché il Sacro Romano Impero fu strutturato sulla base delle vie iniziatiche della casta nobiliare, fin dall’inizio le cariche amministrative, giuridiche e militari che lo governavano rispecchiarono i tre gradi principali dell’iniziazione guerriera. I nobili iniziati alla via cavalleresca, infatti, passavano attraverso tre fasi corrispondenti alla loro realizzazione. Il primo gradino era quello di barone: questa denominazione deriva dal termine latino vir, e distingueva il barone dal nobilis homo (più tardi nobil homo, o nobiluomo), vale a dire il nobile di nascita, ma non iniziato.
Il barone era dunque il grado di “apprendista” nella via iniziatica dell’Eroe. Il secondo gradino, che già presupponeva il raggiungimento delle prime esperienze interiori procurate dalla costante applicazione del metodo (sskrt. prakriyā), era quello di conte (lat. comes), vale a dire “compagno” del maestro. Costui, infatti, proprio per la maggiore esperienza interiore, per delega del maestro poteva dirigere spiritualmente i semplici iniziati. Il terzo grado, quello che propriamente si applicava al maestro, era quello del principe (lat. princeps). Perciò la gerarchia che governava l’Impero di Carlo Magno e dei suoi successori corrispondeva esattamente a questi tre gradi iniziatici. Ognuno di questi gradi prevedeva un ulteriore sviluppo di potere. Accadeva perciò che il barone che estendeva le sue potenzialità in modo completo fosse riconosciuto come visconte; il conte, che avesse pienamente sviluppato le facoltà inerenti al suo grado di realizzazione, diventava “conte del marchio” o marchese. Così anche il princeps, il maestro realmente perfetto, otteneva il titolo di duca (dux, colui che conduce i discepoli). Ovviamente il Gran Maestro, principe dei principi e duca dei duchi, capo di tutte le organizzazioni iniziatiche (sskrt. kulasaṃpradāya) guerriere, era il medesimo Imperatore-Imperator.
In questo modo l’Impero fu strutturato come una fratellanza guerriera. Ciò significa che, in origine, i baroni che amministravano le baronie, i conti che governavano le contee, i marchesi che stavano a capo delle marche ecc., erano davvero iniziati di gradi maggiori o minori, a cui erano affidate responsabilità esteriori allo scopo di far uscire il cattolicesimo dalla parentesi barbarica. Questo spiega perché all’epoca di Carlo Magno e dei suoi immediati successori, alla morte di un conte o di altro nobile titolato, l’Imperatore nominasse al suo posto un conte di pari dignità e sapienza, che non aveva, però, alcun legame agnato o cognato con il suo predecessore. Fu volontà imperiale, tuttavia, che le strutture statali esteriori si stabilizzassero in forma permanente, seguendo il modello delle istituzioni castali. Così, nel breve giro di poche generazioni, prevalse il principio di ereditarietà. In questo modo avvenne che barone fosse il figlio di un barone e duca il figlio di un duca e così via. Un tale cambiamento fu portato a termine in poche generazioni: è però evidente che questo regime non garantiva più una effettiva corrispondenza tra la funzione sociale e la realizzazione interiore. Garantiva peraltro una perfetta forma organica allo stato, impostato sulla fiducia e la lealtà, e questo era lo scopo dell’esteriorizzazione della via iniziatica militare d’origine romana.
Con la fondazione dell’Impero feudale, tale scopo fu ampiamente raggiunto e le vie iniziatiche della casta nobiliare ritornarono a rientrare nel dominio dell’esoterismo sotto la forma della Cavalleria, con cui concluderemo questo capitolo. Il feudalesimo consisteva, come s’è già detto, in un certo numero di vassalli, grandi feudatari, principi e duchi, che prestavano giuramento di fedeltà e omaggio all’Imperatore, ricevendone in cambio il beneficio (lat. beneficium), ossia il possesso di un feudo, nonché la responsabilità della sua amministrazione e difesa. A loro volta, i vassalli concedevano, alle medesime condizioni, parti minori dei loro feudi ad alcuni valvassori, conti e marchesi. Questi ultimi potevano ulteriormente ritagliare piccoli feudi a dei valvassini, baroni e visconti. Questi ultimi potevano concedere qualche beneficium a cavalieri, al basso clero e a uomini liberi. Nonostante la leyenda negra inventata in epoca rinascimentale, e poi illuministica, il feudalesimo funzionò a meraviglia, poiché il comportamento della nobiltà e, per emulazione, dell’intera popolazione, era fondato sulla lealtà, la fedeltà e l’onore. I cosiddetti “secoli bui” rappresentano, al contrario, uno dei momenti di massimo splendore della Tradizione in Occidente. Furono, al contrario l’ipocrisia e la brama di potere terreno della Chiesa, assieme all’avidità del popolo grasso, a mettere in crisi l’ordine feudale.
