April 7, 2018

22. Le origini del Cristianesimo

Le origini del Cristianesimo

Come è stato scritto nel capitolo precedente, la Bibbia degli ebrei si identificava con la Legge (Tōrāh), composta da cinque Libri (Πεντάτευχος, Pentàteucos) attribuita a Mosé, ma certamente elaborata subito dopo il ritorno in Israele, ossia dopo il 520 a.C. Più tardi, a questo nucleo iniziale, si aggiunse una nuova parte chiamata Profeti: questi capitoli, scritti attorno al III secolo a.C. sono dedicati alle predicazioni e alle imprese dei profeti (Nevi’ìm).
Come il lettore ricorderà, la tradizione Greco-Romana distingueva nettamente i Misteri dai culti oracolari: i primi costituivano propriamente l’esoterismo, cioè il settore iniziatico della Tradizione, mentre gli Oracoli facevano parte dell’aspetto religioso-essoterico. Gli Oracoli erano proferiti da speciali ordini sacerdotali i cui membri si provocavano uno stato di transe per mezzo di varie tecniche. Durante la trance essi erano posseduti da una divinità che dava dei responsi sulle questioni private (la Pizia di Delfi), o sulla situazione cosmica generale (le Sibille) che erano loro sottoposte. Si trattava prevalentemente di profezie riguardanti eventi futuri, e quindi facevano parte dei riti di possessione, di mantica e di divinazione, che la tradizione accuratamente manteneva distinti dai riti iniziatici di purificazione interiore.
Nell’ebraismo di epoca ellenistica, invece, i due domini si erano mescolati e i profeti si facevano possedere dallo “Spirito di Dio” che parlava attraverso la loro bocca. Naturalmente l’argomento riguardava sempre le future glorie del “popolo eletto”, o le tribolazioni e ingiustizie che il “popolo eletto” avrebbe subito per colpa delle “nazioni”, interpretate come prove inviate da Dio. I profeti erano dunque dei personaggi appartenenti a vie iniziatiche ebraiche, che si dedicavano a svolgere una funzione di guida, di ammonizione e di previsione per le masse esteriori. Non tutti gli iniziati però assumevano la funzione profetica: alcuni di essi si limitavano a fare una vita separata dalla società, vivendo di ascesi e celibato. Questi ultimi, noti come Nazarei, potevano provenire da qualsiasi gruppo sociale. Quel che è certo è che assumendo una vita rigorosamente austera erano di fatto considerati pari in dignità ai sacerdoti. A questo punto è lecito chiedersi da dove provenisse questa corrente iniziatica. Ora, se è chiaro che l’aspetto profetico era tipico del monoteismo ebraico, la trasmissione iniziatica vera e propria proveniva da un ambiente d’origine caldaica, ossia dai Misteri madianiti. Con l’andar del tempo i profeti divennero sempre più rari, mentre i Nazarei, in questo caso chiamati anche Esseni, continuarono a costituire numerose comunità di eremiti. Appare dunque chiaro che Gesù fu chiamato Nazareno perché aveva assunto quel voto ascetico e non perché per un certo periodo aveva vissuto in uno sconosciuto villaggio chiamato Nazareth. Così Giovanni il Battista, uno degli ultimi profeti, è stato descritto sempre avvolto in un selvatico abito di pelliccia.
Nella letteratura profetica, nei Salmi e nel Libro del profeta Daniele si fa spesso menzione di un personaggio che sarebbe venuto in un prossimo futuro per sconfiggere tutte le “nazioni” e soggiogarle al dominio del “popolo eletto”. A questo misterioso personaggio è attribuito il titolo di “Messia”, l’unto del Signore. La sua venuta sarebbe coincisa con la fine dell’attuale ciclo storico e avrebbe dato inizio al lunghissimo Regno di Dio sulla terra. Ci si deve anche riferire alle interpretazioni rabbiniche per capire la funzione di questo personaggio misterioso. Anzitutto la venuta del Messia sarebbe stata annunciata da un profeta, presumibilmente Elia, ritornato miracolosamente sulla terra.
Il titolo di Messia, come abbiamo già scritto, è attribuito nella Tōrāh a un Re di Israele o di Giuda che fosse stato unto con un rituale sacerdotale. Perciò questo Messia futuro è stato prevalentemente descritto come un Re combattente, discendente di sangue dal re Davide e, quindi, appartenente alla tribù di Giuda. Tuttavia nel periodo compreso tra il II secolo a.C. e il II secolo d.C., la funzione regale ebraica fu usurpata dai sacerdoti. Perciò molte profezie di quel periodo alludevano alla futura venuta di un Messia sacerdote, discendente dalla tribù di Levi. In qualche caso la letteratura ebraica di quel periodo menziona due Messia, uno sacerdotale e uno regale, che avrebbero dovuto sancire la vittoria dell’ebraismo su tutto il mondo.
Naturalmente il Messia sacerdote, in questo caso, avrebbe svolto un ruolo sacro superiore a quello puramente militare dell’altro Messia. Alcuni scritti fanno del Messia guerriero e di quello sacerdotale un’unica persona. Oltre a queste idee incerte e talora contraddittorie si cita anche il caso di un eventuale Messia che sarebbe venuto per farsi uccidere. Dopo la morte sarebbe migrato in cielo dove avrebbe fondato un Regno dei cieli. Tutti i testi però concordano nell’affermare che il Messia prenderà coscienza della sua missione solamente al momento dell’unzione. Perciò durante la prima parte della vita la sua vera personalità sarebbe in qualche modo occulta a tutti.
I secoli in cui questi testi profetici controversi furono redatti videro una febbrile attesa del Messia da parte degli Ebrei. Pareva che la fine del mondo fosse vicina e che la dominazione romana fosse il segno del massimo abominio a cui il mondo era stato sottoposto. Ovunque sorsero personaggi che profetavano la prossima venuta del Messia.
Alcuni anche si autoproclamarono Messia e la frenesia degli ebrei portò a una situazione politica sempre più instabile, con veri atti di ribellione, guerriglia e terrorismo nei confronti degli occupanti e delle classi dominanti ebraiche che collaboravano con le autorità imperiali. Invece nelle diverse città dell’Impero Romano dove erano disperse comunità di ebrei cominciò una azione missionaria molto aggressiva. Considerata la mentalità esclusivista giudaica, questo missionarismo non aveva lo scopo di convertire i “politeisti” al giudaismo, quanto piuttosto a farne dei semi-convertiti (ger-toshab), che accettassero la loro inferiorità e sottomissione al “popolo eletto”. Essi anche intrapresero una attività di manipolazione dei testi della letteratura greca e romana interpolando frasi, paragrafi o capitoli di propaganda giudaica. Tutto ciò provocò una vasta reazione antisemita in tutto l’Impero: le accuse agli ebrei di essere adoratori dell’infernale Dio-asino si moltiplicarono. Questa reazione ostile convinse sempre di più il popolo ebraico di essere arrivati alla fine dei tempi e della prossimità dell’arrivo del Messia.
Senza una conoscenza della situazione della Palestina del II-I secolo a.C. non è possibile farsi un’idea delle origini del cristianesimo, posto che Gesù era ebreo e che svolse tutta la sua attività nell’ambiente ebraico dei due regni di Giudea e Galilea sotto l’amministrazione romana. Gesù non ammise mai pubblicamente d’essere il Messia atteso dagli ebrei, ma tutte le sue imprese stanno a indicare che lo credeva incrollabilmente. Questa consapevolezza egli la raggiunse quando fu battezzato da Giovanni.