Sulla Cavalleria sono stati scritti ponderosi tomi per cercare di spiegarne lo spirito e le sue origini storiche. Purtroppo questi scritti hanno prodotto come unico risultato quello di rendere incomprensibili entrambi quegli argomenti poiché, in chiave liberale o marxiana, fanno dipendere la nascita di quell’istituzione da ragioni esclusivamente economiche. Da ciò risulta che chiunque avesse avuto sufficienti denari per acquistarsi un cavallo e un’armatura avrebbe potuto avere l’ambizione di diventare cavaliere. Ignorare l’esistenza dell’iniziazione ha condotto costoro a invocare anche alcune innovazioni tecnologiche, quali l’invenzione della staffa o l’assunzione della lancia lunga, per spiegare il sorgere della Cavalleria. Le cose sono molto più semplici: basta rifarsi ai dati tradizionali per impostare correttamente questo tema. Quando l’Impero cristiano fu saldamente organizzato ricopiando la struttura gerarchica e le virtù delle vie iniziatiche guerresche dei patricii ed equites dell’antica Roma, quelle stesse organizzazioni ritornarono ad assumere il consueto riserbo. La Cavalleria fu semplicemente questo. Il nobile che avesse voluto essere iniziato a quella via, si recava in giovane età presso il castello o la villa di un nobile che fosse anche un celebrato maestro o upaguru.
Là, dopo aver prestato servizio (sskrt. seva) per un certo numero di anni come paggio (o donzello, signorino), cominciava un duro periodo di addestramento alle armi e all’esercizio delle virtù gentili. In questa fase il giovane diventava scudiero (portatore di scudo) del suo maestro, detto anche valletto (vassalletto). Quando il maestro, fosse barone o duca, lo riteneva pronto, s’apprestava il rito d’iniziazione alla Cavalleria: “L’iniziato preparavasi a ricevere le armi con digiuni, preghiere e penitenze, vestendo di bianco, bagnandosi spesso e recidendosi i capelli sul davanti, per essere più sciolto nelle pugne e a schivare che, perduto l’elmo, l’avversario non l’acciuffasse. Dopodiché si presentava al principe o al signore che doveva armarlo, e questo si eseguiva con gran cerimonia. Anticamente il re solo poteva conferire la cavalleria, ma in seguito tutti i cavalieri ebbero il diritto di fare altrettanto; e gli eletti restavano legati essiloro di una specie di parentela, sicché mai per verun caso dovean portare le armi contro i signori che li aveano fatti cavalieri, altrimenti sarebbero stati reputati felloni ed infami.” L’investitura fu riconosciuta dalla Chiesa come un sacramentale, con veri effetti spirituali.