Si trattò certamente di un rito di iniziazione nazarena o essenica, nel corso del quale, narrano i Vangeli, lo spirito di Dio scese su di lui. Gesù comprese allora d’essere il Messia e che Giovanni Battista era il “profeta Elia” che lo aveva preannunciato al popolo ebraico e che in quel momento lo aveva riconosciuto tale. La duplice discendenza materna dalla tribù di Levi e paterna dalla tribù di Giuda faceva di Gesù un Messia sia sacerdotale sia regale. Fu definito spesso Re dei Giudei dalla folla dei suoi seguaci, ed egli non respinse mai questo titolo. La sua riservatezza nell’autoproclamarsi Re era certamente dovuta al desiderio di non farsi notare dai dominatori Romani né dai sacerdoti del Tempio che di fatto collaboravano con i romani nell’amministrazione della Giudea. Certamente egli alimentò tra i giudei le speranze di una prossima sollevazione antiromana e l’inizio di un Regno del “popolo eletto” millenario che avrebbe dominato tutti i popoli della Terra. Si comportò sempre come Messia senza mai affermare palesemente di esserlo. Il titolo che i dodici apostoli e i settantadue (o settanta) discepoli gli attribuirono fu quello di Rav, maestro (Rabbi, mio maestro). Questo titolo ha due diversi significati: uno esteriore, che si attribuisce ai dottori della legge, esperti della Tōrāh, dei rituali e degli usi e costumi. L’altro senso di Rav è quello iniziatico, che corrisponde al sanscrito guru. Poiché Gesù non seguì nessun corso teologico presso il Tempio o una qualsiasi sinagoga, è logico dedurre che nel suo caso Rav volesse dire maestro iniziatico (dīkṣāguru). È ben noto che Gesù insegnasse pubblicamente agli apostoli, ai discepoli e alle folle, mentre di notte si appartava con alcuni rari discepoli come Nicodemo, Giuseppe d’Arimatea e il “discepolo da lui amato”, per insegnare loro dottrine segrete.
Il titolo che Gesù apparentemente si attribuisce più spesso è quello di “Figlio dell’Uomo”. I cristiani hanno scritto fiumi d’inchiostro per dare a questa denominazione un senso spirituale unico. Tuttavia è stato facilmente dimostrato che “figlio dell’uomo” nel linguaggio biblico non è un titolo, ma significa semplicemente “essere umano”; e Gesù lo usa come terza persona in luogo di “io”: “Però troverà fede sulla terra quando il figlio dell’uomo ritornerà?” significa semplicemente: “quando io ritornerò”. Un altro titolo che Gesù talvolta usa per se stesso, ma che, per lo più, gli viene attribuito da altri è “figlio di Dio”. Allo stesso modo egli si rivolge a Dio chiamandolo Padre. Nella Bibbia ebraica ci sono tre usi di questo titolo. 1) “Figlio di Dio” è chiamato qualsiasi essere celeste o angelico; 2) Oppure è utilizzato comunemente per interpellare qualsiasi rappresentante del “popolo eletto”; 3) Infine, nella letteratura profetica diventa un titolo per alludere con rispetto a un Re o un Messia. È certo che il secondo e il terzo rappresentano il senso prevalente che si ritrova nel Vangelo. Gesù così affermava di essere pienamente membro della comunità religiosa israelita e, allo stesso tempo, faceva capire, a chi l’avesse compreso, di essere il Messia. Certamente l’interpretazione di “Figlio unigenito, generato e non creato” non corrisponde all’uso dell’epoca e deve essere considerata tarda poiché con esso si vuole identificare teologicamente il Gesù storico con il Logos divino; argomento di cui tratteremo in un prossimo articolo. Il nostro prossimo impegno, infatti, sarà quello di descrivere in che modo la corrente cristiana dell’Ebraismo diventò una religione indipendente.