Nemmeno è vero che i cavalieri (equites milites) fossero sempre i cadetti poveri di potenti famiglie, condannati a una vita di stenti e peregrinazioni per colpa della legge salica. Molti signori di castelli e di villæ erano cavalieri e potevano così trasmettere ad altri più giovani, che venivano ospiti come paggi, l’iniziazione che essi stessi avevano ricevuto. Potevano essere cavalieri anche i fratelli cadetti che convivevano nella medesima magione del loro fratello maggiore. Oppure potevano intraprendere l’ascetica vita del cavaliere errante. Questo caso è paragonabile a quello dei monaci che si ritiravano a fare gli eremiti. Il cavaliere errante andava in cerca dell’avventura, ossia l’occasione per mettere alla prova le sue virtù e le sue abilità marziali a difesa dei deboli, delle vedove e degli orfani. Egli aveva diritto a far precedere il suo nome dal titolo di Dom. (dominus), nella forma latina, o nelle lingue volgari da SireSirMonseigneur. Era difensore della religione, portava la spada a forma di croce, davanti a cui pregava; la spada aveva un nome divino che il cavaliere ripeteva come un mantra, soprattutto quando la usava per la giustizia. Aveva il potere sacerdotale di battezzare e di benedire. Il cavaliere, per i riti della sua sādhanā, chiedeva l’intermediazione di una figura celeste femminile al fine di raggiungere il Signore Iddio con maggiore efficacia. In questo modo si può riconoscere nel metodo iniziatico cavalleresco una indiscutibile tendenza śākta. Ritorneremo a fondo su questo argomento di primaria importanza più avanti, quando ci occuperemo degli Ordini della Cavalleria fondati nel basso medioevo.
La società Imperiale comprendeva, come s’è già detto, la classe dei plebei, chiamati borghesi perché nei borghi esercitavano la mercatura, le arti e i mestieri. Spesso questi uomini liberi riuscivano ad accumulare notevoli sostanze. Alcuni di loro svolsero delle attività di grande utilità per il consorzio umano della città o del feudo, come la tessitura, l’architettura, la giurisprudenza, distinguendosi tra la popolazione e ottenendo dal consiglio nobile o dal feudatario di potersi fregiare di un blasone privo di corona. I borghesi erano raggruppati per gilde a secondo dell’arte o mestiere (sskrt. śreṇi) esercitato, all’interno delle quali esistevano le vie iniziatiche corrispondenti a ogni singola forma artigianale. Al giorno d’oggi rimane una pallida traccia di queste corporazioni nella Libera Muratoria e nel Compagnonaggio.
Alla base della piramide sociale si trovavano i contadini e i servi, generalmente accorpati alla famiglia dei loro padroni, ecclesiastici, nobili o uomini liberi che dir si voglia.

Gian Giuseppe Filippi

33. Feudalism and Chivalry

Feudalism and Chivalry

Charlemagne (742-814) began structuring the Empire on the basis of the Roman military initiatic organization, an undertaking that was completed by Emperor Henry II the Saint, of the dynasty of Saxony (978-1024). Society was divided into four classes: priests, nobles, free men and servants. The monks were not considered part of the clergy, being in all respects outside and above the divisions of Christian-Latin society.
The priests, after the work of correction of the clergy undertaken first by the Culdean monks, then by Saint Boniface and finally by Charlemagne, were allowed to marry. However, severe punishments were inflicted in case of concubinage with one or more women. In the last two centuries of the first millennium AD, thanks to the progressive establishment of the principle of inheritance, the male offspring of the clerics often pursued priesthood. The constitution of a true priestly caste was thus emerging. The upper hierarchies, bishops, archbishops and patriarchs, were predominantly assigned to unmarried priests, without this constituting any codified rule. The bishops were the heirs of the apostles and, therefore, only they could fully exercise the priestly ministry. In fact, only a bishop could consecrate another bishop and ordain priests. It will be noted, therefore, that in Christianity the distinction between the high and the low clergy is merely structural and not a social-historical contingency, as claimed from the French Revolution onwards. The members of the most humble and poor classes often chose to become priests to find some means of sustenance and a more decent social status, thus swelling the ranks of the low clergy.
The second social class, by order of importance, was the nobility. Among the four social classes of medieval Latin Christianity, nobility is the only one constituted as a true caste by right of birth. It is surprising how medievalists have ruffled the documents at their disposal to confound the ideas in this regard. From their studies, nobility emerges as an incomprehensible conception for modern man, even though western aristocracy has been deprived of its powers and prerogatives no more than a few decades ago, although this process began at the end of the 18th century. The nobility, which represented the backbone of the Holy Roman Empire, was such ‘from time immemorial’ in the true sense of the term. That is to say that no specific historical origin could be attributed to it. Two were the traditional origins of western aristocracy. The first is represented by the patricians of Roman descent (of Alban, Trojan and Hyperborean origins). The second was constituted by the Germanic nobility and by the Celtic knightly class, which represented the barbarized continuation of the hyperborean aristocracy. Nevertheless, these two noble groups, which mutually recognized each other and frequently forged marriage alliances, maintained their distinctive traits for several centuries. In general, the patricians were the keepers of the cities and the villæ, whereas the nobles of barbaric origin administered the fiefs and castles. Since the Holy Roman Empire was structured on the basis of the initiatic organizations of the noble caste, its administrative, juridical and military offices reflected, since their inception, the three main degrees of warrior initiation. The nobles who took the knightly path, in fact, passed through three phases corresponding to their level of realization. The first step was that of ‘baron’: this term derives from the Latin word vir, setting the baron apart from the nobilis homo (later nobil homo, or nobleman), that is to say the noble birth, for the latter was not an initiate.
The baron was therefore the grade of ‘apprentice’ in the initiatic path of the Hero. The second step, which already presupposed the attainment of the first inner experiences procured by the constant application of the method (sskrt. prakriyā), was that of count (lat. comes), that is to say ‘companion’ of the master. In fact, precisely because of the greater inner experience, by delegation of the master, he could guide the novices in the their spiritual journey. The third degree, the one that suitably applied to the teacher, was that of the prince (lat. princeps). Thus the hierarchy that governed the Empire of Charlemagne and his successors corresponded exactly to these three initiatory degrees. Each of these degrees allowed for a further development of power. It therefore happened that the baron who extended his full potentialities was recognized as a viscount; the count who had fully developed the faculties inherent in his degree of realization, became ‘count of the mark’ or marquis. Thus also the princeps, the truly perfect teacher, could have obtained the title of duke (dux, he who leads the disciples). Obviously the Grand Master, prince of the princes and duke of the dukes, head of all the initiatic warrior organizations (sskrt. kulasaṃpradāya), was no one but the very Emperor-Imperator.
The Empire was, therefore, structured as a warrior brotherhood. This means that, originally, the barons who administered the baronies, the counts who governed the counties, the marquises who ruled over the borderlands, etc., were indeed initiates of different degrees, to which external responsibilities were entrusted for the purpose of raising Catholicism after the barbarian past. This explains why at the time of Charlemagne and his immediate successors, at the death of a count (or other noble) the Emperor appointed in his place a count of equal dignity and wisdom, without, however, having any agnate or cognate relations with his predecessor. On the other hand, it was indeed intention of the Empire to consolidate the external structure of the state in a permanent configuration that followed the model of the caste institutions. Thus, in the short span of a few generations, the principle of inheritance eventually prevailed. In this way, it happened that the son of a baron was a baron and the son of a duke was duke and so on. Such a change was completed only in few generations. It is evident, however, that this regime no longer guaranteed an effective correspondence between the social function and the inner realization of the feudal lords. On the other hand, it guaranteed a perfectly organic form to the state, based on trust and loyalty, and this was the aim of the externalization of the military initiatic way of Roman origin.
This objective was widely achieved with the foundation of the feudal Empire. Thus, the initiatic ways of the noble caste returned once again to the domain of esotericism in the form of Chivalry, with which we will conclude this chapter. As it has already been said, Feudalism consisted of a certain number of vassals, great feudal lords, princes and dukes, who swore an oath of loyalty and tribute to the Emperor, receiving in return the beneficium, the possession of a fief, as well as, the responsibility of its administration and defense. Under similar conditions, the vassals granted minor parts of their fiefs to some vavasours, counts and marquises. The latter ones could further cut smaller fiefdoms to the vavasour’s vassals, i.e. barons and viscounts. In turn, the vavasour’s vassals could grant certain beneficia to the knights, the low clergy and the freemen. Despite the leyenda negra invented during the Renaissance and the Enlightenment, the feudal system worked wonders thanks to the adherence to strong bonds and to a code of conduct founded on loyalty, fidelity and honor respected not only by the nobility but also by the rest of the population. Contrary to what is commonly believed, the so-called “dark ages” represented one of the periods of maximum splendor of the Tradition in the West. Rather, it was the hypocrisy and the lust for earthly power of the Church, together with the greed of the middle class, to undermine the feudal order.