Gian Giuseppe Filippi

22. The origins of Christianity

The origins of Christianity

As mentioned in the previous chapter, the Bible of the Jews identifies with the Law (Tōrāh), composed of first five Books (Greek Πεντάτευχος, Pentateuch) attributed to Moses, but certainly elaborated soon after returning to Palestine, i.e. after 520 BC. Only at a later time, a new part called the Prophets was added to the initial nucleus: these chapters, written around the 3rd century BC, are dedicated to the predications and deeds of the prophets (Nevi‘ìm). As the reader will recall, the Greco-Roman tradition makes a clear distinction between the Mysteries and the oracular cults: the former constituted the actual esotericism, that is to say, the initiatory sector of Tradition, while the Oracles were part of the religious-exoteric aspect. The Oracles were pronounced by special priestly orders whose members were provoked a state of trance through different techniques. During the trance, they were possessed by a deity who gave responses on private matters (as the Pythia of Delphi), or on the general cosmic situation (as the Sibyls) upon request. These were predominantly prophecies concerning future events, and therefore were part of the rites of possession, clairvoyance and divination, which tradition carefully kept distant from the initiation rites of inner purification. In Hellenistic Judaism, on the other hand, the two domains were often overlapping and the prophets were possessed by the “Spirit of God” who spoke through their mouth. Naturally, the subject always concerned the future glories of the “chosen people”, or the tribulations and injustices that the “chosen people” suffered because of other “nations”, interpreted as evidence sent by God himself. The prophets were therefore personalities belonging to Jewish initiatic ways, who held a function of guidance, admonition and prediction for the outer masses. Not all initiates, however, assumed the prophetic function: some of them limited themselves to make a life separate from society, living in asceticism and celibacy. The latter, known as Nazarites, could come from any social group. What is certain is that by strictly following an austere life they were in fact considered equal in dignity to Jewish priests. At this point it is reasonable to question where exactly this initiatory current came from. Now, if it is clear that the prophetic aspect was typical of Jewish monotheism, the real initiatic transmission came from an environment of Chaldean origin, that is, from the Midianite Mysteries. With the passing of time, the prophets became increasingly rare, while the Nazarites continued to form numerous communities of hermits, also called Essenes. It is therefore clear that Jesus was called Nazarene because he had taken that ascetic vote and not because for a while he had lived in some unknown village called Nazareth. Thus John the Baptist, cousin of Jesus and one of the last prophets, has always been described wrapped in a wild fur garment.
In the prophetic literature, in the Psalms and in the Book of the prophet Daniel, there is often mention of a figure who would come in the near future to defeat all the “nations” and subjugate them to the dominion of the “chosen people”. This mysterious person is credited with the title of “Messiah”, the Lord’s anointed one. His coming would coincide with the end of the current historical cycle and would begin the long lasting Kingdom of God on earth. One must also refer to rabbinical interpretations to fully understand the function of this mysterious figure. First of all, the coming of the Messiah would have been announced by a prophet, presumably Elias, miraculously returned to the earth. The title of Messiah, as we have already discussed, is attributed in the Tōrāh to a King of Israel or Judah who had been anointed with a priestly ritual. Therefore, this future Messiah was predominantly described as a warrior King, descending from the blood of King David and hence belonging to the tribe of Judah. However, in the period between the 2nd century BC and the 2nd century AD, the Jewish royal function was usurped by the priests. Therefore, many prophecies of that period alluded to the coming of a priestly Messiah, descending from the tribe of Levi. In some cases, the Hebraic literature of that period mentions two Messiahs, one priestly and one royal, who were supposed to sanction the victory of Judaism throughout the world. Naturally, the priestly Messiah would have played a sacred role superior to the purely military role of the other Messiah. Some writings even make the warrior and priestly Messiah one person. In addition to these uncertain and sometimes contradictory ideas, there is also the case of a possible Messiah who would come to be killed. After his death he would have migrated to heaven to found a Kingdom of Heaven. All texts, however, agree in affirming that the Messiah would become aware of his mission only at the moment of his anointment. Therefore, during the first part of his life, his true identity would remain somewhat hidden to everyone.