There is a great deal of literature on the Chivalry that attempts to explain its spirit and its historical origins. Unfortunately, these writings have only produced much misinterpretation and misunderstanding. Both the liberal and Marxist interpretations make the establishment of this institution purely dependent on economic reasons. On the basis of this assumption, whoever had sufficient money to buy a horse and an armor could have the ambition to become a knight. By ignoring altogether the existence of initiation, they were led to believe that only technological innovations, such as the stirrup and the long spear, can explain the rise of the Cavalry. The explanation, however, is much simpler.  In fact, it is possible to set this subject correctly by simply referring to the traditional record. When the Christian Empire became firmly settled according to the hierarchical structure and the virtues of the warrior initiatic ways of the patricii and the equites of ancient Rome, these same organizations returned to their original reserve. Chivalry was simply this. A noble scion who wished to pursue such initiatic path, had to betake himself  to the castle or the villa of a Lord who was also a celebrated master or an upaguru.
There, after having served (sskrt. seva) for a certain number of years as page, he began a hard period of training in arms and the exercise of ‘gentle’ virtues. At this stage the young man became a squire (shield bearer) of his master, also called ‘valet’ (young attendant). When the master, baron or duke thought his apprentice was ready, the initiation rite of the Chivalry was then organized: “The initiate prepared himself to receive the arms with fasting, prayer and penance, dressing in white, often bathing and cutting his hair on the front, to be more at ease in battle, and to dodge the adversary’s slashes in the event his helmet was lost. He then presented himself to the prince or the nobleman who was to arm him, and this was done with a solemn ritual. In ancient times, the King alone could confer the cavalry, but later all the knights had the right to do the same; and the elect remained bound by a kind of kinship, so that in no case should they raise arms against the Lords who had knighted them, otherwise they would have been considered felons and infamous.” The investiture was recognized by the Church as a sacramental, with real spiritual effects.
Neither is it true that the knights (lat. equites or milites) were always the poor cadets of powerful families, condemned to a life of hardships and wanderings due to the fault of the Salic law. Many Lords of castles and villæ were knights and could thus transmit to young prospects, who served them as pages, the same initiation that they had once received. The cadet brothers who lived in the same mansion as their elder brother could also be knights; or, in alternative, they could pursue the ascetic life of the knights-errant. This case is comparable to that of the monks who retired to hermitic life. The knight-errant passed his life wandering in search of adventure, seeking the opportunity to test his virtues and his martial skills in defense of the weak, of the widows and the orphans. His name was preceded by the title of ‘Dom.’ (Dominus), in the Latin form; or by the vernacular ‘Sire’, ‘Sir’, ‘Monseigneur’. He was the defender of religion and his weapon was the cross-shaped sword before which he prayed. The sword was given a divine name that the knight repeated like a mantra, especially when unsheathed in the name of justice. He also had the priestly power to baptize and to bless. The knight, for the rituals of his sādhanā, appealed to the intermediation of a female celestial figure in order to reach the Lord God more effectively. In this way, an unquestionable śākta tendency can be recognized in the chivalric initiatic method. We will come back to this topic of primary importance later when we deal with the Orders of Chivalry founded in the late Middle Ages.
As already mentioned, the Imperial society included also the class of plebeians, later called bourgeois because they exercised commerce, arts and professions in the villages (the boroughs). Often these free men were able to accumulate a considerable wealth. Some of them carried out activities of great utility for the human consortium of the city or of the fief, such as weaving, architecture and jurisprudence, distinguishing themselves among the population and obtaining from the noble council or from the feudal lord the right to blazon a shield without crown. The freemen were grouped by guilds according to their art or craft (sskrt. śreṇi), within which existed different initiatic ways corresponding to each single craft form. Nowadays, a pale trace of these medieval corporations remains in the Freemasonry and in the Companionage.
At the base of the social pyramid were the peasants and the servants, generally affiliated to the families of their ecclesiastic, noble or freeman masters.

Gian Giuseppe Filippi