The centuries when these controversial prophetic texts were written saw a fervent expectation of the Messiah by the Jews. It seemed that the end of the world was near and that the Roman domination was the sign of the greatest abomination to which the world had been subjected. Figures prophesying the coming of the Messiah emerged everywhere. Some even proclaimed themselves Messiah, and the frenzy of the Jews led to an increasingly unstable political situation with real acts of rebellion, guerrilla warfare and terrorism against the foreign occupants, as well as, the Jewish ruling classes who collaborated with the imperial authorities. At the same time, in the different cities of the Roman Empire where Jewish communities had migrated, began a very aggressive missionary action. Considering the Jewish exclusivist mentality, this missionarism did not aim to convert the “polytheists” to Judaism, but rather to make them semi-converts (Hebr. ger-toshab) ready to accept their inferiority and submission to the “chosen people”. They also undertook an activity of manipulation of the texts of Greek and Roman literature interpolating sentences, paragraphs or chapters of Jewish propaganda. All this provoked a vast anti-Semitic reaction throughout the Empire: the accusations against the Jews of being worshipers of the infernal donkey-God multiplied. Such hostile reaction increasingly convinced the Jews of the imminent end of time and the proximity of the arrival of the Messiah.
Without understanding the context of Palestine in the II-I century BC, it is not possible to get an idea of the origins of Christianity, given that Jesus was a Jew and that he carried out all his activity in the two Jewish kingdoms of Judea and Galilee under Roman administration. Jesus never publicly admitted to being the Messiah awaited by the Jews, but all his deeds indicate that he was firmly convinced of that. Such awareness matured when he was baptized by John. This was certainly a Nazarite or Essene initiation rite during which, according to the Gospels, the spirit of God descended upon him. Jesus then understood that he was the Messiah and that John the Baptist was the “prophet Elias” who had preannounced it to the Jewish people and who at that moment recognized him as such. Furthermore, his maternal descent from the tribe of Levi and his paternal one from the tribe of Judah made Jesus both a priestly and a royal Messiah. He was often called King of the Jews by the crowd of his followers, and he never rejected such title. However, his hesitance to make self-proclamation of such magnitude was certainly by prudence to avoid being noticed by Roman authorities or by the priests of the Temple who in fact collaborated with the Romans in the administration of Judea. Indubitably, he nurtured among the Jews the hopes of a forthcoming anti-Roman uprising and the beginning of a reign of the millenarian “chosen people” that would dominate all other peoples of the Earth. He, therefore, always behaved like a Messiah without ever affirming himself to be so. In fact, the title that the twelve apostles and seventy-two (sometimes seventy) disciples attributed to him was that of Rav, master (or Rabbi, my teacher). This title has two different meanings. The exterior one is attributed to the doctors of the Law, experts in Tōrāh, rituals, customs and traditions. The other sense of Rav is the initiatory one, which corresponds to the Sanskrit guru. Since Jesus did not follow any specialized course at the Temple or any synagogue, it is logical to deduce that in his case Rav meant initiatory master (dīkṣā guru). It is well known that Jesus taught to his apostles, disciples and the crowds publicly, while at night he appeared with only few disciples like Nicodemus, Joseph of Arimathea and the “disciple whom he loved”, to teach them secret doctrines.
The title that Jesus apparently attributed most often to himself is “Son of Man”. The Christians poured rivers of ink in the attempt to give a unique spiritual meaning this denomination. However, it has been easily proved that “son of man” in the biblical language is not a title, but simply means” human being”; and Jesus uses it as a third person in place of “I”. For instance: “When the Son of man comes, will He find faith on the earth?” (Gospel of Luke 18:8), simply means: “when I will return”. Another title that Jesus sometimes used for himself, but which is mostly attributed to him by others, is “Son of God”. In the same way he turned to God calling him Father. In the Bible there are three uses of this title. 1) “Son of God” is referred to any celestial or angelic being; 2) It is also commonly used to question any representative of the “chosen people”; 3) Finally, in the prophetic literature it becomes a title to respectfully allude to a King or a Messiah. It is certain that the second and third uses represent the prevailing meaning found in the Gospel. Jesus thus claimed himself to be a true member of the Israelite religious community and, at the same time, made clear to those able to understand, that he was the Messiah. Certainly, the interpretation of “the only-begotten Son, generated and not created” does not correspond to the use at the time of Jesus and must be considered late, and instrumental for Christian theologians to identify the historical Jesus with the divine Logos (Sskr. śabdabrahman); this topic, however, will be further discussed in a future article. In fact, our next commitment will be to describe how the Christian current of Judaism became an independent religion.

Gian Giuseppe Filippi